simposio lettori copertina

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sabato 28 gennaio 2023

RECENSIONE: STEFANO VICARIO - IL RE DEGLI STRACCI

 Sinossi:

L'avvocato Andrea Massimi condivide con il fratello maggiore Giorgio lo studio legale ereditato dal padre. Tanto Andrea è infedele, vanesio, imprevedibile, quanto Giorgio è un uomo tutto d'un pezzo, rispettabile e dalla moralità granitica. Una sera Andrea viene travolto da una tragedia indicibile: la moglie e la figlia vengono uccise nella loro casa mentre lui si trova con l'amante. Andrea, disperato e perseguitato dai sensi di colpa, rifiuta il suo mondo agiato per vivere da barbone insieme a un gruppo di senzatetto in un vagone abbandonato alla Stazione Termini di Roma. In quell'esistenza tra gli ultimi, Andrea trova una sorta di pace, fino a quando non riconosce al polso di una trans un braccialetto che aveva regalato alla moglie e decide di far luce su quella notte che aveva cercato di dimenticare. L'indagine di Andrea - aiutato dagli amici clochard e da Anna, un sostituto procuratore che conquista la sua fiducia, mentre il fratello si vergogna ancora di lui - è un viaggio pieno di sorprese tra poliziotti corrotti e personaggi di insospettabile umanità, sullo sfondo di una città che forse non osiamo immaginare. Una storia di tradimento e riscatto, una Roma noir in cui indagano un clochard senza passato e un magistrato fuori dagli schemi.


Commento:

Il giallo d'esordio del noto regista Stefano Vicario è un libro strano. La trama, se spogliata di tutti i dettagli e portata alla struttura, non è originalissima, anzi: difetta un po' di plausibilità in alcuni punti e di certo non mancano stereotipi e luoghi comuni. Però… c'è qualcosa, in questa storia, che cattura ed appassiona il lettore al punto che questo giallo non si fa centellinare: o lo si abbandona dopo poche pagine o lo si divora, come ho fatto io. Sarà lo stile dell'autore, equilibrato, sobrio ma decisamente non impersonale e capace di creare il giusto patos senza iperboli; sarà la pietas verso gli ultimi e verso chi ha sbagliato, ha pagato e merita un'altra possibilità; sarà la rabbia che suscita la corruzione, a tutti i livelli, ma specialmente quando è coinvolto chi dovrebbe tutelare la sicurezza dei cittadini; sarà il senso di giustizia davanti ad un orsetto di peluche abbandonato in una bella casa vuota, che urla di fare chiarezza… O forse sarà Roma, affascinante e magnetica anche fra i caseggiati popolari della Laurentina, fra l'umanità delle notti di via del Mandrione o fra i vagoni derelitti di una stazione che abbiamo visto tutti ma che in fondo in pochi conoscono davvero. Fatto sta che, pur con tutte le sue pecche, questo giallo mi è piaciuto e mi ha coinvolto, quindi non posso che consigliarvelo.


Opera recensita: "Il re degli stracci" di Stefano Vicario

Editore: La nave di Teseo, 2021

Genere: giallo

Ambientazione: Roma

Pagine: 224

Prezzo: 17,00 €

        Consigliato: sì

Voto personale: 8.


mercoledì 25 gennaio 2023

Recensione: Louise Glück - Averno

Sinossi:

È di nuovo inverno, è di nuovo freddo. Il lago Averno, dove gli antichi credevano si trovasse la porta dell'aldilà, è scuro come il cielo sopra le nostre teste. Ad aguzzare gli occhi, riusciamo appena a distinguere la migrazione notturna di uno stormo di uccelli. All'alba, le colline brillano di fuoco, ma non è più il sole di agosto: i nostri corpi non sono stati salvati, non sono sicuri. In Averno, Louise Glück canta la solitudine e il terrore per l'ignoto, lo splendore della notte e l'amore, il desiderio: perché, sembra dirci, anche quando tutto è muto e spento, capita a volte di sentire musica da una finestra aperta, in una mattina di neve, e allora il mondo ci richiama a sé, e la sua bellezza è un invito.

 

Commento:

E' un viaggio oscuro e solitario, questo libro di Louise Glück. Un libro di poesie piene di nero, di disagio, di dolore. La poesia della Glück è scarna, tetra, tribolata, quasi che lei non volesse farci entrare nel suo dolore, ma una volta che vi abbiamo avuto accesso, ce lo sbattesse in faccia nella sua crudele verità. È un libro al femminile, Averno, che parla di dolore e desiderio dal punto di vista di una donna, legata alla terra come a quelle forze primordiali che tengono in bilico la vita e la morte. Non so se ci sia redenzione qui, io non ne ho trovata, così come non ho trovato speranza, ma solo frustrazione e buio. Stranamente, contrariamente a quanto pensassi, non ho apprezzato la poesia della Glück… non è il mio genere, troppo slegato, troppo poco lirico, troppo sporcato e umanizzato. Se qualcuno di voi dovesse invece amare questo tipo di sensazioni, si accomodi: Averno e il suo viaggio infinito di dolore son lì che aspettano.

 

Opera recensita: "Averno" di Louise Glück

Editore: Il saggiatore, 2020

Traduzione: Massimo Baccigalupo

Genere: Poesia

Pagine: 160

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: no

Voto personale: 5.

  

lunedì 23 gennaio 2023

RECENSIONE: MAZO DE LA ROCHE - IL PADRONE DI JALNA (JALNA 04)

Sinossi:

È primavera inoltrata a Jalna, e Renny Whiteoak passeggia nella tenuta. Dopo la scomparsa di Adeline ha preso in mano le redini della dimora e dell’intero clan. Il denaro scarseggia e le preoccupazioni domestiche sono all’ordine del giorno; eppure, non può fare a meno di provare gioia e soddisfazione mentre calca quei sentieri che sente suoi, percorsi da lui e dai suoi cari per decenni, tracciati dalla famiglia dove prima c’erano solo foreste: sentieri che sono stati testimoni di scene di ogni tipo, pensa sorridendo fra sé e sé. Così, quando l’amministrazione locale decide di abbattere le querce secolari nei pressi della tenuta per allargare la strada che la costeggia, Renny non ci sta: quegli alberi fanno parte della storia dei Whiteoak. Li proteggerà dall’abbattimento, costi quel che costi. Nel frattempo, il suo rapporto con Alayne si fa sempre più complicato: l’attitudine da donnaiolo non aiuta, e anche la gestione della figlia è terreno di scontro. La piccola Adeline, che ha ereditato i capelli rossi, la forza di volontà e il carattere feroce dell’omonima bisnonna, è una mina vagante. Dal canto suo, invece, Wakefield ha presto messo da parte l’amore per la poesia in favore di una scoperta ben più appassionante: le ragazze. Una in particolare. E mentre i giovani di casa vanno avanti ognuno per la propria strada, gli adulti sono divisi da antichi risentimenti…

 

Commento:

Sono passati quasi due anni dall'ultima volta che sono stata a Jalna e quasi uno dalla pubblicazione della traduzione italiana di questo quarto volume, eppure, stranamente, stentavo a tornarci. Probabilmente perché, in modo del tutto inconscio, quel ventre accogliente era diventato per me troppo opprimente, il che non è strano, visto che capita ciclicamente anche ai membri della difficile e strampalata tribù Whiteoak. La verità è che Jalna, realtà a sé e corpo unico con la famiglia che l'ha creata e da sempre la occupa, è un luogo fatato che talvolta può diventare stregato: è una casa maestosa e splendente che talvolta può diventare cupa e opprimente, circondata da una natura altrettanto lussureggiante e predominante. La verità è che i Whiteoak, con tutte le loro diversità, qualche volta possono non essere una compagnia allettante: hanno problemi tutto sommato simili ai nostri, ma modi di affrontarli e ragionamenti lontani – talvolta lontanissimi – da quelli che concepiremmo noi gente del ventunesimo secolo, abituati come siamo ad un altro concetto di famiglia e ad una vita più indipendente. In sintesi, talvolta andare a Jalna può non essere una passeggiata, e in questo quarto volume ne abbiamo la prova. Renny, in particolare, è un personaggio controverso: il "padrone di Jalna" ha sulle spalle il peso dell'intera famiglia oltre che dell'andamento della tenuta e questo lo porta ad assumere comportamenti da despota, poco digeriti dai suoi, figuriamoci da noi, nonostante nessuno neghi il suo buon cuore e le sue buone intenzioni. In questo libro, in particolare, Renny è il fulcro della narrazione e taluni suoi comportamenti e decisioni pesano, rendendo più difficile la lettura. Fortuna che, in ogni caso, Jalna è sempre bella e sa riservare delle sorprese… Ovvio che con Jalna intendo sia la casa, sia la serie. E alla fin fine, confesso che non vedo l'ora di scoprire cosa ci riserverà il quinto volume, che ritengo sarà cruciale. Continuo a consigliare la serie? Ma certo che sì! Non vorrete mica perdervi le traversie dei Whiteoak e la meravigliosa prosa di Mazo De la Roche!

 

Opera recensita: "Il padrone di Jalna" di Mazo de la Roche

Editore: Fazi, 2022 (prima ed. originale 1933)

Traduzione: Sabina Terziani

Genere: letteratura americana, seriale

Ambientazione: Canada, anni '30

Pagine: 414

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

domenica 22 gennaio 2023

RECENSIONE: ALICIA GIMENEZ-BARTLETT - LA PRESIDENTE

Sinossi:

Vita Castellá giace cadavere nella stanza di un lussuoso albergo di Madrid, avvelenata con un caffè al cianuro. È stata la presidente della Comunità Valenciana. Amata e detestata, benefattrice e prepotente, ha dominato la città e la regione in una stagione segnata da una corruzione pervasiva e quasi proverbiale. La rete di potere che da lei si è estesa ha lasciato al suo ritiro una schiera di scheletri in moltissimi armadi. Della sua morte, le autorità, il capo della polizia, il ministro, vogliono far passare una versione ufficiale meno compromettente, un infarto che eviti «un casino di dimensioni stratosferiche». L'inchiesta di polizia è però inevitabile. L'idea brillante è di affidarla a degli investigatori inesperti e malleabili. Come Berta e Marta, due sorelle giovanissime appena uscite dall'Accademia di Polizia. Diverse l'una dall'altra come due fiocchi di neve, sono acute, ambiziose e sono donne, cioè con una emergente avversione per i maschi al potere. Vanno così per la loro strada di poliziotte determinate. Con un po' di rimorso «tacendo e mentendo» ai loro capi come questi fanno con loro due. E s'inerpicano in un'inchiesta che si svolge in una fascinosa Valencia. Poteri e misteri, false apparenze, vendette e rancori, altri spietati omicidi debbono svelare a poco a poco, anche con l'aiuto dell'affezionato addetto stampa della presidente, «Boro» Badía, un giornalista a cui il «partito» ha spezzato la carriera e ferito la dignità a causa del-le scelte sessuali. Le due creature di Alicia Giménez-Bartlett, le sorelle Miralles, Berta e Marta, sfidano lo stereotipo del detective tradizionale. Le ubbie, le paturnie, e i sogni propri di ogni ragazza risaltano nei dialoghi, e danno al mistero poliziesco la stessa quotidiana leggerezza che ha reso famosa l'ispettrice di Barcellona Petra Delicado. Quell'umorismo d'ambiente che ha tra i suoi scopi, come sempre nei romanzi dell'autrice, anche quello di affermare i diritti.

 

Commento:

"La presidente" è il primo romanzo che leggo di Alicia Gimenez-Bartlett e devo dire che non ne sono rimasta delusa, sebbene neppure particolarmente colpita. Trovo gradevolissime sia l'ambientazione (sarà che ho un occhio particolare per la Spagna e per Valencia) che la scrittura della Bartlett, ironica, fresca, capace di affrontare temi spinosi senza banalizzarli né appesantire la narrazione. Non sono, però, del tutto convinta dalle due protagoniste, le ispettrici sorelle, Berta e Marta Miralles: le trovo troppo evanescenti, tendenti a sparire presto dalla memoria. Chissà se col prosieguo della serie acquisteranno spessore, unicità e si renderanno più interessanti. Anche qualcosa nello stile della Bartlett mi ha lasciata perplessa: ho trovato la lettura sin troppo lenta ed a tratti vagamente ridondante… che dire? Romanzo piacevole, sì, ma di certo non uno dei migliori gialli che abbia mai letto. In ogni caso, lo consiglio, specie a chi non ama i thriller adrenalinici o i noir troppo crudi.

 

Opera recensita: "La presidente" di Alicia Gimenez-Bartlett

Editore: Sellerio, 2023

Traduzione: Maria Nicola

Genere: giallo

Ambientazione: Valencia, Spagna

Pagine: 416

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5.

  

giovedì 19 gennaio 2023

RECENSIONE: ANTONIO MANZINI - LA MALA ERBA

Sinossi:

Nella cameretta di Samantha spicca appeso al muro il poster di una donna lupo, «capelli lunghi, occhi gialli, un corpo da mozzare il fiato, gli artigli al posto delle unghie», una donna che non si arrende davanti a nulla e sa difendersi e tirare fuori i denti. Samantha invece, a 17 anni, ha raccolto nella vita solo tristezze e non ha un futuro davanti a sé. Non è solo la povertà della famiglia; è che la gente come lei non ha più un posto che possa chiamare suo nell'ordine dell'universo. Lo stesso vale per tutti gli abitanti di Colle San Martino: vite a perdere, individui che, pur gomito a gomito, trascinano le loro esistenze in solitudine totale, ognuno con i suoi sordidi segreti, senza mai un momento di vita collettiva, senza niente che sia una cosa comune. Sul paese dominano, rispettivamente dall'alto del palazzo padronale e dal campanile della chiesa, Cicci Bellè, «proprietario di tutto», e un prete reazionario, padre Graziano. I due si odiano e si combattono; opprimono e sfruttano, impongono ricatti e condizionamenti. Cicci Bellè prova un solo affetto, per il figlio Mariuccio, un ragazzone di 32 anni con il cervello di un bambino di 5; padre Graziano porta sempre con sé il nipote Faustino, bambino viziato, accudito da una russa silenziosa, Ljuba. Samantha non ha conforto nel ragazzo con cui è fidanzata, nemmeno nei conformisti compagni di scuola; riesce a comunicare solo con l'amica Nadia. Tra squallide vicende che si intrecciano dentro le mura delle case, le sfide dei due prepotenti e i capricci di un destino tragico prima abbattono la protagonista, dopo le permettono di vendicarsi della sua vita con un colpo spregiudicato, proprio come una vera donna lupo; un incidente, un grave lutto, un atto di follia, sono le ironie della vita di cui la piccola Samantha riesce ad approfittare. La penna di Antonio Manzini, che ha descritto un personaggio scolpito nella memoria dei lettori come Rocco Schiavone, raffigura individui e storie di vivido e impietoso realismo in un noir senza delitto, un romanzo di una ragazza sola e insieme il racconto corale di un piccolo paese. Una specie di lieto fine trasforma tutto in una fiaba acida. Ma dietro quest'apparenza, il ghigno finale della donna lupo fa capire che La mala erba è anche altro: è un romanzo sul cupio dissolvi di due uomini prepotenti, sulla vendetta che non ripristina giustizia, sul ciclo inesorabile e ripetitivo dell'oppressione di una provincia emarginata che non è altro che l'immensa, isolata provincia in cui tutti viviamo.

 

Commento:

Si può vincere la sopraffazione? Si può cambiare il corso di una vita che sembra andare sempre e solo storta? Si può trovare il modo di emergere da un luogo che pare voglia soffocare ogni ambizione, ogni futuro? Sì, si può, imparando a difendersi, e a farlo da soli, perché nessuno lo farà per noi. È questo che, ad un certo punto della sua giovane vita, capisce Samanta, la protagonista dell'ultimo romanzo di Antonio Manzini. Samanta ha diciassette anni e vive a Colle San Martino, un paesino di trecento anime nella dimenticata provincia italiana. Samanta dopo il liceo vorrebbe studiare veterinaria a Perugia, ma a scuola non è una cima (pur essendo intelligente), viene da una famiglia poverissima e per giunta da qualche giorno ha un tarlo che la tormenta e rischia di pregiudicare completamente i suoi sogni di emancipazione. Inutile: tutto, a Colle San Martino, sembra remare contro di lei, come se una catena invisibile la trattenesse al giogo… e allora come fare? Con l'aiuto dell'inseparabile amica Nadia, Samanta ne prova tanti di modi per sfuggire al suo destino… ma nessuno sembra funzionare, anzi le cose paiono andare sempre peggio per lei e la sua disgraziata famiglia. Finché non si tocca il fondo. E una volta toccato il fondo, si sa, si può solo risalire… in un modo o nell'altro. E la storia di Samanta, inevitabilmente, si interseca a quella di altri abitanti del paesino, in modi talvolta fortuiti, talaltra deliberati, ma troppo spesso negativi. Perché il paese è così: come dice uno dei personaggi del romanzo, non dà niente gratis e si può star certi che quel che dà oggi se lo riprenderà domani, per giunta con gli interessi. In questo romanzo Manzini narra le vicende di un piccolo borgo della provincia italiana, là dove, più che in ogni altro luogo, le storie si scrutano, le vite si intrecciano, i destini si influenzano e si cambiano vicendevolmente; là, dove più che in ogni altro posto, è necessario avere – o creare – e preservare con forza la propria identità. "La mala erba" è un romanzo bellissimo, cupo, realista; la trama è plausibile – a parte un finale un po' troppo fantasioso che stride un po' con il resto della storia – e personaggi credibili e difficili da dimenticare. Sebbene l'abbia visto etichettato da più parti come giallo, io non lo definirei tale, e neppure noir: è una storia che va al di là delle categorizzazioni e che si legge agevolmente con curiosità e quel pizzico di fascinazione che danno sempre le storie oscure e misteriose. Da leggere se amate la buona narrativa italiana, i romanzi che parlano di piccole realtà, che descrivono situazioni claustrofobiche e non disdegnano il mistero. Consigliato.

 

Opera recensita: "La mala erba" di Antonio Manzini

Editore: Sellerio, 2022

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Colle San Martino (provincia di Rieti)

Pagine: 368

Prezzo: 15,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

mercoledì 18 gennaio 2023

RECENSIONE: SONIA AGGIO - MAGNIFICAT

Sinossi:

«Lei è Norma l’inflessibile, la regola, la legge: non può scappare. Porta indietro il braccio. Nel suo sangue si annida la sua condanna. È già stata qui, ha già lottato, e così sarà sempre. Lei è il cherubino del Magnificat, un gatto selvatico. Appartiene al fiume, non può tornare a casa».

È il 1951. In un piccolo casolare nella campagna del Polesine, dove i temporali ingoiano all’improvviso i cieli luminosi e il granturco cresce alto e impenetrabile, vivono Norma e Nilde, due cugine cresciute come se fossero sorelle dopo che un bombardamento durante la guerra ha ucciso le loro madri. Nilde è una ragazza riservata e timorosa di tutto e la sua ansia aumenta quando Norma inizia a comportarsi in maniera strana. Da quando è caduta dalla bicicletta mentre raccoglieva le ciliegie, sua cugina non sembra più la stessa: scompare senza motivo ogni volta che scoppia un temporale, è scontrosa, non le parla, impedendole persino di avvicinarsi. Nilde prova a seguirla nei campi, ascolta le voci che circolano in paese, ma non riesce a capire perché la sua Norma, il suo punto di riferimento nella vita, bella come la Madonna del Magnificat che le loro madri tanto veneravano, le stia facendo questo. Cosa spinge Norma ad allontanarsi da Nilde e a fuggire come una bestia selvatica al primo rombo di tuono? Cos’è successo quel pomeriggio lungo l’argine del fiume? Perché tra di loro quell’abisso improvviso di silenzi e bugie? Il legame indissolubile che lega le due protagoniste verrà messo a dura prova da inquietanti apparizioni e inspiegabili fughe in una storia perturbante fatta di assenze e di mistero. Sullo sfondo, una terra magnetica, insidiosa come il fiume che la attraversa: quel Po che la rende fertile ma che talvolta la travolge per riprendersi tutto. Un libro intenso e visionario in grado di scandagliare i segreti della natura e dell’animo umano. L’esordio straordinario di una giovanissima autrice.

 

Commento:

Se dovessi sintetizzare in una frase il mio pensiero su questo romanzo, direi che è certamente ben scritto, ma non mi ha convinto del tutto. Provo a spiegarmi meglio: pur essendo lei giovanissima (classe 1995), la scrittura di Sonia Aggio è adulta, ricercata, potente, eppure… Eppure vi ho trovato una vena di freddezza, quasi che volesse prendere le distanze dalla storia che raccontava, forse per non lasciarsene travolgere, forse con l'intento di raccontare meglio. Il risultato, però, è stato un libro che non mi ha coinvolto, il che è quasi assurdo data la portata degli eventi narrati. È come se il cerchio non si sia chiuso, come se il mistero non mi sia stato completamente svelato, nonostante molto di quanto raccontato trovi una parvenza di spiegazione. Probabilmente, poi, l'autrice ha peccato di poca contestualizzazione temporale: dire "1951" può non bastare se non si porta il lettore dentro la storia, a vivere il tempo della narrazione, a fidelizzare con i personaggi… e a me non è successo. Non mi è successo con Nilde, né con Norma, né con il paese in cui vivono che pure ha un suo ruolo importante… non mi ha sconvolto né addolorato quanto accaduto loro, io che piango guardando un film o leggendo di un'ingiustizia… quindi qualcosa, nel modo di raccontare questa storia, per me non è andato. C'è molto potenziale in questo libro, ma si sarebbe potuto fare di meglio nel raccontare questa storia della quale, a fine lettura, sappiamo poco o niente: non sappiamo se, al di là del mistero, ci siano collegamenti storici, se la piena si sia verificata davvero, se le superstizioni di cui è intrisa la storia siano un'invenzione letteraria o ci sia qualcosa di reale… certo, potremmo fare una ricerca su internet, documentarci, ma con così poche informazioni quasi passa la voglia. Un libro affatto brutto, s'intende, ma a parer mio restano troppe cose non dette. Ne sconsiglio la lettura? No, dategli una possibilità, specie se ne sapete più di me su quanto raccontato, ma non mi sento nemmeno di consigliarlo senza riserve. Quanto all'autrice, leggerò ancora suoi eventuali scritti perché mi incuriosisce la sua scrittura e spero possa crescere, perfezionarsi e fiorire in una grande autrice.

 

Opera recensita: "Magnificat" di Sonia Aggio

Editore: Fazi, 2022

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Polesine, bassa veneta, provincia di Rovigo

Pagine: 202

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 6,5.

  

martedì 17 gennaio 2023

RECENSIONE: EDWARD MORGAN FORSTER - MAURICE

Sinossi:

"Maurice" è forse il capolavoro di Forster e certamente il suo romanzo più intimo e commovente, uno squisito esercizio privato di scrittura della verità. Sullo sfondo di una società vittoriana rigida ed esclusiva, scoppia tra Maurice e Clive, compagni di college, una passione complice e innominabile. Se per Clive la storia d'amore è destinata a seppellirsi nella «normalità», per Maurice è il calvario che conduce a una nuova vita. La tormentosa affermazione della diversità ha fatto di "Maurice" il libro più autentico e sofferto di Forster: scritto nel 1914, ma tenuto segreto per tutta la vita, autobiografico e ossessivamente rimaneggiato nel corso degli anni, è la commovente testimonianza cui lo scrittore ha affidato la rivelazione della propria omosessualità. Postfazione di Marisa Bulgheroni.

 

Commento:

Beh, sento di poter tranquillamente affermare che, tra i libri letti finora di Forster, "Maurice" è quello che mi è piaciuto di più, probabilmente perché è il meno pretenzioso ed il più vero. È quello in cui più si scorge il turbamento sincero dell'autore, la sua indignazione verso una società perbenista e manierata che bada solo all'adesione a certe convenzioni sociali, al compimento di certi passi necessari per essere considerati degni, membri rispettabili di un consesso civile artefatto. E dove trova posto, in una società del genere, l'identità, l'unicità, l'essenza del singolo? Come può, in tale contesto sociale, sopravvivere chi, per qualunque motivo, si senta diverso o non intenda piegarsi ai dettami precostituiti del vivere comune? Sono questi i turbamenti che affliggono Maurice, vittima del proprio sentirsi diverso, delle normali paure che affliggono ognuno di noi mentre cresce e si forma, ma che possono finire per schiacciarci se non riusciamo ad uscirne in tempo trovando la nostra strada. Questo rischia di accadere a lui, a quest'uomo comune che si ritrova stretto tra un corpo che manda pulsioni e segnali impossibili da ignorare e la paura della legge e della morale che gli imporrebbero di soffocare il suo essere. E allora la scelta è tra soccombere all'infelicità facendo correre la vita su binari percorsi da tutti verso un destino lugubre oppure ambire al piacere – o peggio – alla felicità allontanandosi da tutto quanto è conosciuto e familiare. In questo libro la scrittura di Forster appare quantomai mordace, appassionata, intima, autentica e ci regala immagini memorabili come i tenui rumori all'allontanarsi di Alec nelle prime ore del mattino o la risata con cui Maurice si congeda definitivamente da Clive… Un romanzo da leggere, non solo perché è bello, ma anche perché è un'importante testimonianza sociale di un'epoca e perché porta in sé il travaglio di un uomo, Forster, che non ebbe la forza, il coraggio, l'avventatezza di pubblicarlo finché fu in vita, ma che in queste pagine così vere raccontò tanto di sé e della sua società.

 

 

Opera recensita: "Maurice" di Edward Morgan Forster

Editore: Garzanti, 2014 (prima ed. 1971(

Traduzione: Marcella Bonsanti

Genere: letteratura inglese

Ambientazione: Inghilterra, primo Novecento

Pagine: 336

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.