simposio lettori copertina

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mercoledì 12 febbraio 2020

RECENSIONE: ANDREA DONAERA - IO SONO LA BESTIA


Sinossi:
“Caldo di scirocco, tutto umido, i vestiti, la pelle, i mobili. Fine settembre, fa caldo come ad agosto, la casa piena di gente, in quella sala sono in
troppi. Mimì tocca la bara, ci trascina sopra un dito, il dito si bagna, tutto umido, pure la bara umida, la bara. Mimì la vorrebbe aprire, la bara, vedere
quel corpo che la riempie. Lui ne ha diritto, lui è suo padre, il padre del corpo che riempie la bara”
Mimì è folle di dolore: il figlio Michele, quindici anni, si è tolto la vita. Si dice che sia colpa di Nicole, la compagna di scuola, che ha rifiutato
ridendo il suo regalo, un quaderno di poesie. Mimì non è un padre come gli altri. È un boss della Sacra, e per quel gesto vuole vendetta: così prende Nicole
e la rinchiude in una casa sperduta nella campagna salentina. Il guardiano della casa, Veli, rivede in Nicole la ragazza che ama: Arianna, la figlia maggiore
di Mimì. Anche Arianna ama Veli. O forse lo amava, prima che la morte del fratello bruciasse tutto e tutti come un incendio. Tra Veli e Nicole fiorisce
un legame fatto di racconti e silenzi, ma anche di sfida e ferocia. In una narrazione a più voci, animata da una lingua che impasta prosa, poesia e musica,
Io sono la bestia racconta storie d’amore anomale, brutali, interrotte. Ma Andrea Donaera racconta soprattutto un destino di violenza scolpito nella pietra
del linguaggio, che esplode travolgendo l’innocenza di personaggi e luoghi.
Questo libro è per chi vorrebbe entrare in un libro, così da fermarsi in quelle pagine di mondo, per chi adora fare colazione con giornali, caffè e pasticciotti,
per chi ha fatto di una scopa una chitarra cantando Come as you are dei Nirvana, e per chi ricorda la prima volta che ha provato paura per qualcun altro,
la scossa profondissima che gli ha tolto le parole e squarciato il cuore.
Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie ed è cresciuto a Gallipoli. Nel 2019 ha pubblicato la raccolta Una Madonna che mai appare all’interno del XIV Quaderno
italiano di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Io sono la bestia è il suo primo romanzo.

Commento:
Quante volte abbiamo sentito parlare di organizzazioni mafiose, che si chiamino Cosa nostra, Camorra, Ndrangheta o Scu, ed abbiamo pensato che si potrebbero sconfiggere se solo lo si volesse davvero? Quante volte ne abbiamo parlato noi stessi credendo di conoscerle e sentendole, in realtà, lontane, avulse, straniere al nostro vivere quotidiano? Tante, troppe. Che siano troppe, che abbiamo solo parlato a vanvera, senza sapere davvero ciò che dicevamo, lo capiamo leggendo Io sono la bestia di Andrea Donaera: il perché eccovelo servito, perché Donaera ci mostra il lato umano – e per questo più barbaro, pericoloso ed ineluttabile – della Scu, quello inespiantabile, impossibile da sradicare, perché parte fisica degli individui che vi hanno a che fare, perché incastonato nella loro mente, scolpito nel loro DNA. Non sono solo parole, queste: provate, voi, a leggere la scena di apertura di questo libro, quella della veglia alla bara di Michele, il figlio di Mimì, e poi ditemi se non verrebbe anche a voi la voglia di sapere come sono andate le cose e, se non ci fossero le convenzioni sociali, anche a fare male a chi ne ha causato la morte. Ditemelo voi, in tutta coscienza, se voi in quella scena non vedete solo la rabbia e il dolore di un uomo, di un padre. La differenza, in questo caso, sta nel fatto che Mimì ce li ha i mezzi e gli uomini per fare del male, di più, lui il male sa come farlo, lo fa per lavoro da quand'era bambino, non esita a superare il limite del pensiero: lui comanda e agisce, perché lui a Gallipoli è il capo della Sacra Corona Unita. E così una ragazzina, Nicole, che non sapeva nemmeno che cosa fosse la Sacra, è costretta a fuggire da casa sua per evitare che la trovino e la uccidono. Perché? Solo perché, nella superficialità dell'adolescenza, ha rifiutato il regalo con dichiarazione di un coetaneo ridendogli in faccia. Il guaio era che quel coetaneo era Michele, il figlio quindicenne di Mimì, che quello stesso pomeriggio si è buttato giù dal balcone di casa, al settimo piano. Loro, però, la trovano Nicole… loro ti trovano sempre. E la ragazzina irriverente e sfrontata finisce rinchiusa con un carceriere d'eccezione, un'altra vittima, uno che ha fatto l'errore più grande di tutti… è Veli, un'anima gentile travestita a forza da bestia. Ma non è lui, qui, la bestia… e avremo modo di capirlo leggendo il libro. Cosa può provocare un dolore immenso in un soggetto già provato, con forti turbe psichiche e con il potere di decidere in un momento della vita o della morte altrui? Può provocare la follia.
Io sono la bestia è un libro crudo, duro, ma intriso di forza e di cuore. È una discesa all'inferno necessaria come necessario è, talvolta, il dolore. È scritto con un linguaggio peculiare perché intriso dell'anima di una terra e di una comunità, con tutti gli spigoli e le asprezze, ma anche l'amore e la musicalità che la contraddistinguono. Un libro da leggere, che consiglio senza riserve, da salentina innamorata della sua terra e di tutte le sue contraddizioni, ma anche da lettrice appassionata di storie forti, che lascino il segno.


Opera recensita: "Io sono la bestia" di Andrea Donaera
Editore: NN editore, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Gallipoli, Salento
Pagine: 240
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5.


mercoledì 18 dicembre 2019

RECENSIONE: FEDERICA ANGELI - A MANO DISARMATA


Sinossi:
Due spari nella notte, le finestre che si aprono e subito dopo un grido: «Tutti dentro, lo spettacolo è finito!» Siamo a Ostia, nel 2013, e tra gli abitanti di quei palazzi c’è anche Federica Angeli, cronista di nera per le pagine romane di «la Repubblica», che in quella periferia è nata e cresciuta. Da tempo si occupa dei clan locali e ha subìto gravi minacce. Sa quindi come è fatta la paura, ma crede che l’altra faccia della paura sia il coraggio. Se i vicini rientrano obbedienti al comando del boss, lei decide di denunciare ciò che ha visto. Dal giorno dopo la sua vita è stravolta: per la sua incolumità le è assegnata una scorta, eppure nessuna intimidazione fa vacillare la sua fede in un noi con cui condividere la lotta per la legalità. La storia giudiziaria di cui è protagonista fino alle più recenti sentenze ci parla di una possibile seppur faticosa vittoria, confermando che tutti insieme possiamo alzare la testa e cambiare in meglio. Federica Angeli ha ottenuto questa vittoria con l’unica arma che possiede, la penna, e in queste pagine ci racconta le tappe di una vera e propria sfida alla malavita, nel solco di un giornalismo nobile, illuminato di etica civile, che non compiace mai null’altro che la verità, con una coerenza a tratti severa. In un susseguirsi di colpi di scena, viviamo con lei le sue paure, a tratti la disperazione e i momenti di solitudine. La sua testimonianza puntuale, incalzante, senza respiro non dimentica mai la sua dimensione di donna, di madre e di moglie contesa alla serenità famigliare. Una serenità che, ispirata dalla Vita è bella di Benigni, Federica Angeli riesce magicamente a preservare, coinvolgendo i figli in un gioco alla guerra.

Commento:
Ho letteralmente divorato questo libro in un pomeriggio. In 384 pagine densissime di contenuti, lotta, vita, Federica Angeli condensa anni di impegno civile e sociale nella lotta alla mafia capitolina… sì, perché contrariamente a quanto volevano credere in molti, a Roma la mafia c'è, esiste, si sviluppa come ovunque, nel silenzio, all'ombra di uno Stato la cui assenza è troppo pesante, di una politica che distoglie lo sguardo e preferisce che ai bisogni dei cittadini pensino i mafiosi.
Erano anni che, da cronista che vive sul territorio, Federica Angeli si occupava dei clan lidensi, ma quando, quel giorno di maggio del 2013, va coi suoi cameramen ad intervistare il gestore di un locale, ritrovandosi davanti uno dei Boss del clan Spada, non immagina ancora in che inferno sta andando a cacciarsi. Non lo sa, ma lo intuisce quando, in quella prima conversazione, il Boss dimostra di conoscere lei e i suoi affetti più cari molto da vicino. Poteva desistere lì, Federica, invece no, lei si incaponisce, torna sul luogo, porta a termine l'inchiesta… e non sa che ancora questo non è niente. Perciò quando, nella notte tra il 16 e il 17 luglio 2013, dal balcone di casa sua assiste alla sparatoria avvenuta dall'altro lato della strada, lei che quei volti li conosce tutti perché ci vive in quella città, non ha dubbi, va a denunciare l'accaduto. E' solo una delle tante denunce che farà negli anni, ma è forse quella che più di tutte le cambierà la vita: dal mattino dopo, Federica è sotto scorta, su di lei si scatena un'ondata di minacce, fango, demolizione professionale e mediatica non indifferente: è entrata nel mirino dei clan e non ne uscirà facilmente. Ha inizio così un tempo infinito di limitazioni, privazione della propria libertà, indipendenza, gestione della quotidianità; di tensioni familiari, di coppia, con i figli. Ma Federica, nonostante il peso crescente, non tentenna, non molla, non ha mai dubbi: lo fa per i suoi figli, perché domani non debbano più vivere con l'ombra incombente della mafia nella loro strada, sotto casa, nel bar o nel ristorante dove vanno a mangiare. Lo fa per tutti noi, Federica, ma lo fa soprattutto affinché siamo noi a prendere in mano il coraggio, ad attivarci, a difendere il nostro territorio dalla corruzione, delinquenza, dai soprusi, dall'ingiustizia. E' una giornalista, Federica, ma è prima di tutto una cittadina normale, una donna, moglie, madre, figlia… come lo siamo tutti.
Leggere A mano disarmata è stato non solo interessante dal punto di vista culturale, ma soprattutto è stato per me un costringermi a chiedermi "cosa sto facendo io? Cosa posso fare? Perché mi rassegno e non mi ribello più davanti ai soprusi, alle ingiustizie?" Non saranno la mafia, ma vale comunque, sempre, la pena di non cedere, di non voltarsi dall'altra parte, di non abbassare la testa e piegare la schiena. Perciò grazie a Federica Angeli e alle persone come lei, perché con il loro impegno ci ricordano che tutti possiamo… dobbiamo fare qualcosa, per noi stessi, per chi amiamo, per la nostra società.

Opera recensita: "A mano disarmata" di Federica Angeli
Editore: Baldini & Castoldi, 2018
Genere: autobiografia, narrativa italiana, testimonianza
Ambientazione: Ostia, Roma, 2013-2018
Pagine: 384
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


giovedì 29 agosto 2019

RECENSIONE: LEONARDO PALMISANO - NESSUNO UCCIDE LA MORTE (MAZZACANI 02)


Sinossi:
È quasi Natale quando Elia Colucci, camorrista malato di Sla, sparisce mentre sta andando a incontrare in una valle della Calabria gli 'ndranghetisti, con cui deve discutere del futuro di Tamburi, il rione di Taranto di cui è a capo, l'unico rimasto fedele alle famiglie napoletane. Ad accompagnarlo il suo giovane fidanzato Matteo Maltempo che in Valle d'Itria gestisce un commercio illegale di alcolici sotto la copertura di una comunità spirituale. Dopo quell'incontro, di Colucci si perdono le tracce, mentre di Maltempo viene ritrovato il cadavere che porta i segni inequivocabili di una tortura violenta, quasi si fosse trattato di un omicidio rituale. Carlo Mazzacani è stato costretto a rimanere in Sardegna, lontano dal suo compare Luigi Mascione, ma alla notizia della scomparsa di Elia decide di tornare: Elia è un amico, quando il bandito è stato in pericolo lo ha sempre aiutato. Mentre camorristi e 'ndranghetisti cercano di spartirsi la Valle d'Itria e la procuratrice Buonamica collabora con la Pm di Catanzaro per venire a capo dell'assassinio di Maltempo, Mazzacani si mette alla ricerca di Elia, determinato a trovarlo prima dei suoi molti nemici e prima delle forze dell'ordine. Ma qualcosa in quello che scopre non lo convince, la chiave per risolvere questo caso è nascosta tra i trulli della comunità con cui faceva affari Maltempo e tra i segreti della sua guida spirituale, una misteriosa vecchia signora di nome Alina Desiati. Con «Nessuno uccide la morte» Leonardo Palmisano ci regala la seconda avventura del bandito più scorretto, più ricercato e più leale della letteratura italiana. Un thriller su amore e amicizia.

Commento:
L'ultima volta che l'avevamo incontrato, in estate, Carlo Mazzacani era in Sardegna, tra le braccia di Isabella Udda. E lì lo ritroviamo qualche mese dopo, in mano una bottiglia di vino rosso invece che bianco, inquieto ed annoiato, impossibilitato a lasciare l'isola per le restrizioni che gli ha posto la procuratrice Buonamica. Se vuole rimanere libero, Mazzacani deve restare lontano da Mascione, il Gigante, il suo socio, quindi non può tornare in Puglia. Ma davanti al richiamo dell'amicizia, per Mazzacani non c'è divieto che tenga: quando scopre che si sono perse le tracce di Elia Colucci, il suo amico fraterno a capo del clan che domina Taranto, Mazzacani torna in Puglia e si mette alla sua ricerca. Ma sono in tanti a cercare Colucci e quando viene ritrovato il cadavere trucidato del suo giovane compagno, Matteo Maltempo, gli interrogativi si fanno ingombranti. La situazione è instabile, la piazza è molto ambita, la faida tra napoletani e calabresi per il dominio su Taranto e sui traffici di droga sull'Adriatico è apertissima, le cosche locali sgomitano prepotentemente, gli equilibri sono instabili e polizia e procura devono muoversi in fretta. Ma a Carlo Mazzacani il potere non interessa, lui i Boss li ritiene infidi e ottusi, lui tiene solo alla libertà e agli amici. Non lo capiscono, l'agente Carlucci e la procuratrice Buonamica, che a lui interessa solo questo. Lo sa bene, invece, il Gigante, Luigi Mascione, che sarà al suo fianco in questa ricerca serrata e pericolosa. E sembra banale da dire, ma è bella questa saga che ha per protagonista un bandito, un indipendente, uno corretto tra gente che non si fa scrupoli a fare sgambetti, scavalcare, forzare, ingannare, uccidere per il potere. E' bella perché Leonardo Palmisano è riuscito nella difficile impresa di raccontare con lucido disincanto un mondo duro e implacabile, senza però tralasciare il territorio, i personaggi con le loro fragilità, i valori che guidano le loro scelte. E non si può non parteggiare, non legarsi – in qualche modo – a questa coppia di banditi leali e con un codice di valori personali che li identifica e che li distingue dagli altri. E pazienza se la parte dei "cattivi" - o quantomeno antipatici - la fanno i tutori dell'ordine e della legge.
Ha tanto da dire, Mazzacani, perciò non vedo l'ora di leggere ancora di lui, di Mascione, della mia Puglia e… perché no, anche della Buonamica che (mannaggia a iddhra) mi fa sempre venire voglia di dolce! 😊

Opera recensita: "Nessuno uccide la morte. Mazzacani sulle tracce di Colucci" di Leonardo Palmisano
Editore: Fandango, 2019
Genere: noir
Ambientazione: Puglia
Pagine: 286
Prezzo: 17,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


lunedì 26 agosto 2019

RECENSIONE: LEONARDO PALMISANO - TUTTO TORNA. LA PRIMA INDAGINE DEL BANDITO MAZZACANI


Sinossi:
Maria, l’adorata nipotina del boss di Sacra Corona Unita Nino De Guido, detto ‘Zi Nino, è stata rapita. Un solo uomo può ritrovarla, uno a cui non è rimasto niente da perdere perché ha già perso tutto, un fantasma. Mazzacani è un bandito, un cane sciolto, uno che non si è mai affiliato alla Sacra Corona, e per questo è stato punito. La sua banda è stata massacrata e lui è fuori dal giro.
Sulle tracce della bambina, c’è anche un losco commissario che tiene in scacco Mazzacani e che lo costringe a lavorare per lui come prezzo per la sua scomoda libertà. Ad affiancare Mazzacani nella sua ricerca, un membro della sua vecchia banda, il Gigante, e una giovane Pm che nella storia vuole vederci chiaro, a costo di scontrarsi con pezzi deviati della giustizia. La bambina è probabilmente finita nelle maglie del traffico pedopornografico. Durante la lunga ricerca, il bandito incrocia e scappa da pezzi interi della criminalità organizzata del sud Italia – la Sacra corona unita, la Camorra, la ‘Ndrangheta, la Mafia albanese e l’Anonima sequestri, incontra le cosche in guerra che si spartiscono il territorio con la connivenza dei politici e gli affari, soprattutto quelli legati alla legalizzazione della marijuana.
La prima indagine del bandito Mazzacani inaugura l’esordio alla narrativa di uno dei giornalisti d’inchiesta più talentuosi del paese. Leonardo Palmisano unisce le sue competenze di giornalista di cronaca giudiziaria e malavita con il piacere e il piglio del racconto d’azione. Un romanzo che guarda alla grande serialità televisiva americana, da Breaking bad a True detective, passando per le nostrane Montalbano e Suburra. Mazzacani non è un eroe, non è un giusto, e per questo riuscirà a portare il lettore dove nessun commissario lo ha mai portato prima.

Commento:
Noir cruento, giallo italiano, thriller ricco di suspense, possibile sceneggiatura per una serie Crime… non è facile classificare questo primo caso di Carlo Mazzacani, perché probabilmente va al di là di sottogeneri e sottocategorie. E per la verità anche parlare di "caso" forse in questo frangente è improprio: Carlo Mazzacani non è un tutore della legge, non è un magistrato, non è un "buono" nel senso universale del termine. Mazzacani è un bandito, un cane sciolto, uno che non ha mai voluto affiliarsi alla Sacra Corona Unita perché ama la libertà, vuole agire per proprio conto, si muove nei meandri, nella zona grigia tra cosche e Stato, tra la banda dei Santi e la DRAP – la procura antimafia di Puglia. E' qui che lo troviamo all'inizio del romanzo, tirato di nuovo in mezzo alla mischia  da colui che lo tiene in scacco, il corrottissimo commissario Curiale che ha bisogno di lui perché Mazzacani sa molte cose. Accanto a lui c'è il Gigante, Luigi Mascione, ex pugile socio del bandito: sarà a loro che si rivolgerà Zi Nino de Guido per ritrovare Maria, la sua nipotina rapita e sequestrata. Tra agguati e trappole, tra un bicchiere di bianco e un tiro al piattello, con le cosche nemiche e la procura alle calcagna, Mazzacani dovrà brigare molto per sapere dove si trova la ragazzina e anche qualora la trovi… beh, nulla è detto e mai niente e nessuno è ciò che sembra. Un noir crudo, duro e realistico, ambientato tra le province di Brindisi e Bari, nella terra di mezzo in cui Camorra, 'Ndrangheta e mafie estere puntano al dominio. Un libro che avvince e cattura, forse per il linguaggio spesso indurito da espressioni in dialetto anche stretto, forse per la tensione crescente, forse per la particolarità che contraddistingue il romanzo, ossia il fatto che qui non ci sono personaggi "buoni", ma tutti cattivi, alcuni meno di altri… persino la golosa e ambiziosa procuratrice Buonamica non si fa scrupoli ad usare, quando serve,  metodi rischiosi e spregiudicati a danno di altri. Con sicurezza e competenza Leonardo Palmisano affronta l'intricata rete dei rapporti tra famiglie e clan della SCU in una terra che troppo spesso ne dimentica la presenza silenziosa, ma efficace. E tra equilibri fragili e regole antichissime che cedono il posto a nuovi metodi, ancora una volta Mazzacani scopre che la libertà si paga a caro prezzo e che nessuno, per quanto sia potente, frega la morte… e che tutto torna nella vita, anche l'amore.


Opera recensita: "Tutto torna. La prima indagine del bandito Mazzacani" di Leonardo Palmisano
Editore: Fandango, 2018
Genere: noir
Ambientazione: Puglia
Pagine: 223
Prezzo: 16,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


martedì 20 agosto 2019

RECENSIONE: LEONARDO PALMISANO - ASCIA NERA. LA BRUTALE INTELLIGENZA DELLA MAFIA NIGERIANA


Sinossi:
Leonardo Palmisano continua a indagare la nuova criminalità e lo fa con il suo stile lucido e implacabile come le mafie che incontra nel suo viaggio all’inferno. Per questo nuovo libro ha deciso di affrontare la schiavitù sessuale e la tratta degli esseri umani incontrando una delle organizzazioni più pericolose degli ultimi anni. La chiamano Black Axe, Ascia Nera, ed è nata negli anni Settanta all’università di Benin City, in Nigeria, come una confraternita di studenti. All’inizio è una gang a metà tra un’associazione religiosa (li chiamano culti) e una banda criminale, che stabilisce riti d’iniziazione e impone ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Oggi invece è una nuova mafia e i tentacoli di questa organizzazione sono arrivati anche in Italia, dove i boss nigeriani hanno iniziato a dettare legge nei sobborghi delle nostre città. Dopo Ghetto Italia e Mafia Caporale Leonardo Palmisano conclude la sua trilogia sullo sfruttamento con Ascia Nera, un’inchiesta sul campo fatta di incontri e interviste alle vittime e ai carnefici di un’organizzazione spietata che sta diventando una delle minacce più concrete alla sicurezza del nostro paese.

Commento:
Interessante ed inconsueto questo saggio-inchiesta dello scrittore e sociologo pugliese Leonardo Palmisano che affronta lo spinoso e poco conosciuto argomento della mafia nigeriana in Italia. Negli anni Settanta, all'università di Benin City, in Nigeria, nasce un movimento studentesco, il Neo Black Movement, che in modo rapido ed efficace diventa un'organizzazione mafiosa internazionale: è quella che oggi conosciamo come Black Axe, Ascia nera, una delle più floride, radicate, estese e pericolose espressioni della mafia moderna. E' un'organizzazione invisibile, tentacolare, tecnologicamente avanzata; si crea una larga base di consenso in patria "prendendosi cura" dei suoi appartenenti, pagando spese legali e andando a trovare chi è in carcere, pensando alle famiglie, aiutando i giovani a studiare ed inserendoli poi lavorativamente nell'organizzazione. La sua forza? E' priva di qualunque carattere familiaristico, è meritocratica – chi fa bene e dimostra solidità, affidabilità, testa fa carriera -, investe sui giovani ma fa conto sugli adepti della prima ora per acquisire consenso e rispettabilità. Incredibilmente, sembrerebbe un buon sistema economico, avanzato e accorto, se non fosse volto al crimine e allo sfruttamento di esseri umani. Sì, perché ogni attenzione, ogni favore dell'organizzazione non fa altro che accrescere il già smisurato debito – economico oltre che di gratitudine – che già grava dalla nascita su ogni africano. Ed è così che i giovani partono, diretti verso l'Italia, l'Europa, l'Asia; prostitute e spacciatori, commercianti, riciclatori, agenti di "cambio", informatici… una gerarchia in continuo mutamento, una rete capillare e funzionale, un sistema intelligente ed organizzato, chirurgico e invisibile e per questo terribilmente pericoloso e implacabile. Non si fugge da una trappola del genere, non c'è via di scampo.
Ma i tentacoli di Ascia nera non si limitano certo al "piccolo crimine": se le cose vanno così bene, perché non estendersi, perché non commerciare voti, armi, diamanti, petrolio, articoli infinitamente più redditizi delle persone? E così l'organizzazione si procura contatti con i luoghi dello smercio, politici, ma anche altri mafiosi. Quella nigeriana è una mafia nuova, che ha avuto bravi maestri e li ha superati come succede ad ogni ottimo allievo. Leonardo Palmisano ce la descrive qui in un racconto appassionante, fatto di interviste ai diretti interessati, vittime e carnefici che sempre sono a loro volta vittime, ma qualche volta sono anche compiaciuti della "bravura" dei loro capi e della funzionalità del sistema cui appartengono. Questo non è per niente un saggio demagogico o teorico: questo è uno scritto importante perché diretto, partecipato, comprensibile, di forte impatto umano e sociale. Ho apprezzato molto lo stile di Palmisano che mi ha ricordato un altro saggio meraviglioso, La frontiera del compianto Alessandro Leogrande: anche qui ritrovo la competenza unita alla partecipazione personale e soprattutto alla franchezza di chi sa e vuole farsi leggere e capire da tutti. Leonardo Palmisano non è nuovo alla trattazione di questi temi: tra le sue molte pubblicazioni, prima di Ascia Nera, aveva scritto Ghetto Italia e Mafia caporale, quindi questo è solo l'ultimo libro di un'ideale e triste trilogia sullo sfruttamento degli esseri umani nel nostro Paese. Per quanto mi riguarda, recupererò presto gli altri suoi libri.


Opera recensita: "Ascia nera. La brutale intelligenza della Mafia nigeriana" di Leonardo Palmisano
Editore: Fandango, 2019
Genere: saggio, inchiesta
Pagine: 218
Prezzo: 16,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


sabato 25 agosto 2018

RECENSIONE: CATERINA CHINNICI - è COSì LIEVE IL TUO BACIO SULLA FRONTE


Sinossi:
Il 29 luglio 1983 la mafia fa esplodere un'autobomba in via Pipitone Federico a Palermo: muoiono il giudice Rocco Chinnici, gli uomini della sua scorta e il portiere dello stabile dove il magistrato viveva insieme alla moglie e ai figli. Rocco Chinnici era da tempo nel mirino. Innovatore e precursore dei tempi, aveva intuito che, per contrastare efficacemente il fenomeno mafioso, era necessario riunire differenti filoni di indagine, comporre tutte le informazioni e le conoscenze che ne derivavano. Per farlo, riunì sotto la sua guida un gruppo di giudici istruttori: Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Giuseppe Di Lello. L'anno dopo la sua morte, questo gruppo prenderà il nome di "pool antimafia". La storia ci tramanda come e perché Rocco Chinnici sia stato ucciso. Ci tramanda un eroe. A lui però non sarebbe piaciuto essere chiamato così. Era prima di tutto un uomo, un padre, cui è toccata in sorte una vita straordinaria, o forse un destino, che lui ha scelto di assecondare fino alle estreme conseguenze. Dopo decenni di silenzio, Caterina Chinnici, la figlia primogenita - a sua volta giudice, a sua volta impegnata nella lotta alla mafia, a sua volta sotto scorta - sceglie di raccontare la loro vita "di prima", serena nonostante le difficoltà, e la loro vita "dopo". Sceglie di raccontare come lei, i suoi fratelli e la madre abbiano imparato nuovamente a vivere e siano riusciti a decidere di perdonare: l'unico modo per sentirsi degni del messaggio altissimo di un padre e un marito molto amato...

Commento:
Una storia molto toccante, quella raccontata in queste pagine. La storia di un magistrato che ha messo la sua vita a servizio dello Stato, della giustizia e soprattutto degli altri, dei cittadini onesti. La storia, prima di tutto, di un uomo. E' così che ce lo presenta Caterina, la maggiore dei suoi figli: Rocco Chinnici era un uomo misurato, dalla voce tonante, la fisicità imponente e il sorriso buono; un uomo che ha trasmesso alla sua famiglia i valori forti che rendono gli uomini degni di questo nome; un uomo in grado di sciogliersi davanti a un bambino, una persona felice in maniche di camicia mentre zappa le sue rose. E' questo che Caterina Chinnici vuole raccontarci: il ritratto di un uomo onesto, prima ancora che di un magistrato, che sia d'esempio a noi tutti e che non vada perduto con lei.
Un ricordo intenso, vibrante, dolce e profondo. Un libro da leggere e rileggere dal quale recentemente è stato tratto anche un buon film.

Opera recensita: "è così lieve il tuo bacio sulla fronte" di Caterina Chinnici
Editore: Mondadori, 2013
Genere: biografia, testimonianza
Ambientazione: Sicilia
Pagine: 129
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


venerdì 20 aprile 2018

RECENSIONE: MARGHERITA ASTA E MICHELA GARGIULO - SOLA CON TE IN UN FUTURO APRILE


Sinossi:

Il 2 aprile del 1985 Margherita ha soltanto dieci anni. La sua casa di Pizzolungo, a Trapani, al mattino è invasa dalla confusione allegra di Salvatore e Giuseppe, i suoi fratelli, gemelli di sei anni. Non vogliono saperne di vestirsi e Margherita non vuole fare tardi a scuola. Chiede un passaggio a una

vicina. I gemelli usciranno con l’utilitaria della mamma Barbara. Nello stesso istante due macchine della scorta vanno a prendere un magistrato. Si chiama

Carlo Palermo e viene da Trento, dove ha indagato su un traffico di morfina proveniente dalla Turchia. Un fiume di droga che serve a finanziare altri traffici,

armi soprattutto, e che produce altri soldi, che si intrecciano col giro delle tangenti della politica. Quando Palermo arriva a sfiorare Craxi la sua indagine

arriva al capolinea. Da Trento, il giudice si fa trasferire a Trapani, dove la morfina turca viene raffinata in eroina. Per continuare a indagare su mafia,

massoneria e politica. Sul lungomare di Pizzolungo le auto della scorta sfrecciano, non possono rallentare e quella utilitaria con una donna e due bambini

seduti dietro va troppo piano. La sorpassano. Parcheggiata sul ciglio della strada c’è una golf con venti chili di tritolo nel bagagliaio. Qualcuno preme

il tasto di un telecomando. È l’inferno. Carlo Palermo viene sbalzato fuori, è sotto choc ma si salva. Di Barbara Asta e dei piccoli Giuseppe e Salvatore

restano solo frammenti.

 

Commento:

Quella mattina del 2 aprile del 1985 Margherita non è in auto con la madre e i fratellini: è già uscita con un’amica per andare a scuola. Lei non c’è su quella strada stretta, tutta curve, da cui si può guardare il mare. Ci sono, invece, due auto della scorta, su una delle quali viaggia il giudice Carlo Palermo, un giudice scomodo che, prima a Trento e poi a Trapani, è venuto a ficcare il naso dove non deve e quindi va eliminato. E c’è l’utilitaria di Barbara che porta a scuola i suoi due gemelli, Giuseppe e Salvatore, i fratellini di Margherita. E’ questa la macchina che, ad un segnale convenuto, viene maggiormente danneggiata dall’esplosione del tritolo destinato all’auto che la precede, quella del giudice Palermo. E’ un attimo e tre vite innocenti non ci sono più, spazzate via da un vento di detriti, polvere, dolore. Restano invece coloro che per tutta la vita proveranno dolore, un dolore insanabile per quella perdita: il giudice Palermo, gli uomini della scorta, Nunzio Asta – il marito e padre delle vittime – e Margerita, la figlia e sorella.

Margherita che per sempre dovrà lottare contro chi vuole proteggerla e non le rivela nulla di ciò che accadde quel giorno; Margherita che per anni proverà amarezza perché il giudice, quel signore cui era destinata la bomba, non la cerca e non le parla; Margherita che studia la mafia, gli attentati, i collegamenti, con il suo inesauribile bisogno di capire e di raccontare. Ed oltre all’impegno sociale, all’attivismo in Libera, oggi la storia della sua famiglia è raccontata anche in questo libro, un po’ diario, un po’ cronaca, un po’ lettera accorata ed intima. Sono tante le testimonianze di chi ha vissuto, a vario titolo ed in vari modi, il dramma della morte per mano mafiosa, tutte storie importanti, delle quali non si può non parlare, non si può non scrivere, non si può non leggere, perché non farlo significherebbe dimenticare e dimenticare vuol dire permettere alla mafia, alla corruzione, al malaffare di insinuarsi ancora, sottile e sempre in agguato, nella nostra società e nelle nostre vite. Una testimonianza delicata, ma al contempo forte e decisa quella di Margherita Asta, che ancora una volta ci mette davanti alle conseguenze sulle persone dei crimini mafiosi. Per questo consiglio questa lettura, perché non si può e non si deve dimenticare.

 

Opera recensita: “Sola con te in un futuro aprile” di Margherita Asta e Michela Gargiulo

Editore: Fandango, 2015

Genere: autobiografia

Ambientazione: Provincia di Trapani, Sicilia

Pagine: 288

Prezzo: 16,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5

 

domenica 22 maggio 2016

RECENSIONE: GIUSEPPE AYALA - CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO

Sinossi:
Nell'estate del 1992 due esplosioni di enorme potenza annientarono la vita di tre magistrati - Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino - e di otto giovani che li scortavano. Fu un colpo terribile per l'Italia e per chi considerava i giudici del pool antimafia gli eroi di una stagione di straordinario successo nella lotta a Cosa nostra. A Giuseppe Ayala quelle esplosioni strapparono tre amici carissimi, lasciando lo struggente ricordo di dieci anni di vita insieme e un rabbioso, mai sopito rimpianto. Ora, a distanza da quei tragici eventi, Ayala ha deciso di raccontare la sua verità su Falcone e Borsellino, ricordandone il fondamentale contributo alla lotta alla mafia e le attualissime riflessioni sulla Sicilia, Cosa nostra, la giustizia e la politica, ma anche la loro travolgente ironia, la gioia di vivere, le passioni civili e private. La storia di quegli anni, delle vittorie e dei fallimenti, dell'impegno di pochi e delle speranze deluse di molti, riporta al centro dell'attenzione la tremenda capacità di sopravvivenza della Piovra, che si nutre dei silenzi, delle complicità, delle disattenzioni e delle colpe di una Sicilia e di un'Italia che non sono, forse, abbastanza cambiate da allora.

 

Alla vigilia del ventiquattresimo anniversario della strage di Capaci in cui persero la vita il Giudice Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta, vi presento questo libro-testimonianza scritto dal giudice Ayala, loro amico e collaboratore nel pool antimafia di Palermo. Non si tratta di una pubblicazione recentissima, il libro è uscito nel 2007 per Mondadori, ma penso che si tratti di una lettura imprescindibile per ciascuno di noi.

Nell’analizzare questo libro non mi sono chiesta se mi piacesse o meno, non potevo farlo. Perché? Perché si tratta di una testimonianza di vita vera e della vita vera non si può dire “mi piace” o “non mi piace”. Ma c’è di più: qui siamo di fronte alla storia d’Italia, alla storia della nostra società, del nostro tempo, narrata da chi l’ha vissuta sulla propria pelle.

Quella raccontata dal giudice Giuseppe Ayala è una vicenda che ha riguardato lui in prima persona, ma che tocca tutti noi da vicino; è la storia di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, dello stesso Ayala e di tanti altri cittadini onesti che hanno servito lo Stato italiano in prima linea, donando anni di duro lavoro perché noi tutti, non solo Palermo e la Sicilia, potessimo vivere in una società più pulita, non inquinata dal puzzo del marciume e della disonestà. A distanza di quasi vent’anni il giudice Ayala scrive queste memorie e le consegna a noi perché possiamo riflettere su ciò che è stato, imparare dai comportamenti errati e far sì che il sacrificio di tante vite non sia stato vano. Lo so, sembrano frasi fatte, retoriche, già sentite, ma non mi vengono in mente altre parole per descrivere ciò che mi hanno trasmesso queste pagine. Siamo abituati a sentir parlare di Falcone e Borsellino come di personaggi quasi mitologici, inarrivabili, lontani da noi. Ayala, invece, ci presenta degli esseri umani in grado di ridere, di apprezzare un buon Wisky e una bella nuotata e soprattutto di sdrammatizzare sempre, con una battuta, anche nei momenti più duri. Falcone, Borsellino e tutte le altre vittime della mafia non erano creature aliene, extraterrestri, ma cittadini come noi e il loro operato deve essere esempio e guida nelle nostre scelte quotidiane: l’abnegazione per il lavoro, il senso del dovere, la tenacia nel perseguire un obiettivo, la coerenza nelle scelte, la capacità di ingoiare i bocconi più amari… sono tutti valori che, con un po’ di buona volontà, tutti possiamo fare nostri ed applicare nella vita quotidiana.

In 210 pagine il giudice Ayala ci racconta uno spaccato significativo della Sicilia e dell’Italia del ventennio 1970-1990 e lo fa con la passione e la competenza di chi quegli anni li ha vissuti davvero a pieno; Ayala non si risparmia nel descrivere la situazione interna alla magistratura siciliana e nazionale, le invidie, i giochi di potere, le mille scorrettezze; si scaglia contro il CSM, lo Stato, la politica corrotta ed è appassionante leggere le sue analisi puntuali e precise.

Leggendo questo libro non può non tornarmi in mente un altro volume uscito un anno fa, “Noi, gli uomini di Falcone”, scritto dal capitano Angiolo Pellegrini, a capo della sezione anticrimine della polizia di Palermo proprio in quegli anni e mi viene voglia di rileggerlo per confrontare le analisi degli stessi avvenimenti alla luce di quanto ho appena letto di Ayala. Penso che entrambi i volumi, quello più tecnico di Pellegrini e questo più appassionato di Ayala, gettino una luce più chiara e terrena dei fatti accaduti a Palermo ed in Italia in quel lungo e triste periodo della nostra storia.

 

Opera recensita: “chi ha paura muore ogni giorno” di Giuseppe Ayala

Editore: Mondadori 2007

Genere: saggistica/biografia
Ambientazione: Sicilia
Pagine: 210

Consigliato: sì

Consigli correlati:

Libri: A. Pellegrini, “Noi, gli uomini di Falcone”.