simposio lettori copertina

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lunedì 19 luglio 2021

RECENSIONE: ITALO CALVINO - SE UNA NOTTE D'INVERNO UN VIAGGIATORE

Sinossi:

"L'impresa di cercare di scrivere romanzi 'apocrifi', cioè che immagino siano scritti da un autore che non sono io e che non esiste, l'ho portata fino in fondo nel mio libro 'Se una notte d'inverno un viaggiatore'. È un romanzo sul piacere di leggere romanzi; protagonista è il Lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. Ho dovuto dunque scrivere l'inizio di dieci romanzi d'autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro ... Più che d'identificarmi con l'autore di ognuno dei dieci romanzi, ho cercato d'identificarmi col lettore: rappresentare il piacere della lettura d'un dato genere, più che il testo vero e proprio. Ma soprattutto ho cercato di dare evidenza al fatto che ogni libro nasce in presenza d'altri libri, in rapporto e confronto ad altri libri." (Italo Calvino)

 

Commento:

Ok, mettiamo subito le cose in chiaro: so di dire un'eresia, ma a me questo romanzo non è piaciuto, anzi, per la verità mi ha proprio indispettito.

Come afferma egli stesso, in queste pagine Calvino ha voluto incarnare il punto di vista del lettore che, accingendosi a leggere un certo romanzo, si accorge che la sua edizione è difettosa, incompleta. Si reca, perciò in libreria dove incontra la lettrice, Ludmilla, che ha lo stesso problema. I due incappano, da qui in avanti, in una serie di romanzi incompleti (dieci per l'esattezza) dei quali ricercano la genesi, nei quali ravvisano collegamenti. E nel frattempo, parallelamente, anche il loro rapporto cresce.

Ora, mi rendo conto che scrivere un metaromanzo come questo sia complessissimo, mi rendo conto che l'idea di Calvino fosse originale ed ingegnosa, non c'è dubbio… tuttavia questo libro non mi ha coinvolta, non mi ha emozionata, mi è parso nulla più che un mero esercizio di stile (ottimo stile, certo, ma per me lo stile in un libro non è tutto). Mi rendo conto, peraltro, che ciò che dico è paradossale perché Calvino voleva rappresentare proprio questo, la frustrazione del lettore che, dapprima indispettito e poi sempre più coinvolto dalla vicenda dei libri incompleti, continua la sua ricerca e scopre che i libri esistono in presenza di altri libri ed in raffronto con essi… E tuttavia, pur riconoscendone l'intento, non riesco proprio a farmi piacere questo romanzo. So che non dovrei bocciarlo ed anzi dovrei esortarvi a leggerlo per farvi un'idea vostra – tanto più che si tratta di un romanzo importante e molto dibattuto – ma, davvero, è più forte di me… proprio non mi è piaciuto e non lo consiglio. Poi ognuno leggerà ciò che più gli aggrada.

 

Opera recensita: "Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino

Editore: Mondadori, prima ed. 1979

Genere: letteratura italiana

Pagine: 264

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: no

Voto personale: 6 (ma solo perché è Calvino).

          

sabato 10 luglio 2021

RECENSIONE: HERMANN HESSE - NARCISO E BOCCADORO

        Sinossi:

Nel Medioevo leggendario del cattolicesimo monastico si sviluppa l'amicizia fra il dotto e ascetico Narciso, destinato a una brillante carriera religiosa al riparo dalle insidie del mondo, e Boccadoro, l'artista geniale e vagabondo, tentato dall'infinita ricchezza della vita e segretamente innamorato anche della sua caducità. In «Narciso e Boccadoro» Hermann Hesse riflette sul contrasto fra natura e spirito, fra eros e logos, fra arte e ascesi, alla ricerca di una loro possibile conciliazione, e pone al lettore – in una limpida fusione di favola simbolica – i grandi, inquietanti interrogativi sulla condizione dell'uomo contemporaneo.

 

Commento:

Come si fa a ricondurre certi romanzi dentro canoni fissi, come si può pensare di domarne l'esuberante grandezza sottomettendoli ad un'etichetta? Me lo sono chiesto, di quando in quando, nelle mie peregrinazioni letterarie, non mi sono ancora data una risposta ed ogni volta che mi ritrovo a farlo, a forzare una riduzione ad etichetta di certe opere mi sembra, in un certo qual modo, di profanarne lo spirito, di commettere una specie di sacrilegio. No, non vuol essere magniloquenza, la mia, né tantomeno uno scusarsi preventivo, ma più semplicemente un venire a patti con quella parte della mia coscienza letteraria che ama il bello e pensa che non lo si possa spiegare, ma solo vivere e godere. Mi è capitato anche con Narciso e Boccadoro, di provare questo senso di disagio nel volerne parlare, ma se ci si prefigge di recensire libri, di invogliare alla lettura, ahimè, bisogna farlo anche e soprattutto con romanzi come questo, dei quali l'unica cosa sensata da dire sarebbe "leggetelo!". Ebbene, Narciso e Boccadoro è un romanzo senza tempo, scritto nel 1933 ed ambientato in un tempo passato, in un Medioevo lontano, fatto di conventi, castelli, vagabondi e pestilenze, ma che ci sembra quasi di aver vissuto, di sentire vicino ad un tempo passato da poco, quasi che la nostra mente ne conservi il ricordo come di qualcosa che si tramanda per tradizione orale. Mi era già capitato di imbattermi nella scrittura profonda, affascinante, evocativa di Hermann Hesse leggendo il suo Siddartha; in questa sua opera, sebbene molto diversa nei contenuti, ritrovo qualcosa di indefinito nella prosa di quest'autore che mi aveva colpito e che mi induce ad approfondirne la conoscenza. È una sorta di mistero, una dimensione metafisica che attiene al non detto, a qualcosa di non svelato che ci porta ad andare oltre le suggestioni scritte, ad osservare ciò che ci sta intorno, la natura, l'uomo, il senso profondo delle cose e ad interiorizzare tutte queste riflessioni, a guardare con il nostro sguardo ciò che l'autore ci accenna ed a trovare dentro di noi il posto di ogni cosa. Hesse narra come pochi il senso intrinseco del viaggio: un viaggio fatto di esplorazione delle contraddizioni attraverso una scala di sentimenti che va dall'invidia al desiderio fino al completamento dato dalla conoscenza; un viaggio fisico, fatto di esperienze, sacrificio, ricerca, e un viaggio interiore fatto di insegnamenti, tappe personalissime della conoscenza dell'altro, di sé e del proprio posto nel mondo. Una narrazione che, nel suo complesso, trasmette rispetto per ciò che racconta ed al contempo lo richiede, quasi lo esige dal lettore.  Una narrazione che quasi prescinde dai due personaggi, che li "usa" come veicolo per mostrare a noi, comuni lettori che abbiamo bisogno di ancorarci a cose piccole come possono essere i nostri simili, l'essenza vera della ricerca di sé. Un libro magnifico… uno di quei libri che danno senso alla parola Letteratura.

 

Opera recensita: "Narciso e Boccadoro" di Hermann Hesse

Editore: Mondadori, prima ed. 1933

Genere: classico, letteratura tedesca

Ambientazione: Germania

Pagine: 265

Prezzo: 13,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 10.

      

giovedì 24 giugno 2021

RECENSIONE: PAOLO GIORDANO - LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

                Sinossi:

Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima 2008.
Nella serie infinita dei numeri naturali, esistono alcuni numeri speciali, i numeri primi, divisibili solo per se stessi e per uno. Se ne stanno come tutti gli altri schiacciati tra due numeri, ma hanno qualcosa di strano, si distinguono dagli altri e conservano un alone di seducente mistero che ha catturato l'interesse di generazioni di matematici. Fra questi, esistono poi dei numeri ancora più particolari e affascinanti, gli studiosi li hanno definiti "primi gemelli": sono due numeri primi separati da un unico numero. L'11 e il 13, il 17 e il 19, il 41 e il 43… A mano a mano che si va avanti questi numeri compaiono sempre con minore frequenza, ma, gli studiosi assicurano, anche quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatterà in altri due gemelli, stretti l'uno all'altro nella loro solitudine.
Mattia e Alice, i protagonisti di questo romanzo, sono così, due persone speciali che viaggiano sullo stesso binario ma destinati a non incontrarsi mai. Sono due universi implosi, incapaci di aprirsi al mondo che li circonda, di comunicare i pensieri e i sentimenti che affollano i loro abissi. Due storie difficili, due infanzie compromesse da un pesante macigno che si trascina nel tempo affollando le loro fragili esistenze fino alla maturità. Tra gli amici, in famiglia, sul lavoro, Alice e Mattia, portano dentro e fuori di sé i segni di un passato terribile. La consapevolezza di essere diversi dagli altri non fa che accrescere le barriere che li separano dal mondo fino a portarli a un isolamento atrocemente arreso.
Paolo Giordano descrive la parabola di queste due giovani esistenze attraverso parole commosse eppure lucidissime. Il tono del romanzo cresce non appena ci si inoltra nel racconto e nelle vite dei protagonisti. Anche la sintassi e la complessità della frase si evolvono a mano a mano che i due ragazzi crescono, guidandoci in un percorso che conduce lentamente verso significati più acuti. Le descrizioni quasi elementari dei primi capitoli, quando le vite di Mattia e Alice devono ancora incrociarsi, lasciano il posto a una profondità di pensiero imprevedibile e inaspettata. Il linguaggio si affina, le frasi si intrecciano, i pensieri si complicano.
La solitudine dei numeri primi è un romanzo che ci cresce tra le mani, che parte in sordina per esplodere nel finale, è un'opera delicata e terribile allo stesso tempo in cui, al posto degli adolescenti belli e perfetti che affollano le pagine dei romanzi contemporanei, emergono due protagonisti imperfetti e marginali.
I turbamenti e le cicatrici, i fallimenti mai confessati e l'incapacità di vivere quelli che normalmente sono considerati successi, insomma tutta l'umanità scartata dagli altri scrittori, entra nelle pagine di Paolo Giordano. Questo giovane fisico torinese, con la sua opera prima, sposta il baricentro del mondo verso l'angolo oscuro e disprezzato della società, facendo leva, come un moderno Galileo, sulla vita dei suoi ragazzi speciali.
L'ennesima dimostrazione della vivacità che caratterizza la generazione dei trentenni italiani, un esperimento ben riuscito che conferma una regola elementare: a volte basta spostare il punto di osservazione perché un altro universo ci esploda, meravigliosamente, tra le mani.

 

Commento:

Questo titolo, La solitudine dei numeri primi, è rimasto ai margini della mia curiosità per molti anni, sin da quando uscì nel 2008. Da allora ho avuto più volte la tentazione di leggerlo, ma poi – più o meno consapevolmente – gli ho preferito altro, anche altri libri di Giordano. A distanza di tredici anni dalla loro comparsa nel mondo, faccio la conoscenza di Alice e Mattia… due adolescenti troppo feriti dal mondo per volerne fare ancora parte, troppo attaccati alla vita – o forse annientati dai loro traumi – per andarsene davvero. Due anime spezzate che, senza averlo davvero cercato, hanno trovato l'incastro perfetto l'uno nell'altra. Alice e Mattia sono due diversi, lo sentono distintamente, lo sanno loro e lo sa il mondo che li circonda. Sono due corpi che saltano dall'infanzia all'adolescenza, all'età adulta in modo asincrono rispetto ai loro coetanei, ma perfettamente accordato ai loro tempi reciproci. Le loro vite si incontrano, si lacerano, si ritrovano per un doloroso momento e si separano ancora… Chi saprà mai quale sarebbe stato il loro destino se le cose, in varie fasi della loro vita, fossero andate diversamente? Due anime inquiete che, come i numeri primi, sono destinate a sfiorarsi con lo sguardo, ma a non incontrarsi mai davvero. E se il destino, una volta tanto, potesse cambiare con la forza della volontà?

Un libro intenso, delicato, fluido che si legge in poche ore e lascia dietro di sé quella scia dolceamara del "E se…". Una storia che, volendo guardarla in modo oggettivo, forse manca di un ulteriore livello di approfondimento, ma che in fondo va anche benissimo così… così che ognuno di noi possa avere lo spazio di immaginare quel dolore, di riflettere sulle mancanze, di imbastire - perché no? -il proprio finale. Lo consiglio? Sì… in definitiva, sì… proprio per la sua – forse solo apparente - incompiutezza.

 

Opera recensita: "La solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano

Editore: Mondadori, 2008    

Genere: romanzo di formazione

Pagine: 304

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

martedì 1 giugno 2021

RECENSIONE: LUCILLA AGOSTI - SE ESPLODI FALLO PIANO

            Sinossi:

Nella vita di Carla sembra non mancare niente: due figli, un lavoro che le piace e un marito, Filippo, che crede di amare. Eppure basta un messaggio ambiguo trovato per caso nello smartphone di Filippo per infrangere l'apparente equilibrio in cui per anni ha nascosto le proprie fragilità. La sua rabbia esplode come un vasetto di marmellata scagliato contro il muro. Anche se le convenzioni borghesi in cui è immersa le richiedono invece compostezza, le suggeriscono di "esplodere piano". Carla inizia così il percorso accidentato per rimettere insieme i pezzi di un'esistenza andata in frantumi. Chi era e cosa desiderava davvero? Che fine aveva fatto quel Filippo di cui si era innamorata anni prima, con cui aveva deciso di costruire una famiglia? E perché uno dei suoi figli continuava a non parlare? Passerà da conversazioni senza filtri con la madre davanti a una tazza fumante di tè verde ad avventure erotiche tanto eclatanti quanto tenere (indimenticabile la scena in hotel con un attore porno). Muovendosi sempre in quell'equilibrio precario come quando si cammina coi tacchi sottili su una strada di ciottoli.

 

Commento:

Se esplodi, fallo piano… di questo romanzo mi aveva, innegabilmente, colpito il titolo: ironico, irriverente, quasi sarcastico, ma veritiero. Tante volte mi sono ritrovata a riflettere con rammarico su negazionismo dei sentimenti a cui ci obbliga la società, o forse, che siamo noi stessi ad infliggerci quotidianamente. Se un evento ti sconvolge la vita puoi esplodere, ma piano, senza rumore, strepiti o tumulti: non esiste che ti stracci le vesti o dai di matto, devi comunque mantenere quel minimo di decenza, ragionevolezza, contegno, per non dare scandalo, per non dare in escandescenza, per non (dis)turbare gli altri… Ma chi l'ha detto? Chi diamine ha deciso che bisogna tenersi tutto dentro, essere sempre precise, ragionevoli, impeccabili? Ecco, è stato un po' questo il pensiero che mi ha spinta verso questo romanzo… e forse erano troppo alte le mie aspettative, forse ho dato per presupposto che avrei trovato questo stesso pensiero nelle pagine, non so… fatto sta che sono rimasta delusa. Mi aspettavo altro, mi aspettavo un'altra profondità, un altro sentire, un po' di… di più. Per carità, il romanzo è gradevole da leggere, ben scritto, attuale, ma speravo di ritrovarmici di più, di empatizzare con almeno uno dei personaggi… invece no. Però voi leggetelo… leggetelo perché, anche se non è la mia, quella di Carla, Filippo e Simona è una storia comune… fin troppo, a dire il vero. È una storia su cui riflettere perché, anche se non ne ha dati a me, può fornire molti spunti per riflettere su chi vogliamo essere e che direzione vogliamo dare alla nostra vita.

 

Opera recensita: "Se esplodi fallo piano" di Lucilla Agosti

Editore: Mondadori, 2021

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Milano

Pagine: 168

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 6,5.

      

martedì 11 maggio 2021

RECENSIONE: S.J. BENNETT - IL NODO WINDSOR

Sinossi:

È un mite inizio di primavera al castello di Windsor e la regina Elisabetta si sta preparando per le celebrazioni del suo novantesimo compleanno. Le attività tuttavia sono bruscamente interrotte non appena il giovane pianista russo che ha deliziato gli ospiti la sera precedente viene ritrovato cadavere, completamente nudo, appeso in camera sua con la cintura della vestaglia. Quando le indagini si concentrano sulla servitù, la regina capisce che la polizia sta seguendo la pista sbagliata. Con l’aiuto dell’inesperta ma solerte assistente Rozie Oshodi, appena assunta dopo una breve carriera come bancaria e tre anni trascorsi nella reale artiglieria, Sua Maestà decide di vederci chiaro, dando finalmente spazio alla grande passione che coltiva segretamente fin da ragazzina, quella dell’investigazione.

 

Commento:

Il nodo Windsor è un giallo spassoso e senza troppe pretese, che ci porta nelle stanze più private di un luogo tanto inaccessibile quanto affascinante: il castello di Windsor, fra le dimore reali la preferita della regina. Ed è proprio lei, Elisabetta II, la vera protagonista di questo romanzo: la regina, in duplice veste, sia di sovrana che di… investigatrice. E sì, perché, nella fantasia dell'autrice, Elisabetta ha insospettabili capacità di investigazione e non solo, si interessa molto agli innumerevoli misteri che in settant'anni di regno l'hanno in qualche modo sfiorata. È così brava da essere un passo avanti a chi investiga per mestiere, tanto da guidare, con mosse mai palesi ma orchestrate ad arte, gli inquirenti facendo loro credere di essere stati loro a risolvere il caso. E sì, perché non si deve sapere che la regina ha una passione per enigmi e misteri irrisolti… perciò a darle una mano non sarà il suo entourage abituale, il segretario privato, la sarta, la governante, il cameriere… ma sarà l'assistente al segretario privato, una donna sulla cui scelta la regina ha l'ultima parola. Vedremo se, nel caso ingarbugliato che vede al centro la morte a palazzo di un giovane pianista russo in pose sconvenienti, la giovane Rozie Oshodi sarà in grado di aiutare la Boss.

Un bel giallo gradevole, da leggere se si cerca una lettura d'evasione. Consigliato

 

Opera recensita: "Il nodo Windsor" di S. J. Bennett

Editore: Mondadori, 2021

Genere: giallo

Ambientazione: Inghilterra

Pagine: 352

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

                                  

lunedì 22 febbraio 2021

RECENSIONE: CLAUDIA SALVATORI - IL MAGO E L'IMPERATRICE

Sinossi:

Valeria Messalina ha solo otto anni quando conosce il suo futuro attraverso la profezia della Sibilla Cumana: "Gloria al tuo nome nei secoli. Augusta e padrona di ogni cosa. Un abisso è davanti a te, e dall'abisso tu raggiungi il Cielo". L'oracolo ha scritto per lei un destino eccezionale, il destino di un'imperatrice, ma la bambina ne è sconvolta, torturata da un'unica domanda: come potrà meritare una tale gloria e compiere imprese degne degli antichi eroi? Con le parole della Sibilla nella mente e nel cuore, Messalina cresce diventando una donna saggia, dotata di una profonda vita spirituale e in grado, allo stesso tempo, di districarsi fra le insidie della politica e del potere. E soltanto grazie alle sue grandi capacità infatti che Claudio, suo marito, sale al trono dopo la morte di Caligola: parte della profezia si avvera, Messalina è imperatrice. La via per raggiungere il Cielo, invece, si aprirà inaspettata grazie all'incontro con Aion - uno schiavo britanno, un ballerino e un attore al cui passo celeste il tempo sembra fermarsi -, che le schiuderà le porte della Verità e dell'amore, e grazie alle parole di Simone di Samaria (il Simon Mago della Divina Commedia), cui Messalina si affiderà nel tentativo di trovare una nuova fede e costruire una Roma più giusta verso gli umili e i diseredati. Ma il progetto dell'Augusta imperatrice non sembra essere lo stesso dell'Urbe e del suo imperatore - non ancora, almeno.

 

Commento:

Il mago e l'imperatrice è un buon romanzo che racconta la vita, la storia e le vicende riguardanti l'imperatrice Valeria Messalina, ma lo fa da una prospettiva inconsueta, più romanzata e probabilmente fantasiosa e, di sicuro, in disaccordo con quanto ci dicono le fonti storiche e le ricostruzioni biografiche più fedeli. L'autrice inserisce, in questo romanzo, una storia nella storia, personaggi ed interpretazioni parziali che non trovano conferma nella storiografia. La stessa immagine di Messalina ne risulta depurata, quasi mitizzata rispetto a quanto ritroviamo in altre opere pure pure di pregio. Tuttavia il libro si fa leggere e, a tratti, può anche risultare appassionante, purché, però, non si stia cercando una ricostruzione storica precisa. Discreto, ma non il meglio che ho letto su questa donna così singolare.

 

Opera recensita: "Il mago e l'imperatrice" di Claudia Salvatori

Editore: Mondadori, 2010

Genere: romanzo storico

Ambientazione: Antica Roma

Pagine: 372

Prezzo: 19,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 7.

      

domenica 7 febbraio 2021

RECENSIONE: LIVIA FRANCHINI - GUSCI

Sinossi:

Ruth ha trent'anni, lavora come infermiera in una casa di riposo ed è appena stata lasciata dal suo compagno. L'unica cosa che le rimane dei loro dieci anni insieme è la lista della spesa che aveva compilato con lui per la settimana a venire. Ed è a partire da quella lista che Ruth racconta la sua storia e ripercorre la relazione con Neil fin dal loro primo incontro. Ogni ingrediente è un salto nel tempo, ma anche un cambio di prospettiva e di registro narrativo. Lo zucchero, quindi, ci trasporta al momento in cui Neil ha visto Ruth per la prima volta attraverso la vetrina di un'agenzia di viaggi, la pizza è il diario scritto da un'amica di Ruth durante una vacanza che hanno trascorso insieme a Roma, il deodorante ci porta ancora più indietro, ai tempi del liceo, a sbirciare le chat tra le sue compagne di scuola, mentre gli spaghetti sono un'eloquente incursione nella casella di posta elettronica di Neil. Tra uova, mele, olive e balsamo, Ruth scopre che sono molti anni che modella la propria identità in base alle aspettative e ai desideri delle persone che la circondano: il suo fidanzato, ma anche i pazienti della casa di riposo, le colleghe, la sua famiglia. Ora ha bisogno di capire chi è senza Neil, deve imparare a camminare da sola. Attraverso una voce fresca, tagliente, e un impianto narrativo originale e ipercontemporaneo, Livia Franchini ci spiazza continuamente decostruendo un genere dall'interno, disattendendo uno per uno tutti i cliché e i canoni del romanzo d'amore.

 

Commento:

Gusci, libro scritto in inglese dall'autrice italiana Livia Franchini, è un libro che racchiude in sé molte contraddizioni, almeno per quel che mi riguarda: è un libro che attira sia nella sinossi, sia nella trama, sia persino nella lettura, ma al contempo l'ho trovato respingente: è relativamente breve (poco meno di 300 pagine) eppure ci ho impiegato una vita a finirlo e, cosa che mi capita di rado, durante la giornata non avevo voglia di tornarci. La protagonista, Ruth, non mi dispiace eppure non posso dire di aver empatizzato né con lei né con nessun altro personaggio del romanzo. La scrittura è fluida, quasi incorporea, illusoria persino; i temi trattati (o accennati in una confusione di non detti) sono l'amore, la perdita, l'identità, la scelta, la conoscenza di noi stessi e delle persone che abbiamo accanto, la relatività di punti di vista diversi sullo stesso oggetto d'osservazione… tanti potenziali spunti, sì, che però finiscono in… in qualcosa che io francamente non ho compreso, perché va bene "decostruire un genere dall'interno", ma poi bisogna costruirne uno nuovo, bisogna approdare da qualche parte che, possibilmente, sia comprensibile. Un libro che mi ha lasciata perplessa e insoddisfatta, con il rammarico di non aver capito, di non essere arrivata dove l'autrice forse voleva che arrivassi. Io non credo che lo rileggerei, ma se qualcuno volesse dargli una possibilità… mi farebbe piacere conoscere le sue impressioni. Magari è solo questione di prospettiva o di sensibilità diverse.

 

Opera recensita: "Gusci" di Livia Franchini

Editore: Mondadori, 2020

Genere: narrativa

Ambientazione: Londra

Pagine: 276

Prezzo: 18,00 €

    Consigliato: sì/no

Voto personale: 6,5.

      

mercoledì 27 gennaio 2021

RECENSIONE: GIANRICO CAROFIGLIO - LA DISCIPLINA DI PENELOPE

            Sinossi:

Penelope si sveglia nella casa di uno sconosciuto, dopo l’ennesima notte sprecata. Va via silenziosa e solitaria, attraverso le strade livide dell’autunno milanese.

Faceva il pubblico ministero, poi un misterioso incidente ha messo drammaticamente fine alla sua carriera. Un giorno si presenta da lei un uomo che è stato indagato per l’omicidio della moglie. Il procedimento si è concluso con l’archiviazione ma non ha cancellato i terribili sospetti da cui era sorto. L’uomo le chiede di occuparsi del caso, per recuperare l’onore perduto, per sapere cosa rispondere alla sua bambina quando, diventata grande, chiederà della madre.

Penelope, dopo un iniziale rifiuto, si lascia convincere dall’insistenza di un suo vecchio amico, cronista di nera.

Comincia così un’appassionante investigazione che si snoda fra vie sconosciute della città e ricordi di una vita che non torna.

Con questo romanzo – ritmato da una scrittura che non lascia scampo – Gianrico Carofiglio ci consegna una figura femminile dai tratti epici. Una donna durissima e fragile, carica di rabbia e di dolente umanità.

Un personaggio che rimane a lungo nel cuore, ben oltre l’ultima pagina del sorprendente finale.

 

Commento:

Penelope Spada è una donna tosta, decisa, intransigente. Era un pubblico ministero, poi qualcosa di sbagliato le ha portato via la sua carriera e parte dei suoi ricordi. Ora è una "specie di investigatore privato" senza licenza, vive da sola, passa serate prive di senso nei letti di uomini sconosciuti e sempre diversi, mangia sano e beve decisamente troppo. Quando un certo Mario Rossi le chiede di indagare – invece che su una bega coniugale o un furtarello da niente – sull'omicidio di sua moglie, la sua onestà e la sua franchezza la spingono a rifiutare il caso. Però c'è qualcosa che la attira in quella storia, che peraltro è già stata archiviata sebbene in malo modo. Così si lascia convincere dall'amico cronista di nera Zanardi, richiama Rossi e guarda gli atti. Non avrebbe voluto tornare a rimestare in storie che avessero qualche attinenza col suo lavoro passato, eppure il richiamo della caccia è troppo forte, così Penelope comincia ad indagare. Fortuna che ha ancora qualche amico a cui poter chiedere favori, altrimenti sarebbe stata dura, senza mezzi. Comunque, la testardagine, la lucidità e il fiuto Penelope Spada non li ha persi in quell'incidente e qualcosa, nel torpore di un'indagine chiusa, si muove. Un monito la guiderà e la porterà a risolvere il caso: mai saltare alle conclusioni.

La disciplina di Penelope è un giallo gradevole, che si fa leggere senza problemi e si archivia senza troppi rimpianti: è un buon giallo, scritto bene, ma non lo si può definire appassionante. Certezze ne abbiamo poche: possiamo supporre che ciò che non ci è stato rivelato in questo libro lo ritroveremo in un futuro secondo capitolo, o comunque in una prosecuzione della serie; possiamo immaginare che sapremo di più su Penelope Spada, qualcosa in più dei dettagli che sapientemente l'autore ha lasciato cadere qua e là quasi per caso… se non fosse così, dubito che ricorderemo a lungo questa donna alla quale non abbiamo avuto il tempo materiale di affezionarci, giacché l'abbiamo conosciuta a stento. Il mio voto è comunque positivo, ma è più che altro un incoraggiamento, un voler sperare in un prosieguo migliore. Per ora lo consiglio, poi vedremo.

 

Opera recensita: "La disciplina di Penelope" di Gianrico Carofiglio

Editore: Mondadori, 2021

Genere: giallo

Ambientazione: Milano

Pagine: 192

Prezzo: 16,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

      

martedì 19 gennaio 2021

RECENSIONE: ANDRA E TATIANA BUCCI - NOI, BAMBINE AD AUSCHWITZ

                Sinossi:

La sera del 28 marzo 1944 i violenti colpi alla porta di casa fanno riemergere negli adulti della famiglia Perlow antichi incubi. La pace trovata a Fiume, dopo un lungo peregrinare per l'Europa cominciato agli inizi del Novecento in fuga dai pogrom antiebraici, finisce bruscamente: nonna, figli e nipoti vengono arrestati e, dopo una breve sosta nella Risiera di San Sabba a Trieste, deportati ad Auschwitz-Birkenau, dove molti di loro saranno uccisi. Sopravvissute alle selezioni forse perché scambiate per gemelle o forse perché figlie di un padre cattolico, o semplicemente per un gioco del destino, le due sorelle Tatiana (6 anni) e Andra (4) vengono internate, insieme al cugino Sergio (7), in un Kinderblock, il blocco dei bambini destinati alle più atroci sperimentazioni mediche. In questo libro, le sorelle Bucci raccontano, per la prima volta con la loro voce, ciò che hanno vissuto: il freddo, la fame, i giochi nel fango e nella neve, gli spettrali mucchi di cadaveri buttati negli angoli, le fugaci visite della mamma, emaciata fino a diventare irriconoscibile. E sempre, sullo sfondo, quel camino che sputa fumo e fiamme, unica via da cui «si esce» se sei ebreo, come dicono le guardiane. L'assurda e tragica quotidianità di Birkenau penetra senza altre spiegazioni nella mente delle due bambine, che si convincono che quella è la vita «normale». Il solo modo per resistere e sopravvivere alla tragedia, perché la consuetudine scolora la paura. Finché, dopo nove mesi di inferno, ecco apparire un soldato con una divisa diversa e una stella rossa sul berretto. Sorride mentre offre una fetta del salame che sta mangiando: è il 27 gennaio 1945, la liberazione. Che non segna però la fine del loro peregrinare. Dovrà passare altro tempo prima che Tatiana e Andra ritrovino i genitori e quell'infanzia che è stata loro rubata. Le sorelline trascorreranno ancora un anno in un grigio orfanotrofio di Praga e alcuni mesi a Lingfield in Inghilterra, in un centro di recupero diretto da Anna Freud, dove finalmente conosceranno la normalità. Secondo le stime più recenti ad Auschwitz-Birkenau vennero deportati oltre 230.000 bambini e bambine provenienti da tutta Europa, solo poche decine sono sopravvissuti. Questo è lo struggente racconto di due di loro.

 

Commento:

Di testimonianze di sopravvissuti all'Olocausto ne abbiamo lette ed ascoltate molte, eppure continuiamo a cercarne, continuiamo a voler sapere, ascoltare… Perché? Le ragioni possono essere le più varie, ma per quanto mi riguarda, in cima alla lista c'è un irriducibile stupore e sgomento per ciò che è stato, come se avessi sempre bisogno di ascoltare testimonianze di chi l'ha vissuto per non staccarmi dalla realtà, per continuare a pensare che non ho immaginato, che è successo tutto davvero, che l'uomo ha davvero potuto commettere tante atrocità. E poi c'è un'altra motivazione: ogni testimonianza, a modo suo, aggiunge qualcosa alla barbarie, anche un solo dettaglio, anche una sfaccettatura. Quello che, a parer mio, aggiungono Andra e Tatiana Bucci in questo libro è il loro essere bambine. Quando furono internate, Andra e Tatiana avevano rispettivamente 4 e 6 anni… impensabile, inimmaginabile, eppure è reale, è successo, è qui il loro racconto. Un racconto fatto di dignità, di piccoli aneddoti di prima della guerra, della prigionia, del dopo liberazione. Un racconto di come due sorelle miracolosamente sopravvissute all'Olocausto sono riuscite a rifarsi una vita, ad "uscire da Birkenau" per avere la forza di rientrarci ancora per testimoniare e raccontare. Un libro lucido, un racconto semplice e perciò ancor più d'impatto. Un'altra storia da leggere per sapere, per non dimenticare.

 

Opera recensita: "Noi, bambine ad Auschwitz" di Andra e Tatiana Bucci

Editore: Mondadori, 2019

Genere: autobiografia, testimonianza

Ambientazione: Italia, Germania-Polonia, Inghilterra

Pagine: 134

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

martedì 29 dicembre 2020

RECENSIONE: LUCA BIANCHINI - BACI DA POLIGNANO

    Sinossi:

Ninella e don Mimì si sono sempre amati, anche se le loro vite hanno preso da molto tempo strade diverse. Da giovani le loro famiglie si erano opposte al matrimonio, a sposarsi invece sono stati i rispettivi figli Chiara e Damiano. Gli anni passano e davanti a don Mimì Ninella resta sempre una ragazzina. L’arrivo di una nipotina, anziché avvicinarli, sembra averli allontanati ancora di più, anche perché Matilde, l’acida moglie di don Mimì, fa di tutto per essere la nonna preferita, viziando a dismisura quella che tutti chiamano semplicemente “la bambina”. La situazione cambia all’improvviso quando Matilde perde la testa per Pasqualino, il tuttofare di famiglia. Mimì decide così di andare a vivere da solo nel centro storico di Polignano: è la sua grande occasione per ritrovare Ninella, che però da qualche tempo ha accettato la corte di un architetto milanese. Con più di cento anni in due, Ninella e Mimì riprendono una schermaglia amorosa dall’esito incerto, tra dubbi, zucchine alla poverella e fughe al supermercato. Intorno a loro, irresistibili personaggi in cerca di guai: Chiara e Damiano e la loro figlia che li comanda a bacchetta; Orlando e la sua “finta” fidanzata Daniela; Nancy e il sogno di diventare la prima influencer polignanese; la zia Dora, che corre dal “suo” Veneto per riscattare l’eredità contesa di un trullo. Dopo Io che amo solo te e La cena di Natale, Luca Bianchini torna a raccontare la “storia infinita” tanto amata dai suoi lettori. Tra panzerotti e lacrime, viaggi a Mykonos e tuffi all’alba, i suoi protagonisti pugliesi continuano a sbagliare senza imparare mai niente – ma questo è il bello dell’amore – sotto il cielo di una Polignano che ha sempre una luce unica e inimitabile.

 

Commento:

Beh, non potevo lasciare che l'anno si chiudesse senza aver letto Baci da Polignano, il terzo libro di Luca Bianchini con protagonisti Ninella, Don Mimì, Chiara, Damiano e tutta la deliziosa combriccola dei polignanesi. Che posso dirvi? Io adoro questi personaggi, l'ambientazione, la delicatezza e la profondità mascherata da leggerezza con cui Bianchini racconta le vicende di queste persone, storie così uniche e così comuni da essere plausibilissime, realistiche e perciò ancor più belle. Mi ha fatto molto piacere ritrovare tutti i personaggi dei due libri precedenti e ancor di più ho apprezzato che, al netto degli errori di tutti, abbiano saputo imparare dalle loro fragilità e, infine, ritrovarsi. Davvero una bella storia che non posso non consigliare, insieme agli altri due volumi, Io che amo solo te e La cena di Natale.

 

 

Opera recensita: "Baci da Polignano" di Luca Bianchini

Editore: Mondadori, 2020

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Polignano

Pagine: 240

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

      

martedì 24 novembre 2020

RECENSIONE: P. D. JAMES - A PROPOSITO DEL GIALLO. AUTORI, PERSONAGGI, MODELLI

Sinossi:

Come è nata la narrativa poliziesca? Quali sono stati i momenti cruciali nello sviluppo del genere? Quali i meccanismi caratteristici? E ancora, quali le ragioni della sua popolarità? E il futuro di questo amatissimo genere, ormai entrato di diritto nell'ambito della "Letteratura"? A tutti questi interrogativi risponde una grande autrice di gialli, P. D. James, che in queste lezioni non solo traccia una breve "biografia" della detective fiction, ma ne smonta gli ingranaggi insegnando al lettore a rimontarli: una guida gustosa e ricca di aneddoti personali, che insegna a leggere (ma anche a scrivere) narrativa gialla e noir.

 

Commento:

A proposito del giallo è, più che un vero e proprio saggio, un'analisi ragionata, organica e godibilissima della storia del giallo dalle origini ad oggi.

Con la maestria e la praticità di chi sa di cosa parla ed ha familiarità con ciò che descrive, P. D. James ci racconta le origini del giallo classico, il suo sviluppo nel tempo, il contesto storico, culturale e sociale, le ambientazioni, gli stereotipi, gli autori e le autrici più rappresentative e peculiari. Con penna sicura ci traghetta attraverso la Middle Age e poi ancora dopo, nel secondo dopoguerra, fino al giallo di oggi. Leggere questa disamina attenta e partecipata è interessante ed estremamente utile per chi cerchi una guida organica e ben scritta sul genere giallo, in particolare sul giallo classico, d'inchiesta.

Ho trovato questo libro molto utile oltre che scorrevole. Per me, promosso in pieno.

 

Opera recensita: "A proposito del giallo. Autori, personaggi, modelli" di P. D. James

Editore: Mondadori, 2009

Genere: saggistica

Pagine: 170

Prezzo: 11,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

domenica 22 novembre 2020

RECENSIONE: ALESSANDRO D'AVENIA - L'APPELLO

    Sinossi:

E se l'appello non fosse un semplice elenco? Se pronunciare un nome significasse far esistere un po' di più chi lo porta? Allora la risposta "presente!" conterrebbe il segreto per un'adesione coraggiosa alla vita. Questa è la scuola che Omero Romeo sogna. Quarantacinque anni, gli occhiali da sole sempre sul naso, Omero viene chiamato come supplente di Scienze in una classe che affronterà gli esami di maturità. Una classe-ghetto, in cui sono stati confinati i casi disperati della scuola. La sfida sembra impossibile per lui, che è diventato cieco e non sa se sarà mai più capace di insegnare, e forse persino di vivere. Non potendo vedere i volti degli alunni, inventa un nuovo modo di fare l'appello, convinto che per salvare il mondo occorra salvare ogni nome, anche se a portarlo sono una ragazza che nasconde una ferita inconfessabile, un rapper che vive in una casa famiglia, un nerd che entra in contatto con gli altri solo da dietro uno schermo, una figlia abbandonata, un aspirante pugile che sogna di diventare come Rocky... Nessuno li vedeva, eppure il professore che non ci vede ce la fa. A dieci anni dalla rivelazione di Bianca come il latte, rossa come il sangue, Alessandro D'Avenia torna a raccontare la scuola come solo chi ci vive dentro può fare. E nella vicenda di Omero e dei suoi ragazzi distilla l'essenza del rapporto tra maestro e discepolo, una relazione dinamica in cui entrambi insegnano e imparano, disponibili a mettersi in gioco e a guardare il mondo con occhi nuovi. È l'inizio di una rivoluzione? L'Appello è un romanzo dirompente che, attingendo a forme letterarie e linguaggi diversi – dalla rappresentazione scenica alla meditazione filosofica, dal diario all'allegoria politico-sociale e alla storia di formazione –, racconta di una classe che da accozzaglia di strumenti isolati diventa un'orchestra diretta da un maestro cieco. Proprio lui, costretto ad accogliere le voci stonate del mondo, scoprirà che sono tutte legate da un unico respiro.

 

Commento:

Chiamare le cose – e le persone – col loro nome vuol dire dar loro una collocazione, un posto nel mondo, vederle, dar loro l'importanza che meritano. Da troppo tempo i docenti di una classe di un liceo scientifico di una città indeterminata si erano dimenticati di chiamare per nome i loro dieci alunni, i dieci casi disperati rinchiusi in quella classe-ghetto. E loro, i ragazzi, erano completamente spaesati, avevano perso la fiducia nella scuola, ultimo baluardo di cultura, ultima certezza in un mondo al rovescio che confonde, ignora e divora. Poi in classe è entrato un professore di scienze, Omero Romeo, uno che quei ragazzi voleva conoscerli davvero, vederli attraverso le loro storie, il loro volto, i tumulti del loro cuore. Così, prima di cominciare la lezione vera e propria, ha cominciato a fare l'appello… in un modo diverso, che ha prodotto risultati straordinari: i ragazzi, proprio quelli cui sembra sempre non fregare niente, quelli disinteressati, persi, bruciati, hanno risposto in modo grandioso, con un entusiasmo contagioso, virale. L'appello è uscito, per loro volontà, dai confini della classe diffondendosi nel mondo tra l'entusiasmo e l'ostracismo. E così le persone, le vite, le storie hanno ripreso il posto che spettava loro, al centro della scuola, della famiglia, della società. L'appello ha scosso le menti, anche quelle più refrattarie e chiuse, creando bellezza, condivisione, energia.

Amo la prosa ricercata di Alessandro D'avenia, sin dal suo primo romanzo non ho mai smesso di meravigliarmi di fronte al suo modo di dire le cose, di raccontare la scuola, gli adolescenti, i professori, la cultura, la bellezza. Tuttavia questo libro l'ho concluso con fatica… non perché non mi sia piaciuto o perché non sia bello, anzi! I concetti espressi, la visione della scuola, l'energia dei ragazzi, le loro storie e le loro difficoltà… sono tutte cose importantissime raccontate, come sempre, con grande perizia, coinvolgimento e sensibilità. Però in queste pagine c'è qualcosa di troppo che mi ha disturbata… ho fatto fatica a capire cosa fosse, ma poi ci sono arrivata: c'è troppa cecità. Troppi riferimenti alla condizione del professor Romeo, troppa autoironia qualche volta buttata lì a sproposito ("Sono cieco, potrò permettermi di non guardare in faccia nessuno"…), troppo uso della cecità come giustificazione, come motivo della redenzione, quasi a rievocare una conversione sulla via di Damasco che, francamente, dopo un po' rischia di scricchiolare e non reggere più come "espediente narrativo". E badate, queste cose le dico da cieca e per di più molto autoironica. è vero, io cieca lo sono dalla nascita mentre Romeo lo è diventato da appena cinque anni, quindi qualche mio "collega" mi smentirà, ma non è da ciechi rimarcare la propria condizione in ogni frase. Questo continuo uso delle locuzioni "sono cieco" o "da quando sono cieco"… appesantisce, snerva e rende meno realistico il fluire della storia. E aggiungo questo, a beneficio di chi legga il libro prima di questo mio scritto: non so se per chi abbia perso la vista da adulto sia diverso, ma io non ho necessità di toccare il volto delle persone che ho davanti… non mi serve. Per conoscere chi ho vicino mi basta ascoltare le sue parole, anche quelle che non dice: sta lì il segreto, non necessariamente nelle pieghe del volto. Ma questo è un mio pensiero, legato alla mia esperienza, magari altri la pensano – e vivono – diversamente.

In definitiva, il romanzo di D'avenia è molto bello e molto intenso, leggetelo se, come me, siete suoi lettori affezionati, ma non lo consiglio a chi non abbia ancora mai letto niente di quest'autore.

 

Opera recensita: "L'appello" di Alessandro D'avenia

Editore: Mondadori, 2020

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: una città non definita

Pagine: 348    

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 7,5.

          

sabato 7 novembre 2020

RECENSIONE: FERZAN OZPETEK - COME UN RESPIRO

Sinossi:

È una domenica mattina di fine giugno e Sergio e Giovanna, come d'abitudine, hanno invitato a pranzo nel loro appartamento al Testaccio due coppie di cari amici. Stanno facendo gli ultimi preparativi in attesa degli ospiti quando una sconosciuta si presenta alla loro porta. Molti anni prima ha vissuto in quella casa e vorrebbe rivederla un'ultima volta, si giustifica. Il suo sguardo sembra smarrito, come se cercasse qualcuno. O qualcosa. Si chiama Elsa Corti, viene da lontano e nella borsa che ha con sé conserva un fascio di vecchie lettere che nessuno ha mai letto. E che, fra aneddoti di una vita avventurosa e confidenze piene di nostalgia, custodiscono un terribile segreto. Riaffiora così un passato inconfessabile, capace di incrinare anche l'esistenza apparentemente tranquilla e quasi monotona di Sergio e Giovanna e dei loro amici, segnandoli per sempre. Ferzan Ozpetek, al suo terzo libro, dà vita a un intenso thriller dei sentimenti, che intreccia antiche e nuove verità trasportando il lettore dall'oggi alla fine degli anni Sessanta, da Roma a Istanbul, in un emozionante susseguirsi di colpi di scena, avanti e indietro nel tempo. Chi è davvero Elsa Corti? Come mai tanti anni prima ha lasciato l'Italia quasi fuggendo, allontanandosi per sempre dalla sorella Adele, cui era così legata? Pagina dopo pagina, passioni che parevano sopite una volta evocate riprendono a divampare, costringendo ciascuno a fare i conti con i propri sentimenti, i dubbi, le bugie.

 

Commento:

Certe storie sono lì proprio per essere riscoperte, perché qualcuno le racconti. È questa l'impressione che conservo alla fine della lettura di questo terzo romanzo di Ferzan Ozpetek: una storia intensa in cui presente e passato si intrecciano e si incrociano in una narrazione a filo doppio; una storia di una bellezza delicata eppure vibrante che, sebbene di fantasia, andava raccontata, impressa sulla carta. Una storia che porta in sé tutta la gamma di colori, sensazioni, scenari che Ozpetek sa evocare, quelli che costituiscono il perno, il fulcro della sua arte e della sua vita. Roma e Istanbul: è questo il binomio attorno al quale ruota anche questa storia, la storia di due sorelle, Elsa e Adele, così unite eppure così lontane, che dopo cinquant'anni mancano un nuovo incontro per un soffio. Una storia di luci ed ombre, di equilibri fragilissimi, di segreti passati e presenti, che parla di amore tradito, di lontananze e perdoni desiderati e non concessi. Una storia che parla di quanto possono essere relativi i rapporti umani, di come basti un nulla perché tutto cambi. Una storia che, raccontando il passato, parla al presente, ai giovani, agli incerti, ai timorosi, ai troppo sicuri. Un racconto che scorre via in un soffio, da godersi nell'intimità di una camera in un pomeriggio di quiete e da serbare nella mente perché il messaggio sedimenti e agisca sulle scelte e sulle decisioni che prenderemo. Consigliato.

 

Opera recensita: "Come un respiro" di Ferzan Ozpetek

Editore: Mondadori, 2020

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Roma-Istanbul

Pagine: 168

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

      

mercoledì 28 ottobre 2020

RECENSIONE: TEA RANNO - TERRAMARINA

Sinossi:

È la sera della vigilia di Natale e Agata, che in paese tutti chiamano la Tabbacchera, guarda il suo borgo dall'alto: è un pugno di case arroccate sul mare che lei da qualche tempo s'è presa il compito di guidare, sovvertendo piano piano il sistema di connivenze che l'ha governato per decenni e inventandosi una piccola rivoluzione a colpi di poesia e legalità. Ma stasera sul cuore della sindaca è scesa una coltre nera di tristezza e "Lassitimi sula!" ha risposto agli inviti calorosi di quella cricca di amici che è ormai diventata la sua famiglia: è il suo quarto Natale senza il marito Costanzo, che oggi le manca più che mai. E, anche se fatica ad ammetterlo, non è il solo a mancarle: c'è infatti un certo maresciallo di Torino che, da quando ha lasciato la Sicilia, si è fatto largo tra i suoi pensieri. A irrompere nella vigilia solitaria di Agata è Don Bruno, il parroco del paese, con un fagotto inzaccherato tra le braccia: è una creatura che avrà sì e no qualche ora, che ha trovato abbandonata al freddo, a un angolo di strada. Sola, livida e affamata, ma urlante e viva. Dall'istante in cui Luce – come verrà battezzata dal gruppo di amici che subito si stringe attorno alla bimba, chi per visitarla, chi per allattarla, vestirla, ninnarla – entra in casa Tabbacchera, il dolore di Agata si cambia in gioia e il Natale di Toni e Violante, del dottor Grimaldi, di Sarino, di Lisabetta e di tutta quella stramba e generosa famiglia si trasforma in una giostra. Di risate, lacrime, amurusanze, tavole imbandite, ritorni, partenze e sorprese, ma anche di paure e dubbi: chi è la donna che è stata capace di abbandonare ai cani il sangue del suo sangue? Starà bene o le sarà successo qualcosa? Cosa fare di quella picciridda che ha già conquistato i cuori di almeno sette madri e cinque padri? Tea Ranno torna a percorrere i territori fiabeschi e solari dell' Amurusanza con il suo stile che fonde dialetto siculo e poesia e si lascia contaminare dal realismo magico sudamericano. Il risultato è una narrazione corale ipnotica, un moderno presepe fatto di personaggi vitali e incandescenti, una generosa parabola di accoglienza e solidarietà.

 

Commento:

Ho cominciato ad adorare il modo di scrivere di Tea Ranno solo un anno fa, con quello che oggi è il suo penultimo romanzo, L'amurusanza. Era una storia bellissima, fatta di personaggi vividissimi, di cultura, colori, sapori, passione, di male che si tramuta in bene e di quel pizzico di magia che fa di ogni storia una fiaba da tenere nel cuore. Mi ero tanto affezionata ad Agata la Tabbacchera e alla sua meravigliosa cricca che cambia il mondo a colpi di poesia, così, appena ho saputo dell'uscita di un nuovo romanzo di Tea Ranno, ho subito desiderato leggerlo… ma qual è stata la mia sorpresa nel ritrovarmi di nuovo lì, in quel paesino in provincia di Siracusa, di nuovo insieme a quella stessa grande famiglia? Aprire il libro e ritrovarmi immersa in quell'atmosfera che sa di casa è stato proprio come scartare un regalo la vigilia di Natale. E proprio la sera del 24 dicembre, mentre un'insolita, abbondante nevicata ammanta le strade e rende più vero il Natale, comincia questa storia. La Tabbacchera, la sindaca Agata Lipari, rifiutando l'invito degli amici riuniti a festeggiare il Natale nella casa di rimpetto illuminata a festa, si è chiusa nel buio e nella solitudine a pensare alla sua vita disgraziata, a quel marito morto cui aveva giurato amore eterno e a quel maresciallo continentale che le stava riaccendendo il cuore e il corpo, dal quale si è strappata via a forza, dal quale si è scansata, ma che non vuole andarsene dai pensieri. "Sula lassatimi", ha detto a tutti gli amici che soffrono sapendola lì, al buio e al silenzio. Così è pronta a scacciare quell'impertinente che con fragore bussa alla sua porta rompendo il freddo e il vuoto della solitudine che si è imposta, quando si accorge, tuttavia, che si tratta di Don Bruno, il parrino, che di gran fretta porta in casa sua una bambina. Una bambina mezza morta, ritrovata nei pressi di un cassonetto, messa al mondo da chissà chi in quella notte gelida in cui in strada ci sono solo i cani. Una bambina che Don Bruno e tutta la cricca prontamente accorsa riportano alla vita e che presto inonderà di luce le vite di tanti. Ma chi è sua madre? Dove si trova? E quali domande, impegni, nuove lotte porterà con sé la piccola Luce? Questa è la storia di una bambina che rischiava di morire sola e senza famiglia e che invece ha trovato madri e padri in sovrappiù; è la storia di una ragazzina scucita che è scappata da una vita di soprusi e malvagità per ritrovare una nuova famiglia e quella Terramarina di cui le parlava sempre sua madre, quel luogo di sogno che sta dentro noi stessi nel quale tutto è bellezza e tutto è poesia. E poi è la storia di una donna che con le armi della legalità, giustizia, bellezza, poesia e amurusanza è in grado di cambiare il mondo, di una donna che finalmente ha ritrovato l'amore. E solo un animo sensibile e improntato a cogliere la bellezza come quello che, ancora una volta, dimostra Tea Ranno, poteva raccontarla, questa storia. E a noi, oltre a ringraziarla per questo regalo, non resta che sperare che quella certa signora che viene da Roma col suo taccuino torni ancora in quel paesino o magari giri tutto il mondo per raccogliere  tante, tantissime storie e farci sognare così bene.

 

 

Opera recensita: "Terramarina" di Tea Ranno

Editore: Mondadori, 2020

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Sicilia

Pagine: 288

Prezzo: 18,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

          

domenica 25 ottobre 2020

RECENSIONE: HELENE FLOOD - LA TERAPEUTA

Sinossi:

Sara, psicologa trentenne, gestisce uno studio privato per giovani problematici nella nuova grande casa che sta ristrutturando insieme al marito Sigurd, ambizioso architetto sempre oberato di lavoro. Un giorno, dopo aver lasciato un messaggio telefonico alla moglie in cui dice di aver raggiunto un paio di amici per una breve vacanza, Sigurd scompare nel nulla. Gli amici confermano che lo stavano aspettando ma che non è mai arrivato a destinazione. Dov'è finito? Perché ha mentito? Sara non ha idea di cosa sia successo e, mentre le ore passano, la rabbia comincia a trasformarsi in paura. Quando la polizia inizia finalmente a interessarsi alla scomparsa, la donna diventa uno dei principali sospettati perché ha cancellato definitivamente e troppo in fretta il messaggio vocale del marito. Sara si ritrova dunque sola nella casa da sogno rimasta incompiuta, dove ogni stanza diventa sempre meno ospitale e sempre più inquietante, anche lo studio dove riceve i pazienti. Ma è sola davvero? Non riesce infatti a scrollarsi di dosso la sensazione di essere osservata, è convinta che gli oggetti spariscano e ricompaiano misteriosamente e di sentire dei passi in soffitta durante la notte. È davvero così o è lei che sta perdendo lucidità? Mentre verità terribili vengono alla luce, Sara trova sempre più difficile gestire la propria vita e i propri pensieri. Può fidarsi della sua memoria? Riuscirà lei, esperta nell'interpretare le emozioni e le intenzioni degli altri, a guardare davvero dentro se stessa? E dove può considerarsi veramente al sicuro?

 

Commento:

Ambientato nella fredda Norvegia, in una Oslo quasi primaverile che offre di sé un'immagine lontana dalle classiche capitali europee, una città dove ciascuno sembra vivere isolato, chiuso dentro se stesso e circondato dal nulla fisico e da rari e freddi contatti sociali, La terapeuta è un buon thriller psicologico che mantiene una tensione costante e controllata e che riesce a regalare anche più di qualche brivido. Sara e Sigurd sono una giovane coppia che sta cercando, con fatica, di conquistarsi la sua indipendenza ed il suo equilibrio. Quando il vecchio nonno di lui muore lasciando loro la sua casa grande e di valore, i due intravedono in quest'insperata fortuna l'ottimo punto di partenza per cominciare a costruire la loro famiglia: con la ristrutturazione della casa, il lavoro di entrambi e magari l'arrivo di un figlio ce la faranno. Ma le cose non vanno proprio così bene, tutto sembra essere più difficile di quanto sperassero, tutto sembra andare a rilento… così quando Sigurd le comunica che andrà in montagna con gli amici per il weekend, Sara non è triste, anzi è quasi grata di poter restare sola e prendersi un po' di tempo per sé. Vedrà i suoi pazienti, poi mangerà da sola, farà spinning, guarderà Netflix, berrà vino bianco e… e poi basta, chi lo sa, chi vivrà vedrà. Ma i piani di entrambi i coniugi per il weekend ben presto si riveleranno sin troppo rosei. Lei scoprirà che il marito le ha mentito; lui… lui scomparirà nel nulla. Dov'è Sigurd? Se non era con gli amici come aveva detto, dov'era diretto? E come mai il suo tubo portadocumenti prima non c'era e poi è ricomparso? E di chi sono quei passi in mansarda? Cosa sta succedendo davvero? Sara non lo sa, non capisce più cosa sia reale e cosa sia frutto della sua immaginazione… e noi con lei. Helene Flood ci conduce per i meandri di una storia familiare intricata, fra insoddisfazione e rancori mai davvero sopiti, fra pericoli insospettabili e giustizieri per cui la legge è solo un pezzo di argilla da modellare a proprio piacimento. Un buon thriller psicologico che induce a riflettere su quanto possiamo realmente dire di conoscere noi stessi e le persone che abbiamo accanto.

 

Opera recensita: "La terapeuta" di Helene Flood

Editore: Mondadori, 2020

Genere: thriller psicologico

Ambientazione: Norvegia

Pagine: 324

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

              

lunedì 19 ottobre 2020

RECENSIONE: KATE ELIZABETH RUSSELL - MIA INQUIETA VANESSA

        Sinossi:

Mia inquieta Vanessa è un romanzo provocatorio, disturbante e potente, è il ritratto magistrale di un'adolescenza travagliata e delle sue ripercussioni, che solleva interrogativi fondamentali su azione, consenso, complicità e sull'essere vittima. È il romanzo che definisce un'epoca, e segna l'esplosivo esordio narrativo di una straordinaria autrice.

2000. Delusa dalla fine di un'amicizia e alle prese con le prime difficoltà della vita ma ambiziosa e impaziente di diventare adulta, Vanessa Wye ha quindici anni quando affronta il secondo anno di liceo alla prestigiosa Browich School e inizia una travolgente relazione con Jacob Strane, il suo magnetico insegnante di letteratura di quarantadue anni. 2017. Quasi vent'anni dopo, quando iniziano il movimento #MeToo e l'ondata crescente di accuse verso uomini potenti, arriva infine la resa dei conti. Strane viene accusato di abusi sessuali da un'altra ex allieva, che contatta Vanessa chiedendole di fare lo stesso e denunciare il professore. Vanessa è inorridita, perché è sicura che la relazione che ha avuto con Strane non sia stata un abuso. Era amore. Di questo è certa. Costretta a ripensare il suo passato, a ripercorrere tutto ciò che è accaduto, Vanessa deve ridefinire la storia d'amore mai davvero finita che ha segnato la sua esistenza, e deve affrontare la possibilità di essere una vittima, e solo una delle tante. Si ritrova improvvisamente di fronte a una scelta impossibile: rimanere in silenzio, ferma nella convinzione di avere agito volontariamente quando ha iniziato la relazione da adolescente, o guardare con altri occhi se stessa e gli eventi del suo passato. Ma come può rinnegare il suo primo amore, l'uomo che l'ha trasformata radicalmente ed è stato una presenza costante nella sua vita? È davvero possibile che colui che tanto ha amato da ragazzina e che ha sempre professato di adorare solo lei possa essere così diverso dall'uomo in cui ha sempre creduto? Alternando il presente di Vanessa e il suo passato, la storia affianca memoria, trauma e l'emozione mozzafiato di una adolescente che scopre il potere che può esercitare il proprio corpo.

 

Commento:

Ci sono libri che se ne stanno lì, mimetizzati buoni buoni fra i troppi titoli in attesa, fanno gli indifferenti però li senti che ti chiamano, ti occhieggiano quando scorri la lista, fino al giorno che, ignara e inconsapevole, ci clicchi sopra, cominci a leggere… e intanto che arrivi alla fine scopri che ti hanno stesa, fregata, sconquassata, rivoltata, bruciata, marchiata, capita. Sono i pochi, pochissimi libri che parlano di te, della tua vita, della tua storia, di quelle parti intime della tua mente che non riveli a nessuno, delle tue domande segrete e dei dubbi amletici con cui ti addormenti la notte, di quella parte di te che ritieni più vera e autentica e che celi per paura che occhi troppo giudicanti e superficiali la insozino, la danneggino finendo per danneggiare irreparabilmente anche te. Mia inquieta Vanessa parla proprio di quella parte di vita di una ragazza, Vanessa appunto, che a trentadue anni si ritrova sull'orlo di un precipizio che potrebbe sconvolgerle la vita. È il 2017 e l'America è scossa dal movimento #MeToo e dall'ondata di accuse a uomini potenti per violenze su donne risalenti anche a molti anni prima. Una ex studentessa del suo liceo, la Browich, ha denunciato i presunti abusi ad opera del suo professore di letteratura, Strane e contatta Vanessa perché si unisca anche lei al coro, porti anche lei la sua testimonianza decisiva. Ma Vanessa non vuole saperne: lei non ha subito abusi, lei non si sente una vittima di Strane quindi non lo è, la sua relazione con Strane era amore, forse ossessivo, malato, travagliato, ma pur sempre amore… gliel'ha detto lui che l'amava. Vanessa e Strane, ventisette anni di differenza di età, si sentono ancora, nonostante siano passati diciassette anni dall'inizio della loro relazione. Sì, avete fatto bene i conti: quando tutto cominciò Vanessa di anni ne aveva 15, era una ragazza carina, intelligente, amante della poesia, ma era anche una ragazza problematica, senza amici, disordinata e fragile. Quando Strane posa gli occhi su di lei, comincia a farle complimenti sempre meno innocenti, dentro la mente e soprattutto nel corpo di Vanessa si innesca una bomba, la bomba della scoperta della sensualità, del potere, della capacità di suscitare desiderio, persino amore in un'altra persona, in un uomo, un uomo adulto, non un ragazzetto, un insulso coetaneo. I rischi ci sono, ma Vanessa si convince che per Strane siano più gravi, perciò quando la storia viene a galla fa di tutto per proteggerlo e il conto lo paga tutto lei. E sarà sempre così, in un'ossessione dalla quale non si può uscire: sarà sempre lei a giustificarlo, ad adattare la realtà al suo modo di vederla, a vivere nel bisogno di lui. Ma anche Strane, dal canto suo, è vittima delle sue pulsioni, della debolezza, dell'incapacità di controllarsi… E allora dove sta il limite della colpa? Quanto realistici possono mai essere, in una situazione come questa, concetti astratti come consenso, consapevolezza, circonvenzione, aggressione, abuso, violenza, vittima? Quanto vuote e labili si rivelano le definizioni giuridiche di fronte alla potenza di un sentimento, alla soggettività del dolore e dell'amore? Questo libro, che io ho trovato meraviglioso per la sua forza e il suo realismo, ci pone tutte queste domande e molte altre. Interrogativi che non possono trovare risposta, o quantomeno non ne troveranno una nunivoca. Questo romanzo ci esorta a non giudicare, ma a cercare di capire. È facile condannare una condotta considerata moralmente sbagliata, possiamo farlo tutti con facilità, ma prima di farlo dovremmo cercare di fermarci ed ascoltare entrambe le parti, cercare di guardare il tutto con gli occhi di chi quell'esperienza l'ha vissuta e solo dopo, magari, provare ad aiutare. Un romanzo scritto con un tale realismo che sembra quasi che l'autrice abbia vissuto ciò che racconta. Tuttavia nella prefazione la Russell chiarisce che questa storia non ha nulla di autobiografico… e perché non dovremmo crederle? D'altronde questa storia va oltre il #Metoo e le strumentalizzazioni del momento, dato che l'autrice ci ha lavorato per ben diciassette anni. Nota a margine ma non meno interessante, un altro pregio del libro sono le tante citazioni letterarie di cui è infarcito, tutte contestualizzate e chiarite, che servono a chiarire ed impreziosire il racconto. Insomma, un libro consigliato solo a chi pensa di poterlo reggere… però un libro stupendo.

 

Opera recensita: "Mia inquieta Vanessa" di Kate Elizabeth Russell

Editore: Mondadori, 2020

Genere: narrativa americana

Ambientazione: Maine, Stati Uniti, 2000-2017

Pagine: 360

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 10.