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sabato 2 ottobre 2021

RECENSIONE: ANTONIO MANZINI - GLI ULTIMI GIORNI DI QUIETE

        Sinossi:

Antonio Manzini lascia da parte per un momento Rocco Schiavone e con lui l'indagine classica, le scene del delitto, le prove da raccogliere, le dinamiche a volte comiche a volte violente delle guardie e dei ladri. Ma tiene per sé l'intensità drammatica, i dilemmi morali, le ferite sentimentali che caratterizzano le storie del vicequestore romano, e pare ulteriormente amplificarle.

In questo romanzo Antonio Manzini mette al centro di una vicenda amara e appassionante una donna, Nora, che sta tornando a casa con un treno interregionale. Seduto su una poltrona, non distante da lei, c'è l'assassino di suo figlio. L'uomo dovrebbe essere in prigione a scontare il delitto, invece è lì, stravaccato sul sedile. Dal giorno della morte di Corrado, Nora non si è mai data pace. Ora deve portare l'orribile notizia a Pasquale, il marito, col quale a malapena si parla da cinque anni. La vita di entrambi è finita da quando il figlio è stato assassinato da un balordo durante una rapina. Comincia così un calvario doloroso e violento, un abisso nel quale Nora precipita bevendo fino all'ultima goccia tutto il veleno che la vita le ha servito. Non può perdonare e accettare il figlio sotto una lapide e l'omicida in giro a ricostruirsi un'esistenza. Di chi è la colpa? Dove inizia la pietas e dove finisce la giustizia? E chi ha davvero il diritto di rifarsi una vita, quelli come Nora e Pasquale, che non riescono a smettere di soffrire, o chi ha sbagliato, ha ucciso un innocente e poi ha pagato la sua pena con la società? Forse non esiste un prezzo equo, un castigo sufficiente, per aver cancellato un'esistenza dal mondo. Dieci o venti anni di galera, sicuramente il prezzo per Nora e suo marito non è calcolabile; la giustizia fa il suo corso, vittime e carnefici si adeguano, ma non sempre. Almeno Nora tutto questo non l'accetta. Per lei quel giorno di viaggio in treno sarà «il primo giorno di quiete».

 

Commento:

Nora è in treno, di ritorno a Pescara dopo qualche giorno ad Ancona da sua cugina, quando a qualche sedile di distanza dal suo riconosce Paolo Dainese, l'uomo che sei anni prima ha ucciso suo figlio Corrado. Dainese dovrebbe essere in carcere, invece ha scontato la pena ed è uscito dopo cinque anni e due mesi… e, vedendolo lì, libero e vivo mentre suo figlio è morto nel fiore degli anni, a Nora sembra di essere morta anche lei per la seconda volta. Dainese scende a Roseto e Nora lo segue, vuole capire dove abiti, ma lo perde di vista. Tornata a casa, sconvolta, racconta l'accaduto al marito Pasquale… da questo momento le loro strade cominciano a dividersi e ognuno di loro prende una decisione… se l'uomo, in un impeto di coraggio mai avuto prima, pensa a qualcosa di tragico ma definitivo, Nora ha in mente una strategia migliore, più sottile. Lo incontrerà, Paolo Dainese, lo vedrà al nuovo posto di lavoro, lo vedrà mentre è con la compagna… prenderà atto del suo tentativo di rifarsi una vita ed agirà di conseguenza: i suoi occhi vuoti dimostrano che lei non ha più niente da perdere; Dainese è libero, ma deve ricordarsi sempre di essere un assassino.

Gli ultimi giorni di quiete è un libro intenso, triste, duro come duro da sopportare è il dolore di sopravvivere al proprio figlio. È un libro che si interroga su temi tanto forti quanto controversi come la giustizia, la morte, il dolore, la pena, la rieducazione… può una madre permettere che chi le ha ammazzato il figlio vaghi libero per il mondo? E può, chi ha pagato per i suoi errori e tenta di rifarsi una vita, consentire che il passato torni a perseguitarlo rubandogli il sonno e anche quell'unica possibilità che gli è rimasta? Chi sa rispondere a queste domande si faccia avanti… intanto Manzini se le pone e ce le pone efficacemente, queste domande scomode… a noi il compito di leggere e riflettere.

 

Opera recensita: "Gli ultimi giorni di quiete" di Antonio Manzini

Editore: Sellerio, 2020

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Abruzzo

Pagine: 240

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

lunedì 31 luglio 2017

RECENSIONE: ANTONIO MANZINI - ORFANI BIANCHI


Sinossi:

Mirta è una giovane donna moldava trapiantata a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie,

il suo bambino, tutto quello che ha di bello e le dà sostegno in questa vita di nuovi sacrifici e umiliazioni. Per primo Nunzio poi la signora Mazzanti,

"che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all'albero ai regali e al panettone", poi Olivia e adesso Eleonora.

Tutte persone vinte dall'esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirle c'è lei, Mirta, che non le conosce ma le accompagna

alla morte condividendo con loro un'intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane. Ecco quello che siamo, sembra dirci Manzini in questo romanzo

sorprendente e rivelatore con al centro un personaggio femminile di grande forza e bellezza, in lotta contro un destino spietato: il suo, che non le dà

tregua, e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine. "Nella disperazione siamo uguali" dice Eleonora, ricca e con alle spalle una

vita di bellezza, a Mirta, protesa con tutte le energie di cui dispone a costruirsi un futuro di serenità per sé e per il figlio, nell'ultimo, intenso

e contraddittorio rapporto fra due donne che, sole e in fondo al barile, finiscono per somigliarsi. Dagli occhi e dalle parole di Mirta il ritratto di

una società che sembra non conoscere più la tenerezza.

 

Commento:

Mirta è una giovane donna che lavora in Italia, assiste gli anziani diventati un peso per i parenti, e manda i pochi soldi che guadagna al suo paese, in Moldavia, al figlio ed alla madre malata. E’ lei la protagonista di questa storia, lei che dalla vita ha preso solo calci in faccia, lei che deve affrontare ogni giorno le umiliazioni e le angherie di chi la vede solo come una ladra, un’arrivista, uno stereotipo e non una donna. E l’unica cosa che Mirta si chiede è “fino a quando?”, fino a quando dovrà sopportare tutto questo? Ma poi Mirta pensa ad Ilie, quel figlio nato da una storia sbagliata, nel quale lei profonde tutto il suo amore, quel figlio che è l’unica cosa per cui lottare. Ma la vita, si sa, non fa sconti. Così quando sta per farcela, quando le sembra di vedere una luce infondo al tunnel, un sogno a cui aggrapparsi… la notizia peggiore di tutte la spezza definitivamente. E Mirta, la coriacea, forte, dignitosa giovane badante moldava, vola… vola fino a raggiungere il suo Ilie.

Un libro struggente, profondo, amaro. Antonio Manzini in queste pagine affronta il tema dell’immigrazione dal punto di vista dei migranti, di coloro che, a malincuore, hanno lasciato tutto per un futuro migliore per i loro figli. Con estremo garbo e sensibilità, Manzini ci racconta una storia tanto vera quanto straziante e tocca le corde profonde dell’anima: non si può restare indifferenti di fronte al dolore di questa madre, non si può non ammirare la sua forza, non si può non immedesimarsi nella sua storia.

E forse di storie così dovremmo leggerne di più, per tornare a provare empatia per gli altri, per metterci, ognittanto, dalla loro parte, per riflettere bene prima di sputare sentenze e veleno, per abbassare la testa davanti al dolore altrui e non schiacciarlo presi dall’indifferenza, dalla frenesia o dall’egoismo.

Una lettura forte, questa,  con un finale spiazzante… consigliata a tutti.

 

Opera recensita: “Orfani bianchi” di Antonio Manzini

Editore: Chiarelettere, 2016

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Roma-Moldavia

Pagine: 256

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: assolutamente sì.