simposio lettori copertina

simposio lettori copertina
Visualizzazione post con etichetta Edizioni e/o. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Edizioni e/o. Mostra tutti i post

venerdì 31 dicembre 2021

RECENSIONE: PATRIZIA RINALDI - TRE, NUMERO IMPERFETTO (BLANCA OCCHIUZZI 02)

Sinossi:

Non è un fascicolo come gli altri quello che un giorno compare sulla scrivania del commissario Martusciello: il corpo senza vita del cantante napoletano Gennaro Mangiavento, in arte Jerry Vialdi, viene trovato allo stadio San Paolo di Napoli; il cadavere di una donna misteriosa al Bentegodi di Verona. I corpi composti in posizione fetale, l'assenza di segni di violenza, la sfida lanciata ai tutori della legge, metodo e follia nel celare in bella vista un segreto inconfessabile. La polizia brancola nel buio, ma non la sovrintendente Blanca Occhiuzzi: bellissima, senza vista dalla nascita, costretta dal buio che l'avvolge a percepire con gli altri sensi ciò che la circonda e i tremiti degli uomini. Sarà lei, questa volta, a prendere per mano Martusciello, e a guidarlo col suo intuito sensuale nel buio della mente dell'assassino. Una scrittura trasgressiva, allusiva, densa di misteri e doppi sensi, con una musicalità esotica, quasi esoterica.

 

Commento:

Attenzione, nella quarta di copertina c'è un errore significativo: Blanca non è "priva di vista dalla nascita", ma è ipovedente e lo è diventata a seguito di certe vicende. Detto questo, "Tre, numero imperfetto" è il secondo capitolo della saga di Blanca Occhiuzzi, quello in cui si cominciano ad approfondire i personaggi, i loro caratteri e le evoluzioni delle loro dinamiche interpersonali. Questa storia, francamente, mi è piaciuta meno rispetto alla precedente, l'ho trovata meno coinvolgente, ma anche questa è stata una buona lettura, propedeutica ai capitoli che verranno. Restano ferme le considerazioni che ho espresso nella recensione al primo volume, ossia l'importanza dell'ambientazione, la singolarità del linguaggio che è un po' la cifra distintiva dei gialli di questa serie, nonché la perfetta dimensione in cui è inserita Blanca rispetto al contesto. Da notare, in aggiunta, la grande musicalità che tutto, in questi gialli, contribuisce a creare: leggendo si ha quasi l'impressione di ascoltare un buon blues, ritmato, sincopato, vellutato ma incisivo e pregnante.

 

Opera recensita: "Tre, numero imperfetto" di Patrizia Rinaldi

Editore: E/O, 2012

Genere: giallo, seriale

Ambientazione: Napoli, Verona

Pagine: 192

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5.

      

sabato 17 luglio 2021

RECENSIONE: VALERIE PERRIN - TRE

                 Sinossi:

«Mi chiamo Virginie. Di Nina, Adrien ed Étienne, oggi Adrien è l’unico che ancora mi rivolge la parola. Nina mi disprezza. Quanto a Étienne, sono io che non voglio più saperne di lui. Eppure fin dall’infanzia mi affascinano. Sono sempre stata legata soltanto a loro tre».

1986. Adrien, Étienne e Nina si conoscono in quinta elementare. Molto rapidamente diventano inseparabili e uniti da una promessa: lasciare la provincia in cui vivono, trasferirsi a Parigi e non separarsi mai.

2017. Un’automobile viene ripescata dal fondo di un lago nel piccolo paese in cui sono cresciuti. Il caso viene seguito da Virginie, giornalista dal passato enigmatico. Poco a poco Virginie rivela gli straordinari legami che uniscono quei tre amici d’infanzia. Che ne è stato di loro? Che rapporto c’è tra la carcassa di macchina e la loro storia di amicizia?

Valérie Perrin ha il dono di cogliere la profondità insospettata delle cose della vita. Seguendo il filo di una vicenda struggente e implacabile, l’autrice ci trascina al cuore dell’adolescenza, del tempo che passa e separa.


Commento:

Avendo amato molto Cambiare l'acqua ai fiori, il precedente bestseller di Valérie Perrin, ero in trepidante attesa di leggere questo suo terzo romanzo e devo dire che, sebbene fra i tre Cambiare l'acqua ai fiori rimanga il mio preferito, le mie aspettative rispetto a questo libro non sono state deluse. E' una storia intensa, profonda, ricca di intrecci e sottotrame, raccontata però con la semplicità e la franchezza di chi si approccia alle cose, alle storie, alle vite altrui con umiltà, cercando di conoscerne e raccontarne il più possibile lasciandosi stupire dall'inatteso, instillando nel lettore la curiosità genuina di sapere cosa succederà ai personaggi. Personaggi che, anche in questo romanzo, sono tridimensionali: li conosciamo approfonditamente, dall'infanzia fino all'età adulta in un ciclo di flash-back che aumentano la curiosità e ci permettono di completare la loro conoscenza passo passo, con una piccola tessera in più ad ogni giro. Li conosciamo approfonditamente anche grazie ad un personaggio in più, vicino, ma a distanza di sicurezza rispetto ai tre amici protagonisti: Virginie. Virginie rimane un enigma fin quasi alla fine della storia, è sempre stata presente nelle vite di Etienne, Nina ed Adrien, ma nessuno sembra notarla... è lei che, con sguardo lucido sebbene coinvolto, ci fa da guida nell'oggi di questi tre amici che non si vedono da anni e il cui rapporto ha subito grandi stravolgimenti, permettendoci così di proseguire senza timori alla scoperta del loro passato. La scrittura di Valérie Perrin è sempre misurata, curata, ricercata, con i dettagli al punto giusto, nessuna sbavatura, nulla di superfluo. Leggere i suoi libri significa inoltrarsi in microcosmi, vite, realtà anche difficili o inconsuete che si conosceranno poco a poco e forse mai del tutto, come del resto accade nella vita vera quando si arriva in un luogo sconosciuto o ci si imbatte nelle vite altrui. Tre è un romanzo corposo che si fa leggere gradevolmente, che emoziona e, sebbene forse non tocchi il cuore come il romanzo precedente, lascia comunque la sensazione - a libro chiuso - di aver letto una bella storia che ci dà qualcosa da far sedimentare e su cui, magari, riflettere a tempo debito. Una lettura che ho apprezzato molto e che, ovviamente, consiglio.


Opera recensita: "Tre" di Valérie Perrin

Editore: E/O, 2021

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Francia

Pagine: 624

Prezzo: 19,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

lunedì 14 giugno 2021

RECENSIONE: VICTOR JESTIN - CALDO

                Sinossi:

“Oscar è morto perché l’ho guardato morire senza muovere un dito. È morto strangolato dalle corde di un’altalena”. Così comincia questo breve e intenso romanzo che racconta l’ultimo giorno di Léonard, diciassette anni, in un campeggio delle Landes oppresso dalla canicola. Un comportamento irreparabile che lui per primo non sa spiegarsi. Rimanere immobili è la stessa cosa che uccidere? In preda al panico, sotterra il corpo nella spiaggia. Il giorno dopo, mentre si aspetta di essere scoperto da un momento all’altro, conosce una ragazza.

 

Commento:

"Caldo", una parola importante per un romanzo coraggioso. L'esordio narrativo di Victor Jestin è, senz'ombra di dubbio, proprio un romanzo coraggioso, oltre che disturbante, allucinato, breve ma impegnativo. Lo è perché affronta con voce originale e soprattutto autentica un tema scandagliato in lungo e in largo: l'adolescenza. Lo fa con la voce – narrante e non solo – di un adolescente, mettendo in luce i disagi, i turbamenti, i complessi, il cinismo e perfino la cattiveria del più debole del gruppo, del senza amici, dello zimbello dei coetanei. Questa voce è quella di Léonard, un ragazzo a disagio con gli altri perché consapevolmente a disagio con se stesso, un ragazzo pieno di manie, piccole ossessioni, paure, incertezze; un ragazzo che, pur avvertendo il desiderio, pensa che l'unico modo che ha per soddisfare la propria libido sia di notte, nella sua camera in solitudine. Due cose gli accadono mentre vive l'epilogo di una delle esperienze peggiori della sua adolescenza: conosce una ragazza e vede morire un ragazzo. Cosa può scatenare nella mente di un ragazzo estraniato dal mondo l'unione di due situazioni così importanti? Leggere questo romanzo vuol dire scoprirlo. Io ve lo consiglio, anche se pensate di aver letto l'impossibile sull'adolescenza: è breve, è originale a suo modo, è duro quanto basta… vale la pena.

 

Opera recensita: "Caldo" di Victor Jestin

Editore: E/O, 2021

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Francia

Pagine: 128

Prezzo: 13,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

mercoledì 9 giugno 2021

RECENSIONE: MURIEL BARBERY - UNA ROSA SOLA

Sinossi:

Rosa fa la botanica, ha quarant’anni, vive a Parigi ed è tristissima. O, per meglio dire, è depressa. Conosce i fiori, ma non li guarda; le piacciono gli uomini, ma solo per una sera; niente la appassiona, niente riesce a smuoverla dalla cappa plumbea in cui trascorrono le sue giornate, la vita le sembra un faticoso percorso senza senso. Così è quasi per forza d’inerzia che parte per Kyōto per assistere all’apertura del testamento del padre. Di lui non sa niente, sa solo che è giapponese e che quarant’anni prima ha avuto un’effimera relazione con la madre. Non l’ha conosciuto da vivo, va a conoscerlo da morto. Ma il Giappone è un altro pianeta e, anche se in un primo tempo le ciotoline da tè e i vialetti di sabbia rastrellata le fanno soltanto rabbia, piano piano si fa strada in lei una consapevolezza del profondo che la porterà a rivalutare se stessa e a vedere con un altro occhio quelle che fino a quel momento le erano apparse solo un’interminabile serie di disgrazie. Accompagnata nel suo viaggio di rinascita da Paul, belga trapiantato in Giappone, fedelissimo segretario del padre, Rosa conoscerà un nuovo concetto di bellezza che la porterà a elaborare un nuovo concetto di amore             e quindi di vita.

 

Commento:

Attendevo da tanto di leggere questo libro: conosco l'autrice per aver letto – ormai tanto tempo fa – L'eleganza del riccio che avevo molto apprezzato a suo tempo, così riponevo in questa sua ultima fatica molte aspettative, in verità non deluse. Si tratta di due libri diversi, ma accomunati da una sensibilità visionaria: l'autrice racconta sentimenti ed esperienze tutto sommato comuni con uno sguardo trasognato, intimo, profondo. Lo fa descrivendo i sentimenti con immagini, ritualità, esperienze quasi mistiche, ponendo in luce il legame fortissimo tra noi e il mondo che ci circonda, i fiori, la terra, l'acqua, il cielo, ma anche le altre presenze, umane o animali, di carne o in spirito. Anche qui, in Una rosa sola, l'autrice quasi ci sommerge di sollecitazioni sensoriali per raccontare la storia di una quarantenne parigina giunta in Giappone, una terra da lei mai vista, così diversa dal suo modo di sentire. Rosa, così si chiama la protagonista, è una donna depressa, in lei convivono tristezza, rabbia e un senso di smarrimento ed abbandono difficili da estirpare perché radicati nell'infanzia e fomentati dagli urti che la vita non le ha risparmiato. Rosa vive la vita con indifferenza, fra incontri fugaci e fiori che conosce ma che non guarda davvero. Giunta in Giappone per la lettura del testamento di un padre che non ha mai conosciuto, Rosa è sopraffatta da una serie di esperienze troppo intense, troppo piene di colori e mutevolezza per una donna abituata ad un grigio statico e costante. In questo viaggio che le cambierà la vita visiterà luoghi e incontrerà persone che la guideranno verso la rinascita. Un libro strano, questo nuovo di Muriel Barbery: leggendo si ha l'impressione di essere storditi, tramortiti dallo shock dell'impatto con l'acqua gelida, solo che per quanto sono lussureggianti e ricche di profumi, colori, sensazioni pregnanti, queste pagine dovrebbero essere paragonate ad acqua bollente, altro che gelida. Si galleggia in una dimensione sospesa, irreale, in un sacco amniotico da cui si riemerge, dopo una gestazione forzata, a nuova vita. Da leggere? Sì. Vi piacerà? Non lo saprete se non molte ore dopo averlo terminato. Io, comunque, ve lo consiglio.

 

 

Opera recensita: "Una rosa sola" di Muriel Barbery

Editore: E/O, 2021

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Giappone

Pagine: 170

Prezzo: 16,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

          

lunedì 15 marzo 2021

RECENSIONE: VICTORIA MAS - IL BALLO DELLE PAZZE

    Sinossi:

Fine Ottocento. Nel famoso ospedale psichiatrico della Salpêtrière, diretto dall'illustre dottor Charcot (uno dei maestri di Freud), prende piede uno strano esperimento: un ballo in maschera dove la Parigi-bene può "incontrare" e vedere le pazienti del manicomio al suono dei valzer e delle polka. Parigi, 1885. A fine Ottocento l'ospedale della Salpêtrière è né più né meno che un manicomio femminile. Certo, le internate non sono più tenute in catene come nel Seicento, vengono chiamate "isteriche" e curate con l'ipnosi dall'illustre dottor Charcot, ma sono comunque strettamente sorvegliate, tagliate fuori da ogni contatto con l'esterno e sottoposte a esperimenti azzardati e impietosi. Alla Salpêtrière si entra e non si esce. In realtà buona parte delle cosiddette alienate sono donne scomode, rifiutate, che le loro famiglie abbandonano in ospedale per sbarazzarsene. Alla Salpêtrière si incontrano: Louise, adolescente figlia del popolo, finita lì in seguito a terribili vicissitudini che hanno sconvolto la sua giovane vita; Eugénie, signorina di buona famiglia allontanata dai suoi perché troppo bizzarra e anticonformista; Geneviève, la capoinfermiera rigida e severa, convinta della superiorità della scienza su tutto. E poi c'è Thérèse, la decana delle internate, molto più saggia che pazza, una specie di madre per le più giovani. Benché molto diverse, tutte hanno chiara una cosa: la loro sorte è stata decisa dagli uomini, dallo strapotere che gli uomini hanno sulle donne. A sconvolgere e trasformare la loro vita sarà il "ballo delle pazze", ossia il ballo mascherato che si tiene ogni anno alla Salpêtrière e a cui viene invitata la crème di Parigi. In quell'occasione, mascherarsi farà cadere le maschere...

 

Commento:

Il ballo delle pazze, meglio dirlo subito, non tratta una tematica nuova o inedita, anzi, se c'è una caratteristica che non ha è proprio l'originalità. Tuttavia è un romanzo che conquista ed avvince sin dal primo rigo, probabilmente complice anche una prosa estremamente cinematografica, l'uso di frasi brevi e del tempo presente, che proietta il lettore direttamente dentro la scena, come se se la vedesse scorrere davanti. Impossibile, perciò, non essere toccati nel profondo dall'ingiustizia, dai soprusi, dall'assoluto sprezzo per la dignità delle donne internate alla Salpétrière, trattate alla stregua di cavie, esperimenti, animali da circo e mai, mai come persone. Deve arrivare la giovane e sicura Eugénie a rompere gli equilibri e piegare anche gli animi più rigidi… Quella di Eugénie e Jénevieve, di Louise, Thérèse e di tutte le altre è una storia realmente accaduta: forse non avevano questi nomi, ma tante donne, nell'Ottocento e non solo, venivano internate, rinchiuse, dimenticate dalla famiglia, dagli uomini o da altre donne che decidevano per loro, che stabilivano cosa e come bisognasse essere. Troppe donne si sono viste negare la vita, oscurare i sogni, privare della libertà solo perché diverse da ciò che ci si sarebbe aspettati da loro. Un romanzo non originale, sì, ma di certo estremamente commovente e coinvolgente: consigliato a tutti, non solo alle donne.

 

Opera recensita: "Il ballo delle pazze" di Victoria Mas

Editore: E/O, 2021

Genere: romanzo storico

Ambientazione: Parigi, 1885

Pagine: 181

Prezzo: 16,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

      

sabato 19 settembre 2020

RECENSIONE: MEENA KANDASAMY - OGNI VOLTA CHE TI PICCHIO

Sinossi:

India dei giorni nostri. Lei è una scrittrice, una poetessa, una giovane attivista dal passato tormentoso e il cuore spezzato. Lui è un docente universitario, un ex guerrigliero maoista, un uomo che, parlando della rivoluzione, sembra più intenso di qualsiasi poesia, più commovente di qualsiasi bellezza. Si conoscono, si innamorano, decidono in fretta di sposarsi. La coppia si trasferisce in una lontana città costiera dell’India, senza vincoli né programmi, pronta a un salto nel vuoto che li vedrà protagonisti insieme. Lì, dietro le porte ben chiuse di una villetta circondata da un giardino selvaggio, il marito perfetto cambia volto, trasformandosi poco a poco in un carceriere e in un carnefice. La limitazione delle libertà della moglie – vestiti, trucco, capelli; e poi: mail, telefonate, fino al divieto di scrivere – traccia l’inizio di una spirale di violenza e sopraffazione che vedrà la donna sempre più sola e terrorizzata, abbandonata anche dalla famiglia di origine. Finché lei stessa non deciderà di reagire riprendendo in mano il controllo della propria storia.

Lucido, toccante e poetico, il romanzo di Meena Kandasamy è un pugno allo stomaco. Non solo perché porta in scena, passo dopo passo, la lenta discesa agli inferi della violenza domestica, scardinandone i meccanismi di manipolazione, di ricatto emotivo e pressione sociale, accompagnando il lettore nelle stanze solitarie dell’abuso attraverso le pieghe del linguaggio e le armi delle tecniche narrative.

 

Commento:

Questa è una storia vera, però con controversie legali ancora in corso, e in special modo in Paesi come l'India che conservano retaggi maschiocentrici, forse non conviene dire che lo sia completamente, perciò diremo che è un romanzo ispirato a una storia vera. La storia di una donna libera, moderna, disinibita, colta. Una donna che ha conosciuto tanti uomini, che si è innamorata veramente una volta sola dell'uomo sbagliato, un politico, e che ne ha sposato un altro, un rivoluzionario, innamorata dell'idea di amare un compagno comunista e delle cose che sembrava condividere con lui. Non sapeva, non credeva, questa donna emancipata, questa scrittrice, poetessa e traduttrice con followers ed estimatori internazionali, che il comunismo le sarebbe entrato in casa, nel letto, tentando di strapparle l'anima e poi la vita. Non sapeva, questa donna che incidentalmente chiameremo Meena, che avrebbe cominciato a cedere, ad accettare le limitazioni della propria libertà personale già alla seconda settimana di matrimonio con la disattivazione del proprio account facebook con conseguente tracollo della sua immagine professionale; non sapeva che sarebbe stata definita stupida femminista piccolo borghese, puttana, troia, prostituta e volgarità di questo tenore, non sapeva che non avrebbe ricevuto l'aiuto di nessuno, neanche dei suoi genitori, non sapeva che sarebbe diventata un'attrice di una parte preparata per lei, che avrebbe abbandonato i suoi vestiti e accessori alla moda per indossarne altri anonimi e sformati. Non sapeva che sarebbe stata picchiata con ogni oggetto disponibile, dalla cintura di pelle al cavo di alimentazione del suo Mac, che con un clic avrebbe visto cancellate tutte le sue 25.600 mail e poi cambiata la password per impedirle di recuperarle. Non sapeva che a farle tutto questo sarebbe stato suo marito, un guerrigliero, uno stimato professore universitario, e che per fare ammenda verso se stesso avrebbe detto, un giorno:"Ogni volta che ti picchio il compagno Lenin piange". L'assurdità di questa frase rende in modo chiaro e agghiacciante la portata di quello che Meena Kandasamy, la scrittrice, traduttrice, poetessa indiana Meena Kandasamy, ci racconta sul suo primo matrimonio dal quale, per fortuna, è riuscita a fuggire. Per fuggire ha dovuto toccare il fondo, rischiare la vita, usare l'astuzia, affilare le armi, tornare a combattere. Quattro mesi e otto giorni è durato quel matrimonio, i più lunghi della sua vita. E pensare che sarebbe bastato poco, pochissimo, perché non sopravvivesse per raccontarcelo. La sua è una storia che scivola verso di noi senza sensazionalismi, sentimentalismi, colpi di scena voluti e studiati a tavolino, e forse è proprio questo che la rende ancora più autentica, forte agghiacciante. Ogni volta che ti picchio è un libro che deve essere letto da chi non vuole sapere, tenta di ignorare o peggio, ridimensionare o giustificare certe realtà. Deve sapere, chi vorrebbe compiere questa mistificazione su questioni che non lo toccano direttamente, che il marito di Meena non appariva come un bruto e che lei era solo una donna normale, colta, emancipata, moderna… una donna, un essere umano, punto e basta. E magari il suo modo di raccontare questa storia apparirà freddo, quasi distaccato, ma è l'unico disponibile. E probabilmente leggere farà male, ma è necessario.

 

Opera recensita: "Ogni volta che ti picchio" di Meena Kandasamy

Editore: E/O, 2020

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: India

Pagine: 240

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

Meena Kandasamy (1984) è un’attivista, poetessa, scrittrice e traduttrice indiana. Ogni volta che ti picchio è il racconto del suo primo matrimonio con un uomo da cui ha subito violenze fisiche e psicologiche. Ha pubblicato due raccolte di poesie, Touch e Ms Militancy. Nel 2015 il suo romanzo d’esordio The Gipsy Goddess è stato nominato per il Dylan Thomas Prize e il DSC Prize. Vive e lavora tra Londra e Chennai. Esercita la sua attività politica anche online, soprattutto su Twitter dove ha un seguito di oltre 100.000 follower.         

lunedì 3 febbraio 2020

RECENSIONE: VALéRIE PERRIN - CAMBIARE L'ACQUA AI FIORI


Sinossi:
Violette Toussaint è guardiana di un cimitero di una cittadina della Borgogna. Ricorda un po’ Renée, la protagonista dell’Eleganza del riccio, perché come lei nasconde dietro un’apparenza sciatta una grande personalità e una storia piena di misteri. Durante le visite ai loro cari, tante persone vengono a trovare nella sua casetta questa bella donna, solare, dal cuore grande, che ha sempre una parola gentile per tutti, è sempre pronta a offrire un caffè caldo o un cordiale.
Un giorno un poliziotto arrivato da Marsiglia si presenta con una strana richiesta: sua madre, recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel lontano paesino nella tomba di uno sconosciuto signore del posto. Da quel momento le cose prendono una piega inattesa, emergono legami fino allora taciuti tra vivi e morti e certe anime che parevano nere si rivelano luminose.

Commento:
Parlare di questo romanzo senza svelare troppo del contenuto non è per niente facile, perché Cambiare l'acqua ai fiori è un romanzo che si rivela pagina dopo pagina, strato dopo strato, come una persona sensibile che costruisce intorno a sé diverse corazze, diverse barriere che impediscano ai superficiali o ai malintenzionati di ferirla. Così è, in un certo senso, anche Violette, la protagonista di questa storia, una donna di rara forza, sensibilità, altruismo, una che non aveva niente e questo niente è stata in grado di dividerlo in mille pezzettini e di donarlo agli altri. Quando ha cercato un po' di vita, un po' di libertà, le sono state date solo spine; quando avrebbe potuto vivere serena, un dolore indicibile le ha strappato la speranza; quando l'uomo che ha sposato l'ha abbandonata definitivamente, anche fisicamente nonostante le fosse già lontano mentalmente da anni, ha potuto finalmente costruirsi il suo equilibrio, il suo mondo. Una vita attraversata dal dolore, la sua, ma improntata agli altri. Violette, la guardiana di cimiteri ex guardiana di passaggi a livello, è una donna umile, profondamente rispettosa, con un'attitudine naturale a prendersi cura, a dare la vita, a coltivarla e farla germogliare. Ha una forza di volontà e un attaccamento alla vita che le hanno impedito di non cedere allo sconforto e di risalire sempre, ma ha il difetto di credere poco a se stessa… perciò ci vuole qualcuno che le ricordi di vivere un po', davvero. Vi ho incuriosito almeno un po'? Lo spero, perché non posso dirvi molto altro… se non che Cambiare l'acqua ai fiori è un romanzo bellissimo che in effetti un po' mi ha ricordato L'eleganza del riccio (che ho amato a suo tempo), per la delicatezza e la positività che può nascere dal dolore.
Una sola cosa, ancora, posso fare: consigliarvi questa lettura, mi verrebbe di pregarvi di leggerlo così, sulla fiducia… merita, merita davvero.

Opera recensita: "Cambiare l'acqua ai fiori" di Valérie Perrin
Editore: E/O, 2019
Genere: narrativa francese
Ambientazione: Francia
Pagine: 480
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5.

giovedì 12 maggio 2016

RECENSIONE: ERICH EMMANUEL SCHMITT - LA GIOSTRA DEL PIACERE


Sinossi:

Place d’Arezzo a Bruxelles ospita misteriosamente da decenni pappagalli di ogni specie. Si dice che molto tempo fa un console brasiliano abbia liberato i suoi volatili che hanno così occupato il parco nella piazza, riproducendosi e popolando il posto con i loro colori sgargianti e le loro voci evocative. Attorno a questa piazza vivono vari personaggi che ricevono un giorno la stessa lettera autografa: “Questo biglietto solo per dirti che ti amo. Firmato: tu sai chi”. Un messaggio d’amore, apparentemente innocuo, le cui conseguenze a catena però sconvolgeranno la vita degli abitanti della piazza, mischiandoli in un groviglio di eventi tragici o comici sempre più sorprendenti. Perché queste persone, ognuna con la sua storia, la sua vita sessuale, i suoi segreti, sono o diverranno molto più legate tra loro che non per il semplice fatto di vivere nello stesso luogo.

 


Se mi chiedessero di scegliere un aggettivo per descrivere il romanzo di cui vi parlo oggi, sceglierei “sorprendente”. Perché?
Perché dal primo all’ultimo capitolo questo romanzo erotico-enciclopedico non ha smesso un attimo di stupirmi, di sorprendermi per la maestria dell’autore nel raccontare le storie dei suoi tanti e diversi personaggi. Ma come al solito mi lascio prendere dalle emozioni: andiamo con ordine.

Immaginate una piazza piena di pappagalli e cocorite coloratissimi e rumorosissimi. No, non siamo a Rio dejaneiro! Questa è una bella e ricca piazza di Bruxelles, chiamata Place D’arezzo, in onore del monaco che inventò il nostro sistema di note musicali. Immaginate che questa piazza sia una grande giostra: voi, fermi in un punto esterno, la guardate girare incessantemente e davanti a voi sfilano gli occupanti; immaginate poi di avere accanto una vocina che vi racconta nel dettaglio tutte le loro storie, le loro variegate abitudini sessuali, i loro amori, le pulsioni, i timori: c’è l’economista malato di sesso, la signora di mezza età che pensa di non avere più speranze, il giardiniere belloccio, la quindicenne che si crede trentenne e via così in uno scenario caleidoscopico come i colori dei volatili che abitano la piazza. Ad ogni giro della giostra il racconto sui vari personaggi diventa più approfondito, il quadro assume tratti più definiti, il puzzle si completa.

Vi figurate la scena? Bene! E’ proprio questa la sensazione che si ha leggendo questo romanzo scritto in modo magistrale! Tutto parte da un biglietto anonimo che gli abitanti di Place d’Arezzo ricevono in momenti diversi. Ovviamente anche le singole reazioni sono molto diverse tra loro perché il biglietto arriva in case, negozi, storie, vite diverse. Ciò che questa strana busta color canarino scatena è, come dicevo all’inizio, sorprendente. Tutti, chi più chi meno, cercano di capire chi sia il mittente del misterioso biglietto e più l’indagine avanza più ci si addentra nelle vite dei personaggi; quanto più si va avanti con la ricerca tanto più dall’eros ci si avvicina all’amore. E alla fine le singole esistenze saranno legate tra loro non solo per il fatto di abitare tutte nella stessa eccentrica piazza.

Ma non pensate ad un racconto piatto tipo gazzetta della cronaca locale o sovreccitato come i pettegolezzi di una vecchia comare al bordo della strada! L’autore è lucido, competente, attento a centellinare le informazioni e non mancano i colpi di scena fino all’ultima pagina, ma non voglio svelarvi di più, perché rischierei di rovinarvi la sorpresa. Vi dico solo che questo libro è bellissimo perché analizza con il giusto mix di intelligenza, consapevolezza, ironia, mancanza di pregiudizi, la società europea dei giorni nostri. Tra gli abitanti di Piazza d’Arezzo troveremo sicuramente un amico, un familiare, un conoscente o magari noi stessi, chi può dirlo? Con la scusa di analizzare le abitudini sessuali dei singoli, Schmitt ne scandaglia i comportamenti, le attitudini, i pensieri, i ricordi. E’ un’analisi psicologica intelligente, attenta e mai invadente o volgare. Inutile dire che mi è piaciuto davvero moltissimo e penso che, se dovessi dare un voto, stavolta il massimo sarebbe pienamente meritato. Perché? Perché sia durante la lettura sia alla fine del libro mi è capitato più volte di restare senza parole per la sorpresa e l’emozione.
Bello, lettura caldamente consigliata!

 
Opera recensita: “la giostra del piacere” di E. E. Schmitt

Editore: edizioni e/o (2013)

Genere: narrativa europea
Ambientazione: Bruxelles
Pagine: 720

Consigliato: sììììì!!!