simposio lettori copertina

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lunedì 25 novembre 2019

RECENSIONE: ANDREA CAMILLERI - AUTODIFESA DI CAINO


Sinossi:
Il 15 luglio 2019, alle terme di Caracalla, Andrea Camilleri avrebbe dovuto interpretare il suo monologo Autodifesa di Caino. Un ritorno sul palcoscenico, dopo Tiresia, atteso dal pubblico e fortemente voluto dallo scrittore.
CAINO: Sapete qual è stato il mio vero errore? Quello di non essermi mai difeso, di non avere mai esposto le mie ragioni. Ma ora basta! Questa sera ho deciso di pronunciare la mia autodifesa, immaginando che davanti a me ci sia un’aula di tribunale e che voi, se vorrete ascoltarmi, siate i giurati.
Andrea Camilleri se ne è andato il 17 luglio, ci ha lasciato il suo scritto su Caino che aveva completato e per il quale aveva immaginato tutto: la scena e gli intermezzi musicali, i filmati da proiettare sullo schermo, i testi da interpretare di persona e quelli da far recitare. È il primo libro che pubblichiamo dopo la sua morte, con grande commozione e rimpianto. L’autodifesa di Caino è un testo potente, profondo; risponde alle incessanti domande sul bene e il male e affonda le sue radici nella sterminata cultura di Camilleri, nella sua sensibilità letteraria, artistica, musicale, nella sua passione per il mito. Caino, il primo assassino della storia, l’emblema stesso del Male, è chiamato a giudizio, Camilleri vuole che siano i lettori ad emettere il verdetto, i testimoni a carico sono tanti, ma non mancano quelli che Caino può convocare a suo sostegno. Ma sono soprattutto le parole di autodifesa dell’assassino di Abele a fare il punto e fornirci una nuova versione dei fatti, la sua. Ricorda Camilleri che «nella tradizione ebraica, e in parte anche in quella musulmana, esistono una miriade di controstorie che ci raccontano un Caino molto diverso da quello della Bibbia. In alcune di quelle antiche narrazioni lo scontro tra i due fratelli ne rovescia in qualche modo le posizioni». Camilleri continua a intessere la storia fornendo al lettore altri dati, altri elementi per giudicare, a mostrarci l’altra faccia di Caino: «C’è tutta una parte del mito che è affascinante ma totalmente ignorata: è quella del Caino fondatore di città, inventore dei pesi e delle misure, della lavorazione del ferro, ma soprattutto quella di Caino inventore della musica; “…una volta che me ne stavo disteso in un canneto sentii il vento che entrava e usciva dai buchi delle canne producendo un rumore”». Ecco il flauto, ed ecco il primo tamburo ricavato da una pelle di capra…
«Ho finito. Non voglio che pronunciate il vostro verdetto ora. Riflettete su quanto vi ho raccontato questa sera e poi decidete da voi. Secondo coscienza».

Commento:
Niente da fare… Il corpo di Andrea Camilleri potrà aver lasciato questo mondo, lui non vedrà mai pubblicati questo e i successivi libri che usciranno, ma la sua anima per fortuna non ci lascerà mai, trasuderà da ogni pagina, riga, parola che ha scritto. Qui, mentre leggiamo Caino che racconta la sua versione dell'omicidio di Abele, il primo della storia del mondo, ci sembra di sentire il Maestro che spiega, declama, insegna, tramanda il suo sapere e i suoi studi. Leggere Autodifesa di Caino, pubblicato pochi giorni fa da Sellerio e quindi postumo, è un'esperienza di reviviscenza: rivive Caino nelle parole scritte per lui, rivivono le storie antiche, le immagini create dalla suggestione narrativa; rivive Camilleri nelle nostre orecchie, nella testa, nel cuore.
Questo è un libro – o più precisamente un monologo teatrale – sulla possibilità di scegliere, sull'importanza della scelta: Abele avrebbe voluto uccidere Caino, ma ha scelto di non farlo. Caino, invece, non avrebbe voluto farlo, ma ha scelto di compiere il crimine estremo: è qui il fulcro, la condanna divina, ma quali sono le ragioni che hanno condotto a quella scelta e, prima ancora, allo scontro? Qui ne leggiamo svariate… a noi la scelta su cosa credere. Come aveva ampiamente dimostrato in altri romanzi e sommamente in Conversazione su Tiresia, Camilleri riesce ad entrare nella mente dei personaggi cui dà voce e lo fa mettendo anche molto di se stesso e del suo modo di concepire la vita. Il risultato è sempre un'esperienza interessante ed entusiasmante.


Opera recensita: "Autodifesa di Caino" di Andrea Camilleri
Editore: Sellerio, 2019
Genere: monologo teatrale
Pagine: 96
Prezzo: 8,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 1 settembre 2019

RECENSIONE: ANDREA CAMILLERI - CONVERSAZIONE SU TIRESIA


Sinossi:
«Chiamatemi Tiresia. Per dirla alla maniera dello scrittore Melville, quello di Moby Dick. Oppure Tiresia sono, per dirla alla maniera di qualcun altro.
«Zeus mi diede la possibilità di vivere sette esistenze e questa è una delle sette. Non posso dirvi quale.
«Qualcuno di voi di certo avrà visto il mio personaggio su questo stesso palco negli anni passati, ma si trattava di attori che mi interpretavano.
«Oggi sono venuto di persona perché voglio raccontarvi tutto quello che mi è accaduto nel corso dei secoli e per cercare di mettere un punto fermo nella mia trasposizione da persona a personaggio».
«Ho trascorso questa mia vita ad inventarmi storie e personaggi, sono stato regista teatrale, televisivo, radiofonico, ho scritto più di cento libri, tradotti in tante lingue e di discreto successo. L’invenzione più felice è stata quella di un commissario.
«Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne».
La Conversazione su Tiresia scritta e interpretata da Andrea Camilleri è stata messa in scena per la prima volta al Teatro Greco di Siracusa l’11 giugno 2018 nell’ambito delle rappresentazioni classiche realizzate dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico.

Commento:
Appena 64 pagine di Cultura con la C maiuscola. In un monologo denso e suggestivo, Andrea Camilleri racconta la storia di Tiresia, colui che per punizione di Zeus divenne cieco e preveggente, colui che da persona fu mutato in personaggio, che visse sette vite e fu osannato e criticato da storici e poeti. Tante cose sono state dette nei secoli su di lui, poche vere e molte inventate al solo scopo di denigrarlo... perché ciò che non si conosce, ciò che non si può spiegare razionalmente, fa paura e va distrutto, anche solo con le parole. Camilleri, divenuto cieco all'età di novant'anni, si sente affine a Tiresia, quasi fosse attualmente l'ultima sua incarnazione, perciò riesce con collaudata maestria a raccontarne la storia, la damnatio memoriae, la riabilitazione avvenuta solo nel Novecento. E come Tiresia, Camilleri ha sempre dimostrato una lungimiranza che non è ciarlataneria, ma deriva dalla lucida e attenta analisi del mondo e delle dinamiche che lo muovono. Attraverso il teatro, il Maestro ci dona ancora un po' del suo sapere, ci parla di autori classici e moderni, ci indica una via verso la conoscenza e l'approfondimento.
Non ho avuto modo di vedere la mise en scène di quest'opera in teatro, ma non mancherò di recuperarla alla prossima replica televisiva: leggerla è stata un'esperienza arricchente, ma sentirla declamare dalla voce di Camilleri deve essere ancor più emozionante.

Opera recensita: "Conversazione su Tiresia" di Andrea Camilleri
Editore: Sellerio, 2019
Genere: opera teatrale
Pagine: 64
Prezzo: 8,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


lunedì 18 giugno 2018

RECENSIONE: ANDREA CAMILLERI - LA MOSSA DEL CAVALLO


Sinossi:

L’azione si svolge nel 1877 e trae spunto da un episodio raccontato nella famosa inchiesta sulla Sicilia da Leopoldo Franchetti. Giovanni Bovara, nato

in Sicilia ma trasferitosi a soli tre mesi d’età a Genova, viene mandato nell’isola come ispettore ai mulini, dopo che i due che l’hanno preceduto sono

morti ammazzati. A Vigàta rimane invischiato nei potentati locali, dal prete ai politici, agli uomini d’onore a infidi azzeccagarbugli che gli mandano

messaggi in codice che Bovara, integerrimo funzionario, non può capire. Va dritto per la sua strada, che è quella della legge, e ragiona in dialetto genovese,

ma è proprio questo che gli impedisce di cogliere la rete che lo va stritolando. Così quando viene ucciso il prete, donnaiolo e in fama d’usuraio, l’unica

maniera per difendersi dalla paradossale situazione in cui si è venuto a trovare - quella di essere accusato del delitto che ha denunziato - è la mossa

del cavallo. Giovanni Bovara dunque si mette non solo a parlare ma anche a pensare in siciliano, un dialetto che credeva d’aver perso, ma che sboccia spontaneo

dalle sue labbra e si rivela la chiave per comprendere l’accaduto e soprattutto per dare scacco a chi controlla un paese intero. Insomma una autentica

provocazione che rovescia la trappola fabbricata per lui. La connessione delle lingue: l’italiano postunitario, le parole della burocrazia, i dialetti

genovese e siciliano; basta trovare il codice giusto per risolvere il corto circuito e accedere alla soluzione. Ed è questo che rende questo romanzo (che

al racconto alterna verbali, documenti, corrispondenze e articoli fittizi) unico e uno dei più felici di Andrea Camilleri: per la scena animata e umoristica

e il rovesciamento dei ruoli, per l’irrisione dei siciliani, fra cadaveri che appaiono e scompaiono, testimoni che si volatilizzano, parole sussurrate

a mezza voce, una farsa tragica.

 

Commento:

Come suggerisce anche il titolo, la storia descritta in questo libro è, in pratica, un’autentica partita a scacchi: da una parte ci sono i buoni, come l’integerrimo ragioniere Giovanni Bovara, neoispettore ai mulini a Vigata, dall’altra i cattivi, come il potente Don Cocò Afflitto, l’avvocato Fasulo, il Delegato Spampinato, addirittura il prete Don Carnazza. Quando Giovanni Bovara, già ispettore a Reggio Emilia, arriva in Sicilia si ritrova per le mani una situazione spinosa: un ufficio a soqquadro, carte sparse ovunque, gente che mette le mani dove non dovrebbe, permissività e lassismo che sono la normalità, tangenti regolarizzate, ecc. Nel denunciare tutto ciò, Bovara pesta inconsapevolmente i piedi a chi questo traffico lo controlla, lo ha creato e lo gestisce con l’accordo di istituzioni, magistratura e forze armate. Le sue indagini, però, non cadono nel vuoto e se da un lato qualcuno cerca di farlo passare per pazzo, qualcun altro raccoglie l’assist di Bovara e indaga. Questa incresciosa preoccupazione va a congiungersi fatalmente con altre questioni locali – fatte di tradimenti, eredità e fatti di denaro – fino a deflagrare in un omicidio che fa rumore e del quale Bovara è involontario testimone. Per i neri l’occasione è ghiotta ed il piano d’accusa è ingegnoso. L’unico modo che ha Bovara per sfuggire alla gogna è giocare d’astuzia e imparare a pensare, agire, ragionare come i suoi avversari. Ci riesce e il risultato è sorprendente: una provocazione sottile ed efficace che ha come coprotagonista il dialetto siciliano. Grande importanza, infatti, riveste il linguaggio in questo libro: si passa da un italiano pomposo e burocratizzato al siciliano stretto usato da tutti i locali, al genovese altrettanto stringato nel quale ragiona Giovanni. Quando finalmente l’ispettore si troverà costretto a scagionarsi dal cappio che gli è stato teso, comincerà a ragionare, pensare e parlare in siciliano. Sarà questa la chiave della sua salvezza.

Una lettura piacevolissima, una farsa tragica che fa sorridere, ridere e riflettere. Ci vorrebbe un’alta cultura letteraria che, mio malgrado, non ho per spiegare i mille simbolismi e richiami letterari presenti in un libro così breve; ciò che posso affermare con sicurezza è che non ne resterete delusi: pagine di letteratura con funzione didattica che consiglio caldamente. Libro davvero molto, molto interessante.

 

 

Opera recensita: “La mossa del cavallo” di Andrea Camilleri

Editore: Sellerio, prima ed. 1999

Genere: giallo storico

Ambientazione: Sicilia, 1877

Pagine: 272 (ed. Sellerio 2017)

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

sabato 20 agosto 2016

RECENSIONE: ANDREA CAMILLERI - IL TUTTOMIO


Sinossi:

Arianna ha appena compiuto trentatré anni, ma il suo temperamento è ancora deliziosamente infantile. Quando Giulio la incontra, in un giorno triste per entrambi, è subito conquistato da questa creatura smarrita, selvatica come una bimba abbandonata eppure bellissima e sensuale. Arianna entra nella sua vita con una naturalezza che lo strega, e dal giorno in cui la sposa Giulio cerca di restituirle la luce che lei gli ha portato offrendole tutto ciò che potrebbe desiderare: anche quello che lui, a causa di un grave incidente, non può più darle... Così della loro routine entrano presto a far parte gli appuntamenti del giovedì, meticolosamente organizzati da Giulio in persona: in un pied-à-terre appartato o in una cabina sulla spiaggia, secondo la stagione, gli uomini destinati a incontrare Arianna sono tenuti a rispettare poche regole inviolabili. Nella vita di questa coppia, dunque, segreti non ce ne sono. Ogni tanto, però, Giulio è attraversato dalla consapevolezza che qualcosa gli sfugge: «Tu non mi hai detto tutto di te» le sussurra mentre non riesce a fare a meno di viziarla. È così. Di segreti Arianna ne ha molti, e brucianti – tanto che forse nemmeno lei ne conserva un ricordo nitido. Ma quello che custodisce più gelosamente è il “tuttomio”: una “tana” tutta sua, ricavata in un angolo del solaio, come la piccola caverna dove si rifugiava da bambina, in campagna. Ed è lì, nel tuttomio, che Arianna si confida con la sua unica vera amica, Stefania. I giochi di Arianna e Giulio sono troppo torbidi e coinvolgenti per non farsi, con il passare del tempo, pericolosi. Tanto più perché lei, come ogni bambina, non ha chiaro il confine che separa il gioco dalla realtà. E può bastare lo sguardo di un ragazzino ingenuo e focoso, a cui è difficile dire di no, perché le regole rischino di essere infrante e un vento sinistro porti scompiglio nella casa di bambola che Giulio ha costruito. Ispirato alla scandalosa vicenda dei marchesi Casati Stampa, ma anche percorso da una fitta trama di rimandi a grandi classici come Santuario di Faulkner e L’amante di Lady Chatterley di Lawrence, questo romanzo mette in scena una protagonista femminile straordinaria: inquietante nel suo candore, splendente di una luce nerissima. Quando abbandona la lingua mescidata dei suoi romanzi siciliani, Camilleri dispiega una scrittura magistralmente essenziale, limpidissima – verrebbe da dire spietata – eppure priva di inibizioni. Un gioco raffinato e colmo di ironia, con il quale trascina i lettori attraverso il labirinto dell’eros, al cuore dell’amore e della perdizione, là dove – come nel mito di Arianna – il Minotauro vive nutrendosi dei desideri più oscuri e inconfessabili. Un romanzo che si legge d’un fiato, terribile e sorprendente.

 

Oggi vi parlo di un romanzo breve, ma molto particolare: “Il tuttomio” del maestro Andrea Camilleri, uscito per Mondadori nel 2013. La trama mi aveva colpito già qualche tempo fa in libreria, così quando ho dovuto scegliere qualcosa di Camilleri che non fosse il mio amato Montalbano, sono andata a colpo sicuro.

I protagonisti di questa storia sono Arianna e Giulio, una coppia benestante con abitudini un po’ particolari: Giulio, diventato impotente a seguito di un incidente d’auto, per soddisfare gli appetiti sessuali della giovane e bellissima moglie Arianna, organizza degli incontri con sconosciuti previamente selezionati e ben retribuiti, con la condizione che non incontreranno la moglie per più di due volte. Ad uno di questi rendez-vous, cui prende sempre parte anche Giulio, Arianna conosce Mario, un diciassettenne inesperto ma molto molto attratto da lei. Tra i due comincia una relazione clandestina e pericolosa che rischia di mandare a monte il fragile equilibrio tra il passato ed il presente di Arianna e che, se scoperta, potrebbe farle perdere Giulio.

Non è facile parlare di questo libro perché, pur essendo breve, racchiude in sé molti spunti: tanto per cominciare, parliamo dei protagonisti. Quelli maschili sono esattamente agli antipodi: Giulio è un gentiluomo, curato, intelligente, attento ai bisogni della compagna e pronto a viziarla ed a soddisfare ogni suo capriccio per il bene del loro rapporto; Mario è spregiudicato, irruento, folle, infantile ed anche un tantino egoista. E poi c’è lei, Arianna, la figura centrale della storia: una donna bambina, una creatura carnale e bellissima, ma che fra i tanti suoi segreti nasconde qualcosa di triviale e selvatico. Questa sua personalità da bambina cattiva viene ineluttabilmente fuori nel “tuttomio”, il suo posto segreto, il labirinto di cui lei sola conosce l’uscita, il luogo dove custodisce, come una sacerdotessa, tutti i simboli del suo essere. Per tracciare i contorni di questa donna Camilleri ricorre ad una narrazione al presente, divisa tra la Arianna di oggi e quella di ieri, con i suoi numerosi amanti ed i suoi tanti segreti, quella che tratta amore e morte quasi come se fossero incidenti di percorso, tappe da superare in un viaggio di vita la cui destinazione è tutt’altro che chiara. La scrittura di Camilleri è qui essenziale, scorrevole, chiara; non c’è traccia della sicilianità che caratterizza i romanzi di Montalbano, ma di tanto in tanto l’autore usa espressioni come “si alza a mezzo”, che mi hanno dato una sensazione di provincialità, utile ad entrare nel contesto sociale di Arianna, giovane donna vissuta con la nonna in un paesino ai margini di un bosco e poi trasferitasi in città.

Tanti sono, poi, i rimandi letterari: dal mito del filo di Arianna a classici come “l’amante di Lady Chatterley”, fino a “Santuario” di Falkner, autore spesso citato nei romanzi di Camilleri. Un romanzo moderno, dunque, ma in chiave classica, in cui si racconta l’eros in un tempo moderno, ma con profonde radici piantate nel passato.

Mi è piaciuto? Sì, anche se devo ancora assorbirne tutta la portata. Ho qualche perplessità soprattutto sul finale: non so se mi sia piaciuto o cosa mi aspettassi in realtà… di sicuro il libro ve lo consiglio: si legge in un giorno, ma dà da pensare per un po’.

 

Opera recensita: “Il tuttomio” di Andrea Camilleri

Editore: Mondadori, 2013

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: non definita

Pagine: 147

Consigliato: sì.