simposio lettori copertina

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sabato 2 ottobre 2021

RECENSIONE: ANTONIO MANZINI - GLI ULTIMI GIORNI DI QUIETE

        Sinossi:

Antonio Manzini lascia da parte per un momento Rocco Schiavone e con lui l'indagine classica, le scene del delitto, le prove da raccogliere, le dinamiche a volte comiche a volte violente delle guardie e dei ladri. Ma tiene per sé l'intensità drammatica, i dilemmi morali, le ferite sentimentali che caratterizzano le storie del vicequestore romano, e pare ulteriormente amplificarle.

In questo romanzo Antonio Manzini mette al centro di una vicenda amara e appassionante una donna, Nora, che sta tornando a casa con un treno interregionale. Seduto su una poltrona, non distante da lei, c'è l'assassino di suo figlio. L'uomo dovrebbe essere in prigione a scontare il delitto, invece è lì, stravaccato sul sedile. Dal giorno della morte di Corrado, Nora non si è mai data pace. Ora deve portare l'orribile notizia a Pasquale, il marito, col quale a malapena si parla da cinque anni. La vita di entrambi è finita da quando il figlio è stato assassinato da un balordo durante una rapina. Comincia così un calvario doloroso e violento, un abisso nel quale Nora precipita bevendo fino all'ultima goccia tutto il veleno che la vita le ha servito. Non può perdonare e accettare il figlio sotto una lapide e l'omicida in giro a ricostruirsi un'esistenza. Di chi è la colpa? Dove inizia la pietas e dove finisce la giustizia? E chi ha davvero il diritto di rifarsi una vita, quelli come Nora e Pasquale, che non riescono a smettere di soffrire, o chi ha sbagliato, ha ucciso un innocente e poi ha pagato la sua pena con la società? Forse non esiste un prezzo equo, un castigo sufficiente, per aver cancellato un'esistenza dal mondo. Dieci o venti anni di galera, sicuramente il prezzo per Nora e suo marito non è calcolabile; la giustizia fa il suo corso, vittime e carnefici si adeguano, ma non sempre. Almeno Nora tutto questo non l'accetta. Per lei quel giorno di viaggio in treno sarà «il primo giorno di quiete».

 

Commento:

Nora è in treno, di ritorno a Pescara dopo qualche giorno ad Ancona da sua cugina, quando a qualche sedile di distanza dal suo riconosce Paolo Dainese, l'uomo che sei anni prima ha ucciso suo figlio Corrado. Dainese dovrebbe essere in carcere, invece ha scontato la pena ed è uscito dopo cinque anni e due mesi… e, vedendolo lì, libero e vivo mentre suo figlio è morto nel fiore degli anni, a Nora sembra di essere morta anche lei per la seconda volta. Dainese scende a Roseto e Nora lo segue, vuole capire dove abiti, ma lo perde di vista. Tornata a casa, sconvolta, racconta l'accaduto al marito Pasquale… da questo momento le loro strade cominciano a dividersi e ognuno di loro prende una decisione… se l'uomo, in un impeto di coraggio mai avuto prima, pensa a qualcosa di tragico ma definitivo, Nora ha in mente una strategia migliore, più sottile. Lo incontrerà, Paolo Dainese, lo vedrà al nuovo posto di lavoro, lo vedrà mentre è con la compagna… prenderà atto del suo tentativo di rifarsi una vita ed agirà di conseguenza: i suoi occhi vuoti dimostrano che lei non ha più niente da perdere; Dainese è libero, ma deve ricordarsi sempre di essere un assassino.

Gli ultimi giorni di quiete è un libro intenso, triste, duro come duro da sopportare è il dolore di sopravvivere al proprio figlio. È un libro che si interroga su temi tanto forti quanto controversi come la giustizia, la morte, il dolore, la pena, la rieducazione… può una madre permettere che chi le ha ammazzato il figlio vaghi libero per il mondo? E può, chi ha pagato per i suoi errori e tenta di rifarsi una vita, consentire che il passato torni a perseguitarlo rubandogli il sonno e anche quell'unica possibilità che gli è rimasta? Chi sa rispondere a queste domande si faccia avanti… intanto Manzini se le pone e ce le pone efficacemente, queste domande scomode… a noi il compito di leggere e riflettere.

 

Opera recensita: "Gli ultimi giorni di quiete" di Antonio Manzini

Editore: Sellerio, 2020

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Abruzzo

Pagine: 240

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

venerdì 16 ottobre 2020

RECENSIONE: GIORGIO FONTANA - PRIMA DI NOI

Sinossi:

Una famiglia del Nord Italia, tra l'inizio di un secolo e l'avvento di un altro, una metamorfosi continua tra esodo e deriva, dalle montagne alla pianura, dal borgo alla periferia, dai campi alle fabbriche. Il tempo che scorre, il passato che tesse il destino, la nebbia che sale dal futuro; in mezzo un presente che sembra durare per sempre e che è l'unico orizzonte visibile, teatro delle possibilità e gabbia dei desideri. È questo il paesaggio in cui vivono e muoiono i personaggi di Giorgio Fontana, i Sartori, da quando il primo di loro fugge dall'esercito dopo la ritirata di Caporetto e incontra una ragazza in un casale di campagna. Poi un figlio perduto in Nordafrica, due uomini sopravvissuti e le loro nuove famiglie, per arrivare ai giorni nostri: quelli di una giovane donna che visita la tomba del bisnonno, quasi a chiudere un cerchio. Quattro generazioni, dal 1917 al 2012, che si spostano dal Friuli rurale alla Milano contemporanea affrontando due guerre mondiali e la ricostruzione, la ricerca del successo personale o il sogno della rivoluzione, la cattedra in una scuola e la scrivania di una multinazionale. È circa un secolo, che mai diventa breve: per i Sartori contiene tutto, la colpa, la vergogna, la rabbia, la frenesia, il viaggio. Sempre lo scontro e quasi mai la calma, o la sensazione definitiva della felicità. Ma i Sartori non ne hanno bisogno, e forse nella felicità neppure credono. Perché se in ogni posto del mondo bisogna battersi e lottare allora è meglio imparare ad accettare le proprie inquietudini, e stare lì dove la vita ci manda.

Romanzo storico e corale, vasto ritratto narrativo del Novecento italiano, il racconto dei Sartori affronta il fardello di un passato che sembra aver lasciato in eredità solo fatica e complessità, persino nei più limpidi gesti d'amore. Se gli errori e le sfortune dei padri ricadono sui figli, come liberarsene? Esiste una forza originaria capace di condannare un'intera famiglia all'irrequietezza? Come redimere se stessi e la propria stirpe? La risposta a queste domande è nella voce di un tempo nuovo, nello sguardo di chi si accinge a viverlo, nelle parole di uno scrittore di neppure quarant'anni che ha voluto affrontare con le armi della letteratura la povertà e il riscatto, la fede e la politica, il coraggio dei deboli e la violenza dei forti.

 

Commento:

Si può racchiudere la storia d'Italia, da Caporetto ad oggi, in un romanzo? Lo si può fare in modo credibile, dignitoso, curato, serio? La risposta è sì e il segreto è prendersi i tempi giusti. Giorgio Fontana si è preso novecento pagine, novecento pagine densissime di vita, battaglie, rinunce, compromessi, insoddisfazioni, vittorie, sconfitte, dolori, gioie, amori, lotte, lavoro, perdita, vigliaccheria, coraggio. Tutto questo e molto altro è Prima di noi, la storia dei Sartori, una famiglia nata per costrizione, per pagare un errore, per prendersi la responsabilità di una vigliaccata, e rimasta in piedi, tra il Friuli e l'interland milanese, tra alterchi e strani legami di solidarietà, per quasi cento anni. Giorgio Fontana si prende la calma necessaria per descrivere con compiutezza e perizia storie, situazioni, personaggi, raccontando attraverso la quotidianità di una famiglia che cresce, cambia, si sfalda, si sgretola e si ricostruisce, la storia di un'Italia cambiata per gradi, a poco a poco, passando attraverso ostacoli, guerre, privazioni, povertà, migrazioni, resistenze, lotte sindacali, scioperi, diritti e disoccupazione. Raccontando attraverso le vicende di una famiglia come tante, Fontana dimostra agli ultimi scettici che la storia non è una parola vuota, un concetto astratto, che le epoche non sono contenitori vuoti o segni sulla linea del tempo immaginaria, ma sono vite che cambiano, genitori che invecchiano e figli che si affacciano al mondo, pronti a fare la loro parte. Un buon romanzo, con una scrittura ricercata, pacata, misurata, puntuale ed efficace. Una lettura da consigliare.

 

Opera recensita: "Prima di noi" di Giorgio Fontana

Editore: Sellerio, 2020

Genere: romanzo storico, saga familiare

Ambientazione: Friuli, Lombardia

Pagine: 896

Prezzo: 22,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

  

lunedì 27 luglio 2020

RECENSIONE: SIMONA TANZINI - CONOSCI L'ESTATE?


Sinossi:
Viola, romana trapiantata a Palermo per un combinarsi di caso e di scelta, è un «volto televisivo», una giornalista tv. Ha un disturbo della percezione (lei preferisce «una particolarità»), la sinestesia: ogni cosa, ogni luogo, ogni persona che guarda si unisce, per lei, a una musica e la musica a un colore; ma non tutti, alcuni non hanno musica e quindi colore, «meglio tenersi lontani». A questo si accompagna una più grave malattia degenerativa, «neuroni bucati» che, senza disabilitarla, determinano il suo modo di muoversi e l’approccio alla realtà.
Nel pieno di un’ondata di scirocco è morta strangolata Romina, una ventenne di buona famiglia. È immediatamente sospettato Zefir, un popolarissimo cantautore.
Viola vaga per tutti i luoghi coinvolti dal crimine, conducendo la sua vita movimentata, curiosando nelle case e nelle giornate di ogni tipo di gente. Santo, l’ex caporedattore, trincerato dietro tenaci silenzi la mette in contatto con un suo amico, un poliziotto che lei chiama Zelig perché cangiante di colore, il quale sembra sfruttare le sue intuizioni, le sue visioni, l’abilità di profittare del caso. L’inchiesta diventa una storia in una prima persona insolita, né flusso di coscienza né descrizione; un registrare emozioni, eventi e coincidenze lontani, mischiati a pensieri contemporanei su se stessa, sulla città, su fatti e persone, con spirito ironia sarcasmo pena cinismo amore, sentimenti tutti orientati all’obiettivo di rubare la verità a una realtà frammentaria. Conosci l’estate? scandaglia senza trovare fondo il tema della colpa e dell’innocenza. E dietro la vicenda gialla traspare il vero cuore del romanzo: il ritratto commovente, quasi un diario, di una donna che avverte che in lei «si sta allargando il buio», che è lei «quella diversa» e perciò attraversa la vita in modo totale con tristezza e divertimento, malinconia ed entusiasmo, dolore e godimento. Di queste contraddizioni Palermo è il simbolo oltre che il luogo, «città ossimoro»: i suoi odori, la sua compassione e ferocia; e l’Altra Palermo disillusa, «più ipocrita e indifferente di prima». Ma è a Viola che non si può non voler bene.

Commento:
Leggendo la presentazione e soprattutto l'incipit di questo romanzo, reso noto da Sellerio qualche gorno prima della pubblicazione, mi ero convinta che mi sarebbe piaciuto molto, che avrei trovato una nuova protagonista con cui empatizzare, in un'ambientazione che – Palermo e la Sicilia – che di per sé mi affascina. A lettura ultimata posso dire che l'unica cosa che ha soddisfatto pienamente le mie aspettative è stata, per l'appunto, l'ambientazione, il che, vista l'importanza che ha nel romanzo, non è per niente una cosa negativa. Il problema – e ciò che mi porta a non promuovere a pieni voti questo giallo – è che Viola, così si chiama la protagonista, non mi ha colpita quanto mi sarei aspettata, non ho legato con lei, ho trovato irritante il suo modo quasi preterintenzionale di indagare, di seguire la storia, persino di muoversi per la città… troppo spesso mi è sembrato che le sue azioni, per quanto abbiano poi portato ad un qualche risultato, fossero fortuite, poco più che casuali, prive di intenzione investigativa, di metodo. Sì, lo so che Viola non è una detective tout court, che è una giornalista, e infatti quando parla di giornalismo risulta interessante e competente, ma qui siamo in un giallo, una ragazza è stata uccisa e lei, nel bel mezzo delle sue pseudo-ferie, tra una dormita, un MH scambiato col gatto e un aperitivo, si interessa alla vicenda con un approccio tra l'annoiato e il fatalista; segue i colleghi, si informa, prende contatti con la Questura, s'interroga, ma lo fa sempre come se non avesse di meglio da fare. Anche le peculiarità della sinestesia e della malattia neurodegenerativa intervenuta successivamente, poi, sebbene interessanti, sono delineati in un modo che crea confusione più che destare vera curiosità. Se poi a questo aggiungiamo i continui andirivieni in una Palermo caldissima e asfissiante che si suda solo leggendoli, il fatto che di Viola sappiamo troppo poco per avere di lei una visione tridimensionale che non sia solo quella presente, il fatto che la vicenda gialla, sebbene pure questa potenzialmente interessante, non è trattata con sufficiente mordente… beh, non rimane molto da consigliare. Tuttavia, cosa salvare? Sicuramente, come anticipavo all'inizio, l'ambientazione, il contesto sociale, i cenni storici, folcloristici, culturali: Palermo, la città ossimoro che incanta, seduce ed inganna, ha un ruolo di primo piano in questa storia. Sono le sue contraddizioni, le peculiarità, la sua bellezza, i silenzi e le mille voci, il caleidoscopio di suoni e colori a mantenere vivo l'interesse nella lettura. Un esordio letterario da cui mi aspettavo di più, ma che comunque consiglio a chi avesse voglia di un buon giallo italiano – anzi mediterraneo – per l'estate.


Opera recensita: "Conosci l'estate?" di Simona Tanzini
Editore: Sellerio, 2020
Genere: giallo
Ambientazione: Palermo
Pagine: 280
Prezzo: 14,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 7.


domenica 21 giugno 2020

RECENSIONE: MARCO MALVALDI - IL BORGHESE PELLEGRINO


Sinossi:
Anno 1900. Serata a casa di Pellegrino Artusi, tra gli invitati Paolo Mantegazza, suo caro amico, professore di Fisiologia (e anche antropologo e scrittore) e Arturo Gazzolo, proprietario di una industria conserviera nel Casentino. Nel corso della cena si parla delle nuove tecniche di conservazione dei cibi, dal ghiaccio secco per i gelati al sottovuoto per le carni; Gazzolo vorrebbe avere il parere di Artusi su una nuova linea innovativa di manzo in gelatina che ha sviluppato proprio con le nuove metodologie e che è intenzionato a lanciare soprattutto nei mercati esteri, grazie alle nuove frontiere del commercio con l'Impero Ottomano. La carne, che prontamente il Gazzolo ha fatto recapitare all'Artusi per la prova d'assaggio, non risponde però alle aspettative: è troppo speziata, il sapore è ferroso e l'Artusi conta di riferirne al Gazzolo che l'ha invitato da lì a poco nella sua casa alle porte di Firenze insieme ad altri ospiti, fra cui politici, banchieri e l'immancabile Mantegazza. La cena scorre tranquilla e piacevole tra cibo e conversazioni, poi tutti si ritirano nelle loro stanze. Al mattino a colazione ci si accorge che qualcuno manca all'appello; uno degli ospiti viene rinvenuto morto nella propria stanza dove si era chiuso a chiave, un attacco cardiaco forse, ma il professor Mantegazza è dubbioso e si rifiuta di redigere il certificato... Marco Malvaldi ha costruito un perfetto «enigma della camera chiusa» con un protagonista d'eccezione, Pellegrino Artusi, prima in veste di sospettato, poi determinante per la soluzione dell'affaire. Gli anni della belle époque, gli intrecci tra politica e finanza che legavano l'Italia all'Impero Ottomano, il borghese Pellegrino, con la sua passione rivoluzionaria per la cucina, la familiarità con la chimica, il sentimento di unità nazionale che lo animava: gli ingredienti per un giallo colto, divertente e istruttivo.

Commento:
Il borghese Pellegrino è il secondo romanzo che Marco Malvaldi dedica al gastronomo Pellegrino Artusi: nel 2011 con Odore di chiuso ne aveva onorato i cento anni dalla morte, ora con questo secondo lavoro celebra i duecento anni dalla nascita. Si tratta di un bel giallo ambientato in un castello toscano nel 1900, in un periodo in cui l'Italia era in piena ascesa commerciale e imprenditoriale, specie con le aperture verso l'estero. E proprio gli accordi commerciali con l'estero -e precisamente con l'Impero Ottomano – sono ciò che spingerà un nutrito gruppo di convenuti a riunirsi al castello di Campoventoso, ospiti di Secondo Gazzolo, proprietario di una fiorente industria conserviera che sta per lanciare in Turchia una nuova ricetta di carne in scatola. Alla tavola del Gazzolo c'è un personaggio che molti anelano di conoscere: il delegato commerciale italiano Everardo d'Ancona, accompagnato da un suo subalterno turco, il signor Alijan. Alla predetta tavola sono, peraltro, seduti il professor Paolo Mantegazza e il nostro Pellegrino Artusi. Tutto procede tranquillo, i convitati conversano e si confrontano anche animatamente, finché tutti si ritirano. La mattina dopo, però, un ospite manca all'appello e sembra proprio che sia morto nella sua stanza chiusa dall'interno. Com'è possibile? Le indagini saranno curate da Saverio Maria Artistico, delegato di polizia che chi abbia letto Odore di chiuso non potrà non ricordare. L'intelligente e scrupoloso ispettore, tra un interrogatorio e un consulto al sapor di Brandy con l'Artusi, riesce a scovare la macchinazione posta in essere dall'assassino, dopo, però, non poche tribolazioni. Il borghese Pellegrino è un buon giallo, ironico e gradevole, sebbene sia forse troppo lento per i miei gusti. L'ho trovato una lettura istruttiva e divertente che consiglio.

Opera recensita: "Il borghese Pellegrino" di Marco Malvaldi
Editore: Sellerio, 2020
Genere: giallo
Ambientazione: Toscana, 1900
Pagine: 272
Prezzo: 14,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


martedì 2 giugno 2020

RECENSIONE: MARCO MALVALDI - ODORE DI CHIUSO


Sinossi:
In un castello della Maremma toscana vicino alla Bolgheri di Giosue Carducci, arriva un venerdì di giugno del 1895 l’ingombrante e baffuto Pellegrino Artusi. Lo precede la fama del suo celebre La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, il brioso e colto manuale di cucina, primo del genere, con cui ha inventato la tradizione gastronomica italiana. Ma quella di gran cuoco è una notorietà che non gli giova del tutto al castello, dove dimora la famiglia del barone Romualdo Bonaiuti, gruppo tenacemente dedito al nulla. La formano i due figli maschi, Gaddo, dilettante poeta che spera sempre di incontrare Carducci, e Lapo, cacciatore di servette e contadine; la figlia Cecilia, di talento ma piegata a occupazioni donnesche; la vecchia baronessa Speranza che vigila su tutto dalla sua sedia a rotelle; la dama di compagnia che vorrebbe solo essere invisibile, e le due cugine zitelle. In più, la numerosa servitù, su cui spiccano la geniale cuoca, il maggiordomo Teodoro, e l’altera e procace cameriera Agatina. Contemporaneamente al cuoco letterato è giunto al castello il signor Ciceri, un fotografo: cosa sia venuto a fare al castello non è ben chiaro, come in verità anche l’Artusi. In questo umano e un po’ sospetto entourage, piomba gelido il delitto. Teodoro è trovato avvelenato e poco dopo una schioppettata ferisce gravemente il barone Romualdo. I sospetti seguono la strada più semplice, verso la povera Agatina. Sarà Pellegrino Artusi, grazie alla sua saggezza e alle sue originali letture, a dare al delegato di polizia le dritte per ritrovare la pista giusta.
In Odore di chiuso Malvaldi ha lasciato al momento l’improvvisata squadra investigativa dei vecchietti del BarLume per potersi dedicare a un vero giallo classico, basato su interrogatori, intuizioni e conclusioni deduttive. Ha scelto l’epoca di un’Italia da poco unificata e ancora impastoiata nei particolarismi nobiliari con riferimenti storico letterari che occhieggiano ironicamente all’oggi. Ma senza abbandonare la sottigliezza umana che gli permette di disegnare ogni personaggio con insolente umorismo, offrendo gallerie di caratteri e situazioni comiche capaci di divertire tanto quanto l’ingegnosità dell’intreccio.

Commento:
Può un giallo essere classico eppure moderno, ambientato a fine Ottocento ma scritto da un autore di oggi, sfoggiare fini deduzioni e parlare degnamente anche di cucina? Ma soprattutto può, un giallo classico, essere divertente, acuto e leggero? Sì, incredibile ma vero, un giallo può racchiudere in sé tutte queste caratteristiche apparentemente in contrasto tra loro. Lo dimostra Odore di chiuso di Marco Malvaldi, un gradevolissimo giallo pubblicato da Sellerio nel 2011, ma ambientato in una tenuta della Maremma toscana nel 1895, con tanto di nobili in declino, servitori, carrozze e cavalli e chi più ne ha più ne metta. Ospite d'eccezione, in questo giallo classico con punte di modernità, è Pellegrino Artusi, il gran cuoco autore di La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene, uno dei primi e più illustri manuali di cucina conosciuto ancora oggi. Artusi è ospite, insieme ad un altro gentiluomo, della casa del Barone di Roccapendente e quando arriva sul posto è ben contento di godersi un finesettimana di tranquillità e buona cucina… auspicio, il suo, destinato a rimanere deluso. Un morto e un tentato omicidio movimenteranno non poco i giorni della sua permanenza, ma grazie all'arguzia sua e del delegato di polizia e alla collaborazione di un prolisso ma competente medico e di una signorina con un futuro radioso nella medicina, l'arcano è risolto, il colpevole trovato e la bassezza delle miserie umane ancora una volta è svelata.
Odore di chiuso è un'ottima lettura d'evasione che consiglio a chi abbia voglia di un giallo intelligente e spassoso. Nel frattempo attendo, a questo punto con alte aspettative, l'uscita de Il borghese Pellegrino, secondo volume che Malvaldi dedica all'Artusi. Uscita prevista per il 18 giugno, sempre per Sellerio.

Opera recensita: "Odore di chiuso" di Marco Malvaldi
Editore: Sellerio, 2011
Genere: giallo
Ambientazione: Toscana, 1895
Pagine: 208
Prezzo: 13,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


giovedì 26 dicembre 2019

RECENSIONE: CLARA USòN - LA FIGLIA


Sinossi:
Una famiglia unita e felice, un padre affettuoso che ha cresciuto con amore la sua bambina, la sua prediletta, una  ragazza seria e di talento con un futuro brillante davanti a sé. Ignara che quell’uomo, il padre adorato, è considerato il «Boia dei Balcani». Epico, emozionante, di intollerabile verità, tra i maggiori romanzi spagnoli del 2012.
Ana è una ragazza estroversa, allegra, brillante. È la migliore alunna del corso di medicina a Belgrado, è amata dagli amici, è l’orgoglio di suo padre, il generale Ratko Mladić, che lei ricambia con una devozione assoluta. Un viaggio a Mosca è l’occasione per passare alcuni giorni in giro per una grande città con il solo pensiero di divertirsi. Invece al ritorno Ana è cambiata. È triste e taciturna. Una notte afferra una pistola, quella a cui il padre tiene di più, e prende una decisione definitiva. Ha solo ventitré anni.
Cosa è successo a Mosca, tra corteggiamenti e feste, in compagnia degli amici più cari? Nelle allusioni e nelle accuse dirette Ana ha intravisto nel padre una figura spaventosa. Quello che per lei è un eroe e un genitore premuroso, per tutti gli altri è un criminale responsabile dei maggiori eccidi del dopoguerra: l’assedio di Sarajevo, la pulizia etnica in Bosnia, il massacro di Srebrenica. Crimini che lo porteranno a essere accusato di genocidio, in un processo che dopo una lunga latitanza ha avuto inizio nel maggio 2012.
Pochi casi come quello di Ana rivelano in tutta la sua oscura profondità una condizione, la perdita dell’innocenza, al tempo stesso individuale e collettiva. E Clara Usón, in un romanzo potentissimo che la consacra come una delle grandi autrici europee, si immerge in una vicenda di forza shakespeariana mantenendo un perfetto equilibrio tra i dati storici e la creatività letteraria, per scrutare nella follia del male, dell’amore, e orientarsi nel labirinto di un’infinità di voci e congetture raccolte in tre anni di ricerche. Memore della lezione di Javier Cercas, La figlia è un originalissimo ibrido di romanzo e documento con un’ampia galleria di personaggi storici come Slobodan Milošević e Radovan Karadžić, in cui la scrittrice riesce a combinare linguaggi narrativi diversi e a coniugare l’indagine rigorosa e l’arte della narrazione, la tradizione dell’epopea e la storia recente, per riflettere sul nazionalismo estremo, sulla manipolazione politica, sul mistero della malvagità umana. 

Commento:
La figlia, romanzo-documento storico di Clara Usòn, racconta una delle guerre più assurde, insensate, incomprensibili della storia europea da un punto di vista inedito: quello dei "vincitori", quello di coloro che quella guerra, almeno in parte, l'hanno istigata, voluta, pianificata, i governanti e capi militari serbi. Il punto di vista descritto dalla Usòn è di prim'ordine: una dei protagonisti è nientemeno che Ana, la giovane e promettente figlia di Ratko Mladik, il "boia dei Balcani", il terribile generale carnefice considerato uno dei peggiori criminali di guerra. Ma parliamo di Ana. Il libro si apre con un gruppo di studenti belgradesi in viaggio a Mosca, tra noiose visite ai musei, frivolezze, sbronze e scaramucce. I ragazzi sono tutti diversi – come in ogni gruppo di studenti universitari uniti dalle circostanze e dalla prossimità – e, come nella migliore tradizione balcanica, tutti di provenienze e origini famigliari diverse (chi ha la madre croata e il padre serbo, chi è bosniaco, chi ha origini turche, chi è serbo fino al midollo) e tutto va bene finché – come nella realtà geopolitica di quegli anni – non si tocca l'argomento "guerra". I ragazzi sono, al netto delle differenze caratteriali, tutti simili finché non si tira fuori l'inevitabile tema delle origini, della situazione politica, della guerra, di chi ha ragione e chi ha torto. La cosa puntualmente accade anche in quel viaggio a Mosca, in un McDonald's, ed è questa l'occasione per noi di conoscere meglio una dei ragazzi, Ana: ancora non sappiamo chi è, ma già la scopriamo fervente, orgogliosamente serba e profondamente legata al padre che letteralmente venera, del quale si fida ciecamente, pendendo dalle sue labbra, osservando la vita con il filtro dei suoi occhi. La seguiamo in camera d'albergo mentre rimugina sull'offesa subita da chi la pensa diversamente da lei, sulla sua fallita relazione con un uomo sposato e su quella neppure cominciata con un ragazzetto poi morto in guerra. Costanti, queste, che impareremo ad "accettare" nel nostro viaggio con Ana. Ciò che, man mano che proseguiremo, sarà sempre più difficile da accettare – soprattutto quando avremo scoperto chi è, in realtà, il padre mite, saggio e festosamente patriota di Ana – sarà la mansueta accettazione, da parte della ragazza che stupida non è, della versione dei fatti prospettatale dal genitore, la sua difficoltà nel guardare la situazione con ggli occhi degli altri. Sarebbero tutte cose scusabili, accettabili in fin dei conti, se non fosse che Ana neanche ci prova a documentarsi, neanche si pone il dubbio che forse le cose non stanno come le fanno credere, anzi considera un'offesa personale il fatto che altri la pensino come lei, vive come un oltraggio il fatto che giornalisti esteri e suoi stessi compatrioti ordiscano macchinazioni per deformare la realtà, non contempla neppure la possibilità che a sbagliarsi sia lei o meglio suo padre. Poi, però, le cose cambiano: Ana, dopo quel viaggio, non sarà più la stessa.
Parallelamente alla vicenda di Ana, scorre nel romanzo un'interessante galleria di eroi, principi, politici serbi, presidenti: tutti hanno contribuito, direttamente o indirettamente a questa guerra e tutti vengono posti in fila al posto che loro compete da Danilo, un ragazzo che racchiude in sé tutte le anime di un balcanico: è un po' serbo un po' bosniaco, ebreo, è uno straniero, uno che non prende posizione, uno che sta dalla parte della verità. È Danilo a condurci, con lo sguardo disincantato di chi riesce ad astrarsi e guardare la follia dal di fuori pur dovendoci sguazzare dentro, attraverso il massacro delle bombe, dell'artiglieria, nell'ammassarsi dei cadaveri, nel crescendo della follia di Mladik, dell'indifferenza dell'Occidente… è sempre lui a raccontarci del suo incontro con quell'Ana che una volta era sua amica e che corteggiava, è sempre lui a raccontarci dei loro rispettivi padri, è sempre lui a gettare un po' di luce di verità in un marasma di incomprensioni, piani, mistificazioni. Danilo è in realtà un personaggio immaginario, tracciato da Clara Usòn per guidarci come la voce della ragione guida chi voglia ascoltarla; Ana Mladik invece no, lei è esistita davvero ed è stata la notizia della sua morte, reperita per caso, a condurre Clara Usòn a cercare notizie, risposte, documenti il cui lavoro di rielaborazione ha portato a questo libro. La figlia non è un libro facile, né per contenuti né per stile: la parte iniziale, infatti, scoraggia il lettore che si aspetta una narrazione impegnata, epica; proseguendo, però, tutto si delinea, l'epicità attesa arriva, la comprensione si fa strada e la lettura diventa – sebbene straziante – comunque più agevole. In definitiva, consiglio a chi decida di intraprendere questa lettura, di non scoraggiarsi dopo i primi capitoli: sebbene all'inizio tutto vi sembri assurdo, fidatevi che le parole sapranno trovare la strada. Il libro va letto perché è utile, soprattutto a chi come me di questa guerra ha vissuto echi e vaghi riflessi perché troppo piccolo all'epoca dei fatti per comprendere ciò che accadeva a un tiro di schioppo da noi. Utile, dicevo, per conoscere questa guerra, le sue origini, e per focalizzarne meglio alcuni tra gli artefici. Insomma, lettura consigliata.

Opera recensita: "La figlia" di Clara Usòn
Editore: Sellerio, 2013
Genere: narrativa europea
Ambientazione: ex-Jugoslavia, 1992-1995
Pagine: 496
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale:7.


lunedì 25 novembre 2019

RECENSIONE: ANDREA CAMILLERI - AUTODIFESA DI CAINO


Sinossi:
Il 15 luglio 2019, alle terme di Caracalla, Andrea Camilleri avrebbe dovuto interpretare il suo monologo Autodifesa di Caino. Un ritorno sul palcoscenico, dopo Tiresia, atteso dal pubblico e fortemente voluto dallo scrittore.
CAINO: Sapete qual è stato il mio vero errore? Quello di non essermi mai difeso, di non avere mai esposto le mie ragioni. Ma ora basta! Questa sera ho deciso di pronunciare la mia autodifesa, immaginando che davanti a me ci sia un’aula di tribunale e che voi, se vorrete ascoltarmi, siate i giurati.
Andrea Camilleri se ne è andato il 17 luglio, ci ha lasciato il suo scritto su Caino che aveva completato e per il quale aveva immaginato tutto: la scena e gli intermezzi musicali, i filmati da proiettare sullo schermo, i testi da interpretare di persona e quelli da far recitare. È il primo libro che pubblichiamo dopo la sua morte, con grande commozione e rimpianto. L’autodifesa di Caino è un testo potente, profondo; risponde alle incessanti domande sul bene e il male e affonda le sue radici nella sterminata cultura di Camilleri, nella sua sensibilità letteraria, artistica, musicale, nella sua passione per il mito. Caino, il primo assassino della storia, l’emblema stesso del Male, è chiamato a giudizio, Camilleri vuole che siano i lettori ad emettere il verdetto, i testimoni a carico sono tanti, ma non mancano quelli che Caino può convocare a suo sostegno. Ma sono soprattutto le parole di autodifesa dell’assassino di Abele a fare il punto e fornirci una nuova versione dei fatti, la sua. Ricorda Camilleri che «nella tradizione ebraica, e in parte anche in quella musulmana, esistono una miriade di controstorie che ci raccontano un Caino molto diverso da quello della Bibbia. In alcune di quelle antiche narrazioni lo scontro tra i due fratelli ne rovescia in qualche modo le posizioni». Camilleri continua a intessere la storia fornendo al lettore altri dati, altri elementi per giudicare, a mostrarci l’altra faccia di Caino: «C’è tutta una parte del mito che è affascinante ma totalmente ignorata: è quella del Caino fondatore di città, inventore dei pesi e delle misure, della lavorazione del ferro, ma soprattutto quella di Caino inventore della musica; “…una volta che me ne stavo disteso in un canneto sentii il vento che entrava e usciva dai buchi delle canne producendo un rumore”». Ecco il flauto, ed ecco il primo tamburo ricavato da una pelle di capra…
«Ho finito. Non voglio che pronunciate il vostro verdetto ora. Riflettete su quanto vi ho raccontato questa sera e poi decidete da voi. Secondo coscienza».

Commento:
Niente da fare… Il corpo di Andrea Camilleri potrà aver lasciato questo mondo, lui non vedrà mai pubblicati questo e i successivi libri che usciranno, ma la sua anima per fortuna non ci lascerà mai, trasuderà da ogni pagina, riga, parola che ha scritto. Qui, mentre leggiamo Caino che racconta la sua versione dell'omicidio di Abele, il primo della storia del mondo, ci sembra di sentire il Maestro che spiega, declama, insegna, tramanda il suo sapere e i suoi studi. Leggere Autodifesa di Caino, pubblicato pochi giorni fa da Sellerio e quindi postumo, è un'esperienza di reviviscenza: rivive Caino nelle parole scritte per lui, rivivono le storie antiche, le immagini create dalla suggestione narrativa; rivive Camilleri nelle nostre orecchie, nella testa, nel cuore.
Questo è un libro – o più precisamente un monologo teatrale – sulla possibilità di scegliere, sull'importanza della scelta: Abele avrebbe voluto uccidere Caino, ma ha scelto di non farlo. Caino, invece, non avrebbe voluto farlo, ma ha scelto di compiere il crimine estremo: è qui il fulcro, la condanna divina, ma quali sono le ragioni che hanno condotto a quella scelta e, prima ancora, allo scontro? Qui ne leggiamo svariate… a noi la scelta su cosa credere. Come aveva ampiamente dimostrato in altri romanzi e sommamente in Conversazione su Tiresia, Camilleri riesce ad entrare nella mente dei personaggi cui dà voce e lo fa mettendo anche molto di se stesso e del suo modo di concepire la vita. Il risultato è sempre un'esperienza interessante ed entusiasmante.


Opera recensita: "Autodifesa di Caino" di Andrea Camilleri
Editore: Sellerio, 2019
Genere: monologo teatrale
Pagine: 96
Prezzo: 8,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 1 settembre 2019

RECENSIONE: ANDREA CAMILLERI - CONVERSAZIONE SU TIRESIA


Sinossi:
«Chiamatemi Tiresia. Per dirla alla maniera dello scrittore Melville, quello di Moby Dick. Oppure Tiresia sono, per dirla alla maniera di qualcun altro.
«Zeus mi diede la possibilità di vivere sette esistenze e questa è una delle sette. Non posso dirvi quale.
«Qualcuno di voi di certo avrà visto il mio personaggio su questo stesso palco negli anni passati, ma si trattava di attori che mi interpretavano.
«Oggi sono venuto di persona perché voglio raccontarvi tutto quello che mi è accaduto nel corso dei secoli e per cercare di mettere un punto fermo nella mia trasposizione da persona a personaggio».
«Ho trascorso questa mia vita ad inventarmi storie e personaggi, sono stato regista teatrale, televisivo, radiofonico, ho scritto più di cento libri, tradotti in tante lingue e di discreto successo. L’invenzione più felice è stata quella di un commissario.
«Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne».
La Conversazione su Tiresia scritta e interpretata da Andrea Camilleri è stata messa in scena per la prima volta al Teatro Greco di Siracusa l’11 giugno 2018 nell’ambito delle rappresentazioni classiche realizzate dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico.

Commento:
Appena 64 pagine di Cultura con la C maiuscola. In un monologo denso e suggestivo, Andrea Camilleri racconta la storia di Tiresia, colui che per punizione di Zeus divenne cieco e preveggente, colui che da persona fu mutato in personaggio, che visse sette vite e fu osannato e criticato da storici e poeti. Tante cose sono state dette nei secoli su di lui, poche vere e molte inventate al solo scopo di denigrarlo... perché ciò che non si conosce, ciò che non si può spiegare razionalmente, fa paura e va distrutto, anche solo con le parole. Camilleri, divenuto cieco all'età di novant'anni, si sente affine a Tiresia, quasi fosse attualmente l'ultima sua incarnazione, perciò riesce con collaudata maestria a raccontarne la storia, la damnatio memoriae, la riabilitazione avvenuta solo nel Novecento. E come Tiresia, Camilleri ha sempre dimostrato una lungimiranza che non è ciarlataneria, ma deriva dalla lucida e attenta analisi del mondo e delle dinamiche che lo muovono. Attraverso il teatro, il Maestro ci dona ancora un po' del suo sapere, ci parla di autori classici e moderni, ci indica una via verso la conoscenza e l'approfondimento.
Non ho avuto modo di vedere la mise en scène di quest'opera in teatro, ma non mancherò di recuperarla alla prossima replica televisiva: leggerla è stata un'esperienza arricchente, ma sentirla declamare dalla voce di Camilleri deve essere ancor più emozionante.

Opera recensita: "Conversazione su Tiresia" di Andrea Camilleri
Editore: Sellerio, 2019
Genere: opera teatrale
Pagine: 64
Prezzo: 8,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


mercoledì 30 gennaio 2019

RECENSIONE: JOAN LINDSAY - PICNIC A HANGING ROCK


Sinossi:
Hanging Rock, la roccia vulcanica che sorge isolata e improvvisa nella macchia australiana a nord di Melbourne, fu davvero teatro, nel 1900, dell'evento narrato in questo libro: la scomparsa mai spiegata di due fanciulle e una matura insegnante di college seguita dalla immediata rovina di tante esistenze a quelle vite collegate (o, usando la stessa cifra del racconto: la vendetta della pietra nera su chi credeva di forzarne la potenza e il mistero). Ma darne una lettura simbolica - pur nella molteplicità di simboli, che nelle pagine si offrono e si ritraggono -, dei rapporti segreti e numinosi tra il genere umano e la Madre terra, è fare qualcosa che forse Joan Lindsay non si proponeva. «Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per proprio conto. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nel 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza» scrive l'autrice, accennando alla forte intenzione di consegnare alla memoria, non tanto un fatto straordinario, denso di significati, ma un mito. Cioè a dire un evento originario, vivente e da vivere al di là del tempo, presente come modello e ammonizione. E in effetti, ciò che fu di Miranda, bella come un cigno, di Marion, della signorina Greta McCraw e di tutte le persone connesse aIl'Appleyard College possiede del mito l'incanto semplice e autosufficiente. Di uno dei rarissimi miti moderni, venuto inevitabilmente dall'ultima terra che l'uomo ha diviso con le viventi forze primordiali.

Commento:
Se avessi cominciato a leggere questo libro saltando la quarta di copertina probabilmente avrei pensato:"Woow" che bel thriller" e "ma che fantasia fervida ha l'autrice!". Invece l'ho letta – prima e dopo aver finito il libro – e posso dirvi che lo stupore rimane come anche la bravura dell'autrice che, anzi, è accresciuta se si pensa che, checché ne scrivano gli editori, a tutt'oggi non vi sono fonti univoche sul fatto che l'evento narrato sia realmente accaduto. Ed il bello di questo libro, la sua particolarità e il suo valore, è proprio questo: l'autrice voleva raccontarci qui un mito moderno, uno scenario plausibile ed i suoi reali o possibili sviluppi. Ciò che rende memorabile questo libro non è la trama, pure resa interessante e avvincente dall'ambientazione e dalla crescente tensione narrativa, ma l'intravedere collegamenti, trame retrostanti, intrecci e concatenazioni di eventi che costruiscono un disegno inquietante perché, appunto, possibile. Il fatto da cui partire è questo: il 14 febbraio del 1900, il giorno di San Valentino, venti ragazze di un esclusivo collegio australiano e le loro insegnanti fanno una gita ad Hanging rock, una suggestiva conformazione rocciosa della zona. Non si sa come, ma due ragazze e un'insegnante scompaiono, non faranno più ritorno dal picnic. Da qui comincia una serie di eventi – alcuni strettamente collegati ed altri apparentemente staccati da questo evento primario – che in pochi mesi cambieranno la vita di molte persone coinvolte. L'autrice in queste pagine ci racconta cose, mette in relazione eventi, e riesce – fatto per me quasi miracoloso – a non farci soffermare sul fatto che siano reali  o inventati, a farci accettare come insoluto un caso che non sappiamo nemmeno con certezza se sia mai esistito, a farci andar bene il fatto che non tutto sia spiegato, chiarito, delineato. Tutta la razionalità qui è assorbita, fagocitata dalla fascinazione della storia, dalle sue possibili interpretazioni, dalle sfumature occulte che la pervadono. E per assurdo ci si lascia distogliere dal destino delle scomparse e travolgere dagli eventi, sempre più pressanti, sempre più angoscianti. Un libro bellissimo, dall'atmosfera opprimente e rarefatta, dal ritmo non incalzante ma comunque implacabile. Pagine scritte benissimo, con una prosa studiata per non brillare, ma per lasciare la ribalta alla trama. Un libro che, per le suggestioni che mi ha creato, mi ha ricordato "il giardino delle vergini suicide" di Eugenides, "La donna in bianco" di Collins e perfino "Il castello di Otranto" di Walpole. Assolutamente da leggere.

Opera recensita: "Picnic a Hanging rock" di Joan Lindsay
Editore: Sellerio, prima ed. 1967
Genere: mistery
Ambientazione: Australia, 1900
Pagine: 296
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


lunedì 18 giugno 2018

RECENSIONE: ANDREA CAMILLERI - LA MOSSA DEL CAVALLO


Sinossi:

L’azione si svolge nel 1877 e trae spunto da un episodio raccontato nella famosa inchiesta sulla Sicilia da Leopoldo Franchetti. Giovanni Bovara, nato

in Sicilia ma trasferitosi a soli tre mesi d’età a Genova, viene mandato nell’isola come ispettore ai mulini, dopo che i due che l’hanno preceduto sono

morti ammazzati. A Vigàta rimane invischiato nei potentati locali, dal prete ai politici, agli uomini d’onore a infidi azzeccagarbugli che gli mandano

messaggi in codice che Bovara, integerrimo funzionario, non può capire. Va dritto per la sua strada, che è quella della legge, e ragiona in dialetto genovese,

ma è proprio questo che gli impedisce di cogliere la rete che lo va stritolando. Così quando viene ucciso il prete, donnaiolo e in fama d’usuraio, l’unica

maniera per difendersi dalla paradossale situazione in cui si è venuto a trovare - quella di essere accusato del delitto che ha denunziato - è la mossa

del cavallo. Giovanni Bovara dunque si mette non solo a parlare ma anche a pensare in siciliano, un dialetto che credeva d’aver perso, ma che sboccia spontaneo

dalle sue labbra e si rivela la chiave per comprendere l’accaduto e soprattutto per dare scacco a chi controlla un paese intero. Insomma una autentica

provocazione che rovescia la trappola fabbricata per lui. La connessione delle lingue: l’italiano postunitario, le parole della burocrazia, i dialetti

genovese e siciliano; basta trovare il codice giusto per risolvere il corto circuito e accedere alla soluzione. Ed è questo che rende questo romanzo (che

al racconto alterna verbali, documenti, corrispondenze e articoli fittizi) unico e uno dei più felici di Andrea Camilleri: per la scena animata e umoristica

e il rovesciamento dei ruoli, per l’irrisione dei siciliani, fra cadaveri che appaiono e scompaiono, testimoni che si volatilizzano, parole sussurrate

a mezza voce, una farsa tragica.

 

Commento:

Come suggerisce anche il titolo, la storia descritta in questo libro è, in pratica, un’autentica partita a scacchi: da una parte ci sono i buoni, come l’integerrimo ragioniere Giovanni Bovara, neoispettore ai mulini a Vigata, dall’altra i cattivi, come il potente Don Cocò Afflitto, l’avvocato Fasulo, il Delegato Spampinato, addirittura il prete Don Carnazza. Quando Giovanni Bovara, già ispettore a Reggio Emilia, arriva in Sicilia si ritrova per le mani una situazione spinosa: un ufficio a soqquadro, carte sparse ovunque, gente che mette le mani dove non dovrebbe, permissività e lassismo che sono la normalità, tangenti regolarizzate, ecc. Nel denunciare tutto ciò, Bovara pesta inconsapevolmente i piedi a chi questo traffico lo controlla, lo ha creato e lo gestisce con l’accordo di istituzioni, magistratura e forze armate. Le sue indagini, però, non cadono nel vuoto e se da un lato qualcuno cerca di farlo passare per pazzo, qualcun altro raccoglie l’assist di Bovara e indaga. Questa incresciosa preoccupazione va a congiungersi fatalmente con altre questioni locali – fatte di tradimenti, eredità e fatti di denaro – fino a deflagrare in un omicidio che fa rumore e del quale Bovara è involontario testimone. Per i neri l’occasione è ghiotta ed il piano d’accusa è ingegnoso. L’unico modo che ha Bovara per sfuggire alla gogna è giocare d’astuzia e imparare a pensare, agire, ragionare come i suoi avversari. Ci riesce e il risultato è sorprendente: una provocazione sottile ed efficace che ha come coprotagonista il dialetto siciliano. Grande importanza, infatti, riveste il linguaggio in questo libro: si passa da un italiano pomposo e burocratizzato al siciliano stretto usato da tutti i locali, al genovese altrettanto stringato nel quale ragiona Giovanni. Quando finalmente l’ispettore si troverà costretto a scagionarsi dal cappio che gli è stato teso, comincerà a ragionare, pensare e parlare in siciliano. Sarà questa la chiave della sua salvezza.

Una lettura piacevolissima, una farsa tragica che fa sorridere, ridere e riflettere. Ci vorrebbe un’alta cultura letteraria che, mio malgrado, non ho per spiegare i mille simbolismi e richiami letterari presenti in un libro così breve; ciò che posso affermare con sicurezza è che non ne resterete delusi: pagine di letteratura con funzione didattica che consiglio caldamente. Libro davvero molto, molto interessante.

 

 

Opera recensita: “La mossa del cavallo” di Andrea Camilleri

Editore: Sellerio, prima ed. 1999

Genere: giallo storico

Ambientazione: Sicilia, 1877

Pagine: 272 (ed. Sellerio 2017)

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

martedì 13 marzo 2018

RECENSIONE: HANYA YANAGIHARA - UNA VITA COME TANTE


Sinossi:

Una storia epica e magistrale sull’amicizia e sull’amore nel XXI secolo. In una New York sontuosa e senza tempo vivono quattro ragazzi, compagni di college

e di vita, che da sempre sono stati vicini l’uno all’altro. Si sono trasferiti nella grande metropoli da una cittadina del New England, e all’inizio sono

alla deriva e senza un soldo in tasca, sostenuti solo dalla loro amicizia e dall’ambizione. Willem, dall’animo gentile, vuole fare l’attore. JB, scaltro

e a volte crudele, insegue un accesso al mondo dell’arte. Malcolm è un architetto frustrato in uno studio prestigioso. Jude, avvocato brillante e di enigmatica

riservatezza, è il loro centro di gravità. Nei suoi riguardi l’affetto e la solidarietà prendono una piega differente, per lui i ragazzi hanno una cura

particolare, una sensibilità speciale e tormentata, perché la sua infanzia è stata segnata da una serie di violenze, e la sua vita oscilla tra la luce

del riscatto e il baratro dell’autodistruzione. Intorno a Jude, al suo passato, alla sua lotta per conquistarsi un futuro, si plasmano campi di forze e

tensioni, lealtà e tradimenti, sogni e disperazione. E la sua storia diventa quella di un’amicizia arcana e profonda, in cui il limite del dolore e della

disperazione è anche una soglia da cui può sprigionarsi l’energia accecante della felicità. Caso editoriale del 2015, forse il più importante romanzo letterario

dell’anno, opera di rara potenza e originalità, Una vita come tante è doloroso e spiazzante, scioccante e magnetico. Vasto come un romanzo ottocentesco,

brutale e modernissimo per i suoi temi, emotivo e realistico, ha trascinato lettori e critica per la sua forza narrativa, capace di creare un mondo di

profonda, coinvolgente verità.

 

Commento:

E’ difficile descrivere questo libro restando nei canoni dell’obiettività. Prima di cominciare la lettura avevo letto recensioni sostanzialmente unanimi che, in sintesi, lo definivano bello e straziante. Prima di leggerlo non avrei mai immaginato, però, quanto potesse essere bello e straziante: è un pugno nello stomaco, uno schiaffo in pieno viso, una lama sottile che instilla dolore per oltre mille pagine. L’inizio è ingannatore: è anonimo, per nulla interessante, non attira, perché descrive la quotidianità di quattro ragazzi americani alla soglia dei trent’anni, tutti diversi, quattro amici apparentemente normalissimi, come tutti. Ma proprio come ognuno di noi, questi ragazzi hanno un passato che li ha fatti diventare ciò che sono e che, volente o nolente, determinerà le loro scelte future. E così, mentre conosciamo la storia di JB, figlio di immigrati Haitiani che si industria per diventare un artista, di Malcolm – e della sua ingombrante famiglia ricca – che costruisce modellini di case immaginarie nell’attesa di arredare appartamenti bellissimi, di Willelm che fa il cameriere in attesa di una parte in un film, di Jude che non parla mai di sé ma che fa l’assistente procuratore, non possiamo non affezionarci alle loro vite. E senza accorgercene entriamo in una bolla senz’aria e senza tempo, in una sorta di realtà aumentata in cui le pagine si girano da sole, sempre più velocemente, e le mille emozioni e sensazioni dei protagonisti si incollano alla nostra anima. Soffriamo per la morte del fratello di Willelm, per le difficoltà di Jude, per la tenacia di Malcolm e per la sfrontata disperazione di JB, ma quando pensiamo che il dolore abbia raggiunto il limite la soglia si alza e si soffre ancora, e si vive ancora. E mentre gli anni passano e i rapporti cambiano e si raggiungono i trentacinque, i quaranta, i cinquant’anni, la vita va avanti con nuove sorprese, nuove sofferenze, nuove piccole felicità.

Il personaggio centrale del libro, nonché il fulcro dell’amicizia di questi ragazzi, è Jude con tutte le sue insicurezze, i bisogni, il suo esserci per gli altri, le sue manie, la sua intelligenza, il suo passato enigmatico che scopriamo pian piano. Ma il mio personaggio preferito è Willelm, l’amico fedele, la persona che abnegherebbe se stessa per un amico, colui su cui puoi contare e che non ti farebbe mai del male. Willelm è stato una presenza costante nella vita di Jude, sin da quando erano al college, è stato l’amico che tutti vorrebbero, il compagno cui tutti anelerebbero… una figura irrinunciabile, ma con la quale la vita, purtroppo, non è stata magnanima. Ma qui non c’è solo amicizia, non c’è solo amore, non c’è solo sofferenza: c’è la volontà di farcela, di vivere, di sopravvivere, di fidarsi. Si toccano, in questo libro, tanti temi scottanti come la pedofilia, gli abusi sessuali sui minori, la disabilità, l’autolesionismo… tutti motivi che da soli spingerebbero a leggere.

Cosa si può dire ancora? Nulla… solo, leggete questo libro. Parla di tante cose,

lo fa con serietà e senza banalità o sentimentalismo gratuito, è scritto benissimo, è uno spaccato della società americana dei nostri giorni con tutte le difficoltà e le contraddizioni… è una storia che segna e scava nel nostro animo. E pazienza se a fine lettura ci sentiremo scossi o svuotati o ne usciremo con le ossa rotte, pazienza se ci commuoveremo: avremo conosciuto un dolore altrui, avremo provato un’emozione e magari avremo fatto un passo in più verso il nostro, personalissimo dolore che sarà servito a schiarirci le idee.

 

Opera recensita: “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara

Editore: Sellerio, 2016

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: New York

Pagine: 1104

Prezzo: 22,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9,5.