simposio lettori copertina

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lunedì 11 ottobre 2021

RECENSIONE: ELIF SHAFAK - L'ISOLA DEGLI ALBERI SCOMPARSI

        Sinossi:

Nata e cresciuta a Londra, Ada Kazantzakis, sedici anni, non sa niente del passato dei suoi genitori. Non sa che suo padre Kostas, greco e cristiano, e sua madre Defne, turca e musulmana, negli anni Settanta erano due adolescenti in quell'isola favolosa di acque turchine e profumo di gardenie chiamata Cipro. Non sa che i due si vedevano di nascosto in una taverna di Nicosia, dalle cui travi annerite pendevano ghirlande d'aglio e peperoncini. Non sa che al centro di quella taverna, testimone dei loro incontri amorosi, svettava un albero di fico. E non sa che l'albero, con le fronde che uscivano da un buco sul tetto, era lì anche quando l'eterno conflitto dell'isola, spaccata in due lungo la «linea verde», si era fatto più sanguinoso e i due ragazzini non erano più venuti. Ora quello stesso albero, nato da una talea trafugata anni prima a Londra, cresce nel giardino dietro la casa di Ada: unico, misterioso legame con una terra dilaniata e sconosciuta, con quelle radici inesplorate che, cercando di districare un tempo lunghissimo fatto di segreti, violente separazioni e ombrosità, lei ha bisogno di trovare e toccare, per poter crescere. Pulsano, in questo libro spalancato sulla distruzione e gli esili provocati dalla guerra, colori luminosi e profumi d'erbe e olive nere; il battere delle ali di uccelli di ogni piumaggio; il canto ininterrotto delle fronde di un albero, il respiro sano di un amore e quello fiero della vita.

 

Commento:

E' l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale in un liceo di Londra. I ragazzi sono tutti in fermento per i viaggi che faranno, le rimpatriate, i regali, le esperienze esaltanti. Tutti tranne Ada. Lei non ha programmi particolari per le prossime vacanze, si limita a guardare, dalla finestra della classe, il cielo che promette bufera pensando che le sue vacanze trascorreranno a casa col padre, Kostas, quel padre con cui non parla quasi più da quando è morta la mamma, Defne. E non si sa perché, ma in quel momento così uguale a tanti altri, qualcosa, in lei, si rompe e nulla sarà più come prima, tanto più che un'altra novità inattesa e poco gradita la attende a casa: sta per arrivare, da Cipro, la zia Meryem, la sorella della madre che Ada finora non ha mai visto. Ada non sa ancora che insieme a una caterva di leccornie e vestiti dai colori sgargianti, Meryem porterà con sé tutto ciò che lei non ha mai saputo, tutto quel passato di cui, per sedici anni, Ada non ha saputo quasi nulla. Un passato fatto di Storia e storie, di rivalità antiche rinfocolate ad arte per creare scompiglio, distruzione, guerra, morte. Un passato che ha molto a che fare con i suoi genitori, uno greco e l'altra turca, uno cristiano e l'altra musulmana, adolescenti innamorati in un tempo in cui amare qualcuno dell'etnia avversa poteva costare la vita. A raccontare questa storia con voce calda ed accorata saranno alcuni dei protagonisti, quelli sopravvissuti… Kostas con le sue metafore fatte d'amore per piante ed animali, Meryem con la sua saggezza popolare intrisa di tradizioni, credenze, superstizioni e proverbi, e la pianta di fico, proprio quella che fu testimone di tanta barbarie e di tanto amore.

Con uno stile sicuro e consolidato e una prosa ricca, evocativa ed ammaliante, Elif Shafak torna ad occuparsi di temi a lei cari quali le minoranze, l'immigrazione, il confronto e il conflitto tra culture affini. Stavolta lo fa soffermandosi sull'eterna rivalità tra greci e turchi che da sempre trova espressione nella bellissima e rigogliosa isola di Cipro, contesa e dilaniata da guerre fratricide in nome del potere e del predominio. Una storia intensa in cui trovano posto molti temi, anche di stretta attualità, come ad esempio la difficoltà degli adolescenti di farsi sentire ed i pericoli del cyber bullismo. Un libro scorrevole che è un piacere leggere.

 

Opera recensita: "L'isola degli alberi scomparsi" di Elif Shafak

Editore: Rizzoli, 2021

Traduttore: A. Jewurz Daniele, Isabella Zani

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Cipro, Londra

Pagine: 368

Prezzo: 19,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

 

  

venerdì 24 settembre 2021

RECENSIONE: KAZUO ISHIGURO - KLARA E IL SOLE

        Sinossi:

Dalla vetrina del suo negozio, Klara osserva trepidante il fuori e le meraviglie che contiene: il disegno del Sole sulle cose e l'alto Palazzo RPO dietro cui ogni sera lo vede sparire, i passanti tutti diversi, Mendicante e il suo cane, i bambini che la guardano dal vetro, con le loro allegrie e le loro tristezze. Ogni cosa la affascina, tutto la sorprende. La sua voce, così ingenua ed empatica, schiva e curiosa quanto quella di un animale da compagnia, appartiene in realtà a un robot umanoide di generazione B2 ad alimentazione solare: Klara è un modello piuttosto sofisticato di Amico Artificiale, in attesa, come la sua amica Rosa e il suo amico Rex, e tutti gli altri AA del negozio, del piccolo umano che la sceglierà. A sceglierla è la quattordicenne Josie. E fin dalla sua prima visita al negozio, nonostante l'ammonimento di Direttrice sulla volubilità dei bambini, Klara sente di appartenerle, e per sempre. Josie è una ragazzina vivace e sensibile, ma afflitta da un male oscuro che minaccia di compromettere le sue prospettive future. Per lei Klara è pronta ad affrontare la brusca autorevolezza di una madre cupa e indecifrabile, l'ostilità spiccia di Domestica Melania e gli scherzi cattivi dei compagni speciali che frequentano con Josie gli «incontri di interazione», e che mal sopportano i diversi. Quando la malattia di Josie colpisce piú duramente, Klara sa che cosa fare: deve trovare colui da cui ogni nutrimento discende e intercedere per la sua protetta, anche a costo di qualche sacrificio; deve impegnarcisi anima e corpo, come se anima e corpo avesse. Nel primo romanzo dopo il conferimento del Premio Nobel per la Letteratura, Ishiguro torna ai temi esplorati in Non lasciarmi per offrirci una nuova meditazione indimenticabile e struggente sul valore dell'amore e del sacrificio e sulla complessità del cuore umano, composito e sfaccettato come i riquadri in cui si fraziona la vista dell'androide Klara.

 

Commento:

Non amo particolarmente le distopie, ma quando sono ben pensate e ben scritte le leggo con piacere. Al di là della fama dell'autore di cui agià avevo letto qualcosa, sono state le recensioni di alcuni lettori a convincermi che sarebbe stato il caso di recuperare questo libro, poiché prometteva di essere una distopia coi fiocchi… ed infatti, è proprio così, anzi, di più! "Klara e il sole" non è solo una distopia: è un romanzo di formazione, è un romanzo che parla di amicizia, di sacrificio, di dedizione o quasi devozione all'altro… è una bella storia di esseri che si scelgono e crescono insieme, al di là delle differenze. Klara è un AA, un robot ad alimentazione solare, fatto di parti meccaniche, chimica e tecnologia, eppure dimostra di poter essere un'amica migliore, più leale e fedele di tanti umani. Ishiguro scrive divinamente una storia piena di sensibilità, affetto, sacrificio; racconta una vicenda profondamente umana e realistica, nonostante i risvolti distopici ai quali, vi assicuro, da un certo punto della storia non si pensa neanche più. Un libro consigliato a tutti, anche a quegli adolescenti come Josie che potrebbero trarne qualche insegnamento, se non addirittura qualche conforto.

 

Opera recensita: "Klara e il sole" di Kazuo Ishiguro

Editore: Einaudi, 2021

Traduttore: Susanna Basso

Genere: distopico, romanzo di formazione

Ambientazione: non definita

Pagine: 250

Prezzo: 19,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

  

mercoledì 7 luglio 2021

RECENSIONE: ELIZABETH STROUT - AMY E ISABELLE

Sinossi:

Vincitrice del Premio Pulitzer 2009 con il romanzo Olive Kitteridge, Elizabeth Strout ha esordito con Amy e Isabelle nel 1998. È la storia, questa, di una cittadina anonima della provincia americana. Di un’estate straordinariamente torrida. Di un microcosmo di donne, impiegate presso gli uffici di una fabbrica locale. Tra queste c’è Isabelle, ancora giovane, che tenta di celare il proprio misterioso passato dietro una facciata di decoro e perbenismo; e c’è la figlia Amy, una timida adolescente con un segreto che non riesce a tenere nascosto. Il rapporto tra le due è teso, intessuto di cose non dette e di una reciproca incomprensione che si trasforma in aperta ostilità quando la madre scopre nella figlia l’esuberanza e la voglia di vivere che un tempo erano state le sue, il suo stesso desiderio di darsi a un altro e di essere amata. Il mondo di Amy e Isabelle crollerà violentemente all’improvviso, e dopo un toccante, impietoso confronto durante una drammatica notte niente sarà più come prima. Lieve e spietato, impreziosito da una scrittura cristallina, Amy e Isabelle è un indimenticabile romanzo sui legami affettivi e la paura di amare.

 

Commento:

Conoscevo già Elizabeth Strout per aver letto, un po' di tempo fa, Olive Kitteridge, il suo romanzo certamente più famoso. Di quella lettura ho un ricordo piacevole, ma molto vago… so per certo, però, che non sarà lo stesso per Amy e Isabelle: questo libro è decisamente difficile da scordare, almeno per me… mi è piaciuto molto di più, mi ha coinvolta emotivamente, ha toccato corde profonde.

È la storia di una madre e una figlia adolescente che, dopo aver vissuto quasi in simbiosi per sedici anni (questa l'età di Amy), si ritrovano d'improvviso ad odiarsi, acerrime nemiche, presenze ostili obbligate a convivere. Tutto cambia, improvvisamente, quando Isabelle scopre delle cose su Amy che le fanno capire che la figlia che credeva di conoscere è cresciuta, maturata, sta emancipandosi da lei ed anzi contro di lei. Quella figlia cui ha dedicato la vita è, in realtà, una sconosciuta ribelle ed ostile che forse la odia, di sicuro le si rivolta contro e non vuole parlarle. Cosa ha scatenato quest'onda d'urto? Ad un primo sguardo potremmo dire che è stato l'amore, ma indagando un po' più a fondo scopriremo che tutto si deve alla paura. Paura di non essere all'altezza l'una dell'altra, all'altezza della società di una piccola cittadina di provincia, all'altezza delle aspettative del prossimo, di se stesse, dell'uomo che si desidera e si crede di amare. Paura di fallire, di non proteggere abbastanza, di deludere chi ci è caro, paura che gli errori del passato si ripetano e si tramandino.

Amy e Isabelle è un romanzo toccante e bruciante sull'adolescenza e il rapporto madre-figlia, ma anche sulla necessità di vivere la propria vita senza costrizioni, libere da pregiudizi o condizionamenti sociali, economici, religiosi, culturali… una necessità che non è superficiale e frivola, ma che è parte del bisogno di autodeterminarsi che riguarda intimamente ognuno di noi.

 

Opera recensita: "Amy e Isabelle" di Elizabeth Strout

Editore: Fazi, prima ed. 2000

Genere: narrativa americana

Ambientazione: New England, Stati Uniti

Pagine: 474

Prezzo: 19,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

  

giovedì 24 giugno 2021

RECENSIONE: PAOLO GIORDANO - LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

                Sinossi:

Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima 2008.
Nella serie infinita dei numeri naturali, esistono alcuni numeri speciali, i numeri primi, divisibili solo per se stessi e per uno. Se ne stanno come tutti gli altri schiacciati tra due numeri, ma hanno qualcosa di strano, si distinguono dagli altri e conservano un alone di seducente mistero che ha catturato l'interesse di generazioni di matematici. Fra questi, esistono poi dei numeri ancora più particolari e affascinanti, gli studiosi li hanno definiti "primi gemelli": sono due numeri primi separati da un unico numero. L'11 e il 13, il 17 e il 19, il 41 e il 43… A mano a mano che si va avanti questi numeri compaiono sempre con minore frequenza, ma, gli studiosi assicurano, anche quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatterà in altri due gemelli, stretti l'uno all'altro nella loro solitudine.
Mattia e Alice, i protagonisti di questo romanzo, sono così, due persone speciali che viaggiano sullo stesso binario ma destinati a non incontrarsi mai. Sono due universi implosi, incapaci di aprirsi al mondo che li circonda, di comunicare i pensieri e i sentimenti che affollano i loro abissi. Due storie difficili, due infanzie compromesse da un pesante macigno che si trascina nel tempo affollando le loro fragili esistenze fino alla maturità. Tra gli amici, in famiglia, sul lavoro, Alice e Mattia, portano dentro e fuori di sé i segni di un passato terribile. La consapevolezza di essere diversi dagli altri non fa che accrescere le barriere che li separano dal mondo fino a portarli a un isolamento atrocemente arreso.
Paolo Giordano descrive la parabola di queste due giovani esistenze attraverso parole commosse eppure lucidissime. Il tono del romanzo cresce non appena ci si inoltra nel racconto e nelle vite dei protagonisti. Anche la sintassi e la complessità della frase si evolvono a mano a mano che i due ragazzi crescono, guidandoci in un percorso che conduce lentamente verso significati più acuti. Le descrizioni quasi elementari dei primi capitoli, quando le vite di Mattia e Alice devono ancora incrociarsi, lasciano il posto a una profondità di pensiero imprevedibile e inaspettata. Il linguaggio si affina, le frasi si intrecciano, i pensieri si complicano.
La solitudine dei numeri primi è un romanzo che ci cresce tra le mani, che parte in sordina per esplodere nel finale, è un'opera delicata e terribile allo stesso tempo in cui, al posto degli adolescenti belli e perfetti che affollano le pagine dei romanzi contemporanei, emergono due protagonisti imperfetti e marginali.
I turbamenti e le cicatrici, i fallimenti mai confessati e l'incapacità di vivere quelli che normalmente sono considerati successi, insomma tutta l'umanità scartata dagli altri scrittori, entra nelle pagine di Paolo Giordano. Questo giovane fisico torinese, con la sua opera prima, sposta il baricentro del mondo verso l'angolo oscuro e disprezzato della società, facendo leva, come un moderno Galileo, sulla vita dei suoi ragazzi speciali.
L'ennesima dimostrazione della vivacità che caratterizza la generazione dei trentenni italiani, un esperimento ben riuscito che conferma una regola elementare: a volte basta spostare il punto di osservazione perché un altro universo ci esploda, meravigliosamente, tra le mani.

 

Commento:

Questo titolo, La solitudine dei numeri primi, è rimasto ai margini della mia curiosità per molti anni, sin da quando uscì nel 2008. Da allora ho avuto più volte la tentazione di leggerlo, ma poi – più o meno consapevolmente – gli ho preferito altro, anche altri libri di Giordano. A distanza di tredici anni dalla loro comparsa nel mondo, faccio la conoscenza di Alice e Mattia… due adolescenti troppo feriti dal mondo per volerne fare ancora parte, troppo attaccati alla vita – o forse annientati dai loro traumi – per andarsene davvero. Due anime spezzate che, senza averlo davvero cercato, hanno trovato l'incastro perfetto l'uno nell'altra. Alice e Mattia sono due diversi, lo sentono distintamente, lo sanno loro e lo sa il mondo che li circonda. Sono due corpi che saltano dall'infanzia all'adolescenza, all'età adulta in modo asincrono rispetto ai loro coetanei, ma perfettamente accordato ai loro tempi reciproci. Le loro vite si incontrano, si lacerano, si ritrovano per un doloroso momento e si separano ancora… Chi saprà mai quale sarebbe stato il loro destino se le cose, in varie fasi della loro vita, fossero andate diversamente? Due anime inquiete che, come i numeri primi, sono destinate a sfiorarsi con lo sguardo, ma a non incontrarsi mai davvero. E se il destino, una volta tanto, potesse cambiare con la forza della volontà?

Un libro intenso, delicato, fluido che si legge in poche ore e lascia dietro di sé quella scia dolceamara del "E se…". Una storia che, volendo guardarla in modo oggettivo, forse manca di un ulteriore livello di approfondimento, ma che in fondo va anche benissimo così… così che ognuno di noi possa avere lo spazio di immaginare quel dolore, di riflettere sulle mancanze, di imbastire - perché no? -il proprio finale. Lo consiglio? Sì… in definitiva, sì… proprio per la sua – forse solo apparente - incompiutezza.

 

Opera recensita: "La solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano

Editore: Mondadori, 2008    

Genere: romanzo di formazione

Pagine: 304

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

lunedì 14 giugno 2021

RECENSIONE: VICTOR JESTIN - CALDO

                Sinossi:

“Oscar è morto perché l’ho guardato morire senza muovere un dito. È morto strangolato dalle corde di un’altalena”. Così comincia questo breve e intenso romanzo che racconta l’ultimo giorno di Léonard, diciassette anni, in un campeggio delle Landes oppresso dalla canicola. Un comportamento irreparabile che lui per primo non sa spiegarsi. Rimanere immobili è la stessa cosa che uccidere? In preda al panico, sotterra il corpo nella spiaggia. Il giorno dopo, mentre si aspetta di essere scoperto da un momento all’altro, conosce una ragazza.

 

Commento:

"Caldo", una parola importante per un romanzo coraggioso. L'esordio narrativo di Victor Jestin è, senz'ombra di dubbio, proprio un romanzo coraggioso, oltre che disturbante, allucinato, breve ma impegnativo. Lo è perché affronta con voce originale e soprattutto autentica un tema scandagliato in lungo e in largo: l'adolescenza. Lo fa con la voce – narrante e non solo – di un adolescente, mettendo in luce i disagi, i turbamenti, i complessi, il cinismo e perfino la cattiveria del più debole del gruppo, del senza amici, dello zimbello dei coetanei. Questa voce è quella di Léonard, un ragazzo a disagio con gli altri perché consapevolmente a disagio con se stesso, un ragazzo pieno di manie, piccole ossessioni, paure, incertezze; un ragazzo che, pur avvertendo il desiderio, pensa che l'unico modo che ha per soddisfare la propria libido sia di notte, nella sua camera in solitudine. Due cose gli accadono mentre vive l'epilogo di una delle esperienze peggiori della sua adolescenza: conosce una ragazza e vede morire un ragazzo. Cosa può scatenare nella mente di un ragazzo estraniato dal mondo l'unione di due situazioni così importanti? Leggere questo romanzo vuol dire scoprirlo. Io ve lo consiglio, anche se pensate di aver letto l'impossibile sull'adolescenza: è breve, è originale a suo modo, è duro quanto basta… vale la pena.

 

Opera recensita: "Caldo" di Victor Jestin

Editore: E/O, 2021

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Francia

Pagine: 128

Prezzo: 13,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

giovedì 22 aprile 2021

RECENSIONE: CAMILLA LACKBERG - IL GIOCO DELLA NOTTE

                                Sinossi:

Tradotta in sessanta Paesi, oltre venti milioni di copie vendute, Camilla Läckberg è il crime svedese.

 Mentre fuochi cadono come paracaduti colorati e girandole luminose esplodono in cielo, Max, Liv, Anton e Martina festeggiano tra di loro la fine dell’anno. Ragazzi ricchi, belli, viziati per il mondo indossano una maschera impeccabile, dietro cui però nascondono odio e dolore. Il catering serve aragoste, caviale, champagne e i quattro attingono anche alle bottiglie da collezione che sono in cantina. Amoreggiano, fumano, spiano i genitori nella casa vicina. E iniziano a giocare. Dapprima Monopoli, poi Obbligo o Verità. E ben presto un passatempo un po’ malizioso deflagra nell’occasione per mettersi a nudo e liberarsi, finalmente, del peso della verità.

 Quattro ragazzi, la notte di Capodanno. La festa, l’ebbrezza, un gioco in cui la posta diventa sempre più alta. Camilla Läckberg scandaglia magistralmente gli abissi dell’adolescenza e il luogo più oscuro e minaccioso che ci sia: la famiglia.

 Prima edizione mondiale.

 

Commento:

In questo suo ultimo libro, un romanzo breve e intenso di appena 120 pagine, Camilla Lackberg dà mostra di un suo grande talento che avevamo già avuto modo di apprezzare in altre sue opere: la capacità di analizzare e spiegare con parole semplici le dinamiche mentali degli adolescenti e le forme più o meno acute di disagio che vivono. Un disagio che è spesso causato dal loro rapporto con la società, con la famiglia, gli amici, la scuola, le aspettative altrui, i traumi inferti da adulti che dovrebbero proteggerli e invece non lo fanno. L'espediente utilizzato dalla Lackberg per porci di fronte a questi problemi è, in questo caso, la festa dell'ultimo dell'anno in due ville contigue di un quartiere bene di Stoccolma: in una ci sono quattro ragazzi, quattro amici alle soglie della maturità, nell'altra i loro genitori. In una corsa a precipizio verso il vuoto mascherata da gioco malizioso, assistiamo al disvelarsi di storie tanto disturbanti quanto comuni sulle quali, anche se vorremmo, non possiamo girare lo sguardo. Il finale è decisamente discutibile, ma beh, Camilla Lackberg non è un'autrice di romanzi rosa… è pur sempre un'autrice di crime. Non ci si aspetti da questo libro una storia complicata, salti nel tempo o particolari tecniche narrative: è un romanzo breve, ma intenso, come scrivevo all'inizio, che racconta storie semplici nella loro complessità. Non è un capolavoro, non fa parte di nessuna delle due serie già lanciate da quest'autrice… quali sono dunque i motivi per leggerlo? È un'occasione in più per riflettere sull'adolescenza, i suoi bisogni, l'impatto dei traumi e le responsabilità degli adulti; è scritto discretamente; è una storia breve che si fa leggere senza difficoltà. Consigliato per una lettura veloce, ma non banale.

 

Opera recensita: "Il gioco della notte" di Camilla Lackberg

Editore: Einaudi, 2021

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Svezia

Pagine: 120

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5.

                  

sabato 17 aprile 2021

RECENSIONE: STEPHEN KING - LATER

        Sinossi:

Jamie Conklin ha proprio l'aria di un bambino del tutto normale, ma ci sono due cose che lo rendono invece molto speciale: è figlio di una madre single, Tia, che di mestiere fa l'agente letterario, e soprattutto ha un dono soprannaturale. Un dono che la mamma gli impone di tenere segreto, perché gli altri non capirebbero. Un dono che lui non ha chiesto e che il più delle volte non avrebbe voluto. Ma questo lo scoprirà solo molto tempo dopo. Perché la prima volta che decide di usarlo è ancora troppo piccolo per discernere, e lo fa per consolare un amico. E quando poi è costretto a usarlo lo fa per aiutare la mamma, lo fa per amore. Finché arriva quella dannata volta, in cui tutto cambia, e lui è già un ragazzino, che non crede più alle favole. Jamie intuisce già, o forse ne è addirittura consapevole, che bene e male non sono due entità distinte, che alla luce si accompagnano sempre le tenebre. Eppure sceglie, sceglie la verità e la salvezza. Ma verità e salvezza, scoprirà tempo dopo, hanno un prezzo. Altissimo.

 

Commento:

Later, "Tempo dopo" o semplicemente "dopo", è l'ultima fatica letteraria sfornata dal quantomai prolifico maestro Stephen King. Un romanzo che, se non si fosse fan di King, sarebbe anche gradevole da leggere come lettura di svago o d'intervallo tra un tomo e l'altro… se invece si è fan di King è inevitabile essere presi dallo sconforto. Il perché è presto detto: è una storia buffa e poco plausibile spacciata per storia dell'orrore quando di orrorifico non ha nulla; la trama è deboluccia e non brilla per originalità, in più ci sono una serie di idee, espedienti, suggestioni che King aveva già usato in altri libri e che qui ha semplicemente riproposto… Ecco, ora non vorrei che passasse il messaggio che ho demolito questo libro, ma di sicuro non posso paragonarlo neanche lontanamente ai capolavori universalmente riconosciuti di King. È tuttavia una storia gradevole da leggere che è, in qualche modo, riuscita a coinvolgermi e per questo la consiglio a chi non sia un fan sfegatato del Re. Sarà per il messaggio, sarà per la simpatia che mi ha suscitato Jamie, sarà che comunque la storia è ben raccontata… ma in qualche modo questo Later mi è piaciuto, nonostante tutto.

 

Opera recensita: "Later" di Stephen King

Editore: Sperling & Kupfer, 2021

Genere: horror, paranormale

Ambientazione: New York

Pagine: 320

Prezzo: 19,90 €

        Consigliato: sì/no

Voto     personale: 7,5.

          

domenica 10 gennaio 2021

RECENSIONE: PHILIPPE AMAR - HO SOFFIATO IL MIO DESIDERIO FINO AL CIELO

Sinossi:

C'è un desiderio che accomuna tutti i bambini del mondo: avere una mamma e un papà. È così anche per Victor, che vorrebbe capire se quella sensazione è diversa dall'affetto che gli ha regalato l'anziana Tatie, da cui è stato allevato come un figlio. Adesso che non può più occuparsi di lui, l'intraprendente dodicenne decide che a trovare una mamma ci penserà da solo. Ha già un'idea in testa. È convinto che Lily, la pasticcera che incrocia per strada ogni mattina, abbia tutte le qualità per essere quella giusta: uno sguardo dolce e generoso, un sorriso aperto che promette calore e fiducia e la passione per la cucina con cui assecondare la sua insaziabile golosità. Victor è al settimo cielo, non avrebbe potuto trovare candidata migliore. Il problema è che non ha messo in conto un possibile rifiuto da parte di Lily. Pur restando affascinata dall'entusiasmo di Victor, la giovane pasticcera non ha nessuna intenzione di fargli da madre. Almeno finché non avrà fatto ordine nella sua vita cui manca il solido fondamento dato da poche e semplici certezze. L'amore, la maternità, la stabilità lavorativa restano per lei un orizzonte a cui tendere, a patto che trovi il coraggio di dare retta alla voce del passato da cui continua a essere tormentata. Nel frattempo, Victor non ci pensa nemmeno ad arrendersi e stare a guardare. Giorno dopo giorno, si impegna a escogitare stratagemmi e rocambolesche imboscate per intrappolare e conquistare Lily. Perché nessuno meglio di lui sa che è il cuore a scegliere la persona capace di regalarci la felicità.
Dalla sua apparizione sugli scaffali delle librerie, Ho soffiato il mio desiderio fino al cielo si è imposto come esordio dell'anno. Critici e lettori sono rimasti ammaliati dalla storia del piccolo Victor, dando il via a un passaparola che ha convinto la regista Michèle Laroque a trarne un film già in produzione. Philippe Amar ci consegna un romanzo delicato e toccante sull'importanza di non dare mai nulla per scontato, perché quando perdiamo di vista le cose importanti, rischiamo di smarrire anche noi stessi.

 

Commento:

Ho scovato questo romanzo per puro caso, curiosando sul web. Mi ha colpito il titolo, l'ho preso a scatola chiusa, senza neppure conoscere la trama (lo faccio di rado), ho cominciato a leggerlo e… non ho più smesso fino a notte fonda, finché non l'ho finito. Nel frattempo, mi sono emozionata, ho empatizzato con Victor, con i suoi amici, con Tatie e anche con Lily, ho pianto… che dire? Una storia che non lascia indifferenti, che mi ha conquistata e che ovviamente vi consiglio.

Ciò che più ho amato, in queste pagine, è la delicatezza, la sensibilità e l'onestà con cui la storia di Victor -e di tanti bambini come lui – viene tratteggiata dall'autore: Victor è un bambino orfano, un violinista enfant prodige, un bambino adottato, ma è raccontato qui come un bambino normale… normale, con le corse a rotta di collo fino a scuola, per le piccole bugie dette a Tatie, per le reazioni a volte inconsulte ma perfettamente plausibili per la sua età e il suo vissuto… Un bambino che vive la sua condizione in maniera consapevole, che non ne viene schiacciato o fagocitato, ma che anzi, riesce a trovare la propria identità e a difendere le proprie scelte con una forza insospettabile e invidiabile. Invidiabili sono anche la tenacia e l'intraprendenza di Victor nel perseguire i suoi (folli, ma tenerissimi) obiettivi; invidiabili sono anche gli amici di questo ragazzino così fuori dagli schemi: amici veri che gli rimangono accanto, lo supportano e gli si stringono attorno in ogni situazione, anche in quelle più difficili.

Philippe Amar riesce a trovare l'equilibrio perfetto fra dolcezza e amarezza, fiction e realtà in una storia preziosa da leggere e consigliare. Unica, piccola nota stonata: il finale… l'ho trovato non perfettamente all'altezza del resto della storia. Ma può accadere che, sebbene plausibili, le storie non finiscano proprio come avevamo pensato, anche se, ve lo anticipo, questa finisce bene.

 

 

Opera recensita: "Ho soffiato il mio desiderio fino al cielo" di Philippe Amar

Editore: Garzanti, 2020

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Parigi, Francia

Pagine: 368

Prezzo: 18,60 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9,5.

          

lunedì 4 gennaio 2021

RECENSIONE: MARIEKE LUCAS RIJNEVELD - IL DISAGIO DELLA SERA

    Sinossi:

Jas ha dieci anni quando, come ogni anno, in casa Mulder fervono i preparativi per il Natale. La sua è una vita tranquilla. A scuola non va benissimo, ma dà una mano al papà con gli animali della fattoria e non vede l'ora di diventare abbastanza grande per andare a pattinare sull'altra riva del lago con il fratello Matthies. Due giorni prima della festa, però, proprio da quella sponda più lontana, Matthies non fa più ritorno. La morte prende il suo posto in casa, occupa la sedia che lui ha lasciato vuota, indossa il suo giubbotto rimasto appeso come un cimelio, e si insinua nella vita di tutti. Jas osserva impotente la vicina di casa portare via l'albero di Natale e i genitori trasformarsi nel Lupo Cattivo con la pancia piena di sassi. Al riparo nel suo giaccone, che non toglie più nemmeno per dormire, non le rimane che prepararsi al momento in cui Dio scaglierà su di loro una nuova piaga, come sente dire al papà e alla mamma durante una lite. Abbandonati a loro stessi, i tre fratelli Jas, Obbe e Hanna sondano, nel privato delle loro stanzette, il dolore e la perdita. La libertà consente loro di sperimentare, di sovvertire le regole, ma anche di parlare apertamente della morte. Sono pronti a sacrificare tutto pur di non farsi portare via da Lei.

 

Commento:

Ci sono molti modi di raccontare, con parole e immagini, ma anche con sottointesi ed esperienze estreme, la perdita, la morte e il dolore. Quello scelto da Marieke Lucas Rijneveld in questo romanzo è sicuramente inconsueto e decisamente forte. La storia, drammatica e straziante di per sé, ci viene raccontata da Jas, la figlia intermedia dei quattro bambini Mulder. La loro è una famiglia normale, molto religiosa, che vive e si sostenta grazie ai prodotti della fattoria ed alla vendita del latte delle tante mucche. La famiglia si appresta a vivere il Natale, gli addobbi sono pronti come anche il cibo, ma l'atmosfera di festa viene completamente spazzata via da una notizia inattesa e funesta: il figlio maggiore dei Mulder, Matthies, era uscito a pattinare sul lago ghiacciato, ma qualcosa è andato storto e il ragazzo è annegato. Nulla più sarà lo stesso in casa Mulder, non più feste, sorrisi, gioia varcheranno la porta di quella sventurata famiglia che, per di più, è colpita dalle calamità che la natura non lesina mai ai suoi figli più sfortunati. Mentre l'unità familiare si sgretola inesorabilmente insieme ad ognuno dei suoi membri, i tre figli restanti, spaesati e soli, devono misurarsi per la prima volta con la perdita di cui hanno paura e con la morte che sembra sempre venire a reclamare qualcuno o qualcosa. Non è facile per tre preadolescenti già preda delle pulsioni più sordide confrontarsi con tanti cambiamenti radicali. Ciascuno dei fratelli reagirà a suo modo… con tutto ciò che questo comporta a livello psicologico.

Non è facile esprimere un giudizio su questo libro perché il modo che ha la Rijneveld di raccontare questa storia è assolutamente originale, anticonformista, quasi sfrontato che il gradimento (o non gradimento) è, più che in altri casi, molto soggettivo. Per quanto mi riguarda, sebbene apprezzi la trama e il tentativo di riflessione a cui l'autrice vuole portarci, non posso dire di aver apprezzato questo romanzo: in parte c'entra la delusione nell'aver trovato una scrittura totalmente diversa da quella che mi aspettavo; in ogni caso, troppe cose, nella lettura, mi hanno disturbato, impedendomi di godermi a pieno il fluire della storia (i continui riferimenti alle funzioni corporali, per esempio, mi urtano se superano la soglia del mero riferimento sporadico e casuale). Tuttavia, lo ripeto, in questo romanzo più che in altri il gusto personale influisce molto sul giudizio della storia, perciò non lo consiglio né lo sconsiglio… i più puritani storceranno di certo il naso davanti a molte scelte dell'autrice, ma anch'io – che non sono fra questi – ho fatto fatica a proseguire in molti punti. In sintesi, Il disagio della sera è un romanzo che turba il lettore e lo disturba, lo pungola quasi, in mille modi diversi. Qualunque sensazione si provi leggendo, di sicuro questo non è un libro che lascia indifferenti.

 

Opera recensita: "Il disagio della sera" di Marieke Lucas Rijneveld

Editore: Nutrimenti, 2019

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Paesi Bassi

Pagine: 251

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 6.

          

domenica 22 novembre 2020

RECENSIONE: ALESSANDRO D'AVENIA - L'APPELLO

    Sinossi:

E se l'appello non fosse un semplice elenco? Se pronunciare un nome significasse far esistere un po' di più chi lo porta? Allora la risposta "presente!" conterrebbe il segreto per un'adesione coraggiosa alla vita. Questa è la scuola che Omero Romeo sogna. Quarantacinque anni, gli occhiali da sole sempre sul naso, Omero viene chiamato come supplente di Scienze in una classe che affronterà gli esami di maturità. Una classe-ghetto, in cui sono stati confinati i casi disperati della scuola. La sfida sembra impossibile per lui, che è diventato cieco e non sa se sarà mai più capace di insegnare, e forse persino di vivere. Non potendo vedere i volti degli alunni, inventa un nuovo modo di fare l'appello, convinto che per salvare il mondo occorra salvare ogni nome, anche se a portarlo sono una ragazza che nasconde una ferita inconfessabile, un rapper che vive in una casa famiglia, un nerd che entra in contatto con gli altri solo da dietro uno schermo, una figlia abbandonata, un aspirante pugile che sogna di diventare come Rocky... Nessuno li vedeva, eppure il professore che non ci vede ce la fa. A dieci anni dalla rivelazione di Bianca come il latte, rossa come il sangue, Alessandro D'Avenia torna a raccontare la scuola come solo chi ci vive dentro può fare. E nella vicenda di Omero e dei suoi ragazzi distilla l'essenza del rapporto tra maestro e discepolo, una relazione dinamica in cui entrambi insegnano e imparano, disponibili a mettersi in gioco e a guardare il mondo con occhi nuovi. È l'inizio di una rivoluzione? L'Appello è un romanzo dirompente che, attingendo a forme letterarie e linguaggi diversi – dalla rappresentazione scenica alla meditazione filosofica, dal diario all'allegoria politico-sociale e alla storia di formazione –, racconta di una classe che da accozzaglia di strumenti isolati diventa un'orchestra diretta da un maestro cieco. Proprio lui, costretto ad accogliere le voci stonate del mondo, scoprirà che sono tutte legate da un unico respiro.

 

Commento:

Chiamare le cose – e le persone – col loro nome vuol dire dar loro una collocazione, un posto nel mondo, vederle, dar loro l'importanza che meritano. Da troppo tempo i docenti di una classe di un liceo scientifico di una città indeterminata si erano dimenticati di chiamare per nome i loro dieci alunni, i dieci casi disperati rinchiusi in quella classe-ghetto. E loro, i ragazzi, erano completamente spaesati, avevano perso la fiducia nella scuola, ultimo baluardo di cultura, ultima certezza in un mondo al rovescio che confonde, ignora e divora. Poi in classe è entrato un professore di scienze, Omero Romeo, uno che quei ragazzi voleva conoscerli davvero, vederli attraverso le loro storie, il loro volto, i tumulti del loro cuore. Così, prima di cominciare la lezione vera e propria, ha cominciato a fare l'appello… in un modo diverso, che ha prodotto risultati straordinari: i ragazzi, proprio quelli cui sembra sempre non fregare niente, quelli disinteressati, persi, bruciati, hanno risposto in modo grandioso, con un entusiasmo contagioso, virale. L'appello è uscito, per loro volontà, dai confini della classe diffondendosi nel mondo tra l'entusiasmo e l'ostracismo. E così le persone, le vite, le storie hanno ripreso il posto che spettava loro, al centro della scuola, della famiglia, della società. L'appello ha scosso le menti, anche quelle più refrattarie e chiuse, creando bellezza, condivisione, energia.

Amo la prosa ricercata di Alessandro D'avenia, sin dal suo primo romanzo non ho mai smesso di meravigliarmi di fronte al suo modo di dire le cose, di raccontare la scuola, gli adolescenti, i professori, la cultura, la bellezza. Tuttavia questo libro l'ho concluso con fatica… non perché non mi sia piaciuto o perché non sia bello, anzi! I concetti espressi, la visione della scuola, l'energia dei ragazzi, le loro storie e le loro difficoltà… sono tutte cose importantissime raccontate, come sempre, con grande perizia, coinvolgimento e sensibilità. Però in queste pagine c'è qualcosa di troppo che mi ha disturbata… ho fatto fatica a capire cosa fosse, ma poi ci sono arrivata: c'è troppa cecità. Troppi riferimenti alla condizione del professor Romeo, troppa autoironia qualche volta buttata lì a sproposito ("Sono cieco, potrò permettermi di non guardare in faccia nessuno"…), troppo uso della cecità come giustificazione, come motivo della redenzione, quasi a rievocare una conversione sulla via di Damasco che, francamente, dopo un po' rischia di scricchiolare e non reggere più come "espediente narrativo". E badate, queste cose le dico da cieca e per di più molto autoironica. è vero, io cieca lo sono dalla nascita mentre Romeo lo è diventato da appena cinque anni, quindi qualche mio "collega" mi smentirà, ma non è da ciechi rimarcare la propria condizione in ogni frase. Questo continuo uso delle locuzioni "sono cieco" o "da quando sono cieco"… appesantisce, snerva e rende meno realistico il fluire della storia. E aggiungo questo, a beneficio di chi legga il libro prima di questo mio scritto: non so se per chi abbia perso la vista da adulto sia diverso, ma io non ho necessità di toccare il volto delle persone che ho davanti… non mi serve. Per conoscere chi ho vicino mi basta ascoltare le sue parole, anche quelle che non dice: sta lì il segreto, non necessariamente nelle pieghe del volto. Ma questo è un mio pensiero, legato alla mia esperienza, magari altri la pensano – e vivono – diversamente.

In definitiva, il romanzo di D'avenia è molto bello e molto intenso, leggetelo se, come me, siete suoi lettori affezionati, ma non lo consiglio a chi non abbia ancora mai letto niente di quest'autore.

 

Opera recensita: "L'appello" di Alessandro D'avenia

Editore: Mondadori, 2020

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: una città non definita

Pagine: 348    

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 7,5.

          

venerdì 23 ottobre 2020

RECENSIONE: JULIE MAROH - IL BLU è UN COLORE CALDO

Sinossi:

Il primo sguardo tra due persone destinate a innamorarsi può essere un evento sconvolgente: una scossa destinata a far tremare le fondamenta di una vita banale, un'esplosione di colore che ravviva un mondo altrimenti grigio. È quello che accade a Clémentine 15 anni, in un pomeriggio qualsiasi, quando una macchia di colore si fa strada verso di lei tra la folla: una testa dai capelli tinti di blu, un paio d'occhi dello stesso colore che per i mesi a venire invaderanno, notte dopo notte, ogni suo sogno. Eppure, la storia di Clementine non è solo una storia d'amore. È una storia di vergogna, di negazione, di rabbia, di insicurezza: perché il nome della sua ossessione è Emma, e in un mondo intriso di pregiudizi vivere la propria omosessualità alla luce del sole può provocare fratture emotive insanabili, e deviare per sempre il corso di un'esistenza.

 

Commento:

"AH! SEMBRA CHE TU ABBIA ANCORA DEI

PREGIUDIZI. EPPURE NON TI SAREBBE

DIFFICILE CAPIRE CHE L’AMORE NON

RISPONDE ALLA MORALE CHE TI HANNO

INSEGNATO".

Cosa si prova quando ci si scopre innamorati, innamorati sul serio? E come ci si sente quando ci si rende conto che la persona di cui siamo innamorati non è quella di cui ci si aspetterebbe che ci innamorassimo? Clementine è un'adolescente, va ancora al liceo, quando, tra un flirt innoquo e una serata con gli amici, si rende conto di essere innamorata di Emma. L'ha vista un giorno, coi suoi capelli blu, e da quel giorno non l'ha più dimenticata. Clementine non vuole ammettere a se stessa di provare qualcosa per un'altra ragazza, non vuole ammettere a se stessa di essere lesbica, perciò, con l'incostanza e l'instabilità tipica della sua età, cerca di opporsi a questo sentimento che si fa sempre più pressante, sempre più importante e difficile da ignorare. E intanto intorno a lei le persone notano qualcosa e c'è chi la incoraggia a vivere quest'amore, nonostante le difficoltà e le ritrosie. C'è, però, anche chi la segna a dito, chi disapprova… per esempio i suoi genitori. Clementine dovrà decidere, scegliere, farsi coraggio e capire quanto è importante questo amore, ma dovrà farlo in fretta: non lo sa ancora, ma la clessidra della sua vita corre inesorabile, più veloce di lei, più veloce persino dei pensieri.

Il blu è un colore caldo… questo titolo, così evocativo, affascinante, intrigante, mi attirava da anni, ma trattandosi di una graphic novel mi risultava difficile approcciarmi a questa lettura. Avevo provato a leggerlo un paio d'anni fa, ma forse non avevo la giusta concentrazione, forse non ero pronta a cogliere il senso di una storia avendo solo metà o forse un terzo delle informazioni disponibili. Ieri sera, però, mi è tornata la curiosità che ha sopraffatto la pigrizia e i tentennamenti… così ne sono venuta a capo e, documentandomi sul web, ho scoperto che questa novel è stata poi portata sullo schermo da Abdelatif Kechiche nel film La vita di Adele che avevo già visto. Ecco che tutti i tasselli, o quasi, sono andati al loro posto. Per quanto il mio commento sia incompleto e parziale, mancando la visione delle tavole, dei disegni, dirò che l'ho trovata intensa, capace di rendere in poche battute tutte le emozioni dei personaggi, emozioni forti, decise come una macchia di blu che, se associato a un sentimento così travolgente, può decisamente diventare un colore caldo, bollente, scottante. La consiglio a chi possa apprezzarla pienamente e soprattutto voglia superare uno stereotipo, un pregiudizio, da un punto di osservazione diverso.

 

Opera recensita: "Il blu è un colore caldo" di Julie Maroh

Editore: Rizzoli Lizard, 2010

Genere: graphic novel

Pagine: 158

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5.

          

giovedì 10 settembre 2020

RECENSIONE: FRANCESCA PALUMBO - IL TEMPO CHE CI VUOLE

Sinossi:

Monica Dionubile ha quasi diciassette anni, vive a Bari insieme a sua madre Laura, una donna problematica che cerca attraverso la terapia analitica di rientrare in contatto con se stessa e di smetterla di tormentare sua figlia. Dunia Bonerba è figlia unica di Luca e Marina; i suoi genitori sono una coppia che garantisce serenità e spensieratezza a una ragazzina semplice, a tratti ingenua e molto legata a Monica, sua compagna di classe. Le due ragazze si completano a vicenda: la spensieratezza di una si unisce alla complessità dell'altra, è come se tra di loro ci fosse un accordo di "mutuo soccorso". Intorno a queste due figure ruotano le vicende di coppia, amicizia e tradimenti che appartengono al mondo adulto, storie di persone legate alle due ragazze in un modo o nell'altro, e che si intrecciano con il loro carico di problemi ed emozioni. C'è poi il rapporto speciale delle due adolescenti con un insegnante della loro scuola, un docente atipico che ascolta i suoi alunni, li osserva e non si limita a etichettarli con un numero sul registro o un cognome da ricordare al momento dell'interrogazione. Testimone oculare delle storie di ognuno di questi personaggi è il barbone Lacca, un clochard che costruisce con le proprie mani piccoli portacenere colorati di latta e che avrà un ruolo determinante nel destino di Dunia e Monica. Il romanzo ha un respiro corale che lascia ampio spazio a riflessioni profonde sulle esistenze di ognuno.

 

Commento:

Il tempo che ci vuole è il terzo romanzo di Francesca Palumbo che leggo, il primo in ordine di pubblicazione (e si sente); conosco, quindi, molto bene la prosa di Francesca, il suo modo di scrivere, di osservare gli altri, di approcciarsi alla vita e di raccontarla; conosco Francesca di persona, la sento affine, sento di volerle bene e, qualora non fossero bastati i libri, la sua voce mi ha detto molto di lei. Ecco perché mi meraviglio di me stessa: mi meraviglia il fatto di restare ogni volta stupita, ammaliata, conquistata dalle sue parole, dal modo con cui descrive le persone, le situazioni, i sentimenti; non so come faccia, eppure riesce a far apparire importante, vero, unico tutto ciò di cui parla. È così anche per tutti i personaggi di questo libro, tutti diversi, non tutti stimabili, ma tutti importanti e, a loro modo, unici e meritevoli di far sentire la loro voce. C'è Dunia, adolescente spensierata cresciuta in una famiglia attenta, equilibrata e amorevole che l'ha fatta vivere in un mondo ordinato e ovattato; ci sono i genitori di Dunia, sempre così retti, equilibrati, assennati; c'è il vecchio nonno ammalato e capace di slanci romantici e di strenue, grandi emozioni; ci sono Carlo, Roberta e Giulia con le loro inquietudini e incomprensioni; poi c'è Monica, il personaggio che più ho amato in queste pagine, un'adolescente più grande della sua età, inquieta e morsa da un fuoco interiore che minaccia di divorarla; c'è sua madre, Laura, con tutti i problemi che crea a se stessa e alla figlia; c'è Girardi, uno dei pochi docenti in grado di guardare gli alunni dritto negli occhi, fin dentro l'anima; e poi c'è Lacca, l'invisibile, colui che nella sua sofferenza tutto vede e tutto sa. C'è un mondo dietro queste storie, un legame tra tutte queste anime inquiete. C'è vita, vita che è un continuo cercare, una "sete d'istanti" di pura gioia o profonda disperazione. Vita che si consuma nelle attese, nel tempo che ci vuole a rielaborare un bisogno, nel tempo che ci vuole a ricalibrarsi dopo una scossa, nel tempo che ci vuole a che un farmaco – o una canna - faccia effetto e venga a soccorrere annebbiando i sensi. È vita che scorre, dannazione e piacere, godimento e sofferenza, caldo e gelo, buio e luce. E Francesca Palumbo, con la sensibilità di chi è interessato al mondo e al singolo, indaga tutto questo e ce lo porge, come un dono, con la sua prosa poetica, viva, intensa, vibrante che trasforma le emozioni in gioielli e che fa bene all'anima. Un romanzo intenso, che guarda in faccia la vita, anche nei suoi anfratti più bui e fetidi. Un romanzo che parla di amore, amicizia, adolescenza, dolore, fallimento, rinascita. Un romanzo in cui tuffarsi a capofitto per poi riemergere depurati, in una catarsi dell'anima.

 

Opera recensita: "Il tempo che ci vuole" di Francesca Palumbo

Editore: Besa, 2013

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Bari

Pagine: 196

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

        Voto personale: 9

         Colonna sonora sperimentata: Radiohead. 

giovedì 13 agosto 2020

RECENSIONE: FRANCESCO LONGO - MOLTO MOSSI GLI ALTRI MARI


Sinossi:
Rimpianti e attese, sembra non possano esistere altri stati d’animo nella Baia di Santa Virginia, una spiaggia sotto un promontorio cupo e selvaggio. Quando la radio annuncia l’arrivo di una tempesta anomala che si abbatterà sulla costa, i ragazzi che hanno passato lì tutte le estati della loro vita tornano per cavalcare le onde epiche che hanno sempre invocato.
Michele, l’unico di loro a essere nato a Santa Virginia – conosce a memoria ogni quercia e sentiero del promontorio –, oltre all’allerta meteo riceve la notizia che Micol si sta per sposare. È la ragazza riccia, elegante e inafferrabile che ha conosciuto tanti anni prima, in un bagno tra i cavalloni di fine stagione. L’ha attesa e sognata giorno e notte per anni, finché non ha fatto di tutto per dimenticarla.
Lei e Michele sono sempre stati sul punto di dirsi qualcosa che non si sono mai detti, perché ogni volta settembre li separava. Lui trascorre gli inverni a letto con lunghe febbri, aggiustando biciclette con il padre, osservando la luna con il telescopio, immaginando lo sbarco degli alieni, incatenato allo splendore del luogo da cui non vuole allontanarsi. Intimidito, reticente, ultimo dei romantici, diventa l’unico punto fermo del gruppo di ragazzi benestanti e abbronzati che vanno e vengono tra Roma e le loro ville al mare. È amico perfino di Guido, l’eccentrico leader della comitiva, che gli donerà la sua prima tavola da surf.
Molto mossi gli altri mari disegna la mappa perfetta della nostalgia, raccontando una storia d’amore fatta solo di silenzi, cresciuta tra gli innaffiamenti automatici dei giardini e le siepi curate, alimentata da infiniti giri in canoa e in bicicletta, vissuta tra il campo da ping-pong e la splendida piscina di Guido. Un amore plasmato dai tanti tramonti incandescenti e dai riti estivi di un luogo infestato di malinconia.
La luce dorata di settembre si riversa sulla scrittura stessa, una luce marina che proietta le ombre lunghe e minacciose del passaggio tra adolescenza e età adulta. Francesco Longo ha scritto un romanzo breve che ha il respiro largo di un classico. Ci convoca in quello spazio speciale in cui tutti, ogni anno, siamo stati eterni per tre mesi – da giugno a settembre – quando l’estate finalmente spalancava le porte ai desideri andati in letargo per tutto l’inverno.

Commento:
Il tempo è un'incognita che agisce sui sentimenti, sui rapporti umani, su di noi in modo imprevedibile e bizzarro. È più o meno questa la sintesi che mi sento di estrapolare dal bel romanzo d'esordio di Francesco Longo, un romanzo che parla di adolescenza, di attese, di nostalgia, di amore e di mare in un modo lieve, ma intenso ed intimo che non lascia indifferenti. Il tempo è ciò che fa sì che il sentimento che Michele prova per Micol sedimenti e cresca negli anni, che gli rimanga attaccato all'anima mentre passa gli inverni sempre lì, a Santa Virginia, nel posto in cui è nato e in cui l'ha conosciuta… attendendo nuove estati e nuove possibilità di rivederla. Ed è sempre il tempo, un altro tempo, a dare a questo rapporto mai concretizzatosi una svolta repentina e inattesa, al sopraggiungere di un settembre fosco di molti anni dopo. Molto mossi gli altri mari è una storia di prossimità, di vicinanze, di estati che si vorrebbero eterne, di sentimenti forti e possibilità mai esplorate… è una storia di attese e di sogni, di tentativi e ritrosie, di onde che si infrangono sugli scogli e travolgono tutto ciò che è sul loro cammino… e l'unica cosa che si può fare è provare a cavalcarle. Tutto sta, nel surf come nei sentimenti, a cogliere il momento esatto in cui prendere l'onda, non prima né dopo.
Quella di Francesco Longo è una prosa ricca nelle descrizioni, ma schietta ed essenziale nel racconto dei turbamenti di Michele e del gruppo di amici; un romanzo che indaga i sentimenti senza invaderne la sacralità, senza giudizi, ma solo con l'esortazione a viverli, a cogliere l'attimo.

Opera recensita: "Molto mossi gli altri mari" di Francesco Longo
Editore: Bollati Boringhieri, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Santa Virginia
Pagine: 177
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


mercoledì 4 marzo 2020

RECENSIONE: EMANUELA CANEPA - INSEGNAMI LA TEMPESTA


Sinossi:
C’è una donna ferma sulla soglia di un convento. Deve entrare, ma ha paura. Oltre quella soglia, lo sa, avverrà la resa dei conti. Perché è lí che si trova sua figlia, un’adolescente scappata di casa dopo l’ennesima lite con lei. Ed è lí che vive la persona che molti anni prima l’ha abbandonata senza una parola, per seguire la propria vocazione.
Dopo il successo de L’animale femmina, Emanuela Canepa torna a scandagliare i conflitti sotterranei che si annidano in ogni rapporto. Stavolta, lo fa attraverso tre figure femminili indimenticabili. Una madre, alla quale la figlia rimprovera un’esistenza di rinunce. Una figlia, che la madre ha sempre sentito inaccessibile. E una suora, che ha lasciato tutto, anche la sua piú grande amica, per abbracciare senza riserve il proprio destino. Tre donne profondamente legate tra loro, eppure in costante fuga l’una dall’altra. Perché ogni legame d’amore può diventare un cappio, e ogni distacco trasformarsi in battaglia.

Commento:
Emma è una donna che ha fatto molte rinunce per la figlia, una figlia in principio non desiderata, ma amata profondamente e totalmente da sua madre e da Fausto, un giovane uomo che ha deciso consapevolmente di farle da padre. Matilde, però, crescendo ha ricambiato in modo sempre più disomogeneo questo amore: sempre di più al padre con cui parla, si confida e condivide momenti ed interessi, sempre meno alla madre che tiene, invece, rigorosamente a distanza con ostinata freddezza. La situazione precipita quando, a diciott'anni, Matilde incappa in qualcosa che avrebbe dovuto minare le sue certezze, la sua saccenza, il muro che ha eretto per dividersi dalla madre, ma inspiegabilmente, invece di rivolgersi a colei che le sarebbe stata più d'aiuto non fosse altro che per prossimità, Matilde interpella Irene, una donna che non ha mai conosciuto e che a sua madre ha fatto del male. Emma ha un'unica possibilità per recuperare il rapporto con sua figlia: affrontare il dolore ed andarsela a riprendere.
Questa è la storia di tre donne diversissime, di tre vittime di scelte che sofferte ed importanti, di tre donne che devono, loro malgrado, smettere di fuggire e guardare in faccia la vita, con tutti i rapporti e i legami che la animano. Con una prosa lucida, dura e insieme partecipata, Emanuela Canepa traccia profili netti che si stagliano nella nebbia dell'incomunicabilità e rimangono impressi nella mente per forza emotiva e tenacia nel seguire il percorso che hanno tracciato. Insegnami la tempesta è un libro che chiede di essere letto e metabolizzato, perché le storie, i dolori, le incomprensioni possano uscire dalle pagine e fare il paio con le nostre, aiutandoci così a superare le barriere del non detto. Una lettura che consiglio e che non dimenticherò.

Opera recensita: "Insegnami la tempesta" di Emanuela Canepa
Editore: Einaudi, 2020
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Roma, Cesena, Città di Castello
Pagine: 248
Prezzo: 17,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


giovedì 6 febbraio 2020

RECENSIONE: NICOLA LECCA - IL TRENO DI CRISTALLO


Sinossi:
A Broadstairs, incantevole villaggio della costa inglese, Aaron lavora come apprendista nella storica gelateria Morelli e vive in simbiosi con Anja: una madre depressa e protettiva che gli tiene nascosta l’identità del padre e nulla racconta di Zagabria, la città dalla quale sono fuggiti quando lui era piccolo. Fortuna che Gennarino, il suo migliore amico, è un vulcano di allegria e colora di ottimismo il grigiore trasmesso dalla malinconia di Anja. Dal canto suo, Aaron ha imparato a essere felice con poco. Gli bastano il sapore del gelato al mandarino, le passeggiate solitarie lungo le scogliere a strapiombo sul mare e le conversazioni con Crystal, la ragazza che ama. Si sono conosciuti online e la loro relazione va avanti da più di un anno: ma è soltanto virtuale. Ogni volta che lui cerca di organizzare un incontro, lei trova mille scuse per rimandare. Eppure Aaron preferisce la sua presenza incompleta al dolore della solitudine.
Finché un evento inatteso sconvolge tutto. Dalla Croazia arriva la lettera di un notaio che annuncia ad Aaron la morte di quel padre che gli è sempre stato tenuto nascosto, e lo invita a raggiungere Zagabria per l’apertura del testamento. In treno, grazie a un biglietto di Interrail.
Sprovveduto e impreparato alla vita, Aaron affronterà con coraggio la sua piccola Odissea alla ricerca della verità. Dall’Inghilterra a Zagabria passando per Amburgo, Praga, Lubiana, Bratislava e Szentgotthárd si incontrerà finalmente col mondo: che lo metterà alla prova, fra rischi e tentazioni, offrendo in cambio incontri inattesi e immensa bellezza.
Con la sua scrittura cesellata e limpidissima, Nicola Lecca crea un’appassionante fiaba contemporanea. L’ingenuità del suo protagonista, ricco soltanto dei suoi desideri, dà vita a pagine scintillanti che ci offrono la disarmante purezza di uno sguardo nudo: capace di illuminare la complessità del mondo, evidenziando i paradossi delle relazioni online e le ipocrisie delle tante trappole tese per trarre profitto dalle nostre solitudini.

Commento:
Aaron è un diciottenne sensibile e insicuro, un ragazzo che vorrebbe di più dalla propria vita, ma ancora non sa come ottenerlo. Vive in un paesino della costa inglese, Broadstairs, lo stesso in cui è nato Dickens; lavora come gelataio nella storica gelateria Morelli, è amico di Gennarino, che lavora con lui ed è molto più pragmatico e dinamico di lui; ha una madre – Anja – che si è chiusa in se stessa e si mantiene in vita grazie agli psicofarmaci. È nei momenti trascorsi con l'amico, in gelateria, e davanti al computer a parlare con Crystal che Aaron può prendere respiro dall'ambiente opprimente della sua casa. E proprio Crystal, conosciuta online su un sito di incontri, è diventata importante per Aaron: pensa di essersene innamorato, vorrebbe incontrarla, ma lei tergiversa, le va bene parlarsi in video, ma non farsi vedere… Aaron è sull'orlo di una crisi quando riceve una lettera inattesa: viene dalla Croazia, la patria dei suoi genitori dove lui non è mai stato; la manda un notaio che gli comunica che suo padre è morto e che lui è atteso per l'apertura del testamento. Il padre gli ha anche lasciato un biglietto di Interrail per raggiungere Zagabria viaggiando per l'Europa… tutto ok, tutto bello, se non fosse che il padre di Aaron è morto d'infarto prima che lui potesse conoscerlo… o almeno questo è ciò che gli ha sempre detto sua madre. Aaron, su consiglio di Gennarino, capisce di non doverla informare del suo viaggio, perciò sfrutta le ferie dalla gelateria – che dovrebbe trascorrere con gli amici – e parte per quest'avventura. Ciò che scoprirà gli cambierà la vita, lo farà crescere in fretta e lo porterà a conoscere di più se stesso e il mondo. Da una città all'altra, disavventura contro avventura, bellezza contro sudiciume, entusiasmo contro delusione, in quell'Interrail Aaron imparerà a pensare con la sua testa, a decidere da solo per la sua vita… e soprattutto capirà che mai nulla può essere solo bello o brutto, positivo o negativo, che ad ogni vittoria corrisponde sempre una piccola o grande rinuncia. Una storia di formazione, scritta in modo chiaro, delicato e scorrevole, che consiglio sia agli adolescenti che agli adulti, perché c'è tanto da imparare per entrambe le fasce d'età.

Opera recensita: "Il treno di cristallo" di Nicola Lecca
Editore: Mondadori, 2020
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Europa
Pagine: 252
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


lunedì 6 gennaio 2020

RECENSIONE: JEAN-MICHEL GUENASSIA - IL CLUB DEGLI INCORREGGIBILI OTTIMISTI


Sinossi:
Parigi, 1959. Sono anni vertiginosi: la Seconda guerra mondiale è finita da troppo poco tempo per essere Storia, la guerra d'Algeria segna le vite dei francesi d'oltremare. Michel Marini, undici anni, figlio di immigrati italiani, esce dall'infanzia e si affaccia a un'adolescenza inquieta e piena di emozioni. Vagabonda per il quartiere, si ritrova con gli amici a giocare a calcio balilla; un giorno entra in un bistrò, il Balto. È attratto da una stanza sul retro dove si ritrova un gruppo di uomini, che parlano un francese a volte approssimativo e portano dentro di sé storie e passioni sconosciute. Sono profughi dei Paesi dell'Est, uomini traditi dalla Storia, ma visionari che ancora credono nel comunismo. Incorreggibili ottimisti. Frequentare il Balto vuol dire scoprire il mondo. Michel cresce con Igor, Leonid, Imré, Pavel, Tibor, Sasha; impara a conoscere l'amicizia, l'amore, la complessità degli ideali. Nel retro di un bistrò si litiga, si beve, si gioca a scacchi, si raccontano barzellette su Stalin, si offre se stessi e le proprie storie, storie terribili di esilio che si intrecciano sullo sfondo di un decennio epocale, tra filosofia e rock'n'roll, Sartre e Kessel, la conquista dello spazio e l'inizio della Guerra fredda. Nella tradizione del grande romanzo francese, un affresco indimenticabile di un'epoca. Un libro di cui, una volta iniziato, non si può più fare a meno, capace di trascinare e di suscitare emozioni intense, e che lascia pieni di nostalgia per i suoi eroi.

Commento:
La bellezza di questo libro non è folgorante, dirompente… per coglierla bisogna addentrarvisi, leggere, scoprire pian piano storie, risvolti, non detti… proprio come accade al protagonista nonché voce narrante, il giovanissimo Michel Marini, che un giorno viene in contatto con il club degli incorreggibili ottimisti e, prima che possa conoscere le storie di quegli uomini così singolari e gli spettri che si portano sulle spalle, dovranno passare anni di frequentazione assidua. Ci sono tante cose in queste pagine, c'è storia, filosofia, ideologie superate in cui gli irriducibili continuano a credere; c'è l'adolescenza, l'esilio forzato, i rapporti familiari travagliati, le guerre, la separazione, l'amicizia… è un romanzo non facile, ma che sa catturare pagina dopo pagina, che sa fare compagnia, far riflettere, affezionare, commuovere. Il personaggio che ho amato di più, fra i tanti belli, è stato Sasa… chi leggerà il libro fino in fondo potrà capire perché. A chi vorrà farlo dico: provate ad immergervi in queste pagine senza aspettarvi niente, senza sapere cosa aspettarvi… ne sarete conquistati.


Opera recensita: "Il club degli incorreggibili ottimisti" di Jean-Michel Guenassia
Editore: Salani, 2010
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Francia-Russia
Pagine: 704
Prezzo: 18,60 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


venerdì 20 dicembre 2019

RECENSIONE: GUIDO SARACENI - FUOCO è TUTTO CIò CHE SIAMO


Sinossi:
Davide Manfredi frequenta l'ultimo anno di un Liceo Scientifico romano, suona la chitarra elettrica, ama il cinema e la letteratura. A differenza della totalità dei suoi coetanei, ha scelto di non avere alcun profilo sui social network. Qualche volta la sua età gli sta stretta e lo rende insofferente nei confronti di un mondo che lo offende e lo irrita «come lana sulla pelle». Per fortuna può contare sugli amici, con cui, tra una situazione esplosiva e una partita di calcetto, prova a sopravvivere alla propria adolescenza. Soprattutto, può contare sul sorriso di Alice - la sua fidanzata - che lenisce ogni dolore, restituendogli, oltre ogni amarezza, una invincibile voglia di vivere. «Fare il professore di liceo è un gesto di puro autolesionismo», amava ripetere suo padre, ma Giulio Lisi non gli ha dato retta; così, ha trascorso metà della sua vita a insegnare, con passione e impegno. Molto attivo sui social, dove ormai sono in parecchi a seguirlo, il prof conserva verso i suoi studenti lo stesso «pudico stupore» che cerca di trasmettere loro nei confronti della vita. Oltre a fare lezione, gestisce un servizio di counseling dedicato agli studenti problematici: tre giorni a settimana riceve i ragazzi che, per svariate ragioni, hanno bisogno del suo serio, professionale e consapevole ascolto. Davide e Giulio sono volti di un dittico: insieme compongono un'immagine realistica e attuale della scuola di oggi. Le loro strade si incroceranno un lunedì di gennaio. Quel giorno, ciascuno avrà qualcosa di importante da insegnare all'altro.

Commento:
Seguo da tempo il professor Guido Saraceni e mi capita spesso, scorrendo la home di Facebook, di fermarmi a leggere i suoi interventi su politica, cronaca, diritto, quotidianità: li trovo spesso condivisibili, ma spesso non vuol dire sempre… Sono, perciò, arrivata a questo libro spinta dalla curiosità.
Cosa posso dire a fine lettura? … … … Sarò critica: non vi dirò se è bello o brutto, non vi dirò se mi è piaciuto oppure no… la verità? Non ho capito se questo libro è una genialata – scritto bene, profondo, alla portata di tutti (comunque tutte cose vere a prescindere dal mio giudizio) – o è un bel mappazzone alla Moccia/Volo (s'è capito che non mi piacciono?), con qualche concetto interessante sommerso tra gli stereotipi. Possibile essere così incerti su un libro? Sì, certo che sì. Perché la storia di Davide – adolescente sensibile, anticonformista, un po' introverso – e di Giulio – professore quarantenne, counselor didattico, social addicted – entrambi abbastanza incasinati e perciò normali, è una bella storia e tutto sommato realistica, però… l'idea, sebbene non originale, non è malvagia, ma la realizzazione è quantomeno dubbia. I punti che mi lasciano perplessa sono diversi: intanto basta con questa moda degli adolescenti troppo adulti e degli adulti in fase prepuberale… ok, gli adulti non sono tutti seri e bacchettoni e qualche volta sanno capire i giovani, i giovani a loro volta non sono tutti deficenti con un cellulare al posto della propuberanza del naso… però non bisogna nemmeno esagerare! Poi, altro punto dubbio: la moltitudine di temi trattati: è chiaro che i due temi portanti sono l'adolescenza e la scuola. I punti di vista su cui si sviluppa il romanzo sono, infatti, quello di un ragazzo al quinto anno di liceo – con tutti i problemi legati all'adolescenza sua e degli amici e con la percezione che la scuola non lo consideri veramente – e quello di un docente di filosofia al liceo, oberato dalla burocrazia e dalle scaramucce tra colleghi e stanco di non potersi dedicare pienamente al suo lavoro, ai suoi ragazzi. Ci sono, però, nel libro, una molteplicità di altri temi collaterali e non meno importanti che Saraceni ha trattato con consapevolezza, ma forse con troppa fretta: i social, i disturbi alimentari, l'utilità della filosofia, la malattia, i problemi dei genitori, la legalizzazione delle droghe, i cellulari (cito a memoria)… è come se l'autore avesse voluto parlare di troppe cose tutte insieme finendo per comprimerle in uno spazio in fin dei conti ristretto. Altro aspetto da considerare: la scrittura. Saraceni, lo sapevo già, ha un ottimo stile, dinamico, scorre, non annoia, ha una prosa alla portata di tutti, e questo può essere un bene o un male… in questo caso io non saprei dirlo, proprio in funzione delle cose che ho scritto più in alto.
In definitiva… non posso dire che questo libro non mi sia piaciuto, perché è stata una lettura gradevole, scorrevole, mi ha fornito degli spunti di riflessione… però per tutto il tempo della lettura mi sono ritrovata a chiedermi:"Ma cosa sto leggendo?". Non essendo riuscita a darmi una risposta chiara, vi dico… se vi va, provate a leggerlo e fatevi un'idea vostra!


Opera recensita: "Fuoco è tutto ciò che siamo" di Guido Saraceni
Editore: Sperling & Kupfer, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Roma
Pagine: 288
Prezzo: 16,90 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 7.