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lunedì 9 agosto 2021

RECENSIONE: CATENA FIORELLO - CINQUE DONNE E UN ARANCINO

            Sinossi:

Ogni trasloco è una fine. O un inizio. Ma sempre e comunque un intreccio di emozioni. Lo sa bene Rosa, che dopo la morte del marito decide di lasciare Milano per tornare nella sua terra di origine, lo sperduto paesino siciliano di Monte Pepe. Qui si rende ben presto conto che le donne del luogo (perfino le più giovani!) sembrano rassegnate a un monotono tran-tran. Eppure ci deve essere un modo per ravvivare le giornate e risvegliare le ambizioni delle signore di Monte Pepe. Così, una mattina, si alza punzecchiata da un’idea: aprire una rosticceria che offra i migliori arancini della regione, in un ambiente ospitale che attiri turisti e buongustai. Forte del suo passato di cuoca, Rosa tenta di coinvolgere quattro amiche: Giuseppa, vedova con qualche anno in più, le gemelle Maria e Nunziatina, appassionate di cucina dell’antica tradizione, e la bellissima Sarina, giovane in cerca della sua vocazione. Ma fin da subito si scontreranno con una difficoltà insormontabile: il paese è troppo isolato fra le montagne e i clienti scarseggiano. In mezzo a questi guai, nuovi amori nascono, altri finiscono, e altri ancora stentano a farsi strada. E proprio quando le cinque amiche cominciano a darsi per vinte, il loro destino sarà stravolto dall’apparizione di una misteriosa donna che le trasporterà in un’incredibile avventura a New York. Già, perché la vita non è scritta soltanto dalle nostre intenzioni. Talvolta può accadere che il caso ci metta lo zampino, sorprendendoci con la sua generosità…

 

Commento:

Catena Fiorello è un'autrice che apprezzo. Mi piace il suo modo di scrivere, le storie che racconta, la sua sensibilità, le ambientazioni e i personaggi dei suoi romanzi, molto spesso luoghi del cuore e donne volitive e coraggiose. Tuttavia questo suo Cinque donne e un arancino non è riuscito a conquistarmi… sebbene sia scritto discretamente, l'idea della storia sia interessante e i messaggi siano pregevoli, la storia non mi ha appassionata ed i personaggi – le cinque donne protagoniste soprattutto – non mi hanno conquistata, non ho empatizzato con nessuna di loro. Il tutto mi è sembrato poco originale, alquanto insipido ed estremamente prevedibile… sarà che di romanzi "al femminile" ne ho letti tanti, ma questo non è riuscito a distinguersi in nulla. Mi dispiace, ma sebbene abbia dei pregi indiscutibili (l'ambientazione, la scrittura), non mi sento di consigliarne la lettura.

 

Opera recensita: "Cinque donne e un arancino" di Catena Fiorello

Editore: Giunti, 2020

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Sicilia

Pagine: 336

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: no

Voto personale: 6.

  

domenica 24 novembre 2019

RECENSIONE: CATENA FIORELLO - PICCIRIDDA


Sinossi:
Cosa può mai accadere a una picciridda che nei primi anni Sessanta vive in un minuscolo villaggio di pescatori, Leto, lungo la costa tra Messina e Catania?
Può accadere, ad esempio, che i genitori si trovino costretti a emigrare in Germania in cerca di fortuna e che decidano di portare con sé solo il più piccolo dei due figli, affidando "la grande", pur sempre picciridda, alla nonna paterna. È quello che accade a Lucia, l'irriverente protagonista di questo romanzo, che vive la sua condizione di figlia di emigrati sentendosela addosso come un marchio negativo. È consapevole, Lucia, che per lei - e per tutti coloro che non hanno fortuna, che sono "figli della gallina nera" - la necessità implica sacrificio e rinunce. Lo sa bene. Lo dicono tutti. Lo ripete la nonna, così burbera e austera. Ma col passare dei mesi, tra feste di paese e pomeriggi in riva al mare, l'esistenza di Lucia si popola di persone e di affetti: le zitelle Emilia e Nora, la professoressa Aida, la compagna di classe Rita. Ci sono anche gli uomini, misteriosi e taciturni, un mondo da cui stare alla larga (come dice sempre la nonna) o tutto da scoprire (come sente Lucia). E proprio uno di quegli uomini nasconde un terribile segreto a cui Lucia si avvicina sempre più, ignara di ciò a cui andrà incontro...

Commento:
Lucia è figlia della gallina nera, perciò come tale ha diritto a una vita di privazioni, bocconi amari, guai che bussano alla porta un giorno sì e l'altro pure e gioie piccole come il latte appena munto la mattina o la sensazione liberatoria di mettere i piedi nella sabbia del suo mare. Sono queste magre consolazioni che danno a questa bambina, a questa picciridda di appena undici anni che ancora deve iniziare le medie, la forza di affrontare i primi dieci mesi lontana dai suoi genitori. Loro, insieme al fratellino Pietro, sono partiti per la Germania in cerca di un lavoro che a Leto, il loro paesino siciliano, non si trova; sono lontani, scrivono e telefonano quando possono, si arrabattano per guadagnare quei soldi che permettano loro di costruire una casa, una tanto agoniata casa di proprietà. Lucia intanto è affidata alla nonna, l'austera, umorale, incontentabile, rigida Maria Amoroso, la "generala" da tutti temuta e rispettata e a cui tutti chiedono consigli e sostegno. Una donna coraggiosa da sempre, sua nonna, una che ha affrontato i guai della vita con fierezza e decisione, le stesse che, inconsapevolmente, cova anche la piccola e tenace Lucia. Irriverente, ribelle, buona come il pane, questa bambina che piange sommessamente per non farsi sentire ne affronterà di cose in quei mesi difficili… conoscerà persone nuove, prenderà le misure al dolore, affronterà la morte di persone care al cuore e troppo giovani, davvero, per andarsene. E, proprio prima di ricongiungersi felicemente coi suoi per un breve periodo, conoscerà da vicino l'esistenza del male, quello con la M maiuscola, quello taciuto, nascosto, insidioso, che si annida nei silenzi e nelle maldicenze.
Una storia realistica e struggente, quella raccontata con passione e semplicità da Catena Fiorello, una storia che racconta in modo immediato e vivido la Sicilia e l'Italia dei primi anni Sessanta, una storia fatta di storie, di partenze, di sogni, speranze, disillusioni, madri, padri, figli, famiglie, lavoro, vita. La scrittura di Catena Fiorello crea qui immagini vive, semplici, quotidiane di rara bellezza, destinate a restare dentro a lungo. Una lettura consigliata a tutti, in particolar modo a chi, per un difetto di memoria, dovesse aver dimenticato il nostro passato di emigranti.

Opera recensita: "Picciridda" di Catena Fiorello
Editore: Baldini e Castoldi 2006-Giunti 2017
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Sicilia
Pagine: 256
Prezzo: 16,00 € (Ed. Giunti)
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


sabato 3 marzo 2018

RECENSIONE: JOSH SUNDQUIST - INSEGNAMI A VEDERE L'ALBA


Sinossi:

L'amore è più di quel che vedono gli occhi.

Will, pur essendo cieco dalla nascita, decide di frequentare un liceo pubblico, vincendo i timori della madre iperprotettiva. Inizia così un'esilarante

tragicommedia: in mensa si siede sulle gambe di un compagno, una ragazza ha una crisi di nervi convinta che lui la stia fissando... Per riparare, Will

si offrirà di aiutarla a scrivere un articolo su una mostra di Van Gogh: impresa difficilissima, perché a Will mancano totalmente il concetto di prospettiva,

di colore, e Cecil deve spiegargli ciò che vede evitando qualsiasi metafora visiva.

Quando a Will viene offerta la possibilità di affrontare un'operazione sperimentale che potrebbe ridargli la vista, il padre, medico, cerca di dissuaderlo

perché i casi di successo sono rarissimi e le ricadute psicologiche spesso pesantissime. Ma Will decide di rischiare e le conseguenze, seppur inaspettate

e difficili da superare, gli rivoluzioneranno meravigliosamente la vita.

 

Commento:

Ecco. Questo è il classico libro apparentemente semplice, ma in realtà complessissimo da analizzare. E’ semplice nella storia, lineare e tutto sommato abbastanza prevedibile; è semplice nel linguaggio che si adatta al protagonista-narratore adolescente; non è semplice, invece, per il tema trattato, la cecità e l’amore, e per le tante sfaccettature che porta con sé.

Will è un sedicenne non vedente che si trasferisce in una scuola pubblica, entrando così per la prima volta in contatto con il mondo dei normovedenti, un mondo completamente diverso dagli ambienti protetti della famiglia e della scuola per ciechi cui è stato abituato finora. Will deve quindi affrontare le difficoltà che astrattamente affronta chiunque si inserisca in un ambiente totalmente nuovo e sconosciuto e, soprattutto, già affiatato: l’atteggiamento scostante o impacciato o perplesso o incredulo o stupefatto degli altri, nonché le proprie personali perplessità o incertezze. Will poi si trova in una fase della vita, l’adolescenza, in cui per natura ci si sente più insicuri e si dà un gran peso a ciò che gli altri pensano/vedono di noi. Il mix di tutte queste variabili lo fa apparire insicuro, a tratti lamentoso, a volte troppo irritabile e fondamentalmente concentrato su se stesso, ma in realtà Will, anche se non ne è consapevole, racchiude in sé tutte le normali caratteristiche di un adolescente medio, a prescindere che sia cieco, sordo, anoressico/bulimico, omosessuale, musulmano o magrebino (sono esempi, tanto per capirci). Infatti, come ogni adolescente medio, ha conflitti con i genitori, ha difficoltà ad entrare in un gruppo, sente i primi bollori del corpo e vive i primi travagli amorosi. Tutto peggiora quando a Will viene prospettata la possibilità di sottoporsi ad un complicato intervento che potrebbe ridargli la vista, ma potrebbe anche non funzionare. In definitiva abbiamo qui un ragazzo normalissimo, con problemi normalissimi, che è sottoposto ad un’ulteriore prova che, a prescindere da come andrà, gli insegnerà tanto su di sé e su chi lo circonda.

Detto questo, alcune considerazioni personali: pur essendo non vedente, quindi conoscendo gran parte delle problematiche riscontrate da Will, quello che dirò si riferisce alla mia esperienza ed al mio sentire personale che certamente differisce da quello di molti altri ciechi per le ragioni più disparate. Ho trovato Will troppo, troppo, troppo concentrato su se stesso e sulla propria cecità; l’idea dell’autore di fargli incontrare il mondo a sedici anni, dopo aver vissuto per tanto tempo nell’ambiente protetto della scuola per ciechi, poi, è comprensibile ma discutibile: personalmente credo che l’approccio sia avvenuto troppo tardi, forse per un bambino sarebbe stato più facile e naturale adattarsi e specularmente lo sarebbe stato anche per gli altri compagni; l’adolescenza è già difficile di suo, non avrei messo sulle spalle virtuali di questo ragazzo tutti questi carichi, sarebbe bastato l’intervento. Senza contare che il distacco in un’età precedente avrebbe reso più sicura anche la madre, davvero troooppo protettiva, ai limiti dell’assillante. Ho trovato carino il personaggio di Cecil, anche se forse conteneva un potenziale non sfruttato al meglio.

Detto questo – e tornando a soffermarci sul libro – credo che sia stato un tentativo riuscito di parlare di cecità, amore, adolescenza senza scadere nel pietismo o buonismo che proprio non ci piace. Il libro, come dicevo, è scritto in un linguaggio semplice, ma si avverte la profonda ricerca fatta dall’autore; è pregevole allo scopo la bibliografia riportata a fine libro. Non è mai facile affrontare temi come questo e direi che, tutto sommato, Josh Sundquist ci è riuscito senza fare troppi danni e risultando anche divertente qualche volta. Già questo è un gran merito.

Consiglio questo libro? Beh, direi di sì, sia a chi è vedente perché certamente scoprirà qualcosa che non sa, sia a chi non vede perché fa sempre bene confrontarsi con esperienze diverse dalla nostra, anche se si tratta di storie inventate.

 

Opera recensita: “Insegnami a vedere l’alba” di Josh Sundquist

Editore: Giunti, 2017

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 264

Prezzo: 13,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7.

venerdì 15 dicembre 2017

RECENSIONE: LISA HERMANN - IL MARE A BERLINO NON C'è


Sinossi:

Perché una prof è svenuta in classe senza un motivo apparente?

Chi ha piantato marijuana nel cortile della scuola?

Cosa nasconde Marzio il misterioso?

Queste e molte altre cose si chiede Ilaria, insegnante napoletana in servizio a Berlino dopo un concorso vinto in extremis.

 

A una festa all'ambasciata Ilaria conosce Marzio, bellissimo ricercatore torinese che passa da una borsa di studio all'altra, ognuna in un paese diverso,

e la seduce irrimediabilmente, ma poi sparisce e riappare in un gioco estenuante e intrigante.

Ilaria non riuscirà a liberarsene nemmeno dopo aver conosciuto un brillante e fascinoso professore napoletano, durante una vacanza nella sua città; anzi,

le cose si complicheranno ulteriormente.

In un mondo multicolore e inafferrabile si muovono cervelli in fuga e nuovi emigranti, creativi turchi e precari italiani, professori boriosi e insegnanti

marpioni, e poi carabinieri dell'ambasciata, studenti arrabbiati, baristi saggi, casalinghe tutt'altro che sull'orlo di una crisi di nervi, portieri vecchio

stampo e nostalgici della DDR.

Sullo sfondo Berlino e Napoli, due città apparentemente contrastanti e tuttavia complementari, anche se il mare a Berlino non c'è.

 

Commento:

Ilaria è una giovane professoressa di lettere che ha vinto un concorso per insegnare (a tempo determinato e grazie ad una borsa di studio) in una scuola italiana a Berlino. La città è bella ed interessante, senza dubbio, ma Ilaria, napoletana, giovane, abituata alla spontaneità, al buon cuore e a ragionamenti altruistici, fa fatica ad abituarsi alla competitività teutonica ed all’ambiente scolastico non proprio cordiale. A condividere la sua sventura ci sono vari colleghi tra cui Biagio, il collega omosessuale che si è trasferito a Berlino sfidando il precariato per amore del suo ragazzo turco e che diventerà come un fratello per Ilaria. Ma la vita della giovane insegnante amata dai ragazzi ed odiata dai colleghi non è fatta di solo lavoro: a Berlino conoscerà Marzio, un enigmatico cosmologo metà pugliese e metà piemontese che la prende e la travolge con la stessa facilità con cui appare e scompare nella sua vita. Insoddisfatta per la precarietà anche sentimentale, di ritorno a Napoli per le feste natalizie, Ilaria conosce Fausto, un affascinante ed altrettanto passionale professore di lettere all’Università Federico II che l’ammalia con le sue parole calde e la promessa di una solidità tanto cercata. Divisa fra Napoli e Berlino, fra due sentimenti forti e coinvolgenti, fra la voglia di far bene con gli alunni e la spada di Damocle dell’incertezza crescente, la nostra Ilaria trascorrerà un anno scolastico assai travagliato, alla fine del quale si troverà a dover districare una matassa ingarbugliatissima ed a prendere decisioni difficili ma importanti, in tutti i campi.

Una lettura gradevole ed interessante che mette in luce le tante difficoltà dei giovani italiani che devono lasciare il loro Paese in cerca di un futuro più solido e, in fin dei conti, senza alcuna certezza di trovarlo. Cervelli in fuga che devono fare i conti con la diffidenza, le abitudini e i modi di vita differenti, la nostalgia di casa, degli amici, dei luoghi cari, di un po’ di calore che faccia sentire meno soli. Il libro è ambientato nei primi anni 2000, ma la situazione è tutt’altro che migliorata oggi, alle soglie del 2018.

Una lettura ironica, divertente, non banale, che tra profusioni d’amore e sentimenti nasconde la durezza di un futuro quanto mai incerto. Consigliato a chi cerchi un libro leggero, ma non banale.

 

 

Opera recensita: “Il mare a Berlino non c’è” di Elisa Hermann

Editore: Giunti, 2016

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Berlino-Napoli

Pagine: 387 (formato disponibile: ebook)

Prezzo: 2,99 €

Consigliato: sì.

 

lunedì 9 ottobre 2017

RECENSIONE: CARMEN PELLEGRINO - SE MI TORNASSI QUESTA SERA ACCANTO


Sinossi:

Giosuè Pindari è un uomo antico, legato alla terra, alla famiglia e a un ideale politico, ma la moglie, dopo anni in cui il male di vivere non le ha concesso

che brevi tregue, è ormai preda di un irreversibile declino; il socialismo, in cui ha creduto con una tenacia e una dedizione tipicamente "appenniniche",

è stato trascinato nel fango dalla corruzione; l'amatissima figlia Lulù se ne è andata e non dà più notizie di sé. Contro la degenerazione di corpo e mente

si può fare poco, contro la fine di un'utopia si può fare ancor meno, mentre a una figlia che è viva e lontana - provata dalle inevitabili incomprensioni

generazionali ma legata da una sensibilità ancestrale e profonda, una vera e propria educazione dell'anima - si può comunque scrivere. Si può tentare di

compiere un passo lungo la via di una riconciliazione, che è prima di tutto una riconciliazione con se stessi. Così Giosuè Pindari scrive a Lulù, le scrive

lettere che infila in bottiglie e poi le affida alla corrente del fiume. Il fiume è acqua che appartiene alla terra, il fiumeterra contiene entrambi gli

elementi; è acqua che tutto conserva: passato, presente e quindi futuro. Arriveranno mai? Non è importante saperlo. In fondo, il fiumeterra con le sue

piene improvvise sa come arrivare a destinazione... Sulle sponde di un altro fiume c'è Lulù, che ha conosciuto Andreone, l'uomo 'leggero' che aspetta,

anche lui esattamente come Giosuè, insieme alla piena il ritorno di una donna che è andata via. È proprio l'incontro con quest'uomo bislacco - l'altro,

così necessario al riconoscimento di sé - a rivelarsi benefico. Da quelle sponde del fiume lontano è come se Lulù rispondesse alle lettere paterne seguendo

la corrente, e su un registro magico, dentro un'aura d'incantamento.

 

Commento:

“Se mi tornassi questa sera accanto” è un libro che indaga radici profonde, quelle dell’uomo con la terra, con l’acqua, con un credo idealizzato, con gli affetti familiari. Sono queste le poche cose in cui Giosuè Pindari crede ciecamente: la terra – la sua terra che non tradisce mai –, l’acqua del suo fiume Terra, il socialismo e l’amore della figlia Lulù. E quando il suo progetto legato alla terra naufraga, il socialismo non è più l’ideologia in cui credeva, la figlia decide di andarsene per non tornare mai più, Giosuè si ritrova senza punti fermi, obbligato a riflettere sulla sua vita e sui suoi tanti errori. Gli rimangono solo la moglie Nora, che ormai ha bisogno d’aiuto anche per i gesti più semplici e che è tornata ad essere una bambina, e il fiume Terra… è al fiume che Giosuè affida le lettere indirizzate a Lulù, quella figlia che ha amato ed ama ancora, quella figlia cui ha tappato le ali, alla quale ha tolto la possibilità di scegliere per sé, per la quale ha sempre deciso tutto, in nome di un bene superiore, di un amore patriarcale e possessivo, di un insano egoismo. E forse Lulù queste lettere piene di rimorsi e nostalgia non le riceverà mai, ma intanto a suo padre serve scriverle e pensare a ciò che ha sbagliato e che le ha portato via la figlia. E lei, Lulù, che un giorno ha preso il coraggio a due mani e se n’è andata perché non ce la faceva più, ora vive in una casa galleggiante, sulla riva di un altro fiume. Qui ha incontrato Andreone, un’altra anima persa che a fatica cerca di galleggiare nella vita… saranno le lunghe chiacchierate con lui a spingere Lulù a ritrovare se stessa guardando ancora in quel passato che non se ne va con un cambio di residenza.

“Se mi tornassi questa sera accanto” è un romanzo delicato e introspettivo, scritto con un linguaggio evocativo, ma ricercato. Non è un libro da divorare, ma va letto con la giusta calma e le meritate pause… perché è un libro che vuole far riflettere ed invita il lettore a guardarsi dentro, perché tutti abbiamo dentro qualcosa che vorremmo dimenticare, ma che è lì in un angolo, in attesa di riappacificarsi con noi.

 

Opera recensita: “Se mi tornassi questa sera accanto” di Carmen Pellegrino

Editore: Giunti, 2017

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Appennino tra Campania e Basilicata

Pagine: 240

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì.

 

giovedì 5 ottobre 2017

RECENSIONE: DAVID EBERSHOFF - THE DANISH GIRL


Sinossi:

Giovani e talentuosi, Einar Wegener e sua moglie Greta vivono nella romantica Copenaghen di inizio Novecento, accomunati dalla passione per l'arte: paesaggista

lui, ritrattista molto richiesta lei. Finché un giorno Greta, per completare un ritratto, chiede al marito riluttante di posare in abiti femminili. A poco

a poco, l'ipnotico pennello di Greta, animata da un'improvvisa ispirazione, e il morbido contatto della stoffa sulla pelle di Einar, lo sospingono in un

mondo sconosciuto, mettendo in moto un cambiamento che nessuno dei due avrebbe mai potuto sospettare. Quel giorno il giovane scopre che la sua anima è

divisa in due: da una parte Einar, l'artista malinconico e innamorato di sua moglie, dall'altra Lili, una donna mossa da un prepotente bisogno di vivere.

E Einar si trova di fronte a una scelta radicale: decidere quale delle due sacrificare...

 

Commento:

Da tanto tempo volevo leggere questo libro, incuriosita dall’omonimo film e dalla storia di Gerda (o Greta), Einar e Lili. Ed eccomi qua, a lettura ultimata, con un bel problema. Sì, perché questo è un libro tutt’altro che facile da recensire: la storia raccontata è così forte, controversa, stupefacente che trovare le parole giuste per renderla al meglio è una piccola impresa.

Einar e Greta sono marito e moglie, giovani artisti, lui dipinge paesaggi, paludi e brughiere, lei fa ritratti di personaggi famosi. Un bel giorno la modella del ritratto di Greta non può posare e l’artista chiede al marito di indossare le scarpe e le calze per permetterle di ritrarre le gambe. E’ questa la scintilla che riporta a galla una parte dell’anima di Einar che era dentro di lui da sempre, sin da quand’era ragazzino, ma che era nascosta sotto un temperamento schivo ed un corpo particolarmente aggraziato. E’ l’anima di una donna che da quel momento si chiamerà Lili e che sempre più spesso farà visita a Greta finendo per spazzar via Einar. Ma Lili non è, come superficialmente si potrebbe pensare, un capriccio o una finzione: Lili esiste nel corpo di Einar, prova sentimenti indipendenti da lui e preme per uscire, come dimostrano le sempre più frequenti emorragie: una chiara ribellione della parte femminile del corpo di Einar. Ben presto Greta ed Einar-Lili cominciano a consultare dei medici perché trovino una soluzione che permetta a tutti di vivere questa situazione al meglio e di ritrovare un equilibrio, ma nessuno sembra capire quale sia la reale condizione di Einar… nessuno tranne un professore tedesco che finalmente trova la soluzione, drastica ma definitiva.

Inevitabilmente il cambiamento nella vita di tutti coloro che sono intorno a Lili sarà radicale, ma alla fine, dopo non poche tribolazioni, ognuno troverà una dimensione, una soddisfazione, un posto accettabile nel mondo… tutti, anche Einar.

La storia di Lili, raccontata in questo libro con una buona dose di fantasia, è in realtà una vicenda realmente accaduta in Danimarca all’inizio del Novecento ed è stata di esempio ed ispirazione per molte persone transessuali e non. Il coraggio di Lili e di Gerda ha spinto molte persone ad essere se stesse e credo che il messaggio che questo libro vuole lanciare sia proprio questo: un invito ad essere noi stessi, a lasciar uscire la parte più vera di noi, facendo una scelta ed affrontandone le conseguenze, anche se a volte ciò è tutt’altro che facile e comporta delle rinunce.

Passando all’aspetto puramente stilistico, direi che Ebershoff ha scritto questa storia in modo magistrale, dando il giusto spazio ai personaggi, alle loro riflessioni e sensazioni, facendoci vivere questa vicenda con loro, passo passo, come se fossimo lì a guardare. Tutto questo è reso ancora più appassionante da una prosa semplice, ma ad effetto. Una lettura scorrevole e coinvolgente che, per quanto mi riguarda, ha pienamente soddisfatto le aspettative. Consigliato, è ovvio!

 

 

Opera recensita: “The Danish girl” di David Ebershoff

Editore: Giunti, 2016

Genere: narrativa internazionale

Ambientazione: Danimarca-Francia-California, anni 20

Pagine: 368

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: assolutamente sì.