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venerdì 6 aprile 2018

RECENSIONE: BACHTYAR ALI - L'ULTIMO MELOGRANO


Sinossi:

Una favola ambientata in tempi recenti, la storia di un amore paterno che diventa la parabola di un popolo. Un ex soldato rivoluzionario che ha lottato

per l’indipendenza dei curdi in Iraq torna libero dopo ventun anni trascorsi in una prigione nel deserto. Muzafari Subhdam è ormai estraneo alle cose del

mondo, ma c’è ancora uno scopo che lo sprona ad affrontare il presente e un Paese divenuto irriconoscibile: ritrovare il figlio che ha dovuto abbandonare

ancora in fasce. Su una barca che lo porta in Europa insieme ad altri profughi, Muzafari racconta la sua incredibile vicenda personale, che rispecchia

quelle di un’intera generazione perduta tra gli orrori della guerra.

 

Commento:

Beh, questa è una delle rare volte in cui proprio non ho voglia di dilungarmi nel descrivere un libro. E pensare che, a giudicare dalla trama, questo libro prometteva davvero bene! A fine lettura mi dispiace dire che mi ha veramente deluso ed ho fatto fatica a finirlo; non voglio neanche dire che non mi sia piaciuto, perché proprio non l’ho capito!

E’ certamente una storia che parla di guerra, di segreti, di rivoluzione – all’origine dei guai di tutti i personaggi e del loro Paese -, ma si fa fatica a distinguere quando si sta leggendo di fatti reali e quando invece la realtà lascia il posto alla fiaba, alla spiritualità, ai ricordi di un uomo provato dalla prigionia e dalle disgrazie della sua sorte. Tutto è troppo mischiato, confuso, surreale… peccato, perché la scrittura di Bachtyar Ali sarebbe anche in grado di evocare immagini e sensazioni, se le stesse non venissero affogate dalla trama farraginosa.

Peccato, davvero, perché quest’autore avrebbe potuto emozionarci, coinvolgerci, arricchirci e invece ha perso, a mio parere, un’ottima occasione per raccontarci il suo Paese e la storia della sua gente. No, non lo consiglio.

 

Opera recensita: “L’ultimo melograno” di Bachtyar Ali

Editore: Chiarelettere, 2018

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Curdistan

Pagine: 272

Prezzo: 16,90 €

Consigliato: no

Voto personale: 5.

 

lunedì 31 luglio 2017

RECENSIONE: ANTONIO MANZINI - ORFANI BIANCHI


Sinossi:

Mirta è una giovane donna moldava trapiantata a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie,

il suo bambino, tutto quello che ha di bello e le dà sostegno in questa vita di nuovi sacrifici e umiliazioni. Per primo Nunzio poi la signora Mazzanti,

"che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all'albero ai regali e al panettone", poi Olivia e adesso Eleonora.

Tutte persone vinte dall'esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirle c'è lei, Mirta, che non le conosce ma le accompagna

alla morte condividendo con loro un'intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane. Ecco quello che siamo, sembra dirci Manzini in questo romanzo

sorprendente e rivelatore con al centro un personaggio femminile di grande forza e bellezza, in lotta contro un destino spietato: il suo, che non le dà

tregua, e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine. "Nella disperazione siamo uguali" dice Eleonora, ricca e con alle spalle una

vita di bellezza, a Mirta, protesa con tutte le energie di cui dispone a costruirsi un futuro di serenità per sé e per il figlio, nell'ultimo, intenso

e contraddittorio rapporto fra due donne che, sole e in fondo al barile, finiscono per somigliarsi. Dagli occhi e dalle parole di Mirta il ritratto di

una società che sembra non conoscere più la tenerezza.

 

Commento:

Mirta è una giovane donna che lavora in Italia, assiste gli anziani diventati un peso per i parenti, e manda i pochi soldi che guadagna al suo paese, in Moldavia, al figlio ed alla madre malata. E’ lei la protagonista di questa storia, lei che dalla vita ha preso solo calci in faccia, lei che deve affrontare ogni giorno le umiliazioni e le angherie di chi la vede solo come una ladra, un’arrivista, uno stereotipo e non una donna. E l’unica cosa che Mirta si chiede è “fino a quando?”, fino a quando dovrà sopportare tutto questo? Ma poi Mirta pensa ad Ilie, quel figlio nato da una storia sbagliata, nel quale lei profonde tutto il suo amore, quel figlio che è l’unica cosa per cui lottare. Ma la vita, si sa, non fa sconti. Così quando sta per farcela, quando le sembra di vedere una luce infondo al tunnel, un sogno a cui aggrapparsi… la notizia peggiore di tutte la spezza definitivamente. E Mirta, la coriacea, forte, dignitosa giovane badante moldava, vola… vola fino a raggiungere il suo Ilie.

Un libro struggente, profondo, amaro. Antonio Manzini in queste pagine affronta il tema dell’immigrazione dal punto di vista dei migranti, di coloro che, a malincuore, hanno lasciato tutto per un futuro migliore per i loro figli. Con estremo garbo e sensibilità, Manzini ci racconta una storia tanto vera quanto straziante e tocca le corde profonde dell’anima: non si può restare indifferenti di fronte al dolore di questa madre, non si può non ammirare la sua forza, non si può non immedesimarsi nella sua storia.

E forse di storie così dovremmo leggerne di più, per tornare a provare empatia per gli altri, per metterci, ognittanto, dalla loro parte, per riflettere bene prima di sputare sentenze e veleno, per abbassare la testa davanti al dolore altrui e non schiacciarlo presi dall’indifferenza, dalla frenesia o dall’egoismo.

Una lettura forte, questa,  con un finale spiazzante… consigliata a tutti.

 

Opera recensita: “Orfani bianchi” di Antonio Manzini

Editore: Chiarelettere, 2016

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Roma-Moldavia

Pagine: 256

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: assolutamente sì.

 

mercoledì 31 maggio 2017

RECENSIONE: DARIO FO - LA FIGLIA DEL PAPA


Sinossi:

Figlia di un papa, tre volte moglie (un marito assassinato), un figlio illegittimo… tutto in soli 39 anni, in pieno Rinascimento. Una vita incredibile,

da raccontare. Ci hanno provato scrittori, filosofi, storici. Di recente sono state dedicate a Lucrezia serie televisive di successo in Italia e all’estero.

Ora, eccezionalmente, il premio Nobel Dario Fo, staccandosi da ricostruzioni scandalistiche o puramente storiche, ci rivela in un romanzo tutta l’umanità

di Lucrezia liberandola dal cliché di donna dissoluta e incestuosa e calandola nel contesto storico di allora e nella vita quotidiana. Ecco il fascino

delle corti rinascimentali con il papa Alessandro VI, il più corrotto dei pontefici, il diabolico fratello Cesare, e poi i mariti di Lucrezia, cacciati,

uccisi, umiliati, e i suoi amanti, primo fra tutti Pietro Bembo, con il quale condivideva l’amore per l’arte e, in particolare, per la poesia e il teatro.

Tutti pedine dei giochi del potere, il più spietato. Una vera accademia del nepotismo e dell’osceno, tra festini e orge. Come oggi. Perché il romanzo della

famiglia dei Borgia è soprattutto la maschera del nostro tempo che, visto attraverso il filtro di quel periodo, ci appare ancora più desolante e corrotto.

 

Commento:

Scrivere la biografia di un importante e controverso personaggio storico e renderla interessante, comprensibile, a dirittura appetibile a chi di storia sa poco o niente non è un compito facile, soprattutto se il personaggio in questione ha condotto una vita tutt’altro che piatta.

A mio modesto parere, in questa biografia romanzata di Lucrezia Borgia, Dario Fo ci è ampiamente riuscito: ci ha raccontato, infatti, le vicissitudini di una donna costantemente chiacchierata ed osteggiata, figlia di un Papa nell’Italia del Cinquecento, e lo ha fatto in modo sobrio ed equilibrato, senza scadere nella retorica o nel sensazionalismo.

Lucrezia Borgia esce da queste pagine come una bambina, una ragazza, una donna forte, volitiva, una letterata amante della bellezza, della poesia, della pittura. E’ una donna indipendente troppe volte costretta a sottostare agli intrighi e alle macchinazioni della sua famiglia, i tanto chiacchierati Borgia, primi fra tutti il fratello Cesare ed il padre Rodrigo, nonché Papa Alessandro VI. Lucrezia per anni è stata usata per accordi ed alleanze di potere, offerta in moglie al partito più conveniente al momento, privata dell’amore perché non più utile alla famiglia. E lei e solo lei paga per le atrocità commesse da altri, portando il peso delle bugie, dell’isolamento, della sottomissione. Ma questo non la ferma, lei va avanti per la sua strada, decisa e forte qualunque sia l’obiettivo da raggiungere. E’ questa l’immagine che viene fuori da questo libro, scritto da Dario Fo con una prosa equilibrata, chiara ed incisiva. Fo non esita ad adattare il registro linguistico alle esigenze del testo, rendendo le pagine scorrevoli e piacevoli alla lettura.

Il risultato è una breve ma completa storia di Lucrezia e del contesto in cui è vissuta, piacevole e godibile da leggere. Una lettura consigliata, dunque, a chiunque voglia saperne di più su questa figura controversa e su un periodo della storia d’Italia di cui si parla e si sa troppo poco.

 

Opera recensita: “La figlia del Papa” di Dario Fo

Editore: Chiarelettere, 2014

Genere: biografia

Ambientazione: Italia rinascimentale

Pagine: 190

Prezzo: 13,90 €

Consigliato: sì.