simposio lettori copertina

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domenica 12 aprile 2020

RECENSIONE: JEANINE CUMMINS - IL SALE DELLA TERRA


Sinossi:
Dici Acapulco e pensi a spiagge di sabbia finissima, mare cristallino e palme accarezzate dalla brezza. Ma oggi la perla del Pacifico è molto diversa dall'immagine da cartolina usata per attirare i turisti. Il narcotraffico si è insinuato in città e gli omicidi sono all'ordine del giorno. Ad Acapulco vive Lydia, che si divide tra il lavoro in libreria e la famiglia costruita con il marito Sebastián, giornalista, e il figlioletto Luca, otto anni e un'intelligenza fuori dal comune. Quello che Lydia non si aspetta è che la sua esistenza venga sconvolta da un giorno all'altro, quando un commando di uomini armati irrompe alla festa di compleanno della nipote e stermina tutti i suoi cari. Nascosti in bagno, solo Lydia e Luca si salvano dalla carneficina, e per loro inizia una fuga estenuante. Rimanere in Messico equivale a morte certa, ma per non farsi rintracciare dal boss che ha ordinato il massacro bisogna evitare le strade più battute e i normali mezzi di trasporto. Così, a madre e figlio non resta altro da fare che prendere la via dei migranti: le centinaia di famiglie che ogni giorno fuggono dai paesi dell'America centrale, devastati dalle bande criminali, e attraversano il Messico nella speranza di raggiungere il confine con gli Stati Uniti. Questo significa anche salire sulla Bestia, il treno merci su cui i migranti si arrampicano al volo rischiando di finire stritolati. Mentre tentano di saltare a bordo, Lydia e Luca incontrano due sorelle, Soledad e Rebeca, scappate dall'Honduras, e i quattro iniziano a viaggiare insieme. Affronteranno la difficile traversata del deserto, conosceranno altri migranti, disposti ad aiutarli o pronti ad approfittarsi di loro, e cercheranno di conservare la propria umanità in un'esperienza che di umano ha ben poco. Ma è davvero possibile raggiungere il confine? I sicari li troveranno? E cosa ha scatenato la furia del boss che li vuole morti?

Commento:
Ho letto molte storie aventi come tema l'immigrazione, qualcuna anche sul tema appassionante dei cartelli della droga in Messico, due tematiche che mi appassionano particolarmente. Perciò non so se sia per questo motivo che ho trovato bellissimo questo romanzo, o perché davvero è ben scritto, ben congegnato, emozionante, straziante. Sta di fatto che a me è piaciuto molto e non riuscivo a staccarmi dalle oltre quattrocento pagine densissime di avvenimenti, dettagli, emozioni, storie.
Tutto comincia ad Acapulco, il giorno della festa  del quindicesimo compleanno di Jennifer, la nipote di Lydia, la protagonista. Tutta la famiglia è riunita in giardino quando tre sicari irrompono sparando a tutto ciò che trovano e poi si fermano ad orinare e banchettare col pollo allo spiedo preparato per i commensali che tanto non lo mangeranno mai. Lydia e suo figlio di otto anni, Luca, al momento della sparatoria si trovavano in bagno ed è stato solo questo, insieme al loro sangue freddo, a salvarli. Risultato della sparatoria: sedici persone morte, una famiglia sterminata e una condanna a morte per chi è rimasto: non è possibile, per Lydia e Luca, restare in Messico. Devono fuggire, far perdere le tracce, cercare di raggiungere gli Stati Uniti. Facile a dirsi, ma per una donna di cultura, non ricca ma comunque benestante, e un bambino di otto anni non è facile trasformarsi in migranti ed intraprendere un viaggio rischiosissimo, al limite della follia. Ma facciamo un passo indietro: cos'ha generato questa sparatoria, questa vendetta, questa mattanza? Sebastiàn, il marito di Lydia, è – o meglio, era – un giornalista specializzato in narcotraffico, un profondo conoscitore delle dinamiche dei cartelli, e si era occupato spesso ed approfonditamente del nuovo cartello dominante ad Acapulco, quello dei Jardineros, capeggiati da Javier Crespo Fuentes, un narco diverso dagli altri, uno illuminato, un gentleman. Il problema è che anche Lydia lo conosceva, Javier, ma conosceva una faccia diversa dello stesso uomo. Sta di fatto che, gentleman o no, Sebastiàn è stato l'ennesimo giornalista ucciso in Messico per mano dei cartelli, e con lui l'intera famiglia… per mano di un caro amico proprio di Lydia. E allora bisogna fuggire, bisogna salvarsi ad ogni costo, non pensare più a nient'altro che a sopravvivere senza farsi trovare, senza potersi fidare di nessuno, scegliendo sempre per quale morte rischiare. Sì, perché i cartelli non sono certo l'unico pericolo di quel viaggio disperato che porterà Lydia, Luca e tanti come loro dal Messico e dagli altri Paesi dell'America centrale fino al confine degli Stati Uniti: c'è la Polizia, c'è la Migra, ci sono i sicari, gli altri migranti – perché essere insieme nella sventura non significa per forza essere buoni d'animo – e poi c'è la Bestia. Non si può arrivare in treno al Nord, il trasporto passeggeri non c'è e non si possono usare mezzi rintracciabili, quindi a molti migrantes non resta che rischiare il tutto per tutto sui treni merci, salendo mentre sono in corsa, rischiando di essere risucchiati sotto le ruote, di cadere giù, di essere rapiti, sequestrati……. Un orrore indicibile. E per chi supera tutto questo, c'è da affrontare il deserto nelle mani di un portatore… sarà onesto? Nelle mani di chi ci si sta affidando?
Il sale della terra racconta tutto questo e molto altro: racconta le storie di uomini e donne che quest'odissea l'hanno affrontata davvero. Lo fa con personaggi di fantasia, è vero, ma il tutto è estremamente realistico, dettagliato, al punto da sembrare davvero reale… sì, perché solo i personaggi sono inventati, il resto, credetemi, esiste davvero. Pensateci, mentre lo leggerete. Perché dovreste proprio farlo.


Opera recensita: "Il sale della terra" di Jeanine Cummins
Editore: Feltrinelli, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Messico
Pagine: 416
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5
Colonna sonora sperimentata: Manu Chao.


domenica 27 ottobre 2019

RECENSIONE: CLAUDIA DURASTANTI - LA STRANIERA


Sinossi:
“La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato”. Come si racconta una vita se non esplorandone i luoghi simbolici e geografici, ricostruendo una mappa di sé e del mondo vissuto? Tra la Basilicata e Brooklyn, da Roma a Londra, dall’infanzia al futuro, il nuovo libro dell’autrice di Cleopatra va in prigione è un’avventura che unisce vecchie e nuove migrazioni. Figlia di due genitori sordi che al senso di isolamento oppongono un rapporto passionale e iroso, emigrata in un paesino lucano da New York ancora bambina per farvi ritorno periodicamente, la protagonista della Straniera vive un’infanzia febbrile, fragile eppure capace, come una pianta ostinata, di generare radici ovunque. La bambina divenuta adulta non smette di disegnare ancora nuove rotte migratorie: per studio, per emancipazione, per irrimediabile amore. Per intenzione o per destino, perlustra la memoria e ne asseconda gli smottamenti e le oscurità.
Non solo memoir, non solo romanzo, in questo libro dalla definizione mobile come un paesaggio e con un linguaggio così ampio da contenere la geografia e il tempo, Claudia Durastanti indaga il sentirsi sempre stranieri e ubiqui.
La straniera è il racconto di un’educazione sentimentale contemporanea, disorientata da un passato magnetico e incontenibile, dalla cognizione della diversità fisica e di distinzioni sociali irriducibili, e dimostra che la storia di una famiglia, delle sue voci e delle sue traiettorie, è prima di tutto una storia del corpo e delle parole, in cui, a un certo punto, misurare la distanza da casa diventa impossibile.

Commento:
Avevo aspettative alte su La straniera di Claudia Durastanti… ammetto, però, che mi aspettavo qualcosa di molto diverso, forse di più convenzionale. Ho trovato, invece, un romanzo/memoir/autobiografia/racconto di vita/riflessione/flusso di coscienza assolutamente sui generis e fuori dagli schemi narrativi cui siamo abituati. In questo libro Claudia Durastanti racconta la sua vita fino ad oggi, ma racconta soprattutto le sue radici, o forse dovremmo dire l'assenza di radici che l'ha portata oggi a sentirsi "straniera" e "ubiqua" – come scritto nella quarta di copertina – in ogni luogo in cui si ferma. Nata da genitori che più anticonvenzionali non si può, Claudia passa da Brooklyn alla Val d'Agri senza mai trovare una dimensione standard che la facesse andar bene per gli altri. Era, come sua madre prima di lei, una diversa, una persona troppo intelligente e libera per il provincialismo tutto italiano. Di fronte ad una società che la voleva uniformata al vivere comune, Claudia si è sempre ribellata, ha sempre mantenuto salda la sua individualità. È chiaro, questo ha contribuito fortemente a che fosse additata come forestiera, immigrata al contrario, ribelle, anticonformista, ma di sicuro Claudia così facendo non si è mai sentita straniera a se stessa.
Un libro tutt'altro che semplice, che alterna parti coinvolgenti (soprattutto quelle relative ai genitori, all'infanzia di Claudia, al trasferimento in Basilicata) a passi meno coinvolgenti. Ciò che mi sento di premiare è, in questo caso, soprattutto la scrittura: un'impronta personalissima, uno stile spigoloso, disarmonico, acuto sono forse la vera traccia di unicità di questo libro che per il resto può piacere o non piacere… dipende dalla sensibilità e dal vissuto di ognuno. Si tratta, in fin dei conti, sempre di storie di vita, di persone, di caratteri… tutto molto soggettivo, dunque.

Opera recensita: "La straniera" di Claudia Durastanti
Editore: La nave di Teseo, 2019
Genere: narrativa italiana, autobiografico
Ambientazione: America-Basilicata-Londra-Italia
Pagine: 285
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 7.


giovedì 26 settembre 2019

RECENSIONE: MELANIA MAZZUCCO - VITA


Sinossi:

Commento:
Lessi questo libro un bel po' di anni fa, quindi non ne conservo ricordi nitidi. Ciò che, a distanza di anni, mi è rimasto impresso è l'angoscia, la desolazione, la durezza delle condizioni di chi, arrivando da lontano, si ritrovò in un Paese sconosciuto. Ancora ricordo, come fossero immagini, i passi del sull'arrivo in America, lo smistamento, i primi periodi, il vivere tutti insieme, la precarietà, l'arrabattarsi. Un'altra cosa che ricordo, però, è la sensazione di pesantezza, di difficoltà nella lettura causata non tanto dai contenuti, quanto dallo stile dell'autrice. Questo è ciò che mi frena dal rileggerlo.

Opera recensita: "Vita" di Melania Mazzucco
Editore: Einaudi
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 472
Prezzo: 14,00 €
Consigliato: sì/no.


lunedì 23 settembre 2019

RECENSIONE: FABIO GEDA - NEL MARE CI SONO I COCCODRILLI


Sinossi:
Se nasci in Afghanistan, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, può capitare che, anche se sei un bambino alto come una capra, e uno dei migliori a giocare a Buzul-bazi, qualcuno reclami la tua vita. Tuo padre è morto lavorando per un ricco signore, il carico del camion che guidava è andato perduto e tu dovresti esserne il risarcimento. Ecco perché quando bussano alla porta corri a nasconderti. Ma ora stai diventando troppo grande per la buca che tua madre ha scavato vicino alle patate. Così, un giorno, lei ti dice che dovete fare un viaggio. Ti accompagna in Pakistan, ti accarezza i capelli, ti fa promettere che diventerai un uomo per bene e ti lascia solo. Da questo tragico atto di amore hanno inizio la prematura vita adulta di Enaiatollah Akbari e l’incredibile viaggio che lo porterà in Italia passando per l’Iran, la Turchia e la Grecia. Un’odissea che lo ha messo in contatto con la miseria e la nobiltà degli uomini, e che, nonostante tutto, non è riuscita a fargli perdere l’ironia né a cancellargli dal volto il suo formidabile sorriso.
Enaiatollah ha infine trovato un posto dove fermarsi e avere la sua età. Questa è la sua storia. Quanto a Enaiatollah Akbari, la sua biografia è nelle pagine di questo libro.

Commento:
Questa è una storia vera, vera, drammatica e bellissima. A raccontarcela, in un dialogo con Fabio Geda, è proprio colui che l'ha vissuta, Enaiatollah, Enaiat.
Quando sua madre lo ha lasciato da solo in Pakistan, in un luogo e con persone sconosciute, Enaiat aveva appena dieci anni, era un bambino intelligente e perspicace, ma comunque un bambino, per giunta solo e mai uscito dal suo paesino dell'Afganistan. Il piccolo Enaiat è spaesato e comincia a chiedere in giro dove sia sua madre; quando gli spiegano cos'è accaduto, ossia che la madre l'ha accompagnato lì per salvargli la vita, e poi l'ha lasciato per tornare dai suoi fratelli, Enaiat prova un dolore sconosciuto, la loro immagine gli si tatua negli occhi, ma sa che non può perdersi d'animo. Comincia a cercare lavoro, tenta sempre di avere un posto dove dormire la notte e cerca di non farsi nemici. Da qui, dalle strade malsicure del Pakistan comincia la sua clandestinità, la sua odissea verso un posto dove fermarsi, una casa, un posto dove stare bene. Ciò che attraversa, le prove che deve superare sono a dir poco indicibili per chiunque, figurarsi per un bambino della sua età. Enaiat deve diventare uomo presto per aiutarsi da solo e far fronte a ciò che lo aspetta, ma non perde, nonostante tutto, la voglia di migliorarsi, di mantenere la sua dignità, di imparare e guadagnarsi da vivere onestamente. Quando giunge in Italia, più di quattro anni dopo essere partito dal Pakistan, non gli sembra vero di potersi fermare, di trovarsi bene e soprattutto di avere finalmente una prima forma di accoglienza.
Questa è una storia commovente perché reale, importante perché sincera, da leggere per capire e non dimenticare. Una lettura consigliata a tutti, perché tutti abbiamo bisogno delle parole di questo ragazzo.

Opera recensita: "Nel mare ci sono i coccodrilli" di Fabio Geda
Editore: Baldini e Castoldi
Genere: autobiografia
Ambientazione: Afganistan-Pakistan-Iran-Turchia-Grecia-Italia
Pagine: 160
Prezzo: 12,00 €
Voto personale: 8,5.


giovedì 12 settembre 2019

RECENSIONE: MARIA DUEñAS - LE FIGLIE DEL CAPITANO


Sinossi:
New York, 1936. Sulla Quattordicesima Strada, nel cuore della comunità spagnola della Grande Mela, viene inaugurato il piccolo ristorante El Capitán. La morte accidentale del proprietario, Emilio Arenas, costringe le sue tre figlie ventenni a lasciare la Spagna per prendere le redini dell’azienda di famiglia. Catapultate nella nuova realtà americana, le indomite ragazze saranno costrette a combattere per riuscire a integrarsi in una terra straniera piena di contraddizioni: inizia così l’avventura di Victoria, Mona e Luz Arenas, giovani coraggiose, determinate a farsi strada tra grattacieli, compatrioti, avversità e amori, spinte dal desiderio di trasformare in realtà il sogno di una vita migliore. Vero e proprio fenomeno editoriale in Spagna, questo romanzo conferma lo straordinario talento di María Dueñas: Le figlie del Capitano racconta la storia meravigliosa di tre giovani ragazze costrette ad attraversare un oceano per trovare la propria strada. Un omaggio indimenticabile a tutti coloro che hanno dovuto abbandonare la propria terra alla ricerca di un futuro migliore e al coraggio di quelle donne che non si arrendono mai.

Commento:
Quattro donne – una madre e tre figlie – con altrettante storie di comune, quotidiana, straordinaria sopravvivenza. Sono loro le protagoniste di questo nuovo romanzo di Maria Dueñas, tutto al femminile. La spaurita e provata Remedios e le sue altezzose figlie sono da poco arrivate a New-York da Malaga quando Emilio Arenas, il loro marito e padre, muore in seguito ad un incidente. Completamente spaesate e sole in una terra straniera, senza saper parlare una parola di inglese e senza conoscere niente del mondo, le donne sono combattute tra tornare in Spagna, alla relativa sicurezza di ciò che conoscono, e restare lì, negli States, a cercare un'opportunità. Ma quando, grazie alla loro intraprendenza, le cose sembrano sul punto di svoltare, la cupidigia e la cattiveria di qualcuno che cerca vendetta le fa precipitare di nuovo in un baratro. Ma è proprio quando la sorte si presenta più avversa che le sorelle Arenas devono dimostrare il loro valore e soprattutto devono tornare ad essere unite, anche nella sventura.
Le figlie del capitano è un romanzo sull'immigrazione, su chi lascia la propria terra per cercare fortuna, per reinventarsi da un'altra parte; ma questa è soprattutto una storia di resilienza, quella capacità di sopravvivere agli urti e rimettersi in marcia più forti di prima che solo le persone coraggiose hanno. Maria Dueñas ci conduce in un mondo lontano per epoca storica, ma vicino, vicinissimo per tematiche e difficoltà che i suoi personaggi devono affrontare. Difficile non appassionarsi all'intraprendenza di Mona, alla scaltra sicurezza di Tony il bolitero, alla presenza importante di Luciano Barona, alle lagnanze immotivate di Remedios, ai colpi di testa di Luz… sfogliare queste pagine è come tuffarsi nell'album fotografico di una grande famiglia, capace di attraversare momenti di profonda sventura e di ritrovarsi ancora più unita e pronta per una nuova battaglia. Un romanzo per chi ha paura di lasciarsi dietro una situazione pesante, perché ne tragga il coraggio e la forza di affrontare ciò che sarà.


Opera recensita: "Le figlie del capitano" di Maria Dueñas
Editore: Mondadori, 2019
Genere: romanzo storico
Ambientazione: New York, 1936
Pagine: 588
Prezzo: 22,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


lunedì 15 luglio 2019

RECENSIONE: LISA SEE - LE RAGAZZE DI SHANGHAI


Sinossi:
Nella Shanghai di fine anni Trenta, una "Parigi d'Oriente" in pieno fermento culturale, le sorelle Pearl e May vivono una vita agiata e serena. Hanno ventuno e diciotto anni e sono molto unite, pur essendo diversissime: Pearl, nata nell'anno del drago, è tenace e ha uno spiccato senso del dovere, mentre May, nata nell'anno della pecora, ha un carattere più docile. La loro famiglia, grazie alle attività del padre, gode dei privilegi della borghesia di Shanghai: una bella casa, servitori a disposizione e denaro per comprare abiti eleganti e frequentare i locali alla moda. Le due sorelle non hanno bisogno di lavorare e fanno le modelle per hobby, posando per un giovane pittore. Fino a che tutto cambia. Fino a che, un giorno infausto, il padre perde l'intero patrimonio al gioco e si vede costretto a vendere le proprie figlie, dandole in spose a due fratelli cinesi che vivono a Los Angeles. Mentre i bombardamenti giapponesi imperversano sulla loro città, Pearl e May intraprendono un viaggio lungo e travagliato che le porterà nel Sud della Cina e poi, attraversato il Pacifico, nella Città degli Angeli. Qui, nei sobborghi di Chinatown, avrà inizio per loro un nuovo capitolo: la ricerca infaticabile dell'amore in un matrimonio con uno sconosciuto, l'insidioso richiamo di Hollywood, la lotta quotidiana contro le discriminazioni e la nascita di una nuova vita in cui riporre speranze che si credevano perdute...

Commento:
Devo essere sincera, questo è uno dei pochi libri di cui, a fine lettura, non ho un'opinione chiara. So che mi è piaciuto e che lo consiglio, ma non saprei spiegare oggettivamente perché. E' ovvio che non mi è piaciuta la dicotomia profonda tra i primi capitoli in cui le ragazze sono avvolte in un'opulenza fatua ed effimera, e il resto del libro in cui il dolore, l'incertezza ed un senso di catastrofe imminente regnano sovrani. Non mi è piaciuto, inoltre, questo continuo affidarsi al destino che con il peggiorare della situazione a Chinatown si trasforma in autentico vittimismo e in qualche caso sfocia in tragedia, che sembra essere tipico dei cinesi di quegli anni… va bene l'influenza dello Zodiaco sul carattere, vanno bene anche gli amuleti, ma quando si tratta del proprio futuro occorre, talvolta, prendere in mano la propria vita e magari osare! Sembra invece che qui i personaggi, dopo essere scappati dalla Madrepatria in guerra per salvarsi la vita o, in qualche caso, per fare affari, attendano sempre che da quel luogo di conflitti e profondi cambiamenti qualcuno venga a salvarli, getti loro un'ancora, salvo poi – a giorni alterni – aborrire anche solo l'idea di tornare in Cina e dichiarare eterna fedeltà agli Stati Uniti pretendendo da questi protezione e diritti. Strettamente collegato a questa riflessione è, inoltre, il giudizio – per me un dubbio irrisolto – sulle due sorelle, Pearl e May, le due vere protagoniste di questa storia. Le due ragazze, molto legate, ma anche molto diverse tra loro, all'inizio del libro appaiono frivole, avvezze ai piaceri del bello e facile, volutamente staccate dalla realtà che le circonda, tanto da non riuscire a prevedere né tantomeno affrontare il tracollo familiare che le attende; poi, quando la vita le costringe a misurarsi con qualcosa che neppure l'osservatore più avveduto avrebbe mai potuto prevedere, reagiscono in modo opposto: Pearl, la più intelligente ed assennata si ritrova ingabbiata nell'impotenza e dovrà essere May, la più ribelle e frivola a tirare la carretta. Sarà probabilmente in questo momento che si formeranno i loro caratteri e si determinerà il loro approccio alle scelte successive. Giunte in America, comunque, entrambe risultano a loro modo slegate dalla realtà che vivono, non pienamente consapevoli, e nel momento cruciale, al punto di rottura che inevitabilmente arriverà, nessuna delle due risulterà vincitrice morale. Sono loro, a ben guardare, il reale motivo di interesse del libro: al di là delle vicende storiche della Cina degli anni 30 e dei rapporti tra Cina, Giappone e America negli anni 40 e 50, è l'evoluzione di Pearl e May – come sorelle e come donne calate in società diverse da quella in cui sono cresciute, sottoposte a sfide e prove sempre nuove – il reale motivo per cui leggere questo romanzo.
Ma Le ragazze di Shanghai è, come ci ricorda l'autrice nei ringraziamenti, prima di tutto un romanzo storico che affronta con cura, delicatezza e profondità le drammatiche vicende della guerra tra Cina e Giappone che travolse la prima negli anni 30 e 40, l'immigrazione negli Stati Uniti di un numero impressionante di cittadini cinesi nei modi più disparati, la creazione di una nuova, instabile, società Sinoamericana, i contrasti con il nuovo potere comunista, la repressione, l'intolleranza. In questo senso si può tranquillamente trovare una vena di attualità in questo romanzo: è una storia, come ce ne sono tante anche in epoca moderna, di viaggio, immigrazione, abbandono, perdita, dolore, adattamento, sofferenza, non accettazione, intolleranza, mancata integrazione. In definitiva, i motivi e gli spunti che inducano a leggere questo romanzo non mancano. Lisa See, poi, ha il pregio di raccontare con delicatezza realtà anche truci e in continuo cambiamento delle quali si conosce poco; lo fa documentandosi, ascoltando racconti, testimonianze, usando l'immaginazione, immedesimandosi nei sentimenti dei suoi personaggi. Ne vengono fuori storie di rara bellezza, vivide ed appassionate.


Opera recensita: "Le ragazze di Shanghai" di Lisa See
Editore: Longanesi, 2009
Genere: narrativa orientale
Ambientazione: Cina-America
Pagine: 383
Prezzo: 18,60 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.

lunedì 14 gennaio 2019

RECENSIONE: JEFFERY DEAVER - IL VALZER DELL'IMPICCATO


Sinossi:
Un uomo viene prelevato con la forza a pochi isolati da Central Park e caricato su un’automobile. Unica testimone una bambina, unico indizio un cappio abbandonato sul marciapiede, realizzato con una corda per strumenti musicali. Lincoln Rhyme e Amelia Sachs avrebbero altro a cui pensare, visto che stanno per sposarsi e partire per la luna di miele, ma c’è una vita da salvare. La squadra si mette subito al lavoro e in poche ore lo sconosciuto sequestratore ha un profilo: per il Compositore, così lo ha battezzato Rhyme, la tortura delle vittime è lo spartito di una macabra melodia. La caccia all’uomo ha inizio, una ricerca serrata che da un vecchio capannone di New York conduce il criminologo e la detective fin nei vicoli di Napoli, nei cunicoli che solcano il sottosuolo della città, a stretto contatto con gli investigatori italiani, tra scontri di competenze, collaborazioni clandestine e indagini scientifiche sempre più sofisticate. Il tempo stringe, e lo stesso cappio che Rhyme e Sachs hanno trovato sulla scena del crimine ora deve fermare la mano di un killer spietato e inafferrabile. Ci sono tutti gli ingredienti del miglior Jeffery Deaver: ritmo, azione, paesaggi inusuali. Il valzer dell’impiccato mostra tutto l’affetto che il suo autore nutre per i lettori italiani e per il nostro Paese e consegna al pubblico degli appassionati un nuovo capitolo sorprendente e imperdibile della saga di Lincoln Rhyme, il criminologo più famoso del thriller internazionale.

Commento:
Chi è l'uomo che, da New York a Napoli, rapisce le sue vittime e poi registra un video in cui sembra impiccarle mentre suona un valzer? Sappiamo che conosce e ama la musica, ma perché agisce? Come sceglie le sue vittime? Scoprirlo sarà il compito di un gruppo assortito di inquirenti italiani e dei nostri ben noti amici Rhyme e Sachs, che dovranno destreggiarsi tra un'ambientazione semi-sconosciuta e comunque inconsueta, sgambetti e musi duri di chi vede usurpato il proprio territorio, rallentamenti e depistaggi in puro stile Deaver. Leggendo questo thriller si ha ancora una volta la percezione, come sempre accade con quest'autore, che nulla è mai come sembra. Ciò che mi piace nei thriller di Deaver è proprio questo: tutto si sa, tutto alla fine si scopre, anche il dettaglio più insignificante, anche dopo molte pagine. E intanto la tensione narrativa è altissima, qui attenuata dall'ambientazione più che suggestiva: Napoli, la sua gente, le sue bellezze e la sua cucina. Un altro ottimo thriller di colui che ormai è diventato il mio autore preferito, che stavolta tocca temi straordinariamente attuali come l'immigrazione, il terrorismo, il fondamentalismo islamico e - perché no? – chi cerca di marciarci su. Ovvio che lo consiglio, non prima, però, di aver letto tutti gli altri della serie.


Opera recensita: "Il valzer dell'impiccato" di Jeffery Deaver
Editore: Rizzoli, 2017
Genere: thriller
Ambientazione: New York-Napoli
Pagine: 512
Prezzo: 22,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


lunedì 9 aprile 2018

RECENSIONE: GIUSEPPE CATOZZELLA - E TU SPLENDI


Sinossi:

Arigliana, “cinquanta case di pietra e duecento abitanti”, è il paesino sulle montagne della Lucania dove Pietro e Nina trascorrono le vacanze con i nonni.

Un torrente che non è più un torrente, un’antica torre normanna e un palazzo abbandonato sono i luoghi che accendono la fantasia dei bambini, mentre la

vita di ogni giorno scorre apparentemente immutabile tra la piazza, la casa e la bottega dei nonni; intorno, una piccola comunità il cui destino è stato

spezzato da zi’ Rocco, proprietario terriero senza scrupoli che ha condannato il paese alla povertà e all’arretratezza.

Quell’estate, che per Pietro e Nina è fin dall’inizio diversa dalle altre – sono rimasti senza la mamma –, rischia di spaccare Arigliana, sconvolta dalla

scoperta che dentro la torre normanna si nasconde una famiglia di stranieri. Chi sono? Cosa vogliono? Perché non se ne tornano da dove sono venuti? è l’irruzione

dell’altro, che scoperchia i meccanismi del rifiuto. Dopo aver catalizzato la rabbia e la paura del paese, però, sono proprio i nuovi arrivati a innescare

un cambiamento, che torna a far vibrare la speranza di un Sud in cui si mescolano sogni e tensioni.

Un’estate memorabile, che per Pietro si trasforma in un rito di passaggio, doloroso eppure pieno di tenerezza e di allegria: è la sua stessa voce a raccontare

come si superano la morte, il tradimento, l’ingiustizia e si diventa grandi conquistando il proprio fragile e ostinato splendore.

Attraverso questa voce irriverente, scanzonata eppure saggia, Catozzella scrive un romanzo potente e felice, di ombre e di luce, tragico e divertente,

semplice come le cose davvero profonde.

 

Commento:

La quarta di copertina, già da sé, racconta tanto di questo libro… ma ciò che non racconta è la sensazione di intimità, di famiglia che si trova in queste pagine: chiunque abbia trascorso anche brevi periodi della sua infanzia in un paesino non potrà non ritrovare il clima di spensieratezza misto a giovialità, energia, eccitazione nei giorni di festa, catastrofe imminente alla prima nota stonata che turbava la routine. Chiunque li abbia vissuti non può non riconoscere i piccoli grandi riti paesani, le credenze popolari che nella mente dei bambini raggiungevano il rango di verità ineluttabili, i sapori e gli odori dei prodotti della tavola e della terra. E proprio la terra è alla base delle antiche rivalità che spaccano il piccolo e placido borgo di Arigliana: Zi’ Rocco, il più grande proprietario terriero della zona, detta legge sulle braccia e sui pensieri degli abitanti, facendosi forte del diritto acquisito con l’inganno e con la forza molti anni prima. Chi più di tutti ha fatto le spese di questa tragedia paesana è stato Zi’ Nunzio, il “possident”, il nonno di Pietro, protagonista e voce narrante di questa storia. Tutto questo bagaglio di tradizioni, rivalità, simpatie e antipatie è quasi nuovo per Pietro e Nina, che da Milano dove i genitori erano emigrati, tornano a trascorrere l’estate con i nonni. Ma le novità che i due bambini devono affrontare non sono solo queste purtroppo: la loro mamma li ha appena lasciati e il dolore è nuovo e difficile da capire e affrontare.

Quando poi, un bel giorno, proprio Pietro scopre che nella vecchia torre si nasconde una famiglia di stranieri, tutto cambia: la sua vita, le sue poche certezze e quelle dell’intera Arigliana stanno per essere scosse nel profondo. Tutti, nessuno escluso, dovranno fare i conti con le loro paure, con i pregiudizi, con ciò che è dentro di loro che a volte può fare più male di ciò che viene dall’esterno.

Una storia di rinascita, di ricerca di sé, un inno alla vita, come la definisce lo stesso autore, raccontata col linguaggio diretto, sporco, ingenuo e saggio di un bambino che guarda al mondo con curiosità e timore, ma che nonostante tutto non vuole rinunciare alla propria vita, non vuole rinunciare a splendere. Consigliato anche questo libro, che conferma ai miei occhi la bravura e la sensibilità di Catozzella.

 

 

Opera recensita: “E tu splendi” di Giuseppe Catozzella

Editore: Feltrinelli, 2018

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Lucania

Pagine: 240

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

 

domenica 7 gennaio 2018

RECENSIONE: JOHN STEINBECK - FURORE


Sinossi:

Pietra miliare della letteratura americana, "Furore" è un romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino

Bompiani l'anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale, nella

nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell'opera di Steinbeck, che restituisce finalmente

ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Nell'odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa

e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un'intera

nazione. L'impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria "come un marchio

d'infamia". Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell'uomo contro l'ingiustizia, "Furore" è forse il più americano dei classici

americani, da leggere oggi in tutta la sua bellezza.

 

Commento:

Angosciante, realistico, attualissimo. “Furore” è con ragione considerato una pietra miliare della letteratura americana e, aggiungo io, mondiale. Sì, perché sebbene racconti la storia della famiglia Joad, una delle tante famiglie che trasmigravano dall’Est all’Ovest degli Stati Uniti in famelica ricerca di un lavoro, di un posto dove stare e di un po’ di dignità, questa storia racconta, in realtà, le storie di tutti gli immigrati del mondo.

Storie di dolore e di coraggio, di tragedie umane e di vita vera, vita di persone senza nome, senza volto, senza tempo. Perché da che mondo e mondo la disperazione, la fame, la voglia di riscatto, l’amor proprio, la necessità di provvedere per sé e per i propri cari, hanno spinto e spingeranno sempre esseri umani a lasciarsi alle spalle una vita di ricordi e a spostarsi per cercare fortuna o anche solo un po’ di stabilità. E’ questo ciò che cercava la famiglia Joad quando lasciò, con nonni, cani e vettovaglie al seguito, la terra nell’Oclahoma da cui era stata scacciata per trasferirsi in California, attraversando a bordo di un camion scalcagnato la Route 66, passando fiumi e deserti per raggiungere il paese dove crescono le arance. Ma una volta giunti miracolosamente a destinazione l’accoglienza non è certo quella che ci si aspetterebbe da chi cerca braccianti per coltivare la sua terra… E le battaglie per sopravvivere non sono finite e non finiranno mai finché sorgerà il sole.

Un capolavoro di umanità, un libro senza tempo che osserva una realtà che tutti conosciamo e la racconta con occhio cinico e realista. Steinbeck alterna nella narrazione le vicende degli Joad e delle digressioni utili per generalizzare e contestualizzare: di solito non amo molto questi intermezzi nel racconto di una storia, ma in questo caso le digressioni sono pezzi di storia perfettamente inseriti nella narrazione e sono utilissimi a fornirci una visione d’insieme. Un libro che consiglio a tutti, anche con un occhio alla situazione che a tutt’oggi viviamo nel nostro paese: leggere queste pagine può aiutare chi ancora ha delle remore verso gli immigrati a capire la loro condizione e forse ad essere un po’ meno duro con i giudizi.

Ad ogni modo, a mio parere “Furore” è un libro bellissimo.

 

Opera recensita: “Furore” di John Steinbeck

Editore: Bompiani, prima ed. 1939

Genere: narrativa americana

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 633 (ed. 2013)

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì.

Voto: 9.

mercoledì 27 dicembre 2017

RECENSIONE: SHI YANG SHI -CUORE DI SETA


Sinossi:

Per tutto il viaggio me ne restai con la testa appoggiata al sedile. Era la prima volta che volavo, mi facevano male le orecchie, avevo un po' di nausea,

e mi spaventavo ogni volta che l'aereo traballava. Nei pochi momenti che ero sveglio sbirciavo verso il finestrino alla mia sinistra e inventavo storie

coi personaggi che le forme delle nuvole di volta in volta mi suggerivano. Erano nuvole di mían hūatáng, 'cotone caramella', lo zucchero filato che spiluccavo,

in Cina, fra le bancarelle dei mercatini serali. Era il marzo del 1990 e, a soli undici anni, stavo volando verso Oūzhōu, l'Europa, insieme a Mama, mia

madre...

Inizia così l'avventura di Shi Yang Shi in Italia, un mondo sul quale ha spesso fantasticato ma che scoprirà fin da subito molto diverso da come lo aveva

immaginato. Dopo un viaggio interminabile, infatti, il piccolo Yang, in Cina studente brillante e figlio unico adorato di genitori benestanti, si ritrova

a Milano, senza il padre, costretto a dormire insieme a Mama su giacigli improvvisati nella cucina di una famiglia di conoscenti, alle prese con una lingua

di cui non sa nemmeno una parola e circondato da lǎowài, stranieri dagli occhi grandi e naso grosso che si assomigliano un po' tutti. Tutto per lui è nuovo

e difficile, e dopo solo pochi mesi che sembrano però una vita intera, i suoi sogni di bambino si sono già accartocciati l'uno dopo l'altro di fronte alla

realtà. A mano a mano che questo accade, lo strappo che la partenza da Jǐnán ha prodotto nel suo giovane cuore di seta avanza, inesorabile e silenzioso.

Perché la sua anima è divisa, in bilico, tra la vecchia vita in Cina e la nuova in Yìdàlì, tra vecchie e nuove abitudini, tra la voglia di rispettare la

tradizione e la famiglia e il desiderio di affermare se stesso, realizzando i suoi sogni. Come se dentro di lui germogliasse invisibilmente un seme biforcuto,

che non sa se svilupparsi verso l'obbedienza o la ribellione. Nel raccontarci i tentativi fatti per raggiungere un equilibrio faticoso quanto delicato,

Yang ci trasporta nel suo mondo multicolore di giovane cinese cresciuto in Italia regalandoci una storia che sa essere amara, ma anche divertente e piena

di speranza.

 

Commento:

Shi Yang Shi, oggi attore trentottenne, ci racconta la sua storia di immigrato clandestino, di bambino arrivato in Italia dalla Cina con la madre per migliorare la condizione sociale della famiglia.

In Cina la sua era una famiglia benestante e lui era uno studente modello, il primo della classe. Ma quando, dopo varie peregrinazioni, Yang arriva a Milano è costretto a vivere in condizioni miserevoli, a ringraziare lo zio per l’ospitalità, a dormire su una branda, a parlare con Baba – il padre – solo da lontano al telefono della rosticceria dello zio dove lavora con la madre. E a scuola non riesce a brillare, non conosce l’italiano, non riesce a farsi degli amici, il suo essere ammirato per l’impegno nello studio si trasforma in sinonimo di derisione da parte dei compagni… Yang cresce e soffre, diviso tra la voglia di ribellarsi e la pressione della responsabilità di onorare la famiglia di cui è l’unico erede. Ma non c’è solo la difficoltà di adattarsi, c’è anche l’adolescenza che irrompe confondendo, agitando, accrescendo lo strappo fatto con la partenza al suo cuore di seta. Così cominciano i conflitti, le tensioni sessuali, le incomprensioni con i genitori… ma pian piano qualcosa cambia e Yang comincia a capire che deve essere lui a prendere in mano le redini della sua vita, a dover decidere per il suo futuro. Così affronta la sua omosessualità, cambia percorso di studi, comincia a decidere per sé e ritorna a volare alto come un dragone.

Questa è una storia di distacchi e partenze, di turbamenti e piccole vittorie personali, di crescita, di cambiamento e di speranza per il futuro. Un libro breve ma intenso, una lettura gradevole che sa di tradizione, cultura e voglia di farcela. Consigliato!

 

Opera recensita: “Cuore di seta” di Shi Yang Shi

Editore: Mondadori, 2017

Genere: autobiografia

Ambientazione: Cina-Italia

Pagine: 166

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì.

 

lunedì 27 novembre 2017

RECENSIONE: ISABEL ALLENDE - OLTRE L'INVERNO


Sinossi:

Brooklyn, ai giorni nostri. Durante una tempesta di neve, Richard Bowmaster, professore universitario spigoloso e riservato, tampona la macchina di Evelyn

Ortega, una giovane donna emigrata illegalmente dal Guatemala. Quello che sembra solo un banale incidente prende tutt’altra piega quando Evelyn si presenta

a casa del professore per chiedere aiuto. Smarrito, Richard si rivolge alla vicina, che conosce a malapena, Lucía Maraz, una matura donna cilena con una

vita complicata alle spalle. Lucía, Evelyn e Richard, tre persone molto diverse tra loro, si ritrovano coinvolte in un thriller dalle conseguenze imprevedibili.

Tre destini che Isabel Allende incrocia per dare vita a un romanzo mozzafiato e molto attuale sull’emigrazione e l’identità americana, le seconde opportunità

e la speranza che, oltre l’inverno, ci aspetti sempre un’invincibile estate.

 

Commento:

Lucia, Richard, Evelyn. Tre vite diverse ma infondo simili, tre sofferenze non del tutto sopite, tre destini che si incrociano per caso in un week-end di tormenta nella Brooklin paralizzata dalla neve di inizio 2016.

Lucia è una sessantaduenne cilena che, dopo una vita di sofferenze e di perdite, vuole vivere a pieno i giorni, i mesi, gli anni che le restano, con la consapevolezza che saranno sempre meno di quelli che vorrebbe a sua disposizione.

Richard è un uomo routinario, ipocondriaco, che vorrebbe avere sotto controllo tutto ciò che lo circonda per non dover più essere sorpreso dagli inconvenienti della vita. I sentimenti per lui sono off limits e vorrebbe arrivare al giorno della sua morte nel modo più ordinario possibile, anzi, sarebbe contento se potesse decidere lui quando e come morire. Due vite che si guardano, si osservano e probabilmente non  avrebbero mai il coraggio di avvicinarsi, se non fosse che una sera… una buffa ragazzetta balbuziente, Evelyn Ortega, sconvolge, suo malgrado, le loro esistenze con tutto il suo carico di segreti e sofferenze coinvolgendoli in un’avventura dalla dubbia legalità, ma che li porterà inevitabilmente a conoscersi di più.

Un libro che tratta temi importanti come l’immigrazione, la violenza sulle donne, l’arrivo della vecchiaia, i sentimenti… Non si tratta proprio di una storia originalissima, la Allende affronta questi argomenti in altri suoi libri, ma in “Oltre l’inverno” riesce ad imbastire una storia che è un po’ thriller e un po’ romanzo d’amore e che fa emozionare. Isabel Allende racconta la sofferenza passata e presente con la delicatezza di chi ha provato il dolore sulla propria pelle e con la forza di chi si è rialzato ed affronta la vita ogni giorno con passione e tenacia. Attraverso le vite di Lucia, Richard ed Evelyn l’autrice ci guida nel sondare il mondo dei soprusi di chi è costretto a fuggire lontano dal proprio Paese, quello del dolore e del senso di colpa per un errore che ha cambiato la vita sua e di chi gli è vicino, quello di chi ha voglia di riappropriarsi della sua vita e magari di innamorarsi ancora. Un buon libro, dunque, che si fa leggere agevolmente e che lancia un messaggio di speranza: insieme si può superare l’inverno e vivere ancora una nuova estate. A dispetto del freddo ispirato dalle atmosfere innevate, queste pagine scaldano il cuore.

 

Opera recensita: “Oltre l’inverno” di Isabel Allende

Editore: Feltrinelli, 2017

Genere: narrativa internazionale-thriller

Ambientazione: Stati Uniti-Cile-Guatemala

Pagine: 304

Prezzo: 18,50 €

Consigliato: sì.

lunedì 31 luglio 2017

RECENSIONE: ANTONIO MANZINI - ORFANI BIANCHI


Sinossi:

Mirta è una giovane donna moldava trapiantata a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie,

il suo bambino, tutto quello che ha di bello e le dà sostegno in questa vita di nuovi sacrifici e umiliazioni. Per primo Nunzio poi la signora Mazzanti,

"che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all'albero ai regali e al panettone", poi Olivia e adesso Eleonora.

Tutte persone vinte dall'esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirle c'è lei, Mirta, che non le conosce ma le accompagna

alla morte condividendo con loro un'intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane. Ecco quello che siamo, sembra dirci Manzini in questo romanzo

sorprendente e rivelatore con al centro un personaggio femminile di grande forza e bellezza, in lotta contro un destino spietato: il suo, che non le dà

tregua, e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine. "Nella disperazione siamo uguali" dice Eleonora, ricca e con alle spalle una

vita di bellezza, a Mirta, protesa con tutte le energie di cui dispone a costruirsi un futuro di serenità per sé e per il figlio, nell'ultimo, intenso

e contraddittorio rapporto fra due donne che, sole e in fondo al barile, finiscono per somigliarsi. Dagli occhi e dalle parole di Mirta il ritratto di

una società che sembra non conoscere più la tenerezza.

 

Commento:

Mirta è una giovane donna che lavora in Italia, assiste gli anziani diventati un peso per i parenti, e manda i pochi soldi che guadagna al suo paese, in Moldavia, al figlio ed alla madre malata. E’ lei la protagonista di questa storia, lei che dalla vita ha preso solo calci in faccia, lei che deve affrontare ogni giorno le umiliazioni e le angherie di chi la vede solo come una ladra, un’arrivista, uno stereotipo e non una donna. E l’unica cosa che Mirta si chiede è “fino a quando?”, fino a quando dovrà sopportare tutto questo? Ma poi Mirta pensa ad Ilie, quel figlio nato da una storia sbagliata, nel quale lei profonde tutto il suo amore, quel figlio che è l’unica cosa per cui lottare. Ma la vita, si sa, non fa sconti. Così quando sta per farcela, quando le sembra di vedere una luce infondo al tunnel, un sogno a cui aggrapparsi… la notizia peggiore di tutte la spezza definitivamente. E Mirta, la coriacea, forte, dignitosa giovane badante moldava, vola… vola fino a raggiungere il suo Ilie.

Un libro struggente, profondo, amaro. Antonio Manzini in queste pagine affronta il tema dell’immigrazione dal punto di vista dei migranti, di coloro che, a malincuore, hanno lasciato tutto per un futuro migliore per i loro figli. Con estremo garbo e sensibilità, Manzini ci racconta una storia tanto vera quanto straziante e tocca le corde profonde dell’anima: non si può restare indifferenti di fronte al dolore di questa madre, non si può non ammirare la sua forza, non si può non immedesimarsi nella sua storia.

E forse di storie così dovremmo leggerne di più, per tornare a provare empatia per gli altri, per metterci, ognittanto, dalla loro parte, per riflettere bene prima di sputare sentenze e veleno, per abbassare la testa davanti al dolore altrui e non schiacciarlo presi dall’indifferenza, dalla frenesia o dall’egoismo.

Una lettura forte, questa,  con un finale spiazzante… consigliata a tutti.

 

Opera recensita: “Orfani bianchi” di Antonio Manzini

Editore: Chiarelettere, 2016

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Roma-Moldavia

Pagine: 256

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: assolutamente sì.

 

venerdì 18 novembre 2016

RECENSIONE: ROBERTO COSTANTINI - TU SEI IL MALE


Sinossi:

Roma, 11 luglio 1982. La sera della vittoria italiana al Mundial spagnolo Elisa Sordi, giovane impiegata di una società immobiliare del Vaticano scompare

nel nulla. L'inchiesta viene affidata a Michele Balistreri, giovane commissario di Polizia dal passato oscuro. Arrogante e svogliato, Balistreri prende

sottogamba il caso, e solo quando il corpo di Elisa viene ritrovato sul greto del Tevere si butta a capofitto nelle indagini. Qualcosa però va storto e

il delitto rimarrà insoluto. Roma, 6 luglio 2006. Mentre gli azzurri battono la Francia ai Mondiali di Germania, Giovanna Sordi, madre di Elisa, si uccide

gettandosi dal balcone. Il commissario Balistreri, ora a capo della Sezione Speciale Stranieri della Capitale, tiene a bada i propri demoni a forza di

antidepressivi. Il suicidio dell'anziana donna alimenta i suoi rimorsi, spingendolo a riaprire l'inchiesta. Ma rendere finalmente giustizia a Elisa Sordi

dopo ventiquattro anni avrà un prezzo ben più alto del previsto. Balistreri dovrà portare alla luce una verità infinitamente peggiore del cumulo di menzogne

sotto cui è sepolta, e affrontare un male elusivo quanto tenace, che ha molteplici volti uno più spaventoso dell'altro.

 

“La verità è un cerchio”. Ecco la citazione che sintetizza meglio la trama e la struttura di “Tu sei il male”, primo libro della trilogia del male, con protagonista il commissario Michele Balistreri.

La storia si apre domenica 11 luglio 1982, a poche ore dalla finale del Mundial di Spagna disputata da Italia e Germania e molto attesa dagli italiani. Mentre il commissario Balistreri guarda la partita e pregusta una serata di bagordi, il suo amico Angelo Dioguardi riceve una telefonata dal cardinale per cui lavora. Il potente prelato gli annuncia la scomparsa della giovane Elisa Sordi, una dipendente di Dioguardi. Sia in quella circostanza che nei giorni successivi all’accaduto, il commissario Balistreri, troppo preso da se stesso e convinto di possedere un istinto infallibile, sottovaluta la scomparsa della giovane finchè questa non si rivela ben più che una bravata giovanile, ma un barbaro omicidio con tanto di annegamento nel Tevere. A questo punto l’impetuoso ed arrogante Balistreri è convinto di avere il colpevole in tasca, ma le sue azioni innescano una serie di bugie e disgrazie alla luce delle quali il caso risulterà irrisolto. Ventiquattro anni dopo, il ben più assennato e tormentato commissario è a capo di un’importante sezione della polizia, quella che si occupa dei reati in cui sono coinvolti stranieri. E’ per questo che Balistreri si ritrova ad indagare su un’escalation di omicidi di giovani donne, nei quali sono coinvolti degli immigrati rom e rumeni,  tutti legati tra loro e, come si scoprirà poi, con origini proprio in quel lontano 1982, fra i palazzi della Roma bene, tra un’aristocrazia in apparente declino ma in realtà molto influente, e la benevola ala protettrice del Vaticano. Tutto, alla fine, si concluderà in un cerchio di intrighi, vendetta, brama di potere, morte ed ineluttabilità. La stessa ineluttabilità di cui è pervaso tutto il romanzo, quel senso di impotenza che sente Balistreri di fronte ad un piano già scritto, geniale, ad un’ombra sfuggente che osserva e tesse la sua tela, ad un uomo invisibile, al male personificato.

In “tu sei il male” siamo di fronte ad una trama intricatissima che, più si va avanti nella lettura, più sembra irrisolvibile e si ha come l’impressione di girare intorno ad una verità inafferrabile. Ma alla fine, sebbene dopo molte peripezie, tutti i nodi vengono al pettine, tutti i tasselli vanno al loro posto e si ottiene un quadro triste, dove gli attori si usano l’un l’altro per soddisfare la loro malefica sete di vendetta e di potere. E poi ci sono i buoni: ci sono Corvu e Piccolo, i due vice di Balistreri, pazienti, efficenti, coraggiosi ed anche un po’ folli; c’è Linda Nardi, la giornalista inavvicinabile che dentro ha una storia tutta da scoprire; ci sono Angelo ed Alberto, così vicini a Balistreri eppure così diversi… e poi c’è proprio lui, il commissario con un passato oscuro, prima così superficiale, arrogante e così insopportabilmente pieno di sé e poi così prudente, controllato e profondamente tormentato dai fantasmi di un passato sempre troppo presente.

Davvero un buon thriller, questo di Costantini: vale decisamente la pena di leggere queste 668 pagine fitte di intrighi, crudeltà, razzismo, pregiudizi e segreti. Vale la pena sopportare il primo, presuntuoso Balistreri per scoprire chi ha ucciso Elisa, Samanta, Nadia e le altre donne; per capire se i preconcetti si possono superare e per risolvere il rebus delle lettere incise sulla pelle… Ma non vi svelo di più: dovete leggerlo! Un merito va a Roberto Costantini che ha costruito una storia labirintica ed ingarbugliata in grado di tenere incollati alle pagine senza mai cadere nel banale e senza mai far calare l’attenzione del lettore. Davvero una bella lettura!

 

 Opera recensita: “Tu sei il male” di Roberto Costantini

Editore: Marsilio, 2011

Genere: thriller

Ambientazione: Roma

Pagine: 668

Consigliato: sì.

 

venerdì 28 ottobre 2016

RECENSIONE: GIUSEPPE CATOZZELLA - NON DIRMI CHE HAI PAURA


Sinossi:

SAMIA È UNA RAGAZZINA DI MOGADISCIO. HA LA CORSA NEL SANGUE. OGNI GIORNO DIVIDE I SUOI SOGNI CON ALÌ, CHE È AMICO DEL CUORE, CONFIDENTE E PRIMO, APPASSIONATO ALLENATORE. MENTRE INTORNO LA SOMALIA È SEMPRE PIÙ PREDA DELL'IRRIGIDIMENTO POLITICO E RELIGIOSO, MENTRE LE ARMI PARLANO SEMPRE PIÙ FORTE LA LINGUA DELLA SOPRAFFAZIONE, SAMIA GUARDA LONTANO, E AVVERTE NELLE SUE GAMBE MAGRE E VELOCISSIME UN DESTINO DI RISCATTO PER IL PAESE MARTORIATO E PER LE DONNE SOMALE. GLI ALLENAMENTI NOTTURNI NELLO STADIO DESERTO, PER NASCONDERSI DAGLI OCCHI ACCUSATORI DEGLI INTEGRALISTI, E LE PRIME AFFERMAZIONI LA PORTANO, A SOLI DICIASSETTE ANNI, A QUALIFICARSI ALLE OLIMPIADI DI PECHINO. ARRIVA ULTIMA, MA DIVENTA UN SIMBOLO PER LE DONNE MUSULMANE IN TUTTO IL MONDO. IL SUO VERO SOGNO, PERÒ, È VINCERE. L'APPUNTAMENTO È CON LE OLIMPIADI DI LONDRA DEL 2012. MA TUTTO DIVENTA DIFFICILE. GLI INTEGRALISTI PRENDONO ANCORA PIÙ POTERE, SAMIA CORRE CHIUSA DENTRO UN BURQA ED È COSTRETTA A FRONTEGGIARE UNA PERDITA LACERANTE, MENTRE IL "FRATELLO DI TUTTA UNA VITA" LE CAMBIA L'ESISTENZA PER SEMPRE. RIMANERE LÌ, ALL'IMPROVVISO, NON HA PIÙ SENSO. UNA NOTTE PARTE, A PIEDI. RINCORRENDO LA LIBERTÀ E IL SOGNO DI VINCERE LE OLIMPIADI. SOLA, INTRAPRENDE IL VIAGGIO DI OTTOMILA CHILOMETRI, L'ODISSEA DEI MIGRANTI DALL'ETIOPIA AL SUDAN E, ATTRAVERSO IL SAHARA, ALLA LIBIA, PER ARRIVARE VIA MARE IN ITALIA.

 

Il libro di cui vi parlo oggi è stato scritto per raccontare una storia vera, una di quelle storie drammatiche e commoventi che a noi, che viviamo nella pace delle nostre comode case, sembrano incredibili. E’ la storia di Samia, una ragazza somala che insegue con tutte le sue forze un sogno: quello di correre alle Olimpiadi, ed è proprio lei a raccontarcela con la dolcezza, il candore e la forza esplosiva del suoessere guerriera.

La storia comincia quando Samia ha otto anni e vive a Mogadishu con gli amati genitori, il fratello Said, l’adorata sorella Odan e con Alì, il suo amico del cuore, quasi fratello e primo allenatore. Allenatore, sì, perché Samia non è una bambina qualsiasi: lei ha la corsa nel sangue, è un’atleta che venera il suo connazionale Mo Fara e che sa che un giorno correrà alle olimpiadi di Pechino e guiderà la liberazione delle donne somale dall’oppressione.

Sono questi sogni, questi obiettivi che la spingono a correre, sempre e comunque, anche di notte, da sola, nello stadio deserto su una pista martoriata dalle pallottole, anche quando nella sua città c’è la guerra e non si può più camminare per strada senza rischiare di essere scoperti, bastonati o arrestati. E la sua tenacia la premia, la porta a Pechino, alle olimpiadi, dove gareggia con le grandi atlete che ha sempre stimato. Ma Samia è mal nutrita, non ha muscoli, non ha i mezzi giusti per allenarsi e non ha un allenatore: arriva ultima, ma diventa un simbolo per le donne somale e musulmane, attirandosi però, ulteriori ire da parte delle milizie della sua città. Ed a farne le spese è la sua famiglia.

Samia non avrebbe mai voluto andarsene dalla sua terra, nonostante la guerra e la povertà, ma qualcosa in una notte d’estate la sconvolge. La ragazza capisce che non ha più senso restare in un paese che trasforma in mostri le anime più pure e parte, va in Etiopia a cercare un allenatore per continuare a correre, con l’obiettivo delle olimpiadi di Londra 2012. Ma i documenti dalla Somalia non arrivano ed in Etiopia Samia è una clandestina e non può allenarsi alla luce del giorno, non può competere con gli altri atleti, neppure qui può coltivare il suo sogno. Allora, spinta dalla forza della determinazione, parte per “il viaggio”, quel percorso che tutti i somali conoscono sin dall’infanzia, quello che dalla loro terra martoriata porta nel Sahara, in Libia e poi in Italia. Samia sa che sarà molto rischioso, sua sorella lo ha intrapreso poco tempo prima ed ora vive in Finlandia, ma Samia non può immaginare dove la condurrà questo viaggio e cosa dovrà sopportare. Ancora non sa fino a che punto può arrivare l’inferno.

Questa è una storia di Amicizia, di guerra e di coraggio; la storia di Samia dovrebbe essere raccontata nelle scuole, dovrebbe essere conosciuta dai tanti adulti che oggi, nel nostro bel Paese, criticano l’accoglienza ai migranti perché tutti dovremmo fermarci a riflettere sulle motivazioni che spingono questi uomini e queste donne a lasciare la loro terra per un po’ di pace in Italia, il Paese-miraggio, la porta per il futuro.

Con la voce di Samia, Giuseppe Catozzella ci mostra, con un’intensità devastante, le umiliazioni, le privazioni, le truffe cui tanti migranti sono sottoposti nel lungo e tribolato viaggio che li porta sulle nostre coste e ci mostra con spietato realismo quanto può essere difficile perseguire e realizzare un sogno quando parti dal fondo, dalle retrovie del mondo.

Una prosa chiara, intensissima, carica di sentimenti, che scatena nel lettore un nugolo di emozioni che lasciano il segno. E un encomio all’autore che è riuscito ad entrare ed a farci entrare così profondamente nel personaggio e nel suo ambiente. Lettura consigliatissima per tutti.

 

 Opera recensita: “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella

Editore: Feltrinelli, 2014

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Somalia, Etiopia, Sudan, Libia

Pagine: 240

Consigliato: sì.

sabato 1 ottobre 2016

RECENSIONE: CHRISTINA BAKER KLINE - LE COSE CHE NON SO DI TE


Sinossi:

Molly ha solo diciassette anni ma una spiccata predilezione per i guai. In affido presso due genitori disarmati, dopo aver rubato Jane Eyre dalla biblioteca della scuola, per punizione è costretta a recarsi ogni pomeriggio a casa dell’anziana signora Vivian per aiutarla nelle pulizie. L’ incontro tra le due non è certo dei più promettenti: Molly ha sempre il broncio, si esprime a monosillabi, è piena di piercing e ha due ciocche ossigenate ai lati del viso. Vivian però è una donna speciale a cui la vita ha tolto e regalato tanto: non si fa certo intimidire dall’aspetto di Molly. Giorno dopo giorno, le due scoprono di avere qualcosa di molto profondo che le unisce: anche Vivian infatti è rimasta sola da piccola e, come tanti altri bambini della sua epoca, venne messa sul “Treno degli orfani” per trovare una famiglia che si facesse carico di lei. E quando Molly capisce di poterla aiutare a dipanare il mistero che da tanti anni la perseguita, la scintilla dell’affetto più grande e sincero libererà entrambe.

La storia di un’amicizia che incanta e commuove.
Christina Baker Kline racconta il miracolo di un cuore grande e generoso.


 

Dal 1854 al 1929 circa duecentomila bambini sono stati trasportati dalle città orientali degli Stati Uniti al Mid-west a bordo dei “treni degli orfani”. Si trattava di bambini senza famiglia, spesso figli di immigrati italiani, polacchi, irlandesi, per i quali si cercava una famiglia pronta a prenderli in affidamento, ad adottarli. Spesso, però, l’adozione era solo una scusa per avere manod’opera gratuita, lavoranti, servi, quasi schiavi.

La protagonista di questo libro è proprio una di quei bambini: il suo nome originario era Niamh, tipico nome irlandese, poi cambiato in Dorothy ed infine in Vivian. La donna, che ora ha 91 anni, racconta la sua storia a Molly, una diciassettenne ribelle per necessità, orfana anche lei, ma le cui radici affondano nella storia degli indiani d’America. Molly si stupisce nel notare quanti punti hanno in comune le due storie, la sua e quella di Vivian, perennemente in viaggio, in lotta per sopravvivere, con la continua paura di perdere tutto, anche quel poco che si è costruito, e con il crescente bisogno di un po’ di calore, comprensione e pace.

Il libro è diviso tra presente e passato, tra la storia di Molly e la sua neonata amicizia con Vivian e la storia della donna, lunga e travagliata, che dal treno degli orfani del 1929 l’ha portata fino a qui, in una bella casa del Maine, ottant’anni dopo. La storia di Vivian, o Niamh, è davvero struggente ed emozionante, inoltre, raccontandole con la prima persona singolare (come se a parlare fosse Vivian), Christina Baker Kline descrive le angherie e i soprusi subiti e ci porta ad immedesimarci nell’angoscia di questa bambina forte e straordinaria. La storia di Molly, sebbene sia d’impatto, è meno sconvolgente, forse perché più vicina a noi e quindi più nota, ma ha comunque il giusto peso nella trama e fa da filo conduttore e.

La scrittura della Baker Kline è chiara e lineare, particolarmente intensa e coinvolgente nei capitoli in cui parla Vivian. Una lettura che fa riflettere su temi profondi come l’immigrazione, l’adozione, l’amicizia, ma soprattutto il rispetto per gli altri. Consigliato davvero a tutti e preparatevi perché la lacrimuccia scende in più punti!

 

Opera recensita: “le cose che non so di te” di Christina Baker Kline

Editore: Giunti, 2014

Genere: narrativa internazionale

Ambientazione: Stati Uniti (Maine, Minnesota)

Pagine: 336

Prezzo: 12,00 €

Consigliato: sì.

 

lunedì 8 agosto 2016

RECENSIONE: FRANCESCA PALUMBO - LE PAROLE INTERROTTE

Sinossi:

Clara, fotografa, è separata e ha un figlio di cinque anni, Matteo, balbuziente.
Malaika è un’immigrata nigeriana, scappata da un centro di accoglienza per rintracciare il figlio disperso in mare durante il naufragio del barcone sul quale si trovavano per fuggire dal loro paese.
Il destino fa incontrare le due donne, apparentemente distanti ma in realtà molto simili nel loro tentativo individuale di restituire un senso agli eventi che attraversano le loro vite. L’incontro rappresenterà un nuovo punto di partenza per entrambe, una scossa che permetterà soprattutto a Clara di vedere la sua esistenza con occhi nuovi e considerare le cose da una prospettiva diversa.
Ambientato nella campagna pugliese, il romanzo diventa poi, attraverso il viaggio in camper verso Genova, una sorta di viaggio catartico che porterà le due donne ad acquisire una nuova consapevolezza.
Con tratti delicati e asciutti, l’autrice delinea una storia insolita in cui le parole e le azioni si fanno ancore di salvezza e in cui la tenerezza crepitante dello sguardo ricambiato è in grado di generare bellezza.

 

“Le parole interrotte” è un romanzo breve ma intenso, che porta con sé un carico di emozioni forti e ci pone di fronte ad aspetti della vita che richiedono una riflessione profonda.

Siamo in Puglia, nella campagna barese. E’ qui che Clara, fotografa trentacinquenne, separata e madre del piccolo Matteo, si rifugia per rilassarsi, raccogliere le idee e ritrovarsi… ed è qui che incontra Malaika, una donna nigeriana scappata dal proprio paese e giunta in Italia via mare, su un barcone. Malaika è ferita, ha bisogno d’aiuto e Clara, dopo l’iniziale sensazione di paura e disorientamento, non esita a portarla a casa sua, a curarla ed a cercare di instaurare una comunicazione con lei. Da questo momento comincerà un viaggio difficile, profondo e bellissimo che porterà le due donne a conoscersi, capire reciprocamente paure e necessità, fidarsi l’una dell’altra in un’amicizia crescente, in una solidarietà intima, tutta femminile. Clara e Malaika sono due donne, ma sono soprattutto due madri amorevoli che si riconoscono come simili nell’amore immenso che le lega ai loro figli: Clara vuole capire, proteggere, aiutare  Matteo, il figlio di 5 anni, che soffre di balbuzie; Malaika è alla disperata ricerca di suo figlio, che ha perso in mare durante la fuga verso l’Italia.

Clara è alle prese con le incertezze di ogni madre divisa tra il senso di protezione e la paura di esagerare, asfissiare, danneggiare il proprio bambino, mentre Malaika non sa neppure dove sia suo figlio, se sia ancora vivo eppure non rinuncia a cercarlo, sfidando le sue paure, la sorte e la legge. Le due donne percorreranno un pezzo importante del loro viaggio insieme, aiutandosi a vicenda a superare i momenti di difficoltà e di scoramento ed usciranno entrambe fortificate e rinnovate da questa esperienza insolita, drammatica e bellissima.

La bruciante attualità del tema dell’immigrazione non è l’unico spunto di riflessione che questo libro ci offre: c’è il tema del viaggio che è insieme crescita e scoperta di sé e degli altri; ci sono le riflessioni sulla maternità e sull’amicizia fraterna tra queste due stupende madri così diverse eppure così simili; c’è la straordinaria semplicità di Matteo che ci dimostra una volta di più come i bambini siano molto più bravi di noi adulti a comunicare ed a solidarizzare.

Un encomio va poi a Francesca Palumbo, che ha affrontato questi temi così ardui e profondi con una delicatezza, un’intensità ed una sensibilità ammirevoli. Scrittura fluida, chiara ed evocativa… bellissimo romanzo che consiglio caldamente a tutti!

 

Opera recensita: “Le parole interrotte” di Francesca Palumbo

Editore: Controluce, 2015

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: campagna barese, Italia, Genova

Pagine: 156

Consigliato: sì

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