simposio lettori copertina

simposio lettori copertina
Visualizzazione post con etichetta abbandono. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta abbandono. Mostra tutti i post

lunedì 30 luglio 2018

RECENSIONE: MICHELA MARZANO - L'AMORE CHE MI RESTA


Sinossi:
La sera in cui Giada si ammazza, Daria precipita in una sofferenza che nutre con devozione religiosa, perché è tutto ciò che le resta della figlia. Una sofferenza che la letteratura non deve aver paura di affrontare. Per questo siamo disposti a seguire Daria nel suo buio, dove neanche il marito e l’altro figlio riescono ad aiutarla; davanti allo scandalo di una simile perdita, ricominciare a vivere sembra un sacrilegio. Daria si barrica dietro i ricordi: quando non riusciva ad avere bambini e ne voleva uno a ogni costo, quando finalmente ha adottato Giada e il mondo «si è aggiustato», quando credeva di essere una mamma perfetta e che l’amore curasse ogni ferita. Con il calore avvolgente di una melodia, Michela Marzano dà voce a una madre e al suo struggente de profundis. Scavando nella verità delle relazioni umane, parla di tutti noi. Del nostro desiderio di essere accolti e capiti, della paura di essere abbandonati, del nostro ostinato bisogno di amore, perché «senza amore si è morti, prima ancora di morire».

Commento:
E' la sera di venerdì 14 ottobre 2011 e Daria è in casa con suo marito Andrea quando squilla il telefono. Daria si sta ancora chiedendo chi sia a quell'ora tarda quando riceve un pugno nello stomaco: è Paolo, il compagno di Giada. La figlia è in ospedale. Devono correre. Ma al loro arrivo Daria e Andrea scoprono che Giada è morta, che Giada, la loro figlia amata e desiderata, si è ammazzata con una dose eccessiva di farmaci.
Perché l'ha fatto? Daria non lo sa, non lo capisce, si dà la colpa e sprofonda in un dolore nero, torbido che la spinge a rimestare per mesi negli stessi oggetti, negli stessi ricordi, negli stessi pensieri. Un dolore insanabile e sordo anche ai richiami d'aiuto di Andrea e di Giacomo, l'altro figlio, anche loro straziati dall'accaduto. Daria non ce la fa, scopre di non aver mai realmente capito sua figlia, si sente in colpa, non vuole tornare a vivere, perché lei quella figlia l'ha amata più di tutto e tutti, dal momento in cui l'ha avuta tra le braccia, nonostante non fosse sangue del suo sangue, Giada è diventata la cosa più importante.
Un romanzo angosciante, claustrofobico, intimo, necessario. Una storia straziante raccontata con maestria e partecipazione; l'abbandono, l'adozione, la maternità, l'amore sono trattati qui con una delicatezza e insieme una forza rare. Lettura impegnativa per il grande carico di sentimenti che porta con sé, ma assolutamente consigliata a chi cerca un libro forte sulla maternità, sul lutto, sul rapporto tra genitori e figli.

Opera recensita: "L'amore che mi resta" di Michela Marzano
Editore: Einaudi, 2017
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Roma
Pagine: 235
Prezzo: 17,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 13 maggio 2018

RECENSIONE: HEINRICH BOLL - OPINIONI DI UN CLOWN


Sinossi:

Con pantomime teatrali, con telefonate e incontri, un clown lancia accuse feroci all'opulenta società della Germania occidentale, che sembra aver smarrito

ogni valore. Un libro del '63, che suscitò polemiche e dibattiti.

 

Commento:

Bonn, 1962. Hans Schnier torna nel suo appartamento dopo un viaggio di lavoro che rischia di segnare la fine della sua carriera: è salito sul palco ubriaco ed è scivolato durante un numero ed ora ha all’attivo un bel ginocchio gonfio, un’umiliazione cocente e un solo marco in tasca. Hans è un clown – “definizione ufficiale: attore comico, non iscritto nei registri di nessuna Chiesa” -; ha una forte tendenza alla malinconia ed al vittimismo ed è da sempre la pecora nera della sua precisissima e impeccabile famiglia perché non fa mai mistero delle proprie opinioni. Proprio di queste opinioni è, infatti, imperniato l’intero libro – che racconta una vicenda che si svolge in un arco temporale di poche ore, ma che è frutto di anni di rabbia repressa, ingiustizie, rancore, senso di colpa. Senso di colpa ed abbandono, soprattutto, sono i sentimenti dominanti nelle ore che passiamo nell’appartamento di Hans, tra telefonate deliranti, ricordi, accuse a tutto e tutti ma soprattutto alla Chiesa cattolica, alla famiglia, ai prelati, ai falsi amici, a Maria. Sì, a Maria, perché Maria ha lasciato Hans, e da quando lei non c’è più tutto va a rotoli e lui non ha più pace. E da qui le invettive contro la Chiesa che gliel’ha portata via, contro il matrimonio che è solo un pezzo di carta che non serve a nulla, contro quelli che con sermoni e “principi dell’ordine” l’hanno ingabbiata nelle loro regole e nelle convenzioni sociali e l’hanno convinta che lui non andava bene per lei.

Fra il rancore e l’amarezza, il bisogno di soldi e di affetto, Hans ripercorre in un delirio di pensieri e azioni la sua vita, la sua storia con Maria, il suo essere miscredente, gli attriti con la madre, il suo lavoro. Così facendo ci regala una descrizione approfondita ed una critica forte ed estremamente lucida di un Paese, la Germania, che si affanna rialzandosi, ricostruendosi un futuro negando aprioristicamente il passato, affondando l’anima in credo e valori con radici corrotte e marce che finiscono per essere solo una facciata, come un bel manifesto insozzato dai bisogni di un cane. Una lettura interessante e profonda, un libro da leggere e rileggere e, senza dubbio, su cui riflettere.

 

Opera recensita: “Opinioni di un clown” di Heinrich Boll

Editore: Mondadori, prima ed. 1963

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Germania, anni 60

Pagine: 232

Prezzo: 11,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

lunedì 25 settembre 2017

RECENSIONE: DONATELLA DI PIETRANTONIO - L'ARMINUTA


Sinossi:

Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L'Arminuta fin dalla prima pagina,

quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi

stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro

perde tutto - una casa confortevole, le amiche piú care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta»

(la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo

sul tavolo.

 

Commento:

Questa è la storia dell’”Arminuta”, una ragazzina tredicenne che amava la danza, la sua spiaggia, la sua casa, il profumo della sua mamma… o di quella che credeva essere la sua mamma. Un bel giorno, però, l’arminuta è costretta ad abbandonare tutto ciò che ama perché quelli che credeva i suoi genitori la restituiscono alla sua vera famiglia. Così la ragazza passa dalla bella vita in città alla vita scomoda del paese, dove manca tutto, il lavoro, il cibo, l’igiene… e dove ci sono troppe bocche e poco spazio per tutti. E’ così che, da un giorno all’altro, la vita di questa ragazza cambia radicalmente ed inspiegabilmente ed ora lei si ritrova spaesata, con troppi fratelli, troppi padri e troppe madri e troppo poche spiegazioni. Ma piano piano qualcosa cambia, l’affetto si apre un varco nel cuore ferito e, ad un anno di distanza l’abbandono si è trasformato in qualcosa di diverso.

“L’arminuta” è una storia potente raccontata con schiettezza spiazzante: una vita scambiata come fosse un giocattolo, affetti recisi e ricuciti alla buona, affetti sinceri che non hanno il tempo di sedimentare… ed al centro di tutto una ragazzina intelligente, fragile ed al contempo molto coraggiosa. Lo stile è estremamente diretto ed all’inizio della lettura si fa un po’ fatica ad ambientarsi nella storia. Ma ben presto ci si abitua e la nebbia iniziale si dirada… vale la pena di continuare la lettura. Libro consigliato, lettura breve ma intensa.

 

Opera recensita: “L’arminuta” di Donatella Di Pietrantonio

Editore: Einaudi, 2017

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Abruzzo

Pagine: 162

Prezzo: 17,50 €

Consigliato: sì.

 

lunedì 31 luglio 2017

RECENSIONE: ANTONIO MANZINI - ORFANI BIANCHI


Sinossi:

Mirta è una giovane donna moldava trapiantata a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie,

il suo bambino, tutto quello che ha di bello e le dà sostegno in questa vita di nuovi sacrifici e umiliazioni. Per primo Nunzio poi la signora Mazzanti,

"che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all'albero ai regali e al panettone", poi Olivia e adesso Eleonora.

Tutte persone vinte dall'esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirle c'è lei, Mirta, che non le conosce ma le accompagna

alla morte condividendo con loro un'intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane. Ecco quello che siamo, sembra dirci Manzini in questo romanzo

sorprendente e rivelatore con al centro un personaggio femminile di grande forza e bellezza, in lotta contro un destino spietato: il suo, che non le dà

tregua, e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine. "Nella disperazione siamo uguali" dice Eleonora, ricca e con alle spalle una

vita di bellezza, a Mirta, protesa con tutte le energie di cui dispone a costruirsi un futuro di serenità per sé e per il figlio, nell'ultimo, intenso

e contraddittorio rapporto fra due donne che, sole e in fondo al barile, finiscono per somigliarsi. Dagli occhi e dalle parole di Mirta il ritratto di

una società che sembra non conoscere più la tenerezza.

 

Commento:

Mirta è una giovane donna che lavora in Italia, assiste gli anziani diventati un peso per i parenti, e manda i pochi soldi che guadagna al suo paese, in Moldavia, al figlio ed alla madre malata. E’ lei la protagonista di questa storia, lei che dalla vita ha preso solo calci in faccia, lei che deve affrontare ogni giorno le umiliazioni e le angherie di chi la vede solo come una ladra, un’arrivista, uno stereotipo e non una donna. E l’unica cosa che Mirta si chiede è “fino a quando?”, fino a quando dovrà sopportare tutto questo? Ma poi Mirta pensa ad Ilie, quel figlio nato da una storia sbagliata, nel quale lei profonde tutto il suo amore, quel figlio che è l’unica cosa per cui lottare. Ma la vita, si sa, non fa sconti. Così quando sta per farcela, quando le sembra di vedere una luce infondo al tunnel, un sogno a cui aggrapparsi… la notizia peggiore di tutte la spezza definitivamente. E Mirta, la coriacea, forte, dignitosa giovane badante moldava, vola… vola fino a raggiungere il suo Ilie.

Un libro struggente, profondo, amaro. Antonio Manzini in queste pagine affronta il tema dell’immigrazione dal punto di vista dei migranti, di coloro che, a malincuore, hanno lasciato tutto per un futuro migliore per i loro figli. Con estremo garbo e sensibilità, Manzini ci racconta una storia tanto vera quanto straziante e tocca le corde profonde dell’anima: non si può restare indifferenti di fronte al dolore di questa madre, non si può non ammirare la sua forza, non si può non immedesimarsi nella sua storia.

E forse di storie così dovremmo leggerne di più, per tornare a provare empatia per gli altri, per metterci, ognittanto, dalla loro parte, per riflettere bene prima di sputare sentenze e veleno, per abbassare la testa davanti al dolore altrui e non schiacciarlo presi dall’indifferenza, dalla frenesia o dall’egoismo.

Una lettura forte, questa,  con un finale spiazzante… consigliata a tutti.

 

Opera recensita: “Orfani bianchi” di Antonio Manzini

Editore: Chiarelettere, 2016

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Roma-Moldavia

Pagine: 256

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: assolutamente sì.