simposio lettori copertina

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sabato 30 ottobre 2021

RECENSIONE: ROBERTO COTRONEO - LORO

Sinossi:

Può il memoriale di una giovane donna sconvolgere a tal punto da turbare persino coloro che si avventurano abitualmente nei recessi più oscuri della mente? È quanto accade in queste pagine, nelle quali Margherita B. narra dei fatti accaduti nel 2018, quando prende servizio, stando alle sue parole, come istitutrice presso una famiglia aristocratica, gli Ordelaffi, in una magnifica villa progettata da un celebre architetto alle porte di Roma: la casa di vetro.
Il compito che le viene affidato è prendersi cura delle gemelline Lucrezia e Lavinia. Nella casa di vetro, tutto sembra meraviglioso quell’estate. Ogni cosa è scelta con gusto, con garbo, con dedizione. Le gemelle, identiche, sono una meraviglia di educazione e di talento. Lucrezia ama il pianoforte, Lavinia l’equitazione. Ma pochi giorni dopo l’arrivo di Margherita cominciano a rivelarsi presenze terrificanti. Sono loro, dicono le bambine, gli antichi ospiti della casa, tornati per riportare in luce l’orrore.
Romanzo fitto, intenso, con personaggi indimenticabili, Loro rivisita le ossessioni che da anni segnano la narrativa di Roberto Cotroneo: il tema della verità e dell’ambiguità, del bene e del male, della violenza, del sacro e della felicità, quando brucia fino a farsi cenere. Le sue pagine, oscure e strazianti, si muovono per territori sinistri, e indagano soprattutto quella terra di nessuno che è la nostra mente. Un romanzo che, nel suo finale del tutto imprevedibile, è un omaggio alla grande letteratura e, nello stesso tempo, un racconto nitido che si muove dentro uno scenario torbido e sa guardare oltre l’ignoto. Alla fine, a prevalere saranno il fallimento di ogni ragione e il trionfo di un mondo che non è di questo mondo.
Perché, come ha scritto Nietzsche: «quando scruterai in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te».

 

Commento:

Avete presente quei bei romanzi dell'Ottocento, spesso inglesi, popolati di presenze inquietanti? Ricordate le atmosfere oscure, cupe, opprimenti che vi si respiravano? E ricordate la tensione che avete provato leggendo? Ecco, è proprio l'esperienza che ho vissuto leggendo "Loro" di Roberto Cotroneo… solo che questo romanzo non è stato scritto nell'Ottocento, ma nel 2021; non è neppure ambientato in quel periodo, ma nel vicino 2018; e la villa non è una solenne ed austera magione inglese, ma una casa con i muri di vetro alle porte di Roma. A raccontarci questa storia non è una spaurita fanciulla tutta pizzi, trine e romanzetti d'amore, ma una giovane studentessa di medicina che ha interrotto quella carriera universitaria per dedicarsi a studi pianistici e che accetta l'offerta di lavoro dell'aristocratica famiglia Ordelaffi. Dovrà fare l'istitutrice – termine che già da solo rimanda ad una figura diffusa secoli fa – per le graziosissime gemelle Lucrezia e Lavinia Ordelaffi, e per questo dovrà trasferirsi alla villa. Ben presto, però, la patina di perfezione, lusso e sensualità che Margherita trova ad accoglierla si rivela essere solo una facciata che nasconde ben altro. Cosa? Non lo sa neanche lei fino al tragico epilogo di questa storia… tutto è sorpresa, colpo di scena, rovesciamento della percezione. Qual è la verità? Quale la chiave di lettura giusta per una storia gotica che strizza l'occhio alle nostre paure più recondite? Ho apprezzato molto questo romanzo, tanto da leggerlo tutto d'un fiato in poche ore. Mi ha catturata lo stile scorrevole, la voce così personale eppure estranea a se stessa della narratrice, la voglia di sapere quale fosse, alla fine, la verità, di trovare un appiglio, un aggancio razionale a qualcosa che non sembra esserlo per niente. Tensione costante, page turning forsennato, riferimenti letterari ed artistici come se piovesse e un rimando nostalgico al gotico ottocentesco fanno di "Loro" un romanzo intelligente da leggere assolutamente, specie se non disdegnate i risvolti psicologici e psichiatrici uniti ad una buona dose di esoterismo e soprannaturale.

 

Opera recensita: "Loro" di Roberto Cotroneo

Editore: Neri Pozza, 2021

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Roma

Pagine: 192

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.     

giovedì 28 ottobre 2021

RECENSIONE: TRUMAN CAPOTE - A SANGUE FREDDO

Sinossi:

Il 15 novembre 1959, nella cittadina di Holcomb, in Kansas, un proprietario terriero, sua moglie e i loro due figli vengono trovati brutalmente assassinati: sangue ovunque, cavi telefonici tagliati e solo pochi dollari rubati. A capo dell'inchiesta c'è l'agente Alvin Dewey, ma tutto ciò che ha sono due impronte, quattro corpi e molte domande. Truman Capote si reca sul luogo dell'omicidio con la sua amica d'infanzia, la scrittrice Harper Lee, e, mentre ricostruisce l'accaduto, le indagini che portano alla cattura, il processo e infine l'esecuzione dei colpevoli Perry Smith e Dick Hickcock, esplora le circostanze di questo terribile crimine e l'effetto che ha avuto sulle persone coinvolte, scavando nella natura più profonda della violenza americana. Non appena il reportage viene pubblicato, prima a puntate sul «New Yorker» nel 1965 e in volume l'anno successivo, Truman Capote diventa una vera celebrità e le vendite si impennano, così come gli inviti ai party più esclusivi e ai salotti televisivi. Ancora oggi,A sangue freddo viene considerato da molti il libro che ha dato origine a un nuovo genere letterario, un'opera rivoluzionaria e affascinante, una combinazione unica di abilità giornalistica e potere immaginativo.

 

Commento:

Da quando ho cominciato ad interessarmi più approfonditamente del mondo thriller mi è capitato spesso di imbattermi in "A sangue freddo" di Truman Capote. Questo romanzo, pubblicato per la prima volta a puntate nel 1965 e poi in volume nel 1966, mi era stato prospettato come imprescindibile per chiunque fosse, un minimo, anche solo un pochino, appassionato di questo genere letterario, così mi ero accinta a leggerlo già un po' di tempo fa, ma l'avevo abbandonato, perplessa, dopo poche pagine: mi era parso arido, freddo, distaccato, sicuramente impegnativo… insomma, non era il suo momento. Ero rimasta, però, con il cruccio di perdermi una lettura, a detta di tutti, fondamentale per un'appassionata di thriller e di True crime. Ebbene, ora che l'ho letto posso dire che… ne è valsa decisamente la pena! È vero, è un romanzo impegnativo, ma non è assolutamente arido, né freddo, né distaccato. È un romanzo-verità, espressione coniata proprio a partire da questo noir, pertanto è necessariamente realistico, con tutto ciò che questo comporta, trattandosi del racconto di una storia vera. Quello magistralmente ricostruito in queste pagine da Truman Capote è l'omicidio, tanto truce quanto sbalorditivo ed inspiegabile, di un'intera famiglia di quattro persone, avvenuto un sabato notte di novembre del 59 in una cittadina del Kansas. Le vittime sono, come ci dice Capote, le ultime persone che ci si sarebbe immaginati potessero essere uccise, tanto erano apprezzate e ben volute in paese. Gli assassini sono Perry Smith e Dick Hickcock e beh… se deciderete di imbarcarvi in quest'esperienza di lettura, avrete modo di conoscerli da voi, ammesso che si possa davvero arrivare a conoscerli. Noir, thriller psicologico, cronaca di un quadruplice omicidio, A sangue freddo è uno di quei libri che superano le etichette e si possono tranquillamente annoverare tra gli evergreen, i must, i libri da leggere almeno una volta nella vita se si vuole provare a fare i conti, una volta di più, con la perversità dell'animo umano. Consigliato, ovviamente.

 

Opera recensita: "A sangue freddo" di Truman Capote

Editore: Garzanti, prima ed. i1966

Traduttore: Mariapaola Ricci Dettore (Tutte le edizioni precedenti al 2019), Alberto Rollo (ed. 2019)

Genere: noir

Ambientazione: Stati Uniti, anni '50

Pagine: 391 (prima ed.), 412 (ed. 2019)

Prezzo: 22,00 € (Ed. 2019)

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

      

lunedì 25 ottobre 2021

RECENSIONE: BENEDICTE BELPOIS - SUIZA

    Sinossi:

Galizia, terra di foreste e di prati, di pioggia e cieli sconfinati, di mare e santuari. In paese la vita scorre lenta e tranquilla, scandita dai lavori della campagna e, la sera, dal bicchiere di vino al bar, rigorosamente tra uomini. Niente sembra in grado di smuovere quella routine che pare cadenzata sulle note di un flamenco in lontananza, finché in paese, catapultata da un'altra vita, arriva Suiza. Suiza ha la pelle bianca quanto quella dei galiziani è conciata dal sole, gli occhi azzurri e limpidi quanto quelli dei galiziani sono scuri e ardenti, i capelli biondi quanto i galiziani li hanno neri. Non parla una parola di spagnolo e non sembra neanche tanto sveglia, alcuni pensano addirittura che sia un po' ritardata; non è neanche particolarmente bella, almeno non in modo appariscente, ma questo non impedisce ai cuori degli uomini di accendersi di passione. Nella corsa alla conquista la spunterà Tomás, il più determinato: ma quello che da principio era solo un desiderio divorante si trasformerà ben presto in amore vero. E l'amore, si sa, fa rima con morte... Il romanzo d'esordio di Bénédicte Belpois è allo stesso tempo struggente e ironico, tenero e spietato, torrido e romantico, ma è soprattutto un inno alla vita semplice e ai pochi, solidi valori fondamentali che, guarda caso, sono quelli della natura e dell'amore.

 

Commento:

Ci sono tanti modi di raccontare una storia: parole infinite, approcci più o meno duri, a voce unica o corale… Benedicte Belpois per il suo romanzo d'esordio ha scelto di combinare gli elementi in un modo assolutamente inconsueto, non convenzionale, sui generis: un racconto a due voci, quelle di Tomás e Suiza, che non potrebbero essere fra loro più diverse. Lui è un uomo ricco, un contadino-imprenditore vedovo, quadrato e intrattabile, un macho con un linguaggio triviale; lei una giovane donna delicata, fragile, pallida, straniera, diversa, di una bellezza normale, ma con qualcosa di inspiegabile che accende immediatamente il desiderio di possederla in qualunque uomo posi gli occhi su di lei. La prima volta che la vede, Tomás è seduto al bar di Alvaro dove lei fa da poco la cameriera. Da quel momento non può smettere di pensarla, brama il suo corpo, dev'essere sua, deve possederla a qualsiasi costo… e la ottiene. Non è preparato, però, ad innamorarsene davvero. Dal canto suo Suiza non obietta, non si lamenta, non sbraita, paziente e sottomessa fa fare a tutti gli uomini i loro comodi: nell'istituto svizzero da cui arriva non le hanno insegnato a ribellarsi, a rifiutare, non le hanno spiegato che un tale atteggiamento è profondamente sbagliato, ingiusto e irrispettoso della donna… per lei è sempre stato così e così sarà. Ma con Tomás c'è qualcosa di diverso: il sesso è piacevole e un sentimento senza nome sboccia piano dentro di lei. In Suiza Benedicte Belpois racconta l'incontro di due infelicità: due persone così diverse, opposte, inconciliabili trovano l'alchimia giusta per trarre giovamento l'una dall'altra. Un uomo malato, solo, rude ma in fondo buono e una ragazza che ha sofferto si incontrano e si trovano. E se l'amore prima di arrivare deve passare per l'incontro dei corpi chi se ne importa, in fondo? Suiza non è un romanzo facile: si legge agevolmente, a patto che si superi – per chi ce l'ha – l'avversione o la ritrosia verso un linguaggio triviale, un modo di raccontare, pensare e agire alquanto truce, una caterva di riferimenti sessuali molto, molto espliciti. Se si supera tutto questo si troverà un romanzo che dà da pensare, ambientato in una Spagna di ieri, ferma ad un tempo purtroppo non tanto lontano, in cui comunque, malgrado tutto, si riesce a trovare qualcosa di buono.

 

 

Opera recensita: "Suiza" di Benedicte Belpois

Editore: E/O, 2021

Traduttore: Alberto Bracci Testasecca

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Spagna

Pagine: 220

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto per        sonale: 7,5

                  

venerdì 22 ottobre 2021

RECENSIONE: NATASHA SOLOMONS - I GOLDBAUM

Sinossi:

Vienna, 1911. Sulla Heugasse, costruito con la pietra bianca più bella d’Austria, sorge il palazzo dei Goldbaum, una famiglia di influenti banchieri ebrei. In città si dice che siano così ricchi e potenti che, nelle giornate uggiose, noleggino il sole perché brilli per loro. Ben poco accade, dentro e fuori la capitale, su cui non abbiano voce in capitolo, e meno ancora senza che ne siano a conoscenza. Persino nei fastosi palazzi di Casa d’Asburgo.
Rinomati collezionisti di opere d’arte, mobili di squisita fattura, ville e castelli in cui esporli, gioielli, uova Fabergé, automobili, cavalli da corsa e debiti di primi ministri, i Goldbaum, com’è costume delle cosmopolite dinastie reali d’Europa, si sposano tra loro. Perché gli uomini Goldbaum continuino a essere ricchi e influenti banchieri è necessario, infatti, che le donne Goldbaum sposino uomini Goldbaum e producano piccoli Goldbaum.
Anche la giovane, ribelle Greta Goldbaum deve rassegnarsi alla tradizione di famiglia e dire addio alle sue scapestrate frequentazioni nella ribollente Vienna del primo decennio del Novecento, sposando Albert Goldbaum, un cugino del ramo inglese della famiglia.
Per una ragazza della sua estrazione sociale il matrimonio è una delle spiacevolezze della vita da affrontare prima o poi, e con questo spirito Greta lascia Vienna per la piovosa Inghilterra.
A Temple Court, dove si trasferisce, la ragazza si sente estranea persino a se stessa: la nuova famiglia la tratta con rispetto, la servitù con deferenza e Albert è cortese e sollecito. Ma la sua presenza riesce a essere opprimente come una coperta pesante in una nottata troppo calda, e tra i due giovani si instaura una gelida, sottile antipatia. Al punto che Lady Goldbaum, la madre di Albert, decide di donare alla ragazza un centinaio di acri come dono di nozze, un giardino dove sentirsi finalmente libera da ogni costrizione.
Alla silenziosa contesa di Temple Court si aggiunge, però, il fragore di ben altro conflitto: la prima guerra mondiale, il tragico evento che spazzerà via l’intero vecchio ordine su cui l’Europa si era retta per secoli. La corsa agli armamenti è tale che persino gli influenti Goldbaum, benché abituati a lavorare con discrezione dietro le quinte dei governi e delle dinastie reali, non possono alterarne il corso. Per la prima volta in duecento anni, la famiglia si troverà su fronti opposti e Greta dovrà scegliere: la famiglia che ha creato in Inghilterra o quella che è stata costretta a lasciare in Austria.
Attraverso pagine d’inconsueta bellezza Natasha Solomons dona al lettore una struggente storia d’amore e al contempo getta uno sguardo nuovo sulla complessità dell’identità ebraica all’inizio del XX secolo e sul ruolo delle banche nei finanziamenti alla causa bellica.

 

Commento:

Eh, ecco… e ora come faccio a commentare questo libro? Dopo che ho dichiarato in lungo e in largo che non mi piaceva, che mi deconcentravo leggendo, che mi perdevo… ora come faccio a dire che, alla fine, mi è piaciuto? Eppure devo dirlo, perché, in fin dei conti, a lettura ultimata mi sento di affermare che tutto sommato questo libro mi è piaciuto. Mi è piaciuto vagare per il giardino naturale di Greta, mi è piaciuto essere testimone dell'evoluzione dei personaggi, dei loro rapporti, delle loro storie; ho apprezzato la cura dei dettagli e l'aderenza con la storia che Natasha Solomons ha profuso in queste pagine… tuttavia il difetto più grande rimane ed è ciò che non mi fa consigliare senza riserve questa saga familiare: questo romanzo è davvero troppo, troppo, troppo lento, specie all'inizio, al punto che diventa noioso finché non si prende confidenza con i personaggi, cosa che accade, ma molto molto in là con la lettura. È vero, alla fine non volevo staccarmi da Albert e Greta, ma arrivare a quest'agognata fine è stata un'impresa non da poco! Se avrete la pazienza di tentarla, quest'impresa, leggerete un buon romanzo storico incentrato su una famiglia di potenti banchieri ebrei, ambientato fra il 1911 e il 1917 ed ispirato alla famiglia Rotschild. Non solo, leggerete anche una emozionante saga familiare che vi renderà edotti, tra le altre cose, sul funzionamento di alcune dinamiche economiche e storiche alla base degli imperi commerciali e finanziari mondiali di ieri e di oggi, nonché dei più grandi conflitti mondiali del Novecento. Un libro non facile, dunque, non tanto per il contenuto, ma per il ritmo o la mancanza di esso. Tuttavia, un libro da consigliare a chi ama prendersi il suo tempo con una lettura che tenga compagnia e permetta di perdersi in un'altra epoca ed in un mondo parallelo e lontano.

 

Opera recensita: "I Goldbaum" di Natasha Solomons

Editore: Neri Pozza, 2019

Traduttore: Laura Prandino

Genere: romanzo storico, saga familiare

Ambientazione: Europa, 1911-1917

Pagine: 480

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 7.

      

RECENSIONE: GEORGES SIMENON - LA MARIE DEL PORTO

Sinossi:

Un grappolo di case strette attorno a un piccolo porto di pescatori normanni, un molo sul quale si affaccia il Caffè della Marina, centro focale dell’intreccio, la modesta casa sulla scogliera dove abita Marie, la protagonista, e, sullo sfondo, la città di Cherbourg: sono i luoghi, quanto mai simenoniani, dove si svolge la vicenda di questo romanzo del 1938, a cui Simenon teneva particolarmente, come rivela la sua corrispondenza con Gide, al quale scrisse, a proposito della Marie: «È una buona cosa provare a se stessi che è possibile dare una personalità alle comparse incaricate di venire a dire: “La Signora è servita”». E aggiunse anche: «È il solo romanzo che sia riuscito a scrivere con un tono completamente oggettivo». La Marie del porto è una figura che non si dimentica nella vasta galleria delle donne di Simenon: una ragazzina poco appariscente, una vera «acqua cheta», che riesce a impaniare un uomo sbrigativo e spavaldo, avvezzo a vincere e comandare. Questo personaggio, Chatelard, scorge da lontano la smilza figuretta di Marie che segue compunta il feretro del padre, e se ne innamora. Per starle vicino, compra un peschereccio, che gli fornirà la scusa per tornare in paese e frequentare il Caffè della Marina dove la ragazza è stata assunta come cameriera. Chatelard crede di avere in pugno il proprio destino e quello della Marie, ma in realtà è quest’ultima a tessere con abilità consumata e ironica determinazione una sottile trama di eventi nella quale l’uomo si lascerà avvolgere.

 

Commento:

"La Marie del porto" è un bellissimo e suggestivo romanzo che Simenon – che l'adorava – scrisse nel 1938. Ambientato nel paesino di Port-en-Bessin, in Normandia, il romanzo narra un tratto della vita di Marie Le Flem, una ragazzina di diciassette anni, non ancora del tutto formata, smilza ed apparentemente insignificante, che durante il funerale del padre viene notata da Chatelard, un odioso arrivista che vive nella città vicina e che conosce intimamente Odile, la sorella della ragazza. Dal giorno in cui la nota per la prima volta, Chatelard non riuscirà mai più a dimenticare Marie – anzi la Marie – e comincia a tampinarla senza requie: trova un modo per venire spesso in paese, si reca assiduamente al caffè dove lei presta servizio, cerca in ogni modo di avvicinarla con i suoi modi spicci e sicuri da seduttore ricco e navigato. Ma la ragazza appare indifferente quando non scostante e più lei gli sfugge, più il desiderio di lei s'incaglia nella mente dell'uomo fino a portarlo allo spasmo. Ma chi è davvero la Marie? Cosa pensa quella giovane donna che non ha ancora visto il mondo, ma che sembra conoscerne profondamente le dinamiche più oscure? Simenon mette tanto di sé in queste pagine: mette la sua capacità di ricreare paesaggi e contesti con le parole giuste, la sua bravura nell'analizzare a fondo l'animo umano, la sua abilità nel raccontare, conducendoci là dove vuole pur mantenendosi lucido ed oggettivo. Una mirabile prova di talento narrativo, oltre che un ottimo romanzo da leggere.

 

Opera recensita: "La Marie del porto" di Georges Simenon

Editore: Adelphi, ed. originale 1938

Traduttore: Gabriella Luzzani

Genere: letteratura francese

Ambientazione: Francia

Pagine: 141

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

mercoledì 20 ottobre 2021

RECENSIONE: GABRIEL BERGMOSER - PREDE

    Sinossi:

Quattro sconosciuti, un'isolata stazione di servizio nel cuore dell'Australia, un unico terribile incubo a occhi aperti. Un romanzo che dà corpo ai mostri che vivono in mezzo a noi.

Non c'è un posto dove correre, né uno in cui nascondersi.

Frank è il proprietario di una stazione di servizio su un'autostrada poco frequentata nell'Australia rurale. Allie, sua nipote, viene mandata a stare con lui per l'estate per piegarne il comportamento ribelle, ma i due non parlano molto. Simon è un ragazzo sognatore e idealista, schiavo del fascino dell'esplorazione on the road e alla disperata ricerca di qualcosa. Maggie è la giovane donna che unirà i loro destini, qualcuno il cui viaggio personale porterà su tutti loro un terrore inimmaginabile.

 

Commento:

Si può nuocere ad altri, procurare dolore, uccidere per il semplice gusto di farlo, per mero divertissement? Sembra incredibile, eppure sì, è possibile e purtroppo, in certi contesti, accade. Il giovane e pluripremiato autore australiano Gabriel Bergmoser porta in un libro l'orrore che l'uomo può scatenare verso l'altro uomo in modo assolutamente immotivato, salvo che per l'unica ragione del suo divertimento turbato, negato, ostacolato. Quando un equilibrio consolidato, ma fragile, si spezza l'unica alternativa possibile è il caos, l'apocalisse, l'inferno. E in quella stazione di benzina nel nulla di un'Australia selvaggia, quello che accadrà è proprio questo: l'inferno in terra. Non lo immaginava Frank, il vecchio e burbero proprietario, quando quella mattina ha preparato la colazione per la nipote e l'ha lasciata sola in casa per andare ad aprire la stazione; non lo sospettava minimamente Allie, la nipote di Frank, quando l'ha raggiunto in tarda mattinata per pura noia e fame; non se l'aspettava di certo la giovane coppia fermatasi a fare rifornimento e mangiare qualcosa… non lo sapevano neppure Simon e Magge, quando le loro strade si sono incrociate dentro un pub. Eppure è accaduto e bisogna farci i conti. "Prede" è un romanzo duro, durissimo, grottesco, splatter, per stomaci forti. Per leggerlo c'è bisogno di lasciar andare la ragione e stare a vedere quel che succede alla prossima pagina, senza aspettarsi nulla, ma essendo pronti a tutto, perché quando la ragione lascia il campo alla follia, allora sì che può succedere davvero di tutto. Non piacerà a tutti, questo libro, alcuni lo troveranno esagerato, altri ripugnante, altri – come me – inverosimile, ma affascinante. Perché davanti all'orrore possiamo provare le sensazioni più diverse, ma difficilmente riusciremo a distogliere lo sguardo, perché l'orrore è parte delle nostre paure più profonde, è parte di noi.

 

Opera recensita: "Prede" di Gabriel Bergmoser

Editore: Sperling & Kupfer, 2021

Traduttore: Chiara Brovelli

Genere: horror, thriller

Ambientazione: Australia

Pagine: 288

Prezzo: 17,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5.

  

domenica 17 ottobre 2021

RECENSIONE: ERRI DE LUCA - IN NOME DELLA MADRE

Sinossi:

L'adolescenza di Miriam/Maria smette da un'ora all'altra. Un annuncio le mette il figlio in grembo. Qui c'è la storia di una ragazza, operaia della divinità, narrata da lei stessa. L'amore smisurato di Giuseppe per la sposa promessa e consegnata a tutt'altro. Miriam/Maria, ebrea di Galilea, travolge ogni costume e legge. Esaurirà il suo compito partorendo da sola in una stalla. Ha taciuto. Qui narra la gravidanza avventurosa, la fede del suo uomo, il viaggio e la perfetta schiusa del suo grembo. La storia resta misteriosa e sacra, ma con le corde vocali di una madre incudine, fabbrica di scintille. L'enorme mistero della maternità. Una lettura della storia di Maria che restituisce alla madre di Gesù la meravigliosa semplicità di una femminilità coraggiosa, la grazia umana di un destino che la comprende e la supera. De Luca al vertice della sua sapienza narrativa.

 

Commento:

Un giorno di marzo, in un paesino della Galilea, il vento di maestrale porta la voce e la figura di un uomo dinanzi a una giovane donna, vergine, promessa ad un uomo che ama e che sposerà a settembre. Si tratta di un messaggero, lei non lo sa ancora ma è un angelo che, col vento, ha portato un seme che germoglia già nel suo ventre senza opera d'uomo. La vergine si chiama Miriam, è bella, si sente piena, calma e leggera e con dignità confessa l'accaduto al suo fidanzato: il misterioso visitatore le ha detto "Tu sei benedetta fra tutte le donne". Josef, il suo futuro sposo, potrebbe rompere la promessa, ma non vuole farlo: le crede e, per salvarla, progetta menzogne. Un angelo, in sogno, gli indicherà la strada e, mettendosi contro la legge e fronteggiando la gogna della sua comunità, sposerà Maria come stabilito, benché lei sia incinta di un figlio non suo. Un colpo di vento in un giorno di marzo cambierà le loro vite e quelle dell'intera umanità. La storia di Maria, giovane vergine di Nazaret che diede i natali a Gesù Cristo è qui raccontata con grande semplicità. Erri De Luca rivisita la vicenda, dall'Annunciazione alla notte fatidica nella grotta di Betlemme, partendo dalle fonti evangeliche e narrando una storia nota con parole nuove, piene di bellezza, voluttà, sentimento, a riprova che, se ben dosate, sacralità e sensualità possono convivere, parti vive della stessa storia, della stessa donna, dello stesso embrione di famiglia. "In nome della madre" è un romanzo breve, brevissimo, dalla lettura agevole, che fa venir voglia di rileggere l'intera Bibbia, se fosse raccontata allo stesso modo. Una narrazione che restituisce al lettore un'immagine fresca e al contempo sacra di Maria che rivive in queste pagine in tutto il suo fulgore.

 

 

Opera recensita: "In nome della Madre" di Erri De Luca

Editore: Feltrinelli, 2006

Genere: religione, romanzo breve, narrativa italiana

Ambientazione: Israele

Pagine: 79

Prezzo: 7,50 €

    Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.