simposio lettori copertina

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mercoledì 30 giugno 2021

RECENSIONE: CARMEN KORN - QUANDO IL MONDO ERA GIOVANE

    Sinossi:

Primo gennaio 1950: a Colonia, Amburgo e Sanremo si festeggia l’arrivo del nuovo decennio. Quello che si è appena concluso ha lasciato ferite profonde: nelle città, nelle menti e nei cuori. Gerda e suo marito Heinrich Aldenhoven vivono a Colonia, nella casa ereditata a Pauliplatz, insieme ai figli Ursula e Ulrich e alle cugine non sposate di Heinrich, che hanno perso il loro appartamento sotto i bombardamenti. Heinrich gestisce una galleria d’arte, ma gli affari al momento vanno male: in troppi non hanno più le pareti dove appendere i quadri. La situazione è difficile anche ad Amburgo, dove l’amica di Gerda, Elisabeth, e suo marito Kurt dormono nella stanzetta accanto alla cucina da quando hanno lasciato il letto alla figlia Nina e al nipotino Jan. Il bambino ha cinque anni e non ha mai incontrato il padre, Joachim, disperso in Russia da anni nonostante Nina continui a sperare nel suo ritorno. E infine c’è Margarethe, nata Aldenhoven, che si è trasferita da Colonia a Sanremo, dove ha sposato Bruno, figlio di una ricca famiglia di commercianti di fiori; la vita tra le bellezze della riviera ligure sembra spensierata, ma la presenza della suocera, matriarca misogina che gestisce il patrimonio di famiglia, è molto ingombrante… Ognuno festeggia il Capodanno a modo suo, ma il mattino seguente tutti si pongono le stesse domande: le ferite finalmente guariranno? Cosa riserva il futuro?
Il primo capitolo della nuova saga in due volumi firmata Carmen Korn: un’emozionante storia corale, un decennio all’insegna della rinascita, tre famiglie a cui affezionarsi.

 

Commento:

Se ci guardiamo indietro, gettando uno sguardo d'insieme al Novecento, non ci sarà difficile convenire che la storia di questo secolo si divide in due grossi blocchi: prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Quei cinque anni e mezzo e i vent'anni precedenti fanno da spartiacque fra il mondo di prima e il mondo d'oggi. Il decennio che va dal 1950 al 1959 fu, perciò, un periodo cruciale per la nascita e la formazione della società che conosciamo e nella quale viviamo, fu quasi una nuova giovinezza del mondo, fatta di tante novità, voglia di riprendersi, ma anche di strascichi insoluti e ferite profonde. Carmen Korn, in questo romanzo, analizza proprio quel decennio di profondi cambiamenti e lo fa dal punto di vista di tre famiglie, diverse ma tra loro legate, residenti in tre città: gli Aldenoven da Colonia, i Bortfel da Amburgo e i Canna da Sanremo. Le vicende familiari loro e delle persone che con loro hanno a che fare si intrecciano indissolubilmente con la storia dell'Europa postbellica. Ci affezioneremo, come già è accaduto nella Trilogia del secolo, a questi nuovi personaggi e vorremo sapere altro di loro, saremo curiosi di conoscere l'evoluzione delle loro vite. E infatti Carmen Korn non ci delude: è già previsto un secondo volume di questa storia tutta da leggere.

Opera recensita: "Quando il mondo era giovane" di Carmen Korn

Editore: Fazi, 2021

Genere: romanzo storico, saga familiare

Ambientazione: Germania-Italia, anni 50

Pagine: 590

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

martedì 29 dicembre 2020

RECENSIONE: SEBASTIAN FITZEK - IL LADRO DI ANIME

Sinossi:

Tutto accade in una notte, la Vigilia di Natale. In una lussuosa clinica psichiatrica fuori Berlino, mentre la neve scende copiosa rendendo il luogo ancora più isolato, medici e pazienti si rendono conto con orrore che il maniaco che da tempo terrorizza la città, il cosiddetto "Ladro di anime", si trova all'interno della struttura. Di lui si conoscono soltanto i tremendi effetti provocati da un misterioso trattamento in grado di spezzare la volontà delle sue vittime, riducendole a meri involucri umani, e gli ambigui indovinelli che lascia dietro di sé come macabra firma. L'unica via di salvezza sarà affrontarlo tutti insieme: ma il piccolo gruppo, guidato da Caspar, ricoverato in seguito a un'inspiegabile amnesia che ha cancellato completamente il suo passato, si troverà a far fronte a qualcosa di assolutamente inaspettato e terribile. Mentre il tempo scorre inesorabile nel tentativo di neutralizzare il Ladro di anime, Caspar viene folgorato con sempre maggior frequenza da scene della sua vita precedente, che progressivamente fanno luce sulla sua identità e sulla sua drammatica storia personale, costringendolo a uno sconvolgente viaggio negli abissi più oscuri della propria psiche...

 

Commento:

Angoscioso, incalzante, oscuro, Il ladro di anime di Sebastian Fitzek è uno dei thriller psicologici più originali e interessanti che abbia mai letto. È ambientato quasi interamente in una clinica psichiatrica nei boschi vicino a Berlino, in una tempestosa notte prenatalizia, ambientazione perfetta per l'epilogo macabro, surreale e terribile di una storia lunga e triste. Nessuno dei protagonisti – tranne, ovviamente, l'assassino – sospetta nulla dell'apocalisse che si scatenerà fra poco, ma nessuno di loro avrà modo o tempo di scordarne gli effetti: il ladro di anime è in azione e persegue il suo folle, ambizioso progetto senza trovare ostacoli. Un thriller molto intenso, inframmezzato qua e là da pochi balzi nell'oggi utili soprattutto per mettere in pausa la tensione costantemente crescente, per far prendere al lettore un respiro che gli permetta di sostenere il precipitare degli eventi e la lotta convulsa con l'assassino prima di tornare ad immergervisi completamente.

Ben scritto, molto ben congegnato, decisamente consigliato a chi ama il genere e crede di poterlo reggere.

 

Opera recensita: "Il ladro di anime" di Sebastian Fitzek

Editore: Elliot, prima ed. 2009

Genere: thriller psicologico

Ambientazione: Germania

Pagine: 300

Prezzo: 13,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

          

lunedì 2 novembre 2020

RECENSIONE: ANNABEL ABBS - FRIEDA

Sinossi:

Nottingham, 1907. I coniugi Weekley formano una coppia insolita. Il mite Ernest non spicca per il suo fascino, ha origini umili ed è uno studioso di etimologia barricato in un mondo di prevedibili radici e desinenze. Frieda – la baronessa Von Richthofen – è di una bellezza straordinaria, discende da una famiglia di aristocratici tedeschi, e la sua personalità non potrebbe essere piú lontana da quella del marito: è raffinata, brillante, spontanea. Ernest e Frieda hanno tre bambini, Monty, Elsa e Barby, e convivono serenamente nella loro modesta dimora a due passi dalla foresta di Sherwood. Ultimamente, però, Frieda è giú di tono. Ernest le suggerisce allora di andare a trovare sua sorella a Monaco per distrarsi un po'. Monaco, 1907. Quando arriva nella città bavarese, Frieda ha l'impressione di aver riacquistato la vista dopo anni passati al buio di un'esistenza mediocre. Nei caffè bohémien scopre le idee radicali di anarchici e artisti d'avanguardia, nel salotto della sorella Elisabeth una nuova teoria rivoluzionaria, la psicoanalisi, e una prassi dissoluta, il libero amore. Frieda si innamora perdutamente dell'amante di Elisabeth, il medico Otto Gross – seguace di un certo Freud –, e sogna di trasferirsi con lui nella comunità utopica di Monte Verità. Al termine del suo soggiorno a Monaco, seppur ripiombata nello squallore del suo ménage familiare, Frieda rinuncia alla fuga: non può abbandonare i suoi figli. Nottingham, 1912. Sono passati cinque anni, ma Frieda non ha dimenticato Monaco e quel turbinio di emozioni che la faceva sentire viva. La relazione con Ernest la avvilisce e il suo ruolo di madre devota le sta stretto, nonostante l'amore incondizionato che nutre per i bambini. Frieda ancora non sa che l'incontro casuale con un giovane poeta dai capelli rossi è destinato a cambiare il corso della sua vita. E la storia della letteratura.

 

Commento:

Questa, sebbene romanzata, è la biografia di una donna realmente esistita, Frieda Von Richthofen, una baronessa che dalla viva e attiva Germania si trasferisce nella composta, rigida, morigerata Inghilterra per sposare un uomo tanto diverso da lei, sia per estrazione sociale, sia per temperamento. Da quest'uomo avrà tre figli che amerà per sempre, ma rischierà di venire sopraffatta dall'ambiente di quieta ipocrisia della Nottingham industriale e refrattaria a ogni forma di emancipazione. Così Frieda parte per Monaco, rimane stupefatta ed ammaliata dal movimento culturale, erotico, sociale, dall'emancipazione delle idee e dei costumi, tanto che quando torna a casa non riesce più a farsi andar bene la vita di prima. Vuole essere libera e lo sarà. Dopo alcune relazioni extraconiugali, Frieda trova finalmente l'uomo che le stravolge il cuore e la vita: è un giovane poeta e scrittore povero e squattrinato che si chiama David Herbert Lawrence. Sarà lei la musa, l'ispirazione per tutte le figure femminili dei suoi romanzi. Saranno reciprocamente cura e nemesi, amore e odio, gioia e cruccio. Il prezzo pagato da Frieda, però, è alto, altissimo: la legge, prontamente interpellata dal marito abbandonato e pazzo, le impedisce di vedere i suoi figli fino alla maggiore età.

In questo romanzo, o meglio, biografia romanzata, Annabel Abbs racconta la storia di una donna, di una madre, che pur di vivere felicemente la propria vita ha dovuto lottare con le unghie e con i denti per mantenere insieme gli affetti più cari, le varie parti di sé disseminate per la vita. Frieda è una donna straordinaria per il momento storico in cui ha vissuto e il romanzo la tratteggia al meglio, perciò se la figura di questa donna tanto coraggiosa vi affascina, io non posso che consigliare questa lettura.

 

Opera recensita: "Frieda" di Annabel Abbs

Editore: Einaudi, 2020

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Inghilterra-Germania-Italia, 1907-1913

Pagine: 384

Prezzo: 21,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

martedì 18 agosto 2020

RECENSIONE: ROBERT DOMES - NEBBIA IN AGOSTO


Sinossi:
Nella Germania del Terzo Reich, mentre imperversa l'occupazione nazista e milioni di persone vengono perseguitate, Ernst Lossa si chiede: Perché io? Perché proprio io? Ernst ha solo quattro anni quando, nel 1933, viene separato dalla sua famiglia di nomadi e mandato in un orfanotrofio, e poi da lì trasferito in un riformatorio. Giudicato "irrecuperabile", all'età di dodici anni viene trasferito ancora, questa volta in un manicomio. Ernst però non si arrende all'immagine di sé che vede riflessa negli sguardi degli altri. Non si sente né diverso, né sbagliato. Nonostante gli orrori nazisti non risparmino neanche i bambini, lui stringe amicizie e vede nascere il suo primo amore, lottando fino alla fine per la salvezza. Tra il 1939 e il 1945 oltre 200.000 persone furono vittime del programma di eutanasia nazista. Questa è una storia vera, per ricordare Ernst e tutti coloro che come lui hanno amato la libertà.

Commento:
Un libro splendido, commovente, semplice che racconta una storia vera, struggente, disarmante. La storia di Ernst Lossa e di tanti, troppi come lui, che pagarono con la vita la follia nazista. Quando comincia questa storia, nel 1933, Ernst è un bambino intelligente e acuto di appena quattro anni, ha due sorelline e un fratellino appena nato; si è appena trasferito in un appartamento di Augusta, in Germania, insieme alla famiglia, anche se lui avrebbe preferito continuare a vivere sul carrozzone con il quale il padre lavora e che aveva fatto da casa per tutti loro negli anni precedenti. Purtroppo non è più possibile vivere sul carrozzone perché la situazione per i Lossa si sta facendo difficile: sono Jenisch, lavorano come ambulanti, sono nomadi, fanno parte di una minoranza impropriamente accomunata agli zingari e come loro perseguitata. E proprio per questo appena trasferitisi i Lossa vengono presi di mira dal Comune, dall'ufficio minori, dai servizi sociali: approfittando del fatto che il padre è sempre girovago e che la madre è in pessime condizioni di salute, i servizi sociali separano i figli dalla donna, mandando Ernst in un orfanotrofio gestito dalle suore e le sorelle e il fratellino in un altro istituto. È da qui che comincia la peregrinazione di Ernst da un istituto a un riformatorio, poi ad un ospedale psichiatrico, poi alla sua succursale. Considerato psicopatico, asociale, irrecuperabile, soggetto non gradito, Ernst è in realtà un ragazzino sanissimo, con l'unico vizio di rubare qualsiasi cosa gli piaccia, non può farne a meno, ma per il resto è intelligentissimo, acuto, capisce bene ciò che gli succede intorno, si fa degli amici in ogni posto in cui lo trasferiscono. Ciò che Ernst proprio non capisce è perché vogliano liberarsi di lui, perché lo perseguitino, perché questo destino sia toccato proprio a lui. Questa è la storia di un bambino come tanti, capitato nella rete degli indesiderati da un sistema discrezionale che non perdonava le imperfezioni. Questa è la storia di un ragazzino che ha provato, con le sue poche forze, a ribellarsi al sistema, e che per ordine di qualcuno è morto per overdose di morfina a quattordici anni, ucciso da infermieri senza scrupoli convinti che gli scarti della società dovessero essere eliminati perché non infettassero più la razza. Ernst è uno dei tanti morti dell'Action T4, il programma di eugenetica nazista che sterminò centinaia di miliaia di bambini e ragazzi disabili, minorati, asociali, diversi per qualunque motivo. Questa è la storia di un abominio, raccontata con la semplicità e l'atrocità del punto di vista di un bambino. Una biografia romanzata che unisce l'accuratezza della ricerca storica e la passione nel raccontare una storia straziante. Un libro che fa male, ma che va letto.


Opera recensita: "Nebbia in agosto. La vera storia di Ernst Lossa che lottò contro il nazismo" di Robert Domes
Editore: Mondadori
Genere: biografia romanzata
Ambientazione: Germania, 1933-1944
Pagine: 336
Consigliato: sì
Voto personale: 10.


domenica 9 agosto 2020

RECENSIONE: ELEONORA E. SPEZZANO - HANS MAYER E LA BAMBINA EBREA


Sinossi:
Varsavia, 1941. Hans Mayer è un ufficiale della Wehrmacht, schivo e solitario, che si limita a percorrere ogni giorno la strada che lo separa dalla caserma cercando di non badare agli sguardi di disprezzo che lo circondano. Vive reprimendo un passato oscuro e turbolento dal quale cerca inutilmente di allontanarsi da anni. È chiuso in un circolo vizioso di incertezze che lo hanno portato a riflettere sul suo ruolo. Niente nella città monotona che è diventata Varsavia gli fa credere che le cose un giorno possano cambiare. Una sera d'autunno il destino lo mette alla prova, giocando una delle sue carte più pericolose, lanciandogli una sfida inizialmente impossibile che con il tempo si trasforma nella sua unica ragione di vita. La sua casa diventa l'unico porto sicuro in mezzo all'enorme campo di battaglia in cui si è trasformato il mondo, il luogo in cui nascondere tutto ciò che le altre creature dalle divise verde bottiglia non devono vedere. Il gelo crudele dell'Olocausto sta penetrando lentamente nel cuore degli uomini, ma Hans è pronto alla disobbedienza. Si ritroverà di fronte a un bivio, costretto a decidere se scommettere su tutte le sue sicurezze o rinunciare. L'innocente Marie è il suo segreto indicibile, la sua sfida al sistema, il suo inno alla libertà, una rincorsa verso la luce. Dove finisce, allora, il dovere morale e dove comincia l'imperativo della coscienza? Nella mostruosità di una singola immagine, in un labirinto contorto di cose, oggetti e persone, nelle parole sussurrate al buio, sottovoce, parole rubate per paura di un tradimento, negli incubi notturni che prendono forma, in una continua e convulsa lotta per la sopravvivenza. La penna della giovane Spezzano, agile e commovente allo stesso tempo, accarezza le ferite dell'anima e quelle della Storia, sa sapientemente narrare di una fuga ineluttabile alla ricerca del tepore esistenziale, con un tocco delicato e morbido, privo di pietismo. Hans Mayer e la bambina ebrea è un ritratto intenso e drammatico del capitolo più cupo del Novecento che dimostra la forza potente di un amore puro, incondizionato e ribelle.

Commento:
Hans Mayer è un giovane ufficiale della Wehrmacht. Se avesse potuto scegliere cosa essere, sicuramente avrebbe fatto altro, lui che non condivideva, anzi disprezzava le idee naziste, ma qualcun altro in passato scelse per lui. Così nel 1941 Hans si ritrova a perlustrare la fredda Varsavia nella sua divisa verde bottiglia, alla ricerca dei pochi ebrei rimasti da scovare e far deportare. Non è contento di sé, non è contento della sua patria, ma non può ribellarsi. A perlustrazione finita, Hans è rimasto indietro dai compagni, per questo è l'unico a notare una bambina di quattro anni che si aggira sola tra le case tristemente abbandonate. È spaventata, ma fiera e intelligente e Hans sa che non può restare lì da sola, così, non riuscendo a trovare la sua famiglia, fa una scelta che gli cambierà la vita: la porta a casa sua. Ancora non sa che Marie è ebrea, che i suoi genitori e il suo fratellino Oscar sono stati catturati e che le SS la cercano spasmodicamente perché non possono permettere che sfugga. Hans dovrebbe cercarla e finge di farlo, ma in realtà si sta affezionando a quella bambina che gli sta facendo vedere il mondo in modo diverso, che lo sta risvegliando dal torpore del vittimismo e del dolore che si trascina addosso da tanti anni. E sarà proprio la scelta di tenerla con sé che darà origine a una storia di coraggio e un pizzico di follia, ma tanto, tanto cuore: Hans rischierà la tranquillità familiare, la felicità, la vita per salvarla e per riunire finalmente una famiglia. Incontrerà gente d'ogni risma, vedrà l'inferno da vicino, ma troverà se stesso, gli amici che non aveva mai avuto e l'amore che credeva d'aver perduto per sempre.
Hans Mayer e la bambina ebrea è un bel romanzo, corposo ma scorrevole, nonostante la potenza emotiva delle vicende narrate. È scritto in modo schietto e diretto; la prosa è semplice, a tratti fin troppo naif, ma questo è ampiamente giustificato dalla giovane età e dall'inesperienza dell'autrice; la storia è, in compenso, davvero profonda e scritta in modo chiaro, senza dietrologie, artifici o sottintesi. Eleonora Spezzano scrive con passione e coraggio un romanzo che indaga una delle pagine più buie della storia mondiale ed è sorprendente la padronanza narrativa che dimostra a solo quindici anni. Siamo di fronte a una giovane autrice esordiente che, ne siamo certi, farà ancora parlare di sé.

Opera recensita: "Hans Mayer e la bambina ebrea" di Eleonora E. Spezzano
Editore: Bonfirraro, 2020
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Polonia-Germania-Svizzera, 1941
Pagine: 396
Prezzo: 18,90 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


venerdì 17 luglio 2020

RECENSIONE: HANS FALLADA - OGNUNO MUORE SOLO


Sinossi:
"Ognuno muore solo" (uscito nel 1947) è una rielaborazione letteraria dell'inchiesta della Gestapo che portò alla decapitazione due coniugi berlinesi di mezz'età. Una spietata caccia all'uomo, con tanto di bandierine sulle carte, guidata da investigatori tanto tecnicamente capaci quanto irrazionalmente mossi da un fanatismo assurdamente sproporzionato agli scopi. E probabilmente le ragioni dell'oblio e della riscoperta stanno appunto nel fatto che è un romanzo sulla resistenza. Un romanzo sulla resistenza e sulla disperazione. Contrastante, quindi, con il luogo comune di un Hitler che non conobbe oppositori tra la gente ordinaria, unita nella colpa collettiva. Fallada racconta di poveri eroi. Anna e Otto Quangel, lui caporeparto lei casalinga, come tutti i loro pari soli e addormentati e poco prima ancora abbagliati dal Fiihrer, conoscono un risveglio dopo la notizia della morte del figlio al fronte, e cominciano a riempire alcuni caseggiati della loro Berlino con cartoline vergate in modo incerto di appelli ingenui di ribellione. Lo fanno per comportarsi con decenza fino alla fine, ben sapendo che morranno e sicuri che nel vicino incontreranno più facilmente il delatore. L'autore li illumina, scorgendo in loro una specie di coscienza della nazione, rappresentata dai tanti volti intorno, espressioni di un popolo spaccato in due, chi opprime e chi è sepolto nella sua paura.

Commento:
Ognuno muore solo non è solo un romanzo molto bello e profondo. Ognuno muore solo è un romanzo importante, perché è l'espressione della resistenza interna, della coscienza e della disobbedienza civile, quel senso di giustizia che si oppone alla violenza con la protesta tacita, ma inarrestabile.
Una mattina del 1940, una mattina uguale alle altre, in un anonimo condominio di Berlino, la postina Eva Cluge porta una lettera. È una lettera scritta a macchina e questo – lei lo sa – non è buon segno: la famiglia cui è destinata apprenderà presto della morte di qualcuno che è al fronte. Poco dopo, in un appartamento di quel medesimo condominio, l'avaro, burbero, retto capo officina Otto Quangel porgerà la lettera alla moglie, la tranquilla signora Anna, che apprendendo della morte dell'unico figlio, non scoppierà in pianti disperati, non cederà all'ira o al dolore scomposto: dirà solo poche frasi, una delle quali rivolta al marito. "Tu e il tuo Fuhrer!". Ebbene, sentirsi rivolgere quell'accusa dalla moglie è, per Otto Quangel, uno smacco, un'ingiustizia intollerabile: lui non è iscritto al partito, vuole assolutamente tenersi lontano dalla politica, il più lontano possibile. E lo sa anche lui che il figlio non voleva andare in guerra, lo sa pure lui che avrebbe preferito perdere una mano piuttosto che andare al fronte, ma è arrivata la convocazione ed ha dovuto andare. E comunque, qualunque cosa abbia deciso Otto Quangel, l'ha decisa insieme alla moglie, perciò proprio non ci sta che lei definisca Hitler il "suo Fuhrer". Non ci sta, Otto Quangel, che proprio lui che non vuol saperne niente di politica, debba perdere suo figlio, ucciso in una guerra che lui non ha voluto, ma che il Fuhrer ha voluto. Pian piano si instilla in Otto la necessità di fare qualcosa, di non restare indifferente come prima… perché suo figlio è morto, l'ha ucciso il Fuhrer, e più niente è uguale a prima. Ma Otto e Anna Quangel non sono persone potenti né violente, la loro sarà un'azione pacifica, che aprirà gli occhi alla gente, che agiterà le menti obnubilate dal fanatismo nazista. Un sabotaggio silenzioso di chi si oppone, come può, con tenacia, ad un regime. Scrivere cartoline e distribuirle per tutta la città. Questa sarà la lotta pervicace e silenziosa dei Quangel, di quegli operai umili e consapevoli del loro ruolo in società, eppure profondamente consci di dover, in qualche modo, contribuire alla lotta. L'effetto delle cartoline, però, non sarà esattamente quello sperato da Quangel.
Sin dal primo rigo di questo romanzo, con una maestria non comune, Hans Fallada ci introduce in una casa, in un condominio, un quartiere, una città di rara vividezza; egli dipinge per noi personaggi così realistici da essere perfetti nella loro imperfezione, meschinità, bontà d'animo, credulità, furbizia, ingordigia, crudeltà… sono rappresentati, qui, tutti i sentimenti umani, dal più alto al più infimo. Ognuno muore solo è un atto di resistenza interna perché scritto da un tedesco fra i tedeschi, con personaggi tedeschi che si oppongono al regime tedesco. Gli ebrei, i comunisti, tutti i perseguitati dal nazismo hanno qui un ruolo importante, ma comunque marginale, paritario nella loro comprimarietà. Qui va in scena lo spettacolo della grettezza, crudeltà, abiezione di pochi, calato nell'ordinarietà di un Paese in guerra. Se è accaduto ciò che è accaduto, la responsabilità è di tutti, nessuno escluso: è di chi non ha impedito, non ha denunciato, si è reso delatore, si è approfittato, ha marciato, si è voltato dall'altra parte, non ha capito, ascoltato, visto, non ha voluto farlo. Nessuno escluso.
Capita spesso, quando si parla dell'Olocausto, di chiedersi cosa sapessero o facessero i tedeschi. Ecco una risposta. Un libro meraviglioso, da leggere assolutamente.




Opera Recensita: "Ognuno muore solo" di Hans Fallada
Editore: vari (Einaudi, Sellerio), ed. originale 1947
Genere: letteratura tedesca
Ambientazione: Germania
Pagine: 590 (ed. Einaudi)
Consigliato: sì
Voto personale: 10

martedì 30 giugno 2020

RECENSIONE: DORTE HANSEN - TORNARE A CASA


Sinossi:
Quando un bambino nasce in un paesino di provincia dove di bellezza non c’è neanche l’ombra, è figlio di una ragazzina affetta da ritardo mentale e fin da piccolissimo viene messo in piedi su una cassa a spillare birra al bancone di una locanda, il fatto che da adolescente frequenti il liceo è piuttosto sorprendente; se poi diventa un professore universitario e decide di lasciarsi tutto alle spalle, l’evento è più unico che raro, e in paese c’è chi lo vive come un tradimento. Nel momento in cui, alla soglia dei cinquant’anni, l’uomo fugge da una vita accademica insoddisfacente e da un’ambigua convivenza a tre in un appartamento in cui non si diventa mai adulti per tornare a casa e prendersi cura dei nonni – Sönke, l’oste arroccato nella sua locanda semiabbandonata, ed Ella, che la vecchiaia ha reso capricciosa e imprevedibile –, due realtà apparentemente inconciliabili si scontrano, dando vita a una crepa profonda dalla quale tutto torna a galla. Il ritorno a Brinkebüll diventa così un’occasione per riscoprirsi e reinventarsi: ci sono conti da saldare, ruoli da invertire e tante tappe da rivisitare prima di muovere il primo passo verso il cambiamento. Il contrasto fra due mondi, il nostro passato e il nostro presente, le famiglie da cui proveniamo e quelle che ci siamo scelti, è la sostanza da cui germoglia questo romanzo meraviglioso, che racconta l’evoluzione di un paesino e i destini individuali dei suoi abitanti con dolcezza, ironia sottile e una vena di malinconia.
Caso letterario dell’anno in Germania, con oltre 400.000 copie vendute e il plauso unanime di pubblico e critica, Tornare a casa è un bestseller indimenticabile che ha incantato davvero tutti.

Commento:
Brinkebull è un paesino della Frisia settentrionale, un luogo senza tempo, arroccato su se stesso come una bolla protettiva e soffocante, uno di quei luoghi sempre uguali che sembrano non dover cambiare mai. Tutto, a Brinkebull ha un suo posto, un ordine precostituito e immutabile dalla notte dei tempi; tutti hanno un ruolo, come figuranti nella commedia della vita: c'è l'ubriacone che vaga incessantemente sul motorino scassato, c'è la bottegaia che tratta la gente a simpatia e vuole che tutto venga fatto come dice lei, c'è il panettiere pasticcere e pure un po' artista costretto a vendere pane di segale e poco più. Poi ci sono i Feddersen. Lui, Sonke, è l'oste, un tutt'uno con la sua locanda, il punto di ritrovo e di vedetta dell'intero paese per generazioni; lei, Ella, è la moglie discreta e talvolta necessaria quando si tratta di cacciar via con mano delicata ma ferma gli ultimi ubriachi mentre spunta già l'alba; la loro figlia, Marret, è la matta del villaggio, quella che va in giro a tutte le ore annunciando la fine del mondo, quella che sparisce e sa come non farsi trovare, quella che custodisce gelosamente i suoi reperti perché non cadano nelle mani del mondo. Un giorno, non si sa bene come, Marret si ritrova incinta. Nove mesi dopo nasce Ingwer, inutile dire che saranno i suoi nonni, Sonke ed Ella, a fargli da genitori. Ingwer diventa ben presto un provetto spillatore di birra e un ragazzino intelligente che il maestro Stensen vuol mandare alle superiori. Il liceo… "Puah!", direbbe Sonke, eppure, nonostante la disapprovazione di un paese in cui l'istruzione non è poi tenuta in gran conto, Ingwer emerge, diventa professore universitario e si trasferisce a Kiel. Molti anni dopo, quando si ritroverà ad un bivio, cinquantenne, senza ben sapere cosa fare della sua vita, c'è bisogno che lui torni a Brinkebull ad assistere i nonni che lui chiama da sempre papà e mamma. Tra una fetta di pane imburrato e un massaggio al corpo del nonno, tra una gita al Mare del Nord e le lenzuola da cambiare con urgenza, Ingwer rivede la sua vita, la rivaluta ed è finalmente pronto a darle un'impronta diversa. Perché alle volte, bisogna tornare da dove si è partiti e guardarsi indietro, per capire davvero ciò che siamo e ciò che vogliamo diventare. Poi bisogna fare come Ingwer: trovare ed esercitare, a piccoli morsi, il coraggio di cambiarla davvero la propria vita.
Tornare a casa è un romanzo bellissimo in cui tutto, anche lo stile di scrittura, ricorda l'apatia di un paesino monotono e apparentemente sintonizzato perennemente su una frequenza disturbata. Ma se si fa attenzione, anche dai rantoli e dai fruscii si possono cogliere forti le voci dei singoli abitanti, con le manie, i vizi, i difetti, le gioie condivise e i dolori pianti in gruppo. Un paese è sempre fatto di un'entità univoca, unica, in cui ciascuno può trovare il suo posto, anche chi era scappato e quel posto l'aveva perso da tempo, anche un professore cinquantenne, scapolo e smarrito. Un libro da leggere, un omaggio ai piccoli paesi che accomunano il popolo. Ed è impossibile, leggendo, non pensare a Pavese che scriveva che "un paese ci vuole", sempre, anche per avere un luogo a cui tornare e in cui ritrovarsi.


Opera recensita: "Tornare a casa" di Dorte Hansen
Editore: Fazi, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Germania
Pagine: 312
Prezzo: 18,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


sabato 16 maggio 2020

RECENSIONE: AROA MORENO DURáN - COSE CHE SI PORTANO IN VIAGGIO

Sinossi:
Katia è nata nella Berlino del secondo dopoguerra, in una famiglia di comunisti spagnoli fuggiti dopo la Guerra civile. Insieme alla sorella vive un'infanzia tutto sommato serena, pur tra le numerose difficoltà: l'incontenibile malinconia della madre, la testardaggine del padre, convinto sostenitore dello Stato socialista, e una valigia intoccabile, nascosta sotto il letto, piena di ricordi di cui le figlie devono restare all'oscuro. Nel 1971 Katia lascia clandestinamente la DDR proprio come clandestinamente vi erano entrati i suoi genitori, per seguire un ragazzo dell'«altro lato» di cui si è innamorata, dando ascolto al più irragionevole degli istinti. Non ha ancora vent'anni e quella decisione la separa per sempre dal solo passato che possiede. La sua è una scelta che si configura come un tradimento: fuggendo Katia tradisce la famiglia, la propria storia, il paese in cui è nata, e commette un'azione imperdonabile, che la condanna a vivere senza un'identità, senza le radici che ha dovuto strappare per oltrepassare il Muro... Quali sono le cose che porterà con sé in un viaggio come questo, da cui non c'è ritorno?

Commento:
Ci sono tanti motivi per intraprendere un viaggio. Lo si può fare per svago, vacanza, lavoro, salute, fuga, salvezza. Manuel e Isabel, tra il 1938 e il 1946, il loro Paese lo lasciarono per salvarsi: comunisti, appena sposati, fuggirono dalla Spagna in guerra per rifugiarsi clandestinamente in Germania, a Berlino Est. Tutti i loro ricordi, quelli materiali, sono relegati in una valigia di cartone nascosta sotto il letto, una valigia che non si deve aprire, mai. A Berlino Est sono nate e vivono le loro figlie, Katia e Martina, due sorelle molto diverse, ma accomunate da quei genitori così reticenti a parlare, così amorevoli ma chiusi, riservati, diversi dagli altri, dai tedeschi, perché diverso è il loro vissuto. Sono tante le cose che in casa di Katia non si possono fare e probabilmente è proprio questo senso di rischio, di curiosità che la spinge ad assecondare le attenzioni di un giovane dell'"altro lato": non lo conosce, ma già sente per lui un sentimento che la travolge e che, qualche anno dopo, la spingerà a compiere un viaggio irreversibile. Per lui, per un istinto giovanile, per un colpo di testa, Katia taglierà i ponti con tutto ciò che conosce, con il poco che ha, con la sua famiglia e intraprenderà un suo viaggio personale per passare dall'"altro lato". Cosa porterà con sé? Poche, pochissime cose e una valigia di immagini, ricordi, sensi di colpa. Cosa troverà ad attenderla? Non lo sa.
Quello scritto da Aroa Moreno Durán è un romanzo lieve, fine, delicato che nasconde dietro la patina del non detto la forza della rinuncia, del rischio e l'ineluttabilità dell'irreversibile. Perché quando la scelta da fare condiziona gli altri non è mai senza conseguenze, non è mai indolore e i prezzi da pagare si decuplicano. Un libro da leggere perché tratta alcune pagine poco discusse di storia europea, lo fa dal punto di vista del romanzo, con un tono intimista e forse un po' edulcorato, ma comunque lo fa… è una voce in più e noi di voci che raccontino la storia abbiamo sempre bisogno.

Opera recensita: "Cose che si portano in viaggio" di Aroa Moreno Duràn
Editore: Guanda, 2020
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Germania, 1956-1992
Pagine: 169
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.

venerdì 20 marzo 2020

RECENSIONE: CARMEN KORN - ARIA DI NOVITà


Sinossi:
È il 1970 e Henny, che ha «l’età del secolo» ed è concentrata sui preparativi per il suo settantesimo compleanno, chiede divertita all’amica di sempre: «Hai mai tradito tuo marito?». Guardarsi allo specchio è più difficile, ma dentro si sente ancora una ragazzina; perché cos’è il tempo, in fin dei conti? A festeggiare con lei, insieme alle immancabili amiche, al marito e ai figli, ci sarà una nuova generazione appena entrata nell’età adulta: Katja, una fotografa che decide di mettere in secondo piano la sua vita per documentare con le immagini quel che accade nei focolai di guerra sparsi per il mondo; Florentine, modella di fama internazionale tornata a sorpresa ad Amburgo con una notizia che lascerà parenti e amici a bocca aperta; e poi Ruth, giornalista e militante, che fatica a liberarsi dalla travagliata relazione con un uomo violento pericolosamente vicino alle frange più estreme. Fra le tre giovani donne si ricrea lo stretto sodalizio che ha unito le loro madri e nonne e, con grande felicità di Henny, la generazione successiva alla sua porta avanti la tradizione: condivide felicità e sfortune, i momenti insignificanti e quelli importanti. A fare da sfondo, le grandi vicende politiche e sociali degli anni Settanta e Ottanta: la Germania divisa, la guerra in Vietnam, il terrorismo, l’immigrazione; e poi gli scandali della Casa Bianca visti dall’Europa, lo scioglimento del blocco orientale e infine l’evento risolutore per eccellenza: il crollo del Muro nel 1989. Ma prima che la storia intervenga ad abbattere questa barriera, chiudendo un’epoca e aprendone una nuova, le vite delle protagoniste subiranno diversi scossoni.
Dopo Figlie di una nuova era ed È tempo di ricominciare, la trilogia di Carmen Korn trova in questo volume la sua commovente conclusione.

Commento:
Ultimo, meraviglioso volume di una bellissima trilogia, la Trilogia del secolo, in cui Carmen Korn ci racconta le vicende del Novecento attraverso una grande famiglia allargata, una "famiglia di amici" nella Germania scossa da profondi cambiamenti.
In questo terzo libro si va dal 1970 al 1999, si saluta il secolo e il millennio e con loro tanti amici, protagonisti delle mille storie e vicissitudini che abbiamo letto in questi tre libri. Generazioni di persone che si susseguono, si legano, si compenetrano: madri, figlie, nonne, amiche, vivono il loro tempo con tutti i cambiamenti che porta con sé e noi lo viviamo attraverso le loro storie. Così passiamo per l'accettazione dell'omosessualità, l'Aids, lo sposarsi sempre più tardi, le lotte politiche, i movimenti estremisti, la Germania divisa e poi finalmente unificata, l'amore, le scelte, la comunanza e la condivisione. Una trilogia, questa, in cui il concetto di amicizia supera ogni barriera temporale o spaziale, supera persino il concetto di famiglia in senso stretto per assumere un valore alto e universale. La scrittura di Carmen Korn è, come al solito, fluida, scorrevolissima ed evocativa. Si prova, leggendo, un senso di rassicurante accettazione degli eventi, un senso di comunità che dà forza. Quasi dispiace chiudere il cerchio e dover lasciare questi amici, ma tutto finisce, anche le cose belle. Inutile dire che consiglio la lettura non solo di questo libro, ma dell'intera trilogia composta da Figlie di una nuova era, è tempo di ricominciare e Aria di novità.

Opera recensita: "Aria di novità" di Carmen Korn
Editore: Fazi, 2020
Genere: narrativa europea, saga familiare, seriale
Ambientazione: Germania, 1970-1999
Pagine: 528
Prezzo: 20,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


giovedì 16 gennaio 2020

RECENSIONE: DAVID FOENKINOS - CHARLOTTE


Sinossi:
Per puro caso, David Foenkinos scopre l'opera di Charlotte Salomon. Una mattina qualunque, ad Amsterdam. Le sue tele sono una folgorazione. La sintonia è subito precisa, spontanea: la strana sensazione di conoscere già qualcuno che si sta scoprendo. È l'inizio di un'ossessione. Charlotte Salomon diventa la sua stessa scrittura, la sola storia che è necessario scrivere. Partendo dall'inizio, dall'infanzia a Berlino e dalle tragedie familiari che sembrano ripetersi come un ritornello malvagio e fatale nella vita della giovane pittrice, ma attraversando anche gli artisti e l'euforia portata nelle stanze di casa dal talento musicale della seconda, adorata moglie di suo padre. E poi di colpo, irresistibile, la scoperta della pittura, durante un viaggio in Italia sotto le prime ombre del nazismo. La nascita prorompente di una vocazione che non l'abbandonerà più, così grandiosa da farla ammettere, unica studentessa ebrea, all'Accademia delle Belle Arti, dove l'eccezionalità del suo talento sembra per un breve momento avere la meglio sulle leggi razziali. E poi l'amore, la passione assoluta per l'uomo che per primo sa vedere la straordinarietà della sua pittura e la incoraggia al punto tale da costringerla a lasciarlo, a fuggire in Francia per cercare la salvezza Charlotte deve vivere, deve creare. Devi dipingere, Charlotte. Dipingere per non impazzire. Ma è troppo tardi, la guerra incombe da tutte le parti.

Commento:
Una lettura breve, ma intensissima, questo Charlotte dello scrittore francese David Foenkinos: un libro scritto con una prosa sciorinata in forma di poesia, ma incisiva, diretta, didascalica ed efficace. Con frasi che sembrano scorrere via come immagini in sequenza, Foenkinos racconta la vita della pittrice tedesca Charlotte Salomon, vissuta a Berlino, poi fuggita in Francia fino a morire per mano dei nazisti nel 1943, a ventisei anni, al quinto mese di gravidanza.
La vita di Charlotte non è stata facile: una madre morta suicida – come molti membri della sua famiglia – e un padre che, per sopportare il dolore, annega nel lavoro; una matrigna buona, attenta, ma a sua volta oppressa dall'impossibilità di esibirsi per le leggi razziali (era una celebre cantante), un amore acerbo che costituirà la sua nemesi fin quasi alla morte. Charlotte trova finalmente salvezza, sfogo, modo di esprimere ciò che ha dentro attraverso la pittura: è così brava che viene ammessa, unica ebrea in quegli anni, all'Accademia di pittura di Berlino. La pittura sarà la sua unica compagna anche nei momenti più bui, più difficili, quelli del distacco, della prigionia, dell'isolamento. Sarà con la pittura che Charlotte riuscirà a raccontare la sua vita. E tanti anni dopo, come è accaduto a tanti, lo scrittore David Foenkinos viene letteralmente folgorato dalle opere di Charlotte che non conosceva, ma di cui si innamora al punto che Charlotte diventa la sua ossessione. In questo libro, ispirato all'opera Vita o teatro della stessa pittrice, Foenkinos ci racconta la storia di questa ragazza fragile, eppure testardamente, pervicacemente attaccata alla vita mentre intorno a lei c'era solo morte.

Opera recensita: "Charlotte" di David Foenkinos
Editore: Mondadori, 2015
Genere: narrativa straniera, romanzo storico, biografia
Ambientazione: Germania-Francia
Pagine: 200
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 24 novembre 2019

RECENSIONE: CATENA FIORELLO - PICCIRIDDA


Sinossi:
Cosa può mai accadere a una picciridda che nei primi anni Sessanta vive in un minuscolo villaggio di pescatori, Leto, lungo la costa tra Messina e Catania?
Può accadere, ad esempio, che i genitori si trovino costretti a emigrare in Germania in cerca di fortuna e che decidano di portare con sé solo il più piccolo dei due figli, affidando "la grande", pur sempre picciridda, alla nonna paterna. È quello che accade a Lucia, l'irriverente protagonista di questo romanzo, che vive la sua condizione di figlia di emigrati sentendosela addosso come un marchio negativo. È consapevole, Lucia, che per lei - e per tutti coloro che non hanno fortuna, che sono "figli della gallina nera" - la necessità implica sacrificio e rinunce. Lo sa bene. Lo dicono tutti. Lo ripete la nonna, così burbera e austera. Ma col passare dei mesi, tra feste di paese e pomeriggi in riva al mare, l'esistenza di Lucia si popola di persone e di affetti: le zitelle Emilia e Nora, la professoressa Aida, la compagna di classe Rita. Ci sono anche gli uomini, misteriosi e taciturni, un mondo da cui stare alla larga (come dice sempre la nonna) o tutto da scoprire (come sente Lucia). E proprio uno di quegli uomini nasconde un terribile segreto a cui Lucia si avvicina sempre più, ignara di ciò a cui andrà incontro...

Commento:
Lucia è figlia della gallina nera, perciò come tale ha diritto a una vita di privazioni, bocconi amari, guai che bussano alla porta un giorno sì e l'altro pure e gioie piccole come il latte appena munto la mattina o la sensazione liberatoria di mettere i piedi nella sabbia del suo mare. Sono queste magre consolazioni che danno a questa bambina, a questa picciridda di appena undici anni che ancora deve iniziare le medie, la forza di affrontare i primi dieci mesi lontana dai suoi genitori. Loro, insieme al fratellino Pietro, sono partiti per la Germania in cerca di un lavoro che a Leto, il loro paesino siciliano, non si trova; sono lontani, scrivono e telefonano quando possono, si arrabattano per guadagnare quei soldi che permettano loro di costruire una casa, una tanto agoniata casa di proprietà. Lucia intanto è affidata alla nonna, l'austera, umorale, incontentabile, rigida Maria Amoroso, la "generala" da tutti temuta e rispettata e a cui tutti chiedono consigli e sostegno. Una donna coraggiosa da sempre, sua nonna, una che ha affrontato i guai della vita con fierezza e decisione, le stesse che, inconsapevolmente, cova anche la piccola e tenace Lucia. Irriverente, ribelle, buona come il pane, questa bambina che piange sommessamente per non farsi sentire ne affronterà di cose in quei mesi difficili… conoscerà persone nuove, prenderà le misure al dolore, affronterà la morte di persone care al cuore e troppo giovani, davvero, per andarsene. E, proprio prima di ricongiungersi felicemente coi suoi per un breve periodo, conoscerà da vicino l'esistenza del male, quello con la M maiuscola, quello taciuto, nascosto, insidioso, che si annida nei silenzi e nelle maldicenze.
Una storia realistica e struggente, quella raccontata con passione e semplicità da Catena Fiorello, una storia che racconta in modo immediato e vivido la Sicilia e l'Italia dei primi anni Sessanta, una storia fatta di storie, di partenze, di sogni, speranze, disillusioni, madri, padri, figli, famiglie, lavoro, vita. La scrittura di Catena Fiorello crea qui immagini vive, semplici, quotidiane di rara bellezza, destinate a restare dentro a lungo. Una lettura consigliata a tutti, in particolar modo a chi, per un difetto di memoria, dovesse aver dimenticato il nostro passato di emigranti.

Opera recensita: "Picciridda" di Catena Fiorello
Editore: Baldini e Castoldi 2006-Giunti 2017
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Sicilia
Pagine: 256
Prezzo: 16,00 € (Ed. Giunti)
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


sabato 13 luglio 2019

RECENSIONE: AGATA BAZZI - LA LUCE è Là


Sinossi:
La famiglia Ahrens è protagonista di una stagione magnifica nella storia di Palermo: la “Palermo felicissima” del primo Novecento. Albert, il patriarca arrivato nel 1875 dalla Germania, diventa un entusiasta imprenditore di successo e sposa Johanna Benjamin, che sarà la madre dei suoi otto figli. Fra campagna e città fa costruire una superba villa sulla cui facciata spicca la scritta lik dör (“La luce è là”), e sono anni di prosperità, di successo, di unità.
Seguono in sequenza eventi che intaccano la serenità della famiglia: il terremoto di Messina, la Prima guerra mondiale, la morte dei due figli maschi, e infine le leggi razziali che restituiscono gli Ahrens alla loro identità ebraica.
Lo sfacelo economico conduce a un declino che non impedisce a Marta, Vera, Berta e Margherita di portare innanzi la “luce” dei valori che hanno sempre ispirato la famiglia: coraggio, dignità, rigore, speranza. La fusione fra storie individuali e Storia movimenta il quadro di una saga che lascia al centro almeno tre figure femminili memorabili: Johanna, intrepida e saggia costruttrice di fortune accanto al marito; Marta, afflitta da una severa sordità che non le impedisce di “sentire” dove va il mondo e di governare gli affari; Vera, ispirata dalla determinazione che era stata del padre.
Una saga famigliare maestosa. Una Palermo “tedesca”. Una città operosa e prospera che il tempo ha quasi cancellato. Un coro femminile che non si dimentica.
Agata Bazzi è una discendente della famiglia Ahrens: questa storia è ispirata dal ritrovamento di un diario e dai racconti ascoltati.

Commento:
La luce è là è l'iscrizione che ancora oggi è possibile ammirare sulla facciata di villa Ahrens a San Lorenzo dei Colli, vicino a Palermo. E' un'iscrizione importante, disegnata e fatta realizzare da Albert Ahrens il capostipite della grande famiglia le cui vicende sono raccontate in questo libro: è una guida, un faro che conduce i tanti membri di quella famiglia attraverso le traversie della vita senza mai dimenticare la speranza. Il compito di raccontarci la storia di questa famiglia spetta proprio ad Albert – attraverso il suo diario realmente esistente – e a Marta, la figlia che per più tempo è stata accanto ai genitori, Albert e Joanna, presenza costante nelle loro vite ed osservatrice attenta dei cambiamenti anche minimi della famiglia.
Tutto cominciò quando, a Varell in Germania, Albert rimase orfano di padre a quindici anni. Intraprendente, desideroso di studiare le lingue straniere, lavorare e conoscere il mondo, Albert non si perdette d'animo e partì in cerca di lavoro. Dopo qualche anno travagliato giunse a Napoli e da lì a Palermo. Amò questa città, i suoi colori, suoni, profumi, la conobbe profondamente, nei suoi angoli più bui e miserevoli e in quelli più scintillanti; qui decise di stabilire i propri affari e di costruirsi una famiglia ed una vita. Lo fece sposando Joanna Benjamin, una donna colta, intelligente, oculata, sensibile, una compagna di vita, un'alleata complice ed una madre attenta, severa ma dolce. Fu la scelta vincente: da quel momento per gli Ahrens cominciarono decenni felici: la famiglia si fece ben volere da tutti, si integrò bene nella comunità, crebbe in numero ed affetto. Tutto andò bene finché la guerra e la morte non fecero la loro triste irruzione nella teutonica isola felice sulle colline della Conca d'oro. Ma la famiglia non è tale solo nei momenti felici: nonostante la sorte avversa e il destino ingiusto e non benevolo, gli Ahrens dimostrarono di avere valori e basi affettive solide che li mantennero uniti pur nella distanza e impedirono il loro declino.
La luce è là è una saga familiare intensissima, dalla quale traspare tutto il dinamismo, la passione per il progresso, l'amore per la cultura e l'abnegazione per la famiglia e il prossimo del quale la nostra società dovrebbe abbeverarsi a piene mani. Si respira, in questo libro, tutta la speranza che indusse Albert Ahrens a tuffarsi in questo mondo nuovo ed in continuo mutamento, in un'epoca – la seconda metà dell'Ottocento – in cui il futuro dell'Europa era incerto. Con oculatezza, prudenza ma anche sicurezza e lungimiranza un uomo e una donna uniti seppero creare una realtà solida, capace di accogliere e produrre. Agata Bazzi, discendente diretta di questa famiglia, narra oggi le vicende degli Ahrens per trattenerne e tramandarne la memoria, affinché ciò che fu non si perda nell'oblio. Ad una prima parte più stringata, quasi frenetica, basata esclusivamente sul diario di Albert, si sostituisce la narrazione di Marta, che l'autrice ha elaborato oltre che dal diario anche dai tanti racconti ascoltati e tramandati dalle donne della famiglia. Tante donne, in questa storia, che ancora una volta si dimostrano coraggiose, fiere, presenti e in grado di decidere con lungimiranza e prudenza. Un libro importante, perché è tratto da una storia vera e perché raccoglie testimonianze del nostro passato recente preziose ed inedite. Sarebbe stato davvero un peccato che questa storia affascinante e dolorosa fosse andata perduta. A noi, come ai discendenti futuri degli Ahrens, il compito di trasmetterla anche attraverso la lettura… perché non si dimentichi e si impari dalle buone esperienze di altri.

Opera recensita: "La luce è là" di Agata Bazzi
Editore: Mondadori, 2019
Genere: saga familiare, romanzo storico, testimonianza
Ambientazione: Sicilia, 1870 (circa)-1946 (circa)
Pagine: 372
Prezzo: 19,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


lunedì 10 giugno 2019

RECENSIONE: CARMEN KORN - E' TEMPO DI RICOMINCIARE


Sinossi:
È il 1949. La guerra è finita. I nazisti sono stati sconfitti. Come molte altre città, Amburgo è ridotta a un cumulo di macerie e in parecchi si ritrovano senza un tetto sulla testa. Fra questi, Henny, che ha finalmente accettato di sposare Theo e continua a cercare la cara Käthe, che risulta ancora dispersa nonostante l’amica sia sicura di avere incrociato il suo sguardo, la sera di San Silvestro, su quel tram… Nel frattempo, mentre Lina e la sua compagna Louise aprono una libreria in città, Ida si sente delusa dal modesto ménage coniugale con il cinese Tian, pur avendo mandato all’aria il suo precedente matrimonio per stare con lui, e ricorda con nostalgia la sua giovinezza di rampolla di una famiglia altolocata. Sono in molti ad aver perso qualcuno di caro, e sono in molti ad attendere il ritorno di qualcuno, giorno dopo giorno, alla finestra. Ma per i sopravvissuti tornare a casa non è facile, si ha paura di cosa si potrebbe trovare, o non trovare più.
Gli anni passano, i figli delle protagoniste crescono e anche loro hanno delle storie da raccontare. Sullo sfondo, la ripresa dell’economia tedesca e le rivoluzioni sociali che hanno scandito gli anni Cinquanta e Sessanta: lo sbarco sulla Luna, la costruzione del Muro di Berlino, il riarmo e la paura del nucleare, l’arrivo della pillola anticoncezionale, l’irruzione della televisione nella vita quotidiana delle famiglie, l’inizio dei movimenti studenteschi e la musica dei Beatles.
Dopo Figlie di una nuova era, il secondo, attesissimo capitolo di questa fortunata e appassionante trilogia che racconta la vita di quattro amiche nella Germania del Novecento.

Commento:
Beh, aspettavo con trepidazione il secondo capitolo della trilogia al femminile di Carmen Korn, il primo, Figlie di una nuova era, mi era piaciuto molto. Non posso dire lo stesso, purtroppo, per questo secondo volume che racconta la vita e la storia della Germania e dell'Europa dal 1949 al 1969 attraverso le vicende di quattro amiche, quattro donne così diverse tra loro, e delle loro famiglie. Ritroviamo la bella Amburgo che a fatica si rialza dalle macerie; ritroviamo Enny, Kathe, Ida, Lina, Louise, Else, ma anche i loro figli, compagni, mariti, amici e conosciamo anche molti personaggi nuovi con storie, sogni, angustie. Il problema è che i personaggi, forse, sono ora anche troppi e nella smania di raccontarne le storie in contemporanea, l'autrice non fa altro che correre – a tratti forsennatamente – da uno all'altro senza posa. Il risultato, purtroppo, è un libro complessivamente bello, ma che troppo spesso si rifugia nei dettagli perdendo di vista il filo della storia, un libro zeppo di cose, persone, storie che finiscono per affastellarsi e fanno perdere alla storia il pathos e l'empatia che avevano invece contraddistinto il primo libro. E' ancora interessante sapere come si evolve la complicata storia tra Claus e Alex, la carriera di Ruth e quella di Florentine… però tutto questo rincorrersi non può diventare una telenovela infinita e sfiancante. La sensazione che l'autrice abbia voluto un po' strafare cresce con l'andare delle pagine e mi porta a non consigliare questo libro in modo entusiastico come invece feci per il precedente. Tuttavia, sia chiaro, neppure lo sconsiglierei apriori… è pur sempre una lettura discreta e l'evoluzione delle vicende è apprezzabile.

Opera recensita: "E' tempo di ricominciare" di Carmen Korn
Editore: Fazzi, 2019
Genere: narrativa europea
Ambientazione: Germania, 1949-1969
Pagine: 564
Prezzo: 20,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 6,5.


martedì 19 marzo 2019

RECENSIONE: ISRAEL JOSHUA SINGER - LA FAMIGLIA KARNOWSKI


Sinossi:
Tre generazioni di ebrei, completamente assimilati alla società tedesca, si susseguono sotto la crescente e minacciosa ombra del nazismo. L’intesa saga familiare si apre con David, il patriarca, che lascia la Polonia per trasferirsi nella civilissima Berlino e si considera più tedesco dei tedeschi stessi; il figlio Georg, che ha imparato sin da piccolo a comportarsi «da ebreo in casa e da uomo di mondo fuori», diventa un famoso e richiestissimo medico, salvo poi perdere tutto, ricchezze, professione e ogni possibile speranza, a causa delle orribili leggi razziali. La storia di Jegor, il suo giovane figlio, dilaniato dall’odio che prova per la sua stessa identità di ebreo, conclude la parabola dei Karnowski. Affresco vivido e commovente della società ebraica in Germania tra l'inizio del secolo scorso e gli anni a cavallo delle due guerre mondiali, La famiglia Karnowski è riconosciuto come un grande classico della letteratura del Novecento.

Commento:
Una storia scritta in modo disarmante per la sua semplicità, chiarezza e nitidezza di pensiero; una storia fatta di contrasti, sia quelli generazionali -  su cui si imperneano le vicende della famiglia protagonista – sia quelli di razza, etnia, religione – acuiti dall'incombere delle leggi raziali e del nazismo. Una storia che mi ha lasciato molto, sia in termini di conoscenze sugli usi, le tradizioni, i caratteri più tipici degli ebrei, sia per il modo acuto, schietto, pulito e rigoroso con cui è stata scritta. Un grande classico che mi ha colpito profondamente anche e soprattutto nelle emozioni: ho provato frustrazione, sconforto, senso di ingiustizia e di impotenza tante volte leggendo questa storia. Ho avuto i brividi nel leggere le umiliazioni e i concetti sbagliati che hanno portato un ragazzo già debole e confuso ad essere completamente traviato. Ed ho provato ammirazione e profonda vicinanza per persone come i Landau, il padre e la figlia, con la loro semplicità e le loro idee avvenieristiche e profondamente giuste. Un grande classico, dunque, che merita di essere letto ed interiorizzato.

Opera recensita: "La famiglia Karnowski" di Israel Joshua Singer
Editore: Adelphi, Newton Compton, prima ed. originale 1943
Genere: classico, saga familiare
Ambientazione: Germania, Stati Uniti
Pagine: 413 (ed. Newton Compton 2015)
Prezzo: 5,90 € (Ed. Newton Compton 2015)
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5.


giovedì 14 febbraio 2019

RECENSIONE: CARMEN KORN - FIGLIE DI UNA NUOVA ERA


Sinossi:
Uno strano destino, quello delle donne nate nel 1900: avrebbero attraversato due guerre mondiali, per due volte avrebbero visto il mondo crollare e rimettersi in piedi, stravolgersi per sempre sotto i loro occhi. Sono proprio loro le protagoniste di questa storia, quattro donne che incontriamo per la prima volta da ragazze, ad Amburgo, alle soglie degli anni Venti. Hanno personalità e provenienze molto diverse: Henny, di buona educazione borghese, vive all’ombra della madre e ama il suo lavoro di ostetrica più di ogni cosa; l’amica di sempre Käthe, di estrazione più modesta, emancipata e comunista convinta, è un’appassionata militante; Ida, rampolla di buona famiglia, ricca e viziata, nasconde un animo ribelle sotto strati di convenzioni; e Lina, indipendente e anticonformista, deve tutto ai suoi genitori, che sono letteralmente morti di fame per garantirle la sopravvivenza. Insieme crescono e vedono il mondo trasformarsi, mentre le loro vicende personali s’intrecciano in una rete intricata di relazioni clandestine, matrimoni d’interesse, battaglie politiche e sfide lavorative, lutti e perdite, eventi grandi e piccoli tenuti insieme dal filo dell’amicizia. Pagine che ci fanno respirare il fascino d’epoca di un mondo che non c’è più: i cocktail al vermut, i cappelli a bustina, gli orologi da tasca e gli sfarzosi locali da ballo, ma anche le case d’appuntamenti, i ristoranti cinesi e le fumerie d’oppio del quartiere di St Pauli. E poi la lenta, inesorabile disgregazione di tutto, la fine di ogni libertà, il controllo sempre più pressante delle SS, la minaccia nazista…
Quattro donne, un secolo di storia: Figlie di una nuova era è il primo capitolo di una nuova, avvincente trilogia tutta al femminile.

Commento:
Eh, doveva proprio essere bella Amburgo negli anni Venti… affascinante, elegante, un bel posto dove vivere. Lo capiamo senza dubbio dalle descrizioni che Carmen Korn ci fa di quegli anni nel raccontare la vita delle tante protagoniste di questo primo capitolo della trilogia al femminile che si apre con Figlie di una nuova era. E lo sono davvero queste ragazze e queste donne, sono figlie di una nuova era: sono nate intorno al 1900 e quando comincia questo racconto hanno davanti un futuro incerto, ma sicuramente roseo, o almeno loro fanno di tutto perché lo diventi. E tra un matrimonio, un lavoro appassionante che ha a che fare con nuove vite che nascono, delle buone amicizie e qualche serata mondana, sembra proprio così: la vita, pur con tutte le difficoltà, sembra valere la pena di essere vissuta. Ma saranno dello stesso avviso Henny, Kathe, Ida, Lina e tutte le altre più di vent'anni dopo, quando dovranno mettersi al riparo dalle bombe, dai nazisti e dai loro stessi vicini? Questo bellissimo romanzo racconta la vita che cambia, piano piano, giorno dopo giorno; racconta l'amicizia e la volontà di sopravvivere nonostante tutto; racconta la rinascita dopo la prostrazione. Lo fa attraverso le vite delle persone, le quotidianità distrutte, la privazione, il lutto, l'angoscia dell'incertezza. Un romanzo lungo che si prende i giusti tempi per farci conoscere tutto dei delle persone e degli intrecci che incontreremo; un racconto sobrio che non crea inutili sentimentalismi: basta la forza delle parole e delle storie ad emozionare e commuovere. Attendo con piacere il secondo volume, non ancora pubblicato.

Opera recensita: "Figlie di una nuova era" di Carmen Korn
Editore: Fazzi, 2018
Genere: trilogia, romanzo storico
Ambientazione: Amburgo, 1919-1948
Pagine: 524
Prezzo: 17,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 27 gennaio 2019

RECENSIONE: MARCO PAOLINI - AUSMERZEN. VITE INDEGNE DI ESSERE VISSUTE


Sinossi:
Dopo lo spettacolo "Ausmerzen", anche per rispondere alle domande che lo spettacolo stesso aveva creato, Marco Paolini si è immerso per un anno nella scrittura, rielaborando e tessendo in narrazione una mole enorme di dati, alcuni dei quali - tra i più sconvolgenti - quasi sconosciuti. L'interrogazione su eugenetica, scienza ed etica, e sulle politiche del potere si fonde nel racconto. Un narratore appassionato, pieno di sdegno e pudore, e non privo di humour, ci consegna così un libro di feroce potenza, destinato a diventare necessario. Per tutti. Con uno scritto di Mario Paolini.

Commento:
Dopo aver visto su youtube, un paio d'anni fa, l'omonimo spettacolo realizzato sempre da Paolini ed andato in onda su Lasette, mi era rimasta la voglia di leggere il libro, di approfondire.
Come dice Paolini, questa è roba che fa male, ci vuole uno sforzo per rimetterci mano. Perché lo sappiamo che ci fu uno sterminio, che ci furono i campi di sterminio, che ci morirono milioni di persone. Ma qui si parla di persone considerate difettose, cui non fu data né una prima né una seconda possibilità, di vite indegne di essere vissute, di coloro che morirono prima degli zingari, degli ebrei, degli omosessuali, degli antinazisti, e continuarono a morire dopo, dopo la liberazione, dopo che tutto il resto era finito. Action T4 si chiamava il progetto pensato per eliminarli (Ausmerzen vuol dire appunto questo): oggi se ne parla poco e in ambienti settoriali e specifici. Perché? Perché fa male anche solo pensarci. Fa male pensare che qualcuno (molti) ritenesse che non vi fosse una sola ragione per lasciare in vita disabili – bambini e adulti – per la maggior parte tedeschi, che tutti – anche i civili, i normali cittadini – sapessero, che ad occuparsene furono tedeschi (non necessariamente nazisti) tra cui infermiere, medici, suore! Eppure è successo, una barbarie nella barbarie, insensata ed atroce. E ci sono i rapporti, i documenti che dimostrano che sì, chi c'era sapeva cosa accadeva. Tutto trova fondamento nelle ricerche di eugenetica di Galton e Bell, non in Germania, ma in America. Alla Germania non l'esclusiva, ma la palma d'oro per l'applicazione e la diffusione delle idee di annientamento delle vite indegne di essere vissute, con i suoi centri all'avanguardia, la sua medicina di eccellenza, i suoi psichiatri iperprogressisti, il libricino di un medico e un giudice e quell'altro libro, quello scritto da un futuro dittatore, che sembrava tanto lo "sfogo impotente di gente che abbaia ma non morde in un momento in cui le cose vanno male". Sappiamo tutti come finì.
C'è la crisi, c'è poco per tutti, allora perché dividere quel poco anche con chi costa e non produce? Con il "mangiatore inutile", il cieco, il sordo, il pazzo, lo storpio, lo psicopatico? Così, nel 1933 in Germania venne promulgata la legge per la sterilizzazione di coloro che furono definiti "geneticamente inaccettabili" e dopo il 39 si passa dalla sterilizzazione all'eliminazione. E un bel giorno il tuo medico di famiglia bussa alla tua porta e ti dice che c'è la possibilità di un trattamento innovativo per tuo figlio disabile; tu firmi l'imprescindibile consenso, tuo figlio parte e tu pensi: "avrò fatto la scelta giusta?". Dopo un po' ti arriva una lettera dall'ospedale che ti comunica un trasferimento improvviso, ordinato dal commissario del Reich e che l'ospedale non sa dove sia stato mandato tuo figlio. O magari nella lettera ti comunicano che tuo figlio è morto per cause naturali e che, data la gravità della sua patologia la morte è da considerarsi una liberazione. Indichi, signora, a quale cimitero inviare l'urna con le ceneri. Trecentomila vite bruciate così. E no, non ci sono giustificazioni che tengano. Parole d'ordine: efficacia e segretezza; la macchina è ben oleata, funziona tutto a meraviglia. Tutti conosciamo Auschwitz, Bukenvald, Birkenau, ma quanti conoscono Arteim, Grafenet, Adamar, Caffbeuren, Brandemburg? Eppure furono questi i centri di uccisione teatro di questi omicidi di massa: macelli travestiti da cliniche in cui si sperimentarono, prima del grande utilizzo, camere a gas e forni crematori.
Il libro di Paolini non vuole – e non può – essere una trattazione esaustiva della questione, né si può dire che sia la pubblicazione più obiettiva su questa storia. Si vuole, qui, cercare di ricostruire come andò, raccontare una storia – una realtà – conosciuta da troppo poche persone. Si legge in un pomeriggio, ma i brividi, il dolore e lo sconquasso che si lascia dietro sono difficili da digerire. E sbaglia chi liquida tutto questo come passato: è qualcosa che ci appartiene, ci passa vicino, è dentro di noi. E serve parlare, leggere, ascoltare, perché ha ragione Primo Levi: è necessario conoscere, perché ciò che è accaduto può accadere ancora.

Opera recensita: "Ausmerzen" di Marco Paolini
Editore: Einaudi, 2012
Genere: saggio
Ambientazione: Germania
Pagine: 176
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


domenica 6 gennaio 2019

RECENSIONE: JOHANNA SPYRI - HEIDI


Sinossi:
Heidi ha cinque anni e un'energia immensa. Vive con il nonno sulle montagne svizzere e passa il suo tempo in armonia con la natura, portando le capre al pascolo con l'amico Peter. Quando compie otto anni però viene obbligata a trasferirsi in città, per imparare a leggere e scrivere e diventare la «dama di compagnia» di Klara, figlia debole di salute di una ricca famiglia di Francoforte. Per lei, cresciuta in libertà, i palazzi, il cielo grigio e le tavole a cui bisogna sedere composti sono una prigione da cui scappare il piú in fretta possibile. Con Heidi Johanna Spyri ha creato un personaggio senza tempo, e ancora oggi il mondo visto attraverso lo stupore della piccola regina delle montagne riesce a brillare di dolcezza.

Commento:
Beh, avevo voglia di una lettura semplice, ma non banale, che riempisse di calore questo pomeriggio freddo. Così, prendendo ispirazione dalla visione del film proiettato ieri in Tv, ho pensato di leggere "Heidi", il romanzo che ha dato vita ad uno dei cartoni animati più belli della mia infanzia e credo di tutti i tempi.
Scelta azzeccata: il romanzo mi ha trasmesso le stesse sensazioni forti che provavo da piccola, la gioia nel vedere la felicità di Heidi spensierata per i monti, la tristezza nel vederla trattata ingiustamente dalla signorina Rottermeyer, la contentezza per l'amicizia di Peter e Clara, il cambiamento del nonno che tutti consideravano burbero ma che in realtà ha un cuore buono. Il romanzo è scritto in linguaggio semplice ed efficace, adatto a bambini ed adulti. Non è assolutamente una lettura impegnativa, ma chi l'ha detto che dobbiamo sempre leggere cose impegnate? Ognitanto fa bene anche staccare la spina ed immergersi in una bella storia a lieto fine, piena di valori semplici, antichi e da non dimenticare. La mia votazione così alta è ovvia: un libro che, attraverso la sua trasposizione ha fatto sognare tutti noi e che mantiene intatto il suo fascino a distanza di secoli non può che meritare il massimo!


Opera recensita: "Heidi" di Johanna Spyri
Editore: Einaudi, prima ed. originale: fine Ottocento
Genere: letteratura per ragazzi
Ambientazione: Svizzera-Germania
Pagine: 272
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 10.