simposio lettori copertina

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sabato 28 marzo 2020

RECENSIONE: CLAUDIO GARGIOLI - MENù LETTERARIO TIPICO ROMANO


Sinossi:
Prendete un cuoco insignito di "Tre gamberi" dalla guida Gambero Rosso 2014, Claudio Gargioli, un padre un po' geniale che ha avviato l'attività e un fratello tuttofare. Mescolateli con una figlia desiderosa di apprendere l'arte della cucina, un locale delizioso (Armando al Pantheon) indicato tra i migliori dieci ristoranti della capitale dall'inglese The Guardian, a pochi metri da una delle più belle piazze di Roma, un menù che varia dalla tipicità della cucina romana, cosiddetta del quinto quarto (trippa, coda alla vaccinara e altro), a delle vere e proprie chicche quali l'anatra alle prugne e la faraona ai funghi porcini e birra nera, estrapolate da una cucina "apiciana" di oltre duemila anni fa. Farcite con storie che raccontano di cibo, narrazioni familiari, personaggi famosi e curiosità. Cuocete a fuoco vivo. Il risultato è un'essenza squisita e autentica: una storia delicata - insieme gioiosa, commovente e ironica - che tocca il cuore e il palato e non se ne va più via.

Commento:
Complice la quarantena e l'impossibilità di vedere gli amici e di raggiungere i miei bar e ristoranti del cuore, da giorni avevo voglia di leggere qualcosa che avesse a che fare con la cucina, con ricette buone, che sanno di famiglia e posti rassicuranti in cui ci si possa sentire a casa. Non volevo, quindi, il classico manuale di ricette, ordinato e impersonale… cercavo piuttosto qualcosa che unisse letteratura, cultura popolare e, appunto, buona cucina. Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un video in cui Claudio Gargioli, chef e proprietario dello storico ristorante Armando al Panteon, preparava la sua Carbonara e, oltre ad una gran fame, la cosa mi ha fatto venire in mente proprio questo libro, Menù letterario tipico romano. L'ho recuperato e… mi sono ritrovata di colpo seduta ad un tavolo appartato in un'accogliente trattoria degli anni Sessanta, in una Roma bella, rilassata e godereccia, ad osservare un gruppo di avventori variopinti e tutti a loro modo peculiari che gustavano le prelibatezze di una cucina fatta di semplicità, sapori decisi, ricerca e tanta passione. Come fossi in un film di Alberto Sordi, mi sono ritrovata avvolta dagli effluvi di pentole fumanti, mezzi toscani e vino dei Castelli, ad osservare attori, scrittori, gente normale, che discuteva di vita davanti ad un buon piatto di pasta o ad un corposo secondo. Ho ascoltato i problemi, le confidenze, gli aneddoti che costellavano le interminabili partite a carte; ho osservato Armando e i suoi figli e nipoti trasmettere amicizia, affetto, dedizione attraverso i loro piatti. Ho ritrovato l'orgoglio giustamente campanilista che accomuna gli strenui difensori della buona cucina tipica di tutti i territori d'Italia; quell'orgoglio che nasce dalla sicurezza e dall'esperienza di chi ama studiare, ricercare, sperimentare e fare sempre e comunque le cose per bene, a regola d'arte. Quell'orgoglio che mia nonna mette nel raccontare le sue ricette, quelle antiche, quelle povere che sono state la base per la sopravvivenza, la nascita e il sostentamento di tante famiglie, di un intero Paese e di un'economia basata sul ricavare tanto dal poco che c'era. In queste pagine intense e un po' nostalgiche c'è la storia di una cucina, di una famiglia, di una terra; c'è la storia di sacrifici che si affianca, orgogliosa e fiera, a quelle di tanti cucinieri e imprenditori italiani che col duro lavoro si sono affermati e portano alto il nome della buona cucina regionale italiana. Tradizione e innovazione si mescolano qui all'amore per gli ingredienti, per i piatti, per le persone. Ed il quadro che ne esce è proprio quello rassicurante che cercavo, quello che sa di famiglia, di casa e di posti dove ritrovarsi.

Opera recensita: "Menù letterario tipico romano" di Claudio Gargioli
Editore: Atmosphere libri, 2014
Genere: narrativa italiana, cucina
Ambientazione: Roma, dagli anni Sessanta ad oggi
Pagine: 141
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.
Colonna sonora sperimentata: ovviamente canzoni romane, Gabriella Ferri e Lando Fiorini in testa.

domenica 26 gennaio 2020

RECENSIONE: AVA ÓLAFSDóTTIR AUðUR - MISS ISLANDA


Sinossi:
Nell’Islanda degli anni Sessanta una donna dovrebbe solo gestire la casa e occuparsi dei figli. O, al massimo, ambire al titolo di Miss Islanda. E questo vale anche per Hekla, la splendida ragazza che è appena arrivata a Reykjavík da un angolo remoto dell’isola. In tanti le suggeriscono di partecipare al prestigioso concorso di bellezza, ma i suoi sogni non prevedono fornelli, pannolini o coroncine: Hekla vuole diventare una scrittrice. Non basteranno un buon impiego, un gatto o l’amore di un poeta a farle cambiare idea. Perché Hekla, che porta il nome di un vulcano, ha un cuore inquieto e in sé la forza di un fiume di lava incandescente.
Cielo in fiamme, pioggia di cenere, macigni di lava: Hekla è solo una bambina quando suo padre la conduce lontano da casa, fino alle pendici del vulcano di cui porta il nome. È un’eruzione spettacolare che interrompe un secolo di quiete, quella del 1947. Un evento eccezionale per l’Islanda, ma anche per Hekla, che da allora ha negli occhi la meraviglia di chi ha scoperto il mondo e guarda sempre in alto, sperando di scorgere altri cieli. Con quello stesso sguardo sognante, a ventun anni Hekla decide di lasciare i prati di Dalir, tanto vasti quanto sterili per un desiderio come il suo. Perché Hekla vuole diventare una scrittrice, e solo nella capitale potrà frequentare gli ambienti letterari e avere contatti con le case editrici. Hekla ha talento, ma c’è un ostacolo insormontabile: è una donna, e «i poeti sono maschi». Come tutte, Hekla dovrebbe sposarsi e occuparsi dei figli. E soffocare ogni ambizione, come ha fatto Ísey, l’amica d’infanzia sua coetanea, che si è trasferita a Reykjavík per il marito ed è già madre. Quando arriva in città, Hekla va a vivere da DJ Johnsson, il suo piú caro amico, con cui condivide la fame di sogni e libertà. DJ è omosessuale, e sente di non avere un posto in quell’Islanda ottusa degli anni Sessanta, che lo disprezza e lo respinge. Mentre lui lavora come marinaio, la ragazza trova un impiego all’Hotel Borg. Qui la sua bellezza non passa inosservata: uno dei clienti recluta candidate per Miss Islanda e le offre a piú riprese di partecipare al concorso; un altro è il poeta Starkaður, che di lei si è innamorato perdutamente. Ma Hekla ha il coraggio che serve a rifiutare una fascia da Miss o un destino imposto. Perché sa che solo attraverso la scrittura può essere libera, e trovare finalmente una «stanza tutta per sé».

Commento:
Hekla porta il nome di un vulcano, e come un vulcano il suo essere erompe con forza in ogni momento della sua vita: Hekla non è una donna come le altre, non è succube di nessun uomo, non accetta passivamente il destino che tocca in sorte ad ogni donna islandese. Hekla non ci sta a soffocare le sue aspirazioni nella vita da casalinga, né a farsi usare come reginetta di bellezza, palpata, valutata, osservata come la frutta al mercato. Hekla ama i libri, le parole, la libertà: lei non vuole diventare qualcuno, è già una scrittrice. Macina frasi, appunta versi, immagina paesaggi e storie in ogni momento del giorno e della notte, anche mentre è con un uomo. Nessuno se ne accorge, non perché lei nasconda ciò che è, ma perché intorno a lei la società maschilista e intollerante verso qualunque forma di diversità è troppo cieca per vedere. Vedere ed accettare che lei non è come le altre, che non passa le giornate alla finestra con una nidiata di figli accontentandosi di guardare il mondo da dietro un vetro, vedere tutto questo costa troppa fatica… e con chi potrebbe mai affiancarsi una donna come Hekla se non con un'altra anima affetta dal suo stesso cruccio? Se è vero che le anime affini si trovano, sarà questo il motivo per cui Hekla non riesce a staccarsi da DJ Johnsson, il suo migliore amico, un giovane omosessuale: anche e più di Hekla, DJ soffre la sua condizione, soffre per non essere accettato, soffre per non poter vivere la propria sessualità in modo aperto, normale. E come potrebbe non soffrirne? Lo chiamano "l'invertito", quello a cui piacciono i bambini, l'"anormale". Ma Hekla e DJ non ci stanno a sopprimere le proprie inclinazioni senza provare a cambiare le cose: prendono il coraggio a due mani e partono. Non sarà facile, ma loro non faranno come Isey, l'amica di Hekla, che pure ama scrivere, ma che è troppo debole per non sottomettersi all'ottusità del marito. Non sarà facile, no, ma almeno loro due, il vulcano e il marinaio, ci avranno provato.
Un libro ricercato, singolare, studiato. Una prosa fatta di continui richiami colti, alla poesia, alla storia nazionale, alla musica… Ava Ólafsdóttir Auður riesce, in questo libro, a trasmetterci tutta la forza di un'idea di femminilità anticonformista e controcorrente in un periodo in cui esserlo era realmente difficile; lo fa con le parole, con i sottintesi. Non è tutto scritto, in queste pagine: bisogna immedesimarsi, andare al di là delle parole, scavare nel non detto per trovare l'essenza di ciò che l'autrice, raccontando la storia di Hekla, ha voluto dire a tutte noi.


Opera recensita: "Miss Islanda" di Ava Ólafsdóttir Auður
Editore: Einaudi, 2019
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Islanda, anni Sessanta
Pagine: 208
Prezzo: 18,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


domenica 24 novembre 2019

RECENSIONE: CATENA FIORELLO - PICCIRIDDA


Sinossi:
Cosa può mai accadere a una picciridda che nei primi anni Sessanta vive in un minuscolo villaggio di pescatori, Leto, lungo la costa tra Messina e Catania?
Può accadere, ad esempio, che i genitori si trovino costretti a emigrare in Germania in cerca di fortuna e che decidano di portare con sé solo il più piccolo dei due figli, affidando "la grande", pur sempre picciridda, alla nonna paterna. È quello che accade a Lucia, l'irriverente protagonista di questo romanzo, che vive la sua condizione di figlia di emigrati sentendosela addosso come un marchio negativo. È consapevole, Lucia, che per lei - e per tutti coloro che non hanno fortuna, che sono "figli della gallina nera" - la necessità implica sacrificio e rinunce. Lo sa bene. Lo dicono tutti. Lo ripete la nonna, così burbera e austera. Ma col passare dei mesi, tra feste di paese e pomeriggi in riva al mare, l'esistenza di Lucia si popola di persone e di affetti: le zitelle Emilia e Nora, la professoressa Aida, la compagna di classe Rita. Ci sono anche gli uomini, misteriosi e taciturni, un mondo da cui stare alla larga (come dice sempre la nonna) o tutto da scoprire (come sente Lucia). E proprio uno di quegli uomini nasconde un terribile segreto a cui Lucia si avvicina sempre più, ignara di ciò a cui andrà incontro...

Commento:
Lucia è figlia della gallina nera, perciò come tale ha diritto a una vita di privazioni, bocconi amari, guai che bussano alla porta un giorno sì e l'altro pure e gioie piccole come il latte appena munto la mattina o la sensazione liberatoria di mettere i piedi nella sabbia del suo mare. Sono queste magre consolazioni che danno a questa bambina, a questa picciridda di appena undici anni che ancora deve iniziare le medie, la forza di affrontare i primi dieci mesi lontana dai suoi genitori. Loro, insieme al fratellino Pietro, sono partiti per la Germania in cerca di un lavoro che a Leto, il loro paesino siciliano, non si trova; sono lontani, scrivono e telefonano quando possono, si arrabattano per guadagnare quei soldi che permettano loro di costruire una casa, una tanto agoniata casa di proprietà. Lucia intanto è affidata alla nonna, l'austera, umorale, incontentabile, rigida Maria Amoroso, la "generala" da tutti temuta e rispettata e a cui tutti chiedono consigli e sostegno. Una donna coraggiosa da sempre, sua nonna, una che ha affrontato i guai della vita con fierezza e decisione, le stesse che, inconsapevolmente, cova anche la piccola e tenace Lucia. Irriverente, ribelle, buona come il pane, questa bambina che piange sommessamente per non farsi sentire ne affronterà di cose in quei mesi difficili… conoscerà persone nuove, prenderà le misure al dolore, affronterà la morte di persone care al cuore e troppo giovani, davvero, per andarsene. E, proprio prima di ricongiungersi felicemente coi suoi per un breve periodo, conoscerà da vicino l'esistenza del male, quello con la M maiuscola, quello taciuto, nascosto, insidioso, che si annida nei silenzi e nelle maldicenze.
Una storia realistica e struggente, quella raccontata con passione e semplicità da Catena Fiorello, una storia che racconta in modo immediato e vivido la Sicilia e l'Italia dei primi anni Sessanta, una storia fatta di storie, di partenze, di sogni, speranze, disillusioni, madri, padri, figli, famiglie, lavoro, vita. La scrittura di Catena Fiorello crea qui immagini vive, semplici, quotidiane di rara bellezza, destinate a restare dentro a lungo. Una lettura consigliata a tutti, in particolar modo a chi, per un difetto di memoria, dovesse aver dimenticato il nostro passato di emigranti.

Opera recensita: "Picciridda" di Catena Fiorello
Editore: Baldini e Castoldi 2006-Giunti 2017
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Sicilia
Pagine: 256
Prezzo: 16,00 € (Ed. Giunti)
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 2 settembre 2018

RECENSIONE: HARPER LEE - IL BUIO OLTRE LA SIEPE


Sinossi:
In una cittadina del "profondo" Sud degli Stati Uniti l'onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d'ufficio di un "negro" accusato di violenza carnale; riuscirà a dimostrarne l'innocenza, ma l'uomo sarà ugualmente condannato a morte. La vicenda, che è solo l'episodio centrale del romanzo, è raccontata dalla piccola Scout, la figlia di Atticus, un Huckleberry in gonnella, che scandalizza le signore con un linguaggio non proprio ortodosso, testimone e protagonista di fatti che nella loro atrocità e violenza non riescono mai a essere più grandi di lei. Nel suo raccontare lieve e veloce, ironico e pietoso, rivive il mondo dell'infanzia che è un po' di tutti noi, con i suoi miti, le sue emozioni, le sue scoperte.

Commento:
Avevo cominciato a leggere questo libro tante volte, ma non ero mai riuscita ad andare al di là delle primissime pagine. Ora che sono riuscita a concludere la lettura, mi accorgo che l'unico, piccolo gap di "Il buio oltre la siepe" è proprio un inizio poco accattivante: se si supera la fase di avvio (lento) della storia, la lettura diventa rapida, agevole ed appassionante. Harper Lee ci racconta, con gli occhi e con la voce di una bambina, il pregiudizio raziale nell'Alabama degli anni Trenta e Quaranta. Quando suo padre, il retto e rispettato avvocato Atticus Finch, assume la difesa di un nero accusato di aver violentato una giovane donna bianca, la cittadina in cui i Finch vivono si rivolta – più o meno tacitamente – contro Atticus e la sua famiglia. La situazione non cambia, anzi precipita, quando in un processo pieno di spettacolarizzazione Atticus riesce a dimostrare l'innocenza dell'uomo: il padre dell'accusatrice, un bianco violento che vive del sussidio, minaccia di vendicarsi e per poco non ci sarebbe riuscito, se…
Ho sempre sentito lodi sperticate su questo libro, ne ho sempre sentito parlare come di un capolavoro; tuttavia, quando mi sono fermata a pensare ad un giudizio globale, in un primo momento non mi è parso che fosse così… "bello, per carità, ma i capolavori sono altri", ho pensato. Poi, riflettendo meglio, ho capito il mio errore: non si può guardare a questo libro nell'ottica oggi, A.D. 2018, con tante letture fatte sul tema; bisogna pensarlo nel periodo in cui è stato pubblicato, gli anni Sessanta, e allora gli si darà tutt'altra connotazione.
"Il buio oltre la siepe" è stato un libro innovatore perché ha raccontato l'ingiustizia nel modo più semplice, che anche un bambino può capire. In questo senso, sì, è decisamente un capolavoro!

Opera recensita: "Il buio oltre la siepe" di Harper Lee
Editore: Feltrinelli, prima ed. 1960
Genere: narrativa americana
Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 304
Prezzo: 9,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


martedì 28 agosto 2018

RECENSIONE: KATRYN STOCKETT - THE HELP


Sinossi:
È l'estate del 1962 quando Eugenia "Skeeter" Phelan torna a vivere in famiglia a Jackson, in Mississippi, dopo aver frequentato l'università lontano da casa. Skeeter è molto diversa dalle sue amiche di un tempo, già sposate e perfettamente inserite in un modello di vita borghese, e sogna in segreto di diventare scrittrice. Aibileen è una domestica di colore. Saggia e materna, ha allevato amorevolmente uno dopo l'altro diciassette bambini bianchi, facendo le veci delle loro madri spesso assenti. Ma il destino è stato crudele con lei, portandole via il suo unico figlio. Minny è la sua migliore amica. Bassa, grassa, con un marito violento e una piccola tribù di figli, è con ogni probabilità la donna più sfacciata e insolente di tutto il Mississippi. Cuoca straordinaria, non sa però tenere a freno la lingua e viene licenziata di continuo. Sono gli anni in cui Bob Dylan inizia a testimoniare con le sue canzoni la protesta nascente, e il colore della pelle è ancora un ostacolo insormontabile. Nonostante ciò, Skeeter, Aibileen e Minny si ritrovano a lavorare segretamente a un progetto comune che le esporrà a gravi rischi. Il profondo Sud degli Stati Uniti fa da cornice a questa opera prima che ruota intorno ai sentimenti, all'amicizia e alla forza che può scaturire dal sostegno reciproco. Kathryn Stockett racconta personaggi a tutto tondo che fanno ridere, pensare e commuovere con la loro intelligenza, il loro coraggio e la loro capacità di uscire dagli schemi alla ricerca di un mondo migliore.

Commento:
Anni fa mi capitò di vedere, per puro caso, un film che da allora è diventato uno dei miei preferiti. Si intitolava "The help" e raccontava l'odio raziale e le differenze tra bianchi e neri nell'America degli anni 60 in un modo così delizioso da rimanerne incantati. Quel film era stato tratto da questo libro: "The help" di Katryn Stockett è la versione dilatata ed estesa di quella storia e leggendolo ho ritrovato la stessa emozione e lo stesso ardore del film. Allo stesso modo, però, ho provato una frustrazione e un'amarezza ancor più grandi rileggendo delle umiliazioni e delle sofferenze che tante persone hanno dovuto subire solo perché, come dice Aibileen, Dio le ha fatte nere. Nel racconto di Katryn Stockett, con delicatezza ma anche con fermezza, vengono messe a nudo le differenze di pensiero, non solo di trattamento, tra due classi o, per meglio dire, tra due mondi. Appare così ancora più chiara la disparità: mentre le donne bianche tollerano l'esistenza di quelle nere perché, semplicemente, sono state abituate ai loro servigi e non saprebbero come farne a meno, le domestiche nere osservano e giudicano le loro datrici di lavoro, ma sono sempre pronte a donar loro un affetto immenso, come dimostra la cura che hanno per i bambini delle famiglie in cui sono a servizio che vengono annoverati nel conto dei loro figli. Una storia di donne, questa, di affetto ricambiato con pregiudizio, di amore ricambiato con crudeltà, di voglia, nonostante tutto, di rialzarsi.
Figura particolarissima e tutta da scoprire è poi Skeeter, bianca ma totalmente diversa da quelle che credeva essere le sue amiche e a suo modo vittima del loro pregiudizio settario. Lettura che consiglio caldamente, specie se non avete visto il film: io credo che se non l'avessi visto e fossi stata digiuna della storia avrei apprezzato il libro ancor di più.

Opera recensita: "The help" di Katryn Stockett
Editore: Mondadori, prima ed. 2009
Genere: narrativa americana
Ambientazione: Stati Uniti, anni 60
Pagine: 524
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.