simposio lettori copertina

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mercoledì 15 aprile 2020

RECENSIONE: ERICA MOU - NEL MARE C'è LA SETE


Sinossi:
Maria e Nicola sono una coppia rodata, lui pilota di aerei, cuoco e genero perfetto (per quanto esprima la sua ansia in dolori notturni che gli stringono il corpo), lei un po’ meno perfetta, una di quelle donne che in borsa non trovano mai nulla e che, soprattutto, molti anni prima ha ucciso Estate, sua sorella. La famiglia di origine si è strutturata intorno a questo lutto, il padre ha smesso di andare in ufficio, la madre si è sforzata di avere rapporti con lei, la figlia rimasta. Dopo aver passato anni a vivacchiare senza uno scopo, dopo il classico periodo a Londra, Maria ha messo su un eccentrico negozio: i clienti vanno da lei perché pensi e compri per loro regali importanti per persone che lo sono altrettanto. Il suo lavoro consiste nel confezionare l’amore e l’affetto con un bel fiocco, per chi non ha il tempo di farlo. La vita di Maria però, sempre in bilico, un giorno si incrina definitivamente: in ventiquattro ore, il tempo di quattro pasti, ha un negozio che non vuole, un compagno che non riesce a lasciare, e una scoperta che la porterà a riconsiderare tutto ciò che la circonda. In un romanzo che lega un tono leggero a una sconcertante franchezza, Erica Mou demolisce la retorica zuccherosa delle relazioni d’amore e racconta come dietro ogni coppia perfetta possa nascondersi un doppio fondo inaspettato.

Commento:
Per quanto si tergiversi, per quanto lo si ritardi, arriva sempre… arriva per tutti, il giorno prima della Decisione, di quella scelta che imprimerà una nuova, definitiva direzione alla nostra vita. È lo squarcio del velo di nebbia, è l'esplosione della bolla protettiva, di apparente impenetrabilità, dentro cui ci siamo trincerati per sopravvivere. È il giorno che precede, segna il passo e propizia la scossa tellurica che in superficie appare leggera, impercettibile, ma che dentro stravolge, sconvolge, fa sì che i fondali marini diventino montagne.
Maria, la giovane donna protagonista di queste pagine, ci conduce attraverso lo squarcio, ce ne mostra i detriti, si sofferma sulle cause originarie andando indietro, indietro, indietro, ma fissa anche lo sguardo su quelle cose che sono lì in bilico e che, alla prima avvisaglia di assestamento della terra, potrebbero infrangersi al suolo senza poi troppo fragore. Così, attraverso gli occhi disillusi e saturi di Maria guardiamo la cortesia artefatta e troppo perfetta del compagno Nicola, la superficie scivolosa delle conversazioni con sua madre Anna, il vuoto cosmico del padre, Giuseppe, che si è ritirato in se stesso, preda della sua trincea di dolore. Dolore il cui peso, il cui blocco di marmo, si è posato inesorabilmente sullo stomaco di una Maria piccola, una bimba di tanti anni fa, quando sua sorella Estate moriva. L'assassinio di questa bambina è uno spettro ingombrante, è una sacca d'aria compressa destinata ad espandersi, che ci accompagna per tutto lo scorrere delle pagine così come ha accompagnato l'intera vita di Maria, fino ad oggi, fino al momento in cui guarda il calendario del telefono e legge:"17:00: dottore", fino al momento in cui finalmente Maria dovrà fare i conti con questo dolore. Prima di andare a quell'appuntamento, Maria avrà il tempo di fare i conti con molte altre cose, l'amore, l'amicizia, gli affetti, il suo negozio di amore confezionato per pigri e insicuri, la stabilità, le aspettative degli altri… A noi non resta che nuotare accanto a Maria in ciò che resta di questa bolla liquida che attutisce i suoni, gli odori, i contatti , seguire le sue parole apparentemente lievi come onde che sembrano lambine la roccia e in realtà la corrodono passaggio dopo passaggio… non possiamo far altro che riflettere sulla sua, ma anche sulla nostra vita, modellata, levigata, corrosa giorno dopo giorno dai compromessi e dalle rinunce cui cediamo spazio per continuare, in qualche modo, a sopravvivere.

Opera recensita: "Nel mare c'è la sete" di Erica Mou
Editore: Fandango, 2020
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Bari
Pagine: 221
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8
Colonna sonora: Sibylle Baier.


lunedì 25 novembre 2019

RECENSIONE: ANDREA CAMILLERI - AUTODIFESA DI CAINO


Sinossi:
Il 15 luglio 2019, alle terme di Caracalla, Andrea Camilleri avrebbe dovuto interpretare il suo monologo Autodifesa di Caino. Un ritorno sul palcoscenico, dopo Tiresia, atteso dal pubblico e fortemente voluto dallo scrittore.
CAINO: Sapete qual è stato il mio vero errore? Quello di non essermi mai difeso, di non avere mai esposto le mie ragioni. Ma ora basta! Questa sera ho deciso di pronunciare la mia autodifesa, immaginando che davanti a me ci sia un’aula di tribunale e che voi, se vorrete ascoltarmi, siate i giurati.
Andrea Camilleri se ne è andato il 17 luglio, ci ha lasciato il suo scritto su Caino che aveva completato e per il quale aveva immaginato tutto: la scena e gli intermezzi musicali, i filmati da proiettare sullo schermo, i testi da interpretare di persona e quelli da far recitare. È il primo libro che pubblichiamo dopo la sua morte, con grande commozione e rimpianto. L’autodifesa di Caino è un testo potente, profondo; risponde alle incessanti domande sul bene e il male e affonda le sue radici nella sterminata cultura di Camilleri, nella sua sensibilità letteraria, artistica, musicale, nella sua passione per il mito. Caino, il primo assassino della storia, l’emblema stesso del Male, è chiamato a giudizio, Camilleri vuole che siano i lettori ad emettere il verdetto, i testimoni a carico sono tanti, ma non mancano quelli che Caino può convocare a suo sostegno. Ma sono soprattutto le parole di autodifesa dell’assassino di Abele a fare il punto e fornirci una nuova versione dei fatti, la sua. Ricorda Camilleri che «nella tradizione ebraica, e in parte anche in quella musulmana, esistono una miriade di controstorie che ci raccontano un Caino molto diverso da quello della Bibbia. In alcune di quelle antiche narrazioni lo scontro tra i due fratelli ne rovescia in qualche modo le posizioni». Camilleri continua a intessere la storia fornendo al lettore altri dati, altri elementi per giudicare, a mostrarci l’altra faccia di Caino: «C’è tutta una parte del mito che è affascinante ma totalmente ignorata: è quella del Caino fondatore di città, inventore dei pesi e delle misure, della lavorazione del ferro, ma soprattutto quella di Caino inventore della musica; “…una volta che me ne stavo disteso in un canneto sentii il vento che entrava e usciva dai buchi delle canne producendo un rumore”». Ecco il flauto, ed ecco il primo tamburo ricavato da una pelle di capra…
«Ho finito. Non voglio che pronunciate il vostro verdetto ora. Riflettete su quanto vi ho raccontato questa sera e poi decidete da voi. Secondo coscienza».

Commento:
Niente da fare… Il corpo di Andrea Camilleri potrà aver lasciato questo mondo, lui non vedrà mai pubblicati questo e i successivi libri che usciranno, ma la sua anima per fortuna non ci lascerà mai, trasuderà da ogni pagina, riga, parola che ha scritto. Qui, mentre leggiamo Caino che racconta la sua versione dell'omicidio di Abele, il primo della storia del mondo, ci sembra di sentire il Maestro che spiega, declama, insegna, tramanda il suo sapere e i suoi studi. Leggere Autodifesa di Caino, pubblicato pochi giorni fa da Sellerio e quindi postumo, è un'esperienza di reviviscenza: rivive Caino nelle parole scritte per lui, rivivono le storie antiche, le immagini create dalla suggestione narrativa; rivive Camilleri nelle nostre orecchie, nella testa, nel cuore.
Questo è un libro – o più precisamente un monologo teatrale – sulla possibilità di scegliere, sull'importanza della scelta: Abele avrebbe voluto uccidere Caino, ma ha scelto di non farlo. Caino, invece, non avrebbe voluto farlo, ma ha scelto di compiere il crimine estremo: è qui il fulcro, la condanna divina, ma quali sono le ragioni che hanno condotto a quella scelta e, prima ancora, allo scontro? Qui ne leggiamo svariate… a noi la scelta su cosa credere. Come aveva ampiamente dimostrato in altri romanzi e sommamente in Conversazione su Tiresia, Camilleri riesce ad entrare nella mente dei personaggi cui dà voce e lo fa mettendo anche molto di se stesso e del suo modo di concepire la vita. Il risultato è sempre un'esperienza interessante ed entusiasmante.


Opera recensita: "Autodifesa di Caino" di Andrea Camilleri
Editore: Sellerio, 2019
Genere: monologo teatrale
Pagine: 96
Prezzo: 8,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


giovedì 14 novembre 2019

RECENSIONE: VICTORIA SHORR - L'ORA DEL DESTINO


Sinossi:
Nel 1802, all'età di ventisei anni, Jane Austen è povera e senza marito. Non ha una casa, ma ha già in mente i suoi futuri, splendidi romanzi. Proprio in questo momento difficile, Jane riceve un'offerta di matrimonio molto vantaggiosa da parte di un uomo ricco, verso il quale però non nutre alcun sentimento. Può scegliere la sicurezza economica, con le regole immutabili della buona società. Oppure può scegliere d'essere libera. Quando la sedicenne Mary Godwin inizia il suo straordinario viaggio d'amore e di formazione attraverso l'Europa, il suo compagno è già una stella del firmamento letterario. Si chiama Percy Bysshe Shelley e anima, insieme con gli amici Lord George Byron e John Keats, il suo tempo. Mary e Percy con la loro esistenza libera e scandalosa sfidano le convenzioni sociali. E anticipano il futuro di molte generazioni ispirate da ardenti ideali libertari. Per un lungo, interminabile anno, in catene nel buio di una cella, Giovanna d'Arco coltiva con ardente fermezza la sua fede. "Abbi coraggio, figlia di Dio, sarai salvata" le ripetono le voci di Santa Caterina e Santa Margherita, che l'accompagnano fin dall'infanzia. Per un anno, ogni giorno, Giovanna si trova di fronte alla più difficile tra le scelte. L'ora del suo destino coincide con l'abiura. O con la morte sul rogo. In questo libro Victoria Shorr dipinge il ritratto intimo e profondamente umano di tre giovani donne alle prese con il proprio destino. Jane, Mary e Giovanna sono state ragazze ribelli e sono oggi, nel vibrante racconto di Shorr, tre donne eccezionali che hanno saputo piegare la loro esistenza verso il mito.

Commento:
Jane, Mary, Giovanna. Tre donne, due vissute nell'Ottocento, una nel Quattrocento. Tre giovani che, ciascuna a suo modo, si sono distinte; tre anime forti, tra loro diverse per vissuto, condizione, contesto, ma accomunate da tante cose, più di quante se ne notino in apparenza. Cosa le unisce? Qual è il filo rosso che le lega? Il coraggio di disobbedire, di ribellarsi alla vita che altri avevano tracciato per loro, la capacità di fare una scelta difficile, non convenzionale, di differenziarsi, di seguire un sogno, una passione, un'ispirazione, una missione e di portare avanti quella scelta fino alle estreme conseguenze. Tre giovani donne giudicate severamente, col metro implacabile del pregiudizio e dell'ottusità, vittime del fatto che nessuno abbia dato loro una chance, una seconda possibilità, condannate apriori solo per aver avuto l'ardire di scegliere. Pecore nere, anticonformiste, mal viste, rinnegate… ma poi il tempo ha dato loro ragione: tutte e tre sono poi diventate – a loro modo – eroine, icone di coraggio, innovazione, ardimento, sacrificio, lotta. Jane che rinuncia alla sicurezza del matrimonio per aggrapparsi con tutta se stessa alla sua scrittura e che, grazie a questa scelta, ci regala la descrizione di un mondo che conosce bene corredata dalla sua inconfondibile, pungente ironia e dal senso di giustizia che le viene dall'esperienza di vita; Mary, vittima della passione per un uomo geniale, affascinante e incostante, che ha pagato un prezzo carissimo per la sua scelta; Giovanna, la più eroica di tutte, quella che ha seguito la fede e l'amore per il suo Paese ed è stata ripagata con la morte peggiore, quella sul rogo.
L'ora del destino, in cui sono raccolte le storie di queste tre donne vittoriose, è un libro bellissimo perché unisce i fatti e il cuore: con un mirabile lavoro di documentazione, studio, ricerca, Victoria Shorr modula la storia, aggiunge la passione e ripaga tardivamente queste donne dell'ingiustizia che hanno subito in vita regalandoci un romanzo accorato e di valore che è un piacere leggere. La storia che ho preferito tra le tre è stata senza dubbio quella di Giovanna D'arco in cui – secondo me – la Shorr si è superata, ma so anche che, dopo questo libro, rileggerò Jane Austen con occhi diversi.
Davvero un'ottima lettura.

Opera recensita: "L'ora del destino" di Victoria Shorr
Editore: SEM-Società editrice Milanese, 2019
Genere: narrativa straniera
Pagine: 285
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


sabato 26 maggio 2018

RECENSIONE: EMANUELA CANEPA - L'ANIMALE FEMMINA


Sinossi:

Rosita è scappata dal suo malinconico paese, e dal controllo asfittico della madre, per andare a studiare a Padova. Sono passati sette anni e non ha concluso

molto. Il lavoro al supermercato che le serve per mantenersi l'ha penalizzata con gli esami e l'unico uomo che frequenta, al ritmo di un incontro al mese,

è sposato. Ma lei è abituata a non pretendere nulla. La vigilia di Natale conosce per caso un anziano avvocato, Ludovico Lepore. Austero, elegante, enigmatico,

Lepore non nasconde una certa ruvidezza, eppure si interessa a lei. La assume come segretaria part time perché possa avere piú soldi e tempo per l'università.

In ufficio, però, comincia a tormentarla con discorsi misogini, esercitando su di lei una manipolazione sottile. Rosita la subisce per necessità, o almeno

crede. Non sa quanto quel rapporto la stia trasformando. Non sa che è proprio dentro una gabbia che, paradossalmente, si impara a essere liberi.

 

Commento:

Ho cominciato a leggere questo libro senza leggere la quarta di copertina, attratta dai commenti positivi di voci autorevoli e dal titolo: sì, il termine “femmina” ha su di me un effetto di repulsione ed attrazione inspiegabile. Non sapevo assolutamente, quindi, a cosa sarei andata incontro. E non l’ho saputo fino alla fine della lettura. Emanuela Canepa ci racconta in queste pagine una storia realistica, smaliziata, singolare eppure comune: una ragazza oppressa da una madre che assilla e non ascolta, una facoltà impegnativa e le grosse difficoltà a combinare qualcosa ed a mantenersi, un lavoro che arriva per caso, con una tempistica provvidenziale quanto inquietante.

Ed inquietante si rivela essere anche il singolarissimo capo di Rosita, la protagonista di questa storia: l’avvocato Ludovico Lepore le era parso da subito magnetico e vagamente sinistro, un uomo ricco, burbero, non abituato a trattare o a chiedere. Da quando comincia a lavorare per lui, però, Rosita si rende conto che l’anziano avvocato è un misogino senza possibilità di redenzione ed è sempre più combattuta tra la volontà di andarsene, rispondergli a tono e cominciare tutto da capo fuori da lì e la necessità di lavorare, studiare, non tornare al paesino nel casertano da cui è fuggita sette anni prima.

Rosita si sente in trappola e finisce per accettare una richista particolare che Lepore le presenta come una proposta di liberazione… all’ultimo momento però qualcosa scatta in lei, qualcosa che avrà conseguenze anche per il suo capo.

Un libro enigmatico, non banale, una storia tormentata dalla quale, fino alla fine, non si sa bene cosa aspettarsi. Tutto è basato sull’equilibrio dei sentimenti, sulla capacità di scegliere per il proprio bene e decidere cosa fare della propria vita. Una storia che ci mette di fronte all’incognita insoluta dell’amore e del potere che vogliamo dare a chi amiamo nella nostra vita.

Lettura consigliata perché fornisce interessanti stimoli di approfondimento e spunti su cui riflettere.

 

Opera recensita: “L’animale femmina” di Emanuela Canepa

Editore: Einaudi, 2018

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Padova

Pagine: 272

Prezzo: 17,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

lunedì 19 settembre 2016

RECENSIONE: MICHELA MURGIA - ACCABADORA


Sinossi:

Premio Campiello 2010. Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come "l'ultima". Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. "Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia". Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.

 

Breve, intenso ed appassionante. In poco più di 160 pagine Michela Murgia ci racconta tradizioni millenarie che sono parte di una comunità, di un popolo, ma che scavando non troppo a fondo, potremmo ritrovare anche nel nostro passato prossimo. Sono le tradizioni legate alla vita, al suo inizio, ma soprattutto alla sua fine; sono storie fatte di scialli neri, dolore e conforto, di saperi antichi e credenze popolari ancora sorprendentemente vive. Siamo a Soreni, piccolo paese della Sardegna, nel secondo dopoguerra. Qui vivono Maria Listru e Tzia Bonaria Urrai. Maria è la quarta figlia della vedova Anna Teresa Listru che considera la bimba un errore dopo tre cose giuste, una bocca in più da sfamare. Bonaria, invece, è una vedova senza figli che è ben lieta di prendere con sé quella ragazzina che ha sorpreso a rubare delle ciliegie in un negozio e che nonostante il gesto si mostra serena ed innocente. Maria, abituata a non essere considerata altro che la quarta o l’ultima, fa presto ad affezionarsi all’austera Tzia Bonaria che dimostra di badare a lei, tiene moltissimo alla sua istruzione e la considera il suo primo pensiero. Maria pensa che Bonaria faccia la sarta e questo è vero di giorno, ma di notte, a volte, qualcuno bussa alla porta e la donna esce in tutta fretta senza dare spiegazioni. Maria non sa che Bonaria è l’Accabadora, l’ultima madre, colei che aiuta chi, allo stremo della sofferenza, vuole andarsene da questo mondo senza dolore. Non è un’assassina priva di scrupoli, ma una donna provata dalla vita che, a suo modo, aiuta gli altri e fa ciò che deve essere fatto. Tutti a Soreni sanno chi è e cosa fa ed il suo passaggio suscita timore e rispetto. Donna di poche parole, ma di molto sapere, Bonaria trasmette tutto ciò che sa alla sua fille anima tranne il suo compito segreto e quando, per un tragico caso del destino, la ragazza lo scopre fra le due donne si apre una frattura apparente che sa di tradimento e di cose non dette. Maria parte per il continente, ma poi torna per ripagare, nel momento del bisogno, il suo debito di riconoscenza a quella donna che non ha mai chiamato mamma, ma che lo è molto più di chi l’ha generata. La storia di Maria e di Bonaria può sembrare lontana ed incredibile, ma non lo è per niente: qualcuno potrebbe pensare che queste credenze popolari siano morte e sepolte nel passato, invece vivono nel retaggio culturale dei piccoli comuni italiani in cui ci si conosce tutti, in cui l’informazione che conta si fa  al bar o sulla soglia delle case al crepuscolo.

I temi chiave di questo romanzo sono la maternità, la fiducia e la scelta. Come si legge in apertura del libro, Maria è figlia di due madri, di due donne, della povertà dell’una e della sterilità dell’altra. Ma si può essere figlia di due madri? Ed è più degna, in fin dei conti, di essere chiamata mamma colei che ci ha messi al mondo per poi abbandonarci al nostro destino, salvo poi richiamarci a sé nel momento del bisogno rivendicando un diritto di nascita misto ad orgoglio e possessività? O colei il cui ventre è sterile, ma che ci accoglie, veglia il nostro sonno nel buio, ci nutre ed educa? E poi c’è l’altro grande interrogativo, quello che riguarda la scelta: può l’uomo scegliere quando e come porre fine alla sua vita? Può l’uomo sostituirsi a Dio stabilendo quando far cessare la sofferenza? Fino a che punto è umano soffrire?

Michela Murgia ci racconta questa storia affascinante con uno stile fluido e con una scrittura insieme intimista ed evocativa: intimista perché indaga con tatto e delicatezza i sentimenti ed i fragili equilibri privati di una comunità; evocativa perché con parole scelte con cura descrive abilmente sensazioni, odori, suoni, rendendoli visibili a chi legge. Tutto ciò rende questo libro un piccolo album dei ricordi da custodire con cura, perché nulla vada dimenticato o perso nella frenesia dell’oggi. Lettura consigliatissima.

 

Opera recensita: “Accabadora” di Michela Murgia

Editore: Einaudi, supercoralli, 2009

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Sardegna, Torino

Pagine: 166

Prezzo: 18€ (cartaceo), 6,99€ (ebook)

Consigliato: sì.