simposio lettori copertina

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lunedì 11 ottobre 2021

RECENSIONE: ELIF SHAFAK - L'ISOLA DEGLI ALBERI SCOMPARSI

        Sinossi:

Nata e cresciuta a Londra, Ada Kazantzakis, sedici anni, non sa niente del passato dei suoi genitori. Non sa che suo padre Kostas, greco e cristiano, e sua madre Defne, turca e musulmana, negli anni Settanta erano due adolescenti in quell'isola favolosa di acque turchine e profumo di gardenie chiamata Cipro. Non sa che i due si vedevano di nascosto in una taverna di Nicosia, dalle cui travi annerite pendevano ghirlande d'aglio e peperoncini. Non sa che al centro di quella taverna, testimone dei loro incontri amorosi, svettava un albero di fico. E non sa che l'albero, con le fronde che uscivano da un buco sul tetto, era lì anche quando l'eterno conflitto dell'isola, spaccata in due lungo la «linea verde», si era fatto più sanguinoso e i due ragazzini non erano più venuti. Ora quello stesso albero, nato da una talea trafugata anni prima a Londra, cresce nel giardino dietro la casa di Ada: unico, misterioso legame con una terra dilaniata e sconosciuta, con quelle radici inesplorate che, cercando di districare un tempo lunghissimo fatto di segreti, violente separazioni e ombrosità, lei ha bisogno di trovare e toccare, per poter crescere. Pulsano, in questo libro spalancato sulla distruzione e gli esili provocati dalla guerra, colori luminosi e profumi d'erbe e olive nere; il battere delle ali di uccelli di ogni piumaggio; il canto ininterrotto delle fronde di un albero, il respiro sano di un amore e quello fiero della vita.

 

Commento:

E' l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale in un liceo di Londra. I ragazzi sono tutti in fermento per i viaggi che faranno, le rimpatriate, i regali, le esperienze esaltanti. Tutti tranne Ada. Lei non ha programmi particolari per le prossime vacanze, si limita a guardare, dalla finestra della classe, il cielo che promette bufera pensando che le sue vacanze trascorreranno a casa col padre, Kostas, quel padre con cui non parla quasi più da quando è morta la mamma, Defne. E non si sa perché, ma in quel momento così uguale a tanti altri, qualcosa, in lei, si rompe e nulla sarà più come prima, tanto più che un'altra novità inattesa e poco gradita la attende a casa: sta per arrivare, da Cipro, la zia Meryem, la sorella della madre che Ada finora non ha mai visto. Ada non sa ancora che insieme a una caterva di leccornie e vestiti dai colori sgargianti, Meryem porterà con sé tutto ciò che lei non ha mai saputo, tutto quel passato di cui, per sedici anni, Ada non ha saputo quasi nulla. Un passato fatto di Storia e storie, di rivalità antiche rinfocolate ad arte per creare scompiglio, distruzione, guerra, morte. Un passato che ha molto a che fare con i suoi genitori, uno greco e l'altra turca, uno cristiano e l'altra musulmana, adolescenti innamorati in un tempo in cui amare qualcuno dell'etnia avversa poteva costare la vita. A raccontare questa storia con voce calda ed accorata saranno alcuni dei protagonisti, quelli sopravvissuti… Kostas con le sue metafore fatte d'amore per piante ed animali, Meryem con la sua saggezza popolare intrisa di tradizioni, credenze, superstizioni e proverbi, e la pianta di fico, proprio quella che fu testimone di tanta barbarie e di tanto amore.

Con uno stile sicuro e consolidato e una prosa ricca, evocativa ed ammaliante, Elif Shafak torna ad occuparsi di temi a lei cari quali le minoranze, l'immigrazione, il confronto e il conflitto tra culture affini. Stavolta lo fa soffermandosi sull'eterna rivalità tra greci e turchi che da sempre trova espressione nella bellissima e rigogliosa isola di Cipro, contesa e dilaniata da guerre fratricide in nome del potere e del predominio. Una storia intensa in cui trovano posto molti temi, anche di stretta attualità, come ad esempio la difficoltà degli adolescenti di farsi sentire ed i pericoli del cyber bullismo. Un libro scorrevole che è un piacere leggere.

 

Opera recensita: "L'isola degli alberi scomparsi" di Elif Shafak

Editore: Rizzoli, 2021

Traduttore: A. Jewurz Daniele, Isabella Zani

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Cipro, Londra

Pagine: 368

Prezzo: 19,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

 

  

lunedì 1 marzo 2021

RECENSIONE: ANDRé ACIMAN - L'ULTIMA ESTATE

Sinossi:

Sud Italia, un'estate sulla Costiera amalfitana. A causa di un guasto alla loro imbarcazione, un gruppo di giovani americani si ritrova a soggiornare in un hotel frequentato da attempati turisti poco inclini al divertimento. Lì conoscono Raúl, personaggio riservato e imperscrutabile, sempre seduto in disparte con il suo taccuino. Finché un giorno si avvicina al loro tavolo: accortosi che Mark soffre visibilmente a una spalla, gli posa una mano sul punto dolorante, alleviandone il fastidio. Non contento, procede rivelando dettagli personali, anzi intimi, su tutti i presenti, informazioni che nessuno avrebbe mai potuto conoscere... Per vincere la diffidenza dei giovani, spiazzati dalle sue scomode verità, decanta loro le meraviglie della zona: una zona che frequenta d'estate fin da quando era bambino, piena di risonanze legate al mondo della mitologia, come i Lugentes Campi, i campi del pianto, dove gli amanti infelici errano ricordando le loro pene d'amore. L'unica del gruppo che non sembra lasciarsi ammaliare dal suo fascino e dalla sua retorica è Margot, che Raúl inizialmente aveva chiamato con quello che secondo lui doveva essere il suo vero nome di battesimo, Maria. Ma con il passare delle ore e dei giorni, dopo un pranzo condiviso e lunghe camminate sulla spiaggia, Margot comincia a fidarsi di lui, ad aprirsi... E Raúl la condurrà in un viaggio indietro nel tempo, verso un passato che li lega molto da vicino. Prenderà corpo una storia d'amore e di mistero, nel segno di quella delicata profondità nel raccontare i sentimenti che è un marchio inconfondibile di André Aciman.

 

Commento:

Che Aciman abbia una predisposizione naturale a raccontare i sentimenti con franchezza e senza giri di parole è cosa nota ai suoi lettori. Chi ha amato Chiamami col tuo nome e Cercami, però, non dovrà aspettarsi da questo suo ultimo libro qualcosa di perfettamente uguale ai romanzi precedenti: c'è, qui, una componente in più che sa di realismo magico e, se non proprio di fantasy, di fantastico certamente. La trama apparentemente sembra semplice e lineare, per quanto alcuni personaggi appaiano bizzarri sin da subito: un gruppo di turisti americani piomba in un noto hotel della costiera amalfitana e ne sovverte le abituali calma e sobrietà. Un uomo sulla sessantina, seduto ad un tavolo appartato, li osserva a lungo, quasi li studia, prima di tentare un approccio. Ben presto l'uomo rivela di possedere qualità e doni particolari, riesce a guarire le persone con un tocco, mostra di sapere cose che nessuno sa… ma soprattutto riesce a muoversi nel tempo, fra i vari Io che, inquieti, ci circondano e tentano di imporsi nella nostra vita attuale: si parla di altre personalità in cui abbiamo vissuto, di luoghi che ci sembra di aver visitato senza però esserci mai stati prima in questa vita… non c'è nulla di davvero soprannaturale in questa storia, anzi Aciman fa leva sugli errori, sulle rinunce che infliggiamo a noi stessi credendo di poter archiviare il dolore, di poter rinchiudere il destino in un cassetto. Niente di più falso e Aciman e il suo Raul, il protagonista di questa storia, ci raccontano.

Un libro gradevole, brevissimo, che si legge in qualche ora. Non c'è bisogno di credere a tutte le teorie che Raul ci espone, ma di sicuro si possono passare ore liete con un buon libro che sa coinvolgere.

 

Opera recensita: "L'ultima estate" di André Aciman

Editore: Guanda, 2021

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Costiera amalfitana

Pagine: 160

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

    Voto personale: 8.

  

giovedì 21 gennaio 2021

RECENSIONE: LEVANTE - SE NON TI VEDO NON ESISTI

                        Sinossi:

Anita, redattric    e in una rivista di moda, è quello che tutte sognano di essere: bella, giovane, elegante e colta. Ma anche tremendamente complicata. Sua madre e sua sorella, così concrete, non capiscono da dove arrivi la sua inquietudine, quella voglia di mangiarsi ogni attimo come fosse l'ultimo e di scappare a gambe levate non appena qualcuno minaccia di metterla in gabbia. Anita però lo sa bene: quando si guarda allo specchio, le sue "mille me" – così le chiama lei – riflettono i suoi cambiamenti di umore e la incoraggiano, la contraddicono, la rimproverano quando sbaglia. Perché Anita sbaglia spesso, soprattutto quando si tratta di uomini. I suoi errori più grandi sono tre: Filippo, affascinante e indisponibile, incontrato per caso su un volo per New York; Flavio, un incrocio di sguardi che si è trasformato in passione; e poi Jacopo, il marito che le è sempre stato accanto ma ultimamente sembra non capirla più. Anita crede di amarli tutti, ma forse la verità è che la vita le sta sfuggendo di mano, come la sua immagine riflessa nello specchio. Dovrà scavarsi dentro e fare i conti con un passato ancora dolorosissimo, per imparare a prendersi cura di sé senza smettere di innamorarsi e di sbagliare: solo così potrà ricominciare a vedersi, e a esistere, davvero.

 

Commento:

Da tempo volevo leggere questo romanzo di Levante, talentuosa e bravissima cantautrice che seguo e apprezzo tanto. Da tempo volevo leggerlo, sia per mera curiosità, sia perché il titolo mi aveva folgorato e non è difficile immaginare perché (esiste anche una canzone omonima che guardacaso è la mia preferita), sia perché volevo vedere se la bravura di Claudia Lagona come autrice di canzoni si rispecchiasse anche nei libri. Bene, a lettura conclusa posso dire di essere stupita in positivo: Levante scrittrice ha superato le mie aspettative. Mi aspettavo un romanzo gradevole, sì, ma con un tono leggiadro, fresco, giovanile… Se non ti vedo non esisti non lo è: è un romanzo introspettivo, difficile da leggere perché intriso di una tristezza, un'angoscia, una malinconia insospettabili. Eppure, forse anche per questo, è un romanzo profondamente realista e sincero: è la storia di una giovane donna tenace, caotica, irrequieta che si vede costretta nella gabbia del suo matrimonio perfetto e decide di provare a essere libera, a riprendersi i suoi spazi. Ciò che troverà ad attenderla è una serie di errori che la porteranno in una discesa agli inferi fatta di umiliazioni, dolore, rabbia, paura, rischio. Se non ti vedo non esisti è un viaggio difficile, un percorso duro dentro una vita lacerata che cerca, a fatica, inciampando e ferendosi, di ricucirsi. Lo consiglio? Sì, perché è una prova di coraggio sia per chi l'ha scritto, sia per chi lo leggerà: guardare in faccia i propri errori e mancanze non è facile… per nessuno.

 

Opera recensita: "Se non ti vedo non esisti" di Levante

Editore: Rizzoli, 2017

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Roma, New York

Pagine: 262

Prezzo: 13,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

lunedì 23 novembre 2020

RECENSIONE: PETER CUNNINGHAM - IL MARE E IL SILENZIO

Sinossi:

Irlanda, anni Quaranta. Giovane e bellissima, Iz vive sulla costa sudorientale con suo marito Ronnie, vicino a un mare spesso inquieto che ama contemplare. Le circostanze che l'hanno portata ad abitare non lontano da Monument, una città portuale, sono però avvolte nel mistero. L'emergenza mondiale si è infatti riflettuta nel microcosmo di Iz che, dopo aver conosciuto il vero amore, è stata costretta da ragioni più grandi di lei a fidanzarsi con un uomo che non amava in nome della sicurezza finanziaria e poi a sposare Ronnie per il bene della sua famiglia. Inizialmente le cose con il marito sembrano funzionare, ma poi precipitano man mano che le debolezze di Ronnie vengono alla luce. Ripercorrendo i decenni successivi alla conquista dell'indipendenza da parte dell'Irlanda, tra le brucianti questioni di classe e gli scontri fra protestanti e cattolici, "Il mare e il silenzio" è un'epica storia d'amore ambientata tra gli sfarzi del ceto privilegiato anglo-irlandese ormai in declino, che Cunningham ritrae con sapiente maestria. Un romanzo sulla turbolenta nascita di una nazione e sugli amanti che ha diviso.

 

Commento:

Irlanda. Un nome che nel nostro immaginario collettivo evoca grandi distese verdi, cavalli, volti rubizzi e vecchie storie di folletti. Un Paeaffascinante e misterioso del quale si parla troppo poco. Troppo poco conosciamo, ad esempio, della storia di questo Paese orgoglioso e fiero che condusse per molti anni una sanguinosa battaglia per la sua indipendenza dall'Inghilterra. E, in parte, proprio di questo parla Il mare e il silenzio, il bellissimo romanzo di Peter Cunningham da poco arrivato nelle librerie italiane. È una storia d'amore, rinuncia, guerra; è la storia di una ragazza irruenta e inesperta che conobbe l'amore, ma una sorte beffarda e crudele glielo strappò condannandola a una vita di infelicità. Ci provò, Iz, a ricostruirla, la sua vita, ci provò a riprendersi la sua felicità, ma quella ancora una volta prese vie impervie evitando di farsi raggiungere. Con una scrittura asciutta, essenziale, ma delicata, sensibile, per nulla fredda o parsimoniosa, Cunningham racconta una storia d'amore insolita e bellissima macchiata dall'insensatezza dell'uomo. Un bellissimo romanzo, su un Paese da scoprire, con una protagonista donna che non si può non ammirare.

 

Opera recensita: "Il mare e il silenzio" di Peter Cunningham

Editore: Sem libri, 2020

Genere: romanzo storico, narrativa straniera

Ambientazione: Irlanda

Pagine: 224

Prezzo: 17,00 €

        Consigliato: sì

Voto personale: 8,5

  

venerdì 23 ottobre 2020

RECENSIONE: JULIE MAROH - IL BLU è UN COLORE CALDO

Sinossi:

Il primo sguardo tra due persone destinate a innamorarsi può essere un evento sconvolgente: una scossa destinata a far tremare le fondamenta di una vita banale, un'esplosione di colore che ravviva un mondo altrimenti grigio. È quello che accade a Clémentine 15 anni, in un pomeriggio qualsiasi, quando una macchia di colore si fa strada verso di lei tra la folla: una testa dai capelli tinti di blu, un paio d'occhi dello stesso colore che per i mesi a venire invaderanno, notte dopo notte, ogni suo sogno. Eppure, la storia di Clementine non è solo una storia d'amore. È una storia di vergogna, di negazione, di rabbia, di insicurezza: perché il nome della sua ossessione è Emma, e in un mondo intriso di pregiudizi vivere la propria omosessualità alla luce del sole può provocare fratture emotive insanabili, e deviare per sempre il corso di un'esistenza.

 

Commento:

"AH! SEMBRA CHE TU ABBIA ANCORA DEI

PREGIUDIZI. EPPURE NON TI SAREBBE

DIFFICILE CAPIRE CHE L’AMORE NON

RISPONDE ALLA MORALE CHE TI HANNO

INSEGNATO".

Cosa si prova quando ci si scopre innamorati, innamorati sul serio? E come ci si sente quando ci si rende conto che la persona di cui siamo innamorati non è quella di cui ci si aspetterebbe che ci innamorassimo? Clementine è un'adolescente, va ancora al liceo, quando, tra un flirt innoquo e una serata con gli amici, si rende conto di essere innamorata di Emma. L'ha vista un giorno, coi suoi capelli blu, e da quel giorno non l'ha più dimenticata. Clementine non vuole ammettere a se stessa di provare qualcosa per un'altra ragazza, non vuole ammettere a se stessa di essere lesbica, perciò, con l'incostanza e l'instabilità tipica della sua età, cerca di opporsi a questo sentimento che si fa sempre più pressante, sempre più importante e difficile da ignorare. E intanto intorno a lei le persone notano qualcosa e c'è chi la incoraggia a vivere quest'amore, nonostante le difficoltà e le ritrosie. C'è, però, anche chi la segna a dito, chi disapprova… per esempio i suoi genitori. Clementine dovrà decidere, scegliere, farsi coraggio e capire quanto è importante questo amore, ma dovrà farlo in fretta: non lo sa ancora, ma la clessidra della sua vita corre inesorabile, più veloce di lei, più veloce persino dei pensieri.

Il blu è un colore caldo… questo titolo, così evocativo, affascinante, intrigante, mi attirava da anni, ma trattandosi di una graphic novel mi risultava difficile approcciarmi a questa lettura. Avevo provato a leggerlo un paio d'anni fa, ma forse non avevo la giusta concentrazione, forse non ero pronta a cogliere il senso di una storia avendo solo metà o forse un terzo delle informazioni disponibili. Ieri sera, però, mi è tornata la curiosità che ha sopraffatto la pigrizia e i tentennamenti… così ne sono venuta a capo e, documentandomi sul web, ho scoperto che questa novel è stata poi portata sullo schermo da Abdelatif Kechiche nel film La vita di Adele che avevo già visto. Ecco che tutti i tasselli, o quasi, sono andati al loro posto. Per quanto il mio commento sia incompleto e parziale, mancando la visione delle tavole, dei disegni, dirò che l'ho trovata intensa, capace di rendere in poche battute tutte le emozioni dei personaggi, emozioni forti, decise come una macchia di blu che, se associato a un sentimento così travolgente, può decisamente diventare un colore caldo, bollente, scottante. La consiglio a chi possa apprezzarla pienamente e soprattutto voglia superare uno stereotipo, un pregiudizio, da un punto di osservazione diverso.

 

Opera recensita: "Il blu è un colore caldo" di Julie Maroh

Editore: Rizzoli Lizard, 2010

Genere: graphic novel

Pagine: 158

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5.

          

venerdì 9 ottobre 2020

RECENSIONE: LUDOVICA D'AMICO - SIAMO SOLO NOI

Sinossi:

Cecilia e Tiago sono amanti in bilico sullo stesso filo ma non si prendono per mano. Barcollano fra ciò che provano e quello che non riescono ad ammettere, hanno paura, sono terribilmente bugiardi e lo fanno guardandosi negli occhi. La loro storia è mare in tempesta, un continuo annegare e risalire in superficie, volersi tenere, strappare i margini dell’ordinario, divenire un sussulto d’amore e di pura follia.

 

Commento:

"Vorrei proprio spiegargli che l’amore non ha niente a che fare con lo stringersi le mani, con il baciarsi, con il sesso, con le parole, le promesse, non ha a che fare con il corpo. È un filo che unisce me e te e basta, e non si spezza neppure se ci provi con forza, e non c’è tempesta che ci resista: io e te restiamo in piedi sempre". Sta tutta in questa frase la concezione dell'amore di Cecilia e Tiago, è racchiusa tutta in questo loro scambiarsi l'anima attraverso il corpo, rincorrersi ossessivamente per poi lasciarsi sbattendo la porta. Tanto loro lo sanno che c'è qualcosa che impedisce alle loro essenze di dividersi, lo sanno che si ritroveranno lì, ad aspettarsi nei sogni, nei pensieri, nelle cicatrici, in un quadrifoglio, una goccia di profumo, nel rosso di un seme di melograno, sul fondo di un bicchiere o nel riflesso di uno specchio. Perché il sentimento che li unisce è così, vero e indistruttibile, qualunque torto gli si faccia. E a noi non resta che osservarli, impotenti e travolti dalla piena del loro amore, un amore fatto di paura e voracità, di rifiuto e possesso, d'impeto e silenzi. Come voyeurs invidiosi, in una macchina coi finestrini aperti, sulle note di Smalltown boy sparate dall'autoradio, non possiamo che vagare su e giù, a spasso per spazio e tempo, con la guida indiavolata ma sicura di Ludovica D'amico che, tessendo sapientemente la rete di questa trama fitta, delicata e instabile, ci porta dove vuole. Fra gli anni 80 e i 90, fra le estati di un paesino pugliese e l'anonimo, opulento grigiore delle città del Nord, spiamo l'incessante sgretolarsi e ricomporsi di due persone legate, loro malgrado, indissolubilmente l'una all'altra; nel gioco di forza che li vede rivaleggiare in bilico perenne tra amore e disamore, ci lasciamo sballottare avvinti e complici verso un finale atteso, ma mai certo, anelato, ma comunque accennato, quasi a lasciar supporre, a non voler violare il miraggio che si fa speranza di un approdo lieto per un amore tormentato. Personaggi eterei, indefiniti, strabordanti come macchie di colore su una tela, intensi, vivi e capaci, con la loro sensualità dirompente, di far vibrare ed esaltare ogni sensazione, percezione, palpito. Un esordio letterario che lascia il segno, reso ancora più interessante dalla giovane età dell'autrice che, tuttavia, dimostra una precoce padronanza dello stile e una non consueta maturità e consapevolezza nel raccontare dinamiche e sentimenti complessi e controversi. Decisamente consigliato.

 

Opera recensita: "Siamo solo noi" di Ludovica D'amico

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Puglia, Milano, Firenze, Pisa

Pagine: 147

Prezzo: 12,38 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

      

giovedì 24 settembre 2020

RECENSIONE: VALERIE PERRIN - IL QUADERNO DELL'AMORE PERDUTO

Sinossi:

La vita di Justine è un libro le cui pagine sono l’una uguale all’altra. Segnata dalla morte dei genitori, ha scelto di vivere a Milly – un paesino di cinquecento anime nel cuore della Francia – e di rifugiarsi in un lavoro sicuro come assistente in una casa di riposo. Ed è proprio lì, alle Ortensie, che Justine conosce Hélène. Arrivata al capitolo conclusivo di un’esistenza affrontata con passione e coraggio, Hélène racconta a Justine la storia del suo grande amore, un amore spezzato dalla furia della guerra e nutrito dalla forza della speranza. Per Justine, salvare quei ricordi – quell’amore – dalle nebbie del tempo diventa quasi una missione. Così compra un quaderno azzurro in cui riporta ogni parola di Hélène e, mentre le pagine si riempiono del passato, Justine inizia a guardare al presente con occhi diversi. Forse il tempo di ascoltare i racconti degli altri è finito, ed è ora di sperimentare l'amore sulla propria pelle. Ma troverà il coraggio d’impugnare la penna per scrivere il proprio destino? Una storia delicata e commovente, un'autrice capace di descrivere con efficacia e tenerezza ogni sfaccettatura dei sentimenti: sono questi gli elementi che hanno conquistato la critica e che rendono Il quaderno dell'amore perduto un romanzo destinato a restare a lungo nel cuore di tutti i lettori che credono nel potere dei ricordi e dell'amore.

 

Commento:

Il quaderno dell'amore perduto è un libro delicato, da leggere in autunno o in inverno, avvolti in un plaid con in mano una tazza di cioccolata fumante. È una storia dolceamara che racchiude a sua volta due storie dolci e amare: quella di Justine, ventunenne orfana che vive con i nonni e il fratello che in realtà è suo cugino, e quella di Helène, un'anziana signora residente nella casa di riposo dove Justine lavora. Queste due storie fatte di piccole gioie e sofferenze diverse, si intrecciano in una trama intricata resa avvincente da una scrittura fluida, partecipe ed emotiva. Valérie Perrin conferma la capacità, già dimostrata in Cambiare l'acqua ai fiori, di creare personaggi credibili e profondamente umani, nonché di saper raccontare le storie svelando il quadro a poco a poco, catturando l'attenzione del lettore. Questo libro, per la verità scritto nel 2016 quindi precedente al ben più noto Cambiare l'acqua ai fiori, a me è piaciuto leggermente meno dell'altro, non perché sia meno bello, ma probabilmente perché avevo alte aspettative e in questa storia qualcosa non mi ha del tutto convinta, non mi ha conquistata fino in fondo. Però lo consiglio, perché è una bella storia, intensa e delicata, che potrebbe piacervi.

 

Opera recensita: "Il quaderno dell'amore perduto" di Valérie Perrin

Editore: Nord, 2016

Genere: narrativa francese

Ambientazione: Francia

Pagine: 344

Prezzo: 16,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

venerdì 18 settembre 2020

RECENSIONE: MATTEO BUSSOLA - L'INVENZIONE DI NOI DUE

Sinossi:

«Cominciai a scrivere a mia moglie dopo che aveva del tutto smesso di amarmi». Cosí si apre questo romanzo, in cui Milo, sposato con Nadia da quindici anni, si è accorto che lei non lo desidera piú: non lo guarda, non lo ascolta, non condivide quasi nulla di sé. Sembra essersi spenta. Come a volte capita nelle coppie, resta con lui per inerzia, per dipendenza, o per paura. Quanti si arrendono all’idea che il matrimonio non possa diventare che questo? Milo no, non si arrende. Continua ad amare perdutamente sua moglie, e non sopporta di non ritrovare piú nei suoi occhi la ragazza che aveva conosciuto. Vorrebbe che fosse ancora innamorata, curiosa, vitale, semplicemente perché lei se lo merita. Ecco perché un giorno le scrive fingendosi un altro. Inaspettatamente, lei gli risponde, dando inizio a una corrispondenza segreta. In quelle lettere, sempre piú fitte e intense, entrambi si rivelano come mai prima. Pian piano Milo vede Nadia riaccendersi, ed è felice, ma anche geloso. Capisce di essere in trappola. Come può salvarsi, se si è trasformato nel suo stesso avversario?

 

Commento:

Milo e Nadia non comunicano, lei lo tollera appena, lui non ha mai smesso di amarla. La ama di un amore protettivo, avvolgente, adorante, totale. Ma lei è totalmente assorbita dal romanzo lunghissimo che sta scrivendo da anni, è sempre più lontana, sempre più distante. Milo soffre, non sa come riportarla a sé, come ritrasformare la cenere in amore. Poi gli viene l'idea. La storia tra Milo e Nadia era cominciata in quinta liceo, con due ragazzi sconosciuti e una scritta su un banco: due parole, "Chi sei?"; era proseguita fino all'ultimo giorno di scuola, era annegata nella lucida pulizia di quello stesso banco e nella distanza della non conoscenza; poi i meandri della vita avevano riportato quelle due anime l'una davanti all'altra e… e ora Milo capisce che, dopo quindici anni di matrimonio, dopo essersi divisi le imperfezioni e le paranoie, lui e Nadia devono tornare a conoscersi… e devono farlo scrivendo, come la prima volta. Così finge di essere un altro uomo. E scrive a Nadia, le rivela le sue paure, ne scopre i desideri… ma sarà la strada giusta? Milo non lo sa e la distanza non accenna a diminuire…

Matteo Bussola, con lo sguardo sensibile e attento che abbiamo imparato a conoscere in ogni suo scritto, indaga un tema scivoloso come le relazioni di coppia, l'amore, il matrimonio, la famiglia, restituendoci una quotidianità normale, afflitta dal logorio del tempo e dal cristallizzarsi solo apparente dei sentimenti che finiscono, in realtà, per sfaldarsi se non curati, alimentati, coltivati. Ma queste pagine intimiste e introspettive - che ci rivelano una scrittura più matura e volta colpire in profondità più che a stupire con esplosioni di parole – ci mostrano anche che non tutto è perduto e che da una crisi può arrivare anche una riscoperta di sé e dell'altro e, perché no, una liberazione.

 

-       Opera recensita: "L'invenzione di noi due" di Matteo Bussola

Editore: Einaudi, 2020

Genere: narrativa italiana    

Ambientazione: Verona

Pagine: 216

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

    Voto personale: 8.

                  

giovedì 10 settembre 2020

RECENSIONE: FRANCESCA PALUMBO - IL TEMPO CHE CI VUOLE

Sinossi:

Monica Dionubile ha quasi diciassette anni, vive a Bari insieme a sua madre Laura, una donna problematica che cerca attraverso la terapia analitica di rientrare in contatto con se stessa e di smetterla di tormentare sua figlia. Dunia Bonerba è figlia unica di Luca e Marina; i suoi genitori sono una coppia che garantisce serenità e spensieratezza a una ragazzina semplice, a tratti ingenua e molto legata a Monica, sua compagna di classe. Le due ragazze si completano a vicenda: la spensieratezza di una si unisce alla complessità dell'altra, è come se tra di loro ci fosse un accordo di "mutuo soccorso". Intorno a queste due figure ruotano le vicende di coppia, amicizia e tradimenti che appartengono al mondo adulto, storie di persone legate alle due ragazze in un modo o nell'altro, e che si intrecciano con il loro carico di problemi ed emozioni. C'è poi il rapporto speciale delle due adolescenti con un insegnante della loro scuola, un docente atipico che ascolta i suoi alunni, li osserva e non si limita a etichettarli con un numero sul registro o un cognome da ricordare al momento dell'interrogazione. Testimone oculare delle storie di ognuno di questi personaggi è il barbone Lacca, un clochard che costruisce con le proprie mani piccoli portacenere colorati di latta e che avrà un ruolo determinante nel destino di Dunia e Monica. Il romanzo ha un respiro corale che lascia ampio spazio a riflessioni profonde sulle esistenze di ognuno.

 

Commento:

Il tempo che ci vuole è il terzo romanzo di Francesca Palumbo che leggo, il primo in ordine di pubblicazione (e si sente); conosco, quindi, molto bene la prosa di Francesca, il suo modo di scrivere, di osservare gli altri, di approcciarsi alla vita e di raccontarla; conosco Francesca di persona, la sento affine, sento di volerle bene e, qualora non fossero bastati i libri, la sua voce mi ha detto molto di lei. Ecco perché mi meraviglio di me stessa: mi meraviglia il fatto di restare ogni volta stupita, ammaliata, conquistata dalle sue parole, dal modo con cui descrive le persone, le situazioni, i sentimenti; non so come faccia, eppure riesce a far apparire importante, vero, unico tutto ciò di cui parla. È così anche per tutti i personaggi di questo libro, tutti diversi, non tutti stimabili, ma tutti importanti e, a loro modo, unici e meritevoli di far sentire la loro voce. C'è Dunia, adolescente spensierata cresciuta in una famiglia attenta, equilibrata e amorevole che l'ha fatta vivere in un mondo ordinato e ovattato; ci sono i genitori di Dunia, sempre così retti, equilibrati, assennati; c'è il vecchio nonno ammalato e capace di slanci romantici e di strenue, grandi emozioni; ci sono Carlo, Roberta e Giulia con le loro inquietudini e incomprensioni; poi c'è Monica, il personaggio che più ho amato in queste pagine, un'adolescente più grande della sua età, inquieta e morsa da un fuoco interiore che minaccia di divorarla; c'è sua madre, Laura, con tutti i problemi che crea a se stessa e alla figlia; c'è Girardi, uno dei pochi docenti in grado di guardare gli alunni dritto negli occhi, fin dentro l'anima; e poi c'è Lacca, l'invisibile, colui che nella sua sofferenza tutto vede e tutto sa. C'è un mondo dietro queste storie, un legame tra tutte queste anime inquiete. C'è vita, vita che è un continuo cercare, una "sete d'istanti" di pura gioia o profonda disperazione. Vita che si consuma nelle attese, nel tempo che ci vuole a rielaborare un bisogno, nel tempo che ci vuole a ricalibrarsi dopo una scossa, nel tempo che ci vuole a che un farmaco – o una canna - faccia effetto e venga a soccorrere annebbiando i sensi. È vita che scorre, dannazione e piacere, godimento e sofferenza, caldo e gelo, buio e luce. E Francesca Palumbo, con la sensibilità di chi è interessato al mondo e al singolo, indaga tutto questo e ce lo porge, come un dono, con la sua prosa poetica, viva, intensa, vibrante che trasforma le emozioni in gioielli e che fa bene all'anima. Un romanzo intenso, che guarda in faccia la vita, anche nei suoi anfratti più bui e fetidi. Un romanzo che parla di amore, amicizia, adolescenza, dolore, fallimento, rinascita. Un romanzo in cui tuffarsi a capofitto per poi riemergere depurati, in una catarsi dell'anima.

 

Opera recensita: "Il tempo che ci vuole" di Francesca Palumbo

Editore: Besa, 2013

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Bari

Pagine: 196

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

        Voto personale: 9

         Colonna sonora sperimentata: Radiohead. 

giovedì 13 agosto 2020

RECENSIONE: FRANCESCO LONGO - MOLTO MOSSI GLI ALTRI MARI


Sinossi:
Rimpianti e attese, sembra non possano esistere altri stati d’animo nella Baia di Santa Virginia, una spiaggia sotto un promontorio cupo e selvaggio. Quando la radio annuncia l’arrivo di una tempesta anomala che si abbatterà sulla costa, i ragazzi che hanno passato lì tutte le estati della loro vita tornano per cavalcare le onde epiche che hanno sempre invocato.
Michele, l’unico di loro a essere nato a Santa Virginia – conosce a memoria ogni quercia e sentiero del promontorio –, oltre all’allerta meteo riceve la notizia che Micol si sta per sposare. È la ragazza riccia, elegante e inafferrabile che ha conosciuto tanti anni prima, in un bagno tra i cavalloni di fine stagione. L’ha attesa e sognata giorno e notte per anni, finché non ha fatto di tutto per dimenticarla.
Lei e Michele sono sempre stati sul punto di dirsi qualcosa che non si sono mai detti, perché ogni volta settembre li separava. Lui trascorre gli inverni a letto con lunghe febbri, aggiustando biciclette con il padre, osservando la luna con il telescopio, immaginando lo sbarco degli alieni, incatenato allo splendore del luogo da cui non vuole allontanarsi. Intimidito, reticente, ultimo dei romantici, diventa l’unico punto fermo del gruppo di ragazzi benestanti e abbronzati che vanno e vengono tra Roma e le loro ville al mare. È amico perfino di Guido, l’eccentrico leader della comitiva, che gli donerà la sua prima tavola da surf.
Molto mossi gli altri mari disegna la mappa perfetta della nostalgia, raccontando una storia d’amore fatta solo di silenzi, cresciuta tra gli innaffiamenti automatici dei giardini e le siepi curate, alimentata da infiniti giri in canoa e in bicicletta, vissuta tra il campo da ping-pong e la splendida piscina di Guido. Un amore plasmato dai tanti tramonti incandescenti e dai riti estivi di un luogo infestato di malinconia.
La luce dorata di settembre si riversa sulla scrittura stessa, una luce marina che proietta le ombre lunghe e minacciose del passaggio tra adolescenza e età adulta. Francesco Longo ha scritto un romanzo breve che ha il respiro largo di un classico. Ci convoca in quello spazio speciale in cui tutti, ogni anno, siamo stati eterni per tre mesi – da giugno a settembre – quando l’estate finalmente spalancava le porte ai desideri andati in letargo per tutto l’inverno.

Commento:
Il tempo è un'incognita che agisce sui sentimenti, sui rapporti umani, su di noi in modo imprevedibile e bizzarro. È più o meno questa la sintesi che mi sento di estrapolare dal bel romanzo d'esordio di Francesco Longo, un romanzo che parla di adolescenza, di attese, di nostalgia, di amore e di mare in un modo lieve, ma intenso ed intimo che non lascia indifferenti. Il tempo è ciò che fa sì che il sentimento che Michele prova per Micol sedimenti e cresca negli anni, che gli rimanga attaccato all'anima mentre passa gli inverni sempre lì, a Santa Virginia, nel posto in cui è nato e in cui l'ha conosciuta… attendendo nuove estati e nuove possibilità di rivederla. Ed è sempre il tempo, un altro tempo, a dare a questo rapporto mai concretizzatosi una svolta repentina e inattesa, al sopraggiungere di un settembre fosco di molti anni dopo. Molto mossi gli altri mari è una storia di prossimità, di vicinanze, di estati che si vorrebbero eterne, di sentimenti forti e possibilità mai esplorate… è una storia di attese e di sogni, di tentativi e ritrosie, di onde che si infrangono sugli scogli e travolgono tutto ciò che è sul loro cammino… e l'unica cosa che si può fare è provare a cavalcarle. Tutto sta, nel surf come nei sentimenti, a cogliere il momento esatto in cui prendere l'onda, non prima né dopo.
Quella di Francesco Longo è una prosa ricca nelle descrizioni, ma schietta ed essenziale nel racconto dei turbamenti di Michele e del gruppo di amici; un romanzo che indaga i sentimenti senza invaderne la sacralità, senza giudizi, ma solo con l'esortazione a viverli, a cogliere l'attimo.

Opera recensita: "Molto mossi gli altri mari" di Francesco Longo
Editore: Bollati Boringhieri, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Santa Virginia
Pagine: 177
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


martedì 28 luglio 2020

RECENSIONE: MARIOLINA VENEZIA - LA VOLPE MECCANICA


Sinossi:
Una donna racconta di sé. E della passione bruciante per un uomo più giovane di lei, che finalmente lascia il segno in un'esistenza grigia, imprigionata in un matrimonio deciso a sangue freddo. Descrive nei dettagli i loro incontri, i baci, i più riposti segreti della loro intimità. Lasciando sullo sfondo lo scenario in cui si svolge la storia, ripercorre la sua vita e le sue molte ombre alla ricerca del punto di non ritorno. Voleva fare l'attrice, un tempo, e ne avrebbe avuto tutti i numeri, se non fosse intervenuta a sbarrarle la strada un'inesorabile vocazione al fallimento. Testimoni o complici, la seguiamo nei labirinti della sua mente, attraverso le ambigue proiezioni dell'arte e dell'amore. Assistiamo come dal buco della serratura a giochi erotici sempre più mozzafiato, in uno sconcertante thriller dei sentimenti, all'inseguimento di una verità che trascende i fatti e diventa un'indagine esistenziale. Ma il giovane commissario incaricato di risolvere il caso nel quale la protagonista si trova coinvolta arriverà a conclusioni inattese. Mariolina Venezia costruisce un noir dal ritmo incalzante, con una scrittura precisa come una lama che seziona eventi e caratteri riducendoli all'osso, in un tango freddo e appassionato di amore e morte.

Commento:
La volpe meccanica è un racconto che tramortisce ed investe i sensi. È il monologo, trasognato e spietato, di una donna che racconta la sua storia, il suo disagio, i suoi fallimenti, la sensazione di essere nata per perdere, la ricerca della sconfitta, l'intorpidimento delle ambizioni, il risveglio e l'urgenza nell'amore famelico e travolgente per un uomo che al di là della conoscenza dei corpi, rimane a tutti gli effetti uno sconosciuto. Non è semplice descrivere le sensazioni vividissime che dà l'esperienza di lettura di questo breve, ma intensissimo racconto: si prende fiato alla prima riga e si resta col respiro mozzo, sospeso, fin quasi alla fine, in una corsa inarrestabile verso una catastrofe prevedibile quanto inevitabile. Sfiancati e svuotati di tutte le energie, si assiste ad un finale non scontato, beffardo eppure, in un certo senso, giusto e sperato. Non un racconto che si legge in un'ora scarsa, ma un'esperienza di lettura in piena regola, fisica, corporea, totalizzante.

Opera recensita: "La volpe meccanica" di Mariolina Venezia
Editore: Bompiani
Genere: racconto noir
Pagine: 94
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


sabato 11 luglio 2020

RECENSIONE: JANET SKESLIEN CHARLES - LA BIBLIOTECA DI PARIGI


Sinossi:
Parigi, 1940. I libri sono la luce. Odile non riesce a distogliere lo sguardo dalle parole che campeggiano sulla facciata della biblioteca e che racchiudono tutto quello in cui crede. Finalmente ha realizzato il suo sogno. Finalmente ha trovato lavoro in uno dei luoghi più antichi e prestigiosi del mondo. In quelle sale hanno camminato Edith Wharton ed Ernest Hemingway. Vi è custodita la letteratura mondiale. Quel motto, però, le suscita anche preoccupazione. Perché una nuova guerra è scoppiata. Perché l’invasione nazista non è più un timore, ma una certezza. Odile sa che nei momenti difficili i templi della cultura sono i primi a essere in pericolo: è lì che i nemici credono che si annidi la ribellione, la disobbedienza, la resistenza. Nei libri ci sono parole e concetti proibiti. E devono essere distrutti. Odile non può permettere che questo accada. Deve salvare quelle pagine, in modo che possano nutrire la mente di chi verrà dopo di lei, come già hanno fatto con la sua. E non solo. La biblioteca è il primo luogo in cui gli ebrei della città provano a nascondersi: cacciati dalle loro case, tra i libri si sentono al sicuro, e Odile vuole difenderli a ogni costo. Anche se questo significa macchiarsi di una colpa che le stritola il cuore. Una colpa che solo lei conosce. Un segreto che, dopo molto tempo, consegna nelle mani della giovane Lily, perché possa capire il peso delle sue scelte e non dimentichi mai il potere dei libri: luce nelle tenebre, spiraglio di speranza nelle avversità.

Commento:
Non tesserò lodi sperticate su questo romanzo che è stato pubblicato in Italia appena un mese fa e si preannuncia già un caso editoriale. Dirò che è un buon romanzo, questo sì, e di buoni romanzi che non hanno paura di parlare di guerra da vicino ce ne sono tanti. Questo, in particolare, si concentra sulla Seconda Guerra Mondiale in Francia, a Parigi, in una Ville Lumière occupata dai nazisti, mutata nella sua essenza di città accogliente, ospitale, viva. C'è un posto, in particolare, in cui il senso di appartenenza, accoglienza e parità tra culture si respira più che in ogni altro luogo: è l'American Library di Parigi. È qui che lavora Odile, la protagonista di questa storia, una giovane donna innamorata dei libri che lavora come bibliotecaria proprio all'ALP e proprio in quegli anni disastrosi. È lei che ci racconta le privazioni, l'ansia per i familiari, la solidarietà, l'amicizia, ma anche la delazione, la colpa, la vigliaccheria, la meschinità della gente. La biblioteca rimase aperta per tutta la durata della guerra, baluardo di cultura, sapere e condivisione, a protezione dei libri, della conoscenza, delle storie. Attraverso gli occhi di Odile viviamo la guerra nella Parigi quotidiana, la scarsità di cibo, la corrispondenza che non arriva, i tedeschi che si appropriano dei locali, i francesi che si accomodano in case non loro… e gli ebrei e gli stranieri che, nonostante le restrizioni sempre più pressanti, vogliono ancora leggere, come fosse la loro unica ancora di salvezza. Tutta questa storia Odile l'avrebbe seppellita nel suo cuore per non rivangarla mai più, se nella sua vita non fosse arrivata Lily, molti anni dopo. Una ragazzina che ha molto da imparare e una gran curiosità e una donna attempata, gentile ma riservata: un'accoppiata realistica e tenera.
La biblioteca di Parigi, come dicevo, è un buon romanzo, basato su fatti realmente accaduti, ricerche e fedeli ricostruzioni storiche sulle vite di chi all'American Library ci ha lavorato davvero in quel periodo: alcuni personaggi, come scopriamo con piacere nella postfazione, sono esistiti davvero. Tuttavia, l'impressione è che voglia trattare troppi argomenti, soprattutto nella parte ambientata in America, e finisca per farlo in modo superficiale… in ogni caso, non guizza mai, coinvolge ma non avvince. Una buona lettura, sicuramente consigliata per la valenza storica e gli spunti di approfondimento, ma non più di questo: non lo definirei né una storia unica, né un capolavoro, né un romanzo che fa sognare, come pure ho visto fare. Ma in fondo, questa è solo l'opinione di una lettrice, smentibile ed ignorabile.

Opera recensita: "La biblioteca di Parigi" di Janet Skeslien Charles
Editore: Garzanti, 2020
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Parigi, 1939-1944; Stati Uniti, 1983
Pagine: 400
Prezzo: 17,90 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


giovedì 9 luglio 2020

RECENSIONE: RICHARD YATES - REVOLUTIONARY ROAD


Sinossi:
È il 1955; i Wheeler sono una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York, che coltiva il proprio anticonformismo con velleità ingenua, quasi ignara della sua stessa ipocrisia: la loro esistenza scorre fra il treno dei pendolari, le cenette alcoliche con i vicini, le recite della filodrammatica locale, ma Frank e April si sentono destinati a una vita creativa e di successo, possibilmente in Europa. Nella storia della giovane famiglia in apparenza felice la tensione è nascosta ma crescente, il lieto fine impossibile, e l'inevitabile esplosione arriva con una potenza da dramma shakespeariano.

Commento:
Ho appena terminato questa lettura entusiasmante, un romanzo su cui vorrei impiegare un fiume di parole, ma ho difficoltà, assurdamente, a mettere in fila i concetti che ho in testa. È una sensazione strana, quella lasciatami da questo libro: è la sensazione di aver letto qualcosa che conoscevo già, non perché la trama sia prevedibile, tutt'altro. È, probabilmente, una delle letture più realistiche in cui mi sia imbattuta, di quel realismo lucido, percettibile, trasognato. La vediamo, la follia, la vediamo arrivare silenziosa come uno spettro e accomodarsi a suo agio nella graziosa villetta dei Weeler; la vediamo dividere la tavola e il letto con Frank e April, insinuarsi nei loro discorsi, nei silenzi prolungati, negli sbalzi d'umore sempre più frequenti. Il discostarsi, ora dell'uno, ora dell'altra, dalle consuete abitudini, dalla monotonia quotidiana, potrebbe far sì che la scambiamo per ribellione, per desiderio di evadere, per voglia di cambiare vita. E di fondo c'è, in Frank ma soprattutto in April Weeler, un'insoddisfazione che la rode dall'interno, una necessità di cambiare, distaccarsi, allontanarsi, isolarsi dalla casa, dai figli, dal marito, dalla vita, da se stessa. Ed è proprio per questi sentimenti che, dopo una sfuriata apparentemente assurda su una pièce teatrale andata male, April propone, come mezzo di riappacificazione, la partenza per l'Europa. Un piano sconclusionato e destinato a fallire, ma che Frank finisce per accettare. È per questo desiderio di rivalsa che in fondo anima entrambi, che i due coniugi provano a ricomporre i pezzi ogni volta più minuscoli di un'unità coniugale e familiare troppe volte andata in frantumi. Sono giovani, intelligenti, insicuri, instabili, orgogliosi… si amano? Chi lo sa? Loro di sicuro non lo sanno.
Richard Yates è, a giudicare da ciò che leggo in questo romanzo, un narratore straordinario: riesce ad unire in un equilibrio perfetto la leggerezza di un pomeriggio tra amici e la cupa angoscia di una catastrofe imminente, inducendo in noi un costante stato di allerta, non permettendoci mai di abbassare la guardia… e lo fa con una tale naturalezza che davvero ci si aspetta quasi già ciò che avverrà. In revolutionary road Yates tratta con apparente semplicità temi molto complessi quali la follia in varie sue forme, l'amore, la famiglia, il lavoro, l'importanza del denaro… tutti temi che, negli anni in cui è ambientato e scritto questo romanzo avevano un'importanza cruciale, ma che ancora oggi sono per certi versi fondamentali. Un libro corposo, ma appassionante. Consigliato.

Opera recensita: "Revolutionary Road" di Richard Yates
Editore: Minimum Fax, prima ed. originale 1961
Genere: narrativa americana
Ambientazione: Stati Uniti, 1955
Pagine: 457
Prezzo: 12,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 5 luglio 2020

RECENSIONE: ATIQ RAHIMI - I PORTATORI D'ACQUA


Sinossi:
Nel cuore dell'Afghanistan, protetta dalle cime dell'Hindu Kush, sorge la fertile valle di Bamiyan. Dalle loro nicchie millenarie scavate in una parete di roccia, due gigantesche statue di Buddha dominano il paesaggio e il sole le colora di sfumature straordinarie a ogni alba, a ogni tramonto. Ma è l'11 marzo 2001: nella valle di Bamiyan il sole non può illuminare altro che tristi macerie. 11 marzo 2001. È mattina a Parigi. Tom si alza e si prepara a partire per Amsterdam. Tom, che in realtà si chiama Tamim, è afghano, vive in esilio in Francia e fa il rappresentante. Soffre di paramnesia: ha sempre la sensazione di aver già visto, già vissuto la sua vita. È sposato con Rina: ha deciso che quel giorno la lascerà per Nuria, la giovane e misteriosa amante che lo aspetta in Olanda. Ma quando arriva ad Amsterdam, Nuria è scomparsa. Sarà l'ambigua Rospinoza, una carismatica amica della ragazza, a dargli le risposte che sta cercando? Per Tom quella giornata piú di ogni altra assume quasi i contorni di un sogno. 11 marzo 2001. È mattina a Kabul. Yussef si alza per svolgere come sempre il suo lavoro di portatore d'acqua. Se non lo farà, i talebani lo puniranno duramente con novantanove frustate sulla schiena. Yussef è povero, analfabeta, e tutti lo scherniscono trattandolo da eunuco. Prima di partire in esilio, suo fratello gli ha affidato la moglie Shirin. La donna è taciturna e apatica: Yussef si tormenta e vorrebbe aiutarla, ma assurde convenzioni gli impongono di non avere pietà per una donna abbandonata. E di tacere l'affetto proibito che prova per lei. Quel giorno, mentre i talebani distruggono i Buddha di Bamiyan in quanto icone non musulmane, Shirin scompare. Sarà l'enigmatico Lala Bahari, commerciante sikh convertito al buddismo, il custode delle risposte che Yussef sta cercando? Per Yussef quella giornata particolare assume quasi i contorni di un sogno.

Commento:
Capitano libri, sulla strada di ogni lettore, che ci si sente di voler consigliare, ma non si riesce a razionalizzare il perché: non si può dire che ci siano piaciuti tanto da consigliarli senza remore, né che l'esperienza di lettura sia stata negativa al punto di "bocciarli". I portatori d'acqua è uno di questi: mi è piaciuto abbastanza, ma non so perché. Forse sarà merito dell'ambientazione, quell'Afganistan di cui ho letto molto e che sempre mi attrae, o magari la storia tra Tom e Nuria e le sue titubanze a lasciare la moglie, o forse sono stati tutti i riferimenti a religione e desiderio, un binomio respingente che tuttavia può trovare posto nello stesso romanzo. Atiq Rahimi crea, in queste pagine, un equilibrio fragilissimo fatto di amore, fede, cultura, politica, incertezza, necessità di recuperare la propria libertà, di sgravarsi da un peso che schiaccia la schiena, di conoscere se stessi e scoprire l'amore. Un equilibrio fatto di tradizione ed esilio, di oppressione e desiderio di fuga, il tutto visto attraverso le vite di due uomini, entrambi afgani, che più diversi non si potrebbe eppure accomunati da molte, molte cose. Un romanzo singolare, che in una dimensione onirica e nebulosa, racconta due facce di un mondo pieno di contraddizioni, ma sicuramente affascinante e da approfondire.

Opera recensita: "I portatori d'acqua" di Atiq Rahimi
Editore: Einaudi, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Kabul-Parigi-Amsterdam
Pagine: 192
Prezzo: 18,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7.


mercoledì 17 giugno 2020

RECENSIONE: SOF'JA TOLSTAJA - AMORE COLPEVOLE


Sinossi:
Anna ama la natura, legge, dipinge e sogna un amore puro e ideale. Ha solo diciotto anni quando il trentacinquenne principe Prozorskij la chiede in sposa. Convinta di aver trovato in lui il vero amore, dovrà invece scontrarsi con un marito capace di concepire il sentimento solo come possesso carnale. Sarà un amico del principe, Bechmetev, un artista, a farle conoscere quella consonanza di anime in cui crede. E anche se Anna deciderà di restare al fianco del marito e dei figli e di combattere per salvare il suo matrimonio, sarà lui, Prozorskij, consumato dal dubbio e dalla gelosia, a trasformare irrimediabilmente quell'amore puro, a cui Anna è disposta a sacrificare tutto, in un «amore colpevole». Il destino di Sof'ja Tolstaja, l'amatissima moglie di Lev Tolstoj, fu quello di vivere all'ombra di un uomo di genio, rinunciando alla sua passione per la scrittura. Ma ora questo romanzo, che vide la luce solo diciassette anni dopo la morte dell'autrice, restituisce al lettore la sua voce, che colpì Tolstoj per la sua «forza di verità e semplicità». "Amore colpevole", la risposta di Sof'ja alla "Sonata a Kreutzer", è la storia parzialmente autobiografica di Sof'ja e Lev, un romanzo sulla gelosia, la sfiducia e il disprezzo che logorano ogni matrimonio.

Commento:
La prima immagine che Sof'ja Tolstaja ci regala di Anna è quella di una giovane donna bellissima, spensierata, inconsapevolmente sensuale e molto morigerata. L'ultima immagine che abbiamo di lei è molto, molto diversa: in dodici anni Anna è sempre bellissima, ma è una persona molto diversa da quella diciottenne che dipingeva e si poneva importanti domande su Dio e sull'amore. Cosa l'ha cambiata? Potremmo sostenere senza tema di smentita che l'ha cambiata l'amore. Sì, perché l'amore, pur nella sua forza di concetto universale, ha molte declinazioni: c'è stato, per Anna, un amore idealizzato, fatto di comprensione, fiducia, scambio mentale reciproco, quello che l'ha spinta a sposare un principe più anziano di lei e che conosceva da molti anni perché amico di famiglia; un amore, questo, molto diverso da quello che ha trovato tra le braccia del marito, un uomo avvezzo ad ammaliare le donne, uno che non ha mai voluto né forse potuto capirla e che aveva come unica concezione dell'amore quella carnale, il possesso, la passione violenta, selvaggia e quasi animalesca. Poi, per suo sommo gaudio e somma sfortuna, Anna ha sperimentato anche un amore vissuto e ricambiato, una comunione di intenti, di anime, di cuori, quella con l'amico del principe, Bechmetev, che rimarrà sempre idilliaca e non andrà mai oltre il consentito, ma che metterà seriamente in pericolo il suo matrimonio. E più crescono l'amore non assecondato e il sacrificio di Anna che resterà con il marito e i figli, più cresce, per contro, l'animosità, la gelosia velenosa, l'insensata arroganza fatta di sospetti e accuse del principe. Lui, che per anni e anni prima del matrimonio è stato un incallito donnaiolo e che anche ora che è sposato non disdegna di guardare i corpi delle altre donne e non si sottrae alla compagnia femminile quando ne ha l'occasione, lui accusa lei, così pura e pudica, così poco attratta dalla carnalità, ma così sottomessa al marito da prestarsi inerme alle sue sfrenate voglie. Ed è, purtroppo, impossibile non giungere allo scontro.
Impossibile non ritrovare, in queste pagine così intense, la biografia dell'autrice, la contessa Tolstaja, le pene di un amore e di un matrimonio travagliato con il marito Lev Tolstoj, la risposta a La sonata a Creutzer che – come scrive nella breve biografia in appendice – lei non ha mai amato.
Amore colpevole è un libro delizioso, lirico e vibrante in cui una donna che realmente sa cosa significhi veder soffocato il proprio essere in favore di un marito geniale e ingombrante, descrive con semplicità, verità e profonda consapevolezza le vicissitudini di una donna del suo tempo, mettendo in luce tutte le contraddizioni, le rinunce, le ingiustizie che bisogna sopportare in un matrimonio. Rinunce, vessazioni, umiliazioni perpetrate in nome dell'amore, ma viene qui spontaneo chiedersi: quanto conta, qui, realmente, l'amore?

Opera recensita: "Amore colpevole" di Sof'ja Tolstaja
Editore: La tartaruga, 2019
Genere: letteratura russa
Ambientazione: Russia
Pagine: 208
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5.


martedì 2 giugno 2020

RECENSIONE: MILENA AGUS - MAL DI PIETRE


Sinossi:
Nel suo secondo romanzo Milena Agus racconta la storia di una donna (nonna della narratrice), della sua vita, del suo matrimonio e dei suoi amori. In quest'ordine, appunto, perché alla nonna tutto capita un po' in ritardo, quando ormai non ci spera più. A cominciare dal matrimonio tardivo con un uomo che, ospitato dalla famiglia, si sdebita sposandola. E l'amore, quell'amore vagheggiato e sognato da tutti i personaggi di Milena Agus con tanto sfortunato ardore, arriva inaspettato, durante una cura termale per curare il "mal di pietre", i calcoli renali. Il mal di pietre finisce cosi con l'identificarsi col mal d'amore e trascinare l'eroina in una vicenda di assoluta, impensata felicità con il Reduce, un uomo zoppo e sposato, che soffre dello stesso male.

Commento:
Questa è la storia di una donna, una donna italiana – sarda, per la precisione – che tutti credevano matta. È la storia di una donna bellissima, malata di mal di pietre, calcoli renali li chiamiamo noi oggi, malata, in realtà, di mal d'amore. Una donna che cercava, voleva, sognava, sentiva l'amore con così tanto ardimento da diventarne folle e spaventando così, oltre alla sua famiglia, tutti i possibili pretendenti. Tutti, tranne uno, un uomo che, per una ragione o per un'altra, fosse quale che fosse il motivo, negli anni Quaranta la sposò. Il loro fu un matrimonio duraturo, ma sperequato, disequilibrato, strambo, senza vero sentimento. Per giunta il mal di pietre impediva a questa donna di portare a termine le sue gravidanze, così ad un certo punto partì, andò alle terme sul continente per curarsi. Fu proprio qui che questa donna trovò ciò che cercava da una vita: la cosa principale, l'amore. Che sia stato per l'aria del continente, per le cure del mal di pietre o per quelle del mal d'amore, di ritorno da quel viaggio anche lei ebbe la grazia di un figlio. Mal di pietre racconta, con semplicità e passione, una storia di insoddisfazione, povertà, incapacità di comunicare, necessità di comprensione e, sommamente, una storia d'amore. Una lettura delicata che, come una mattina di primavera, scalda coi colori di una natura magnifica, pur lasciando, tuttavia, qualche ventata di una brezza fresca, qualche pungolatura che ci costringe a riflettere. Un libro consigliato, magari da leggere col mare davanti.

Opera recensita: "Mal di pietre" di Milena Agus
Editore: Nottetempo, 2006
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Sardegna
Pagine: 119
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


giovedì 30 aprile 2020

RECENSIONE: GIANPIERO BENEDETTO - NON TI SCORDAR DI ME


Sinossi:
Non ti scordar di me è una storia ambientata in terra lucana che, nel periodo del secondo conflitto mondiale, si presentava ancora selvaggia e inesplorata. Si narra di Giovanni, di un amore e di ricordi di guerra. Si narra di un uomo d’altri tempi, che ha saputo affrontare con purezza d’animo le asperità della vita con un atteggiamento che lo ha ripagato dei torti subiti. Un “Nonno d’Italia” da raccontare per salvaguardare la memoria.

Commento:
Quante volte, nelle calde sere d'estate, ci siamo goduti la brezza lasciandoci rapire da una di quelle vecchie storie raccontate dai nostri nonni? Racconti di gente semplice, di fatica e sacrificio, di terra che dà e terra che toglie, di guerre, rinunce, amori perduti e amori ritrovati. Magari ci siamo anche annoiati sul momento, abbiamo sbuffato per il tedio di doverli risentire ancora per la centesima volta… ma a chi non è capitato, una volta che chi ce li raccontava non c'era più, di voler tornare indietro e riascoltare ancora e ancora quegli aneddoti che a volte fanno sorridere, ma a volte straziano nel profondo? Bene, sono esattamente questi i pensieri, le nostalgie, le sensazioni che si provano leggendo questo libro. Non ti scordar di me è tante cose: è una vecchia canzone romantica con cui chi parte chiede a chi resta di serbare vivo il ricordo, affinché il sentimento non vada perduto e possa rifiorire al ritorno; è il nome di un fiore, un piccolo dono semplice, delicato e prezioso; è, però, anche un monito affinché quello che è stato, quello che alcuni hanno vissuto, non finisca nell'oblio. Prendiamo per esempio la storia di Giovanni Marchitelli che da Pisticci dovette partire in guerra, subire l'internamento in un campo in Germania, le privazioni, la paura di non tornare, lo strazio del cuore lontano dalla famiglia e dall'amata… come si può non ricordare questa storia che è unica eppure uguale a quella di tanti altri italiani che, dalla loro terra, dalla loro casa, partirono senza sapere che sarebbe stato di loro o dei loro cari? Ricordare è un dovere, per la memoria storica, culturale, familiare e affettiva che identifica chi siamo e che posto abbiamo nel mondo. Un racconto semplice, immediato, quello scritto da Gianpiero Benedetto. Un racconto carico di storia e umanità in cui ritrovare esperienze e vicende di un vivere e un sentire comuni, per riscoprirsi, una volta di più, appartenenti a una comunità-Paese fatta di sudore, sacrificio, coraggio e amore.


Opera recensita: "Non ti scordar di me" di Gianpiero Benedetto
Editore: Eretica, 2020
Genere: narrativa italiana, romanzo storico, autobiografico
Ambientazione: Basilicata (prevalentemente)
Pagine: 118
Prezzo: 13,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


domenica 29 dicembre 2019

RECENSIONE: E. L. JAMES - THE MISTER


Sinossi:
Londra, 2019. La vita è sempre stata facile per Maxim Trevelyan. Molto attraente, ricco, aristocratico, non ha mai dovuto lavorare e ha dormito da solo nel suo letto molto di rado. Ma un giorno, improvvisamente, tutto questo cambia quando una tragedia lo colpisce ed eredita il titolo nobiliare della sua famiglia: un’immensa ricchezza e tutta la responsabilità che ne deriva. E questo non è un ruolo per il quale Maxim è preparato e si deve sforzare per affrontarlo.
Ma la sfida più grande sarà resistere al desiderio per una giovane donna enigmatica, giunta inaspettatamente a Londra, che porta con sé solo il suo passato, difficile e pericoloso. Sfuggente, bella e con un grande talento musicale, Alessia rappresenta per Maxim un mistero seducente e il suo desiderio per lei aumenta diventando presto una passione che non si spegne, mai provata prima. Ma chi è Alessia Demachi? Può Maxim proteggerla da ciò che la minaccia? E lei come reagirà quando scoprirà che anche lui le sta nascondendo dei segreti?
Dal cuore di Londra, alla selvaggia Cornovaglia, fino alla cupa e temibile bellezza dei Balcani, The Mister è un viaggio emozionante in cui si alternano pericolo e desiderio, lasciando il lettore senza fiato fino all’ultimissima pagina.

Commento:
Ok, so che con questa recensione mi attirerò gli strali di tanti cultori del Libro e della buona letteratura… qualcuno si scandalizzerà, ma io non ho mai nascosto di aver amato molto la trilogia di 50 sfumature e i libri che sono seguiti. Non voglio parlarne qui semplicemente perché questa è la recensione di un altro libro della stessa autrice che non c'entra nulla con quella serie; tiro in ballo le sfumature per spiegare il pregiudizio che ho avuto verso questo libro e che mi ha portata a leggerlo dopo vari mesi dalla sua uscita (aprile 2019). Il mio pregiudizio non era, come molti potrebbero pensare, verso il tipo di scritto della James: temevo che fosse troppo simile alle 50 sfumature, temevo che avrei ritrovato lo stesso plot, ma inevitabilmente in tono minore. Pregiudizio che, purtroppo si è verificato: ci sono tante cose in questo libro che richiamano i precedenti, tante, anzi direi troppe, ma ovviamente, dato che si tratta di cose già lette e metabolizzate in un'altra storia della stessa autrice, qui finiscono per perdere di attrattiva, significato e strizzano l'occhio al prima. È una cosa, questa, che un po' mi ha disturbato per buona parte della lettura, tuttavia, come ho sempre sostenuto, per me la James a suo modo sa scrivere, (vi prego, voi che sostenete che i suoi libri andrebbero gettati nella spazzatura, non fatevi venire un mancamento, non ho detto che è alta letteratura) e sa emozionarmi. Così la storia, mio malgrado, mi ha catturata e alla fine l'ho anche trovata più che gradevole. C'è tanto sesso, innegabilmente, ma c'è anche amore, ci sono tante incongruenze e buchi narrativi, non neghiamo neanche questo, ma c'è anche il tentativo di far riflettere su problematiche serie… certo, un tentativo infiocchettato in un romanzo rosa, ma pur sempre un tentativo!
In definitiva, non è alta letteratura, è molto commerciale, la storia è – se possibile – anche più inverosimile di quella delle sfumature, ma la James mi ha emozionato ancora una volta… e io, da una lettura di questo tipo, non mi aspetto niente di più!


Opera recensita: "The Mister" di E.L. James
Editore: Mondadori, 2019
Genere: romanzo rosa
Ambientazione: Londra-Cornovaglia-Albania
Pagine: 516
Prezzo: 19,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 8.