simposio lettori copertina

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domenica 6 settembre 2020

RECENSIONE: DANIELE MENCARELLI - TUTTO CHIEDE SALVEZZA


Sinossi:
Ha vent'anni Daniele quando, in seguito a una violenta esplosione di rabbia, viene sottoposto a un TSO: trattamento sanitario obbligatorio. È il giugno del 1994, un'estate di Mondiali. Al suo fianco, i compagni di stanza del reparto psichiatria che passeranno con lui la settimana di internamento coatto: cinque uomini ai margini del mondo. Personaggi inquietanti e teneri, sconclusionati eppure saggi, travolti dalla vita esattamente come lui. Come lui incapaci di non soffrire, e di non amare a dismisura. Dagli occhi senza pace di Madonnina alla foto in bianco e nero della madre di Giorgio, dalla gioia feroce di Gianluca all'uccellino resuscitato di Mario. Sino al nulla spinto a forza dentro Alessandro. Accomunati dal ricovero e dal caldo asfissiante, interrogati da medici indifferenti, maneggiati da infermieri spaventati, Daniele e gli altri sentono nascere giorno dopo giorno un senso di fratellanza e un bisogno di sostegno reciproco mai provati. Nei precipizi della follia brilla un'umanità creaturale, a cui Mencarelli sa dare voce con una delicatezza e una potenza uniche.

Commento:
Questo è uno dei rari casi in cui, davvero, non trovo le parole per recensire questo romanzo. Non le trovo perché ne avrei tante, troppe da dire, ma nessuna descrizione, sintesi o riassunto renderebbe giustizia all'umanità racchiusa in queste pagine. Non le trovo, le parole, perché Tutto chiede salvezza non è uno di quei libri da scaffale, da recensire e raccontare: è uno di quei libri da comodino o da borsetta, da avere sempre vicino, da aprire nei momenti di sconforto per non sentirsi soli, per combattere la rabbia, la solitudine, la frustrazione per una vita che raramente va come vorremmo e che, infine, si riduce a un afflato di vento. Non è un libro da raccontare, questo: è un libro che si può solo leggere e rileggere, perché nelle storie dei personaggi che lo animano è impossibile non ritrovare un pezzettino di noi. Non aggiungo altro, se non, ancora, un invito: leggetelo, non ve ne pentirete, vi toccherà l'anima.

Opera recensita: "Tutto chiede salvezza" di Daniele Mencarelli
Editore: Mondadori, 2020
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Lazio
Pagine: 204
Prezzo: 19,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5.


venerdì 10 luglio 2020

RECENSIONE: CLAUDIA PETRUCCI - L'ESERCIZIO


Sinossi:
Giorgia incontra Filippo a una festa di laurea: lui si innamora della sua fragilità, lei si sente rassicurata dalla normalità di quel ragazzo laureato in Lettere, che ha dovuto rinunciare al giornalismo per dedicarsi al bar dei genitori. Come molti coetanei, la loro vita di coppia si scontra con ambizioni negate e costanti problemi economici, così Giorgia non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che esplode quando ritrova per caso Mauro, il suo vecchio maestro di teatro. La recitazione era già stata per lei l'ancora di salvezza nei momenti più bui del suo passato, e il palco ora sembra finalmente riaccenderla. Ma incendiare un'anima irrequieta può diventare un esercizio rischioso se l'attrice protagonista perde di vista il confine tra realtà e finzione. Filippo e Mauro si troveranno complici e avversari al tempo stesso, sedotti da un gioco pericoloso per riconquistare Giorgia: scrivere il copione per la sua vita perfetta.

Commento:
Giorgia, Filippo, Mauro. Mauro, Giorgia, Filippo. Filippo, Mauro, Giorgia. Giorgia, Giorgia, Giorgia.
Giorgia è il fulcro di questa storia. Lei, la sua malattia, la sua esistenza, il suo essere è il perno delle vite dei personaggi di questo romanzo. Giorgia, che con le sue azioni e soprattutto le sue omissioni, condizionerà la vita di Filippo e cambierà quella di Mauro; Giorgia che, prima attrice della compagnia, si prende la scena col suo dolore, le sue stranezze, la sua fragilità, la sua forza. Giorgia che, divorata da un mostro che le cresce dentro, fa un gesto inconsulto, finisce in clinica e anche da lì impone l'attenzione su di sé al punto che Filippo, il suo ragazzo, e Mauro, il suo amico e maestro di teatro, inventano un piano, una prova, un esercizio per farla ritornare in vita, per farla ricordare, per far sì che torni quella che era prima. Ma una persona, per quanto si cerchi di plasmarla secondo il nostro sentire, non sarà mai ciò che era. Sarà solo la proiezione di ciò che noi vogliamo che sia, solo la proiezione dal vero di ciò che noi conosciamo di lei. Per quanto provino a tracciare i contorni della sua vita, Filippo e Mauro dovranno fare i conti con l'essenza di Giorgia, perché, accada quel che accada,  Giorgia è se stessa, corpo e mente unici e divergenti dall'immagine che gli altri hanno di lei. E spetta solo a lei decidere come gestire il suo personaggio.
L'esercizio è un ottimo esordio letterario, un'opera prima originale, scritta con penna sicura, senza giocare su sentimentalismi facili, luoghi comuni o stereotipi. Tuttavia – e da qui la valutazione personale non altissima – ne sono uscita oltremodo turbata, angosciata, stremata. Per tutta la durata della lettura non sono riuscita ad entrare nelle pagine, né ad empatizzare con nessuno dei personaggi: c'era sempre qualcosa che mi disturbava, che mi respingeva, senza per questo indurmi ad abbandonare la lettura. Credo sia, però, una mera questione di sensibilità diverse oltre che di gusto narrativo, ecco perché consiglio comunque la lettura. A prescindere dalle remore e dai gusti personali che non mi portano a promuoverlo a pieno, L'esercizio è un libro particolare e a suo modo audace, che si distingue in una narrativa italiana troppo uguale a se stessa. Perciò… se vi capita, dategli una possibilità, magari incontra il vostro gusto di lettori che può essere diverso dal mio.

Opera recensita: "L'esercizio" di Claudia Petrucci
Editore: La nave di Teseo
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Milano
Pagine: 333
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 6,5.


martedì 23 giugno 2020

RECENSIONE: PAOLO GIORDANO - IL NERO E L'ARGENTO


Sinossi:
Questa è la storia di un amore giovane. Di una coppia felice e inesperta, spaventata di scoprire, giorno dopo giorno, le molteplici forme dell’abbandono. Perché anche le famiglie possono soffrire di solitudine, proprio come le persone. Ad accudire in silenzio tutte le incertezze, oltre a prendersi cura del loro bambino, ci ha sempre pensato la signora A. Per questo, quando arriva un male a portarsela via, si spalanca in casa un vuoto improvviso. Nora e suo marito devono ancora accorgersi che il coraggio della signora A., ormai, appartiene anche a loro.
È dentro le stanze che le famiglie crescono: strepitanti, incerte, allegre, spaventate. Giovani coppie alle prime armi, pronte ad abbracciarsi o a perdersi. Come Nora e suo marito. Ma di quelle stanze bisogna prima o poi spalancare porte e finestre, aprirsi al tempo che passa, all’aria di fuori. «A lungo andare ogni amore ha bisogno di qualcuno che lo veda e riconosca, che lo avvalori, altrimenti rischia di essere scambiato per un malinteso». È cosí che la signora A., nell’attimo stesso in cui entra in casa per occuparsi delle faccende domestiche, diventa la custode di una relazione, la bussola per orientarsi nella bonaccia e nella burrasca. Con le pantofole allineate accanto alla porta e gli scontrini esatti al centesimo, l’appropriazione indebita della cucina e i pochi tesori di una sua vita segreta, appare fin da subito solida, testarda, magica, incrollabile. «La signora A. era la sola vera testimone dell’impresa che compivamo giorno dopo giorno, la sola testimone del legame che ci univa. Senza il suo sguardo ci sentivamo in pericolo». Ci sono molti modi per raccontare una storia d’amore. Paolo Giordano ha scelto la via piú sensibile: registrare come un sismografo le scosse del quotidiano, gli slanci e i dolori, l’incapacità e il desiderio. Solo un piccolo naufragio, il primo fra i tanti che una coppia si troverà ad affrontare.

Commento:
Quella raccontata in queste pagine da Paolo Giordano è una storia comune ed insieme speciale, come lo sono tutte le storie che parlano di legami, persone, affetto, amore, perdita. È la storia di una famiglia – padre, madre e figlio – che per caso e per necessità incontra la signora A, una donna anziana che rapidamente finisce per diventare insostituibile. Nora è incinta di Emanuele, ma il bambino vorrebbe nascere ben prima del previsto, così Nora deve restare a riposo, ha bisogno di essere accudita e serve qualcuno che pensi alla casa. I coniugi chiedono aiuto ad A, che col suo piglio intransigente e il suo passo marziale, diventa il sergente di ferro di cui nessuno può più fare a meno. La convivenza va avanti per molti anni, finché un bel giorno di punto in bianco, A dice che non verrà più perché è stanca. Non lo sa ancora, ma una malattia se la porterà via in breve tempo, lasciando nel cuore di tutti un vuoto incolmabile: nulla sarà più come prima. E insieme alla mancanza di A, la famiglia scopre le sue debolezze, i vuoti, i non detti… e anche un padre e una madre innamorati dovranno fare i conti con loro stessi, i loro sentimenti e risentimenti e venire a patti con l'altro.
Una lezione di maturità per tutti, una storia di amicizia e affetto, triste e dolce. Dal punto di vista strettamente personale, devo ammettere che, sebbene mi sia piaciuto il modo in cui Giordano l'ha raccontata, questa storia non mi ha colpito quanto mi sarei aspettata… l'ho apprezzata, ma ho l'impressione che non rimarrà nella mia mente a lungo. Me ne dispiaccio, comunque la consiglio.

Opera recensita: "Il nero e l'argento" di Paolo Giordano
Editore: Einaudi, 2014
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Piemonte
Pagine: 128
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.



lunedì 6 aprile 2020

RECENSIONE: VALENTINA NUCCIO - TERRA D'OMBRA BRUCIATA


Sinossi:
Piera, una vita normale in una cittadina del Nord finché il marito, insegnante, ottiene il tanto desiderato trasferimento nella sua città natale, Taranto. Con il figlio Giacomo e il gatto Mou percorrono tutta l'Italia ma, quando si ritrova davanti alle ciminiere dell'ex Ilva, lei si sente smarrita e spaventata. Quando il figlio ha un piccolo incidente, si ritrova catapultata in una realtà spaventosa in cui tanti bambini sono pazienti 048: ammalati di cancro. Taranto però non è solo morte. È anche mare, cielo azzurro e bellezza storica, e piano piano Piera se ne innamora, decidendo di unirsi alla lotta quotidiana degli abitanti, tra tragedie e solidarietà. Piera cambia, si trasforma in una donna nuova, scoprendosi diversa da quella che pensava di essere. Prefazione di Erri De Luca.

Commento:
Il viaggio dal Nord fino a Taranto è lungo e, se non si sta raggiungendo la meta per le vacanze, potrebbe non essere proprio felice. Mentre guarda fuori dal finestrino immersa nei suoi pensieri, Piera è spaventata: il marito, Mario, le ha detto che al loro arrivo ritroverà il sole e il mare… ma lei, settentrionale amante della montagna, lo odia il mare… e il sole è troppo caldo. In realtà queste sono scuse: Piera ha paura perché sa che a Taranto c'è un camino che svetta alto e temibile, simbolo di quel mostro che con una mano sfama gli abitanti della città e con l'altra li ammazza. Piera ha paura per se stessa, per il marito, ma ancora di più ne ha per il figlioletto Giacomo. È proprio quando quest'ultimo ha un piccolo incidente giocando, che Piera recandosi in ospedale, entra per la prima volta in contatto con i bambini 048 e con le loro famiglie. Questa esperienza le cambierà la vita, la compassata e controllata Piera sentirà nascere dentro di sé uno sgomento misto a rabbia, a volontà, necessità di fare qualcosa, di sapere, di incontrare. Ed evidentemente questi sentimenti devono trasparire all'esterno, perché da quel momento sono gli altri ad offrirle storie, pezzi di vita, racconti strazianti di vite cambiate o finite per colpa della malattia. Le spiegano cosa sia uno 048, cosa siano i Wind Days, le raccontano di chi non ce l'ha fatta… ma anche di chi lotta, sopravvive, le raccontano degli esempi belli, delle mamme coraggio, della bellezza di una città che non si arrende, di una città di tutti, sani e malati, in cui tutti hanno il diritto di provare a vivere. E così, quando infine il mostro stenderà i suoi tentacoli fino alla sua famiglia, Piera sarà pronta a prendere le cose come verranno, facendo coraggio a se stessa ed alla sua famiglia. C'è tanto dolore in queste pagine, ma anche tanto coraggio, c'è l'energia della speranza e della necessità di andare avanti per forza, di trasformare la rabbia in energia e di riappropriarsi della propria vita, a prescindere da quanta ne resti, quale che sia il conto da pagare. Si può sorvolare su qualche opinabile scelta narrativa? Sì, se si guarda alle storie, al non detto e all'urlato, al messaggio di forza che queste pagine ci lasciano e ci lanciano… perché tutti hanno il diritto di continuare a vivere o almeno di provarci… anche noi.


Opera recensita: "Terra d'ombra bruciata" di Valentina Nuccio
Editore: Le mezzelane casa editrice, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Taranto
Pagine: 112
Prezzo: 13,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


martedì 12 novembre 2019

RECENSIONE: GRéGOIRE DELACOURT - DANZANDO SULL'ORLO DELL'ABISSO


Sinossi:
Emma, quarant’anni, felicemente sposata, tre figli, incontra lo sguardo di uno sconosciuto nella brasserie della cittadina in cui vive. E in un istante, capisce. Capisce che per quell’uomo è disposta a rischiare ogni cosa. Il matrimonio. La sicurezza. La serenità di coloro che ama più di se stessa. Quando lui dimostra di ricambiarla, Emma chiude gli occhi, spalanca il cuore e fa il grande salto. Danzando sull’orlo dell’abisso è il racconto di quel salto. Di cosa accade quando l’amore, la consuetudine, le fondamenta stesse di un’esistenza, vacillano sull’orlo di un abisso che tutto promette e tutto minaccia di inghiottire. Con precisione chirurgica e straordinaria sensibilità poetica, Grégoire Delacourt mette in scena la vertigine del desiderio, le conseguenze della libertà e l’intensità del momento in cui capisci che “il presente è l’unica eternità possibile.”

Commento:
Inutile girarci intorno: Danzando sull'orlo dell'abisso è un libro struggente e difficile da leggere. Non perché sia brutto, tutt'altro! Quella racchiusa in queste pagine è una storia tanto bella quanto triste, sia per le vicende in sé, sia per la sensibilità con cui vengono raccontate. Esistono, infatti, qui due dimensioni: quella della storia, della narrazione, e quella della scrittura. La storia è quella di Emma che alla soglia dei quarant'anni, pur non avendo nulla da recriminare, con un marito e una famiglia presente, inciampa per caso in un gesto sobrio e insignificante compiuto da uno sconosciuto e si perde completamente per lui. Emma non era infelice, ma da sempre – e se ne rende conto quando lo trova in quell'uomo al tavolo di una brasserie – cercava qualcosa, qualcosa che le mancava: non un'avventura, non un amante, ma una vertigine. Soccombere al desiderio e lasciare famiglia e sicurezza o distogliere lo sguardo e barricarsi contro gli attacchi del proprio io? Una scelta dura, resa durissima dagli accidenti che il destino, il fato, Dio o il diavolo mette sul cammino di Emma. Una storia di scelte, desiderio, dolore, amore, famiglia, incidenti, amicizia, vita, morte. Poi c'è la dimensione della scrittura: sì, perché una storia diventa tanto più bella quanto più chi la racconta sa far emozionare. E Grégoire Delacourt qui non solo emoziona, ma crea empatia, crea poesia. Tutto il libro è venato di un lirismo profondo, intenzionale e intrinseco, naturale, mai spocchioso o contraffatto. E tra un bicchiere di vino, un'ostrica e un'antidolorifico tutto diventa più intenso, anche la sofferenza ci sembra più vivida se raccontata così. E perciò è ovvio che, anche se è difficile da leggere perché non distoglie lo sguardo davanti ai sentimenti e al dolore, io ve lo consiglio lo stesso questo libro… perché la vita va affrontata sempre, qualsiasi calice ci ponga davanti.


Opera recensita: "Danzando sull'orlo dell'abisso" di Grégoire Delacourt
Editore: Dea Planeta, 2019
Genere: narrativa europea
Ambientazione: Francia
Pagine: 240
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


giovedì 24 ottobre 2019

RECENSIONE: ANGELO FERRACUTI - LA METà DEL CIELO


Sinossi:
Dentro la piccola comunità di un borgo dell’Italia centrale, dentro l’incombente senso di vuoto che segue la stagione felice dell’amore e dell’impegno politico, dentro le piccole cose della vita famigliare entra la grandezza devastante della morte. Patrizia, la moglie di Angelo, muore a soli 42 anni. Lui, ossessionato dai fallimenti, economici e morali, si muove incerto nel nuovo presente. Son passati dieci anni ma la memoria torna alla malattia, a come si è manifestata, a come ha dettato il suo protocollo. La narrazione mescola, per piani sfalsati, l’esperienza del dolore e quella della ricostruzione, l’apparire di una nuova figura femminile e l’asfissia provinciale, le fughe, i ritorni e la smemorante esperienza alcolica.
Angelo Ferracuti insegue con pazienza i fatti, la cruda cadenza dei fatti, torna alle forme del desiderio, dell’intesa, dei silenzi, e di una nuova ritrovata complicità. Siamo ospitati con garbo, senza patetismi, dentro una storia che diventa quasi nostra e che dice, fra strazio e calore, quanta vita c’è oltre lo strappo del vuoto.

Commento:
Quella raccontata in queste pagine è una storia vera, una storia di vita vissuta intensamente, con il suo carico di fallimenti, piccole gioie, viaggi, vacanze, cene, liti, alcool, dolori… una vita, insomma. A raccontarcela, con il coraggio di chi ci è passato attraverso, è Angelo Ferracuti. Angelo e Patrizia si sono conosciuti da giovanissimi, grazie all'amore per il teatro; hanno condiviso la militanza politica, la convivenza, il matrimonio, due figlie – Eugenia e Lucrezia – e un sacco di altre esperienze positive e negative. Una, in particolare, li ha profondamente uniti dopo un lungo periodo di instabilità, la malattia di lei, il tumore che poi li avrebbe separati dopo una sofferenza immensa. Fiaccato, smarrito, disorientato dal dolore e dal vuoto, Angelo cerca di ricostruire la storia condivisa con Patrizia e le figlie, di tracciare un percorso di parole, emozioni, ricordi; lo fa nell'arco di dieci anni in cui ne analizza i contorni, la rimaneggia, la stravolge fino a giungere a questo libro, risultato di più di dieci anni di rielaborazione del dolore e del lutto. Oggi, al culmine del percorso di trasformazione ed accettazione di sé cominciato molti anni fa e che l'ha reso un'altra persona, Angelo Ferracuti ha una moglie con cui è felice, ha trovato il coraggio di ridare corso alla sua vita anche grazie a quel dolore, a quell'esperienza che non può dimenticare, ma con la quale deve imparare a convivere. La metà del cielo non è, com'è ovvio e prevedibile, un libro facile: non si legge a cuor leggero, non gli si possono affibbiare le solite frasi da recensori del tipo "è scorrevole", "si fa leggere" ecc. No, questa è una storia intrisa di dolore, calore, vita, che va interiorizzata – per quanto possibile -, presa a piccoli sorsi e soprattutto rispettata. Consiglio questa lettura? Sì, perché sebbene non sia facile, tocca uno dei due argomenti che inesorabilmente riguardano tutti noi: non la morte, ma la vita.


Opera recensita: "La metà del cielo" di Angelo Ferracuti
Editore: Mondadori, 2019
Genere: autobiografico, narrativa italiana
Ambientazione: Marche-Italia
Pagine: 216
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


sabato 17 agosto 2019

RECENSIONE: AYANTA BARILLI - UN MARE VIOLA SCURO


Sinossi:
Un bisnonno, Belzebù, dal nome improbabile e inquietante. E un luogo, Colorno, così carico di segreti e di orrore da non potersi evocare. Parte da qui, dagli ostinati silenzi e dalle invenzioni di una famiglia di saltimbanchi, bugiardi, scrittori, amazzoni e diavoli, il viaggio di Ayanta alla scoperta della sua verità.
Tre donne: Elvira, Angela, Caterina. Un secolo di Storia: la nostra. E poi Padova, Parma, Roma, Tellaro, Madrid. Per riannodare il filo contorto e spezzato della memoria, Ayanta si addentra nel labirinto ora spaventoso, ora traboccante di luce delle proprie radici, fruga nei vecchi cassetti, separa le favole dalla realtà, le leggende dalle bugie. Sveglia fantasmi a lungo sopiti, forza le stanze chiuse dei ricordi, traccia i frastagliati contorni di un dramma famigliare ma non domestico – anzi, universale – lungo tre generazioni. Perché sono le donne a custodire la memoria, lacune e omissioni comprese, delle generazioni passate e presenti. E sono sempre loro, le donne, a mettere le mani in quei cassetti, a trasformare i detriti in storie che pretendono di essere ascoltate. Storie così vive da riguardarci tutti.
Finalista del Premio Planeta e grande successo di vendite in Spagna, Un mare viola scuro è l’esordio di una scrittrice di talento, capace di affrontare i temi fondamentali – l’amore, la condizione femminile, la perdita, la scrittura – attraverso una lingua di rara sensibilità.

Commento:
Quando muore un parente stretto ci si stupisce sempre per quel dettaglio importante che non si conosce. Da quel dettaglio, però, spesso parte una serie di scoperte più o meno dolorose, fatte di ricordi, omissioni, dettagli mancanti, pieni e vuoti di cui non si sospettava neppure l'esistenza. E' un po' quello che succede ad Ayanta Barilli che, alla morte della nonna Angela, non conosce il vero nome del padre da indicare nel certificato. Tutti in casa lo chiamavano Belzebù, ma di certo non è questo il suo nome. E proprio quel nome, unito ad un altro, susciterà in Ayanta ricordi e nostalgie che le faranno venir voglia di scoprire la vera storia della sua famiglia. Sarà proprio indagando tra le carte, tra i ricordi, tra gli aneddoti veri o inventati, sarà tuffandosi nelle pagine scritte ed autopubblicate da Angela, che Ayanta scoprirà la storia di Elvira e della sua presunta follia, di Belzebù e delle sue insicurezze, di Angela e della sua forza, di Carlotta e Caterina così vicine eppure così diverse… e solo così riuscirà davvero a capire chi è lei, da dove viene e da cosa deve salvarsi. Un tuffo nei ricordi, un salto nel buio in un mare di sofferenza, cattiveria, menzogna, indifferenza o incapacità di comprendere. Un viaggio salvifico nella conoscenza di sé.
Un mare viola scuro, a metà tra autobiografia, saga familiare e memoir di famiglia, racconta una storia familiare, intima e universale, una storia che in molti punti tocca quelle di tante altre famiglie italiane del Novecento, di tante altre donne intrappolate in una scelta sbagliata e punite troppo duramente dalla vita per quell'unico sbaglio. La follia, la malattia, la famiglia, le donne e la loro capacità di rinascere e sopravvivere sempre, il succedersi delle generazioni, sono questi i temi portanti di questo romanzo così sincero e a tratti commovente, che porta con sé il sapore antico della sofferenza troppo spesso nascosta e soffocata. Una lettura non facile, sia per la portata dei temi affrontati, sia per lo stile che mescola pensieri dell'autrice, parti dei diari e delle lettere delle donne di cui traccia il vissuto. Sebbene il racconto sia armonico e tutto si incastri perfettamente nella narrazione, il leggero cambio di stile nonché il cambio di narratore può portare qualche attimo di spaesamento. Un'ottima lettura, comunque, che regala numerosi spunti di riflessione.

Opera recensita: "Un mare viola scuro" di Ayanta Barilli
Editore: Dea Planeta, 2019
Genere: autobiografia, saga familiare
Ambientazione: Italia-Spagna, 1883-2018
Pagine: 400
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


lunedì 3 giugno 2019

RECENSIONE: ERIC-EMMANUEL SCHMITT - OSCAR E LA DAMA IN ROSA


Sinossi:
La storia del piccolo Oscar, ammalato di leucemia, che riesce ad affrontare il dolore della malattia e l'idea della morte. Una fiaba tenera e coraggiosa sull'amore, l'amicizia e la speranza.

Commento:
In genere, pur essendo cattolica credente e praticante,  non amo i romanzi in cui la religione e la fede occupano un ruolo preponderante… però per ogni regola ci sono delle eccezioni: Oscar e la dama in rosa è una di queste. Con la sua solita leggiadria, Eric-Emmanuel Schmitt riesce a rendere accettabile anche ciò che non lo è… perché non è accettabile che Oscar, uno sveglio ragazzino di dieci anni stia per morire di leucemia. Non è accettabile che sia confinato in ospedale, senza poter avere il conforto dei propri genitori se non una volta a settimana, e con l'unica compagnia di altri bambini ammalati, infermiere e medici in evidente imbarazzo e dame in rosa. E' proprio una di queste donne che, con i loro camici rosa, portano conforto agli ammalati, a riuscire a spezzare la corazza di silenzio ed impenetrabilità che Oscar ha eretto per difendersi. E' la donna che Oscar chiama Nonna Rose a convincerlo a scrivere a Dio, a rivelare a lui le paure e i pensieri inespressi. «Confidagli i tuoi pensieri. I pensieri che non dici sono pensieri che pesano, che si incrostano, che ti opprimono, che ti immobilizzano, che prendono il posto delle idee nuove e che ti infettano. Diventerai una discarica di vecchi pensieri che puzzano, se non parli». Questo Nonna Rose dice ad un demoralizzato Oscar che ormai ha capito che morirà presto e pensa di non piacere più a nessuno, perché tutti in ospedale lo trattano diversamente. Ed Oscar scrive, confessa tutto a Dio e fa un gioco con lui e con la dama: ogni giorno che gli resta sarà come vivere dieci anni. Ad Oscar la morte fa paura non perché è ignota, ma perché gli farà perdere tutto ciò che conosce… e forse è così anche per tutti noi.
In un libricino di 100 pagine circa è condensato il più grande interrogativo, il più grande spettro della vita umana: la morte; Eric-Emmanuel Schmitt ci offre un'ancora per viverla nel modo migliore possibile, per accettarla come parte stessa della vita. Dio è molto presente in questo libro, ma c'è anche tanta ironia, leggerezza, fantasia… è una fiaba coraggiosa, questa, e come tutte le fiabe serve a rischiarare il buio, il nero delle nostre paure più recondite. E' impossibile non commuoversi davanti alle domande di Oscar, al suo spaesamento di fronte alle reazioni degli adulti; non si può non sorridere leggendo dei suoi "approcci" con le ragazze del reparto… E' un libro che consiglio a tutti perché parla di cose che riguardano tutti, ma occorre tener conto che parla comunque della malattia di un bambino… perciò leggetelo quando sarete nello stato d'animo giusto.

Opera recensita: "Oscar e la dama in rosa" di Eric-Emmanuel Schmitt
Editore: Vari, prima ed. originale 2002
Genere: narrativa francese
Ambientazione: non definita
Pagine: 120 (ed. E/O 2015)
Prezzo: 9,90 €
Consigliato: sì
Voto personale: 10.


giovedì 16 maggio 2019

RECENSIONE: CATENA FIORELLO - TUTTE LE VOLTE CHE HO PIANTO


Sinossi:
Nell'autunno tiepido di una Messina dalle spiagge ormai deserte, Flora corre ogni mattina sul bagnasciuga: il vento, il sole, la pioggia, le nuvole, il rumore del mare sono divenuti per lei compagni indispensabili. Una disciplina che le dona calma, adesso che, a quasi quarant'anni, sta cercando di riprendere le redini della sua vita. Il matrimonio con Antonio, sposato da giovanissima, è andato in frantumi dopo l’ennesimo tradimento di lui, sempre in cerca di nuove avventure che non approdano mai a nulla. Eppure Flora non riesce a dimenticarlo e vacilla ogni volta che lui torna a corteggiarla, alimentando le illusioni della figlia quindicenne Bianca. Ma la sua vita è già abbastanza complicata, con un bar da gestire e una madre anziana che non ha mai superato la morte del marito e, soprattutto, la perdita di Giovanna, la sorella maggiore di Flora: bellissima, indomabile e carismatica, uccisa a vent'anni in un tragico incidente. E adesso Flora trema vedendo che la figlia Bianca, per uno strano destino, coltiva il sogno di diventare attrice proprio come un tempo Giovanna. Ma a scombinare di nuovo le carte, un giorno arriva Leo, con la sua aria da James Dean e un passato che lo lega a quei luoghi, dove sta per produrre un film. E con i suoi modi affascinanti, si insinua pericolosamente nei pensieri di Flora... Ma perché Leo sembra sapere tante cose su di lei? Cosa si nasconde dietro il suo interesse per Flora? Può realmente fidarsi di quest’uomo così misterioso? Commovente e carico di passione: un romanzo per chi non ha mai smesso di credere nella vita e nell'amore.

Commento:
Qualche sera fa, guardando il telegiornale, ho ascoltato di sfuggita l'intervista in cui Catena Fiorello – autrice che non avevo mai letto prima d'ora, ma che mi incuriosiva da tempo – presentava il suo ultimo libro, Tutte le volte che ho pianto. Il titolo in altri tempi mi avrebbe scoraggiata o quantomeno fuorviata, ma, sarà che sono in un momento di particolare sensibilità, sarà che mi ha attirato l'ambientazione, sarà stato qualcosa che ha detto l'autrice… fatto sta che l'ho cercato… e l'ho divorato in una notte.
Tutte le volte che ho pianto è un romanzo intenso, che racconta la storia di Flora, una donna normale perché eccezionale, come tante altre donne. Flora ha trentasei anni, una figlia adolescente - Bianca -, un cane – Pulce -, una madre da accudire e un matrimonio dal quale sta cercando di liberarsi; è proprietaria di un bar vicino al tribunale di Messina che gestisce con Mauro, il collaboratore che tutti i titolari vorrebbero. Proprio nel suo bar, una mattina, capita uno strano cliente che la guarda fisso, la chiama per nome senza che si siano presentati e che dice di conoscerla… Flora non sa chi sia, però le capita di pensarlo sempre più spesso. Ecco, ora starete pensando "ok, il classico romanzetto rosa da due soldi zeppo di clichés e banalità varie"… e invece no, perché le cose si complicano: Leo – così si chiama l'uomo del mistero – mostra di sapere cose sul passato di Flora che in pochi conoscono e le rivelazioni che le farà sono destinate a cambiare più di una vita. Al contrario di ciò che lascerebbe presagire il titolo, Flora non è una a cui piaccia frignare, eppure piange abbastanza spesso, perché la sua vita è stata costellata da dolori da cui è difficile staccarsi, da perdite che non si possono superare indenni… e sarà passando attraverso la sofferenza, attraverso il dolore e la mancanza che questa giovane madre dovrà cambiare ancora le proprie prospettive, imparando di nuovo ad affidarsi, a mettere da parte le paure e le ansie, a pensare un po' di più a se stessa senza colpevolizzarsi per le proprie manchevolezze. Sarà solo con l'appoggio di chi la ama che Flora potrà comprendere che il dolore è inevitabile, ma che ci rende più forti e che da esso qualche volta può nascere anche qualcosa di buono. In Tutte le volte che ho pianto, Catena Fiorello affronta con tatto, sensibilità e decisione temi importanti come l'amore, la morte, gli errori giovanili, l'adolescenza, la malattia, la famiglia, la vecchiaia, l'omosessualità, la perdita di una persona cara. In una Sicilia bellissima, ammantata di modernità eppure intrisa di saggezza popolare, spicca la figura di Flora che ha concesso poco a se stessa e tanto alla vita, di una madre, moglie, amica, imprenditrice, ma soprattutto donna, con la paura di sbagliare, di togliere agli altri, di fare passi avventati, di tornare ad amare. Ma, anche se sembra una frase fatta, l'amore trionfa sempre e c'è un tempo per ogni cosa: basta saper cogliere le occasioni e lasciarsi cullare dalle onde della vita.


Opera recensita: "Tutte le volte che ho pianto" di Catena Fiorello
Editore: Giunti, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Messina, Sicilia
Pagine: 272
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


giovedì 4 aprile 2019

RECENSIONE: UMBERTO PIERSANTI - ANIME PERSE


Sinossi:
Enrico ha tagliato la gola a un pescatore per un commento fuori luogo; Mario ha sparato al vicino perché gli rubava la terra. Claudia doveva porre fine alle sofferenze di Lucia; Luisa aveva tutte le ragioni per brindare con la madre, alla morte del padre. Un tempo si chiamavano manicomi criminali, ora sono centri di recupero: ci arrivano persone che non hanno ucciso per interesse o per calcolo, ma in preda alla follia. Da dove vengono, cos'è scattato nella loro testa, e cosa pensano ora, come vivono, al riparo dal mondo? Con delicatezza e immaginazione poetica, senza facili morali e senza mai giudicare, Umberto Piersanti ha condensato in queste pagine le loro storie.

Commento:
Dove si annida la follia? Da dove vengono quei gesti, quelle azioni, quei comportamenti che senza colpoferire giudicheremmo "orribili", "abietti", "innaturali"? Beh, vengono da vari posti, tutti lontani e poco esplorati… vengono dagli abusi continui e dolorosi, vengono dalle offese, dal disagio, dall'impotenza, dai desideri repressi, dalla voglia di giustizia, una giustizia che non si trova nelle aule dei tribunali, ma che è atavica e implacabile perché viene da dentro. E' da questo "dentro" così oscuro e intricato che nascono il dolore, la ribellione, la rabbia; è da lì che sgorgano quegli istinti che noi normali, noi superiori giudichiamo e condanniamo inesorabili. Ma che cos'è, poi, la normalità? Non sarà forse la scusa che accampa chi non ha il coraggio di assecondarli quegli istinti? Noi, così pronti a storcere il naso, a bacchettare, a riempirci la bocca con "non si fa", "è malato", "curatelo", "è matto", "stia lontano da me", "è pericoloso", siamo così sicuri che con questa realtà non entreremo mai in contatto? Sono queste alcune delle domande che vengono naturali alla fine di questa lettura. E dopo aver letto queste storie, vere per quanto rese meno crude dalla delicatezza poetica e dall'immaginazione dell'autore, sarà decisamente più difficile ergersi a giudici della perdizione altrui. Si può rendere, in qualche modo, accettabile, plausibile, suggestiva, persino bella la miseria umana? Sì, si può, è possibile: basta estraniarsi da sé, liberarsi da tutti i preconcetti, i valori che crediamo cardini della nostra vita, e mettersi in ascolto. Basta ascoltare le parole, captare i pensieri, allineare la mente, osservare con gli occhi di coloro che hanno ucciso, ferito, sgozzato. E allora sì che si percepirà la vita, anche quand'è spezzata, stracciata, scorticata, sarà ancora vita. Ed ecco che si comprenderà la voglia di evasione, di libertà, d'amore, di casa… ed ecco che, dopo le sbarre, l'umiliazione, l'offesa, quel luogo accogliente da cui si vede il cielo e il mare lontano lontano, quella casa con l'orto e i cavoli e l'insalata e le rose e le siepi di bosso e ligustro, non sarà più un ospedale, ma un approdo di pace e tranquillità. Un libro non semplice, ma necessario, perché il pregiudizio si sconfigge solo se si affronta… e solo attraverso il contatto col dolore altrui si può restare, sempre e comunque, persone.

Opera recensita: "Anime perse" di Umberto Piersanti
Editore: Marcos y Marcos, 2018
Genere: raccolta di racconti
Ambientazione: Alto Montefeltro, Marche, Italia
Pagine: 188
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


sabato 30 marzo 2019

RECENSIONE: YARI SELVETELLA - LE STANZE DELL'ADDIO


Sinossi:
Io ho ricominciato a lavorare. In altri luoghi scrivo, succhio gamberi, respiro foglie balsamiche, faccio l'amore, ma una parte di me è qui, sempre qui, impigliata a un fil di ferro o ha una paura mai vinta, inchiodata per sempre: il puzzo di brodaglia del carrello del vitto, quello pungente dei disinfettanti, il bip del segnalatore del fine-flebo, la porta che si chiude alle mie spalle quando termina l'ora della vita
Così si sente chi di noi vive l'esperienza di una perdita incolmabile: impigliato, inchiodato. Dalle pagine di questo libro affiora il volto vivissimo di una giovane donna, Giovanna De Angelis, madre di tre figli e di molti libri, editor di professione, che si ammala e muore. Il suo compagno la cerca, con la speranza irragionevole degli innamorati, attraverso le stanze - dell'ospedale, della casa, dei ricordi - fino a perdersi. Solo un ragazzo non si sottrae alla fratellanza profonda cui ogni dolore ci chiama e come un Caronte buono gli tende una mano verso la vita che continua a scorrere, che ci chiama in avanti, pronta a rinascere sul ciglio dell'assenza. Yari Selvetella dà voce a un addio che sembra continuamente sfuggire al tentativo di essere pronunciato, come Moby Dick nel fondo del mare, e scrive un kaddish laicissimo eppure pervaso del mistero che ci unisce a coloro che abbiamo amato. Attraverso il labirinto al neon degli ospedali, le stanze chiuse del lutto, il filo tracciato da una penna sul foglio bianco è ancora di salvezza, celebrazione commossa della forza vitale delle parole.

Commento:
Un compagno, tre figli, un lavoro gratificante, vacanze al mare, libri, dischi, cene… vita. Poi un giorno, una bolla sulla tempia, un'altra… codice esenzione 048. E così se ni spegne una donna attiva, vitale, amata. E cosa resta a chi l'amava? Restano i ricordi, il rapporto con la paura, forse i rimorsi; resta tutto ciò che non si è detto, non si è fatto, si sarebbe potuto fare diversamente. E soprattutto resta un grande, gigantesco vuoto e l'impossibilità di rassegnarsi alla perdita. Allora il tempo, la persona, la vita si sdoppia: si riprende a lavorare, ad uscire, a conoscere, ma si cerca ancora, si torna ancora lì dove tutto è finito. Eppure arriva un momento in cui si sente il bisogno di amare, si rivendica il diritto di amare di nuovo. E si accetta quella mano tesa, una fra tante, che inconsapevolmente ritraghetta verso la vita.
Di rado mi è capitato di leggere la perdita raccontata con tanto trasporto: aprendo questo libro ho avuto quasi l'impressione di entrare in una dimensione diversa, fatta di sofferenza, ricordi felici, ricordi dolci e amari, dolori difficili da mandar giù. Una dimensione sofferta, sì, ma viva: le emozioni, i sentimenti provati dall'autore si avvertono tutti, forzano la cortina di distacco che ognuno di noi costruisce verso il dolore altrui, bruciano e segnano. E diventa quasi necessaria la catarsi finale che, inevitabilmente, di riflesso viviamo anche noi. Le stanze dell'addio non è un libro facile, non solo per i temi trattati – la malattia, la morte, la perdita – ma perché è tutto fuorché un libro finto, costruito, pensato per affascinare. Qui i sentimenti sono tanto autentici quanto forti e come tali esigono tempo, cura e rispetto anche da parte di chi crede di star solo leggendo un libro. Una lettura che consiglio proprio per la sua autenticità, oltre che per il fatto che – dal punto di vista meramente letterario - è scritta magnificamente, aspetto tutt'altro che trascurabile.


Opera recensita: "Le stanze dell'addio" di Yari Selvetella
Editore: Bompiani, 2018
Genere: autobiografia
Ambientazione: Roma, Italia
Pagine:
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


venerdì 8 giugno 2018

RECENSIONE: DONATELLA DI PIETRANTONIO - MIA MADRE è UN FIUME


Sinossi:

Il racconto di un amore tra madre e figlia "andato storto da subito". Un romanzo potente e vitale, in cui le vicende personali si uniscono alla storia

corale di un'Italia contadina, ritratta dagli anni di guerra fino ai nostri giorni. Quando Esperia mostra i segni di una malattia che le toglie la memoria,

è tempo per la figlia di prendersi cura di lei e aiutarla a ricostruire un'identità smarrita. Inizia così, giorno dopo giorno, il racconto di un passato

dal quale riaffiorano ricordi dolcissimi e crudeli, riprendono vita le figure dei familiari e degli abitanti della piccola comunità montana che le ha viste

nascere e crescere entrambe. In un Abruzzo luminoso e aspro, che affiora tra le pagine come una terra mitologica e lontana, le fatiche della campagna,

l'allegria dei matrimoni, la ruvidezza degli affetti, l'emancipazione dall'analfabetismo e la fine della sottomissione femminile si intrecciano al racconto

di una lenta metamorfosi dei sentimenti in un indissolubile legame madre-figlia che oscilla tra amore e odio, nostalgia e rifiuto.

 

Commento:

Tina è in quella fase della vita nella quale si sa che restano ancora molti anni da madre, ma pochi da figlia. E’ in questa fase, in cui cominciano a diminuire le recriminazioni e si percepisce vagamente cosa significa essere madre, che Tina si ritrova a dover assistere la sua di madre, Esperia, colpita da una malattia, l’atrofia cerebrale, che le ruba i ricordi e le confonde le idee. A Tina spetta il compito di raccontare alla madre la sua vita, chi è, chi è stata, cos’ha vissuto lei e la sua famiglia. Momenti che Tina non ha vissuto, ma che deve ripercorrere in una sorta di diario a ritroso per ridare una memoria, una vita, a quella madre che quarantasette anni prima l’ha data a lei una vita, a quella madre inflessibile, scostante, incapace di dimostrare affetto. Un affetto che a Tina è sempre mancato, che ora la madre istintivamente vorrebbe darle, ma che lei non vorrebbe ricevere. Una storia intima, familiare, di paese, una storia come ce ne sono tante nella nostra Italia contadina, che ha vissuto la guerra, il ritorno di chi era partito, il riabituarsi agli altri, gli anni positivi e quelli di crisi, il cambiamento, la rivoluzione, l’emancipazione femminile. C’è un po’ di tutto questo in queste pagine, in una mescolanza perfetta ed equilibrata tra ricostruzione storica e ricordo. E Donatella Di Pietrantonio descrive tutto questo con penna sicura, in quel suo stile così caratteristico, essenziale, d’impatto che ritroviamo anche nel libro che l’ha fatta conoscere al grande pubblico – “L’arminuta” – e che ricalca bene quella realtà contadina che lei descrive così bene.

Così, tra sapori, riti, superstizioni, ci caliamo in punta di piedi in una famiglia comune ed allargata che è un po’ quella di tutti noi. Una buona lettura che consiglio e che ho apprezzato anche più dell’”Arminuta”.

 

Opera recensita: “Mia madre è un fiume” di Donatella Di Pietrantonio

Editore: Elliot, 2010

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Abruzzo

Pagine: 179

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

lunedì 4 giugno 2018

RECENSIONE: GRAZIA DELEDDA - IL SEGRETO DELL'UOMO SOLITARIO


Sinossi:

L''uomo che abitava la casetta solitaria laggiù fra la spiaggia e la brughiera, di ritorno dal suo solito viaggio al paese dove ogni tanto si provvedeva

delle cose più necessarie alla vita, svoltando dalla strada provinciale al sentiero che conduce verso il mare, vide due uomini che misuravano coi loro

passi un terreno attiguo al suo giardino. Subito si fermò, con un senso di curiosità misto a rabbia e ad angoscia; ricordava che Ghiana, [...], gli aveva

appunto annunziato la vendita di quel terreno e la probabilità che ci venisse costrutta una casa.

 

Commento:

Pubblicato nel 1921, questo libro è estremamente attuale e godibile, sia per i temi che tratta, sia per il modo in cui è scritto.

Per quanto mi riguarda, non è un mistero che la prosa di Grazia Deledda fosse sublime: avevo avuto modo di apprezzarne l'evocatività già in "Canne al vento",

quindi qui è stata una piacevole conferma. Passando alla trama, il romanzo è ambientato in un piccolo paese in riva al mare. Un uomo, Cristiano, vive isolato

da tutti per sua scelta in una casetta in affitto. Quando qualcuno costruisce una casa proprio accanto alla sua, la sua tranquillità viene minacciata,

tanto più che in quella nuova casa viene ad abitare una donna bellissima con la sua strana famiglia. Cristiano, la sua solitudine e il suo segreto sono

in pericolo.

I temi dominanti in questo libro sono evidentemente la solitudine, l'alienazione, lo straniamento, ma anche il senso di colpa, la malattia dell'anima,

la morte, l'amore, il dolore. Tutto mescolato sapientemente in modo da creare un equilibrio perfetto, come equilibrata ed essenziale è la prosa della Deledda.

Un libro abbastanza breve, che si fa leggere in poche ore, ma che lascia a fine lettura un senso di tristezza e desolazione... resta l'amaro in bocca per

qualcosa che non sappiamo se avremmo voluto, ma che comunque non è stato. Lettura, ovviamente, consigliata.

 

Opera recensita: “Il segreto dell’uomo solitario” di Grazia Deledda

Editore: Il Maestrale, prima ed. 1921

Genere: letteratura italiana, classico

Ambientazione: non definita (probabilmente un paesino sardo)

Pagine: 238

Prezzo: 9,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

domenica 22 aprile 2018

RECENSIONE: GIOVANNI ARPINO - IL BUIO E IL MIELE


Sinossi:

Il capitano Fausto, protagonista del libro, l'ufficiale che per un incidente di pace e non di guerra ha perso la vista e una mano, è un Achab senza Balena

Bianca, prigioniero di un mondo nero, un Ulisse senza Iliade, al quale resta la possibilità di una piccola Odissea (una settimana, cinque più due come

si dice nel gergo delle caserme), tra Genova e Roma, con tappa conclusiva Napoli dove lo attende (proprio a Napoli, la città del sole) un appuntamento

con la morte. Lo strano destino di questo romanzo è di essere più famoso con il suo nome di battaglia cinematografico, "Profumo di donna", che con il suo

titolo originale. "Il buio e il miele" ha ispirato memorabili interpretazioni a due grandissimi attori come Vittorio Gassman (1974) e Al Pacino (1992).

 

Commento:

Ho visto ed apprezzato, in tempi e gradi diversi, i due film tratti da questo libro, e mi è venuta la curiosità e la voglia di leggere l’opera che li ha ispirati.

“Il buio e il miele” di Giovanni Arpino, pubblicato per la prima volta nel 1969, è il racconto reale e senza fronzoli, del soldato in licenza designato a trascorrere una settimana “in compagnia” del capitano Fausto G, un uomo che ha perso una mano e la vista durante un “gioco di pace e non di guerra”, giocando con una bomba durante un’esercitazione. Uomo a dir poco particolare questo capitano, che vive secondo le sue regole badando a soddisfare solo le proprie voglie ed interessandosi poco agli altri, tanto che non si disturba a voler conoscere il nome del soldato: per lui sarà sempre e solo Ciccio, come tutti quelli che l’hanno preceduto. Il capitano fausto e Ciccio – lo chiameremo anche noi così – intraprendono un viaggio in treno che li condurrà a Napoli, passando per Genova e Roma. A Napoli li attende Vincenzo, un capitano che si ostina a voler essere chiamato tenente, anche lui rimasto invalido per un gioco di pace, probabilmente lo stesso di Fausto. E li attendono anche alcune ragazze, fra tutte Sarah, che è innamorata di Fausto. Ma i piani di Fausto e Vincenzo non prevedono l’amore.

Il racconto, che ci giunge dalla viva voce del soldato accompagnatore, è schietto e senza fronzoli, lo stile è nervoso, spoglio, quasi si tratti di appunti dettagliati scritti solo per non dimenticare ciò che è stato. Una lettura interessante perché lascia qualcosa – qualcosa di indefinito a dire il vero – sia che la si legga en passant, sia che ci si soffermi a studiarla dal punto di vista stilistico o comportamentale. Molto fedele la trasposizione di Risi, meno fedele ma molto più appassionante a mio giudizio quella di Pacino.

 

Opera recensita: “Il buio e il miele” di Giovanni Arpino

Editore: Dalai, Baldini & Castoldi, prima ed. 1969

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Torino-Genova-Roma-Napoli

Pagine: 148 (Ed. Dalai 2008)

Prezzo: 8,90 € (Ed. Baldini e Castoldi 2013)

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5

Consigli correlati: film “Profumo di donna” di Dino Risi con Vittorio Gassman e “Scient of a woman” Di Al Pacino.

 

sabato 14 aprile 2018

RECENSIONE: TRISH COOK - IL SOLE A MEZZANOTTE


Sinossi:

Katie Price ha diciassette anni e una rara malattia che le impedisce di rimanere anche un solo secondo sotto la luce diretta del sole. Farlo le costerebbe

la vita. Solo al tramonto il mondo di Katie le si dischiude davanti: con la sua chitarra esce da casa e si mette a suonare ovunque, a cantare le sue canzoni

negli angoli della città, anche alla stazione dei treni, per tutti i viaggiatori che vanno e vengono. E lì una sera Charlie Reed incrocia la sua strada,

proprio lui, la sua "cotta tremenda", l'ex atleta del liceo di cui Katie è innamorata da dieci anni in gran segreto, senza mai aver avuto l'occasione di

poterlo incontrare e frequentare. Perché tutto nella vita, per chiunque tranne che per lei, succede al calore del sole. Ma questo incontro cambierà il

destino di Katie, di Charlie e quello delle persone attorno a loro, per sempre. Perché per innamorarsi bisogna essere avventati, ma per lasciarsi amare

ci vuole coraggio. Una storia romantica e fresca, due giovani e indimenticabili protagonisti che ci trascinano in un’avventura del cuore dolcissima e piena

di attese.

 

Commento:

Ok, questa non è una trama originale, non è la storia d’amore del secolo né un’avventura adrenalinica. Però questo libro racconta bene la storia di una ragazza alle soglie del diploma che invece di andare alle feste organizzate dai suoi coetanei la sera della cermimonia va a suonare la sua musica in stazione. Suona sui binari, in un orario in cui c’è poca gente, perché solo a quell’ora, solo di sera può uscire di casa. Ha una malattia, lo Xeroderma Pigmentoso, che le impedisce di esporsi al sole anche per pochi secondi. Ma è proprio quella sera, la sera del suo diploma solo virtuale, le corde che pizzica su un binario semivuoto attraggono Charlie, il ragazzo per cui ha una cotta da anni, ma che finora ha visto solo attraverso il vetro della sua finestra. Perché mentre Charlie andava a scuola, a nuoto, sullo skateboard, Katie lo osservava non vista, ne ammirava la gentilezza oltre che la bellezza. Insperatamente, nonostante la sua goffagine, Charlie la trova interessante, vuole rivederla, accetta di andare ad una festa con lei e la sua amica Morgan. Da questo momento il legame tra i due si trasforma, non è più simpatica, è quasi amore. Charlie e Katie vivono esperienze ed emozioni che fino a pochi giorni prima sognava soltanto. Ma Charlie non sa della malattia di Katie, lei ritarda il momento in cui gliene parlerà perché ha paura o perché non vuole rovinare ciò che sta nascendo fra loro. Una notte, però, il tempo passa troppo in fretta e l’alba, un’alba bellissima, incombe minacciosa su Katie.

Una storia inventata, ma una malattia reale che riguarda molte persone nel mondo. Un romanzo ben scritto, che emoziona parlando d’amore: non solo l’amore tra due ragazzi, Charlie e Katie, ma anche l’amicizia contro tutto e tutti, l’amore tra un padre e una figlia. “Il sole a mezzanotte” ricorda altri libri, è vero, anch’essi che parlano di malattie, ma ognuna di queste storie, se ben raccontata, merita di essere letta.

 

Opera recensita: “Il sole a mezzanotte” Trish Cook

Editore: Fabbri, 2018

Genere: romanzo rosa

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 205

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

domenica 8 aprile 2018

RECENSIONE: ALESSANDRO MILAN - MI VIVI DENTRO


Sinossi:

Tutto comincia alle sei di mattina, in radio, dove due giornalisti assonnati si danno il turno. Lui è appena arrivato e cerca di svegliarsi con un caffè,

lei sta correndo a casa dopo aver lavorato tutta la notte. E succede che nella fretta i due si scambiano per errore i cellulari. Si rivedono qualche ora

più tardi, e da un dialogo surreale nasce un invito al cinema, poi una mostra, un aperitivo, una gita in montagna. Francesca è bassina, ha i capelli biondi

sparati, due occhioni azzurri che illuminano il mondo. È una forza della natura, sempre in movimento, sempre allegra. Alessandro è scherzoso e un po' goffo,

si lascia travolgere da Francesca e dall'amore che presto li lega. E da lei impara, giorno dopo giorno, a vivere pienamente ogni emozione, a non arretrare

di fronte alle difficoltà, a capire il significato della resilienza. E così anni dopo, insieme, con il sorriso sulle labbra, si troveranno a combattere

la più terribile delle battaglie. Senza arrendersi mai.

 

Commento:

La cosa più dura da sopportare nella lettura di questo libro non è la malattia, non è la sofferenza, non è la morte. E’ che, leggendo, si sa che questa è una storia vera e che chi l’ha scritta è chi la vissuta in prima persona.

E’ la storia di Francesca che per sei anni affronta un tumore e perde la battaglia con la malattia. E’ la storia di Alessandro che le sta accanto giorno dopo giorno, rinunciando a una parte di se stesso per lei; è la storia dei loro due bambini Angelica e Mattia, delle loro famiglie, dei loro amici… amici veri, pronti a farsi in quattro per aiutare, per stare vicino, per sorreggere, per far sorridere. Francesca, alla fine, ha perso la battaglia con il tumore, sì, ma insieme a tutti loro ha vinto la battaglia della resilienza: ha vissuto fino all’ultimo, ha viaggiato, ha scritto libri, ha parlato della sua vicenda in Tv per dimostrare al mondo che ogni giorno vale la pena di essere vissuto, vale la pena di provare un’emozione, sempre, anche se dovesse essere l’ultima. Questa è una storia di sopravvivenza, anche se sembra assurdo, è una storia d’amore contro la morte. E il libro è stato evidentemente scritto per questo, per raccontare al mondo la storia di Francesca e della sua forza, per proseguire il suo racconto. E’ una lettura breve, ma intensa e difficile che, comunque, consiglio.

 

Opera recensita: “Mi vivi dentro” di Alessandro Milan

Editore: Dea Planeta Libri, 2018

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Milano

Pagine: 260

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

 

lunedì 11 dicembre 2017

RECENSIONE: ENNIO FLAIANO - TEMPO DI UCCIDERE


Sinossi:

In un'Africa surreale e priva di ogni esotismo un tenente dell'esercito italiano vaga alla ricerca di un medico, guidato dal mal di denti. Si allontana

dal campo, rimane solo, si perde. Hanno inizio così, per caso, le sue disavventure. Prima si convince di aver contratto la lebbra, poi fugge, certo di

essere ricercato per tentato omicidio, infine si trasforma in ladro e maldestro attentatore, fino ad approdare alla capanna di Johannes, un luogo misterioso

e arcano dove può iniziare a guarire. Nato da una conversazione con Leo Longanesi e vincitore del premio Strega nel 1947, "Tempo di uccidere", unico romanzo

scritto da Flaiano, è un'intensa allegoria della guerra, messa a nudo con ironica, spietata crudeltà.

 

Commento:

“Tempo di uccidere”, romanzo che valse a Flaiano il premio Strega nel 1947, è la storia di un tenente italiano d’istanza in Abissinia nel 36, un uomo che trascorre gli ultimi mesi della sua permanenza in Africa in fuga dalla paura delle sue azioni.

Tutto comincia quando, in licenza per cercare un dentista, il tenente segue una scorciatoia che dovrebbe portarlo alla strada e si perde. Lungo un sentiero incontra una donna del luogo e da qui, da quest’incontro, comincia la partita a dadi tra il tenente e il destino: una storia fatta di disavventure, circostanze avverse, inettitudine, insicurezza, paura, diffidenza, colpa. Sì, perché il protagonista di questo libro è ben lontano dall’essere un eroe, anzi, al contrario, si distingue per viltà e codardia. Un libro scritto bene, in tono freddo, disilluso, duro. Un libro che, però, non mi è piaciuto.

Questo libro non mi ha coinvolto, non mi ha trasmesso assolutamente nulla se non un senso di disprezzo per il protagonista e per gli altri personaggi. Non c’è un elemento che mi sia piaciuto e che mi porti a salvarlo. Mi dispiace, ma sebbene sia un libro importante, a suo modo originale ed insolito per l’epoca in cui fu scritto, non mi sento di consigliarlo.

 

Opera recensita: “Tempo di uccidere” di Ennio Flaiano

Editore: Bur, prima ed. Longanesi 1947

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Abissinia, 1936

Pagine: 312

Prezzo: 11,00 €

Consigliato: no.

 

lunedì 27 novembre 2017

RECENSIONE: ISABEL ALLENDE - OLTRE L'INVERNO


Sinossi:

Brooklyn, ai giorni nostri. Durante una tempesta di neve, Richard Bowmaster, professore universitario spigoloso e riservato, tampona la macchina di Evelyn

Ortega, una giovane donna emigrata illegalmente dal Guatemala. Quello che sembra solo un banale incidente prende tutt’altra piega quando Evelyn si presenta

a casa del professore per chiedere aiuto. Smarrito, Richard si rivolge alla vicina, che conosce a malapena, Lucía Maraz, una matura donna cilena con una

vita complicata alle spalle. Lucía, Evelyn e Richard, tre persone molto diverse tra loro, si ritrovano coinvolte in un thriller dalle conseguenze imprevedibili.

Tre destini che Isabel Allende incrocia per dare vita a un romanzo mozzafiato e molto attuale sull’emigrazione e l’identità americana, le seconde opportunità

e la speranza che, oltre l’inverno, ci aspetti sempre un’invincibile estate.

 

Commento:

Lucia, Richard, Evelyn. Tre vite diverse ma infondo simili, tre sofferenze non del tutto sopite, tre destini che si incrociano per caso in un week-end di tormenta nella Brooklin paralizzata dalla neve di inizio 2016.

Lucia è una sessantaduenne cilena che, dopo una vita di sofferenze e di perdite, vuole vivere a pieno i giorni, i mesi, gli anni che le restano, con la consapevolezza che saranno sempre meno di quelli che vorrebbe a sua disposizione.

Richard è un uomo routinario, ipocondriaco, che vorrebbe avere sotto controllo tutto ciò che lo circonda per non dover più essere sorpreso dagli inconvenienti della vita. I sentimenti per lui sono off limits e vorrebbe arrivare al giorno della sua morte nel modo più ordinario possibile, anzi, sarebbe contento se potesse decidere lui quando e come morire. Due vite che si guardano, si osservano e probabilmente non  avrebbero mai il coraggio di avvicinarsi, se non fosse che una sera… una buffa ragazzetta balbuziente, Evelyn Ortega, sconvolge, suo malgrado, le loro esistenze con tutto il suo carico di segreti e sofferenze coinvolgendoli in un’avventura dalla dubbia legalità, ma che li porterà inevitabilmente a conoscersi di più.

Un libro che tratta temi importanti come l’immigrazione, la violenza sulle donne, l’arrivo della vecchiaia, i sentimenti… Non si tratta proprio di una storia originalissima, la Allende affronta questi argomenti in altri suoi libri, ma in “Oltre l’inverno” riesce ad imbastire una storia che è un po’ thriller e un po’ romanzo d’amore e che fa emozionare. Isabel Allende racconta la sofferenza passata e presente con la delicatezza di chi ha provato il dolore sulla propria pelle e con la forza di chi si è rialzato ed affronta la vita ogni giorno con passione e tenacia. Attraverso le vite di Lucia, Richard ed Evelyn l’autrice ci guida nel sondare il mondo dei soprusi di chi è costretto a fuggire lontano dal proprio Paese, quello del dolore e del senso di colpa per un errore che ha cambiato la vita sua e di chi gli è vicino, quello di chi ha voglia di riappropriarsi della sua vita e magari di innamorarsi ancora. Un buon libro, dunque, che si fa leggere agevolmente e che lancia un messaggio di speranza: insieme si può superare l’inverno e vivere ancora una nuova estate. A dispetto del freddo ispirato dalle atmosfere innevate, queste pagine scaldano il cuore.

 

Opera recensita: “Oltre l’inverno” di Isabel Allende

Editore: Feltrinelli, 2017

Genere: narrativa internazionale-thriller

Ambientazione: Stati Uniti-Cile-Guatemala

Pagine: 304

Prezzo: 18,50 €

Consigliato: sì.

martedì 31 ottobre 2017

RECENSIONE: GIANRICO CAROFIGLIO - LE TRE DEL MATTINO


Sinossi:
Antonio è un liceale solitario e risentito, suo padre un matematico dal passato brillante; i rapporti fra i due non sono mai stati facili. Un pomeriggio
di giugno dei primi anni Ottanta atterrano a Marsiglia, dove una serie di circostanze inattese li costringerà a trascorrere insieme due giorni e due notti
senza sonno. È cosí che il ragazzo e l'uomo si conoscono davvero, per la prima volta; si specchiano l'uno nell'altro e si misurano con la figura della
madre ed ex moglie, donna bellissima ed elusiva. La loro sarà una corsa turbinosa, a tratti allucinata a tratti allegra, fra quartieri malfamati, spettacolari
paesaggi di mare, luoghi nascosti e popolati da creature notturne. Un viaggio avventuroso e struggente sull'orizzonte della vita. Con una lingua netta,
di precisione geometrica eppure capace di cogliere le sfumature piú delicate, Gianrico Carofiglio costruisce un indimenticabile racconto sulle illusioni
e sul rimpianto, sul passare del tempo, dell'amore, del talento.
 
Commento:
Beh, credo che la quarta di copertina in questo caso racconti la storia in modo abbastanza esaustivo… a me restano solo le considerazioni personali che, a dire il vero, non sono molto positive.
Carofiglio mi piace, ha una prosa molto scorrevole, sa scrivere e sa descrivere… insomma, sa come far appassionare il lettore alle storie che racconta. Perciò, forte di quest’idea di fondo, mi sono avvicinata a questo romanzo con curiosità ed alte aspettative, purtroppo deluse. In questo libro, nonostante l’ottima prosa, delle citazioni da appuntare e qualche bel momento che può emozionare, Carofiglio non è riuscito a coinvolgermi, tantomeno ad impressionarmi. Si tratta, in definitiva, di un lungo flash-back di Antonio, ormai adulto, che ricorda la sua infanzia e l’adolescenza fino ad un’esperienza singolare che vive con il padre. Antonio durante l’adolescenza era affetto da una forma di epilessia ed era in cura da uno specialista francese. Durante uno di questi controlli il medico vuole fare un esperimento per saggiare le condizioni di Antonio: due giorni senza dormire. Così Antonio ed il padre, che fino a quel momento, non hanno mai parlato molto, cominciano a conoscersi, a raccontarsi, ad aprirsi, a divertirsi. Ma prima o poi le cose belle finiscono…
Sì, il libro infondo non è male, ma io mi aspettavo qualcosa in più, perciò non mi sento di consigliarlo.
 
Opera recensita: “Le tre del mattino” di Gianrico Carofiglio
Editore: Einaudi, 2017
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Marsiglia
Pagine: 176
Prezzo: 16,50 €
Consigliato: no.