simposio lettori copertina

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martedì 25 maggio 2021

RECENSIONE: ALICE BASSO - IL GRIDO DELLA ROSA (ANITA BO 02)

    Sinossi:

Torino, 1935. Mancano poche settimane all'uscita del nuovo numero della rivista di gialli «Saturnalia». Anita è intenta a dattilografare con grande attenzione: ormai ama il suo lavoro, e non solo perché Sebastiano Satta Ascona, che le detta la traduzione di racconti americani pieni di sparatorie e frasi a effetto, è vicino a lei. Molto vicino a lei. Alla sua scrivania Anita è ancora più concentrata del solito, ancora più immersa in quelle storie, perché questa volta le protagoniste sono donne: donne detective, belle e affascinanti, certo, ma soprattutto brave quanto i colleghi maschi. Ad Anita sembra un sogno. A lei, che mal sopporta le restrizioni del regime fascista. A lei, che ha rimandato il matrimonio per lavorare. A lei, che legge libri proibiti che parlano di indipendenza, libertà e uguaglianza. A lei, che sa che quello che accade tra le pagine non può accadere nella realtà. Nella realtà, ben poche sono le donne libere e che non hanno niente da temere: il regime si fregia di onorarle, di proteggere persino ragazze madri e prostitute, ma basta poco per accorgersi che a contare veramente sono sempre e solo i maschi, siano uomini adulti o bambini, futuri soldati dell'Impero. E così, quando Gioia, una ragazza madre, viene trovata morta presso la villa dei genitori affidatari di suo figlio, per tutti si tratta solo di un incidente: se l'è andata a cercare, stava di sicuro tentando di entrare di nascosto. Anita non conosce Gioia, ma non importa: come per le sue investigatrici, basta un indizio ad accendere la sua intuizione. Deve capire cosa è successo veramente a Gioia, anche a costo di ficcare il naso in ambienti nei quali una brava ragazza e futura sposa non metterebbe mai piede. Perché la giustizia può nascondersi nei luoghi più impensabili: persino fra le pagine di un libro.

 

Commento:

Pochi giorni fa Alice Basso ci ha regalato il secondo, atteso capitolo della nuova serie ambientata nel 1935 con protagonista la ventenne, irriverente, esuberante Anita Bo. La ritroviamo, appena due mesi dopo l'inizio del nuovo lavoro alle Edizioni Monné, molto più saggia e cresciuta e, soprattutto, con una nuova, grande passione per i gialli, quelli delle riviste ed anche quelli veri. Non può esimersi ormai, la nostra Anita, dall'interessarsi alle questioni – in cui le capiti d'imbattersi e, in quel periodo, erano parecchie - in cui sia stata perpetrata un'ingiustizia. Quando sente parlare di Gioia Bratti, una ragazza madre sordomuta rimasta uccisa mentre cercava di entrare nella villa in cui si festeggiava l'adozione del suo bambino, Anita non può fare a meno di dispiacersi per la giovane, ma anche di notare che ci sono delle incongruenze. Notazione confermata dal suo datore di lavoro Sebastiano Satta Ascona che, casualità, a quella festa era presente e di incongruenze e stranezze ne ha viste anche lui… Quando poi, a casa della professoressa – nonché sua amica – Candida Fiorio, Anita ascolta i racconti commossi e indignati di Diana, l'amica di Gioia, il quadro si complica e si fa oscuro… l'ingiustizia c'è stata, bisogna solo capire chi l'ha commessa. E fosse facile, specialmente in un periodo in cui tutti vedono tutto e di muoversi liberamente non se ne parla, figurarsi di indagare, specie per una donna, anzi, un'avvenente ventenne di buona famiglia… Ma la giustizia deve trionfare, anche fosse solo tra le pagine di una rivista, così Anita e Sebastiano escogitano piani, trovano alleati anche improbabili, si avventurano in luoghi proibiti… tutto pur di scoprire la verità e denunciare, seppur clandestinamente, l'ennesimo misfatto. Tutto, tranne mettere a rischio gli amici: è questo il loro unico cruccio, è questo ciò che cercano di evitare… o almeno ci provano. L'amicizia, la condizione femminile, la moralità ipocrita sono alcuni dei temi chiave di questo giallo storico leggero, scanzonato eppure profondamente toccante. La giusta prosecuzione di una serie che ci regala e ci regalerà sempre nuove emozioni, ma anche spunti sulla storia, la letteratura, le usanze, le tradizioni, il folclore, le voci e i silenzi di un'epoca oscura, ma che va conosciuta. Il grido della rosa lascia aperte molte porte che speriamo vengano, se non chiuse almeno varcate, in un prossimo libro, atteso almeno quanto lo era questo. Bella serie, da leggere.

 

Opera recensita: "Il grido della rosa" di Alice Basso

Editore: Garzanti, 2021

Genere: giallo storico, seriale

Ambientazione: Torino, 1935

Pagine: 304

Prezzo: 16,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

          

martedì 21 luglio 2020

RECENSIONE: ALICE BASSO - IL MORSO DELLA VIPERA


Sinossi:
Il suono metallico dei tasti risuona nella stanza. Seduta alla sua scrivania, Anita batte a macchina le storie della popolare rivista Saturnalia: racconti gialli americani, in cui detective dai lunghi cappotti, tra una sparatoria e l'altra, hanno sempre un bicchiere di whisky tra le mani. Nulla di più lontano dal suo mondo. Eppure le pagine di Hammett e Chandler, tradotte dall'affascinante scrittore Sebastiano Satta Ascona, le stanno facendo scoprire il potere delle parole. Anita ha sempre diffidato dei giornali e anche dei libri, che da anni ormai non fanno che compiacere il regime. Ma queste sono storie nuove, diverse, piene di verità. Se Anita si trova ora a fare la dattilografa la colpa è solo la sua. Perché poteva accettare la proposta del suo amato fidanzato Corrado, come avrebbe fatto qualsiasi altra giovane donna del 1935, invece di pronunciare quelle parole totalmente inaspettate: ti sposo ma voglio prima lavorare. E ora si trova con quella macchina da scrivere davanti in compagnia di racconti che però così male non sono, anzi, sembra quasi che le stiano insegnando qualcosa. Forse per questo, quando un'anziana donna viene arrestata perché afferma che un eroe di guerra è in realtà un assassino, Anita è l'unica a crederle. Ma come rendere giustizia a qualcuno in tempi in cui di giusto non c'è niente? Quelli non sono anni in cui dare spazio ad una visione obiettiva della realtà. Il fascismo è in piena espansione. Il cattivo non viene quasi mai sconfitto. Anita deve trovare tutto il coraggio che ha e l'intuizione che le hanno insegnato i suoi amici detective per indagare e scoprire quanto la letteratura possa fare per renderci liberi.

Commento:
Quella che inaugura la seconda serie nata dalla vulcanica mente di Alice Basso, è una storia bellissima. Al di là della trama interessante, della crescita narrativa e stilistica dell'autrice (che era già brava, ma qui supera se stessa), delle implicazioni storico-culturali raccontate, Il morso della vipera è una storia bellissima in primo luogo perché è contro gli stereotipi, in secondo luogo perché come al solito Alice Basso compie un gran bel lavoro di divulgazione letteraria che, di questi tempi di conformismo narrativo, è preziosissimo.
Quanto agli stereotipi, beh, ci metterete poco a capire che Anita, la protagonista di questa storia, smonta a piè pari quello della ragazzetta bella e oca, perché è bella, Anita, e si fa passare per svenevole, ma solo quando le conviene, perché altrimenti è pratica, sveglia, curiosa, irriverente. Altro stereotipo smontato è quello della bella che si accompagna con la brutta ma intelligente per opportunismo o peggio, pietà: Anita si accompagna a Clara – la sua migliore amica non proprio avvenente – perché insieme queste due ragazze intelligenti sono una forza, ma separate sarebbero niente, perse, finite. E poi c'è Corrado, il fidanzato di Anita, e Sebastiano Satta Ascona, forse il personaggio più interessante dell'intero romanzo insieme alla professoressa Candida Fiorio… e poi ci sono i genitori di Anita, la signora Metella, la sua vicina… tutti personaggi che, a loro modo, abbattono stereotipi e rendono la Torino dei tempi del Duce una città un po' più vivibile, pur nelle difficoltà. Quanto al lavoro di divulgazione letteraria cui accennavo sopra, invece, beh, attraverso la conversione di Anita ai libri, ai gialli, alla poesia – che di per sé ha qualcosa di magico e meravigliosamente reale – Alice Basso permette anche a noi, lettori del 2020 che poco conosciamo la storia della letteratura gialla, gli autori che popolavano il panorama letterario dell'epoca, le restrizioni imposte dal regime fascista al giallo, di saperne di più. E fidatevi, anche per chi come me è un appassionato dell'argomento, è una lettura interessantissima e ricchissima di spunti. Poi, a parte stereotipi e divulgazione, Anita ha una voce tutta sua, incantevole nella sua schiettezza, affascinante come tutte le voci dei personaggi che riempiono queste pagine. La freschezza di una giovane donna che vuole emanciparsi, fare esperienza, rendersi indipendente contrasta e stride con un sistema che la vorrebbe relegata in casa, angelo del focolare, madre e moglie devota e dedita solo alla casa e alla prole. Tante, varie e profonde le riflessioni sulla condizione della donna nel ventennio, che anche da sole meriterebbero la lettura. Infine, da lettrice della prima ora di Alice Basso, dopo le remore e il dispiacere per la fine della serie di Vani Sarca, non posso dire di non essere soddisfatta da questa nuova serie, da questi nuovi personaggi, da un'ambientazione così stimolante. Sarà davvero un piacere leggere ancora di Anita e Sebastiano e della loro avventura per rendere più libera e pulita la nostra società.


Opera recensita: "Il morso della vipera" di Alice Basso
Editore: Garzanti, 2020
Genere: giallo storico, seriale
Ambientazione: Torino, anni '30
Pagine: 302
Prezzo: 16,90 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


lunedì 18 giugno 2018

RECENSIONE: ANDREA CAMILLERI - LA MOSSA DEL CAVALLO


Sinossi:

L’azione si svolge nel 1877 e trae spunto da un episodio raccontato nella famosa inchiesta sulla Sicilia da Leopoldo Franchetti. Giovanni Bovara, nato

in Sicilia ma trasferitosi a soli tre mesi d’età a Genova, viene mandato nell’isola come ispettore ai mulini, dopo che i due che l’hanno preceduto sono

morti ammazzati. A Vigàta rimane invischiato nei potentati locali, dal prete ai politici, agli uomini d’onore a infidi azzeccagarbugli che gli mandano

messaggi in codice che Bovara, integerrimo funzionario, non può capire. Va dritto per la sua strada, che è quella della legge, e ragiona in dialetto genovese,

ma è proprio questo che gli impedisce di cogliere la rete che lo va stritolando. Così quando viene ucciso il prete, donnaiolo e in fama d’usuraio, l’unica

maniera per difendersi dalla paradossale situazione in cui si è venuto a trovare - quella di essere accusato del delitto che ha denunziato - è la mossa

del cavallo. Giovanni Bovara dunque si mette non solo a parlare ma anche a pensare in siciliano, un dialetto che credeva d’aver perso, ma che sboccia spontaneo

dalle sue labbra e si rivela la chiave per comprendere l’accaduto e soprattutto per dare scacco a chi controlla un paese intero. Insomma una autentica

provocazione che rovescia la trappola fabbricata per lui. La connessione delle lingue: l’italiano postunitario, le parole della burocrazia, i dialetti

genovese e siciliano; basta trovare il codice giusto per risolvere il corto circuito e accedere alla soluzione. Ed è questo che rende questo romanzo (che

al racconto alterna verbali, documenti, corrispondenze e articoli fittizi) unico e uno dei più felici di Andrea Camilleri: per la scena animata e umoristica

e il rovesciamento dei ruoli, per l’irrisione dei siciliani, fra cadaveri che appaiono e scompaiono, testimoni che si volatilizzano, parole sussurrate

a mezza voce, una farsa tragica.

 

Commento:

Come suggerisce anche il titolo, la storia descritta in questo libro è, in pratica, un’autentica partita a scacchi: da una parte ci sono i buoni, come l’integerrimo ragioniere Giovanni Bovara, neoispettore ai mulini a Vigata, dall’altra i cattivi, come il potente Don Cocò Afflitto, l’avvocato Fasulo, il Delegato Spampinato, addirittura il prete Don Carnazza. Quando Giovanni Bovara, già ispettore a Reggio Emilia, arriva in Sicilia si ritrova per le mani una situazione spinosa: un ufficio a soqquadro, carte sparse ovunque, gente che mette le mani dove non dovrebbe, permissività e lassismo che sono la normalità, tangenti regolarizzate, ecc. Nel denunciare tutto ciò, Bovara pesta inconsapevolmente i piedi a chi questo traffico lo controlla, lo ha creato e lo gestisce con l’accordo di istituzioni, magistratura e forze armate. Le sue indagini, però, non cadono nel vuoto e se da un lato qualcuno cerca di farlo passare per pazzo, qualcun altro raccoglie l’assist di Bovara e indaga. Questa incresciosa preoccupazione va a congiungersi fatalmente con altre questioni locali – fatte di tradimenti, eredità e fatti di denaro – fino a deflagrare in un omicidio che fa rumore e del quale Bovara è involontario testimone. Per i neri l’occasione è ghiotta ed il piano d’accusa è ingegnoso. L’unico modo che ha Bovara per sfuggire alla gogna è giocare d’astuzia e imparare a pensare, agire, ragionare come i suoi avversari. Ci riesce e il risultato è sorprendente: una provocazione sottile ed efficace che ha come coprotagonista il dialetto siciliano. Grande importanza, infatti, riveste il linguaggio in questo libro: si passa da un italiano pomposo e burocratizzato al siciliano stretto usato da tutti i locali, al genovese altrettanto stringato nel quale ragiona Giovanni. Quando finalmente l’ispettore si troverà costretto a scagionarsi dal cappio che gli è stato teso, comincerà a ragionare, pensare e parlare in siciliano. Sarà questa la chiave della sua salvezza.

Una lettura piacevolissima, una farsa tragica che fa sorridere, ridere e riflettere. Ci vorrebbe un’alta cultura letteraria che, mio malgrado, non ho per spiegare i mille simbolismi e richiami letterari presenti in un libro così breve; ciò che posso affermare con sicurezza è che non ne resterete delusi: pagine di letteratura con funzione didattica che consiglio caldamente. Libro davvero molto, molto interessante.

 

 

Opera recensita: “La mossa del cavallo” di Andrea Camilleri

Editore: Sellerio, prima ed. 1999

Genere: giallo storico

Ambientazione: Sicilia, 1877

Pagine: 272 (ed. Sellerio 2017)

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

giovedì 7 dicembre 2017

RECENSIONE: UMBERTO ECO - IL NOME DELLA ROSA


Sinossi:

Ultima settimana del novembre 1327. Il novizio Adso da Melk accompagna in un'abbazia dell'alta Italia frate Guglielmo da Baskerville, incaricato di una

sottile e imprecisa missione diplomatica. Ex inquisitore, amico di Guglielmo di Occam e di Marsilio da Padova, frate Guglielmo si trova a dover dipanare

una serie di misteriosi delitti (sette in sette giorni, perpetrati nel chiuso della cinta abbaziale) che insanguinano una biblioteca labirintica e inaccessibile.

Per risolvere il caso, Guglielmo dovrà decifrare indizi di ogni genere, dal comportamento dei santi a quello degli eretici, dalle scritture negromantiche

al linguaggio delle erbe, da manoscritti in lingue ignote alle mosse diplomatiche degli uomini di potere. La soluzione arriverà, forse troppo tardi, in

termini di giorni, forse troppo presto, in termini di secoli.

 

Commento:

Ormai vegliardo, il monaco Adso da Melk affida ad un manoscritto le sue memorie riguardanti una strana storia accaduta nell’ultima settimana di novembre del 1327. Allora novizio, Adso accompagnava il suo maestro, Guglielmo da Baskerville, presso un’abbazia dell’Italia centrosettentrionale, dove doveva tenersi un importante incontro tra le legazioni pontificie e quelle facenti capo all’imperatore; i delegati dovevano discutere di un argomento assai controverso e spinoso: l’eresia. Ma appena arrivato, Guglielmo, che ha giusta fama di uomo saggio e dotto, nonché di ex inquisitore, viene messo a parte di un delitto accaduto nell’abbazia e proprio l’Abbate gli chiede di venirne a capo. I delitti però continuano e la trama si infittisce. Tutto sembra ruotare intorno all’anima stessa dell’abbazia, la biblioteca: si tratta della più grande biblioteca della cristianità, un sancta sanctorum del sapere i cui tesori e soprattutto i cui segreti vanno custoditi gelosamente e difesi con ogni artificio possibile. Tra labirinti, visioni, versi apocalittici e verità molto più terrene, la storia si dipana in un susseguirsi di scoperte che mettono in luce il grado di corruzione, marciume, empietà in cui versa l’Abbazia e l’intera Chiesa.

E’ fondamentalmente questo il quadro che ci viene da quest’opera che è tante cose insieme: è denuncia della corruzione, è lode al sapere universale ed universalmente accessibile, è critica verso una Chiesa troppo attenta alle apparenze ed alle rigide regole piuttosto che alle persone, ai loro sentimenti ed ai loro bisogni.

Tutto questo in un libro impegnativo, pieno, traboccante di sapienza, la cui lettura non è immediata. Ma l’iniziale difficoltà data dal registro alto e dalla presenza di frasi latine e riferimenti filosofici, religiosi e culturali, viene ben presto superata dalla bellezza dell’opera. Un capolavoro intramontabile della letteratura italiana, un libro che dovrebbe essere nella libreria di ogni lettore. Consigliatissimo.

 

Opera recensita: “Il nome della rosa” di Umberto Eco

Editore: Bompiani, prima ed. 1980

Genere: giallo storico, gotico,

Ambientazione: Italia centrosettentrionale, novembre 1327

Pagine: 618 (ed. 2014)

Prezzo: 14,00 € (ed. 2014)

Consigliato: sì.

 

giovedì 30 novembre 2017

RECENSIONE: ORHAN PAMUK - IL MIO NOME E' ROSSO


Sinossi:

Istanbul, 1591. Tra i miniaturisti e illustratori al lavoro nel Palazzo del Sultano si nasconde un feroce assassino. Per smascherarlo Nero è disposto a

tutto, anche a rischiare la vita. Perché se fallisce, per lui non ci sarà futuro con la bella Sekure, non ci sarà l'amore che ha sognato per dodici anni.

 

Commento:

Semplicemente meraviglioso. Un libro che è insieme romanzo storico, giallo, libro d’arte, poema epico e storia di fantasia. Siamo nella misteriosa ed infida Istanbul, città il cui fascino di luci ed ombre non muta nei secoli. Tra queste strade e queste case piene della più varia umanità, vengono compiuti due efferati omicidi, entrambi legati fra loro ed al mondo della miniatura, nonché ad un libro misterioso che il Sultano ha ordinato ad un vecchio maestro miniaturista. Proprio il mistero sui disegni e sulla storia scatena la curiosità e la gelosia dei miniaturisti che tra loro si considerano come fratelli, ma che non perdono occasione per affermare la loro bravura e la superiorità rispetto agli altri. Ad infiammare questo clima di ostilità più o meno latenti si insinuano le malignità di certi predicatori che sobillano le folle e, nondimeno, la diffidenza verso il nuovo stile europeo che il sultano sembra preferire rispetto all’antica arte della miniatura tramandata per secoli. Chi avrà commesso gli omicidi? Chi avrà trafugato l’ultimo disegno con il ritratto del Sultano? Il compito di scovare l’assassino sarà affidato al giovane Nero Efendi, tornato in città dopo dodici anni ed ancora molto innamorato della bella Secure, figlia del maestro miniaturista incaricato di illustrare il libro segreto. Arte, storia, mitologia, religione si fondono in una storia fatta di tante storie, raccontate dal coro di voci dei protagonisti – reali o fantastici – di questa storia. Così la trama principale si mescola ai ricordi dei vecchi maestri miniaturisti, ai poemi epici che stanno alla base della cultura persiana e medioorientale, alle descrizioni dei diversi stili adottati dagli antichi maestri persiani, da quelli di Erath, dai cinesi ed ora dagli europei. Tutto questo genera una mescolanza di culture e di epoche che, agli occhi inesperti di un lettore digiuno di arte e bellezza, risulta di un fulgore abbagliante che stordisce. La penna sapiente di Pamuk ci regala una lunga boccata di tranquillità pur raccontandoci storie per nulla tranquille. Anche mentre vaghiamo nella notte infida tra i vicoli più neri e fatiscenti non possiamo non sentire l’aura protettiva di una città che avvolge ed ammalia. Un libro davvero ben scritto, forse un po’ complesso perché parla di cose non proprio alla nostra portata, ma che coinvolge ed appassiona. “Il mio nome è rosso” si fa leggere velocemente nonostante le numerose vicende descritte, le storie parallele, i tanti riferimenti artistici e mitologici. E nonostante tutta quest’arte, non veniamo distolti dalla ricerca dell’assassino che, vi assicuro, confonde e destabilizza.

Lettura altamente consigliata, nonostante la sua difficoltà.

 

Opera recensita: “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk

Editore: Einaudi, prima ed. 1998-prima ed. italiana 2001

Genere: giallo storico

Ambientazione: Istanbul, 1591

Pagine: 450 (ed. 2005)

Prezzo: 13,50 € (ed. 2005)

Consigliato: sì.

 

mercoledì 22 novembre 2017

RECENSIONE: DANIEL SANCHEZ PARDOS - IL SEGRETO DI GAUDì


Sinossi:

Ottobre 1874. Dopo diversi anni di esilio a Londra, Gabriel Camarasa, è appena rientrato con la famiglia in una Spagna sconvolta dalle lotte dinastiche.

A Barcellona i Camarasa sono tornati per volontà del padre, proprietario di un giornale scandalistico, «Notizie illustrate». Gabriel non va molto d’accordo

con il padre, né apprezza la rivista che lui finanzia, se non fosse per la bella illustratrice che ci lavora, l’affascinante e sfuggente Fiona Begg, alla

quale è legato da un complicato rapporto che ha radici nel periodo londinese. Per un caso fortuito, Gabriel incontra uno studente del secondo anno di Architettura,

un giovane tanto strano quanto brillante, Antoni Gaudí. Affascinato da lui e dall’aurea di mistero che sembra circondarlo, Gabriel non si accorge della

strana situazione che si sta creando in casa sua, delle preoccupazioni sempre più grandi che sembrano gravare su suo padre, finché la situazione non precipita

e il suo mondo non si capovolge. E Gabriel si trova a dover rispondere a domande terribili… Suo padre ha fatto davvero quello di cui è accusato? E soprattutto:

chi è veramente Antoni Gaudí? Dove passa le sue notti quando di lui si perdono le tracce? Perché sembra conoscere così bene i bassifondi di Barcellona

e frequenta individui così poco raccomandabili? Quale segreto conosce che potrebbe portare addirittura alla distruzione della celebre Cattedrale del Mare?

Gabriel può veramente fidarsi di lui e della bellissima Fiona?

 

 

Commento:

Barcellona 1874. Mentre cresce il fermento per una situazione politica instabile e destinata a cambiare a breve, strani avvenimenti accadono intorno alla famiglia del giovane Gabriel Camarasa, neostudente di architettura tornato nella sua città da appena due settimane dopo un lungo e forzato periodo londinese. Testimone involontario del primo di questi eventi, un incendio al giornale concorrente a quello dei Camarasa, è il giovane studente dall’abbigliamento impeccabile e dall’acuta osservazione, Antoni Gaudì. Ben presto tra Gabriel e Antoni nascerà una forte amicizia, destinata a durare e a condurli attraverso situazioni che nessuno dei due avrebbe immaginato di vivere. L’instabilità politica, gli intrighi di potere, i tradimenti sono molto più vicini di quanto l’ingenuo Gabriel Camarasa potesse mai credere e, con l’aiuto del nuovo amico, il giovane scoprirà cose della sua famiglia e di se stesso che forse avrebbe preferito non sapere, fino a giungere ad un finale rocambolesco e sorprendente che rischia di sconvolgere la storia.

Attraverso la voce, gli occhi, i pensieri di Gabriel Camarasa, ci muoviamo tra i vicoli di una città senza tempo, in bilico tra passato e futuro, viva, misteriosa e affascinante come poche, che mescola sapientemente miseria e nobiltà, tradizione e progresso, bellezza e sudiciume. Sempre attraverso Gabriel, conosciamo un personaggio straordinario, dalle mille risorse e sfaccettature, capace di parlare con la stessa naturalezza con un mendicante, una signora borghese e una ballerina dai dubbi costumi, un uomo non convenzionale, dall’intelligenza sottile e poliedrica, che si interessa con egual intensità di architettura, fotografia ed esoterismo, ma anche un uomo dal grande cuore capace di farsi stregare da un’inglese dalla fluente chioma fulva. Tutto questo e molto altro è Antoni Gaudì, l’artista che tanto ha fatto parlare di sé per le sue opere e per l’innovatività delle sue teorie. Daniel Sanchez Pardos ce lo presenta qui come uomo, come ragazzo, prima ancora che come artista, regalandoci un ritratto a tutto tondo della sua personalità e del contesto storico e culturale in cui vive. Questo giallo storico dall’andatura pacata e inarrestabile ci riporta in una Barcellona antica e moderna al cui interno pulsano le anime più diverse: carlisti, anarchici, neoborbonici, repubblicani, artisti, mendicanti, strilloni, giornalisti, nobili.

La scrittura sicura e ben dosata di Sanchez Pardos permette di soffermarsi a pensare, ad immaginare, di affezionarsi ai personaggi ben delineati, di vivere insieme a Gabriel e Antoni gli eventi normali e straordinari raccontati in queste pagine. Una lettura gradevole che regala qualche bella emozione.

 

Opera recensita: “Il segreto di Gaudì” di Daniel Sanchez Pardos

Editore: Corbaccio, 2016

Genere: giallo storico

Ambientazione: Barcellona, 1874

Pagine: 462

Prezzo: 18,60 €

Consigliato: sì.