simposio lettori copertina

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martedì 31 maggio 2016

GEISHA=ARTISTA! 4 LIBRI A CONFRONTO!


Attenzione attenzione! Il post di oggi è atipico: non è una recensione, ma piuttosto un “articolo”, un insieme di riflessioni personali su quattro libri che trattano lo stesso argomento in modi diversi.

Premessa: amo l’Oriente… mi affascina e mi inquieta allo stesso tempo, perché è l’incontro di tante culture, alcune profondamente diverse dalle nostre. Adoro leggere libri ambientati in India, Cina, Afganistan ecc. Ma c’è un Paese, in particolare, che mi attrae con tutto il suo fascino: è il Giappone. Un aspetto particolare della cultura e della società giapponese che mi ha sempre affascinato è la figura delle Geishe, queste donne tanto belle quanto misteriose, delle quali si sa tutto e niente. Su di loro si sono dette tante cose, alcune vere, altre assurdamente false ed offensive… perciò ho deciso di documentarmi leggendo quanti più libri possibile sull’argomento.

Tutto è cominciato quando, pochi anni fa, ho visto il meraviglioso film “Memorie di una Geisha” che al momento è uno dei miei preferiti in assoluto. Visto che il film mi era tanto piaciuto ho deciso di leggere il libro da cui è tratto… stesso risultato! Romanzo stupendo, storia raccontata con vibrante passione ed ardore. Peccato che, per quanto bello, il libro in realtà contenga delle inesattezze… inoltre è stato scritto da un americano che, talvolta, non riesce a staccarsi dal modo occidentale di vedere determinate cose. Queste sono state le principali critiche mosse al romanzo di Arthur Golden e, da quel che ho letto, la prima a discostarsi dal libro è stata proprio la ex Geiko che è stata la fonte di Golden, Mineko Iwasaki che ha a sua volta scritto un suo libro. Spinta dalla curiosità ho letto anche questo, si intitola “storia proibita di una Geisha” ed è proprio l’autobiografia di Mineko Iwasaki. Differenze tra i due libri? Memorie di una geisha è un romanzo ed è affascinante per la trama (a volte distante dalla realtà) e per l’approccio, appunto, romanzato, con cui la storia viene raccontata. Storia proibita di una geisha, invece, non è un romanzo, ma piuttosto un saggio in forma di autobiografia, pertanto ha richiami storici e culturali più puntuali e precisi. Senza contare che si tratta di una storia vera raccontata in prima persona dalla protagonista.

Una storia vera è anche quella raccontata in “la virtù femminile” della monaca giapponese Harumi Setouchi che, in forma di romanzo, racconta la storia lunga e travagliata della sua vita. La Geisha Tami, bella, sensuale, ammirata da uomini e donne, ha il coraggio di seguire i propri desideri, di uscire dal sistema per seguire l’amore, fino alla sconvolgente decisione di ritirarsi, ancora giovane, in un tempio diventando monaca e ponendo fine ai turbamenti del corpo. Potremmo dire che questo libro è una via di mezzo tra i primi due: racconta la realtà del mondo del fiore e del salice con l’ardente sensualità che si può trovare solo in un romanzo.

L’ultimo libro che ho letto è stato, invece, “Diario di una maiko”, che porta la firma dell’italiana Miriam Bendia. Si tratta del diario di Sotori, una quindicenne dei giorni nostri (il racconto è ambientato tra il 2005 e il 2007) che decide di diventare una Geisha e racconta in queste pagine l’inizio del suo apprendistato come Maiko, le incertezze, i sacrifici, le perplessità che stanno dietro alla decisione di diventare Geisha… perché, come sembra volerci dire Sotori, non è tutto oro quel che luccica. Diventare Geisha vuol dire fare sacrifici, sottostare a regole ferree, ore ed ore di lezioni e preparativi interminabili, non cedere alla stanchezza, non lasciarsi abbattere da nulla, nascondere i propri desideri e le proprie emozioni dietro una maschera bianca.

Potremmo dire che con questi libri è possibile fare un excursus temporale della cultura e della società giapponese dagli inizi del Novecento ad oggi: “La virtù femminile” infatti abbraccia il periodo dal 1912 agli anni 90; “Memorie di una Geisha” narra il periodo pre e post seconda guerra mondiale; “Storia proibita di una Geisha” invece è ambientato negli anni 50 e 60 (Mineko è nata nel 1949) mentre “Diario di una Maiko” è ambientato tra il 2005 e il 2007.

Veniamo ora alle mie considerazioni personali: quelli che ho apprezzato di più sono stati, indubbiamente, i due romanzi perché, sebbene presentino qualche “licenza letteraria” sono molto coinvolgenti e trasmettono quel patos che fa entrare il lettore dentro quel mondo, dentro le case da thè, le case di Geisha, per le strade di Kioto o di Osaka, nonché nella stessa mente e nel cuore delle protagoniste.

“Storia proibita di una geisha”, invece, mi è risultato più indigesto, ma solo perché Mineko proprio non riesce a starmi simpatica: è arrogante, presuntuosa, riservata ed altera e questo non ha nulla a che vedere con il fatto di essere Geisha, era così da quand’era piccola! Ma, badate bene,  queste sono solo idee personali che mi sono venute leggendo. Tuttavia il libro ha il pregio di spiegare e chiarire molti aspetti tecnici sul mondo delle Geiko che nei romanzi sono a volte inesatti o travisati. Lo stesso merito deve darsi a “Diario di una Maiko” che, tuttavia, è il libro che mi ha convinto meno. Perché? Innanzitutto perché sì, è un diario nel quale Sotori raccoglie le sue sensazioni, ma si capisce subito che è stato scritto per essere letto dal pubblico. Quale ragazza, infatti, riporterebbe nel suo diario personale alcune digressioni sul teatro o sulle diverse danze tradizionali degne di una guida turistica?

E poi non so… mi sembra più impreciso ed incompiuto, specie sul sistema interno delle Geishe e delle Maiko, aspetto che è trattato meglio in altri libri. Tuttavia quest’ultimo libro fornisce una chiusura temporale sui cambiamenti del sistema nei nostri giorni, molto meno rigido e chiuso rispetto al passato, e chiarisce definitivamente alcuni dubbi, come ad esempio quello sul discussissimo Misuage, ossia la vendita della verginità della Maiko al miglior offerente, che sancirà poi il suo passaggio da Maiko a Geisha. Non vi dico di più altrimenti non leggete il libro.

Ciò che, però, posso dire in linea generale è che Geisha vuol dire artista, la parola è formata da Gei=arte e Sha=donna… donna d’arte. Perché la Geisha non va ASSOLUTAMENTE MAI confusa con la prostituta? Perché la seconda vende il suo corpo, la prima il suo TALENTO ARTISTICO e per questo ci vuole tanta, ma tanta preparazione e anni di sacrificio!

Ora, tornando ai libri… io vi ho detto la mia… a voi la scelta… io, fossi in voi, li leggerei tutti e quattro!

domenica 29 maggio 2016

RECENSIONE: SIMONETTA AGNELLO HORNBY - LA MENNULARA


Sinossi:

Roccacolomba. Sicilia. 23 settembre 1963. È morta la Mennulara, al secolo Maria Rosalia Inzerillo, domestica della famiglia Alfallipe, del cui patrimonio è stata da sempre – e senza mai venir meno al ruolo subalterno – oculata amministratrice. Tutti ne parlano perché si favoleggia sulla ricchezza che avrebbe accumulato, forse favorita dalle relazioni con la mafia locale. Tutti ne parlano perché sanno e non sanno, perché c’è chi la odia e la maledice e chi la ricorda con gratitudine. Senza di lei Orazio Alfallipe, uomo sensuale e colto, avrebbe dissipato proprietà e rendite. Senza di lei Adriana Alfallipe, una volta morto il marito, sarebbe rimasta sola in un palazzo immenso. Senza di lei i figli di Orazio e Adriana, Lilla, Carmela e Gianni, sarebbero cresciuti senza un futuro.
Eppure i tre fratelli, tornati nel deserto palazzo di famiglia, credono di avere tutti dei buoni motivi per sentirsi illusi e beffati dalla donna, apparentemente rozza e ignorante, che ora ha lasciato loro uno strano testamento. Voci, testimonianze e memorie fanno emergere un affresco che è insieme uno straordinario ritratto di donna e un ebbro teatro mediterraneo di misteri e passioni, di deliri sensuali e colori dell’aria, di personaggi e di visioni memorabili. Un grande romanzo. Una grande storia siciliana.

 

Eccomi qua, scusate l'assenza! Oggi vi parlo di un libro di cui ho letto giudizi molto contrastanti: c’è chi lo ritiene meraviglioso e chi invece lo vede solo come un’imitazione dei grandi autori siciliani che hanno descritto l’essenza della Sicilia nelle loro opere.
Sto parlando de “la mennulara”, il romanzo corale di Simonetta Agnello Hornby uscito per Feltrinelli nel 2002. E’ la prima opera di questa scrittrice con cui mi confronto e devo dire che il suo stile narrativo mi è piaciuto; lo stesso non vale, però, per la trama.
Quindi fra le due fazioni mi schiererei nel mezzo. Ma cerchiamo di essere più chiari: la storia si sviluppa attorno alla morte di Maria Rosalia Inzerillo, anche conosciuta come la Mennulara o Mennù, come la chiamavano i pochi che la stimavano e provavano affetto e riconoscenza per lei.
Mennù era una donna forte, tenace, spigolosa, una vera “fimmina di panza”, come lei stessa si definiva. Il suo caratteraccio le aveva procurato molti nemici e molte invidie sia tra i suoi pari grado sia tra i signorotti del paese. Rocca Colomba è un piccolo borgo dell’entroterra siciliano, imperniato della cultura clientelare e a volte un po’ retrograda che accomuna la Sicilia a tutti i paesini del Sud negli anni 60, una cultura basata su rigide divisioni di classe, rispetto delle gerarchie, sottomissioni, occhi che guardano senza essere visti… ma la Mennulara andava oltre tutto questo, lei era parte del sistema, ma tendeva per natura a superarne le barriere: era una “criata” (serva) e sempre lo sarebbe rimasta, ma era anche intelligentissima e cosciente delle proprie doti di affarista e sapeva bene come metterle a frutto. Al momento della sua prematura dipartita tutto il paese discute di lei: c’è chi ne parla bene e chi male; c’è chi ne onora il ricordo e chi non perde occasione per rifarsi del suo caratteraccio. E dietro a tutto questo c’è l’ombra onnipresente della mafia che tutto vede e tutto sa. E poi ci sono gli Alfallipe, i suoi padroni, da lei serviti con devozione ed abnegazione, simbolo di stoltezza, alterigia ed ingordigia… L’astuzia della mennulara li porterà allo sfinimento e perderanno molto, ma solo per colpa loro.
Il libro è sicuramente ben scritto, con una prosa fluida e lineare, ma la trama lascia un po’ troppo a desiderare: si suscita tanto interesse per la figura enigmatica di Mennù, ma poi alla fine il tutto si riduce a qualcosa che si poteva capire già dalle prime pagine. Anche la scelta di non delineare con esattezza i personaggi per lasciarli solo intuire al lettore mi sembra azzeccata: la figura centrale è la mennulara, tutti gli altri sono di contorno, come se fossero suoi satelliti. Se abbinata ad una trama più completa, avvincente e plausibile, questa storia potrebbe essere perfetta, eppure le manca quel collante che faccia chiudere il cerchio senza sforzo, manca quel colpo di scena o quel finale a sorpresa che avrebbe dato un tocco in più alla storia ripagandoci dell’attesa. Per capirci, la Hornby suscita la nostra curiosità in ogni pagina, ma poi non la soddisfa e si finisce per restare delusi. Non mi sento, tuttavia, di non consigliare la lettura di questo libro, perché la figura di Mennù è molto significativa e comunque il quadro rappresenta benissimo uno spaccato socio-culturale della Sicilia e dell’Italia meridionale negli anni del dopoguerra.
Quindi, in definitiva, direi che lo consiglio, ma senza troppe aspettative.

 

Opera recensita: “la mennulara” di Simonetta Agnello Hornby

Editore: Feltrinelli, 2002

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Sicilia, anni 60

Pagine: 209

Consigliato: sì/no.

 

 

giovedì 26 maggio 2016

RECENSIONE: CORBAN ADDISON - L'ALTRA METà DEL SOLE


Sinossi:

Dall'altra parte del sole, forse, può esserci un mondo diverso. Ahalya, diciassette anni e due occhi nocciola profondi e luminosi, ci crede fermamente, anche se la vita le ha portato via tutto: uno tsunami si è abbattuto sul suo villaggio, nel sud dell'India, distruggendole la casa, la famiglia e il futuro, lasciando orfane lei e la sorellina Sita. Forse è proprio la piccola Sita, così innocente e spaventata, a dare ad Ahalya la forza di resistere, anche adesso che le due ragazzine si trovano a Mumbai,… prigioniere in un bordello. Ogni sera, Ahalya racconta alla bimba una favola: una delle mille storie che, in un tempo ormai lontano, la nonna sussurrava loro per farle addormentare, e che parlano di fi ori, magia e spiriti buoni. Finché un giorno, tornando come ogni sera nella loro stanza spoglia, Ahalya non trova più traccia della sorella...
Non c'è nulla di così impossibile da non poterlo almeno sognare. È per questo che Thomas Clarke, avvocato, ha scelto di lavorare nel campo della difesa dei diritti umani. Sarà un ingenuo, forse, eppure non ha mai smesso di credere in una cosa soltanto: la giustizia. Così, dopo che il suo studio legale lo ha licenziato senza tante spiegazioni, Thomas parte per l'India, per unirsi a un team internazionale di avvocati che, come lui, vogliono rendere il mondo un posto più bello. O almeno provarci. E quando Thomas incontra Ahalya, bellissima nonostante la tristezza negli occhi, e ascolta la sua storia, decide di mettersi in cerca della sorellina scomparsa. Ingaggiando una battaglia che si rivelerà molto più grande di lui. E che solo un vero sognatore può combattere fi no alla fi ne. L'altra metà del sole è una storia epica e potente, scritta con passione e bravura da un giovane avvocato americano, e diventata subito un caso suscitando l'ammirazione di John Grisham, che per la prima volta ha accettato di promuovere un autore esordiente.

 

Quando possiamo dire che un libro ci piace? Quando ci coinvolge, quando provoca una scossa dentro di noi, quando ci trasmette qualcosa di forte. Per questi motivi dico che “l’altra metà del sole”, romanzo d’esordio dello scrittore americano Corban Addison, mi è piaciuto, o meglio, è entrato nella top 10 dei miei libri preferiti: alla fine della lettura il mio mondo interiore aveva subito una scossa, si era come allargato.

Il tema, trattato con incredibile bravura, tatto e competenza dall’autore, è poco esplorato: si parla della tratta delle minorenni che spesso vengono usate come prostitute nei bordelli più malfamati, oggetti sessuali di insospettabili pervertiti, anche attraverso la diffusione del loro corpo in rete, a miliaia di chilometri di distanza.

Poche righe sopra ho detto che dopo aver letto questo libro il mio mondo si è allargato, sì, è vero, perché mi si è aperta di fronte una finestra di squallore, degrado e depravazione di portata enorme che conoscevo poco. Ma mentre leggevo di Sita e di sua sorella mi si è stretto il cuore. Il solo immaginare che le umiliazioni subite dalle due ragazze siano reali e che proprio in questo momento qualcuno potrebbe essere costretto a subirle fa male; ed il fatto che chi cerca di fare qualcosa per salvare queste anime sventurate venga ostacolato in tutti i modi possibili fa venire rabbia, frustrazione e tristezza. E tutto questo è assolutamente reale, succede a due passi dalla nostra bella società moderna.

Leggete questo libro, vi aprirà un mondo e vi affezionerete ai suoi protagonisti. Corban Addison poi è davvero bravo, scrive bene e trasmette tutta la drammaticità e la forza del difficile argomento trattato; peraltro si occupa personalmente, come avvocato, di difesa dei diritti umani, quindi sa bene di cosa parla e questo traspare dalle pagine del libro. Suo è un altro bellissimo romanzo, “i fiori di sabbia”, ambientato in Africa, che pure vi consiglio caldamente. E non vedo l’ora di leggere il suo prossimo libro, non ancora uscito in Italia, ma pubblicato in America qualche mese fa con il titolo “the tears of dark water”: sarà sicuramente un'altra emozione!

 

Opera recensita: “l’altra metà del sole” di Corban Addison

Editore: Sperling & Cupfer, 2012

Genere: narrativa internazionale

Ambientazione: India, Francia, America

Pagine: 396

Consigliato: decisamente sì

Consigli correlati:

Libri: “i fiori di sabbia” di Corban Addison.

 

mercoledì 25 maggio 2016

RECENSIONE: JEFFERY DEAVER - LO SCHELETRO CHE BALLA


Sinossi:

Ex detective dalla mente raffinatissima ma costretto su una sedia a rotelle, Lincoln Rhyme sta inseguendo un ingegnoso serial killer capace di trasformarsi con abilità camaleontica a mano a mano che uccide le sue vittime. Una sola di esse è vissuta abbastanza a lungo per offrire un indizio agli inquirenti: il tatuaggio dipinto sul braccio dell'assassino, che mostra uno scheletro nell'atto di ballare con una donna di fronte a una bara. Rhyme ha soltanto quarantott'ore prima che il diabolico criminale colpisca di nuovo, ma almeno può contare ancora sulla bella Amelia, l'instancabile poliziotta che sostituisce le sue braccia e le sue gambe inferme.


 Eccomi qui a parlarvi del secondo libro della serie di indagini con protagonista Lincoln Rhyme, l’istrionico criminalista tetraplegico che abbiamo già incontrato ne “il collezionista di ossa”. Questo secondo thriller è simile al precedente, ma un po’ più lento e tecnico: oltre a renderci edotti su ogni tipo di prova ed attrezzatura scientifica usata da Rhyme e dalla sua equipe, Deaver qui si sofferma spesso e per lungo tempo sul mondo dell’aviazione. Lunghe e dettagliate sono le descrizioni dei voli, degli aerei, delle loro parti meccaniche e reazioni chimiche. Questo estremo tecnicismo può risultare, a volte, un po’ pesante e portare ad un calo dell’attenzione del lettore che in alcuni punti del libro viene distratto dall’azione del killer e dalle indagini per molto tempo. Anche il personaggio del killer, dello scheletro che balla, è trattato in modo un po’ troppo sommario, forse per colpa del colpo di scena che darà una svolta netta più o meno a tre quarti del libro. L’idea del diversivo, del cambio repentino del punto di attenzione, è riuscitissima sul piano tattico, della trama, ma purtroppo ha come contraccolpo la la troppa poca cura nel delineare la psicologia del killer.
Per il resto la struttura è grossomodo quella del primo romanzo, con gli stessi personaggi principali ai quali ci siamo ormai affezionati. Ed è proprio questa la parte, a mio parere, pregevole del libro: il fatto che sia più lento rispetto al collezionista di ossa ci permette di analizzare più a fondo la già tracciata psicologia di ognuno dei personaggi che in questo romanzo subiscono un’evoluzione ed un assestamento. In particolare Rhyme ed Amelia Sachs, la sua preziosa aiutante ed amica, stanno consolidando il loro rapporto che fatica a trovare una dimensione chiara fino alla fine del libro. Amelia è brillante, intelligentissima e molto, molto valida ed è testarda quasi quanto Rhyme: è per questo che i due hanno un’intesa così perfetta sul lavoro ed anche gli stessi problemi di autostima nella vita privata. Ma alla fine, parlando e chiarendosi si può trovare un’intesa anche sul piano personale, se solo si trova il coraggio di superare le proprie incertezze e le proprie paure.
Nel complesso direi che anche questo libro ha superato la prova e Lincoln e Amelia mi sono, ormai, sempre più cari!

 

Opera recensita: “Lo scheletro che balla” di Jeffery Deaver

Editore: Sonzogno, 1999

Genere: thriller
Ambientazione: New York
Pagine: 413

Consigliato: sì

lunedì 23 maggio 2016

RECENSIONE: MARIAPIA VELADIANO - LA VITA ACCANTO


Sinossi:

Rebecca è nata irreparabilmente brutta. Sua madre l'ha rifiutata dopo il parto, suo padre è un inetto. A prendersi cura di lei, la zia Erminia, il cui affetto però nasconde qualcosa di terribile, e la tata Maddalena, affettuosa e piangente. Ma Rebecca ha mani bellissime e talento per il piano. Grazie all'anziana signora De Lellis, Rebecca recupera un rapporto con la complessa figura della madre, scoprendo i meccanismi perversi della sua famiglia. E nella musica trova un suo modo singolare di riscatto, una vita forse possibile. La Veladiano racconta senza sconti l'ipocrisia, l'intolleranza, la crudeltà della natura, la prevaricazione degli uomini sulle donne, l'incapacità di accettare e di accettarsi, la potenza delle passioni e del talento.

 

Il libro di cui vi parlo oggi è bello, ma difficile. Questa è una storia che non piace, una storia che non si vorrebbe ascoltare… proprio come gli abitanti di Vicenza non vorrebbero vedere Rebecca. E non solo i cittadini comuni, ma anche la famiglia, i compagni di scuola e i loro genitori non vogliono guardare in faccia la dura, durissima realtà con cui Rebecca convive. Perché lei è nata con “la tara”, è nata brutta, bruttissima! Sin dalla sua nascita la madre si è chiusa in se stessa, oppressa dal senso di colpa e dall’impotenza di fare qualunque cosa per quella figlia deforme, persino di darle l’amore di cui ha bisogno. Rebecca è costretta ad uscire quando tutta la città si ritira in casa, è costretta a subire le angherie dei compagni di scuola, si fanno riunioni segrete per impedirle di frequentarla quella scuola, al pari di tutti gli altri bambini.
Ma Rebecca ha degli alleati: la tata Maddalena, saggia e devota, che la adora e la protegge;Lucilla, la sua unica amica che sin dal primo giorno di scuola le apre il suo mondo, la sua casa ed il suo cuore; e poi la maestra Albertina che combatte strenuamente perché questa bambina venga trattata come gli altri; e il premuroso ed elegante maestro De Lellis che la indottrina verso quell’arte che le salverà la vita. Ma il più grande alleato di Rebecca sono le sue mani, mani magiche, in grado di scivolare sui tasti di un pianoforte eseguendo, sperimentando, creando e soprattutto suonando il grande dolore che Rebecca ha nel cuore.
Un romanzo forte, diretto e struggente dove Maria Pia Veladiano ci racconta quanto può far male l’incomunicabilità: Rebecca non comunica con la famiglia e con la scuola; sua madre non parla con nessuno, neanche con il marito, lasciandosi pian piano decadere del tutto; la signora De Lellis è creduta pazza perché si rifiuta di conformarsi all’immagine che il mondo vorrebbe di lei… Tutto questo è raccontato senza paura, senza pregiudizi e senza sconti, con uno stile diretto e spiazzante. Confesso che avevo cominciato a leggere questo libro più di un anno fa, ma avevo dovuto interrompere la lettura quasi subito: Rebecca mi respingeva, o forse ero io a mettere un muro tra lei e me, tra la sua storia e la mia… poi, un bel giorno di pochi mesi fa, ho deciso di riaprirlo ed ho abbattuto quel muro… e menomale che l’ho fatto!
Lettura difficile, ma consigliata!

 

Opera recensita: “La vita accanto” di MariaPia Veladiano

Editore: Einaudi, stile libero big, 2011

Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Vicenza
Pagine: 172

Consigliato: sì.

 

domenica 22 maggio 2016

RECENSIONE: GIUSEPPE AYALA - CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO

Sinossi:
Nell'estate del 1992 due esplosioni di enorme potenza annientarono la vita di tre magistrati - Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino - e di otto giovani che li scortavano. Fu un colpo terribile per l'Italia e per chi considerava i giudici del pool antimafia gli eroi di una stagione di straordinario successo nella lotta a Cosa nostra. A Giuseppe Ayala quelle esplosioni strapparono tre amici carissimi, lasciando lo struggente ricordo di dieci anni di vita insieme e un rabbioso, mai sopito rimpianto. Ora, a distanza da quei tragici eventi, Ayala ha deciso di raccontare la sua verità su Falcone e Borsellino, ricordandone il fondamentale contributo alla lotta alla mafia e le attualissime riflessioni sulla Sicilia, Cosa nostra, la giustizia e la politica, ma anche la loro travolgente ironia, la gioia di vivere, le passioni civili e private. La storia di quegli anni, delle vittorie e dei fallimenti, dell'impegno di pochi e delle speranze deluse di molti, riporta al centro dell'attenzione la tremenda capacità di sopravvivenza della Piovra, che si nutre dei silenzi, delle complicità, delle disattenzioni e delle colpe di una Sicilia e di un'Italia che non sono, forse, abbastanza cambiate da allora.

 

Alla vigilia del ventiquattresimo anniversario della strage di Capaci in cui persero la vita il Giudice Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta, vi presento questo libro-testimonianza scritto dal giudice Ayala, loro amico e collaboratore nel pool antimafia di Palermo. Non si tratta di una pubblicazione recentissima, il libro è uscito nel 2007 per Mondadori, ma penso che si tratti di una lettura imprescindibile per ciascuno di noi.

Nell’analizzare questo libro non mi sono chiesta se mi piacesse o meno, non potevo farlo. Perché? Perché si tratta di una testimonianza di vita vera e della vita vera non si può dire “mi piace” o “non mi piace”. Ma c’è di più: qui siamo di fronte alla storia d’Italia, alla storia della nostra società, del nostro tempo, narrata da chi l’ha vissuta sulla propria pelle.

Quella raccontata dal giudice Giuseppe Ayala è una vicenda che ha riguardato lui in prima persona, ma che tocca tutti noi da vicino; è la storia di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, dello stesso Ayala e di tanti altri cittadini onesti che hanno servito lo Stato italiano in prima linea, donando anni di duro lavoro perché noi tutti, non solo Palermo e la Sicilia, potessimo vivere in una società più pulita, non inquinata dal puzzo del marciume e della disonestà. A distanza di quasi vent’anni il giudice Ayala scrive queste memorie e le consegna a noi perché possiamo riflettere su ciò che è stato, imparare dai comportamenti errati e far sì che il sacrificio di tante vite non sia stato vano. Lo so, sembrano frasi fatte, retoriche, già sentite, ma non mi vengono in mente altre parole per descrivere ciò che mi hanno trasmesso queste pagine. Siamo abituati a sentir parlare di Falcone e Borsellino come di personaggi quasi mitologici, inarrivabili, lontani da noi. Ayala, invece, ci presenta degli esseri umani in grado di ridere, di apprezzare un buon Wisky e una bella nuotata e soprattutto di sdrammatizzare sempre, con una battuta, anche nei momenti più duri. Falcone, Borsellino e tutte le altre vittime della mafia non erano creature aliene, extraterrestri, ma cittadini come noi e il loro operato deve essere esempio e guida nelle nostre scelte quotidiane: l’abnegazione per il lavoro, il senso del dovere, la tenacia nel perseguire un obiettivo, la coerenza nelle scelte, la capacità di ingoiare i bocconi più amari… sono tutti valori che, con un po’ di buona volontà, tutti possiamo fare nostri ed applicare nella vita quotidiana.

In 210 pagine il giudice Ayala ci racconta uno spaccato significativo della Sicilia e dell’Italia del ventennio 1970-1990 e lo fa con la passione e la competenza di chi quegli anni li ha vissuti davvero a pieno; Ayala non si risparmia nel descrivere la situazione interna alla magistratura siciliana e nazionale, le invidie, i giochi di potere, le mille scorrettezze; si scaglia contro il CSM, lo Stato, la politica corrotta ed è appassionante leggere le sue analisi puntuali e precise.

Leggendo questo libro non può non tornarmi in mente un altro volume uscito un anno fa, “Noi, gli uomini di Falcone”, scritto dal capitano Angiolo Pellegrini, a capo della sezione anticrimine della polizia di Palermo proprio in quegli anni e mi viene voglia di rileggerlo per confrontare le analisi degli stessi avvenimenti alla luce di quanto ho appena letto di Ayala. Penso che entrambi i volumi, quello più tecnico di Pellegrini e questo più appassionato di Ayala, gettino una luce più chiara e terrena dei fatti accaduti a Palermo ed in Italia in quel lungo e triste periodo della nostra storia.

 

Opera recensita: “chi ha paura muore ogni giorno” di Giuseppe Ayala

Editore: Mondadori 2007

Genere: saggistica/biografia
Ambientazione: Sicilia
Pagine: 210

Consigliato: sì

Consigli correlati:

Libri: A. Pellegrini, “Noi, gli uomini di Falcone”.

 

venerdì 20 maggio 2016

RECENSIONE: VALERIO MIELI - DIECI INVERNI


Sinossi:

Camilla, diciottenne appena arrivata dal paese per studiare letteratura russa, nota tra la folla un ragazzo. Anche lui porta con sé una valigia, anche lui è appena arrivato. I due iniziano a guardarsi: lei è timida e finge di leggere un libro, Silvestro invece è sfacciato e nasconde la sua inesperienza dietro un’ingenua spavalderia. E quando il vaporetto attracca, decide di seguire Camilla per le calli nebbiose di un’isola della laguna. Così comincia un’avventura lunga dieci anni, che porterà i due ragazzi dalla Venezia quotidiana degli studenti fino alla straniante frenesia di Mosca, con i suoi teatri e le enormi strade trafficate. Camilla e Silvestro vivranno altre storie d’amore, si scriveranno, saranno coinquilini nella stessa casetta, ospiti a un matrimonio nella campagna russa e poi ancora passanti distratti nell’affollato mercato di Rialto. Saranno di volta in volta nemici, amici, conoscenti, innamorati, vicini o distanti. Dieci inverni è una storia d’amore, o meglio il prologo di una storia d’amore, raccontata a due voci: ogni inverno è una finestra aperta a curiosare nella vita di due persone che non si perdono mai del tutto e intanto crescono, segnate dal difficile e splendido ingresso nell’età adulta.

 

Qualche tempo fa, nel mio periodo universitario in cui ho visto molti film, mi è capitato di vederne uno intitolato “Dieci inverni”. Ricordo che era bello, mi piacque, ma mi resi conto che mi stavo perdendo qualcosa dato che non potevo leggere i sottotitoli delle conversazioni in russo. Scoprendo che il film era tratto da un libro pensai che forse quello sarebbe stato più agevole da capire e infatti è stato così.
Eccomi, dunque, a parlarvi di “dieci inverni”, romanzo di esordio dello scrittore Valerio Mieli che è anche regista dell’omonimo film. E’ un romanzo piacevole e scorrevole e nonostante copra un arco di tempo di dieci anni si legge in poche ore.
E’ la storia di Camilla e Silvestro, due ragazzi che, nel giorno del loro trasferimento a Venezia per l’università, si incontrano casualmente su un vaporetto e da quel momento non riusciranno a lasciarsi per i successivi dieci anni. In realtà detta così sembrerebbe la classica favola d’amore alla “e vissero tutti felici e contenti”, ma no. Camilla e Silvestro si incontrano, si inseguono, si evitano, si odiano e si consolano senza che tra loro ci sia mai nulla che farebbe pensare all’amore. O almeno non all’amore come comunemente lo immaginiamo… perché in effetti, a pensarci bene, il continuo evitarsi, fraintendersi, cercarsi inconsciamente, non riuscire a smettere di pensare all’altro seppur raramente,  non può forse essere ricondotto, in qualche modo, all’amore? I due protagonisti vivono le loro vite diverse, divisi tra Venezia e Mosca, vivono altre relazioni, hanno altri interessi, chi il teatro, chi le lumache, ma alla fine si incontrano inevitabilmente ogni inverno. E forse questa storia dà ragione a chi diceva che chi se ne va non lo fa mai per davvero a meno che non siamo noi a volerlo… Mi è piaciuto questo libro? Sì, anche se mi ha lasciato un retrogusto dolceamaro, proprio la stessa sensazione che mi aveva lasciato il film. Ve li consiglio entrambi, tanto più che il film ha un cast di tutto rispetto con Isabella Ragonese, Michele Riondino e il tema musicale principale di Vinicio Capossela.
E’ una lettura breve, ma che fa riflettere.

 

Opera recensita: “Dieci inverni” di Valerio Mieli

Editore: Rizzoli, 2009

Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Venezia, Russia
Pagine: 210

Consigliato: sì

Consigli correlati:

Film: dieci inverni, 2009, pluripremiato, con regia di Mieli, protagonisti Ragonese e Riondino

Consiglio musicale: Parla piano di Vinicio Capossela.