simposio lettori copertina

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domenica 17 ottobre 2021

RECENSIONE: ERRI DE LUCA - IN NOME DELLA MADRE

Sinossi:

L'adolescenza di Miriam/Maria smette da un'ora all'altra. Un annuncio le mette il figlio in grembo. Qui c'è la storia di una ragazza, operaia della divinità, narrata da lei stessa. L'amore smisurato di Giuseppe per la sposa promessa e consegnata a tutt'altro. Miriam/Maria, ebrea di Galilea, travolge ogni costume e legge. Esaurirà il suo compito partorendo da sola in una stalla. Ha taciuto. Qui narra la gravidanza avventurosa, la fede del suo uomo, il viaggio e la perfetta schiusa del suo grembo. La storia resta misteriosa e sacra, ma con le corde vocali di una madre incudine, fabbrica di scintille. L'enorme mistero della maternità. Una lettura della storia di Maria che restituisce alla madre di Gesù la meravigliosa semplicità di una femminilità coraggiosa, la grazia umana di un destino che la comprende e la supera. De Luca al vertice della sua sapienza narrativa.

 

Commento:

Un giorno di marzo, in un paesino della Galilea, il vento di maestrale porta la voce e la figura di un uomo dinanzi a una giovane donna, vergine, promessa ad un uomo che ama e che sposerà a settembre. Si tratta di un messaggero, lei non lo sa ancora ma è un angelo che, col vento, ha portato un seme che germoglia già nel suo ventre senza opera d'uomo. La vergine si chiama Miriam, è bella, si sente piena, calma e leggera e con dignità confessa l'accaduto al suo fidanzato: il misterioso visitatore le ha detto "Tu sei benedetta fra tutte le donne". Josef, il suo futuro sposo, potrebbe rompere la promessa, ma non vuole farlo: le crede e, per salvarla, progetta menzogne. Un angelo, in sogno, gli indicherà la strada e, mettendosi contro la legge e fronteggiando la gogna della sua comunità, sposerà Maria come stabilito, benché lei sia incinta di un figlio non suo. Un colpo di vento in un giorno di marzo cambierà le loro vite e quelle dell'intera umanità. La storia di Maria, giovane vergine di Nazaret che diede i natali a Gesù Cristo è qui raccontata con grande semplicità. Erri De Luca rivisita la vicenda, dall'Annunciazione alla notte fatidica nella grotta di Betlemme, partendo dalle fonti evangeliche e narrando una storia nota con parole nuove, piene di bellezza, voluttà, sentimento, a riprova che, se ben dosate, sacralità e sensualità possono convivere, parti vive della stessa storia, della stessa donna, dello stesso embrione di famiglia. "In nome della madre" è un romanzo breve, brevissimo, dalla lettura agevole, che fa venir voglia di rileggere l'intera Bibbia, se fosse raccontata allo stesso modo. Una narrazione che restituisce al lettore un'immagine fresca e al contempo sacra di Maria che rivive in queste pagine in tutto il suo fulgore.

 

 

Opera recensita: "In nome della Madre" di Erri De Luca

Editore: Feltrinelli, 2006

Genere: religione, romanzo breve, narrativa italiana

Ambientazione: Israele

Pagine: 79

Prezzo: 7,50 €

    Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

      

venerdì 23 luglio 2021

RECENSIONE: ANNA BAILEY - CHI HA PECCATO

    Sinossi:

È notte fonda quando Emma lascia la sua migliore amica Abigail alla festa alle Tall Bones, il ritrovo nel bosco in cui si danno appuntamento gli adolescenti della cittadina di Whistling Ridge, in Colorado. È l’anno del diploma ed Emma è convinta, come la maggior parte delle ragazze della sua età, che la loro vita sia solo all’inizio. Invece entro la fine della settimana il volto di Abigail sorriderà dai volantini attaccati ai pali del telefono e alla bacheca della chiesa, oscillando nella brezza delle Montagne Rocciose. Samuel Blake, il padre di Abi, perlustrerà il bosco con la polizia urlando invano il nome della figlia. Suo fratello Noah strofinerà via le macchie di fango dai jeans fino a scorticarsi le mani ed Emma nasconderà sotto il letto l’acqua ossigenata con cui avrebbe dovuto tingere i capelli dell’amica. Dolly, la madre di Abi, riuscirà solo a fissare la grande croce sul muro di casa, fumando una sigaretta dopo l’altra, terrorizzata all’idea che sia già troppo tardi per fermare la catena di eventi che si è innescata. Tutti hanno dei segreti a Whistling Ridge. Tutti hanno peccato, come tuona ogni domenica dal pulpito il pastore Lewis. Ma cosa è successo ad Abi? Chi è il vero colpevole? Può succedere di tutto in questa polveriera di rabbia e risentimento, basta solo una scintilla: la verità su quella maledetta notte alle Tall Bones. Con un ritmo fulminante e una sapiente costruzione della suspense, Anna Bailey porta a galla le dinamiche di certe piccole e claustrofobiche città di provincia, dove ogni tipo di diversità è bandito. E capitolo dopo capitolo, inchioda il lettore in un gioco micidiale di sospetti e bugie, fino all’ultima pagina.

 

Commento:

E se vi dicessi che ho realizzato che questo libro era un thriller solamente quando l'ho letto fra le etichette di Ibs? E se vi dicessi che la cosa mi ha così favorevolmente colpita da far acquistare ulteriori punti alla storia che – per inciso – comunque non ne aveva bisogno? Ho letto Chi ha peccato a scatola chiusa, non conoscevo la trama, l'ambientazione, l'autrice, nulla… mi ha incuriosito il titolo. Una volta cominciato a leggere non mi sono più fermata: è una storia tragica e appassionante che mi ha sorpresa. In primis mi ha colpito il fatto di non sapere quando la trama fosse collocata nel tempo: il libro è del 2021, ma la storia potrebbe essersi svolta oggi come decenni fa… ovviamente è uno stratagemma più che voluto, a parer mio, e leggendo capirete bene quale messaggio voleva dare l'autrice. Poi ho apprezzato quel senso realistico e disturbante di claustrofobia, di torbido, di colpa che si respira in tanti romanzi ambientati nella provincia – in una delle province del mondo – in cui l'anonimato non esiste e si è sempre pronti a ficcare il naso nelle storie segrete degli altri piuttosto che guardare il proprio orticello o, ancora meglio, fare qualcosa per aiutare chi è in difficoltà. Inutile dire che i giudizi, le arringhe, le invettive la fanno da padrone ed attecchiscono fertili e rigogliosi i semi dell'odio e dell'intolleranza che, quando una ragazzina scompare, sono quindi acuiti esponenzialmente ogni ora che passa senza ritrovarla. Logico, dunque, che un piccolo paesino di provincia possa diventare l'anticamera dell'inferno, specie se il padre della ragazza scomparsa non è noto per la sua mitezza e pazienza. Chi non ha peccato scagli la prima pietra… ah, se qualcuno pensasse ai propri peccati invece di giudicare senza attenuanti quelli altrui! Ah, se qualcuno, vedendo una famiglia in difficoltà, avesse fatto qualcosa per fermare la sua lenta ma inesorabile distruzione… Ah, quante cose si possono dire a posteriori e quanto poco contano i "se". Chi ha peccato è un libro importante, un po' thriller un po' romanzo di formazione, che fa riflettere sull'importanza di non giudicare, di non odiare gli altri, è un libro che va letto anche se a tratti disturba, è un libro intenso scritto da una giovane scrittrice esordiente che dimostra tuttavia una bravura insospettata e gradita. Una buona lettura… per tutti, credenti e non.

 

Opera recensita: "Chi ha peccato" di Anna Bailey

Editore: Feltrinelli, 2021

Genere: thriller

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 352

Prezzo: 19,00 €

    Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

mercoledì 9 dicembre 2020

RECENSIONE: EDGAR ALLAN POE - I DELITTI DELLA RUE MORGUE

Sinossi:

“Parigi, Rue Morgue, fine dell’Ottocento. Sono due gli efferati omicidi perpetrati in un appartamento al quarto piano di un vecchio edificio fatiscente. L’anziana Madame L’Espanaye viene trovata nel cortile interno, orribilmente mutilata e sgozzata. Sua figlia Camille, è stata prima strangolata e quindi nascosta nel luogo più insensato di tutti: la cappa del camino. Due omicidi compiuti in un appartamento situato a un’altezza inaccessibile, sprangato dall’interno, senza il benché minimo segno d’intrusione violenta. Attorno alla sinistra scena del crimine, una ridda di testimonianze contraddittorie riguardo a grida distorte e una voce stridula che si esprime in un linguaggio ignoto. Nella completa incapacità degli investigatori di abbozzare sia pure una semplice ipotesi, il prefetto di polizia non ha scelta se non far entrare in scena Auguste Dupin, ironico e iconoclasta investigatore del logicamente possibile, ma soprattutto dell’apparentemente impossibile. E Dupin, esaminando indizi trascurati da tutti, non tarda a rendersi conto che nessun uomo al mondo sarebbe stato in grado di compiere quel doppio, atroce crimine. La risposta, al tempo stesso macabra e beffarda, si trova in fondo a un baratro a molti metri dal suolo, passando per il cavo di un parafulmine appeso nel vuoto, fino a una nave maltese rientrata da uno dei luoghi più remoti della terra. Perché quando la colpa scavalca l’umano, l’unica direzione nella quale guardare non può che essere l’inumano. Il genio gotico di Edgar Allan Poe riesce ancora una volta a trascinare e a coinvolgere, a stupire e ad affascinare. Rue Morgue è il prodigioso racconto che getta le radici assolute del murder mystery investigativo.” Alan D. Altieri. Tratto da “Racconti” pubblicato da Feltrinelli.

 

Commento:

I delitti della Rue Morgue è un racconto breve e la quarta di copertina è sufficientemente esaustiva, perciò passo direttamente a dirvi cosa ne penso. Ebbene, sono, senza esagerazione, impressionata. Impressionata, sì, e non dal racconto in sé, beninteso, ma dalla portata che esso ha avuto in quasi due secoli di letteratura. Mi lascia senza parole il fatto che un raccontino vagamente gotico, di sicuro grottesco se non beffardo, sia universalmente posto alla base del giallo classico o deduttivo. Un racconto apparentemente scritto per sfida, quasi che l'autore volesse burlarsi di un pubblico immaginario e indirettamente anche di noi, è quello che ha decretato ufficialmente l'inizio del genere giallo deduttivo. E c'è, qui, la deduzione: c'è un personaggio interessante – sebbene embrionale e poco approfondito – e capace di ragionamenti logici sottilissimi. Ho voluto leggere questo racconto perché sentivo di dover colmare questa lacuna, essendo io un'amante di tutto ciò che è narrativa thrilling, ma, sebbene non ne sia rimasta delusa, mi aspettavo molta più suspense, molti più misteri, molto più "teatro" come direbbe Camilleri. Invece no, il racconto più importante del giallo classico è una storia di una sessantina di pagine, di quelle che si raccontano la sera durante una cena o davanti a un buon Wisky. E questo lascia ammirati e straniti al contempo. Il racconto, ovviamente , è consigliato.

 

Opera recensita: "I delitti della Rue Morgue" di Edgar Allan Poe

Editore: Feltrinelli, Zoom, 2013; ed. originale 1841

Genere: racconto giallo

Ambientazione: Parigi

Pagine: 64 (versione ebook Zoom Feltrinelli)

Prezzo: 0,99 € (Versione ebook Zoom Feltrinelli)

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

lunedì 16 novembre 2020

RECENSIONE: ISABEL ALLENDE - DONNE DELL'ANIMA MIA

Sinossi:

Con leggerezza e ironia, Isabel Allende rievoca momenti del passato e indugia sul presente per raccontarci le ragioni del suo femminismo. L’autrice parte dalle origini, dalla sua infanzia e adolescenza passate nella cornice di una rigida struttura patriarcale. L’istinto di ribellione è una sorta di reazione naturale al maschilismo imperante che genera in lei l’attitudine che negli anni l’ha portata a schierarsi sempre con i deboli, gli emarginati e tutte le donne che ancora lottano per l’emancipazione. Isabel ci racconta le tappe del suo cammino, a partire dal raggiungimento dell’indipendenza economica, le relazioni tra sessi, la sua biografia sentimentale e professionale. E poi la terza età, ciò che significa per lei, donna pienamente liberata e convinta che i modelli imposti portino a una forma di pregiudizio contro la vecchiaia non dissimile dagli atteggiamenti sessisti e razzisti.

 

Commento:

Se volessimo trovare un sottotitolo a questo nuovo libro di Isabel Allende, potremmo senz'altro scrivere "Autobiografia ragionata e riflessioni sparse di una femminista ante litteram". Sarebbe, credo io, un'ottima sintesi delle pagine in cui l'autrice cilena si racconta, parla della sua infanzia, degli anni di lotta, della vecchiaia e dell'amore. Lo fa non semplicemente per parlare di sé, ma come pretesto per parlare, in modo concreto e ragionato, di femminismo. Ne parla lei che femminista lo è da prima che il femminismo attecchisse nella sua mente pronta, lei che è stata una femminista sin da bambina, una bambina ribelle, un maschiaccio, molto lontana dall'ideale di ragazza e di donna sottomessa, obbediente e discreta che ci si aspettava. Ma Isabel non parla solo di sé, assolutamente: parla di donne, di femministe che l'hanno ispirata, che ha conosciuto, a cui ha affiancato il suo impegno; parla (tanto) di sessualità, amore, accettazione, testardagine e un pizzico di follia che spinge ad osare, a dire di sì alla vita e poi si vedrà. Parla anche molto di amore e di amori, di uomini, del loro modo di vedere la donna, delle loro paure… cita dati, studi, statistiche… In queste pagine di vita reale che sembrano quasi un romanzo, Isabel dimostra la sua ben consolidata bravura di scrittrice, unisce in un perfetto equilibrio fatti personali ed analisi sociale, dimostrandosi un'analista acuta, attenta, consapevole del femminismo di ieri e di oggi e della società in cui esso si contestualizza. Un libro davvero gradevole che regala ottimi spunti letterari e di riflessione. Consigliato.

 

Opera recensita: "Donne dell'anima mia" di Isabel Allende

Editore: Feltrinelli, 2020

Genere: autobiografia, narrativa internazionale

Pagine: 176

Prezzo: 15,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

          

martedì 29 settembre 2020

RECENSIONE: GIANRICO CAROFIGLIO - DELLA GENTILEZZA E DEL CORAGGIO

     

Sinossi:

La parola più importante della nostra lingua è gentilezza. Che non c’entra nulla con le buone maniere, né con l’essere mite. L’uomo civile cui si riferiscono queste pagine non è l’eterno sconfitto, non rifiuta il conflitto. Lo accetta, invece, come parte inevitabile e proficua della complessità e della convivenza. Accetta il conflitto e lo pratica secondo regole, in una dimensione non distruttiva, umana. La gentilezza è una virtù necessaria a trasformare il mondo e a mettere in atto la giustizia. Per questo ha a che fare con il coraggio. Perché il coraggio è una dote del carattere ma anche dell’intelligenza. Consiste nella capacità di entrare in un rapporto razionale ed equilibrato con il pericolo e il rischio, gestendoli nei limiti in cui questo è possibile. In questo senso gentilezza e coraggio sono affini, hanno in comune innanzitutto la percezione dell’altro e della complessità del mondo. Quello su cui le vicende odierne ci portano a riflettere è che bisogna affrontare la vita accettandone l’ignoto, che si tratti di politica o di epidemie. Bisogna affrontare il rischio prendendo tutte le precauzioni sensate ma non quelle insensate, generate da un bisogno immaturo e pericoloso di governare l’ingovernabile, cioè l’incertezza. Non bisogna lasciare che la paura diventi una forza incontrollabile e distruttrice, ma trasformarla in uno strumento per cambiare le cose.

 

Commento:

A me Carofiglio piace, mi piace quando parla di giustizia, di quotidianità, di umanità. Mi piace come usa le parole, come ci gioca con perizia; mi piace la sottigliezza delle sue osservazioni e descrizioni. Però non tutte le opere di Carofiglio sono uguali, alcune sono memorabili, altre dimenticabili, altre… una via di mezzo. Questo breviario che in realtà è un saggio fa parte dell'ultima categoria: è molto interessante, ma altresì molto, ma molto pesante. In realtà credo che tutto stia nelle aspettative: mi aspettavo leggerezza, immediatezza, apertura, ho trovato un testo di studio, un manuale, un libro non immediato e – oserei dire – persino elitario. Carofiglio affronta qui temi importanti come la gentilezza, il coraggio, le manipolazioni, la comunicazione buona e quella fallace, le paure e le loro ripercussioni sociali sul piano del dibattito, politico e non solo. Lo ripeto, i concetti espressi sono molto interessanti, aiutano a riflettere, chiarire, scegliere, però prima di leggere questo libro bisogna sapere a coscosa aspettarsi, avere ben chiaro a cosa si va incontro. Nel sottotitolo si legge la parola "Breviario": ora, probabilmente sbagliando, io l'avevo associata ad un qualcosa di maneggevole, pratico, risolutivo, immediato, una lettura da tenere con sé, da riaprire saltuariamente e da consultare periodicamente. Non è così. Della gentilezza e del coraggio è un libro interessantissimo, purché si sappia che è un saggio dettagliato, accurato e ricco di citazioni dotte ed esemplificazioni efficaci, ma non immediate.

 

Opera recensita: "Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose" di Gianrico Carofiglio

Editore: Feltrinelli, 2020

Genere: saggio

Pagine: 128

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 7.    

domenica 16 agosto 2020

RECENSIONE: MANUEL RIVAS - LA LINGUA DELLE FARFALLE


Sinossi:
Quelle di Rivas sono storie sbalzate in un mondo perduto tra le nuvole. Eppure contengono un brivido di concretezza, affondano dolcemente spietate nei sentimenti, nelle incomprensioni e negli stupori, mischiando ossessioni ultramoderne e atavici dolori. Rivas è soprattutto autore di racconti e qui sono riuniti i migliori delle tre raccolte più conosciute, sotto il titolo di un testo che ha ispirato nel 1999 il film di José Luis Cuerda La lingua delle farfalle, vicenda imperniata sul rapporto tra uno scolaro e un anziano maestro rurale, tra le contraddizioni della Spagna allo scoppio della Guerra civile.

Commento:
Molti anni fa, quand'ero ancora al liceo, vidi un film in spagnolo che mi commosse profondamente e si impresse per sempre nella mia memoria. Quel film bellissimo, che consiglio a tutti, era La lengua de las mariposas di José Luis Cuerda con Fernando Fernàn Gomez. Quando, poche settimane fa, ho scoperto dell'esistenza di un libro dal titolo omonimo, La lingua delle farfalle, ho subito compreso che doveva esserci un nesso, e infatti è così: La lingua delle farfalle è il primo racconto di questa raccolta ed effettivamente ha ispirato il film di Cuerda. Il problema è, però, che si tratta di un solo racconto, immerso in tutti gli altri… che sono, da questo e fra loro, molto diversi. Tutti hanno a che fare con i sentimenti e le passioni umane che vengono qui affrontate con diversi gradi di tetragine, dalla tenerezza del racconto che dà il titolo alla raccolta, alla cupezza forse eccessiva di altre storie. Ciò Di alcuni racconti, quelli che poi ho effettivamente apprezzato, conservavo un ricordo vago, come se li avessi già letti in un tempo passato, ma altri mi hanno sorpresa e non in positivo: non che siano brutti, intendiamoci, ma ho trovato che i racconti fossero troppo diversi tra loro, in un climax ascendente di cupezza e surrealismo che, in definitiva, li separava l'uno dall'altro e non contribuiva a creare un unicum narrativo. Probabilmente ciò si deve alla scelta di compattare il meglio di tre precedenti raccolte di Rivas che probabilmente non si è rivelata propriamente felice, almeno a mio gusto. Perciò non mi sento di consigliare né di sconsigliare questa specifica raccolta: credo sia un gusto troppo soggettivo, troppo legato alla percezione e allo stato d'animo con cui ci si avvicina ai racconti. Resta il fatto che i primi, secondo me, sono bellissimi.

Opera recensita: "La lingua delle farfalle" di Manuel Rivas
Editore: Feltrinelli, 2005
Genere: raccolta di racconti
Ambientazione: Galizia
Pagine: 142
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 6,5.


venerdì 31 luglio 2020

RECENSIONE: ELVIRA DONES - VERGINE GIURATA


Sinossi:
Hana abbandona gli studi universitari che, piena di curiosità e di entusiasmo, aveva da poco iniziato all'Università di Tirana per tornare a vivere sulle montagne del Nord dell'Albania, nella casa dello zio che l'ha cresciuta dopo la morte dei genitori e che adesso è vedovo e malato. Un atto d'amore e di gratitudine che assume i tratti di uno spaventoso olocausto di sé quando Hana, che si rifiuta di accettare il matrimonio combinato che permetterebbe allo zio di morire in pace ma che costringerebbe lei a rinunciare alla propria indipendenza, pensa che l'unico modo per risolvere i suoi problemi sia diventare una vergine giurata: una di quelle donne, cioè, che a un certo punto della propria vita decidono di farsi uomini e di rinnegare la propria femminilità. Lo zio è fiero di lei, l'onore della famiglia è salvo e lui è finalmente libero di arrendersi alla malattia che lo divora. Nella cupa solitudine delle montagne si abbrutisce e si imbruttisce per sopravvivere alla fatica, al freddo, allo sconforto, finché la cugina Lila, emigrata tanti anni prima negli Stati Uniti, non riesce a convincerla a infrangere il giuramento per raggiungerla a Washington. Qui Hana riesce con grande sforzo - grazie al sostegno della cugina e della sua famiglia, ma soprattutto alla propria tenacia - a trovare la consapevolezza di sé e del suo corpo mortificato, e ad accettare l'amore di un uomo che la aiuta ad appropriarsi di una femminilità rinnegata.

Commento:
Ana è sempre stata una ragazza indipendente, amante dei libri, della cultura, del bello. Lo era anche nell'86, quando, dai monti del Nord dell'Albania, era giunta a Tirana per studiare, ma fu strappata a quell'ambiente corroborante dalla malattia di suo zio e dall'improvvisa morte della zia, gli unici parenti che le fossero rimasti al paese. Più si avvicina la morte dell'anziano e buono zio, però, più crescono i rischi per Ana: una donna sola è in pericolo, deve sposarsi, ha bisogno della tutela e della protezione dell'uomo, così, per fermare un destino che le strapperebbe inesorabilmente l'indipendenza, Ana compie un giuramento: diventa una vergine giurata, assume le sembianze, gli atteggiamenti, i pensieri di un uomo e da quel momento tutti lo tratteranno e lo rispetteranno come uomo. Il suo compito sarà curare gli interessi della famiglia, i beni, l'onore. Quattordici sono gli anni che Ana passa in quell'abbrutimento, negandosi di essere donna anche nel pensiero, ma giunge un momento in cui il suo corpo, il suo essere, la sua femminilità rinnegata reclamano attenzione. Così Ana infrange il giuramento e vola in America, dalla cugina Lila e dalla sua bella famiglia, per provare a tornare ad essere di nuovo una donna, per tornare ad essere di nuovo se stessa. Non sarà affatto facile.
Il tema chiave di questo interessante romanzo di Elvira Dones è proprio la femminilità negata, la dirompente sensualità, il bisogno fisico di essere se stesse, che si sia mogli, madri, adolescenti, studentesse, semplicemente donne. È questa libertà che manca di più ad Ana quando si era ritrovata a fare l'uomo; la libertà di essere donna, con aspirazioni, sogni, obiettivi, desideri, non solo braccia, corpo, schiava e succube di un uomo. Una libertà che, dopo aver provato a rinunciarvi, scoprirà di desiderare ardentemente e che lotterà per conquistare. Una lettura consigliata perché pone lo sguardo su tradizioni poco note, ma ancora vive, sulle vite di donne ancora oppresse, su condizioni femminili tanto diverse dalla nostra.


Opera recensita: "Vergine giurata" di Elvira Dones
Editore: Feltrinelli, 2007
Genere: narrativa
Ambientazione: Albania, Stati Uniti
Pagine: 204
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


sabato 18 luglio 2020

RECENSIONE: BANANA YOSHIMOTO - IL DOLCE DOMANI


Sinossi:
Sayoko e Yōichi hanno avuto un incidente, lei è rimasta gravemente ferita, lui invece non c'è più. La loro era una storia bellissima, in cui la scarsa volontà di impegnarsi era compensata da un amore profondo e libero, e senza di lui Sayoko si sente vuota, o forse, come le dice l'amico okinawano Shingaki, deve solo andarsi a riprendere il suo mabui. È proprio la ricerca del mabui, di una cosa che somiglia molto all'anima e che Sayoko non sa nemmeno se la rivuole per davvero, il tema centrale di un romanzo che, con profondità e delicatezza, racconta il dolore e la rinascita di chi è sopravvissuto alla morte di qualcuno che amava. Ambientato fra i templi e gli onsen di Kyoto, con riferimenti a Frankenstein e agli zombie, Il dolce domani, scritto dopo l'incidente di Fukushima, sembra suggerire la nostalgia per ciò che si è perduto come mezzo per superare il trauma di aver vissuto il disastro di Fukushima e le sue conseguenze.

Commento:
Ancora una volta, leggendo questo libro, non posso non rimanere stupita ed ammirata dalla capacità dei giapponesi di affrontare temi difficili e strazianti come la morte e la perdita con tanta levità. E per levità non si intende qui leggerezza, superficialità: tutt'altro. Nella vicenda raccontata in queste pagine Banana Yoshimoto evidenzia la centralità della morte, della perdita, del dolore, tutti sentimenti a cui non bisogna sottrarsi, che non bisogna sminuire o aggirare, ma che al contrario bisogna guardare in faccia. Fare i conti con ciò che si è perso, venire a patti col dolore, favorisce l'accettazione e, di conseguenza, la rinascita, il ritorno alla vita. Un ritorno alla vita che, qualunque cosa ci sia successa, è necessario. Così la giovane donna che ha perso il ragazzo ed il cui corpo non tornerà più come prima, non sarà più la stessa persona di prima dell'incidente. Eppure, rimanendo sulla terra, troverà la sua dimensione, il suo nuovo equilibrio, il suo nuovo modo di vivere. Dovrà farlo, si riapproprierà piano piano della sua vita.
La sensazione più forte che si prova leggendo è il conforto, la consolazione: queste pagine, con tutti i riferimenti soprannaturali, le atmosfere oniriche tipiche della letteratura giapponese e la mentalità tutta nipponica di approcciarsi alla vita, regalano benessere e pace. E viene da pensare che Banana Yoshimoto sia ben riuscita nel suo intento: questo libro è dedicato a tutte le persone che soffrono, in particolare a quelle che vissero il disastro di Fukushima nel 2011, ma a chiunque possa trovarne conforto, trarne giovamento. E sì, è proprio quello che si prova non solo nel finale, ma per tutta la durata del racconto.

Opera recensita: "Il dolce domani" di Banana Yoshimoto
Editore: Feltrinelli, 2020
Genere: narrativa giapponese
Ambientazione: Giappone
Pagine: 112
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 12 aprile 2020

RECENSIONE: JEANINE CUMMINS - IL SALE DELLA TERRA


Sinossi:
Dici Acapulco e pensi a spiagge di sabbia finissima, mare cristallino e palme accarezzate dalla brezza. Ma oggi la perla del Pacifico è molto diversa dall'immagine da cartolina usata per attirare i turisti. Il narcotraffico si è insinuato in città e gli omicidi sono all'ordine del giorno. Ad Acapulco vive Lydia, che si divide tra il lavoro in libreria e la famiglia costruita con il marito Sebastián, giornalista, e il figlioletto Luca, otto anni e un'intelligenza fuori dal comune. Quello che Lydia non si aspetta è che la sua esistenza venga sconvolta da un giorno all'altro, quando un commando di uomini armati irrompe alla festa di compleanno della nipote e stermina tutti i suoi cari. Nascosti in bagno, solo Lydia e Luca si salvano dalla carneficina, e per loro inizia una fuga estenuante. Rimanere in Messico equivale a morte certa, ma per non farsi rintracciare dal boss che ha ordinato il massacro bisogna evitare le strade più battute e i normali mezzi di trasporto. Così, a madre e figlio non resta altro da fare che prendere la via dei migranti: le centinaia di famiglie che ogni giorno fuggono dai paesi dell'America centrale, devastati dalle bande criminali, e attraversano il Messico nella speranza di raggiungere il confine con gli Stati Uniti. Questo significa anche salire sulla Bestia, il treno merci su cui i migranti si arrampicano al volo rischiando di finire stritolati. Mentre tentano di saltare a bordo, Lydia e Luca incontrano due sorelle, Soledad e Rebeca, scappate dall'Honduras, e i quattro iniziano a viaggiare insieme. Affronteranno la difficile traversata del deserto, conosceranno altri migranti, disposti ad aiutarli o pronti ad approfittarsi di loro, e cercheranno di conservare la propria umanità in un'esperienza che di umano ha ben poco. Ma è davvero possibile raggiungere il confine? I sicari li troveranno? E cosa ha scatenato la furia del boss che li vuole morti?

Commento:
Ho letto molte storie aventi come tema l'immigrazione, qualcuna anche sul tema appassionante dei cartelli della droga in Messico, due tematiche che mi appassionano particolarmente. Perciò non so se sia per questo motivo che ho trovato bellissimo questo romanzo, o perché davvero è ben scritto, ben congegnato, emozionante, straziante. Sta di fatto che a me è piaciuto molto e non riuscivo a staccarmi dalle oltre quattrocento pagine densissime di avvenimenti, dettagli, emozioni, storie.
Tutto comincia ad Acapulco, il giorno della festa  del quindicesimo compleanno di Jennifer, la nipote di Lydia, la protagonista. Tutta la famiglia è riunita in giardino quando tre sicari irrompono sparando a tutto ciò che trovano e poi si fermano ad orinare e banchettare col pollo allo spiedo preparato per i commensali che tanto non lo mangeranno mai. Lydia e suo figlio di otto anni, Luca, al momento della sparatoria si trovavano in bagno ed è stato solo questo, insieme al loro sangue freddo, a salvarli. Risultato della sparatoria: sedici persone morte, una famiglia sterminata e una condanna a morte per chi è rimasto: non è possibile, per Lydia e Luca, restare in Messico. Devono fuggire, far perdere le tracce, cercare di raggiungere gli Stati Uniti. Facile a dirsi, ma per una donna di cultura, non ricca ma comunque benestante, e un bambino di otto anni non è facile trasformarsi in migranti ed intraprendere un viaggio rischiosissimo, al limite della follia. Ma facciamo un passo indietro: cos'ha generato questa sparatoria, questa vendetta, questa mattanza? Sebastiàn, il marito di Lydia, è – o meglio, era – un giornalista specializzato in narcotraffico, un profondo conoscitore delle dinamiche dei cartelli, e si era occupato spesso ed approfonditamente del nuovo cartello dominante ad Acapulco, quello dei Jardineros, capeggiati da Javier Crespo Fuentes, un narco diverso dagli altri, uno illuminato, un gentleman. Il problema è che anche Lydia lo conosceva, Javier, ma conosceva una faccia diversa dello stesso uomo. Sta di fatto che, gentleman o no, Sebastiàn è stato l'ennesimo giornalista ucciso in Messico per mano dei cartelli, e con lui l'intera famiglia… per mano di un caro amico proprio di Lydia. E allora bisogna fuggire, bisogna salvarsi ad ogni costo, non pensare più a nient'altro che a sopravvivere senza farsi trovare, senza potersi fidare di nessuno, scegliendo sempre per quale morte rischiare. Sì, perché i cartelli non sono certo l'unico pericolo di quel viaggio disperato che porterà Lydia, Luca e tanti come loro dal Messico e dagli altri Paesi dell'America centrale fino al confine degli Stati Uniti: c'è la Polizia, c'è la Migra, ci sono i sicari, gli altri migranti – perché essere insieme nella sventura non significa per forza essere buoni d'animo – e poi c'è la Bestia. Non si può arrivare in treno al Nord, il trasporto passeggeri non c'è e non si possono usare mezzi rintracciabili, quindi a molti migrantes non resta che rischiare il tutto per tutto sui treni merci, salendo mentre sono in corsa, rischiando di essere risucchiati sotto le ruote, di cadere giù, di essere rapiti, sequestrati……. Un orrore indicibile. E per chi supera tutto questo, c'è da affrontare il deserto nelle mani di un portatore… sarà onesto? Nelle mani di chi ci si sta affidando?
Il sale della terra racconta tutto questo e molto altro: racconta le storie di uomini e donne che quest'odissea l'hanno affrontata davvero. Lo fa con personaggi di fantasia, è vero, ma il tutto è estremamente realistico, dettagliato, al punto da sembrare davvero reale… sì, perché solo i personaggi sono inventati, il resto, credetemi, esiste davvero. Pensateci, mentre lo leggerete. Perché dovreste proprio farlo.


Opera recensita: "Il sale della terra" di Jeanine Cummins
Editore: Feltrinelli, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Messico
Pagine: 416
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5
Colonna sonora sperimentata: Manu Chao.


lunedì 30 marzo 2020

RECENSIONE: ISABEL ALLENDE - LUNGO PETALO DI MARE


Sinossi:
1939. Alla fine della Guerra civile spagnola, il giovane medico Víctor Dalmau e un’amica di famiglia, la pianista Roser Bruguera, sono costretti, come altre migliaia di spagnoli, a scappare da Barcellona. Attraversati i Pirenei, a Bordeaux, fingendosi sposati, riescono a imbarcarsi a bordo del Winnipeg, il piroscafo preso a noleggio da Pablo Neruda per portare più di duemila profughi spagnoli in Cile – il “lungo petalo di mare e neve”, nelle parole dello stesso poeta –, in cerca di quella pace che non è stata concessa loro in patria. Lì hanno la fortuna di essere accolti con generosa benevolenza e riescono presto a integrarsi, a riprendere in mano le loro vite e a sentirsi parte del destino del paese, solo però fino al golpe che nel 1973 fa cadere il presidente Salvador Allende. E allora, ancora una volta, si ritroveranno in esilio, questa volta in Venezuela, ma, come scrive l’autrice, “se si vive abbastanza, i cerchi si chiudono”. La commovente storia di un uomo e una donna in fuga per sopravvivere agli sconvolgimenti della Storia del Ventesimo secolo.

Commento:
"Lungo petalo di mare e neve" è la definizione poetica che Pablo Neruda dà del Cile, il suo Paese. È proprio in questo lungo petalo di mare che, grazie a Neruda, circa duemila rifugiati spagnoli vengono accolti con generosità e benevolenza nel settembre del 1939. Sono profughi, fuggiti dalla Spagna neofranquista, dalla Francia che non li voleva, dall'Europa sull'orlo di un'altra terribile guerra. Sono operai, abituati al lavoro duro e alla povertà, ma sono anche artisti ed intellettuali che scuoteranno il Cile dandogli nuova linfa e nuova vitalità. Victor Dalmau e Roser Bruguera, i due protagonisti di questa storia, sono tra loro. È seguendo le loro vite che Isabel Allende ci conduce, come un vento di vita ed energia, attraverso gli anni della guerra, la difficile ripresa, l'avventura di Salvador Allende, il golpe di Pinochet, la repressione, la dittatura, un nuovo esilio stavolta in Venezuela, il ritorno in patria e la vecchiaia.
Lungo petalo di mare non è un libro sentimentale, ma forte è l'entusiasmo, la speranza, la voglia di farcela che si respira per tutta la durata della lettura, anche quando si descrivono momenti tragici e difficili da superare. È un libro che è, insieme, un grazie e un omaggio a Neruda, ad Allende, a Victor Dalmau che – con un altro nome – è esistito davvero, e a tutti coloro che in quegli anni bui non hanno smesso di sperare. È un invito anche affinché neppure noi, quali che siano le nostre difficoltà, non smettiamo mai di sperare perché, comunque vada, ci rialzeremo, uniti.

Opera recensita: "Lungo petalo di mare" di Isabel Allende
Editore: Feltrinelli, 2019
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Spagna-Cile-Venezuela
Pagine: 352
Prezzo: 19,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


martedì 3 settembre 2019

RECENSIONE: PAOLO RUMIZ - IL FILO INFINITO

Sinossi:
Che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula: ora et labora. Lo fecero nel momento peggiore, negli anni di violenza e anarchia che seguirono la caduta dell’Impero romano, quando le invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Ondate violente, spietate, pagane. Li cristianizzarono e li resero europei con la sola forza dell’esempio. Salvarono una cultura millenaria, rimisero in ordine un territorio devastato e in preda all’abbandono. Costruirono, con i monasteri, dei formidabili presidi di resistenza alla dissoluzione.
Sono i discepoli di Benedetto da Norcia, il santo protettore d’Europa. Paolo Rumiz li ha cercati nelle abbazie, dall’Atlantico fino alle sponde del Danubio. Luoghi più forti delle invasioni e delle guerre. Gli uomini che le abitano vivono secondo una Regola più che mai valida oggi, in un momento in cui i seminatori di zizzania cercano di fare a pezzi l’utopia dei padri: quelle nere tonache ci dicono che l’Europa è, prima di tutto, uno spazio millenario di migrazioni. Una terra “lavorata”, dove – a differenza dell’Asia o dell’Africa – è quasi impossibile distinguere fra l’opera della natura e quella dell’uomo. Una terra benedetta che sarebbe insensato blindare.
E da dove se non dall’Appennino, un mondo duro, abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto, poteva venire questa portentosa spinta alla ricostruzione dell’Europa? Quanto c’è ancora di autenticamente cristiano in un Occidente travolto dal materialismo? Sapremo risollevarci senza bisogno di altre guerre e catastrofi?
All’urgenza di questi interrogativi Rumiz cerca una risposta nei luoghi e tra le persone che continuano a tenere il filo dei valori perduti, in un viaggio che è prima di tutto una navigazione interiore.
“Cosa hanno fatto i monaci di Benedetto se non piantare presidi di preghiera e lavoro negli spazi più incolti d’Europa per poi tessere tra loro una salda rete di fili?”

Commento:
"Cosa hanno fatto i monaci di Benedetto se non piantare presidi di preghiera e lavoro negli spazi più incolti d’Europa per poi tessere tra loro una salda rete di fili?” E' da quest'assunto, iniziale e conclusivo, che lo scrittore e giornalista triestino Paolo Rumiz intraprende il suo viaggio alle radici d'Europa: è per ritrovare e ripercorrere questo filo infinito che ricerca l'autenticità di Benedetto da Norcia, Santo protettore d'Europa, nelle abbazie che seguono la sua regola. Tutto nasce da un viaggio, nell'aprile 2017, nei luoghi del terremoto, nell'Appennino a cavallo tra Lazio, Umbria e Marche. E' osservando la piana di Norcia e la statua del Santo, che Rumiz decide di partire, di capire quale può essere la soluzione contro la divisione, l'odio, la paura dell'altro. Come ha fatto l'Europa a mantenersi in vita passando indenne crisi peggiori di questa? Attraverso la preghiera e il lavoro continuo, fisico, reale, e attraverso rispetto, ascolto e condivisione che hanno indotto tutti ad aprirsi, a sentirsi parte di una comunità, di un micromondo nel mondo, quale è proprio un'abbazia.
Un libro affascinante e molto toccante, anche per chi non abbia una fede fervente. Un libro interessante e profondo che serva da monito all'Europa di oggi, con molti più problemi che in passato, ma tutta completamente divisa e individualista.


Opera recensita: "Il filo infinito" di Paolo Rumiz
Editore: Feltrinelli, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Europa
Pagine: 176
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.



venerdì 9 agosto 2019

RECENSIONE: PAOLO RUMIZ - MASCHERE PER UN MASSACRO


Sinossi:
Un reportage capace di svelare i veri meccanismi della guerra balcanica dietro i fraintendimenti e le mistificazioni. "La guerra mette a nudo la verità degli uomini e insieme la deforma. Ci sono tanti aspetti di questa verità; uno di essi è la cecità generale - cecità delle vittime, degli spettatori (i servizi d'informazione occidentale, oscillanti tra esasperazione, ignoranza o rimozione dell'orrore e fra cinismo e sentimentalismo) e della "grande politica", che nel libro di Rumiz fa una figura grottesca." (Claudio Magris). Con una nuova introduzione dell'autore.

Commento:
"A chi giova?". Quando si vuole davvero cercare di capire una guerra, forse la frase chiave è proprio questa, forse è questa la domanda da porsi. Paolo Rumiz, cercando di capire la guerra più assurda ed incomprensibile della storia, si chiede proprio questo. E diventa evidente, seguendo la sua analisi, che la guerra dei Balcani fu la prima e forse unica guerra a nascere dopo un accordo; è per questo che la si può definire senza tema di sbagliarsi, un imbroglio, una farsa a spese dei civili e della cultura. Eppure i segnali erano chiari da tempo, ma nessuno ha voluto vederli, né la gente comune che pure di guerre ne aveva viste tante, né l'Unione europea sempre troppo preoccupata del proprio feudo privato, non l'aveva capito la gente di montagna che poi fu usata come sobbillatrice, nessuno aveva voluto cogliere i segnali. Perché? Probabilmente perché “Il bene prevale numericamente sul male, ma non sa fiutare il pericolo”. Così la perfidia di pochi strateghi e la cecità di molti portarono ad uno dei conflitti più strani e meno chiari di tutto il Novecento. Maschere per un massacro non è una lettura facile, è un saggio/reportage, che si snoda con competenza e quasi nostalgia per ciò che è stato. Un libro ben scritto e un racconto autentico su un periodo buio della storia europea e mondiale.

sabato 15 giugno 2019

RECENSIONE: PINO CACUCCI - VIVA LA VIDA


Sinossi:
Si tratta di un monologo che mette in scena l'appassionata esistenza di Frida Kahlo "detta" dalla protagonista dal vertice estremo dei suoi giorni. Mentre corre verso la morte, Frida torna ai patimenti della sua reclusione forzata (ripetutamente ingessata e condannata all'immobilità), ai suoi lucidi deliri artistici di pittrice affamata di colore, alla sua relazione con Diego Rivera. In poche pagine c'è il Messico, c'è il risveglio dell'immaginazione, c'è la storia di una donna, c'è la rincorsa di una passione mai spenta per un uomo. La sintesi infuocata di un'esistenza.

Commento:
Breve ed intensissimo, questo è uno fra i più bei libri che abbia letto sulla vita di questa donna straordinaria. In un monologo-intervista immaginaria, Pino Cacucci riesce a sintetizzare la vita di Frida Kahlo, la sua relazione con Diego Rivera, l'incidente, il dolore, l'amore viscerale per la "vita assassina", il rapporto con la morte, quello con la malattia e la pittura. Riesce, al contempo, a trasmettere un ritratto vivo e pulsante di Frida, proprio come se fosse lei stessa a parlare di se stessa.
Viva la vida è un libro bellissimo che consiglierei a chi ha almeno una minima infarinatura su chi fosse Frida Kahlo e cosa sia stata la sua vita.

Opera recensita: "Viva la vida" di Pino Cacucci
Editore: Feltrinelli, 2010
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Messico
Pagine: 77
Prezzo: 7,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


sabato 26 gennaio 2019

RECENSIONE: AMOS OZ - UNA STORIA DI AMORE E DI TENEBRA


Sinossi:
Amore e tenebra sono due delle forze che agiscono in questo libro, un'autobiografia in forma di romanzo, un'opera letteraria che comprende le origini della famiglia di Oz, la storia della sua infanzia e giovinezza a Gerusalemme e poi nel kibbutz di Hulda, l'esistenza tragica dei suoi genitori, e una descrizione epica della Gerusalemme di quegli anni, di Tel Aviv che ne è il contrasto, della vita in kibbutz, negli anni trenta, quaranta e cinquanta. La narrazione si muove avanti e indietro nel tempo, ricostruendo in 120 anni di storia familiare una saga che vede protagonisti quattro generazioni di sognatori, uomini d'affari falliti e poeti egocentrici, riformatori del mondo, impenitenti donnaioli e pecore nere.

Commento:
Questa è, tecnicamente, un'autobiografia: racconta la vita di Amos Oz e la storia della sua famiglia. Definirla "autobiografia", però, sarebbe a dir poco riduttivo: Una storia d'amore e di tenebra è romanzo storico, saga familiare, saggio, ricettacolo di conoscenza e riflessioni profonde che da sole varrebbero le oltre seicento pagine di racconto. Un intero libro pieno di ricordi d'infanzia, memoria storica e familiare, racconto di una città – Gerusalemme -, di un popolo – quello ebreo -, splendente e pieno di contraddizioni. In queste pagine non troviamo solo l'Amos Oz bambino, figlio di genitori non ricchi ma traboccanti di cultura; troviamo qui la storia umana e sociale di un popolo che ha dovuto adattarsi e reinventarsi senza mai perdere la propria fierezza ed identità. E troviamo qui le radici di un conflitto, quello fra Israele e Palestina, fra ebrei ed arabi, nato una notte del 1947 – quando fu decisa la nascita dello stato ebraico – ed arrivato fino ad oggi con la sua scia di morti, insensatezze e incomprensioni.
Questo non è un libro facile perché non è lineare: ogni informazione va assemblata alle precedenti e tenuta da parte per un quadro complessivo che arriverà pian piano. Non è un libro che si fa leggere senza difficoltà, ma regala perle di rara bellezza e permette di capire qualcosa in più di una pagina triste e controversa della storia del Novecento, di questa terra promessa e da tanti conquistata, di popoli orgogliosi e gloriosi e di persone umili e grandi. Da leggere, nonostante la mole.

Opera recensita: "Una storia di amore e di tenebra" di Amos Oz
Editore: Feltrinelli, prima ed. 2003
Genere: autobiografia
Ambientazione: Israele
Pagine: 627
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


mercoledì 9 gennaio 2019

RECENSIONE: PAOLO RUMIZ - A PIEDI


Sinossi:
Un mattino di settembre presi il sacco e uscii di casa senza voltarmi indietro. La mia meta stava a sud, un sud così perfettamente astronomico che sarebbe bastata la bussola a raggiungerlo. Era la punta meridionale dell’Istria, un promontorio magnifico sui mari ruggenti di Bora, regina dei venti d’inverno, e di Maestrale, che è il più glorioso dei venti d’estate. Una scogliera talmente ideale che è stata battezzata ‘Capo Promontore’ (Premantura in lingua croata). Un luogo che tutti i lupi di mare sanno riconoscere traversando l’Adriatico.”
 Sette giorni per arrivare da Trieste a Promontore raccontati ai giovani lettori letteralmente passo dopo passo da un camminatore d’eccezione: Paolo Rumiz. Una narrazione che apre finestre su molti temi: le frontiere da attraversare, i confini che cambiano, la guerra dei Balcani, gli animali selvatici che si incontrano, l’orientamento con le stelle, le mappe.
Ma soprattutto una riflessione sull’importanza di camminare: esercizio che abbiamo dimenticato, sostituendo sempre più spesso i viaggi virtuali a quelli reali.
A piedi è una guida precisa da seguire, una lettura straordinaria che diventa occasione di approfondimento e un testo che può ispirare altri viaggi e altri itinerari.

Commento:
Qualche mese fa, leggendo "Appia", diario di un altro viaggio, ho imparato ad apprezzare i racconti di viaggio di Paolo Rumiz ed ho scoperto che mi piace il suo modo di descrivere, riflettere, intendere il viaggio. Così ho deciso di approfondire la conoscenza di quest'autore con questo "A piedi" che più che un diario di viaggio è proprio una guida al viaggio ed alla bellezza del camminare. "Il cammino ti pulisce", ci dice Rumiz riprendendo un detto di chi vive lungo il Camino di Santiago, e ce lo dimostra, Rumiz, questo detto: il viaggio, l'andare, fa svanire il magone, i brutti pensieri, le nuvole nere che ottundono la mente; camminare vuol dire ricominciare a guardarsi intorno, ascoltare il silenzio, parlare con gli sconosciuti che, alla fine della conversazione, non lo saranno più… è ritrovarsi e trovare la propria naturale dimensione nel mondo. Paolo Rumiz stavolta ci racconta tutto questo percorrendo le strade che dalla porta di casa sua a Trieste arrivano a Premontore, in Croazia. Un viaggio compiuto nell'arco di sette giorni, senza regole o obiettivi, ma solo obbedendo ai segnali del corpo ed alla voglia di andare. Lo consiglio e sicuramente leggerò altro di quest'autore.
  
Opera recensita: "A piedi" di Paolo Rumiz
Editore: Feltrinelli, 2012
Genere: narrativa di viaggio
Ambientazione: Istria (Trieste, Slovenia, Croazia)
Pagine: 128
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


lunedì 7 gennaio 2019

RECENSIONE: DANIEL GLATTAUER - LE HO MAI RACCONTATO DEL VENTO DEL NORD?


Sinossi:
Un'email all'indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla. Come in una favola moderna, dopo aver superato l'impaccio iniziale, tra Emmi Rothner - 34 anni, sposa e madre irreprensibile dei due figli del marito - e Leo Leike - psicolinguista reduce dall'ennesimo fallimento sentimentale - si instaura un'amicizia giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca, e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente, che rischia di travolgere entrambi. Romanzo d'amore epistolare dell'era Internet, "Le ho mai raccontato del vento del Nord" descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia non è, ma lo diventa virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà mai sopravvivere a un vero incontro?

Commento:
Emmi deve disdire l'abbonamento alla rivista locale Like. Manda una, due, tre mail ma l'abbonamento non viene disdetto. Le giunge in risposta, però, una mail da un certo Leo Leike che le fa capire di aver sempre sbagliato indirizzo. Da qui comincia questa corrispondenza digitale che dapprima è un piacevole passatempo, una scaramuccia per sorridere un po', poi diventa un'isola felice dalle preoccupazioni personali e familiari, poi diventa altro… fino a trasformarsi in un amore non più solo virtuale, ma mentale, emozionale, ossessivo e totalizzante. Emmi e Leo si sfiorano, ma non si incontrano realmente, eppure il loro legame sembra indistruttibile e destinato a durare. Ma Emmi è sposata e Leo esce da una relazione tormentata. Come potrà evolversi il loro rapporto così singolare? Il finale è più che mai incerto.
Più volte, mentre leggevo questo libro, mi sono chiesta: "Ma è possibile? Sarebbe possibile arrivare a questo punto?". Ho fatto fatica a darmi una risposta scevra dal coinvolgimento delle pagine, ma in fin dei conti sì, credo che si possa effettivamente arrivare ad un livello di coinvolgimento mentale verso una persona che non si è mai incontrata tale da portarci ad estraniarci da noi stessi e dal mondo intorno. Può una mail ricevuta per errore cambiarci la vita? Ognuno, a seconda del personale modo di sentire, si darà la risposta che crede… io ritengo di sì. Questa storia comincia con un piglio ironico, a tratti divertente, quasi comico; prosegue in una dimensione emozionale intensa, romantica, sensuale; termina, per quanto mi riguarda, con un senso di angoscia e di distruzione pregnanti. Non so dire se questo romanzo mi sia piaciuto, all'inizio sì, ma poi c'è stato qualcosa che ad un certo punto mi ha disturbato. Lo consiglio, comunque, perché permette di confrontarsi con una realtà plausibile, con una storia verosimile che un giorno potrebbe capitare a noi. Ho letto che esiste un seguito di questo libro… francamente, al momento, non so dire se lo leggerò.


Opera recensita: "Le ho mai raccontato del vento del Nord?" di Daniel Glattauer
Editore: Feltrinelli, 2010
Genere: romanzo epistolare
Ambientazione: non definita, presumibilmente Austria
Pagine: 192
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


venerdì 4 gennaio 2019

RECENSIONE: GIORGIO BASSANI - IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI


Sinossi:
Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come "Il giardino dei Finzi-Contini", un libro che è riuscito a unire emozioni private e storia pubblica, convogliandole verso un assoluto coinvolgimento narrativo. Un narratore senza nome ci guida fra i suoi ricordi d'infanzia, nei suoi primi incontri con i figli dei Finzi-Contini, Alberto e Micòl, suoi coetanei resi irraggiungibili da un profondo divario sociale. Ma le leggi razziali, che calano sull'Italia come un nubifragio improvviso, avvicinano i tre giovani rendendo i loro incontri, col crescere dell'età, sempre più frequenti. Teatro di questi incontri, spesso e volentieri, è il vasto, magnifico giardino di casa Finzi-Contini, un luogo che si imbeve di sogni, attese e delusioni. Il protagonista, giorno dopo giorno, si trova sempre più coinvolto in un sentimento di tenero, contrastato amore per Micòl. Ma ormai la storia sta precipitando e un destino infausto sembra aprirsi come un baratro sotto i piedi della famiglia Finzi-Contini.

Commento:
"Il giardino dei Finzi-Contini" è un classico della letteratura italiana e, al di là dei giudizi personali, se lo è i motivi ci saranno. Io credo che sia senza dubbio un libro da leggere perché affronta in un modo diverso ed oserei dire inedito le leggi raziali in Italia. In particolare, ciò che mi ha colpito nella storia è stato il continuo senso di non detto, di implicito che pervade ogni conversazione; anche quando si affronta il tema della politica e della situazione degli ebrei che sta rapidamente cambiando, quasi tutti sembrano minimizzare, non rendersi davvero conto di quanto sta accadendo. Tuttavia il punto centrale del romanzo rimane la storia dell'aristocratica e benestante famiglia ebrea dei Finzi-Contini, e in special modo dei figli Micol e Alberto, raccontata da un narratore senza nome, ebreo anche lui, molto legato alla famiglia. Le vicende dei protagonisti si intrecciano con la situazione globale ed il romanzo finisce per darci uno spaccato singolare e significativo della Ferrara e dell'Italia di quegli anni incerti.
Passando allo stile, dirò che, soprattutto all'inizio, ho fatto molta fatica ad appassionarmi alla storia, sempre per via di questo senso di tortuosità voluta, di non detto che apre al sospetto, oltre che per una difficoltà nella formulazione dei periodi, lunghi e spesso inframmezzati da discorso indiretto. Tutto, in questo libro, mi è parso coperto da uno schermo di vetro, "vedere ma non toccare", quasi a voler rendere più complicata la comprensione e la percezione della realtà. Soprattutto all'inizio, perciò, ho avvertito un forte senso di disagio durante la lettura e anche nel finale, sebbene ormai avessi le idee chiare sulla storia, mi è rimasto il dubbio su quale fosse il fine ultimo, il messaggio altro (se c'è) dell'autore. Ad ogni modomi sento comunque di consigliare la lettura di questo libro, per i motivi che ho esposto all'inizio: è un classico, un pezzo della nostra letteratura che dobbiamo conoscere. Vi sono pagine, come il dialogo finale tra il protagonista e il padre, che valgono da sole l'intera lettura.


Opera recensita: "Il giardino dei Finzi-Contini" di Giorgio Bassani
Editore: Feltrinelli, prima ed. 1962
Genere: classico, autobiografico
Ambientazione: Ferrara, 1929-1939
Pagine: 224
Prezzo: 9,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.


sabato 29 dicembre 2018

RECENSIONE: BANANA YOSHIMOTO - LE SORELLE DONGURI


Sinossi:
Guriko, rimasta orfana da ragazzina, nella solitudine della sua stanza gestisce, insieme alla sorella Donko, un sito di posta per persone in difficoltà che si chiama «Donguri shimai» (Le sorelle Donguri). Donko è tanto energica e indipendente quanto la sorella è solitaria e taciturna. Questo fino a quando il messaggio di una donna che lamenta la perdita del marito induce Guriko a ripensare a Mugi, il suo primo amore, incontrato ai tempi della scuola e poi sparito nel nulla. Segretamente cova da sempre il desiderio e la speranza di ritrovarlo, decide allora di interrompere la propria clausura e di andare a cercarlo. Banana Yoshimoto, attraverso la delicata voce narrante di Guriko, ci parla di temi quali la morte, il superamento del dolore, il potere salvifico della condivisione della sofferenza e del motivo del sogno che scioglie tensioni e problemi.

Commento:
Guriko, introversa e tormentata, ci racconta qui con estrema delicatezza la vita sua e di sua sorella Donko, così diversa da lei. Le due ragazze ne hanno passate tante: sono rimaste orfane in seguito ad un incidente automobilistico, hanno vissuto da diversi zii e poi dal nonno, si sono infine ritrovate sole ed hanno dovuto imparare a badare a se stesse. Ciò che le ha salvate è stato il legame fortissimo che le unisce da sempre, sin da quando sono stati decisi i loro nomi che, insieme, formano una parola per loro significativa.
Proprio questo legame così intenso le porta a comprendersi e ritrovarsi anche quando le loro vite sono sul punto di dividersi, anche quando l'amore e le scelte di vita sembrerebbero allontanarle. Ancora una volta, come in ogni tipico romanzo giapponese ed ancor di più in quelli della Yoshimoto, ritroviamo temi come il sogno, la morte, il legame fra consanguinei, tutto trattato con estrema naturalezza e delicatezza. Un buon libro che parla di come sia necessario accettare se stessi de il proprio passato, per meglio accettare gli altri e ciò che il destino ha in serbo per noi.

Opera recensita: "Le sorelle Donguri" di Banana Yoshimoto
Editore: Feltrinelli, 2018
Genere: narrativa giapponese
Ambientazione: Giappone
Pagine: 110
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5


martedì 4 dicembre 2018

RECENSIONE: GIOVANNI VERGA - STORIA DI UNA CAPINERA


Sinossi:
"Storia di una capinera" è il primo romanzo di Verga. Pubblicato nel 1871 e scritto due anni prima, tramite una forma epistolare dominata alla perfezione ci tuffa nel cuore pulsante di un'anima prigioniera. Maria, una ragazza costretta dal padre a chiudersi in convento in assenza di qualsiasi vocazione, trova il modo durante una fugace vacanza in campagna di intrattenere con l'amica Marianna una corrispondenza che diviene per lei l'unico modo di dar sfogo ai suoi molti turbamenti. Respirando finalmente un'aria non compressa all'interno delle mura del convento, Maria scopre l'esistenza di un mondo più ampio, più inebriante, più vivo. E, soprattutto, scopre l'esistenza e l'essenza dell'amore, un sentimento che, costretto a nuotare controcorrente, la sconvolgerà per sempre. Prefazione di Federico De Roberto.

Commento:
Maria ha quasi vent'anni, è chiusa in un convento da quando ne aveva sette e – abituata a vivere da sempre in quel luogo chiuso protettivo ma limitante - non conosce nulla delle cose del mondo. Così, quando a causa del colera che si diffonde a Catania, viene allontanata dal convento e trascorre alcuni mesi in campagna ha modo di gioire del rigoglio della natura, della libertà dell'aria aperta, del calore della famiglia e della piacevole amicizia dei vicini. Proprio fra questi si annida colui che per Maria sarà la causa di infinita gioia e di tremendo dolore: è Nino, il giovane figlio dei signori Valentini, che fa scoccare nel cuore dell'ingenua educanda la prima, dirompente scintilla dell'amore. Maria è scossa da questo sentimento, ne è sconvolta, completamente assorbita, ma quando l'amore le viene precluso con ogni mezzo il suo corpo e la sua mente si ribellano. Tornata in convento non ancora del tutto ristabilita viene presa per pazza e questo contribuirà in modo definitivo alla sua fine.
E' impressionante la capacità di Verga, bravissimo scrittore ma pur sempre un uomo, di calarsi nel sentire più profondo di una giovane donna e di rendercelo con pagine così vivide e piene di ardimento, impressione acuita poi dalla forma epistolare del romanzo che ne accresce il pathos e la tragicità. La vicenda ci viene, infatti, narrata sottoforma di racconto che la stessa Maria scrive per lettera all'amica e compagna Marianna; attraverso le sue stesse parole possiamo quindi cogliere tutto il crescendo della sua sofferenza. "Storia di una capinera" è un libro d'amore, ma è anche una denuncia sociale riguardo alla condizione della donna nell'Italia di fine Ottocento, obbligata dalle circostanze e dalla sorte avversa a chiudersi in convento senza neppure sapere se si avesse o meno la vocazione; impossibilitata a scegliere della sua vita, a vivere i propri sentimenti e le proprie inclinazioni. E' un romanzo breve, tristissimo, eppure semplicemente meraviglioso. Una lettura da fare assolutamente.



Opera recensita: "Storia di una capinera" di Giovanni Verga
Editore: Feltrinelli, prima ed. 1869
Genere: romanzo epistolare
Ambientazione: Sicilia, metà Ottocento
Pagine: 168
Prezzo: 8,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 10.


venerdì 30 novembre 2018

RECENSIONE: BANANA YOSHIMOTO - N. P.


Sinossi:
Sarao Takase, scrittore giapponese che ha vissuto a lungo in America, muore suicida lasciando due figli gemelli, il maschio Otohiko e la femmina Saki, e il manoscritto di un libro incompiuto dal titolo N.P. (che sta per 'North Point', il titolo di una vecchia canzone). Pubblicato con solo 97 dei 100 racconti previsti, il libro diventa un bestseller negli Stati Uniti. Una giovane giapponese, Kazami, viene in possesso del novantottesimo racconto, inedito, alla cui traduzione stava lavorando il suo amante, Shooji, anche lui morto suicida, e che narra la storia di una passione erotica tra padre e figlia. Kazami incontra i due gemelli e trova Otohiko coinvolto in una tormentata storia d'amore con Sui, che scoprirà essere non solo figlia illegittima dello scrittore suicida ma anche sua amante. Kazami viene risucchiata completamente nel loro mondo, il mondo di 'N.P.', per tutta un'estate, che è il tempo reale in cui si svolge la storia. Dopo alterne vicende, Kazami scopre anche l'esistenza del racconto n°99 in cui Takase rappresenta l'altra faccia della sua realtà, l'aspirazione verso la normalità e l'eterodossia. Ormai manca solo il racconto n°100. Ed è soltanto quando tutti i destini si sono compiuti e il cerchio si chiude che il libro apparirà scritto fino in fondo: N.P. di Banana Yoshimoto è il racconto n°100 che Takase non aveva fatto in tempo a scrivere...

Commento:
Man mano che mi addentro – a piccolissimi passi – nella conoscenza della letteratura e della narrativa giapponese, mi convinco sempre più che dietro la caratteristica levità e le atmosfere surreali e rarefatte che usano per scrivere, i giapponesi abbiano la capacità di accettare situazioni che a noi sembrerebbero quantomeno strane con molta più naturalezza e apertura mentale di noi. E probabilmente è questo che li porta ad aprirsi anche a dimensioni ulteriori, a trattare argomenti come la morte, l'occulto, il suicidio con tanta leggerezza, che non è superficialità, ma probabilmente ampiezza di vedute. "N. P." di Banana Yoshimoto, oltre ad essere uno dei libri di autori giapponesi che ho apprezzato di più, è proprio l'espressione di ciò che ho appena affermato. In questa vicenda di relazioni intricate eppure sorprendentemente chiare, temi come l'incesto, i rapporti tra consanguinei, la morte, la telepatia, l'omosessualità femminile, vengono affrontati con estrema naturalezza, come se l'autrice fosse giustamente convinta che le cose vanno chiamate col loro nome e affrontate per ciò che sono, ossia fatti che fanno parte dell'essere umano. E una volta accettato ciò che riguarda l'umano è chiaro che si può passare allo step successivo, l'ultraterreno, l'interconnessione tra persone, vite, tempi e scelte. E' difficile spiegare in modo sintetico ciò che accade fra i personaggi, fatto sta che Otohiko e Saki – i due figli legittimi di Takaze – Sui, la figlia illegittima e amante, Schoogi e Kazami, la voce narrante, si ritrovano invischiati in una storia torbida e in equilibrio pericolosamente instabile. E tutto grazie alla magistrale regia di Takaze, il padre scrittore morto, e del suo libro incompleto, "N.P." nel quale i ragazzi si trovano ad essere risucchiati e ad agire da protagonisti.
E' un libro particolare, ma sicuramente da leggere, è una storia onesta, senza sotterfugi narrativi o concessioni al lettore. Un buon libro, davvero.

Opera recensita: "N. P." di Banana Yoshimoto
Editore: Feltrinelli, 1999
Genere: narrativa giapponese
Ambientazione: Giappone
Pagine: 168
Prezzo: 7,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.