simposio lettori copertina

simposio lettori copertina
Visualizzazione post con etichetta matrimonio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta matrimonio. Mostra tutti i post

giovedì 19 agosto 2021

RECENSIONE: DJAILI AMADOU AMAL - LE IMPAZIENTI

    Sinossi:

Camerun, Regione del Nord: tre donne, tre matrimoni, un unico destino. Ramla ha diciassette anni ed è costretta dal padre a lasciare gli studi e a sposare un uomo di cinquanta. Crede che sua cugina Hindou sia più fortunata di lei, perché il suo promesso sposo Moubarak di anni ne ha solo ventidue, e non è brutto, tutt’altro. Ma sbaglia, perché Hindou sa bene di che pasta è fatto suo cugino e qualsiasi sorte sarebbe per lei meglio che essere data in sposa a lui. Safira, trentacinque anni, per ventidue è stata la prima e unica moglie di Alhadji Issa, l’uomo più importante della città. Fino al giorno in cui Ramla non entra in casa sua come «co-sposa», e i suoi occhi cominciano a consumarsi dalla gelosia.

Per nessuna di loro c’è una via di fuga, una strada diversa che non le consegni all’istante alla riprovazione sociale, alla gogna pubblica. L’unico antidoto alla sofferenza, alla violazione, l’unica soluzione che viene loro additata, il basso continuo delle loro esistenze interrotte, è la pazienza, nel nome di Allah. La capacità senza limiti di sottomettersi, nascondere, accettare di buon grado, senza un pianto, un lamento, un grido. In questa prova sta il valore di una donna, su questa scala si misura la sua virtù. Grazie alla pazienza si può sopravvivere. Grazie alla pazienza di tante come loro, tutto un sistema sociale può sopravvivere.

Con questo romanzo polifonico Djaïli Amadou Amal ci riporta a un universo sommerso, tribale, in cui la femminilità non ha diritti e il rapporto fra i sessi è fondato sulla prepotenza. Scortica, disseziona, riduce all’osso i meccanismi di una cultura patriarcale progettata per schiacciare le donne, mostrandoci i danni irreparabili che produce, la sua intrinseca violenza. Una violenza cui le donne stesse si condannano, nel momento in cui rinunciano ai sogni per abbracciare i doveri, insegnando alle proprie figlie a fare lo stesso. Così Amal ci insegna a guardare con sospetto, sempre e ovunque, chi ci chiede di «pazientare » a ogni costo, mettendoci in guardia contro la subdola minaccia che in questo invito si annida.

 

Commento:

Ramla, Hindou, Safira. Tre donne, tre vite, tre storie intrecciate ed accomunate da un destino già segnato e indipendente dalla loro volontà: il matrimonio con un uomo che non hanno scelto, l'essere sottomesse, schiave di quell'uomo, doverlo rispettare, assecondare, venerare. E chi non ci sta? Chi si ribella? Viene punita, insultata, ricondotta alla ragione dalla sua stessa famiglia, da quel padre che ha deciso per lei, da quelle donne che l'hanno cullata da piccola e preparata per l'uomo a cui sarebbe andata in moglie.

Ramla, diciassette anni, sposa un cinquantenne che ha già una moglie, Safira, che crede di vedere in lei una nemica e fa di tutto per scacciarla, per riavere il suo matrimonio che credeva felice. Hindou sposa un cugino di ventidue anni, un violento che la umilia, la tradisce, la picchia e quando lei va a chiedere aiuto trova ad attenderla una porta in faccia.

Incomprensioni, dissidi, risentimento, grida d'aiuto inascoltate… e su tutto una parola, ripetuta fino allo sfinimento, salmodiata come un mantra… Munyal. Munyal significa pazienza, padronanza di sé, sottomissione. È questo che viene richiesto, o per meglio dire imposto, alle donne. E poco importa se soffrono, piangono, vengono maltrattate, picchiate, ferite, umiliate: sono in tutto e per tutto schiave del loro padrone, che sia il loro padre o il marito, l'uomo che il padre ha scelto per loro. Tutto ciò che di malvagio accade loro – le percosse, i tradimenti, le mancanze di rispetto – è colpa loro. E non c'è confidenza che tenga, perché molto spesso le nemiche delle donne sono proprio le altre donne. È proprio questo continuo fare appello alla pazienza che finisce per logorare ed annientare. E per chi si ribella, beh, la vita può diventare ancora peggiore.

 Quella raccontata in queste pagine è una storia di fantasia, basata però su fatti reali. L'autrice, DJAÏLI Amadou Amal, è stata a sua volta data in sposa ad un cinquantenne quando lei di anni ne aveva diciassette. È riuscita a liberarsi del primo ed anche del secondo marito fuggendo lontano, nella capitale ricostruendo la sua vita ed aiutando le altre donne. Sa di cosa parla, dunque. È per questo che Le impazienti è così toccante: è un romanzo vero in cui le donne, le vite, le storie escono dalle pagine ed arrivano dritte al cuore.

 

Opera recensita: "Le impazienti" di Djaili Amadou Amal

Editore: Solferino, 2021

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Camerun

Pagine: 224

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

      

martedì 20 aprile 2021

RECENSIONE: BARBARA FRANDINO - è QUELLO CHE TI MERITI

Sinossi:

Un matrimonio ferito e ostinato è una perfetta bomba a orologeria. È un duello in cui il cuore e la testa hanno sempre lo stesso peso, e l’intelligenza può perfino complicare le cose. Quali piccole e grandi crudeltà ci si può infliggere quando si sceglie di restare nonostante tutto, mentre la fede nuziale rotola nella tasca dei jeans e poi nel cassetto delle posate? La rabbia è una passione, e la violenza del tempo che Claudia e Antonio vivono insieme, anche quando si tratta di un tempo immobile, è capace di sconvolgere entrambi, trascinandoli verso un finale imprevedibile, quasi noir. Perché ci sono due misteri da risolvere, in questo libro. Uno è sentimentale: che cos’è questo amore? Qual è la sostanza che tiene legate due persone in bilico tra il bisogno reciproco e il desiderio di vendetta? Ma l’altro mistero riguarda una colpa che non può essere nascosta per sempre.

Lui è in cima a una scala appoggiata a un albero del giardino. Improvvisamente la scala oscilla, lui cerca un appiglio tra i rami e non lo trova. Lei osserva quella schiena flettersi all’indietro, quelle braccia che ruotano nell’aria. Lui precipita a terra, non si rialza. I soccorritori lo legano alla barella, lo caricano sull’ambulanza e chiedono a lei di salire. Ma lei rientra in casa, si sfila il maglione e si mette a riordinare. È cosí che comincia questo potentissimo romanzo capace di ribaltare con forza tutti i luoghi comuni sull’amore. Puntando impietosamente la telecamera sulla ferocia che la delusione e l’offesa possono generare in una coppia. Quando lui, dopo l’infarto, torna dall’ospedale, tutti e due – come tenuti insieme da una colla invisibile – devono affrontare il dolore e i loro lati oscuri. L’unico linguaggio comune sembra essere fatto di poche parole fraintese e di molti gesti che nascono come carezze e finiscono per assomigliare a schiaffi. Un’escalation di crudeltà che lascia senza fiato. Barbara Frandino costruisce, scena dopo scena, un distillato d’intelligenza che arriva a toccare le nostre corde piú profonde grazie alla scelta di una voce femminile lucidissima e spietata, che procede per sottrazioni e smottamenti. È attraverso quella voce e attraverso gli occhi di Claudia che il lettore decritterà il doppio mistero del libro. E troverà qualcosa che lo riguarda da molto vicino.

 

Commento:

Quella raccontata con maestria e incisività da Barbara Frandino è una storia comune. È la storia di una coppia che smette di amarsi ed impara ad odiarsi; Antonio e Claudia lo fanno ormai con metodo, con precisione, con colpi durissimi inferti a se stessi prima che all'altro. Lo fanno perché non riescono ad evitarlo e neppure a lasciarsi: non possono essere loro a troncare il rapporto, ad affrontare ciò che non va, quindi non si sopportano, si feriscono, si distruggono a vicenda. Un errore, un passo falso di lui rompe l'equilibrio con conseguenze disastrose da cui lei non riesce a tornare indietro. Un altro contraccolpo di salute, invece che riavvicinarli, non fa che peggiorare la situazione fino a… fino a che cosa? Qual è il finale di questa storia? Probabilmente neanche loro lo sanno ancora.

Un libro scritto benissimo, con precisione e lucidità, che racconta le diverse sfumature dell'amore, dall'affetto alla passione alla rabbia, con sullo sfondo il disinteresse o l'ipocrisia di chi sa e finge che vada tutto bene. Un libro che si legge in una sera, ma che resta a sedimentare a lungo nei pensieri. Consigliato.

 

Opera recensita: "è quello che ti meriti" di Barbara Frandino

Editore: Einaudi, 2020

Genere: narrativa italiana

Pagine: 152

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

sabato 19 settembre 2020

RECENSIONE: MEENA KANDASAMY - OGNI VOLTA CHE TI PICCHIO

Sinossi:

India dei giorni nostri. Lei è una scrittrice, una poetessa, una giovane attivista dal passato tormentoso e il cuore spezzato. Lui è un docente universitario, un ex guerrigliero maoista, un uomo che, parlando della rivoluzione, sembra più intenso di qualsiasi poesia, più commovente di qualsiasi bellezza. Si conoscono, si innamorano, decidono in fretta di sposarsi. La coppia si trasferisce in una lontana città costiera dell’India, senza vincoli né programmi, pronta a un salto nel vuoto che li vedrà protagonisti insieme. Lì, dietro le porte ben chiuse di una villetta circondata da un giardino selvaggio, il marito perfetto cambia volto, trasformandosi poco a poco in un carceriere e in un carnefice. La limitazione delle libertà della moglie – vestiti, trucco, capelli; e poi: mail, telefonate, fino al divieto di scrivere – traccia l’inizio di una spirale di violenza e sopraffazione che vedrà la donna sempre più sola e terrorizzata, abbandonata anche dalla famiglia di origine. Finché lei stessa non deciderà di reagire riprendendo in mano il controllo della propria storia.

Lucido, toccante e poetico, il romanzo di Meena Kandasamy è un pugno allo stomaco. Non solo perché porta in scena, passo dopo passo, la lenta discesa agli inferi della violenza domestica, scardinandone i meccanismi di manipolazione, di ricatto emotivo e pressione sociale, accompagnando il lettore nelle stanze solitarie dell’abuso attraverso le pieghe del linguaggio e le armi delle tecniche narrative.

 

Commento:

Questa è una storia vera, però con controversie legali ancora in corso, e in special modo in Paesi come l'India che conservano retaggi maschiocentrici, forse non conviene dire che lo sia completamente, perciò diremo che è un romanzo ispirato a una storia vera. La storia di una donna libera, moderna, disinibita, colta. Una donna che ha conosciuto tanti uomini, che si è innamorata veramente una volta sola dell'uomo sbagliato, un politico, e che ne ha sposato un altro, un rivoluzionario, innamorata dell'idea di amare un compagno comunista e delle cose che sembrava condividere con lui. Non sapeva, non credeva, questa donna emancipata, questa scrittrice, poetessa e traduttrice con followers ed estimatori internazionali, che il comunismo le sarebbe entrato in casa, nel letto, tentando di strapparle l'anima e poi la vita. Non sapeva, questa donna che incidentalmente chiameremo Meena, che avrebbe cominciato a cedere, ad accettare le limitazioni della propria libertà personale già alla seconda settimana di matrimonio con la disattivazione del proprio account facebook con conseguente tracollo della sua immagine professionale; non sapeva che sarebbe stata definita stupida femminista piccolo borghese, puttana, troia, prostituta e volgarità di questo tenore, non sapeva che non avrebbe ricevuto l'aiuto di nessuno, neanche dei suoi genitori, non sapeva che sarebbe diventata un'attrice di una parte preparata per lei, che avrebbe abbandonato i suoi vestiti e accessori alla moda per indossarne altri anonimi e sformati. Non sapeva che sarebbe stata picchiata con ogni oggetto disponibile, dalla cintura di pelle al cavo di alimentazione del suo Mac, che con un clic avrebbe visto cancellate tutte le sue 25.600 mail e poi cambiata la password per impedirle di recuperarle. Non sapeva che a farle tutto questo sarebbe stato suo marito, un guerrigliero, uno stimato professore universitario, e che per fare ammenda verso se stesso avrebbe detto, un giorno:"Ogni volta che ti picchio il compagno Lenin piange". L'assurdità di questa frase rende in modo chiaro e agghiacciante la portata di quello che Meena Kandasamy, la scrittrice, traduttrice, poetessa indiana Meena Kandasamy, ci racconta sul suo primo matrimonio dal quale, per fortuna, è riuscita a fuggire. Per fuggire ha dovuto toccare il fondo, rischiare la vita, usare l'astuzia, affilare le armi, tornare a combattere. Quattro mesi e otto giorni è durato quel matrimonio, i più lunghi della sua vita. E pensare che sarebbe bastato poco, pochissimo, perché non sopravvivesse per raccontarcelo. La sua è una storia che scivola verso di noi senza sensazionalismi, sentimentalismi, colpi di scena voluti e studiati a tavolino, e forse è proprio questo che la rende ancora più autentica, forte agghiacciante. Ogni volta che ti picchio è un libro che deve essere letto da chi non vuole sapere, tenta di ignorare o peggio, ridimensionare o giustificare certe realtà. Deve sapere, chi vorrebbe compiere questa mistificazione su questioni che non lo toccano direttamente, che il marito di Meena non appariva come un bruto e che lei era solo una donna normale, colta, emancipata, moderna… una donna, un essere umano, punto e basta. E magari il suo modo di raccontare questa storia apparirà freddo, quasi distaccato, ma è l'unico disponibile. E probabilmente leggere farà male, ma è necessario.

 

Opera recensita: "Ogni volta che ti picchio" di Meena Kandasamy

Editore: E/O, 2020

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: India

Pagine: 240

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

Meena Kandasamy (1984) è un’attivista, poetessa, scrittrice e traduttrice indiana. Ogni volta che ti picchio è il racconto del suo primo matrimonio con un uomo da cui ha subito violenze fisiche e psicologiche. Ha pubblicato due raccolte di poesie, Touch e Ms Militancy. Nel 2015 il suo romanzo d’esordio The Gipsy Goddess è stato nominato per il Dylan Thomas Prize e il DSC Prize. Vive e lavora tra Londra e Chennai. Esercita la sua attività politica anche online, soprattutto su Twitter dove ha un seguito di oltre 100.000 follower.         

mercoledì 17 giugno 2020

RECENSIONE: SOF'JA TOLSTAJA - AMORE COLPEVOLE


Sinossi:
Anna ama la natura, legge, dipinge e sogna un amore puro e ideale. Ha solo diciotto anni quando il trentacinquenne principe Prozorskij la chiede in sposa. Convinta di aver trovato in lui il vero amore, dovrà invece scontrarsi con un marito capace di concepire il sentimento solo come possesso carnale. Sarà un amico del principe, Bechmetev, un artista, a farle conoscere quella consonanza di anime in cui crede. E anche se Anna deciderà di restare al fianco del marito e dei figli e di combattere per salvare il suo matrimonio, sarà lui, Prozorskij, consumato dal dubbio e dalla gelosia, a trasformare irrimediabilmente quell'amore puro, a cui Anna è disposta a sacrificare tutto, in un «amore colpevole». Il destino di Sof'ja Tolstaja, l'amatissima moglie di Lev Tolstoj, fu quello di vivere all'ombra di un uomo di genio, rinunciando alla sua passione per la scrittura. Ma ora questo romanzo, che vide la luce solo diciassette anni dopo la morte dell'autrice, restituisce al lettore la sua voce, che colpì Tolstoj per la sua «forza di verità e semplicità». "Amore colpevole", la risposta di Sof'ja alla "Sonata a Kreutzer", è la storia parzialmente autobiografica di Sof'ja e Lev, un romanzo sulla gelosia, la sfiducia e il disprezzo che logorano ogni matrimonio.

Commento:
La prima immagine che Sof'ja Tolstaja ci regala di Anna è quella di una giovane donna bellissima, spensierata, inconsapevolmente sensuale e molto morigerata. L'ultima immagine che abbiamo di lei è molto, molto diversa: in dodici anni Anna è sempre bellissima, ma è una persona molto diversa da quella diciottenne che dipingeva e si poneva importanti domande su Dio e sull'amore. Cosa l'ha cambiata? Potremmo sostenere senza tema di smentita che l'ha cambiata l'amore. Sì, perché l'amore, pur nella sua forza di concetto universale, ha molte declinazioni: c'è stato, per Anna, un amore idealizzato, fatto di comprensione, fiducia, scambio mentale reciproco, quello che l'ha spinta a sposare un principe più anziano di lei e che conosceva da molti anni perché amico di famiglia; un amore, questo, molto diverso da quello che ha trovato tra le braccia del marito, un uomo avvezzo ad ammaliare le donne, uno che non ha mai voluto né forse potuto capirla e che aveva come unica concezione dell'amore quella carnale, il possesso, la passione violenta, selvaggia e quasi animalesca. Poi, per suo sommo gaudio e somma sfortuna, Anna ha sperimentato anche un amore vissuto e ricambiato, una comunione di intenti, di anime, di cuori, quella con l'amico del principe, Bechmetev, che rimarrà sempre idilliaca e non andrà mai oltre il consentito, ma che metterà seriamente in pericolo il suo matrimonio. E più crescono l'amore non assecondato e il sacrificio di Anna che resterà con il marito e i figli, più cresce, per contro, l'animosità, la gelosia velenosa, l'insensata arroganza fatta di sospetti e accuse del principe. Lui, che per anni e anni prima del matrimonio è stato un incallito donnaiolo e che anche ora che è sposato non disdegna di guardare i corpi delle altre donne e non si sottrae alla compagnia femminile quando ne ha l'occasione, lui accusa lei, così pura e pudica, così poco attratta dalla carnalità, ma così sottomessa al marito da prestarsi inerme alle sue sfrenate voglie. Ed è, purtroppo, impossibile non giungere allo scontro.
Impossibile non ritrovare, in queste pagine così intense, la biografia dell'autrice, la contessa Tolstaja, le pene di un amore e di un matrimonio travagliato con il marito Lev Tolstoj, la risposta a La sonata a Creutzer che – come scrive nella breve biografia in appendice – lei non ha mai amato.
Amore colpevole è un libro delizioso, lirico e vibrante in cui una donna che realmente sa cosa significhi veder soffocato il proprio essere in favore di un marito geniale e ingombrante, descrive con semplicità, verità e profonda consapevolezza le vicissitudini di una donna del suo tempo, mettendo in luce tutte le contraddizioni, le rinunce, le ingiustizie che bisogna sopportare in un matrimonio. Rinunce, vessazioni, umiliazioni perpetrate in nome dell'amore, ma viene qui spontaneo chiedersi: quanto conta, qui, realmente, l'amore?

Opera recensita: "Amore colpevole" di Sof'ja Tolstaja
Editore: La tartaruga, 2019
Genere: letteratura russa
Ambientazione: Russia
Pagine: 208
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5.


sabato 13 giugno 2020

RECENSIONE: ABBIE GREAVES - PER TUTTI I GIORNI DELLA MIA VITA


Sinossi:
Il silenzio può essere più forte di mille bugie. È per questo che Frank un giorno, senza preavviso, decide di smettere di parlare alla moglie Margot. La ama da quarant’anni, ogni istante più del primo. Insieme sono tutto, e da sempre sono convinti che l’amore sia sufficiente. Ma arriva il momento in cui non è più così: Frank continua a condividere con Margot il momento della cena, si sveglia nello stesso letto, ma nemmeno il più piccolo sussurro esce dalla sua bocca. Con gli occhi le fa capire che il sentimento non è mutato, ma null’altro. La donna non ha idea di quale possa essere il motivo di quel cambiamento e ogni sua richiesta di spiegazioni cade inesorabilmente nel vuoto. Per questo Margot decide di fare qualcosa di altrettanto estremo: prende delle pillole. Troppe pillole. In quel preciso momento Frank capisce che non può perderla, che non esistono bugie tanto gravi da allontanarlo da lei per sempre. Perché anche nel matrimonio più sincero e più solido ci sono delle ombre, delle verità che, per proteggere l’altro, si è deciso di tacere. Quando si pronuncia quella fatidica promessa si crede davvero che essa sia forte a sufficienza da superare qualunque cosa. Ma ogni giorno è una nuova sfida. Ogni passo verso una nuova famiglia da creare è un salto nel vuoto. Ogni progetto condiviso è un azzardo. In nome di quell’amore si può sbagliare. Perché nulla più dell’amore ci fa fallire nel tentativo di fare la cosa giusta.

Commento:
Questo romanzo, uscito solo pochi giorni fa per Garzanti, è un esordio potente, scritto con una prosa cristallina, senza sbavature né incertezze, da una penna sicura e molto, molto sensibile. È forte, in queste pagine, la sensazione che sia la storia stessa, questa storia agrodolce e così comune, a voler uscire, a voler essere raccontata, letta, assorbita, interiorizzata.
Frank e Maggie sono due persone comuni che più comuni non si può: potrebbero tranquillamente essere i miei o i vostri genitori. Due persone che si conoscono, si piacciono e per una serie di circostanze decidono di sposarsi, di sostenersi a vicenda e di superare tutte le difficoltà. Il loro matrimonio va avanti per quarant'anni e di difficoltà ce ne saranno tante, alcune molto importanti, ma in qualche modo, a vederli dall'esterno, Frank e Maggie sembrano farcela, sembrano superare tutto ciò che investe la loro famiglia. Internamente, però, tra di loro e singolarmente, sono distrutti, prostrati, la loro anima sanguina. C'è un fallimento che pesa sulla coscienza di entrambi anche se tra loro non ne parlano: la deriva tormentata della loro unica, amatissima figlia. Per ragioni diverse il peso della colpa e del fallimento logora queste due vite fino a condurle a un gesto estremo: Frank, da un giorno all'altro, smette di parlare alla moglie; il sentimento, l'amore furioso, l'affetto inesauribile c'è ancora, ma lui non proferisce più neanche un mugugno. Sei mesi dopo, la donna ingurgita otto pillole del suo sonnifero. È solo quando sta per perderla che Frank capisce che, qualunque peso porti sulla coscienza, non può perdere la sua Maggie. E comincia a parlare… parlare… parlare.
Per tutti i giorni della mia vita è un romanzo, è vero, ma la potenza e il realismo dei sentimenti e delle vicende raccontate lo rende più simile ad un memoriale, ad una confessione: è una storia di fantasia che potrebbe tranquillamente essere vera… purtroppo. Un plauso particolare all'autrice che, cosa ancor più rara in un'opera prima, ha saputo raccontare così bene i sentimenti e rendere così vividi i suoi personaggi, al punto che sembra davvero di conoscerli; ottimo, poi, il lavoro del traduttore Stefano Beretta che ci ha regalato tutta l'intensità evocativa di questa prosa splendida. Lettura emozionalmente impegnativa, ma senza dubbio consigliata.

Opera recensita: "Per tutti i giorni della mia vita" di Abbie Greaves
Editore: Garzanti, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Inghilterra
Pagine: 288
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


sabato 9 maggio 2020

RECENSIONE: FAY WELDON - LE PEGGIORI PAURE


Sinossi:
Alexandra Ludd, attrice e donna affermata, è appena rimasta vedova. Il marito Ned, un critico teatrale molto in vista, è morto inaspettatamente a causa di un infarto nella loro bella casa di campagna, mentre lei si trovava a Londra. Fino a quel momento il rapporto tra i due sembrava felice e privo di ombre, e ora Alexandra è sconvolta, ma una serie di strani dettagli la obbliga a porsi delle domande: accenni di indizi e mezze parole nel giro di pochi giorni si concretizzano in una verità che sovverte ogni sua convinzione in quanto donna, madre e artista. Una rivelazione dopo l’altra, la protagonista giunge alla definitiva presa di coscienza: le sue amicizie erano false, tutte le sue peggiori paure avevano un fondamento, Ned aveva una vita parallela di cui lei era totalmente all’oscuro. Un libro estremo, esagerato, sostenuto da una scrittura che si muove con sicurezza sul sottile discrimine fra tragedia e ironia e che, attimo per attimo, sembra seguire, più che costruire, il passaggio della protagonista dall’umiliazione alla vendetta. Le peggiori paure spiazza e coinvolge il lettore, tenendolo avvinto fino all’ultima pagina in un crescendo di colpi di scena in cui la complicità e le competizioni femminili sono messe a nudo in un continuo confronto di incomunicabilità con il fragile, ambiguo universo maschile.

Commento:
Se quello che è capitato ad Alexandra Ludd, nella sceneggiatura immaginata da Fay Weldon, fosse capitato a chiunque di noi, non saremmo di certo arrivati alla fine della storia, non avremmo dimostrato il suo autocontrollo… saremmo esplosi molto prima. Ecco, questo mi sento di affermarlo con una certezza prossima al 100% anche senza conoscervi di persona, perché sebbene non sia una santa né la persona più simpatica dell'universo, la quantità di falsità, umiliazioni, tradimenti scoperti da Alexandra dopo la morte del marito Ned avrebbero indotto chiunque a compiere atti inconsulti. Da donna bella, forse un tantino snob e di certo troppo sicura di sé, l'attrice Alexandra Ludd si è trasformata in vedova indesiderata, per nulla compatita e in molti casi persino detestata: una donna accampa diritti su suo marito, si aggira nella sua cucina e porta a spasso il suo cane come se fosse lei la padrona, le amiche sembrano sapere tutto dell'insoddisfazione del marito morto, un'insoddisfazione di cui lei non sospettava nulla; in più si aggiunge il fratello del marito che la tratta con sufficienza se non quasi con aggressività e si mette a girare per casa disponendo e decidendo. E più passano i giorni, più si scoprono altarini dei quali tutti erano a conoscenza, tutti tranne lei, lei che tra gli amici passava per quella che non si accorge mai di niente, tutta presa dal lavoro e da se stessa. Ed evidentemente era proprio così, visto che di colpo Alexandra si ritrova in una realtà che non conosce, che non le appartiene e che la fa sprofondare sempre di più per quanto lei cerchi di recuperare terreno. Una parabola discendente terrificante che la costringerà a prendere decisioni radicali, a malincuore, ma con i migliori auguri a tutti. Le peggiori paure, lo scoprirà con terrore Alexandra, qualche volta si possono avverare, ma può anche accadere che la realtà si metta d'impegno per superarle. Una scrittura sicura, ironica, apparentemente piatta ma in realtà mordace, che trasforma l'apoteosi della tragedia in un romanzo grottesco in cui persino i dettagli sessuali più torbidi assumono una connotazione sarcastica e surreale. Un libro godibile che dà molti spunti di riflessione.

Opera recensita: "Le peggiori paure" di Fay Weldon
Editore: Fazi, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Inghilterra
Pagine: 270
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8
Colonna sonora sperimentata: The Beatles.


giovedì 29 marzo 2018

RECENSIONE: LEV TOLSTOJ - LA SONATA A KREUTZER


Sinossi:

Tolstoj compone il tema dell'amore e del matrimonio, che allora lo inquietava anche come momento della sua propria vita privata, nelle forme di una narrazione

in cui la voce amara del protagonista si fa nitida rappresentazione drammatica. Lungi dall'essere tragedia della gelosia, è il dramma di un insaziabile

odio-amore carnale che si svolge tra due egoismi che tendono accanitamente a sottomettersi l'un l'altro nel soddisfacimento della loro brama. E solo la

morte, così assurdamente e lucidamente deliberata e inferta dal protagonista, pone fine al conflitto di due carni che non diventano mai una.

 

Commento:

Un romanzo breve, questo pubblicato da Tolstoj nel 1889, ma ricco di spunti di riflessione.

La scena si apre nel vagone di un treno nel quale alcune persone si trovano, per caso, coinvolte in una conversazione sull’amore. Già la conversazione in sé non è per nulla priva di interesse, ma lo diventa ancor di più quando al quadretto dei conversanti si aggiunge un uomo - evidentemente alterato da un forte turbamento interiore – la cui opinione è in netto contrasto con quelle degli altri presenti. Ben presto gli “attori” si disperdono, la conversazione cessa e nel vagone restano solo l’Io narrante e lo strano uomo turbato. A questo punto l’uomo confessa al narratore di aver ucciso, in passato, sua moglie e di essere stato assolto. Il monologo che ne deriva è quanto di più lucidamente folle potesse scaturire dalla penna di un romanziere russo di fine Ottocento: le riflessioni sul matrimonio, sulla condizione della donna e sugli obblighi che la legavano all’uomo, la visione dell’amore e del sesso come di un’attività perversa e “maialesca” eppure necessaria, meritano ben più di una lettura per poter essere compresi, analizzati, condivisi o negati.

Tolstoj, per bocca di Poznishev, si lancia in un profluvio di dubbi, incertezze, affermazioni anche molto forti che denotano un turbamento radicato e una mente vicina all’implosione. Si avverte, infatti, la necessità del protagonista – e dello scrittore – di gettare fuori il male del rancore, della furia cieca, del profondo senso di colpa , per indulgere al pentimento senza sperare nel perdono.

Personalmente, non riesco a dire se questo libro mi sia piaciuto; non so dire quanto delle considerazioni di Tolstoj abbia condiviso; di certo mi è necessaria un’altra lettura approfondita (da qui la valutazione media, né troppo alta né troppo bassa). Certo è che quest’opera, che va comunque inquadrata nel periodo storico e sociale in cui è stata scritta, merita di essere letta e conosciuta, non foss’altro che per la quantità di spunti che ci offre, anche a costo di doversene poi discostare in toto. E’ per questo che la consiglio senza remore.

 

Opera recensita: “La sonata a Kreutzer” di Lev Tolstoj

Editore: Einaudi, prima ed. 1889

Genere: romanzo breve-letteratura russa

Ambientazione: Russia

Pagine: 125 (Ed. Einaudi 2006)

Prezzo: 9,00 € (Ed. Einaudi 2006)

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5.