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venerdì 10 maggio 2019

RECENSIONE: VALENTINA D'URBANO - ISOLA DI NEVE


Sinossi:
2004. A ventotto anni, Manuel sente di essere già al capolinea: un errore imperdonabile ha distrutto la sua vita e ricominciare sembra impossibile. L’unico luogo disposto ad accoglierlo è Novembre, l'isola dove abitavano i suoi nonni. Sperduta nel mar Tirreno insieme alla sua gemella, Santa Brigida – l’isoletta del vecchio carcere abbandonato –, Novembre sembra a Manuel il posto perfetto per stare da solo. Ma i suoi piani vengono sconvolti da Edith, una giovane tedesca stravagante, giunta sull’isola per risolvere un mistero vecchio di cinquant’anni: la storia di Andreas von Berger – violinista dal talento straordinario e ultimo detenuto del carcere di Santa Brigida – e della donna che, secondo Edith, ha nascosto il suo inestimabile violino. Del destino di Andreas e del suo prezioso e antico strumento si sa pochissimo.L’unico indizio che Edith e Manuel hanno è il nome di una donna: Tempesta. 1952. A soli diciassette anni, Neve sa già cosa le riserva il futuro: una vita aspra e miserabile sull’isola di Novembre, senza alcuna possibilità di fuggire. Figlia di un padre violento e nullafacente, Neve è l’unica in grado di provvedere alla sua famiglia. Tutto cambia quando un giorno, nel carcere di Santa Brigida viene trasferito uno straniero. Sull’isola non si fa che parlare del nuovo prigioniero, ma la sua cella si affaccia su una piccola spiaggia bianca e isolata sui cui è proibito attraccare. È proprio lì che sbarca Neve, contravvenendo alle regole, spinta da una curiosità divorante. Andreas è il contrario di come lo ha immaginato. È bellissimo, colto e gentile come nessun uomo dell’isola sarà mai, e conosce il mondo al di là del mare, quel mondo dove Neve non è mai stata. Separati dalle sbarre della cella di Andreas, i due iniziano a conoscersi, ma fanno un patto: Neve non gli dirà mai il suo vero nome. Sarà lui a sceglierne uno per lei. Sullo sfondo suggestivo e feroce di un’isola tanto bella quanto selvaggia, una storia indimenticabile. Con la travolgente forza espressiva che da sempre le è propria, Valentina D’Urbano intreccia passato e presente in un romanzo che esalta il valore e la potenza emotiva dei ricordi, e invita a scoprire che, per essere davvero se stessi, occorre vivere il dolore e l’amore come due facce di una stessa medaglia.

Commento:
Quella di Neve, Andreas, Libero, Livia è una storia dura e toccante, una storia che poteva attecchire davvero solo su un'isola chiusa in se stessa, spigolosa come le sue rocce, corrosa come il mare che la lambisce, le dà da vivere e regola i ritmi dei suoi abitanti. E' proprio quel mare, che separa l'isola di Novembre dalle promesse della terraferma, a diventare ponte tra due persone, Neve e Andreas, che più diverse non potrebbero essere. E quello che fu lo sussuravano in tanti, ma nessuno poteva saperlo davvero o anche solo provare a capirlo. Ci è voluta l'ostinazione di una giovane ragazza tedesca, Edith, e del provato e sconvolto Manuel, più di cinquant'anni dopo, per smuovere la polvere e far risuonare di nuovo la melodia di due anime. Questa potrebbe essere una storia comune, piena di musica, sì, ma non particolarmente originale, se a scriverla non fosse stata un'autrice con la determinazione, l'acume e la forza narrativa di Valentina D'urbano: solo la ruvida lucidità del suo stile impedisce a questa storia di scadere nel melodrammatico e le dà la tempra giusta per risultare non solo credibile, ma anche commovente. La scrittura di Valentina D'urbano è cresciuta, si sente in questo libro tutta la sua maturità, tuttavia qui, a mio parere, manca qualcosa: manca quel graffio che, sin dal primo libro, ha sempre reso inconfondibile la penna tagliente di Valentina D'urbano. Ecco perché personalmente non posso annoverare Isola di Neve tra i migliori libri di quest'autrice, sebbene sia un ottimo libro scritto benissimo. I personaggi – pochi, ben delineati e con una caratterizzazione forte -, l'ambientazione, la musica, però, li ricorderò a lungo… lettura, comunque, assolutamente consigliata.


Opera recensita: "Isola di Neve" di Valentina D'urbano
Editore: Longanesi, 2018
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Isola di Novembre
Pagine: 320
Prezzo: 19,90 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


mercoledì 11 gennaio 2017

RECENSIONE: VALENTINA D'URBANO - NON ASPETTARE LA NOTTE


Sinossi:

Giugno 1994. Roma sta per affrontare un'altra estate di turisti e afa quando ad Angelica viene offerta una via di fuga: la grande villa in campagna di

suo nonno, a Borgo Gallico. Lì potrà riposarsi dagli studi di giurisprudenza. E potrà continuare a nascondersi. Perché a soli vent'anni Angelica è segnata

dalla vita non soltanto nell'animo ma anche su tutto il corpo. Dopo l'incidente d'auto in cui sua madre è morta, Angelica infatti, pur essendo bellissima,

è coperta da cicatrici. Per questo indossa sempre abiti lunghi e un cappello a tesa larga. Ma nessuno può nascondersi per sempre. A scoprirla sarà Tommaso,

un ragazzo di Borgo Gallico che la incrocia per caso e che non riesce più a dimenticarla. Anche se non la può vedere bene, perché Tommaso ha una malattia

degenerativa agli occhi e sono sempre più i giorni neri dei momenti di luce. Ma non importa, perché Tommaso ha una Polaroid, con cui può immortalare anche

le cose che sul momento non vede, così da poterle riguardare quando recupera la vista. In quelle foto, Angelica è bellissima, senza cicatrici, e Tommaso

se ne innamora. E con il suo amore e la sua allegria la coinvolge, nonostante le ritrosie. Ma proprio quando sembra che sia possibile non aspettare la

notte, la notte li travolge…

 

Valentina D’Urbano è, sin dal suo primo romanzo, una certezza: mi piace il suo stile, mi piacciono i temi che tratta e come li tratta. Ho cominciato a leggere questo libro ieri mattina presto, in preda all’insonnia e l’ho terminato stanotte: non ho potuto staccarmene per tutto il giorno, c’era una forza magnetica che mi teneva incollata a questa storia. Mentre leggevo, le sensazioni erano le più diverse: dapprima interesse per la vicenda di Angelica, che porta sul corpo i segni indelebili di un “incidente” d’auto avvenuto anni prima e nel quale sua madre è rimasta uccisa; poi stupore per la somiglianza tra me e Tommaso (eh sì, mi sarei aspettata di ritrovarmi nella protagonista femminile e invece no!); poi rabbia per l’evoluzione della storia, poi speranza ed infine trepidazione perché volevo assolutamente sapere come andava a finire tra questi due dannatissimi ragazzi!

Angelica e Tommaso hanno vent’anni e sono molto diversi: lei è ricca, è la proprietaria di una bellissima villa sulle colline toscane, non ha amici, è scostante con tutti e può sembrare snob, ma in realtà è solo molto, molto  spaventata. E’ spaventata dal giudizio degli altri, ha paura di soffrire ancora: il suo corpo e il suo bel viso sono sfigurati da quel tragico incidente che ha cambiato la sua vita per sempre. Lui, Tommaso, è bello e sveglio, è ben voluto da tutti in paese, ma si porta dietro il fardello di una malattia rara che gli ruba il tempo e la luce: sta per diventare completamente cieco, passa giorni buoni in cui riesce a distinguere i contorni delle cose e giorni cattivi in cui anche le azioni più comuni diventano difficili. Proprio in questi giorni Tommaso usa la sua Polaroid con cui ferma le immagini che gli sembrano interessanti per rivederle con calma, nei giorni buoni. E mentre scatta foto alla villa dei Gottardo, la famiglia più ricca del paese, Tommaso incontra Angelica. Da piccoli si conoscevano, giocavano insieme, ma ora nessuno dei due si ricorda dell’altro: fra quei tempi felici ed il presente è passata una vita e tante cose sono cambiate. Eppure Tommaso è folgorato da questa ragazza sfigurata che nelle sue istantanee appare bellissima, senza cicatrici e non può fare a meno di cercarla, di starle accanto. Ben presto, nonostante le remore di Angelica, la vitalità di Tommaso ha la meglio: i due si innamorano, diventano inseparabili, le loro anime scheggiate si trovano e formano qualcosa di bellissimo. Ma quando tutto sembra andar bene qualcosa si rompe… la fiducia tradita, un chiarimento che non arriva… tutto sembra compromettersi. Angelica sposa un altro, la malattia di Tommaso peggiora rapidamente, troppo rapidamente… è ancora lecito sperare?

Non mi risulta facile parlarvi di questo romanzo… c’è molto di me in queste considerazioni, forse perché sono emotivamente coinvolta: Tommaso, il coprotagonista di questa storia, è affetto da una grave e rara forma di retinopatia degenerativa che lo porta progressivamente verso la cecità. Io, invece, sono non vedente dalla nascita quindi, in qualche modo, posso capirlo. Non nego che in alcuni tratti, soprattutto verso la fine quando la malattia peggiora, mi sono anche un po’ risentita con lui perché non reagiva, si era chiuso in se stesso, si era lasciato andare. Avrei voluto dirgli:”Ehi, testone! Alzati, vestiti, esci di casa, parla con le persone, si vive bene ugualmente, è solo diverso… ok, a volte è più difficile, ma basta imparare!”. Poi ho capito… io la mia condizione l’ho accettata perché la conosco e ci convivo da sempre. Tommaso no! La sua situazione non è definitiva e poi lui prima vedeva! Lui i suoi familiari li ha visti, non li ha solo immaginati! E lo stesso dicasi per il suo paese, gli amici, Angelica! Assimilato questo concetto, ho cominciato a tifare apertamente per lui. Perché vi racconto questo? Magari ora non vi interessa, ma è un concetto fondamentale per capire il romanzo e per non confondere il pietismo con la realtà: Valentina D’Urbano, com’è suo solito, è stata bravissima nell’affrontare questo tema difficile perché quella che in apparenza potrebbe sembrare commiserazione è, invece, profonda comprensione della difficoltà di questo ragazzo. La stessa comprensione che, specularmente, ha dimostrato per Angelica e per il suo corpo segnato. Quest’autrice ha dimostrato, sin da “il rumore dei tuoi passi”, un’abilità particolare nel raccontare le vite degli altri, specialmente quelle vite ammaccate, che arrancano come il Ciao di Tommaso; sa scostare quel velo di apparenza per indagare a fondo nell’animo umano e lo fa sempre a viso aperto, prendendo i problemi di petto. Lo dimostra il suo stile particolarissimo, diretto, senza fronzoli, infarcito (quando serve) di espressioni colloquiali che esprimono perfettamente la quotidianità descritta. Ancora una volta, quindi, complimenti a quest’autrice. Un unico, piccolo, appunto: vista la puntualità della narrazione avrei voluto qualche pagina in più per il finale, bello ma forse un po’ sbrigativo… ma probabilmente è solo la mia ingordigia di lettrice.

Una lettura, comunque, che vi consiglio con particolare calore!

 

Opera recensita: “non aspettare la notte” di Valentina D’Urbano

Editore: Longanesi, 2016

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Roma-Borgo Gallico (Toscana)

Pagine: 377

Prezzo: 16,90 €

Consigliato: sì.

 

venerdì 2 settembre 2016

RECENSIONE: VALENTINA D'URBANO - ACQUANERA


Sinossi:

È un mattino di pioggia gelida, che cade di traverso e taglia la faccia, quello in cui Fortuna torna a casa. Sono passati dieci anni dall'ultima volta, ma Roccachiara è rimasto uguale a un tempo: un paesino abbarbicato alle montagne e a precipizio su un lago, le cui acque sembrano inghiottire la luce del sole. Fortuna pensava di essere riuscita a scappare, di aver finalmente lasciato il passato alle spalle, spezzato i legami con ciò che resta della sua famiglia per rinascere a nuova vita, lontano. Ma nessun segreto può resistere all'erosione dell'acqua nera del lago. A richiamarla a Roccachiara è un ritrovamento, nel profondo del bosco, che potrebbe spiegare l'improvvisa scomparsa della sua migliore amica, Luce. O forse, a costringerla a quel ritorno è la forza invisibile che ha sempre unito la sua famiglia: tre generazioni di donne tenaci e coraggiose, ognuna a suo modo...

 

“Acquanera”… che dire? Valentina D’Urbano riesce sempre a sorprendermi: ho adorato il suo primo romanzo, “Il rumore dei tuoi passi”, un po’ meno sconvolgente ma comunque bello “quella vita che ci manca”, ma questo… questo “acquanera” non saprei classificarlo. Mi è piaciuto? Credo di sì… di sicuro mi ha scosso e raggelato!

E’ ambientato a Roccachiara, un paesino apparentemente senza tempo, abbarbicato sulle montagne, dove l’inverno è freddo ed innevato e dove la vita ruota intorno ad un lago, un lago dalle rive fangose e dalle acque fredde e nere, in cui è meglio non fare il bagno. Sono proprio le acque del lago che Elsa, giovane cameriera in casa del sindaco, vede nei suoi sogni… ma invece che nere, le acque sono trasparenti e questo è segno di sciagura e di morte. E’ da qui che parte la storia familiare raccontata magistralmente da Valentina D’Urbano: è la storia di tre donne, Elsa, Onda e Fortuna, madre, figlia e nipote, che hanno doni particolari, conoscono le erbe, quelle buone e quelle cattive, sentono le presenze e vedono le anime dell’Aldilà. Questo le isola dal resto del paesino: gli altri le guardano con diffidenza, le emarginano per poi ricorrere al loro aiuto in casi particolari. Ciò che non si conosce fa paura ed insieme affascina, ed è questo che devono scontare queste donne: il disprezzo e la solitudine che contribuisce ad avvolgere loro, la loro casa e il lago in un alone di mistero. Questi doni condizionano le loro vite, gli sguardi sfuggenti, le maldicenze, le umiliazioni segnano le loro anime rendendole ancora più tormentate, folli e sole. Ma Fortuna, la più piccola, la figlia di Onda, lei sembra diversa. Lei sembra non avere poteri paranormali e questo restituisce la speranza a sua nonna Elsa, speranza che aumenta quando finalmente Fortuna trova un’amica, Luce, la figlia del becchino… ma c’è davvero qualcosa in cui sperare? L’amicizia con Luce si trasforma in qualcosa di morboso, quasi malato, quasi… letale. E’ un rapporto in bilico su segreti sconosciuti o inespressi… ma prima o poi tutto viene a galla e ciò che siamo può travolgerci… non si sfugge a ciò che siamo.

Sembra essere questa la lezione che l’autrice vuole lasciarci alla fine di questa storia tetra, a volte macabra e un po’ surreale… noi siamo ciò che abbiamo vissuto, il posto da cui veniamo, le braccia che ci hanno cullato. Ciò che ci circonda, anche quando tentiamo di respingerlo, finisce sempre per condizionare noi e chi ci sta intorno.

“Acquanera” è un libro strano, diverso dagli altri della stessa autrice: Valentina D’Urbano ci ha abituato a storie di disagio, di emarginazione e degrado. Ma qui si spinge oltre, nel terreno fangoso delle tradizioni popolari, delle dicerie di paese, dei rimedi di streghe e fattucchiere, creando un’ambientazione cupa che odora di freddo come le acque di un lago ghiacciato, di umido come il muschio dei boschi, e di un odore ancestrale di paura e di morte, come quello che si sente in un cimitero deserto.

Consiglierei questo libro? Sì, se non cercate qualcosa di allegro o romantico e se volete leggere un romanzo che non sia thriller o fantasy, ma che un pochino vi si avvicini. E sì, se in voi c’è ancora una piccola parte irrazionale che crede alle vecchie storie popolari, storie di cose inspiegabili, di donne con il capo coperto che sanno rimestare le erbe per donare o per togliere.

Ancora una volta, comunque, complimenti a Valentina D’Urbano che non ha paura di allontanarsi dal seminato per raccontarci storie sempre nuove con il suo stile diretto ed essenziale. Valentina… però, la prossima volta magari qualche morto in meno? J

 

Opera recensita: “acquanera” di Valentina D’Urbano

Editore: Longanesi, 2013

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Roccachiara

Pagine: 357

Prezzo: 14,90 € (rilegato); 6,99 € (ebook)

Consigliato: sì.

 

martedì 10 maggio 2016

RECENSIONE: VALENTINA D'URBANO - IL RUMORE DEI TUOI PASSI


Sinossi:

IN UN LUOGO FATTO DI POLVERE, DOVE OGNI COSA HA UN SOPRANNOME, DOVE IL QUARTIERE IN CUI SONO NATI E CRESCIUTI è CHIAMATO "LA FORTEZZA", BEATRICE E ALFREDO SONO PER TUTTI "I GEMELLI". I DUE PERò NON HANNO IN COMUNE IL SANGUE, MA QUALCOSA DI PIù PROFONDO. A LEGARLI è UN'AMICIZIA RUVIDA COME L'INTONACO SBRECCIATO DEI PALAZZI IN CUI ABITANO, NATA QUANDO ERANO BAMBINI E SOPRAVVISSUTA A TUTTO CIò CHE DI OSCURO LA VITA PUò REGALARE. UN'AMICIZIA CHE CRESCE CON LORO FINO A DIVENTARE UN AMORE SELVAGGIO, GRAFFIANTE COME VETRO SPEZZATO, DELICATO E LUMINOSO COME UN GIRASOLE. UN AMORE NATO NONOSTANTE TUTTO E TUTTI, NONOSTANTE LORO STESSI PER PRIMI. MA ALLE SOGLIE DEI VENT'ANNI, LA VOCE DI BEATRICE è STANCA E STROZZATA. E IL CUORE FRAGILE DI ALFREDO HA PERSO I SUOI COLORI. PERCHé TUTTO STA PER CAMBIARE

 
Oggi vi parlo di uno dei miei libri preferiti, “Il rumore dei tuoi passi” della giovane scrittrice romana Valentina D’urbano.
E’ la storia di Beatrice e Alfredo, due ventenni che vivono la loro vita, la loro amicizia, il loro amore in una realtà dura, difficile, quella del quartiere Fortezza, tra case popolari, degrado, polvere e fame.
Ed è proprio qui che nascono e crescono Bea e Alfredo. Loro che tutti chiamano i “gemelli”, non gemelli di sangue, ma di vita: camminano allo stesso modo, fanno gli stessi gesti, la stessa mimica facciale, mangiano, ridono, litigano allo stesso modo, si fanno del male nella stessa misura, dormono alla stessa posizione, ma questo lo sanno solo loro.
“il rumore dei tuoi passi è un romanzo bello, denso e scioccante: bello in modo graffiante, tagliente, come può essere bello un amore estremo e disperato, capace di nascere e sopravvivere anche dove non cresce nient’altro; denso di sensazioni contrastanti, il disagio, la paura, l’amicizia, l’odio, l’amore; scioccante perché non ti lascia scampo, ti cattura sin dalla prima pagina, con un’inizio decisamente ad effetto, e ti porta dove vuole, dove tu non vorresti andare. Valentina D’urbano, con la sua scrittura sapientemente ruvida, disillusa, con lo stile diretto ed insieme distaccato, ci costringe a vedere ciò che proprio non vorremmo vedere, ciò che sappiamo esistere a due passi da noi, ma da cui troppo spesso distogliamo lo sguardo.
La Fortezza sembra un posto surreale, uno di quei quartieri dimenticati da Dio che vediamo solo in certi film o documentari sulla povertà del cosiddetto Terzo mondo… ma no, se guardiamo bene scopriremo che la Fortezza non è poi così lontana, è qui, nella nostra bella Italia.
Questo libro l’ho letto più di un anno fa, ma mi è rimasto impresso per vari motivi: innanzitutto perchè mi ha fatto piangere. E voi direte “ok, non lo leggo, non voglio piangere”… invece no, dovreste proprio leggerlo perché parla di cose reali, vere, assurde ma (purtroppo) esistenti, vicine, a due passi da noi. E poi mi è rimasto impresso perché l’ho iniziato alle 11:00 di una mattina di gennaio e l’ho terminato alle due della stessa notte: le parole bruciavano come gli occhi, ma proprio non riuscivo a smettere! Un grazie ed un “bravissima” a Valentina D’urbano! Leggetelo e non ve ne pentirete!

 
Opera recensita: “il rumore dei tuoi passi” di Valentina D’urbano
Editore: Longanesi (La Gaja Scienza) 2012
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: quartiere fortezza
Pagine: 320
Consigliato: sì
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