simposio lettori copertina

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mercoledì 5 gennaio 2022

RECENSIONE: ANDRé ACIMAN - MARIANA

 

Sinossi:

        «Al buio non facevamo nulla di male. Al buio non sapevamo neppure chi fossimo. Tu mi parlavi, io ti parlavo, ma chissà cosa ci dicevamo, non aveva importanza, eravamo come sonnambuli, incolpevoli per quello che avevamo fatto nella più profonda oscurità della notte.»

Mariana, l'io narrante di questo romanzo, è una giovane della provincia americana appena arrivata in Italia per trascorrere alcuni mesi di studio all'accademia d'arte. La prima sera, al ricevimento di benvenuto, incontra Itamar. Fa il pittore, è bello e carismatico, ed è un seduttore impenitente. Sebbene consapevole che una relazione con un uomo del genere è destinata a finire male, Mariana non può fare a meno di innamorarsene. Immediatamente e perdutamente. Quando lui comincia a trattarla in modo ambiguo, sparendo e riapparendo all'improvviso, Mariana è disarmata. Per reazione a questo scostante atteggiamento, si cela dietro un'apparenza fredda e distaccata, fino a quando un incontro casuale con lui in pubblico la farà vacillare... André Aciman, cantore odierno dell'attrazione, si è ispirato a Lettere di una monaca portoghese, il libro-scandalo pubblicato sotto pseudonimo che per il realismo e l'audacia nel raccontare la passione amorosa, alla fine del XVII secolo segnò una vera svolta letteraria. Ci consegna così, riportandola all'oggi, la storia di un amore totale, un acuto romanzo psicologico contrassegnato da un eros spietato, inesorabile, che inganna e ferisce, ma a cui è impossibile resistere.

 

Commento:

Cosa dire su questo breve romanzo di André Aciman? Che è ambientato in Italia, ma potrebbe essere ambientato ovunque nel mondo, tanto poco conta l'ambientazione in queste pagine; che è scritto in prima persona, o meglio, nella forma di una lettera che Mariana, l'io narrante, scrive più a se stessa che al suo amante, per riordinare idee e reazioni e cristallizzare, se non affrontare, quello che è accaduto con Itamar. Che dire ancora? Che richiama, nell'idea di fondo, nell'ispirazione e nel nome della protagonista, un libro che fece scalpore secoli fa; ha un'ottima quarta di copertina, che invoglia alla lettura, ma che il romanzo in sé non mi ha suscitato alcuna emozione se non un crescente disagio dato dalla sensazione di non comprendere, man mano che scorrevano le pagine, dove volesse condurci l'autore, quale fosse il suo messaggio, quale il fine di questa missiva tanto accorata e delirante quanto inutile, in primis per la scrivente. Mi dispiace, ma non mi sento di consigliarlo, giacché non solo ritengo di non averne capito la ratio, ma penso che ci sia poco da capire in fin dei conti… non ho trovato particolari degni di nota nel registro linguistico o nella narrazione, non mi ha colpito per la trama o l'originalità di qualche dettaglio… non lo consiglio perché non trovo motivi per farlo.

 

Opera recensita: "Mariana" di André Aciman

Editore: Guanda, 2021

Traduttore: Valeria Bastia

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Italia

Pagine: 128

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: no

Voto personale: 5.

 

lunedì 3 gennaio 2022

RECENSIONE: JULIE CAPLIN - AMORE, NEVE E CIOCCOLATO

Sinossi:

Se c'è una cosa di cui Mina è assolutamente sicura è che il cioccolato possa risolvere ogni problema. Così, quando si ritrova a fare i conti con una cocente delusione amorosa, non si perde d'animo: un viaggio sulle Alpi svizzere, ospite nello chalet della sua adorata madrina, è quello che ci vuole per curare un cuore spezzato. E così prepara le valigie, decisa a godersi la sana vita di montagna, aria frizzantina e panorami mozzafiato e, perché no, a farsi coccolare dal gusto irresistibile della cioccolata svizzera. Il suo lavoro di consulente alimentare le ha insegnato che le scoperte migliori sono quelle che avvengono in modo inaspettato, lasciandosi sorprendere dai sapori inattesi. Anche se ultimamente la sua vita professionale sembra essere incastrata su progetti monotoni e poco stimolanti, Mina sente che quel soggiorno le consentirà di ricaricare le batterie e ripartire al massimo. Tutte le sue certezze, però, sono destinate a vacillare quando, a bordo di un treno che si inerpica tra le cime innevate, si imbatte in un affascinante sconosciuto...

 

Commento:

A volte si ha proprio bisogno di leggerezza… sarà per questo che mi è piaciuto così tanto questo romanzo di Julie Caplin? O forse sarà perché si parla di cibo, di vacanze, di neve… di sentimenti che sbocciano, di donne intraprendenti ed esuberanti che affrontano una crisi e decidono di rimettersi in gioco? Sta di fatto che la storia di Mina, questa giovane tecnologa alimentare inglese con la passione per il cioccolato, a me è piaciuta molto. Ho trovato questo libro gradevole, una lettura leggera, senza pretese, ma ricca di spunti ed utile per impegnare un paio di pomeriggi di relax e dolce far niente invernale. Se vi venisse voglia di un romanzo rosa un po' prevedibile, ma comunque piacevole, questo ve lo consiglio.

 

Opera recensita: "Amore, neve e cioccolato" di Julie Caplin

Editore: Newton Compton, 2021

Traduttore: Alice Benassi

Genere: romanzo rosa

Ambientazione: Inghilterra, Svizzera

Pagine: 384

Prezzo: 9,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

          

venerdì 31 dicembre 2021

RECENSIONE: FEDERICO PACE - LA LIBERTà VIAGGIA IN TRENO

Sinossi:

Londra-Parigi, Venezia-Atene, Cagliari-Olbia, Porto-Lisbona, Bergen-Oslo, Nizza-Marsiglia... Attraverso il Brennero e sull'orlo dell'Oceano. Città, mondi e vite che si incontrano sul filo di una ferrovia. Federico Pace riunisce in ciascun capitolo viaggi in treno che si assomigliano, come possono assomigliarsi i fratelli e le sorelle di una stessa famiglia. Qualcosa li tiene insieme, qualcosa di essenziale, eppure sono diversissimi tra loro. Per le geometrie con cui procedono, per le persone che incontrano e quelle che ti fanno incontrare, per i luoghi in cui ti portano e per i pensieri che ti fanno venire in testa. Racconti per tirare il filo di tante storie e riscoprire il viaggio nella sua forma più sublime, antica e modernissima. Perché quando si parte in treno, si parte davvero.

 

Commento:

Il viaggio, una delle cose che più ci manca in questo periodo di pandemia, è l'argomento centrale di questo libro in cui Federico Pace ci porta in giro per l'Europa… in treno. È questa la particolarità dei viaggi che ci descrive così bene, che si svolgono a bordo dei treni che collegano luoghi, persone, storie, vite, mondi. A bordo di quei treni sono salite persone comuni e celebrità, per quelle stazioni hanno transitato soldati, medici, bambini, nonni e nipoti… quei binari hanno visto guerre, amori, feste, lutti… e così, basta salire su un treno per essere in comunicazione con gli altri restando sempre se stessi. Un percorso affascinante fra la storia, la geografia, la cultura, la vita di un continente nel corso dei secoli. Consigliato.

 

Opera recensita: "La libertà viaggia in treno" di Federico Pace

Editore: Laterza, 2016

Genere: letteratura di viaggio

Ambientazione: Europa

Pagine: 196

Prezzo: 15,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

RECENSIONE: PATRIZIA RINALDI - TRE, NUMERO IMPERFETTO (BLANCA OCCHIUZZI 02)

Sinossi:

Non è un fascicolo come gli altri quello che un giorno compare sulla scrivania del commissario Martusciello: il corpo senza vita del cantante napoletano Gennaro Mangiavento, in arte Jerry Vialdi, viene trovato allo stadio San Paolo di Napoli; il cadavere di una donna misteriosa al Bentegodi di Verona. I corpi composti in posizione fetale, l'assenza di segni di violenza, la sfida lanciata ai tutori della legge, metodo e follia nel celare in bella vista un segreto inconfessabile. La polizia brancola nel buio, ma non la sovrintendente Blanca Occhiuzzi: bellissima, senza vista dalla nascita, costretta dal buio che l'avvolge a percepire con gli altri sensi ciò che la circonda e i tremiti degli uomini. Sarà lei, questa volta, a prendere per mano Martusciello, e a guidarlo col suo intuito sensuale nel buio della mente dell'assassino. Una scrittura trasgressiva, allusiva, densa di misteri e doppi sensi, con una musicalità esotica, quasi esoterica.

 

Commento:

Attenzione, nella quarta di copertina c'è un errore significativo: Blanca non è "priva di vista dalla nascita", ma è ipovedente e lo è diventata a seguito di certe vicende. Detto questo, "Tre, numero imperfetto" è il secondo capitolo della saga di Blanca Occhiuzzi, quello in cui si cominciano ad approfondire i personaggi, i loro caratteri e le evoluzioni delle loro dinamiche interpersonali. Questa storia, francamente, mi è piaciuta meno rispetto alla precedente, l'ho trovata meno coinvolgente, ma anche questa è stata una buona lettura, propedeutica ai capitoli che verranno. Restano ferme le considerazioni che ho espresso nella recensione al primo volume, ossia l'importanza dell'ambientazione, la singolarità del linguaggio che è un po' la cifra distintiva dei gialli di questa serie, nonché la perfetta dimensione in cui è inserita Blanca rispetto al contesto. Da notare, in aggiunta, la grande musicalità che tutto, in questi gialli, contribuisce a creare: leggendo si ha quasi l'impressione di ascoltare un buon blues, ritmato, sincopato, vellutato ma incisivo e pregnante.

 

Opera recensita: "Tre, numero imperfetto" di Patrizia Rinaldi

Editore: E/O, 2012

Genere: giallo, seriale

Ambientazione: Napoli, Verona

Pagine: 192

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5.

      

RECENSIONE: PATRIZIA RINALDI - BLANCA

    Sinossi:

Il commissario Martusciello e l’ispettore Liguori sono alle prese con un caso spinoso: l’omicidio di un pregiudicato, due sparizioni, una donna ritrovata in un cratere e tutto sembra collegarsi. L’uno è un ostinato uomo del popolo, l’altro un piedipiatti che si da arie da aristocratico, ma è solo quando alla coppia si unisce Blanca, ipovedente specialista di intercettazioni che le indagini prendono il largo: bellissima, costretta dal buio che l’avvolge a percepire con gli altri sensi ciò che la circonda e i tremiti degli uomini. I tre scopriranno presto una trama criminale che dai vicoli della città vecchia arriva alle grandi piazze del centro, senza risparmiare nessuno, senza nessuna pietà.

 

Commento:

Pubblicato per la prima volta da Flaccovio Editore nel 2009 e ripubblicato da E/O nel 2013, Blanca è il primo volume della serie di gialli, scritta da Patrizia Rinaldi, con protagonista la soprintendente Blanca Occhiuzzi. Da questa serie di gialli è stata liberamente… molto, troppo liberamente tratta l'omonima serie tv andata in onda su Rai 1 tra fine novembre e metà dicembre. Uno e un solo merito ha, per quanto mi riguarda, la fiction: avermi fatto scoprire i gialli (al momento quattro con un quinto in uscita a breve) che, lo dico senza mezzi termini, sono di gran lunga migliori. Ma veniamo a questo primo romanzo: è il passe-par-tout che ci fa entrare nel mondo di Blanca, del commissario Martuscello – uomo di popolo, ironico, sagace e testardo – e dell'ispettore Liguori – che pur venendo da ambienti più altolocati ha scelto un mestiere che lo porta in strada, a mischiarsi con ben altra umanità. Ciascuno di loro, in combutta con gli altri personaggi – primo fra tutti Carità – contribuisce a creare un mondo pennellato con varie sfumature di colore ed ombra, con vaghi, occasionali, eterei lampi di luce, gentilezza, cuore. In questo mondo incerto ed infido si muove sicura Blanca Occhiuzzi, ipovedente e molto conscia di sé, delle proprie capacità, bisogni e possibilità (contrariamente alla Wonder woman tratteggiata nella fiction). La protagonista della storia è lei, certo, ma la sua comparsa sulla scena è magistralmente calata nel contesto: Blanca non è mai primadonna, mai presenza ingombrante o sproporzionata rispetto agli altri personaggi; Patrizia Rinaldi riesce a farla risultare naturale nel proprio posto di lavoro e nell'ottica di un'indagine e della soluzione di un caso. L'altra grande protagonista di questo giallo – e di questa serie – è Napoli, anzi Napoli e Pozzuoli trattate come unicum, l'una che si allunga e ingloba l'altra come in uno stato mentale più che un luogo geografico. L'ambientazione gioca qui un ruolo importantissimo perché è parte della mentalità dei personaggi, né determina pensieri, pulsioni, approcci e movimenti e non può davvero essere ignorata o, peggio, sostituita con una qualunque città di mare. Altra componente fondamentale che rende unici i gialli della Rinaldi è il linguaggio: uno stile particolarissimo, estremamente barocco, ricercato sì, ma al contempo passionale, centrato, preciso. Ecco, questo può essere un particolare ostico, all'inizio, nella lettura, ma ben presto la difficoltà iniziale si supera perché è impossibile non immergersi nel contesto e lasciarsi prendere dall'incedere della storia. Decisamente una bella scoperta è stata, per me, questa serie di gialli così singolari ed inconsueti, così bella che ho già letto il secondo volume e presto procederò con gli altri.

 

Opera recensita: "Blanca" di Patrizia Rinaldi

Editore: E/O, 2013 – prima ed. Flaccovio, 2009

Genere: giallo, seriale

Ambientazione: Napoli

Pagine: 208

Prezzo: 9,99 (ed. 2013)

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

 

giovedì 30 dicembre 2021

RECENSIONE: KAZUO ISHIGURO - NON LASCIARMI

    Sinossi:

Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d'amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un'utopia a rovescio che non vorremmo mai vedere rea-lizzata. È uno di quei rari libri che agiscono sul lettore come lenti d'ingrandimento: facendogli percepire in modo dolorosamente intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.

Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla piú tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un'autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall'intimità piú calda al distacco piú violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole «donatore» e «assistente»? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono cosí importanti?

 

Commento:

"Non lasciarmi" è una distopia di quelle serie, realistiche, fatte bene. È un libro che affronta molti temi evergreen e di stretta attualità quali l'amicizia, l'amore, la genitorialità, il sesso e persino la malattia. Questi, almeno, sono i temi che scorgiamo ad una lettura più o meno superficiale, ma ad un livello più profondo ce ne sono altri, quali ad esempio l'autodeterminazione, la conoscenza, la possibilità di decidere del proprio futuro e di conoscere le proprie radici. È la storia di tre amici, raccontata da Kathy, una di loro, che crescono insieme e si conoscono a fondo a partire dall'infanzia sino all'età adulta. Affrontano insieme tutte le fasi della vita e sono testimoni della crescita l'uno degli altri. Attraversano diversi periodi, com'è normale che sia, ma tra alti e bassi il loro legame rimane saldo fino all'età adulta, fino al momento delle "donazioni". Di cosa si tratta? È qualcosa che scoprirete – forse – leggendo, perché è uno degli elementi di mistero che regge la distopia. Quanto a me, avevo letto recensioni entusiastiche di questo libro e, spinta dall'ottimo (secondo me migliore di questo) Klara e il sole, avevo un bel po' di aspettative. Invece, purtroppo, Non lasciarmi non è riuscito a coinvolgermi: ho fatto fatica a proseguire nella lettura che è diventata più scorrevole e meno nebulosa solo verso la fine. Mi sento comunque di consigliare questo romanzo per i temi trattati e perché so che a qualcuno che apprezza le distopie più di me potrebbe piacere.

 

Opera recensita: "Non lasciarmi" di Kazuo Ishiguro

Editore: Einaudi, 2005

Traduttore: Paola Novarese

Genere: distopico

Ambientazione: Gran Bretagna

Pagine: 304

Prezzo: 13,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7.

      

giovedì 4 novembre 2021

RECENSIONE: ALEX MICHAELIDES - LE VERGINI

Sinossi:

Ci sono professori capaci di incantare e far scoprire universi interi. È il caso dell'eccentrico, coltissimo Edward Fosca, il cui corso di tragedia greca è seguito con passione quasi ossessiva. Tanto che alcune studentesse, conquistate e rapite da quelle storie antiche, hanno fondato una setta segreta: Le vergini. Ma le ombre dei miti classici arrivano a minacciare gli alti saloni e le guglie gotiche di Cambridge. E quando alcune ragazze vengono ritrovate uccise molti degli indizi conducono proprio al professor Fosca.

 

Commento:

Le vergini è un thriller psicologico interessante, scorrevole, intenso. Racconta la storia di una psicoterapeuta inglese di origine greca, Mariana, rimasta vedova da poco di un marito che amava e che non riesce a dimenticare. L'unico affetto che le rimane è Zoe, la nipote che ha cresciuto come una figlia. Zoe studia a Cambridge, nel college dove la stessa Mariana ha studiato e conosciuto Sebastian, l'uomo che poi ha sposato. Una sera la donna riceve una chiamata di Zoe che, sconvolta, le comunica che è stato ritrovato un cadavere che forse potrebbe essere della sua migliore amica. C'è qualcosa che Zoe non le sta dicendo, tuttavia, e Mariana è intenzionata a scoprire di che si tratta, perciò parte da Londra alla volta di Cambridge per starle accanto. Sin da subito i suoi sospetti cadono su Edward Fosca, un affascinante e carismatico docente di tragedia greca. Tutto sembra ricondurre a lui… e intanto altre ragazze muoiono. "Le vergini" è un thriller che mi è piaciuto: ho apprezzato la trama, le sottotrame, la scrittura elegante e calda, quasi accogliente, per quanto il contenuto sia sinistro; ho apprezzato meno la caratterizzazione dei personaggi che, tuttavia, si compensa con i tanti colpi di scena e le svolte inattese. Un libro che consiglio, vedrete come le pagine scorreranno via e non vedrete l'ora di saperne di più. Io, per il momento, non vedo l'ora di recuperare il primo romanzo di quest'autore, La paziente silenziosa, un bestseller che non ho ancora mai letto. Se è bello quanto questo… beh, avrò letto un buon thriller.

 

 

 

Opera recensita: "Le vergini" di Alex Michaelides

Editore: Einaudi, 2021

Traduttore: Seba Pezzani

Genere: thriller

Ambientazione: Inghilterra

Pagine: 384

Prezzo: 18,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

      

venerdì 22 ottobre 2021

RECENSIONE: NATASHA SOLOMONS - I GOLDBAUM

Sinossi:

Vienna, 1911. Sulla Heugasse, costruito con la pietra bianca più bella d’Austria, sorge il palazzo dei Goldbaum, una famiglia di influenti banchieri ebrei. In città si dice che siano così ricchi e potenti che, nelle giornate uggiose, noleggino il sole perché brilli per loro. Ben poco accade, dentro e fuori la capitale, su cui non abbiano voce in capitolo, e meno ancora senza che ne siano a conoscenza. Persino nei fastosi palazzi di Casa d’Asburgo.
Rinomati collezionisti di opere d’arte, mobili di squisita fattura, ville e castelli in cui esporli, gioielli, uova Fabergé, automobili, cavalli da corsa e debiti di primi ministri, i Goldbaum, com’è costume delle cosmopolite dinastie reali d’Europa, si sposano tra loro. Perché gli uomini Goldbaum continuino a essere ricchi e influenti banchieri è necessario, infatti, che le donne Goldbaum sposino uomini Goldbaum e producano piccoli Goldbaum.
Anche la giovane, ribelle Greta Goldbaum deve rassegnarsi alla tradizione di famiglia e dire addio alle sue scapestrate frequentazioni nella ribollente Vienna del primo decennio del Novecento, sposando Albert Goldbaum, un cugino del ramo inglese della famiglia.
Per una ragazza della sua estrazione sociale il matrimonio è una delle spiacevolezze della vita da affrontare prima o poi, e con questo spirito Greta lascia Vienna per la piovosa Inghilterra.
A Temple Court, dove si trasferisce, la ragazza si sente estranea persino a se stessa: la nuova famiglia la tratta con rispetto, la servitù con deferenza e Albert è cortese e sollecito. Ma la sua presenza riesce a essere opprimente come una coperta pesante in una nottata troppo calda, e tra i due giovani si instaura una gelida, sottile antipatia. Al punto che Lady Goldbaum, la madre di Albert, decide di donare alla ragazza un centinaio di acri come dono di nozze, un giardino dove sentirsi finalmente libera da ogni costrizione.
Alla silenziosa contesa di Temple Court si aggiunge, però, il fragore di ben altro conflitto: la prima guerra mondiale, il tragico evento che spazzerà via l’intero vecchio ordine su cui l’Europa si era retta per secoli. La corsa agli armamenti è tale che persino gli influenti Goldbaum, benché abituati a lavorare con discrezione dietro le quinte dei governi e delle dinastie reali, non possono alterarne il corso. Per la prima volta in duecento anni, la famiglia si troverà su fronti opposti e Greta dovrà scegliere: la famiglia che ha creato in Inghilterra o quella che è stata costretta a lasciare in Austria.
Attraverso pagine d’inconsueta bellezza Natasha Solomons dona al lettore una struggente storia d’amore e al contempo getta uno sguardo nuovo sulla complessità dell’identità ebraica all’inizio del XX secolo e sul ruolo delle banche nei finanziamenti alla causa bellica.

 

Commento:

Eh, ecco… e ora come faccio a commentare questo libro? Dopo che ho dichiarato in lungo e in largo che non mi piaceva, che mi deconcentravo leggendo, che mi perdevo… ora come faccio a dire che, alla fine, mi è piaciuto? Eppure devo dirlo, perché, in fin dei conti, a lettura ultimata mi sento di affermare che tutto sommato questo libro mi è piaciuto. Mi è piaciuto vagare per il giardino naturale di Greta, mi è piaciuto essere testimone dell'evoluzione dei personaggi, dei loro rapporti, delle loro storie; ho apprezzato la cura dei dettagli e l'aderenza con la storia che Natasha Solomons ha profuso in queste pagine… tuttavia il difetto più grande rimane ed è ciò che non mi fa consigliare senza riserve questa saga familiare: questo romanzo è davvero troppo, troppo, troppo lento, specie all'inizio, al punto che diventa noioso finché non si prende confidenza con i personaggi, cosa che accade, ma molto molto in là con la lettura. È vero, alla fine non volevo staccarmi da Albert e Greta, ma arrivare a quest'agognata fine è stata un'impresa non da poco! Se avrete la pazienza di tentarla, quest'impresa, leggerete un buon romanzo storico incentrato su una famiglia di potenti banchieri ebrei, ambientato fra il 1911 e il 1917 ed ispirato alla famiglia Rotschild. Non solo, leggerete anche una emozionante saga familiare che vi renderà edotti, tra le altre cose, sul funzionamento di alcune dinamiche economiche e storiche alla base degli imperi commerciali e finanziari mondiali di ieri e di oggi, nonché dei più grandi conflitti mondiali del Novecento. Un libro non facile, dunque, non tanto per il contenuto, ma per il ritmo o la mancanza di esso. Tuttavia, un libro da consigliare a chi ama prendersi il suo tempo con una lettura che tenga compagnia e permetta di perdersi in un'altra epoca ed in un mondo parallelo e lontano.

 

Opera recensita: "I Goldbaum" di Natasha Solomons

Editore: Neri Pozza, 2019

Traduttore: Laura Prandino

Genere: romanzo storico, saga familiare

Ambientazione: Europa, 1911-1917

Pagine: 480

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 7.

      

RECENSIONE: GEORGES SIMENON - LA MARIE DEL PORTO

Sinossi:

Un grappolo di case strette attorno a un piccolo porto di pescatori normanni, un molo sul quale si affaccia il Caffè della Marina, centro focale dell’intreccio, la modesta casa sulla scogliera dove abita Marie, la protagonista, e, sullo sfondo, la città di Cherbourg: sono i luoghi, quanto mai simenoniani, dove si svolge la vicenda di questo romanzo del 1938, a cui Simenon teneva particolarmente, come rivela la sua corrispondenza con Gide, al quale scrisse, a proposito della Marie: «È una buona cosa provare a se stessi che è possibile dare una personalità alle comparse incaricate di venire a dire: “La Signora è servita”». E aggiunse anche: «È il solo romanzo che sia riuscito a scrivere con un tono completamente oggettivo». La Marie del porto è una figura che non si dimentica nella vasta galleria delle donne di Simenon: una ragazzina poco appariscente, una vera «acqua cheta», che riesce a impaniare un uomo sbrigativo e spavaldo, avvezzo a vincere e comandare. Questo personaggio, Chatelard, scorge da lontano la smilza figuretta di Marie che segue compunta il feretro del padre, e se ne innamora. Per starle vicino, compra un peschereccio, che gli fornirà la scusa per tornare in paese e frequentare il Caffè della Marina dove la ragazza è stata assunta come cameriera. Chatelard crede di avere in pugno il proprio destino e quello della Marie, ma in realtà è quest’ultima a tessere con abilità consumata e ironica determinazione una sottile trama di eventi nella quale l’uomo si lascerà avvolgere.

 

Commento:

"La Marie del porto" è un bellissimo e suggestivo romanzo che Simenon – che l'adorava – scrisse nel 1938. Ambientato nel paesino di Port-en-Bessin, in Normandia, il romanzo narra un tratto della vita di Marie Le Flem, una ragazzina di diciassette anni, non ancora del tutto formata, smilza ed apparentemente insignificante, che durante il funerale del padre viene notata da Chatelard, un odioso arrivista che vive nella città vicina e che conosce intimamente Odile, la sorella della ragazza. Dal giorno in cui la nota per la prima volta, Chatelard non riuscirà mai più a dimenticare Marie – anzi la Marie – e comincia a tampinarla senza requie: trova un modo per venire spesso in paese, si reca assiduamente al caffè dove lei presta servizio, cerca in ogni modo di avvicinarla con i suoi modi spicci e sicuri da seduttore ricco e navigato. Ma la ragazza appare indifferente quando non scostante e più lei gli sfugge, più il desiderio di lei s'incaglia nella mente dell'uomo fino a portarlo allo spasmo. Ma chi è davvero la Marie? Cosa pensa quella giovane donna che non ha ancora visto il mondo, ma che sembra conoscerne profondamente le dinamiche più oscure? Simenon mette tanto di sé in queste pagine: mette la sua capacità di ricreare paesaggi e contesti con le parole giuste, la sua bravura nell'analizzare a fondo l'animo umano, la sua abilità nel raccontare, conducendoci là dove vuole pur mantenendosi lucido ed oggettivo. Una mirabile prova di talento narrativo, oltre che un ottimo romanzo da leggere.

 

Opera recensita: "La Marie del porto" di Georges Simenon

Editore: Adelphi, ed. originale 1938

Traduttore: Gabriella Luzzani

Genere: letteratura francese

Ambientazione: Francia

Pagine: 141

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

mercoledì 20 ottobre 2021

RECENSIONE: GABRIEL BERGMOSER - PREDE

    Sinossi:

Quattro sconosciuti, un'isolata stazione di servizio nel cuore dell'Australia, un unico terribile incubo a occhi aperti. Un romanzo che dà corpo ai mostri che vivono in mezzo a noi.

Non c'è un posto dove correre, né uno in cui nascondersi.

Frank è il proprietario di una stazione di servizio su un'autostrada poco frequentata nell'Australia rurale. Allie, sua nipote, viene mandata a stare con lui per l'estate per piegarne il comportamento ribelle, ma i due non parlano molto. Simon è un ragazzo sognatore e idealista, schiavo del fascino dell'esplorazione on the road e alla disperata ricerca di qualcosa. Maggie è la giovane donna che unirà i loro destini, qualcuno il cui viaggio personale porterà su tutti loro un terrore inimmaginabile.

 

Commento:

Si può nuocere ad altri, procurare dolore, uccidere per il semplice gusto di farlo, per mero divertissement? Sembra incredibile, eppure sì, è possibile e purtroppo, in certi contesti, accade. Il giovane e pluripremiato autore australiano Gabriel Bergmoser porta in un libro l'orrore che l'uomo può scatenare verso l'altro uomo in modo assolutamente immotivato, salvo che per l'unica ragione del suo divertimento turbato, negato, ostacolato. Quando un equilibrio consolidato, ma fragile, si spezza l'unica alternativa possibile è il caos, l'apocalisse, l'inferno. E in quella stazione di benzina nel nulla di un'Australia selvaggia, quello che accadrà è proprio questo: l'inferno in terra. Non lo immaginava Frank, il vecchio e burbero proprietario, quando quella mattina ha preparato la colazione per la nipote e l'ha lasciata sola in casa per andare ad aprire la stazione; non lo sospettava minimamente Allie, la nipote di Frank, quando l'ha raggiunto in tarda mattinata per pura noia e fame; non se l'aspettava di certo la giovane coppia fermatasi a fare rifornimento e mangiare qualcosa… non lo sapevano neppure Simon e Magge, quando le loro strade si sono incrociate dentro un pub. Eppure è accaduto e bisogna farci i conti. "Prede" è un romanzo duro, durissimo, grottesco, splatter, per stomaci forti. Per leggerlo c'è bisogno di lasciar andare la ragione e stare a vedere quel che succede alla prossima pagina, senza aspettarsi nulla, ma essendo pronti a tutto, perché quando la ragione lascia il campo alla follia, allora sì che può succedere davvero di tutto. Non piacerà a tutti, questo libro, alcuni lo troveranno esagerato, altri ripugnante, altri – come me – inverosimile, ma affascinante. Perché davanti all'orrore possiamo provare le sensazioni più diverse, ma difficilmente riusciremo a distogliere lo sguardo, perché l'orrore è parte delle nostre paure più profonde, è parte di noi.

 

Opera recensita: "Prede" di Gabriel Bergmoser

Editore: Sperling & Kupfer, 2021

Traduttore: Chiara Brovelli

Genere: horror, thriller

Ambientazione: Australia

Pagine: 288

Prezzo: 17,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5.

  

domenica 17 ottobre 2021

RECENSIONE: ERRI DE LUCA - IN NOME DELLA MADRE

Sinossi:

L'adolescenza di Miriam/Maria smette da un'ora all'altra. Un annuncio le mette il figlio in grembo. Qui c'è la storia di una ragazza, operaia della divinità, narrata da lei stessa. L'amore smisurato di Giuseppe per la sposa promessa e consegnata a tutt'altro. Miriam/Maria, ebrea di Galilea, travolge ogni costume e legge. Esaurirà il suo compito partorendo da sola in una stalla. Ha taciuto. Qui narra la gravidanza avventurosa, la fede del suo uomo, il viaggio e la perfetta schiusa del suo grembo. La storia resta misteriosa e sacra, ma con le corde vocali di una madre incudine, fabbrica di scintille. L'enorme mistero della maternità. Una lettura della storia di Maria che restituisce alla madre di Gesù la meravigliosa semplicità di una femminilità coraggiosa, la grazia umana di un destino che la comprende e la supera. De Luca al vertice della sua sapienza narrativa.

 

Commento:

Un giorno di marzo, in un paesino della Galilea, il vento di maestrale porta la voce e la figura di un uomo dinanzi a una giovane donna, vergine, promessa ad un uomo che ama e che sposerà a settembre. Si tratta di un messaggero, lei non lo sa ancora ma è un angelo che, col vento, ha portato un seme che germoglia già nel suo ventre senza opera d'uomo. La vergine si chiama Miriam, è bella, si sente piena, calma e leggera e con dignità confessa l'accaduto al suo fidanzato: il misterioso visitatore le ha detto "Tu sei benedetta fra tutte le donne". Josef, il suo futuro sposo, potrebbe rompere la promessa, ma non vuole farlo: le crede e, per salvarla, progetta menzogne. Un angelo, in sogno, gli indicherà la strada e, mettendosi contro la legge e fronteggiando la gogna della sua comunità, sposerà Maria come stabilito, benché lei sia incinta di un figlio non suo. Un colpo di vento in un giorno di marzo cambierà le loro vite e quelle dell'intera umanità. La storia di Maria, giovane vergine di Nazaret che diede i natali a Gesù Cristo è qui raccontata con grande semplicità. Erri De Luca rivisita la vicenda, dall'Annunciazione alla notte fatidica nella grotta di Betlemme, partendo dalle fonti evangeliche e narrando una storia nota con parole nuove, piene di bellezza, voluttà, sentimento, a riprova che, se ben dosate, sacralità e sensualità possono convivere, parti vive della stessa storia, della stessa donna, dello stesso embrione di famiglia. "In nome della madre" è un romanzo breve, brevissimo, dalla lettura agevole, che fa venir voglia di rileggere l'intera Bibbia, se fosse raccontata allo stesso modo. Una narrazione che restituisce al lettore un'immagine fresca e al contempo sacra di Maria che rivive in queste pagine in tutto il suo fulgore.

 

 

Opera recensita: "In nome della Madre" di Erri De Luca

Editore: Feltrinelli, 2006

Genere: religione, romanzo breve, narrativa italiana

Ambientazione: Israele

Pagine: 79

Prezzo: 7,50 €

    Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

      

giovedì 14 ottobre 2021

RECENSIONE: GIULIANO SANGIORGI - LO SPACCIATORE DI CARNE

    Sinossi:

Edoardo, universitario pugliese a Bologna, racconta la storia della propria pazzia amorosa. Novello Orlando metropolitano, solo più innamorato e molto più furioso, Edoardo rievoca, in un continuo gioco di specchi con il proprio passato, il trauma del primo animale ucciso dal padre macellaio, l'orrore del sangue che cola dalle carcasse appese, l'avventura del viaggio in treno verso l'università e l'incontro con Stella, una ragazza appassionata di morsi e golosa di sangue, di cui si innamora all'istante. Ogni settimana il padre manda i tagli di carne più pregiati al figlio che studia lontano e lui li usa per far colpo sugli amici. Quando però Stella lo tradisce, per Edoardo la carne diventa ossessione. Inizia a spacciarla, tagliandola in banconote, che utilizza come denaro contante. In un mondo perennemente allucinato, popolato da belve fameliche, dove tutto sembra possibile. Persino la redenzione. La vita degli studenti e la provincia pugliese si caricano di accenti mitici e ancestrali. Sangue, sacro e droga, si confondono in un unico grido d'amore e follia.

 

Commento:

Edoardo ha cinque anni quando vede per la prima volta il sangue sgorgare dalle mani sapienti del padre macellaio. Ne resta traumatizzato al punto che da quel momento comincia a non poter più vedere suo padre, la macelleria, la madre dal sorriso finto, bloccato sul volto in una smorfia statica e vuota. Arriva il momento di partire per l'università ed Edo vede in Bologna la sua occasione di fuggire dall'ambiente familiare. Sul treno incontra Stella e nulla per lui sarà più come prima, nel bene e nel male. Sono alquanto perplessa sul giudizio da dare a questo libro… alcune cose le ho apprezzate (poche, per la verità), ma in realtà l'ho trovato per lo più noioso, stancante e faticoso da leggere, soprattutto nella prima metà. La trama raccontata da Sangiorgi, qui in veste di romanziere – lo preferisco quando scrive canzoni o post su Facebook – è interessante e a suo modo originale, ma la scrittura risulta forzata, ricercata ma stancante… è forse questo che più mi ha affaticato nella lettura, non la trama, non i personaggi – per quanto inverosimili, ma proprio lo stile di scrittura. Non so, francamente, se consigliarvelo oppure no… direi che potreste provarci solo se amate il rischio, le storie strampalate con qualcosa di profondamente vero che le ancora a noi, se vi incuriosisce questa versione inedita del frontman dei Negramaro (poi cimentatosi in un altro romanzo del 2021)… se cercate una lettura lineare, scorrevole, comprensibile con facilità, beh, questa non lo è.

 

Opera recensita: "Lo spacciatore di carne" di Giuliano Sangiorgi

Editore: Einaudi, 2012

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Salento-Bologna

Pagine: 169

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 6.

  

mercoledì 13 ottobre 2021

RECENSIONE: CAROLA CARULLI - TUTTO IL BENE, TUTTO IL MALE

Sinossi:

Bisogna avere coraggio anche per essere felici, e Sveva nella casa dei suoi genitori non lo è mai stata. Sarah, sua madre, ha puntato tutto sulla bellezza e sulla conquista di un ruolo in società, per osservare il mondo da una posizione comoda. Ma a Sveva non importa dei bei vestiti o delle scuole esclusive, né di cercare un uomo perbene e un matrimonio sicuro. Per questo, ogni volta che può scappa da sua zia Alma, la mamma che avrebbe voluto, la stramba con gli occhi di colori diversi, l’irregolare di famiglia, la ribelle a cui non va mai bene niente. In lei ha trovato un’amica e una complice, qualcuno da cui imparare il senso dell’amore, l’indipendenza e – perché no? – anche gli sbagli. Se la disobbedienza è un tratto ereditario, Sveva è certa di averla ricevuta da lei e dalla bisnonna, che aveva poteri da sensitiva e che da molto lontano continua a vegliare su di loro.  Quando Alma rimane incinta di Tommaso, creatura solitaria che appartiene unicamente al mare, il fragile e complicato equilibrio familiare rischia di rompersi. Per tutti loro arriva il momento di rimettere ordine dentro se stessi o, forse, di accettare che la vita è destinata a restare eternamente inesatta e che le persone più importanti sono quelle che ti piovono addosso senza preavviso.  Con delicatezza e una scrittura ricca di sfumature, Carola Carulli getta uno sguardo originale sulla maternità, sull’ambivalenza dei legami di sangue e

sulla straordinaria capacità delle donne di ferirsi e di curarsi l’un l’altra.

«Resistiamo alle mancanze. Ci adattiamo, per sopravvivere. Siamo pieni di buchi, vasi rotti che fanno finta di non essere caduti. Come parassiti proviamo

a ingoiare le nostre mancanze, sperando di farle restare nel punto più profondo di noi stessi, dove non si vedono, dove nessuno può sbirciare, dove il

buio è buio davvero. Siamo una costellazione di assenze fin da quando siamo nati, strappati dalle pance delle nostre madri, dalle nostre piscine calde».

 

Commento:

“Siamo figli di chiunque sia in grado di prendersi cura di noi, al di là del grembo materno che ci custodisce prima di consegnarci al mondo". Sono le parole che una delle mie voci preferite degli ultimi anni, Levante, ha dedicato a questo libro, l'opera prima della giornalista Carola Carulli. E proprio di figli, di madri, di famiglia parla questo libro e lo fa a tutto tondo. Il titolo, "Tutto il bene, tutto il male" è – lo si capisce solo alla fine – la sintesi perfetta di ciò che questo romanzo vuole trasmetterci. Il tema chiave è la famiglia nelle sue varie forme, da quella perfetta, luccicante, fredda e respingente, a quella scombinata, disfunzionale, calda ed accogliente come un ventre materno. Le conosciamo tutti queste famiglie, le conosciamo bene, che ne facciamo parte o che le guardiamo dall'esterno. Le conosciamo perché tutti abbiamo avuto una famiglia che ha condizionato la nostra vita e dalle cui radici più o meno solide ha preso le mosse la persona che siamo diventati, nel bene e nel male, in tutto il bene e tutto il male. Perché dalla nostra famiglia, da un padre e una madre, da nonni, zii, fratelli o sorelle, tutti abbiamo imparato ciò che saremmo voluti essere o non essere. Sveva, per esempio, ha capito presto che non sarebbe mai stata come sua madre, bellissima e inappuntabile, ma sola, rigida, persa dietro alla forma, all'etichetta di icona di bellezza, donna perfetta come sua madre, moglie perfetta di un marito assente, troppo impegnato a fare altro. Lei, Sveva, si è sempre sentita molto più vicina a sua zia Alma, quella stramba, quella solitaria e un po' pazza come Jenny, quella libera come il vento e sempre in movimento come il mare davanti a casa sua. E proprio attraverso il racconto e i ricordi di Sveva abbiamo il privilegio di conoscerla anche noi, Alma, anche se purtroppo solo sulla carta… e la vorremmo anche noi un po' della sua forza, della sua saggezza fatta di esperienze di vita, di quella sua libertà conquistata abbattendo convenzioni, dicendo di no, provando ad essere sempre ciò che voleva essere. Sveva, Alma, Tommaso, Dafne, Leila, Emanuele… hanno tutti la bellezza e il calore di chi ci prova a vivere davvero e, a forza di provarci, di prendere botte, di perdersi e ritrovarsi altrove,  ci riesce davvero. I personaggi tratteggiati da Carola Carulli sono belli perché non convenzionali, belli perché veri, belli perché riescono con fatica ad essere un po' come tutti abbiamo sognato di essere, perché hanno quel coraggio che a tanti di noi troppe volte manca. Perché dalla propria famiglia ci si può sentire amati, ma talvolta si deve anche trovare la forza di scappare e percorrere una strada in salita, tortuosa, che è solo la nostra e di chi vorrà fare un tratto con noi. Un libro da leggere, intenso, a tratti duro, ma di certo vero.

 

 

Opera recensita: "Tutto il bene, tutto il male" di Carola Carulli

Editore: Salani, 2021

Genere: narrativa italiana, opera prima

Ambientazione: Roma 

        Pagine: 224

Prezzo: 15,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

lunedì 11 ottobre 2021

RECENSIONE: ELIF SHAFAK - L'ISOLA DEGLI ALBERI SCOMPARSI

        Sinossi:

Nata e cresciuta a Londra, Ada Kazantzakis, sedici anni, non sa niente del passato dei suoi genitori. Non sa che suo padre Kostas, greco e cristiano, e sua madre Defne, turca e musulmana, negli anni Settanta erano due adolescenti in quell'isola favolosa di acque turchine e profumo di gardenie chiamata Cipro. Non sa che i due si vedevano di nascosto in una taverna di Nicosia, dalle cui travi annerite pendevano ghirlande d'aglio e peperoncini. Non sa che al centro di quella taverna, testimone dei loro incontri amorosi, svettava un albero di fico. E non sa che l'albero, con le fronde che uscivano da un buco sul tetto, era lì anche quando l'eterno conflitto dell'isola, spaccata in due lungo la «linea verde», si era fatto più sanguinoso e i due ragazzini non erano più venuti. Ora quello stesso albero, nato da una talea trafugata anni prima a Londra, cresce nel giardino dietro la casa di Ada: unico, misterioso legame con una terra dilaniata e sconosciuta, con quelle radici inesplorate che, cercando di districare un tempo lunghissimo fatto di segreti, violente separazioni e ombrosità, lei ha bisogno di trovare e toccare, per poter crescere. Pulsano, in questo libro spalancato sulla distruzione e gli esili provocati dalla guerra, colori luminosi e profumi d'erbe e olive nere; il battere delle ali di uccelli di ogni piumaggio; il canto ininterrotto delle fronde di un albero, il respiro sano di un amore e quello fiero della vita.

 

Commento:

E' l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale in un liceo di Londra. I ragazzi sono tutti in fermento per i viaggi che faranno, le rimpatriate, i regali, le esperienze esaltanti. Tutti tranne Ada. Lei non ha programmi particolari per le prossime vacanze, si limita a guardare, dalla finestra della classe, il cielo che promette bufera pensando che le sue vacanze trascorreranno a casa col padre, Kostas, quel padre con cui non parla quasi più da quando è morta la mamma, Defne. E non si sa perché, ma in quel momento così uguale a tanti altri, qualcosa, in lei, si rompe e nulla sarà più come prima, tanto più che un'altra novità inattesa e poco gradita la attende a casa: sta per arrivare, da Cipro, la zia Meryem, la sorella della madre che Ada finora non ha mai visto. Ada non sa ancora che insieme a una caterva di leccornie e vestiti dai colori sgargianti, Meryem porterà con sé tutto ciò che lei non ha mai saputo, tutto quel passato di cui, per sedici anni, Ada non ha saputo quasi nulla. Un passato fatto di Storia e storie, di rivalità antiche rinfocolate ad arte per creare scompiglio, distruzione, guerra, morte. Un passato che ha molto a che fare con i suoi genitori, uno greco e l'altra turca, uno cristiano e l'altra musulmana, adolescenti innamorati in un tempo in cui amare qualcuno dell'etnia avversa poteva costare la vita. A raccontare questa storia con voce calda ed accorata saranno alcuni dei protagonisti, quelli sopravvissuti… Kostas con le sue metafore fatte d'amore per piante ed animali, Meryem con la sua saggezza popolare intrisa di tradizioni, credenze, superstizioni e proverbi, e la pianta di fico, proprio quella che fu testimone di tanta barbarie e di tanto amore.

Con uno stile sicuro e consolidato e una prosa ricca, evocativa ed ammaliante, Elif Shafak torna ad occuparsi di temi a lei cari quali le minoranze, l'immigrazione, il confronto e il conflitto tra culture affini. Stavolta lo fa soffermandosi sull'eterna rivalità tra greci e turchi che da sempre trova espressione nella bellissima e rigogliosa isola di Cipro, contesa e dilaniata da guerre fratricide in nome del potere e del predominio. Una storia intensa in cui trovano posto molti temi, anche di stretta attualità, come ad esempio la difficoltà degli adolescenti di farsi sentire ed i pericoli del cyber bullismo. Un libro scorrevole che è un piacere leggere.

 

Opera recensita: "L'isola degli alberi scomparsi" di Elif Shafak

Editore: Rizzoli, 2021

Traduttore: A. Jewurz Daniele, Isabella Zani

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Cipro, Londra

Pagine: 368

Prezzo: 19,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

 

  

martedì 5 ottobre 2021

RECENSIONE: VIOLA ARDONE - OLIVA DENARO

Sinossi:

La colpa e il desiderio di essere liberi in un romanzo di struggente bellezza.
Dopo lo straordinario successo de Il treno dei bambini, Viola Ardone torna con un'intensa storia di formazione. Quella di una ragazza che vuole essere libera in un'epoca in cui nascere donna è una condanna. Un personaggio femminile incantevole, che è impossibile non amare. Un rapporto fra padre e figlia osservato con una delicatezza e una profondità che commuovono.

«Io non lo so se sono favorevole al matrimonio. Per questo in strada vado sempre di corsa: il respiro dei maschi è come il soffio di un mantice che ha mani e può arrivare a toccare le carni».

È il 1960, Oliva Denaro ha quindici anni, abita in un paesino della Sicilia e fin da piccola sa – glielo ripete ossessivamente la madre – che «la femmina è una brocca, chi la rompe se la piglia». Le piace studiare e imparare parole difficili, correre «a scattafiato», copiare di nascosto su un quaderno i volti delle stelle del cinema (anche se i film non può andare a vederli, perché «fanno venire i grilli per la testa»), cercare le lumache con il padre, tirare pietre con la fionda a chi schernisce il suo amico Saro. Non le piace invece l’idea di avere «il marchese», perché da quel momento in poi queste cose non potrà più farle, e dovrà difendersi dai maschi per arrivare intatta al matrimonio. Quando il tacito sistema di oppressione femminile in cui vive la costringe ad accettare un abuso, Oliva si ribella e oppone il proprio diritto di scelta, pagando il prezzo di quel no. Viola Ardone sa trasformare magnificamente la Storia in storia raccontando le contraddizioni dell’amore, tra padri e figlie, tra madri e figlie, e l’ambiguità del desiderio, che lusinga e spaventa, soprattutto se è imposto con la forza. La sua scrittura scandaglia la violenza dei ruoli sociali, che riguarda tutti, uomini compresi. Se Oliva Denaro è un personaggio indimenticabile, quel suo padre silenzioso, che la lascia decidere, con tutto lo smarrimento che dover decidere implica per lei, è una delle figure maschili più toccanti della recente narrativa italiana.

 

Commento:

Avevo adorato Il treno dei bambini, il romanzo precedente della bravissima Viola Ardone, quindi, appena letto dell'uscita di un suo nuovo libro, mi è sembrato naturale bypassare le letture in attesa e precipitarmi a leggerlo… è stato come tornare a casa. Viola Ardone ha un modo sublime, tutto suo, di dar voce ai personaggi: ha una sensibilità tale che riesce a parlare con la loro voce, a condurci con mano sicura nel loro mondo, a farci vivere le loro storie, perché per quanto brutte, strazianti, ingiuste, abbiamo il dovere di conoscerle. Oliva Denaro ce la immaginiamo bene mentre corre a scattafiato per le vie del suo paesino nella Sicilia degli anni '60, con sulle spalle gli occhi di Amalia, sua madre, che la raggiungono dappertutto, con le sue regole inderogabili e scolpite nella pietra, le raccomandazioni che sanno di ammonimento e i proverbi che sembrano sentenze. Oliva ama suo padre e il suo silenzio, ma riesce a vedere se stessa solo con gli occhi di sua madre: sa di essere diversa da lei e dalle altre comari del paese, sa di avere molto di più in comune con Liliana, la sua compagna figlia di Calò il comunista, ma sa anche che in lei ci sono tutte le donne che ha incontrato e che incontrerà, le "maleforbici", le baronesse, le lottatrici e le perdute. Quando il suo essere schietta e il suo desiderare acerbo vengono colpevolmente presi per incoraggiamento a quel giovane abbiente e borioso che s'è incapricciato di lei, Oliva non sa che fare, come comportarsi… sa solo che non lo vuole. Ma a chi interessa la sua opinione? Non certo a lui, non a sua madre, non al paese… solo a suo padre interessa, a quell'uomo mite, paziente e silenzioso che ad un no sostituisce un "non lo preferisco". E sarà grazie a lui che Oliva imparerà quanto costa scegliere, quanta forza ci vuole per dire no, quanto coraggio serve per la libertà. Questo è un libro di una bellezza struggente: una storia viva, una scrittura essenziale e intima, una narrazione appassionata fanno di Oliva Denaro un romanzo memorabile, capace di descrivere la condizione femminile di ieri e di oggi in modo magistrale. E la Ardone si conferma una narratrice straordinaria, con una penna limpida e ricercata, ma insieme accorata e materna nei confronti dei suoi personaggi, delle storie che racconta con tanta cura e di noi lettori. Da leggere, sia che siate donne o uomini, ragazzi o adulti… perché troppo c'è ancora da fare, perché troppo poco è cambiato nella mente degli uomini e delle donne rispetto agli anni in cui è ambientato il romanzo… perché troppi no vengono ancora scambiati per sì.

 

Opera recensita: "Oliva Denaro" di Viola Ardone

Editore: Einaudi, 2021

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Sicilia, anni '60

Pagine: 312

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9,5    .

      

lunedì 4 ottobre 2021

RECENSIONE: PAULA HAWKINS - UN FUOCO CHE BRUCIA LENTO

 

    Sinossi:

Laura ha trascorso la maggior parte della vita sotto il peso dei giudizi altrui. È considerata irascibile, turbata, un'outsider. Miriam sa che, solo perché Laura è stata vista lasciare la scena di un crimine orribile con i vestiti sporchi di sangue, ciò non fa di lei necessariamente un'assassina. L'amara esperienza le ha insegnato quanto sia facile essere colti al posto sbagliato nel momento sbagliato. Carla è ancora scossa dal brutale omicidio del nipote. Non si fida di nessuno: sa che anche le persone buone sono capaci di azioni terribili. Ma fin dove è disposta a spingersi per trovare pace? Innocente o colpevole, ognuno di noi è segnato nel profondo. Ma alcuni di noi sono segnati al punto di uccidere. Perché quando accendi una miccia, non puoi più fermare l'incendio.

 

Commento:

Paula Hawkins è tornata, e con lei torna anche la masnada dei suoi personaggi borderline, disturbati, al limite del credibile. Ce ne sono parecchi, in questo suo ultimo thriller, Un fuoco che brucia lento… tanti che, davvero, la metà basta. Eppure, nonostante i personaggi discutibili, la trama stiracchiata, lo stile oltremodo confusionario, non posso dare di questo libro un giudizio negativo, anzi, sebbene sia ben lontano dall'essere definibile "capolavoro", mi ritrovo a consigliarlo. Perché? Perché il cerchio si chiude, alla fine la quadra si trova, il finale ha un senso, si respira una certa, claustrofobica tensione… ma soprattutto perché, leggendo, si ha voglia di andare avanti. Ho pensato più volte, come sempre mi capita con quest'autrice, di mollare lì la Hawkins con tutte le sue elucubrazioni e dinamiche poco plausibili, eppure anche stavolta ho proseguito, non me la sono sentita di chiudere il libro, perché per un motivo o per l'altro, per curiosità morbosa, autolesionismo, gusto per l'orrido – fate voi – ho voluto sapere come finiva la storia, chi avesse ucciso, alla fine della fiera, Daniel Sutherland. E sono stata premiata, il libro si è rivelato non essere così male, si è salvato, è riuscito a riemergere dal canale putrido in cui stava per annegare. Perciò provate anche voi e, se all'inizio non vi appassionerà, crederete di non capirci niente tra i mille flash-back e cambi di punto di vista, avrete difficoltà ad orientarvi tra tutti i personaggi, tranquilli… ci sono passata anch'io e ne sono uscita, comunque, soddisfatta.

 

Opera recensita: "Un fuoco che brucia lento" di Paula Hawkins

Editore: Piemme, 2021

Traduttore: Barbara Porteri

Genere: thriller

Ambientazione: Londra

Pagine: 320

Prezzo: 19,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7.

 

sabato 2 ottobre 2021

RECENSIONE: ANTONIO MANZINI - GLI ULTIMI GIORNI DI QUIETE

        Sinossi:

Antonio Manzini lascia da parte per un momento Rocco Schiavone e con lui l'indagine classica, le scene del delitto, le prove da raccogliere, le dinamiche a volte comiche a volte violente delle guardie e dei ladri. Ma tiene per sé l'intensità drammatica, i dilemmi morali, le ferite sentimentali che caratterizzano le storie del vicequestore romano, e pare ulteriormente amplificarle.

In questo romanzo Antonio Manzini mette al centro di una vicenda amara e appassionante una donna, Nora, che sta tornando a casa con un treno interregionale. Seduto su una poltrona, non distante da lei, c'è l'assassino di suo figlio. L'uomo dovrebbe essere in prigione a scontare il delitto, invece è lì, stravaccato sul sedile. Dal giorno della morte di Corrado, Nora non si è mai data pace. Ora deve portare l'orribile notizia a Pasquale, il marito, col quale a malapena si parla da cinque anni. La vita di entrambi è finita da quando il figlio è stato assassinato da un balordo durante una rapina. Comincia così un calvario doloroso e violento, un abisso nel quale Nora precipita bevendo fino all'ultima goccia tutto il veleno che la vita le ha servito. Non può perdonare e accettare il figlio sotto una lapide e l'omicida in giro a ricostruirsi un'esistenza. Di chi è la colpa? Dove inizia la pietas e dove finisce la giustizia? E chi ha davvero il diritto di rifarsi una vita, quelli come Nora e Pasquale, che non riescono a smettere di soffrire, o chi ha sbagliato, ha ucciso un innocente e poi ha pagato la sua pena con la società? Forse non esiste un prezzo equo, un castigo sufficiente, per aver cancellato un'esistenza dal mondo. Dieci o venti anni di galera, sicuramente il prezzo per Nora e suo marito non è calcolabile; la giustizia fa il suo corso, vittime e carnefici si adeguano, ma non sempre. Almeno Nora tutto questo non l'accetta. Per lei quel giorno di viaggio in treno sarà «il primo giorno di quiete».

 

Commento:

Nora è in treno, di ritorno a Pescara dopo qualche giorno ad Ancona da sua cugina, quando a qualche sedile di distanza dal suo riconosce Paolo Dainese, l'uomo che sei anni prima ha ucciso suo figlio Corrado. Dainese dovrebbe essere in carcere, invece ha scontato la pena ed è uscito dopo cinque anni e due mesi… e, vedendolo lì, libero e vivo mentre suo figlio è morto nel fiore degli anni, a Nora sembra di essere morta anche lei per la seconda volta. Dainese scende a Roseto e Nora lo segue, vuole capire dove abiti, ma lo perde di vista. Tornata a casa, sconvolta, racconta l'accaduto al marito Pasquale… da questo momento le loro strade cominciano a dividersi e ognuno di loro prende una decisione… se l'uomo, in un impeto di coraggio mai avuto prima, pensa a qualcosa di tragico ma definitivo, Nora ha in mente una strategia migliore, più sottile. Lo incontrerà, Paolo Dainese, lo vedrà al nuovo posto di lavoro, lo vedrà mentre è con la compagna… prenderà atto del suo tentativo di rifarsi una vita ed agirà di conseguenza: i suoi occhi vuoti dimostrano che lei non ha più niente da perdere; Dainese è libero, ma deve ricordarsi sempre di essere un assassino.

Gli ultimi giorni di quiete è un libro intenso, triste, duro come duro da sopportare è il dolore di sopravvivere al proprio figlio. È un libro che si interroga su temi tanto forti quanto controversi come la giustizia, la morte, il dolore, la pena, la rieducazione… può una madre permettere che chi le ha ammazzato il figlio vaghi libero per il mondo? E può, chi ha pagato per i suoi errori e tenta di rifarsi una vita, consentire che il passato torni a perseguitarlo rubandogli il sonno e anche quell'unica possibilità che gli è rimasta? Chi sa rispondere a queste domande si faccia avanti… intanto Manzini se le pone e ce le pone efficacemente, queste domande scomode… a noi il compito di leggere e riflettere.

 

Opera recensita: "Gli ultimi giorni di quiete" di Antonio Manzini

Editore: Sellerio, 2020

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Abruzzo

Pagine: 240

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

RECENSIONE: PAOLA BARBATO - SCRIPTA MANENT

    Sinossi:

Gli esseri umani non possono nulla contro la fantasia.

Corrado De Angelis e Roberto Palmieri sono acerrimi rivali di penna. De Angelis, un passato da neurochirurgo, è uno scrittore da premio letterario: i suoi romanzi polizieschi gli hanno procurato fama e fortuna. I libri di Roberto Palmieri, beniamino del pubblico ben prima che autore, vivono di luce riflessa. E vendono di conseguenza. Invitati a partecipare alla trasmissione televisiva Il Duello, i due scrittori si sfidano in diretta, firmando un contratto che li impegna a pubblicare il prossimo romanzo lo stesso giorno, così da misurare in tempo reale il successo dell'uno e dell'altro. Ma dopo il programma, dove nulla va come previsto, Corrado De Angelis scompare. Il mistero si infittisce quando una serie di rapimenti sembra ricalcare alla lettera i crimini narrati proprio nei thriller di De Angelis...

 

Commento:

Scripta manent è il prequel dde L'ultimo ospite, il bel thriller di Paola Barbato di cui vi ho parlato qualche mese fa. In quell'occasione un giovane, avvenente, razionale e fiscalissimo notaio – Flavio Aragona – e la sua assistente Letizia Migliavacca erano impegnati nell'inventario di una villa che prenderà una piega imprevista. In questo thriller, invece, scopriamo come i due si sono conosciuti. Flavio è stato invitato ad una trasmissione tv in cui due scrittori di chiara fama, ma molto diversi per temperamento e capacità devono firmare un atto che li impegna a far uscire i loro prossimi libri lo stesso giorno per sfidarsi ad armi pari e a colpi di sole vendite. Uno dei due, però, arriva in trasmissione in evidente stato di agitazione e durante la diretta aggredisce e minaccia l'altro. Nell'imbarazzo generale la puntata viene portata a termine, ma poco dopo lo scrittore minacciato scompare nel nulla. Paradosso, disgraziata coincidenza o piano architettato dallo sfidante? Da qui in avanti la trama si snoda tra colpi di scena, menti più o meno disturbate e soprattutto libri… al centro ci sono, oltre ai due scrittori, tre persone: l'ispettore Massimo Dionisi che suo malgrado si ritrova quest'indagine tra capo e collo, il notaio Aragona e l'assistente dello scrittore scomparso, Letizia Migliavacca. Tutti avranno un ruolo in questa storia, ma i protagonisti indiscussi qui sono altri: i libri e la nostra società. I libri, perché sono l'inizio e la fine di tutto, sono ciò che ha indirettamente causato il corto circuito, sia il mezzo per giungere alla soluzione del caso; la nostra società perché tanti, tantissimi sono i temi toccati in maniera più che credibile da Paola Barbato in quattrocento pagine, segno che il vivere quotidiano non funziona a compartimenti stagni, perché la mente umana non ha limiti di argomento. Così in un thriller si parla di violenza sulle donne, di stalking, di hacking, di odio condensato e diffuso a mezzo social… ma anche del circo mediatico che trasforma ogni accadimento ed ogni confronto in un duello fazioso. Il tutto condito da una buona dose di fantasia che, va detto, quando rompe gli argini può assumere anche derive non proprio positive. Un thriller da leggere, per provare a far luce ancora una volta in quell'antro popolato di ombre mostruose che è la mente umana.

 

Opera recensita: "Scripta manent" di Paola Barbato

Editore: Piemme, 2021

Genere: thriller

Ambientazione: Lombardia

Pagine: 409

Prezzo: 10,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

  

martedì 28 settembre 2021

RECENSIONE: ESHKOL NEVO - TRE PIANI

    Sinossi:

In Israele, nei pressi di Tel Aviv, si erge una tranquilla palazzina borghese di tre piani. Il parcheggio è ordinatissimo, le piante perfettamente potate all’ingresso e il citofono appena rinnovato. Dagli appartamenti non provengono musiche ad alto volume, né voci di alterchi. La quiete regna sovrana. Eppure, dietro quelle porte blindate, la vita non è affatto dello stesso tenore. Sorto da una brillante idea narrativa: descrivere la vita di tre famiglie sulla base delle tre diverse istanze freudiane – Es, Io, Super-io – della personalità, Tre piani si inoltra nel cuore delle relazioni umane: dal bisogno di amore al tradimento; dal sospetto alla paura di lasciarsi andare. E, come nella Simmetria dei desideri, l’opera che ha consacrato sulla scena letteraria internazionale il talento di Eshkol Nevo, dona al lettore personaggi umani e profondi, sempre pronti, nonostante i colpi inferti dalla vita, a rialzarsi per riprendere a lottare.

 

Commento:

Da tempo desideravo leggere qualcosa di Eshkol Nevo, autore israeliano ancora troppo poco conosciuto in Italia. L'occasione è arrivata grazie all'uscita in tutte le sale, lo scorso 23 settembre, di Tre piani, atteso film di Nanni Moretti tratto proprio dall'omonimo romanzo di Nevo del 2017. Moretti mi piace, il film mi incuriosisce… quale miglior occasione per leggere, ovviamente prima della visione, il romanzo?

Nella sua narrazione Nevo parte da un'idea, quella di rappresentare le tre istanze della personalità coniate da Freud (l'Es – ossia la dimensione degli impulsi e dei desideri -, l'Io e il Super-io) nella loro applicazione pratica, umana, quotidiana. Lo fa sfruttando una curiosità semplice, spesso inespressa, ma comune: quante volte, passeggiando per i vicoli, passando davanti ad una zona residenziale, magari attirati dai rumori che trapelano da una finestra aperta, ci siamo chiesti chi vive dentro quel determinato palazzo… come vive, com'è la sua giornata, la sua famiglia? E in maniera molto più elementare, cosa si nasconde dietro una porta chiusa? Ecco, è proprio questo il meccanismo narrativo usato da Nevo, un meccanismo infallibile perché fa perno sull'innata curiosità umana, con echi di voyeurismo ed immaginazione. Così varchiamo le porte del bel palazzo ordinato e curato in un parcheggio di periferia di una piccola città e, partendo dal primo piano, conosciamo, in un'immaginifica ascesa verso un altrove indefinito, la storia di Arnon e Ayelet, due giovani genitori alle prese con un problema della loro figlia maggiore, Ofri. La bambina da qualche tempo sembra cambiata, spenta, sempre più chiusa in se stessa. Il padre associa questo mutamento ad un episodio accaduto tempo prima in un frutteto, mentre Ofri era in compagnia di Hermann, il vicino pensionato che da tempo, occasionalmente, si occupa di lei insieme alla moglie Ruth. Arnon pensa ad un abuso, ma i suoi timori sempre più pressanti creano problemi, scompensi, conseguenze alla sua famiglia e non solo. Conosciamo questa torbida vicenda grazie al racconto dettagliato che proprio Arnon fa ad un suo amico romanziere.

Proseguendo, al secondo piano, incontriamo Hani, madre iper protettiva e moglie insoddisfatta, che in una lunga lettera alla sua migliore amica trasferitasi in America, racconta la sua battaglia per tenere insieme se stessa e la sua famiglia, nonché l'incontro con Eviatar, il fratello del marito con cui non corre buon sangue. Quest'incontro sovvertirà i già difficili equilibri della quotidianità di Hani facendole immaginare una realtà possibile, una vita diversa, ridandole un soffio pur effimero di vita che la riporta a sognare. Salendo ancora troviamo Dovra, una giudice in pensione, che, attraverso una segreteria telefonica, racconta al marito morto gli ultimi, sconvolgenti avvenimenti della sua vita e riflettendo – talvolta recriminando – sulle scelte sbagliate, sulle non decisioni, su tutte le volte che ha delegato a lui la facoltà di decidere anche per lei e sulle drammatiche conseguenze dell'affidarsi.

Si percepisce chiaramente, in tutte queste storie tra loro collegate ed intimamente intrecciate, un senso di transitorietà, di mutevolezza. È come se questi racconti fossero stati estrapolati da un narrare più ampio, come se esistessero prima di essere fermati sulla pagina e proseguissero ineluttabilmente oltre le pagine, oltre la volontà di chi le vive, semplicemente oltre. Il fascino esercitato su di me da questo romanzo è triplice: da un lato c'è la sensazione inebriante di aver intercettato uno squarcio privato, intimo, vero; dall'altro c'è quel senso di sublime che mi dà il vedere – immaginare visivamente – il destino che scorre via, scivola inafferrabile portandosi via ciò che crediamo  di conoscere o di poter perfino cambiare; da ultimo mi affascina e mi incuriosisce da sempre il mondo mediorientale ed in particolare Israele, Libano, Palestina. Per tutti questi motivi, oltre che per l'eleganza della scrittura e la sobrietà dello stile, ho apprezzato grandemente questo romanzo di Nevo che, ne sono certa, non sarà l'ultimo che leggerò. Intanto vi consiglio questo, ma presto vi parlerò di altre sue opere… contateci.

 

Opera recensita: "Tre piani" di Eshkol Nevo

Editore: Neri Pozza, 2017

Traduttore: Ofra Bannet, Raffaella Scardi

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Israele

Pagine: 255

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.