simposio lettori copertina

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venerdì 26 febbraio 2021

RECENSIONE: STEFAN ZWEIG - MARIA ANTONIETTA. UNA VITA INVOLONTARIAMENTE EROICA

Sinossi:

Frivola e intrigante per i cortigiani di Versailles, perversa aguzzina nella propaganda rivoluzionaria, eroina martire della restaurazione monarchica: chi era Maria Antonietta? Nel raccontare la sua vita, Stefan Zweig deve confrontarsi con una lunga tradizione di leggende, dicerie e violente passioni ideologiche. Ma ripercorrendone i passi di bambina sposa, moglie disprezzata, madre sensibile, austriaca isolata in una corte e una nazione ostili fino alla dignità degli ultimi istanti, che fanno coincidere la sua morte con la fine di un'epoca, Zweig trova una donna: un essere umano senza qualità particolari, costretto dal caso e dalla Storia a diventare grande. Maria Antonietta - senza che vengano sminuite le responsabilità politiche e morali del suo ruolo diventa allora il luminoso esempio dell'individuo comune che si erge sopra la sua stessa mediocrità e assume una dimensione "involontariamente eroica". Perfetta sintesi di cura documentale, penetrazione psicologica e tensione narrativa, questo libro, forse la più amata tra le opere di Zweig, è ancora oggi considerato un vertice e un modello del genere biografico. La sua pubblicazione, nel 1932, mutò radicalmente l'immagine di Maria Antonietta, cancellò uno stereotipo e riconsegnò una figura viva e complessa tanto alla ricerca storica che all'immaginario popolare.

 

Commento:

Conoscevo già la stupenda prosa di Stefan Zweig, così semplice, diretta e insieme carica di umanità. , ma ne avevo sperimentato la forza solo nei romanzi, non ancora nelle biografie. Conoscevo anche, per averla letta in un altro libro a lei dedicato, la storia di Maria Antonietta d'Austria, consorte di Luigi XVI re di Francia con cui oltre al regno condivise la triste fine, sotto la mannaia della rivoluzione. Ebbene, leggere questa storia dalle parole di Zweig è stata un'esperienza letteraria assolutamente valida, che consiglio a tutti: la storia, raccontata da chi sa come renderla interessante e vicinaa a chi la legge, assume tutt'altra valenza che non quella sterile e ripetitiva dei libri di scuola. Leggere il racconto di Zweig di come questa regina bambina approdò all'ipocrita e complicata Corte di Francia, di come visse senza rendersi conto o forse senza curarsi dell'opinione degli altri, di come fu vera regina solo in punto di morte, beh, significa immergersi completamente nella vita e nella psiche di questa donna, del suo tempo, di chi le era intorno, di chi le andava contro. Probabilmente quella scritta da Stefan Zweig non sarà la biografia più accurata riguardo a date, verità storiche, rigidità espositiva, ma di sicuro è una lettura intensissima e molto, molto appassionante. Consigliata? Ovvio che sì!

 

Opera recensita: "Maria Antonietta. Una vita involontariamente eroica" di Stefan Zweig

Editore: Castelvecchi, prima ed. 1932

Genere: biografia

Ambientazione: Francia

Pagine: 428

Prezzo: 19,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

  

giovedì 18 febbraio 2021

RECENSIONE: MARISA RANIERI PANETTA - MESSALINA E LA ROMA IMPERIALE DEI SUOI TEMPI

    Sinossi:

Aveva solo ventitré anni, Valeria Messalina, quando morì pugnalata dai sicari imperiali. Per sette anni era stata la donna più invidiata e ammirata di Roma: da quando suo marito, il cinquantenne Claudio, era succeduto a Caligola sul trono imperiale. In quel periodo, a detta delle principali fonti letterarie, si era macchiata di così tanti crimini e perversioni che il suo nome divenne nei secoli sinonimo di scelleratezza: Messalina era stata più lasciva di Cleopatra, più dissoluta di Poppea, più intrigante di Agrippina. Ma queste accuse corrispondono alla verità? O forse la damnatio memoriae a cui la condannò il Senato rese più facile attribuirle delitti che non aveva commesso? In un vivido affresco della vita di corte nella Roma del primo secolo dopo Cristo, questo libro analizza da ogni punto di vista le audaci trasgressioni dell'imperatrice, ripercorrendo le sue vicende attraverso le pagine degli storici antichi, mettendole a confronto e rilevando dove sono contraddittorie o ambigue. Si delinea così un ritratto di Messalina senza pregiudizi, che raccoglie le poche tracce rimaste di lei, scavando nei retroscena della Storia, in un saggio appassionante che si legge come un romanzo.    

 

Commento:

"Un saggio che si legge come un romanzo": è proprio calzante, questa definizione di Messalina e la Roma imperiale dei suoi tempi. Un saggio, sì, ma non uno sterile elenco di date, fatti, fonti, bensì una biografia ragionata di una donna tanto bella quanto chiaccherata, criticata e condannata dal suo tempo e dalla storia. Una biografia contestualizzata, rigorosa nel riportare le fonti storiografiche e gli usi del tempo, ma anche il racconto lucido, appassionante e ricco di interrogativi sulla vita, le azioni, i sentimenti di Valeria Messalina, imperatrice, madre, moglie, ma soprattutto giovane donna. Un libro intenso ed interessante che ci aiuta a scoprire qualcosa in più su questa donna così particolare, sul periodo in cui visse, sulle motivazioni che portarono alla sua Damnatio memoriae, ed a restituire un ritratto di lei non esente da colpe o macchie, ma certamente più tollerante e realistico. Una bella lettura.

 

Opera recensita: "Messalina e la Roma imperiale dei suoi tempi" di Marisa Ranieri Panetta

    Editore: Salani, 2016

Genere: saggio

Ambientazione: Roma

Pagine: 238

Prezzo: 15,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

                  

giovedì 28 maggio 2020

RECENSIONE: SANDRA PETRIGNANI - LA CORSARA. RITRATTO DI NATALIA GINZBURG


Sinossi:
Dalla nascita palermitana alla formazione torinese, fino al definitivo trasferimento a Roma, Sandra Petrignani ripercorre la vita di una grande protagonista del panorama culturale italiano. Ne segue le tracce visitando le case che abitò, da quella siciliana di nascita alla torinese di via Pallamaglio - la casa di Lessico famigliare - all'appartamento dell'esilio a quello romano in Campo Marzio, di fronte alle finestre di Italo Calvino. Incontra diversi testimoni, in alcuni casi ormai centenari, della sua avventura umana, letteraria, politica, e ne rilegge sistematicamente l'opera fin dai primi esercizi infantili.
 Un lavoro di studio e ricerca che restituisce una scrittrice complessa e per certi aspetti sconosciuta, cristallizzata com'è sempre stata nelle pagine autobiografiche, ma reticenti, dei suoi libri più famosi. Accanto a Natalia - così la chiamavano tutti, semplicemente per nome - si muovono prestigiosi intellettuali che furono suoi amici e compagni di lavoro: Calvino appunto, Giulio Einaudi e Cesare Pavese, Elsa Morante e Alberto Moravia, Adriano Olivetti e Cesare Garboli, Carlo Levi e Lalla Romano e tanti altri.
 Perché la Ginzburg non è solo l'autrice di un libro-mito o la voce - corsara quanto quella di Pasolini - di tanti appassionati articoli che facevano opinione e suscitavano furibonde polemiche.
 Narratrice, saggista, commediografa, infine parlamentare, Natalia è una "costellazione" e la sua vicenda s'intreccia alla storia del nostro paese (dalla grande Torino antifascista dove quasi per caso, in un sottotetto, nacque la casa editrice Einaudi, fino al progressivo sgretolarsi dei valori resistenziali e della sinistra).
 Un destino romanzesco e appassionante il suo: unica donna in un universo maschile a condividere un potere editoriale e culturale che in Italia escludeva completamente la parte femminile.
 E donna vulnerabile, e innamorata di uomini problematici. A cominciare dai due mariti: l'eroe e cofondatore della Einaudi, Leone Ginzburg, che sacrificò la vita per la patria, lasciandola vedova con tre figli in una Roma ancora invasa dai tedeschi, e l'affascinante, spiritoso anglista e melomane Gabriele Baldini che la traghettò verso una brillante mondanità: uomini fuori dall'ordinario ai quali ha dedicato nei suoi libri indimenticabili ritratti.

Commento:
La biografia, o meglio, il ritratto che Sandra Petrignani fa della scrittrice Natalia Ginzburg è veramente accurato, interessante e stimola il lettore a molti approfondimenti letterari futuri. Leggendo La corsara, emerge la figura di una donna volitiva, eppure malinconica, testarda, eppure dolce, legata alla famiglia, agli amici, ma con una certa idea forte e ben radicata su come dovesse andare il mondo. Natalia Levi nacque a Palermo nel 1916 da Giuseppe Levi e Livia Tanzi; nella città siciliana restò pochissimo, per trasferirsi poi a Torino dove visse per molti anni. Qui conobbe il primo marito, Leone Ginzburg, qui cominciò a scrivere giovanissima, qui si formò come donna e come scrittrice, a strettissimo contatto con la casa editrice Einaudi di cui per moltissimo tempo fu non solo autrice di punta, ma anche preziosa consulente. A quest'ambito si devono le sue amicizie più forti: quella con Cesare Pavese, con Cesare Garboli, con Elsa Morante, con Adriano Olivetti e con molti, molti altri attori noti e meno noti della scena letteraria, politica, economica e sociale dagli anni Trenta agli anni Ottanta. Natalia fu poi a Roma, col secondo marito Gabriele Baldini e lì continuò la sua vita e la sua opera. Fu una donna intransigente con se stessa e con gli altri, scrisse instancabilmente, tradusse con passione, lesse e suggerì molti libri altrui, si occupò della famiglia e dei figli in particolare, sedette in Parlamento tra le fila degli indipendenti di Sinistra, provenendo dal Partito Comunista di cui però non possedette mai la tessera.
Tenace, testarda, taciturna e selettiva, Natalia Ginzburg ebbe un ruolo importantissimo nella letteratura italiana del Novecento ed influenzò, con i suoi scritti e il suo lavoro, tutto ciò che le seguì e le seguirà. In La corsara, Sandra Petrignani racconta tutto questo e molto altro ancora, lo fa con partecipazione e competenza, ricercando, documentandosi, visitando luoghi, parlando con persone che conobbero Natalia, la sua famiglia, i luoghi in cui lei visse. Ma in questo libro non c'è, per forza di cose, solo la Ginzburg: molto si può conoscere anche sui suoi amici, collaboratori e persino "antagonisti", in particolare, per rimanere tra gli scrittori, emergono interessanti le figure di Pavese e della Morante. Una biografia, questa, sicuramente molto bella e curata, tuttavia non proprio di facile lettura: si ha, in qualche tratto, un'impressione di ridondanza che disorienta temporalmente; si ha come l'impressione, di tanto in tanto,  di perdere la linea del tempo, di non orientarsi nella vita della Ginzburg, di sviare lo sguardo dalla sua collocazione spaziotemporale perdendosi tra le tante informazioni, scene, opere, persone. Forse qualche pagina in meno sarebbe stata utile a snellire alcune parti. Nel complesso, comunque, una lettura di valore.

Opera recensita: "La corsara" di Sandra Petrignani
Editore: Neri Pozza, 2018
Genere: biografia
Pagine: 459
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.


venerdì 15 maggio 2020

RECENSIONE: ALEXANDRA LAPIERRE - ARTEMISIA


Sinossi:
Roma, anno 1611. La giovane pittrice Artemisia si batte furiosamente per imporre il suo talento. L'avversario più temibile che le si para di fronte altri non è che il padre, il grande pittore Orazio Gentileschi. Artemisia è il dramma di una passione folle, della tenerezza e dell'odio di due creature incatenate dai legami di sangue. Ma soprattutto è l'avventura di una delle prime pittrici della storia, una donna che infranse tutte le norme per conquistare la gloria e la libertà.

Commento:
Artemisia di Alexandra Lapierre è l'ultimo libro di questa mia carrellata su Artemisia Gentileschi e, a mio parere, il migliore. Si tratta, stavolta sì, di una biografia appassionata più che romanzata, supportata da uno studio lungo e documentato in appendice all'opera. Una biografia vibrante che ci restituisce in pieno il personaggio di Artemisia, il periodo storico in cui visse e le sue relazioni e i suoi contatti. Per chi volesse chiarezza su questa donna così interessante, questo è il libro giusto perché unisce l'attendibilità delle informazioni a quel pizzico di passione lasciato trasparire dalle pagine che, sempre a mio parere, non guasta mai. Lungo, corposo, ma veramente un bel libro.

Opera recensita: "Artemisia" di Alexandra Lapierre
Editore: Mondadori, 2018
Genere: biografia
Pagine: 584
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


venerdì 8 maggio 2020

RECENSIONE: TIZIANA AGNATI - ARTEMISIA GENTILESCHI


Sinossi:
Un dossier dedicato ad Artemisia Gentileschi. Nel sommario "La fortuna di Artemisia", "Un talento precoce", "Firenze, Genova e Venezia", "Roma: 16221630", "Tra Napoli e l'Inghilterra". Come tutte le monografie della collana "Dossier d'art", una pubblicazione agile, ricca di belle riproduzioni a colori, completa di un utilissimo quadro cronologico e di una ricca bibliografia.

Commento:
Una biografia d'arte che si propone di essere schematica e completa e di compendiare le notizie sulla Gentileschi, ma che a parer mio non raggiunge l'obiettivo sperato. Sempre secondo l'opinione di una non addetta ai lavori, questa breve biografia è sì oggettiva e si legge rapidamente, ma risulta confusionaria e asettica: se non fosse per l'utile quadro cronologico non avrei saputo seguire una linea temporale e, nonostante non sia il primo scritto che leggo su quest'artista, ad un certo punto mi sono sentita spaesata. Non la consiglio né la sconsiglio: ha i suoi pregi, ma io non ne sono rimasta soddisfatta.

Opera recensita: "Artemisia Gentileschi" di Tiziana Agnati
Editore: Giunti, 2014
Genere: Dossier
Pagine: 52
Prezzo: 4,90 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 6.


lunedì 29 aprile 2019

RECENSIONE: JEAN-MARIE LE CLéZIO - DIEGO E FRIDA

Sinossi:
Quando nel 1929 la giovane pittrice messicana Frida Kahlo annuncia le sue nozze con Diego Rivera, nessuno accetta il matrimonio tra questa ragazza vivace ma di salute precaria e il genio dei muralisti messicani che ha il doppio dei suoi anni, il triplo del suo peso e una reputazione di orco e seduttore. Il loro passato travagliato, il loro incontro, la fede nella rivoluzione, il viaggio in America e il fascino inaspettato del capitalista Henry Ford, i rapporti con Breton e Trotskij sono raccontati in queste pagine, in cui lo stile del grande romanziere francese fa rivivere due icone del Novecento. Quella di Diego e Frida è una storia d'amore fuori dall'ordinario, attraversata da tradimenti e fughe, vivida e intensa come i colori della loro pittura.

Commento:
Come sto avendo modo di scoprire, su Frida Kahlo e Diego Rivera sono stati scritti libri di ogni genere, con tagli molto diversi. Questo libro, scritto dal premio Nobel francese Jean-Marie Le Clézio, è, a mio parere, molto utile – oltre che bello – perché riunisce la parte biografica a quella storica, senza peraltro tralasciare l'approfondimento artistico. Più di altri libri, infatti, questo saggio riassume la biografia di Diego e Frida, fornisce un'utile contestualizzazione storico-politica che in altri volumi è approssimativa, e si sofferma sul rapporto tra i due artisti descrivendone l'evoluzione con appassionata, ma asciutta organicità e sistematicità. Trovo, però, che non sia sufficiente, da solo, a descrivere le mille sfaccettature di queste due figure così complesse ed articolate: va, però, benissimo come lettura-corollario, come sintesi riepilogativa sull'argomento. Lo consiglio caldamente insieme, ad esempio, ad uno tra il romanzo di Alexandra Scheiman e la biografia di Hayden Herrera. Ad ogni modo, ottima lettura.

Opera recensita: "Diego e Frida. Un amore assoluto e impossibile sullo sfondo del Messico rivoluzionario" di Jean-Marie Le Clézio
Editore: Il Saggiatore, 2008
Genere: saggio
Ambientazione: Messico, Stati Uniti
Pagine: 187
Prezzo: 12,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.

domenica 28 aprile 2019

RECENSIONE: HAYDEN HERRERA - FRIDA. UNA BIOGRAFIA DI FRIDA KAHLO


Sinossi:
Alla fine degli anni Novanta, New York è tappezzata di manifesti che raffigurano i quadri di Frida Kahlo. Un suo autoritratto viene venduto da Sotheby's per oltre un milione e mezzo di dollari. A Hollywood si girano film sulla sua vita e i giornali di tutto il mondo la chiamano "la grande Frida" o "la regina di New York". Come se non bastasse, anche il mondo del glamour ne va pazzo: vengono stampate magliette, cartoline, poster con la sua immagine, abiti e gioielli che ne ricalcano lo stile. Ma chi era veramente Frida Kahlo e perché si parla ancora così tanto di lei? Nata nel 1910 a Coyoacan, in Messico, Frida sembra un personaggio uscito dalla penna di Gabriel García Márquez: piccola, fiera, sopravvissuta alla poliomielite a sei anni e a un brutto incidente stradale a diciotto che la lascerà invalida, con tremendi dolori alla schiena che la perseguiteranno fino alla morte. Nella vita privata e nella produzione artistica, Frida è combattuta tra due anime: il candore, da un lato, e la ferocia, dall'altro; la poeticità della natura contro la morte del corpo. La vita di Frida è un viaggio che affonda nella pittura tradizionale dell'800, nei retablos messicani, in Bosch e Bruegel, ma che subisce prepotentemente il fascino degli uomini più potenti del suo secolo: come il muralista Diego Rivera (marito fedifrago che le rimarrà accanto fino alla fine) o Trockij (di cui diverrà l'amante) o Pablo Picasso...

Commento:
Questo libro è, quasi certamente, l'opera più completta, obiettiva e dettagliata su Frida Kahlo. E' stato scritto nell'83 e da esso è stato tratto il famoso film Frida per la regia di Julie Taymor nel 2002. E' una biografia oggettiva e minuziosa che ripercorre la vita di Frida, ne analizza i dipinti e riporta pensieri e passi del suo diario nonché interviste e stralci di altri scritti su di lei, compresi quelli di Diego Rivera, suo marito. Si tratta, come ho scritto, di una biografia, non ha quindi nulla o quasi nulla di romanzato. Probabilmente è per questo che, pur apprezzandone il valore documentale e conoscitivo, io l'ho apprezzata meno di altri scritti più romanzati e magari fantasiosi: dal punto di vista conoscitivo non ha aggiunto molto a quanto avessi già letto prima, da quello emotivo mi ha lasciato ben poco. E' comunque un libro che consiglio a chi preferisca una lettura più realistica e sfrondata da tutto ciò che di fantastico il magnetismo e l'eclettismo di questa donna già suscita di per sé.

Opera recensita: "Frida. Una biografia di Frida Kahlo" di Hayden Herrera
Editore: Neri Pozza, prima ed. originale 1983, ed. italiana 2016
Genere: biografia illustrata
Ambientazione: Messico, Stati Uniti
Pagine: 415
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


mercoledì 24 aprile 2019

RECENSIONE: ALEXANDRA SCHEIMAN - IL DIARIO PERDUTO DI FRIDA KAHLO


Sinossi:
Un piccolo altare con mazzi di fiori gialli di tagete, pani zuccherati, fotografie piene di nostalgia, incensi dalle fragranze mistiche, candele e pietanze prelibate. Nell'esotica Casa Azul di calle de Londres, a Coyoacàn, tutto è pronto per ricevere il misterioso messaggero che, ogni anno il due di novembre, puntuale viene a far visita a Frida Kahlo. Ma la pittrice ha deciso: questa sarà l'ultima volta, l'ultimo incontro con colui che, in cambio di quelle elaborate pietanze, da troppo tempo rimanda l'appuntamento di Frida con la Morte. Perché l'artista prodigiosa, donna fragile e indomita, rivoluzionaria, amica e amante di personaggi straordinari come André Breton, Tina Modotti, Lev Trotsky, era destinata a morire a diciotto anni, nel drammatico incidente che invece, in virtù di un patto fin qui scrupolosamente onorato, la restituì alla vita e alla sua arte. Solo per inchiodarla - con la schiena a pezzi e le ossa rotte - al letto in cui trascorrerà anni interi a dipingere autoritratti e a osservare la propria immagine riflessa nello specchio sopra il baldacchino. Frida, la donna minuta, appassionata e sofferente che amava la vita e si augurava di uscirne "gioiosa e di non tornare mai più", rivive in questo romanzo colorato, sensuale e sorprendente come i suoi quadri.

Commento:
Una bellissima, intensa e coinvolgente biografia romanzata della vita di Frida Kahlo. Una donna minuta, un'esplosione di fascino e magnetismo, un'amante vorace e appassionata, innamorata di Diego Rivera, ma golosa di cibo e di vita. Tra superstizione, fatalismo, passione e arte, questo libro ci illustra una donna poliedrica, sensuale e prorompente che, nonostante le sofferenze, ha respinto la morte con tutta se stessa. Un bellissimo racconto di vita e di arte. Consigliato.

Opera recensita: "Il diario perduto di Frida Kahlo" di Alexandra Scheiman
Editore: Rizzoli, 2013
Genere: biografia, narrativa straniera
Ambientazione: Messico, Stati Uniti, Parigi
Pagine: 321
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.

mercoledì 3 aprile 2019

RECENSIONE: BLAINE HARDEN - FUGA DAL CAMPO 14


Sinossi:
Shin Dong-hyuk è l'unico uomo nato in un campo di prigionia della Corea del Nord ad essere riuscito a scappare. La sua fuga e il libro che la racconta sono diventati un caso internazionale, che ha convinto le Nazioni Unite a costituire una commissione d'indagine sui campi di prigionia nordcoreani. Il Campo 14 è grande quanto Los Angeles, ed è visibile su Google Maps: eppure resta invisibile agli occhi del mondo. Il crimine che Shin ha commesso è avere uno zio che negli anni cinquanta fuggì in Corea del Sud; nasce quindi nel 1982 dietro il filo spinato del campo, dove la sua famiglia è stata rinchiusa da decenni. Non sa che esiste il mondo esterno, ed è a tutti gli effetti uno schiavo. Solo a ventitré anni riuscirà a fuggire, grazie all'aiuto di un compagno che tenterà la fuga con lui, e ad arrivare a piedi e con vestiti di fortuna in Cina, e da lì in America. Questa è la sua storia.

Commento:
Un libro ben scritto, ma soprattutto utile: è questa l'opinione che mi sono fatta alla fine di questa lettura. Quella raccontata è una storia unica e straordinaria: è la storia di Shin, nato e cresciuto e poi miracolosamente fuggito dal blindatissimo campo 14, un campo di lavoro per prigionieri accusati di crimini politici. Negli anni 50 un uomo fugge in Corea del Sud, per questo motivo il fratello viene catturato e rinchiuso in un campo di lavoro; anni dopo gli viene assegnata una donna che diventa sua moglie e da quest'unione nasce Shin, un ragazzo senza futuro, cultura, emozioni. Per 23 anni Shin conosce solo il campo, le sue regole, impara a sopravvivere spiando, mentendo, rubando. Poi conosce un uomo, un prigioniero nuovo che prima di approdare al campo ha girato il mondo. Dai suoi racconti, specialmente da quelli che parlano di cibo, Shin intravede una possibilità, un'idea incerta ma percettibile di futuro, così i due progettano la fuga. Il resto è il racconto di un viaggio rischioso, lungo, fatto di fortuna e di stenti, di false partenze, di abbandoni immotivati, di relazioni instabili… eppure Shin ce l'ha fatta, è vivo, è uscito dalla prigione che per più di vent'anni ha chiamato casa ed ora vuole raccontarlo al mondo.
Prima ancora che la storia di Shin, a catturarmi è stato lo stile di Blaine Harden: il giornalista americano racconta questa storia raccontando i fatti, ricostruendo dinamiche e pensieri; egli racconta una storia straziante eppure rimane sobrio. Racconta con chirurgica lucidità senza mai perdere la sua umanità, senza mai risultare freddo, distaccato. E' stata questa pacatezza a catturarmi ed a spingermi a proseguire nella lettura. Questo libro fa il paio con un'altra storia che vi consiglio, "La ragazza dai sette nomi" di Yeonseo Lee: entrambi, in modo diverso, raccontano la questione nord-coreana, una realtà terribile, una dittatura dei tempi moderni della quale si parla sempre troppo poco.

Opera recensita: "Fuga dal campo 14" di Blaine Harden
Editore: Codice, 2012
Genere: biografia
Ambientazione: Corea del Nord-Cina-Corea del Sud-Stati Uniti
Pagine: 290
Prezzo: 16,90 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


martedì 15 gennaio 2019

RECENSIONE: INGE SARGENT - IL TRAMONTO BIRMANO


Sinossi:
Al principio del gennaio 1954, il piroscafo Warwickshire risaliva il fiume alla volta di Rangoon. «Chissà cosa succede» disse Inge al marito, sorpresa dallo spettacolo. «Sulla nave deve esserci qualche personalità». Imbarazzato, Sao rispose: «Ho una cosa da dirti, cara, quella gente è venuta qui per noi»
Inge Sargent scrive un’autobiografia che celebra la forza dell’amore e l’impegno politico.     
L’ultima principessa dello Stato shan di Hsipaw accompagna il lettore in Birmania con i suoi occhi di giovane austriaca cresciuta durante il nazismo e profondamente innamorata di un giovane straniero, l’ingegnere minerario Sao Kya Seng. Si erano incontrati negli Stati Uniti, dove entrambi studiavano e dove si sposeranno. È all’approdo del piroscafo a Rangoon con un popolo in festa che Inge scopre che Sao Kya Seng è un principe regnante. Inge è impreparata a tutto ma è curiosa, coraggiosa, forte d’animo. Come Aung San Suu Kyi, è una donna che attraversa più mondi e costruisce un ponte tra la nostra cultura e l’Asia. A Hsipaw, alla prova di un mondo ancora feudale, i due giovani si rivelano per quello che sono: innovatori radicali, sostenuti dalla forza degli ideali e di un grande sentimento. Per attuare la rivoluzione sociale necessaria a passare da feudalesimo a democrazia si dedicheranno totalmente al miglioramento della vita del loro popolo. Finché il sogno di cambiamento non viene interrotto dal colpo di stato militare del 1962 che porterà la Birmania a chiudersi al resto del mondo per cinquant’anni. Quel giorno il principe scompare e insieme tutta la loro vita, il loro progetto sociale.

Commento:
Una biografia sobria e insieme accorata che, attraverso i ricordi, le sofferenze e le parole di una donna che l'ha vissuta, ci fa conoscere una pagina drammatica della storia della Birmania.
La Birmania è, di per sé, un Paese che conosciamo poco, lontano da noi e dal nostro modo di vivere e non esattamente una meta del nostro turismo d'assalto… Da bravi occidentali, spesso abituati ad interessarci solo di ciò che ci capita sotto il naso, abbiamo saputo qualcosa della sua storia politica solo qualche anno fa, quando le vicende della premio Nobel Aun San Suoucy l'hanno portata alla ribalta. Questo libro è un ottimo modo per approfondire e cercare di capire cosa è davvero successo in questo Paese così multietnico e variegato, troppo spesso messo volutamente in ombra da Paesi con maggiore spessore politico-economico e dai suoi stessi governanti che per decenni hanno agito indisturbati eludendo volentieri gli occhi del mondo. La storia che ci racconta Inge Sargent è inaccettabile eppure assolutamente vera e, purtroppo, credibile: e noi oggi possiamo solo chiederci come può un uomo, un politico, un bravo governante sparire nel nulla senza che di lui si abbiano notizie certe? Eppure è possibile, eppure è accaduto.

Opera recensita: "Il tramonto birmano" di Inge Sargent
Editore: Add editore, 2016
Genere: biografia
Ambientazione: Birmania, anni Cinquanta e Sessanta
Pagine: 288
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


venerdì 26 gennaio 2018

RECENSIONE: HEATER MORRIS - IL TATUATORE DI AUSCHWITZ


Sinossi:

Il cielo di un grigio sconosciuto incombe sulla fila di donne. Da quel momento non saranno più donne, saranno solo una sequenza inanimata di numeri tatuati

sul braccio. Ad Auschwitz, è Lale a essere incaricato di quell’orrendo compito: proprio lui, un ebreo come loro. Giorno dopo giorno Lale lavora a testa

bassa per non vedere un dolore così simile al suo finché una volta alza lo sguardo, per un solo istante: è allora che incrocia due occhi che in quel mondo

senza colori nascondono un intero arcobaleno. Il suo nome è Gita. Un nome che Lale non potrà più dimenticare. Perché Gita diventa la sua luce in quel buio

infinito: racconta poco di lei, come se non essendoci un futuro non avesse senso nemmeno un passato, ma sono le emozioni a parlare per loro. Sono i piccoli

momenti rubati a quella assurda quotidianità ad avvicinarli. Dove sono rinchiusi non c’è posto per l’amore. Dove si combatte per un pezzo di pane e per

salvare la propria vita, l’amore è un sogno ormai dimenticato. Ma non per Lale e Gita, che sono pronti a tutto per nascondere e proteggere quello che hanno.

E quando il destino tenta di separarli, le parole che hanno solo potuto sussurrare restano strozzate in gola. Parole che sognano un domani insieme che

a loro sembra precluso. Dovranno lottare per poterle pronunciare di nuovo. Dovranno conservare la speranza per urlarle finalmente in un abbraccio. Senza

più morte e dolore intorno. Solo due giovani e la loro voglia di stare insieme. Solo due giovani più forti della malvagità del mondo.

 

Commento:

Sul treno che lo allontana da casa sua, da Bratislava, dalla sua famiglia, Lale si aspetta di lavorare per i tedeschi: è questo che chiedeva il comunicato, un figlio maschio per ogni famiglia ebrea e lui, il secondogenito, si è offerto volontario per salvare i suoi. D’altronde Lale sa parlare tante lingue, è giovane, legge, ha una cultura: di sicuro gli daranno un lavoro decoroso. Ma già alla fine del viaggio in quel “carro bestiame” Lale capisce che non sarà così: è giunto ad Aushwitz-Birkenau, al confine tra Germania e Polonia, insieme a tanti, troppi prigionieri come lui e mentre lo obbligano a lasciare i suoi averi personali, fare la doccia, camminare in fila sotto la minaccia di una pallottola, mentre gli tatuano il numero identificativo, le sue illusioni si sgretolano. Sin da subito Lale si dà delle regole: parlare poco, osservare sempre e soprattutto sopravvivere, uscire vivo da lì per raccontare tutto al mondo.

Quando si ammala di tifo, l’altruismo dei compagni di blocco gli salva la vita e, grazie all’aiuto di un francese, comincia a lavorare come tatuatore. E’ mentre sta lavorando, in preda all’orrore per dover profanare i corpi di altri prigionieri come lui, che due occhi fra tanti lo stregano, gli si imprimono nella mente e nel cuore: sono gli occhi di Gita, slovacca come lui, che da quel momento diventerà per Lale l’unica ragione di sopravvivenza. Per via del suo lavoro, Lale gode di una posizione “privilegiata” nel campo, così sfrutta la sua arguzia ed il suo senso pratico per fare qualcosa per gli altri: aiuta qualcuno a trovare un lavoro migliore e meno rischioso, procura cibo e medicinali, dà consigli utili a tutti. Ma in cima ai suoi pensieri c’è sempre Gita e quando sono costretti a separarsi, i due giovani giurano di ritrovarsi per costruire il loro futuro senza più morte e dolore.

Un libro che, con lucidità e realismo, racconta una storia drammatica di sopraffazione, abusi, umiliazioni, ma anche di speranza ed amore. Ciò che più colpisce e che distingue questo da altri racconti è lo stile in cui è scritto: è quasi una cronaca, una voce fuori campo che descrive ciò che accade con precisione ed impersonalità, cosa che contrasta con la profonda intimità delle sofferenze narrate che risultano così più chiare ed acute. L’autrice, che ha conosciuto di persona Lale ormai anziano, racconta questa storia al presente, facendoci entrare nel campo con i prigionieri, permettendoci quasi di vederli camminare davanti a Lale porgendogli il braccio ed il talloncino di carta con il numero identificativo. Ci sembra, leggendo, di visualizzare le vicende come in un film muto eppure non meno cruento e doloroso. Fino alla fine del racconto non sappiamo cosa accadrà a Gita e Lale, se si ritroveranno, se riusciranno a scappare, se sopravviveranno e tutto questo rende la percezione degli accadimenti più forte ed intensa.

Consiglio la lettura di questo libro perché, come affermava Primo Levi, “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” e su argomenti come questo, sebbene si sia letto tanto, non bisogna mai credere di saperne abbastanza. Ad esempio, esistono tanti racconti di sopravvissuti ai campi di sterminio, tutti conosciamo l’orribile pratica di imprimere un numero identificativo su un braccio dei prigionieri, ma ci eravamo mai chiesti chi svolgesse quel compito ingrato? O abbiamo mai riflettuto su chi schedasse i prigionieri in arrivo o in partenza dai campi e quali implicazioni questi lavori avessero avuto nella vita e nel futuro di quelle persone? Forse sì, forse no… di certo questo libro ce ne fornisce un assaggio. E allora leggiamole queste storie, non solo in occasione della Giornata della memoria, ma sempre… perché non possiamo permetterci di dimenticare.

 

 

Opera recensita: “Il tatuatore di Auschwitz” di Heather Morris

Editore: Garzanti, 2018

Genere: narrativa straniera – biografia

Ambientazione: Germania-Polonia-Austria-Slovacchia, 1942-1945

Pagine: 208

Prezzo: 17,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5

 

domenica 3 dicembre 2017

RECENSIONE: ORIANA FALLACI - UN UOMO


Sinossi:

"Un uomo" è il romanzo della vita di Alekos Panagulis, che nel 1968 è condannato a morte nella Grecia dei colonnelli per l'attentato a Georgios Papadopulos,

il militare a capo del regime. Segregato per cinque anni in un carcere dove subisce le più atroci torture, restituito brevemente alla libertà, conosce

l'esilio, torna in patria quando la dittatura si sgretola, è eletto deputato in Parlamento e inutilmente cerca di dimostrare che gli stessi uomini della

deposta Giunta continuano a occupare posizioni di potere. Perde la vita in un misterioso incidente d'auto nel 1976. Oriana Fallaci incontra Panagulis nel

1973 quando, graziato di una grazia che non aveva chiesto ma che il mondo intero reclamava per lui, esce dal carcere. I due si innamorano di un amore profondo,

complice, battagliero. Lei lo affianca e ne condivide una lotta mai paga. "Il poeta ribelle, l'eroe solitario, è un individuo senza seguaci: non trascina

le masse in piazza, non provoca le rivoluzioni. Però le prepara. Anche se non combina nulla di immediato e di pratico, anche se si esprime attraverso bravate

o follie, anche se viene respinto e offeso, egli muove le acque dello stagno che tace, incrina le dighe del conformismo che frena, disturba il potere che

opprime." (Prefazione di Domenico Procacci)

 

Commento:

“Un uomo” è il racconto minuzioso, intimo e plateale della storia di Alekos Panagulis, l’uomo che attentò alla vita di Papadopulos, “Il tiranno” nel novembre 1968 e fallì. Dopo una condanna a morte non eseguita, cinque anni di reclusione tra evasioni, bravate, sfide e resistenze inesauribili, Panagulis viene graziato con sua somma indignazione e, uscito dal carcere, incontra Oriana Fallaci, colei che sarà la sua compagna, l’unica compagna possibile per la sua lotta senza tempo e senza quartiere. Testardo, istrionico, astuto, intelligente, un autentico Don Chisciotte, Panagulis non smetterà mai di lottare per la libertà scontrandosi con il mondo intero, anche con quel popolo in nome del quale si spenderà ogni giorno. E proprio questa lotta lo condurrà ad una profonda solitudine e ad una morte annunciata e prorogata per troppo tempo, eppure giunta troppo presto a portarsi via un uomo dal coraggio infinito. Spregiudicato, folle, temerario, Panagulis è un uomo in eterna lotta con gli altri, con l’autorità, il sistema, la corruzione, ma anche con se stesso, troppo spesso vittima delle sue idee, delle sue convinzioni portate allo stremo, del suo egoismo che in più di un’occasione gli allontanerà chi gli vuol bene. Il libro dal titolo “Un uomo” nel quale la Fallaci racconta la sua storia di eroe che non cede è una sua consegna: fu lui a chiederle in più occasioni di scriverlo dopo la sua morte perché ciò che gli era accaduto e ciò per cui aveva lottato non venisse dimenticato. E’ scritto in una forma particolare, non come una biografia fredda ed asettica, ma come un memoriale in forma di lettera, come dimostra la seconda persona singolare (l’autrice scrivendo si rivolge ad Alekos). Una lettera-memoriale, dunque, scritta in forma circolare: il racconto si apre e si chiude con la scena agghiacciante del funerale di Panagulis, con la folla granitica che scandisce quel “Tzi, tzi tzi” (vive, vive, vive), proprio quella folla che mentre era in vita lo aveva ignorato e non lo aveva capito abbandonandolo al suo destino. Un libro impegnativo e crudo, che a tratti trasuda rabbia, amarezza, senso di colpa. Un libro che cattura dalla prima pagina e che tiene incollati alla vicenda, perfettamente comprensibile, nella sua forza anche da chi non conosce la storia greca di quegli anni.

Un romanzo contro le ideologie vuote, contro la rassegnazione, contro la cecità di chi vede solo ciò che gli mostra l’interesse e di chi non vede neppure ciò che è sotto il suo naso perché vedere, parlare, raccontare, schierarsi è troppo difficile. Una lettura consigliata a tutti perché non si muore solo lottando, ma anche standosene fermi ai margini nascondendo la testa sotto la sabbia dell’indifferenza.

 

 

 

Opera recensita: “Un uomo” di Oriana Fallaci

Editore: Bur, prima ed. 1979

Genere: biografia-narrativa italiana-romanzo storico

Ambientazione: Grecia 1968-1976

Pagine: 645 (ed. 2014)

Prezzo: 13,00 € (ed. 2014)

Consigliato: sì.

 

mercoledì 31 maggio 2017

RECENSIONE: DARIO FO - LA FIGLIA DEL PAPA


Sinossi:

Figlia di un papa, tre volte moglie (un marito assassinato), un figlio illegittimo… tutto in soli 39 anni, in pieno Rinascimento. Una vita incredibile,

da raccontare. Ci hanno provato scrittori, filosofi, storici. Di recente sono state dedicate a Lucrezia serie televisive di successo in Italia e all’estero.

Ora, eccezionalmente, il premio Nobel Dario Fo, staccandosi da ricostruzioni scandalistiche o puramente storiche, ci rivela in un romanzo tutta l’umanità

di Lucrezia liberandola dal cliché di donna dissoluta e incestuosa e calandola nel contesto storico di allora e nella vita quotidiana. Ecco il fascino

delle corti rinascimentali con il papa Alessandro VI, il più corrotto dei pontefici, il diabolico fratello Cesare, e poi i mariti di Lucrezia, cacciati,

uccisi, umiliati, e i suoi amanti, primo fra tutti Pietro Bembo, con il quale condivideva l’amore per l’arte e, in particolare, per la poesia e il teatro.

Tutti pedine dei giochi del potere, il più spietato. Una vera accademia del nepotismo e dell’osceno, tra festini e orge. Come oggi. Perché il romanzo della

famiglia dei Borgia è soprattutto la maschera del nostro tempo che, visto attraverso il filtro di quel periodo, ci appare ancora più desolante e corrotto.

 

Commento:

Scrivere la biografia di un importante e controverso personaggio storico e renderla interessante, comprensibile, a dirittura appetibile a chi di storia sa poco o niente non è un compito facile, soprattutto se il personaggio in questione ha condotto una vita tutt’altro che piatta.

A mio modesto parere, in questa biografia romanzata di Lucrezia Borgia, Dario Fo ci è ampiamente riuscito: ci ha raccontato, infatti, le vicissitudini di una donna costantemente chiacchierata ed osteggiata, figlia di un Papa nell’Italia del Cinquecento, e lo ha fatto in modo sobrio ed equilibrato, senza scadere nella retorica o nel sensazionalismo.

Lucrezia Borgia esce da queste pagine come una bambina, una ragazza, una donna forte, volitiva, una letterata amante della bellezza, della poesia, della pittura. E’ una donna indipendente troppe volte costretta a sottostare agli intrighi e alle macchinazioni della sua famiglia, i tanto chiacchierati Borgia, primi fra tutti il fratello Cesare ed il padre Rodrigo, nonché Papa Alessandro VI. Lucrezia per anni è stata usata per accordi ed alleanze di potere, offerta in moglie al partito più conveniente al momento, privata dell’amore perché non più utile alla famiglia. E lei e solo lei paga per le atrocità commesse da altri, portando il peso delle bugie, dell’isolamento, della sottomissione. Ma questo non la ferma, lei va avanti per la sua strada, decisa e forte qualunque sia l’obiettivo da raggiungere. E’ questa l’immagine che viene fuori da questo libro, scritto da Dario Fo con una prosa equilibrata, chiara ed incisiva. Fo non esita ad adattare il registro linguistico alle esigenze del testo, rendendo le pagine scorrevoli e piacevoli alla lettura.

Il risultato è una breve ma completa storia di Lucrezia e del contesto in cui è vissuta, piacevole e godibile da leggere. Una lettura consigliata, dunque, a chiunque voglia saperne di più su questa figura controversa e su un periodo della storia d’Italia di cui si parla e si sa troppo poco.

 

Opera recensita: “La figlia del Papa” di Dario Fo

Editore: Chiarelettere, 2014

Genere: biografia

Ambientazione: Italia rinascimentale

Pagine: 190

Prezzo: 13,90 €

Consigliato: sì.