simposio lettori copertina

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venerdì 22 ottobre 2021

RECENSIONE: NATASHA SOLOMONS - I GOLDBAUM

Sinossi:

Vienna, 1911. Sulla Heugasse, costruito con la pietra bianca più bella d’Austria, sorge il palazzo dei Goldbaum, una famiglia di influenti banchieri ebrei. In città si dice che siano così ricchi e potenti che, nelle giornate uggiose, noleggino il sole perché brilli per loro. Ben poco accade, dentro e fuori la capitale, su cui non abbiano voce in capitolo, e meno ancora senza che ne siano a conoscenza. Persino nei fastosi palazzi di Casa d’Asburgo.
Rinomati collezionisti di opere d’arte, mobili di squisita fattura, ville e castelli in cui esporli, gioielli, uova Fabergé, automobili, cavalli da corsa e debiti di primi ministri, i Goldbaum, com’è costume delle cosmopolite dinastie reali d’Europa, si sposano tra loro. Perché gli uomini Goldbaum continuino a essere ricchi e influenti banchieri è necessario, infatti, che le donne Goldbaum sposino uomini Goldbaum e producano piccoli Goldbaum.
Anche la giovane, ribelle Greta Goldbaum deve rassegnarsi alla tradizione di famiglia e dire addio alle sue scapestrate frequentazioni nella ribollente Vienna del primo decennio del Novecento, sposando Albert Goldbaum, un cugino del ramo inglese della famiglia.
Per una ragazza della sua estrazione sociale il matrimonio è una delle spiacevolezze della vita da affrontare prima o poi, e con questo spirito Greta lascia Vienna per la piovosa Inghilterra.
A Temple Court, dove si trasferisce, la ragazza si sente estranea persino a se stessa: la nuova famiglia la tratta con rispetto, la servitù con deferenza e Albert è cortese e sollecito. Ma la sua presenza riesce a essere opprimente come una coperta pesante in una nottata troppo calda, e tra i due giovani si instaura una gelida, sottile antipatia. Al punto che Lady Goldbaum, la madre di Albert, decide di donare alla ragazza un centinaio di acri come dono di nozze, un giardino dove sentirsi finalmente libera da ogni costrizione.
Alla silenziosa contesa di Temple Court si aggiunge, però, il fragore di ben altro conflitto: la prima guerra mondiale, il tragico evento che spazzerà via l’intero vecchio ordine su cui l’Europa si era retta per secoli. La corsa agli armamenti è tale che persino gli influenti Goldbaum, benché abituati a lavorare con discrezione dietro le quinte dei governi e delle dinastie reali, non possono alterarne il corso. Per la prima volta in duecento anni, la famiglia si troverà su fronti opposti e Greta dovrà scegliere: la famiglia che ha creato in Inghilterra o quella che è stata costretta a lasciare in Austria.
Attraverso pagine d’inconsueta bellezza Natasha Solomons dona al lettore una struggente storia d’amore e al contempo getta uno sguardo nuovo sulla complessità dell’identità ebraica all’inizio del XX secolo e sul ruolo delle banche nei finanziamenti alla causa bellica.

 

Commento:

Eh, ecco… e ora come faccio a commentare questo libro? Dopo che ho dichiarato in lungo e in largo che non mi piaceva, che mi deconcentravo leggendo, che mi perdevo… ora come faccio a dire che, alla fine, mi è piaciuto? Eppure devo dirlo, perché, in fin dei conti, a lettura ultimata mi sento di affermare che tutto sommato questo libro mi è piaciuto. Mi è piaciuto vagare per il giardino naturale di Greta, mi è piaciuto essere testimone dell'evoluzione dei personaggi, dei loro rapporti, delle loro storie; ho apprezzato la cura dei dettagli e l'aderenza con la storia che Natasha Solomons ha profuso in queste pagine… tuttavia il difetto più grande rimane ed è ciò che non mi fa consigliare senza riserve questa saga familiare: questo romanzo è davvero troppo, troppo, troppo lento, specie all'inizio, al punto che diventa noioso finché non si prende confidenza con i personaggi, cosa che accade, ma molto molto in là con la lettura. È vero, alla fine non volevo staccarmi da Albert e Greta, ma arrivare a quest'agognata fine è stata un'impresa non da poco! Se avrete la pazienza di tentarla, quest'impresa, leggerete un buon romanzo storico incentrato su una famiglia di potenti banchieri ebrei, ambientato fra il 1911 e il 1917 ed ispirato alla famiglia Rotschild. Non solo, leggerete anche una emozionante saga familiare che vi renderà edotti, tra le altre cose, sul funzionamento di alcune dinamiche economiche e storiche alla base degli imperi commerciali e finanziari mondiali di ieri e di oggi, nonché dei più grandi conflitti mondiali del Novecento. Un libro non facile, dunque, non tanto per il contenuto, ma per il ritmo o la mancanza di esso. Tuttavia, un libro da consigliare a chi ama prendersi il suo tempo con una lettura che tenga compagnia e permetta di perdersi in un'altra epoca ed in un mondo parallelo e lontano.

 

Opera recensita: "I Goldbaum" di Natasha Solomons

Editore: Neri Pozza, 2019

Traduttore: Laura Prandino

Genere: romanzo storico, saga familiare

Ambientazione: Europa, 1911-1917

Pagine: 480

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 7.

      

martedì 28 settembre 2021

RECENSIONE: ESHKOL NEVO - TRE PIANI

    Sinossi:

In Israele, nei pressi di Tel Aviv, si erge una tranquilla palazzina borghese di tre piani. Il parcheggio è ordinatissimo, le piante perfettamente potate all’ingresso e il citofono appena rinnovato. Dagli appartamenti non provengono musiche ad alto volume, né voci di alterchi. La quiete regna sovrana. Eppure, dietro quelle porte blindate, la vita non è affatto dello stesso tenore. Sorto da una brillante idea narrativa: descrivere la vita di tre famiglie sulla base delle tre diverse istanze freudiane – Es, Io, Super-io – della personalità, Tre piani si inoltra nel cuore delle relazioni umane: dal bisogno di amore al tradimento; dal sospetto alla paura di lasciarsi andare. E, come nella Simmetria dei desideri, l’opera che ha consacrato sulla scena letteraria internazionale il talento di Eshkol Nevo, dona al lettore personaggi umani e profondi, sempre pronti, nonostante i colpi inferti dalla vita, a rialzarsi per riprendere a lottare.

 

Commento:

Da tempo desideravo leggere qualcosa di Eshkol Nevo, autore israeliano ancora troppo poco conosciuto in Italia. L'occasione è arrivata grazie all'uscita in tutte le sale, lo scorso 23 settembre, di Tre piani, atteso film di Nanni Moretti tratto proprio dall'omonimo romanzo di Nevo del 2017. Moretti mi piace, il film mi incuriosisce… quale miglior occasione per leggere, ovviamente prima della visione, il romanzo?

Nella sua narrazione Nevo parte da un'idea, quella di rappresentare le tre istanze della personalità coniate da Freud (l'Es – ossia la dimensione degli impulsi e dei desideri -, l'Io e il Super-io) nella loro applicazione pratica, umana, quotidiana. Lo fa sfruttando una curiosità semplice, spesso inespressa, ma comune: quante volte, passeggiando per i vicoli, passando davanti ad una zona residenziale, magari attirati dai rumori che trapelano da una finestra aperta, ci siamo chiesti chi vive dentro quel determinato palazzo… come vive, com'è la sua giornata, la sua famiglia? E in maniera molto più elementare, cosa si nasconde dietro una porta chiusa? Ecco, è proprio questo il meccanismo narrativo usato da Nevo, un meccanismo infallibile perché fa perno sull'innata curiosità umana, con echi di voyeurismo ed immaginazione. Così varchiamo le porte del bel palazzo ordinato e curato in un parcheggio di periferia di una piccola città e, partendo dal primo piano, conosciamo, in un'immaginifica ascesa verso un altrove indefinito, la storia di Arnon e Ayelet, due giovani genitori alle prese con un problema della loro figlia maggiore, Ofri. La bambina da qualche tempo sembra cambiata, spenta, sempre più chiusa in se stessa. Il padre associa questo mutamento ad un episodio accaduto tempo prima in un frutteto, mentre Ofri era in compagnia di Hermann, il vicino pensionato che da tempo, occasionalmente, si occupa di lei insieme alla moglie Ruth. Arnon pensa ad un abuso, ma i suoi timori sempre più pressanti creano problemi, scompensi, conseguenze alla sua famiglia e non solo. Conosciamo questa torbida vicenda grazie al racconto dettagliato che proprio Arnon fa ad un suo amico romanziere.

Proseguendo, al secondo piano, incontriamo Hani, madre iper protettiva e moglie insoddisfatta, che in una lunga lettera alla sua migliore amica trasferitasi in America, racconta la sua battaglia per tenere insieme se stessa e la sua famiglia, nonché l'incontro con Eviatar, il fratello del marito con cui non corre buon sangue. Quest'incontro sovvertirà i già difficili equilibri della quotidianità di Hani facendole immaginare una realtà possibile, una vita diversa, ridandole un soffio pur effimero di vita che la riporta a sognare. Salendo ancora troviamo Dovra, una giudice in pensione, che, attraverso una segreteria telefonica, racconta al marito morto gli ultimi, sconvolgenti avvenimenti della sua vita e riflettendo – talvolta recriminando – sulle scelte sbagliate, sulle non decisioni, su tutte le volte che ha delegato a lui la facoltà di decidere anche per lei e sulle drammatiche conseguenze dell'affidarsi.

Si percepisce chiaramente, in tutte queste storie tra loro collegate ed intimamente intrecciate, un senso di transitorietà, di mutevolezza. È come se questi racconti fossero stati estrapolati da un narrare più ampio, come se esistessero prima di essere fermati sulla pagina e proseguissero ineluttabilmente oltre le pagine, oltre la volontà di chi le vive, semplicemente oltre. Il fascino esercitato su di me da questo romanzo è triplice: da un lato c'è la sensazione inebriante di aver intercettato uno squarcio privato, intimo, vero; dall'altro c'è quel senso di sublime che mi dà il vedere – immaginare visivamente – il destino che scorre via, scivola inafferrabile portandosi via ciò che crediamo  di conoscere o di poter perfino cambiare; da ultimo mi affascina e mi incuriosisce da sempre il mondo mediorientale ed in particolare Israele, Libano, Palestina. Per tutti questi motivi, oltre che per l'eleganza della scrittura e la sobrietà dello stile, ho apprezzato grandemente questo romanzo di Nevo che, ne sono certa, non sarà l'ultimo che leggerò. Intanto vi consiglio questo, ma presto vi parlerò di altre sue opere… contateci.

 

Opera recensita: "Tre piani" di Eshkol Nevo

Editore: Neri Pozza, 2017

Traduttore: Ofra Bannet, Raffaella Scardi

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Israele

Pagine: 255

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

  

martedì 27 aprile 2021

RECENSIONE: GRAHAM MOORE - GLI ULTIMI GIORNI DELLA NOTTE

                                Sinossi:

New York, 1888. Le poche lampade a gas che illuminano la strada hanno vita breve, poiché tra un po’ non ci sarà più alcuna differenza tra il mezzogiorno e la mezzanotte: la luce elettrica è il futuro, e l’uomo in grado di governarla non solo farà una fortuna inimmaginabile, ma otterrà il controllo su Wall Street, Washington, i giornali, le compagnie telegrafiche e milioni di apparecchi elettrici. Al giovane avvocato Paul Cravath, appena uscito dalla Columbia Law School, viene affidato un caso che sembra impossibile da vincere: il suo cliente, George Westinghouse, l’inventore più abile in circolazione, è stato citato in giudizio da Thomas Edison, l’uomo dei miracoli, dei fulmini in barattoli di vetro, delle voci che corrono su cavi di rame, per una domanda da un miliardo di dollari: chi ha inventato la lampadina elettrica? Alla base della contesa c’è il brevetto numero 223.898, soprannominato il «Brevetto della Lampadina», accordato a Thomas Edison nel 1880. Brevetto che George Westinghouse è accusato di aver violato. I due inventori sono incredibilmente simili nella loro ostinazione, entrambi sicuri del proprio talento e sprezzanti verso quello dell’altro, e il compito che attende Paul non è di facile soluzione. Edison è inoltre un avversario astuto e pericoloso, con grandi risorse a sua disposizione: spie private, giornali e l’appoggio di J.P. Morgan, il re di Wall Street. Che la carta vincente, per Paul, sia quella di rintracciare l’introvabile Nikola Tesla, il talentuoso ingegnere che con Edison ha avuto un terribile litigio, prima di essere cacciato dalla Edison General Electric Company?

 

Commento:

Quando un lettore tipico che non si definisca appassionato di romanzi storici si ritrova davanti ad un libro che può rientrare in questo genere letterario, i suoi interrogativi e le sue titubanze riguardano la cosiddetta "pesantezza" del racconto e/o l'attendibilità/veridicità storica di quanto viene narrato. Ora, io faccio parte – e non me ne vanto - di questi lettori pigri, diffidenti, snobisti che, davanti ad un romanzo storico si chiedono se sarà interessante, coinvolgente o se sarà come leggere un libro di scuola, se sarà veritiero o se la finzione narrativa prevaricherà la storia… e molto spesso rinunciano a piè pari alla lettura. Sono sempre stata convinta che per scrivere bisogna essere bravi, ma bravi davvero… e credo che Graham Moore, l'autore di Gli ultimi giorni della notte, lo sia grandemente: questo romanzo storico non solo è accurato nel riportare una ricostruzione realistica dei fatti narrati, ma è davvero appassionante da leggere.

Di cosa parla questo romanzo? È presto detto: parla di luce, luce elettrica, ma anche di invenzioni, scoperte, ambizione e genio. Tutti noi ci siamo chiesti, almeno una volta ad ogni black out elettrico, come sarebbe la nostra vita senza elettricità, ma quanti di noi si sono mai chiesti com'è arrivata l'energia elettrica nelle case dei nostri avi? Come ha cambiato la loro vita? Basta fare un salto ideale nelle strade di una notte newyorchese nel 1888 per scoprirlo: la città dalle mille luci, la città che non dorme mai appare insolitamente buia e mal sicura sotto la fioca illuminazione delle lampade a gas, ma ci sono là, in fondo, verso Manhattan e Wall Street, dei palazzi illuminati a giorno. Sono quelli in cui hanno sede le industrie e le istituzioni che finanziano Thomas Edison, l'inventore della lampadina. Ma l'ha davvero inventata lui, la lampadina? Cosa prevedeva davvero il brevetto a lui accordato nel 1880? E davvero George Westinghouse, il suo più grosso concorrente, l'avrebbe violato? Toccherà a Paul Cravath, giovane avvocato, apparentemente rampante, ma in realtà insicuro, scoprire come stanno le cose. Non sarà facile, anzi, sarà rischioso… e se fra due geni la chiave fosse trovare un altro genio, un folle, il più visionario di tutti? È così che fa la sua comparsa Nicola Tesla. Ma basterà il suo genio per mettere fine alla Guerra delle correnti, o al contrario, la renderà più incandescente che mai? E soprattutto, per il giovane Paul, cosa significherà vincere una causa che tutti danno per persa?

Tra genialità, sotterfugi, inganni, insicurezze, spregiudicatezza, Graham Moore ci regala una storia originale ed appassionante da leggere d'un fiato, per sognare e riflettere. Un libro davvero, davvero consigliato.

 

Opera recensita: "Gli ultimi giorni della notte" di Graham Moore

Editore: Neri Pozza, 2021

Genere: romanzo storico

Ambientazione: Stati Uniti, 1888-1890

Pagine: 432

Prezzo: 19,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

                      

martedì 2 febbraio 2021

RECENSIONE: PAULETTE JILES - NOTIZIE DAL MONDO

        Sinossi:

Texas, 1870. All'indomani della Guerra civile, l'anziano capitano Jefferson Kidd, veterano di guerra e stampatore in pensione, si guadagna da vivere spostandosi da una città all'altra e leggendo ad alta voce i giornali per un pubblico pagante e affamato di notizie dal mondo. Un giorno, a Wichita Falls, Kidd viene avvicinato da Britt Johnson, un nero libero che fa il trasportatore. Sul suo carro c'è una bambina di una decina d'anni, vestita alla maniera Comanche con una tunica di pelle di daino con quattro file di denti d'alce cuciti sul petto. I capelli sono del colore dello zucchero d'acero, con una penna d'aquila e due piumini legati a una ciocca, e gli occhi, azzurrissimi, di una bambola di porcellana. A quanto ne sa l'agente che l'ha riscattata, si tratta di Johanna Leonberger, catturata dagli indiani quattro anni prima, quando ne aveva sei. I genitori e la sorellina più piccolo sono morti nell'assalto, ma ci sono dei parenti, uno zio e una zia, a San Antonio. Per cinquanta dollari, Kidd potrebbe affrontare un viaggio di tre settimane e riportarla alla sua famiglia? Uomo d'onore, il capitano accetta, sapendo che altrimenti nessun altro aiuterà la bambina. L'incarico, tuttavia, si rivela ben più arduo del previsto. Nei quattro anni trascorsi con i Comanche, Johanna ha dimenticato la lingua materna e le buone maniere, non intende salire sul carro né mettersi le scarpe, e tenta di scappare appena se ne presenta l'occasione. Una volta avventuratisi nel deserto, in una terra ostile e crudele, popolata da ambigui e pericolosi personaggi, al capitano e alla bambina non resta che imparare a conoscersi e fidarsi l'uno dell'altra per sopravvivere. Da questo libro l'omonimo film diretto da Paul Greengrass con Tom Hanks e Helena Zengel.

 

Commento:

Quella raccontata da Paulette Jiles in queste pagine è una storia d'altri tempi, eppure a suo modo, estremamente attuale. È un romanzo Western, di chiara ambientazione storica, ma richiama temi importanti e molto sentiti anche nell'attualità.

Il capitano Jefferson Kidd, 71 anni, è un ex veterano e uno stampatore che ha perso la possibilità di svolgere il proprio lavoro; egli viaggia in lungo e in largo per le strade mal sicure del Texas, per leggere ad alta voce i giornali di altri luoghi ad un pubblico pagante: egli porta le notizie dal mondo alle persone che vogliono distrarsi, sapere, esercitare la loro curiosità. Di tutto parla Kidd nelle sue letture, distinto e saggio com'è, tranne che di politica locale, perché non vuole guai e perché se la gente volesse sentire parlare di politica locale le basterebbe mettere il naso fuori di casa. Se viene a sentire lui è perché ha bisogno di sentire altro, di viaggiare con la mente, di interessarsi a ciò che sta oltre il suo naso e di allentare la tensione. È proprio durante uno di questi viaggi che, capitato a Wichita Falls, il capitano Kidd viene intercettato da un nero libero che gli chiede di portare con sé, verso Sud, per 50 dollari, una bambina fino ad allora tenuta prigioniera dagli indiani. Il capitano accetta di portare la bambina dai suoi parenti, ma Johanna, così si chiama quella guerriera di origini tedesche, decisamente non vuole obbedire: strappata da casa sua a sei anni, ha dovuto già una volta ricostruirsi una vita e un background di radici ed usanze. Ora è un'indiana, ha dimenticato completamente la sua vita precedente, ora vuole viaggiare, scappare, avere il cielo come unico tetto, non focalizzarsi sulle buone maniere… non ci pensa proprio ad arrendersi a un destino diverso, un'altra volta, ed è pronta a combattere, nella miglior tradizione guerriera indiana, per difendere la sua libertà. Johanna ha solo dieci anni, ma ha già affrontato cose che molti bambini bianchi come lei non affronteranno mai nell'arco della loro vita. Per questo non sarà difficile per il capitano Kidd instaurare con lei un contatto, una complicità che permetterà ad entrambi di essere alleati in un viaggio pericoloso. Un contatto, una complicità destinata a diventare molto di più.

Notizie dal mondo è un bel romanzo che fa riflettere sull'importanza della fiducia, dell'incontrarsi a metà strada, dello scambio intergenerazionale, ma anche sulla questione spinosa ed attualissima della genitorialità: è più genitore chi mette al mondo o chi cresce ed accudisce un bambino? Ed ancora, la differenza fra culture, il voler imporre un cambiamento radicale a chi è abituato a vivere in un certo modo… sono tutte tematiche affrontate, qui, con delicatezza, quasi sfiorate con non curanza, ma comunque incisive e pregnanti. Veramente un buon libro, da leggere e magari anche da regalare.

 

Opera recensita: "Notizie dal mondo" di Paulette Jiles

Editore: Neri Pozza, 2021

Genere: western

Ambientazione: Texas, 1870

Pagine: 256

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

          

mercoledì 9 dicembre 2020

RECENSIONE: SUSAN VREELAND - L'AMANTE DEL BOSCO

    Sinossi:

Vera e propria icona, prima di Georgia O'Keeffe e Frida Kahlo, dell'arte del secolo scorso, Emily Carr nacque in Canada, nella Columbia britannica. Appartenente al celebre Gruppo dei Sette, artisti canadesi che propugnavano un ritorno della pittura alla bellezza della natura, Emily, come Artemisia Gentileschi e come numerose altre donne protagoniste della storia dell'arte, condusse un'esistenza segnata dal drammatico conflitto con le ottuse convenzioni sociali e i pregiudizi dell'epoca. Lei, donna bianca della buona società vittoriana, amava vivere tra le tribù indiane della Colombia britannnica, e condividerne lo stile di vita "selvaggio". Il ritratto di una donna che cercava di catturare nell'arte il cuore selvaggio della vita.

 

Commento:

Ho conosciuto letterariamente Susan Vreeland non molto tempo fa, leggendo lLa passione di Artemisia, coinvolgente romanzo in cui la Vreeland raccontava benissimo la storia della pittrice Artemisia Gentileschi. Quando ho deciso di leggere anche L'amante del bosco, romanzo in cui l'autrice racconta la vita e la storia di un'altra artista, Emily Carr, avevo ancora freschi i ricordi e le sensazioni positive suscitatemi dal precedente romanzo. Qual è stata, perciò, la delusione quando non ho ritrovato, leggendo, lo stesso tono appassionato, la stessa forza narrativa, lo stesso dinamismo nello stile e nel fluire della storia! Davvero a malincuore devo dire che questo romanzo, pur non essendo brutto o mal scritto, non mi è piaciuto quanto il precedente. So che non si dovrebbero fare paragoni così stringenti, ma sinceramente, l'unico pregio che mi sento di attribuire a questo libro è di avermi fatto conoscere Emily Carr e la sua storia che, pur senza volerne sminuire l'importanza, per quanto la Vreeland si impegni a descriverla, non ha lo stesso portato emozionale di quella della Gentileschi. Il libro, tranne per qualche pagina interessante che tuttavia non riguardava l'arte in senso stretto, mi è risultato pesante da leggere e, in alcuni tratti, persino noioso e ridondante. Non mi sento, perciò, di consigliarlo a pieno, tuttavia lo salvo per chiunque sia interessato a farsi un'idea di chi fosse Emily Carr e delle storie che ha voluto raccontare attraverso la sua arte.

 

Opera recensita: "L'amante del bosco" di Susan Vreeland

Editore: Neri Pozza, 2004

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Canada

Pagine: 462

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 6,5.

          

lunedì 7 dicembre 2020

RECENSIONE: CLAIRE BEREST - NULLA è NERO

        Sinossi:

Tutto è allegria, tutto è politica. Tutto abbatte i pudori e i tabù alle serate mondane di Tina Modotti.
Frida l’ha conosciuta quando, liberatasi del busto ortopedico in cui, dopo l’Incidente, era racchiusa come una crisalide, ha cominciato a bazzicare la sede del PCM, il partito comunista messicano. Con il suo naso italiano, il suo petto scultoreo, il ritmo ciarliero del suo eloquio staccato, Tina ha aperto subito una breccia nel suo cuore.
A una serata particolarmente festosa della fotografa italiana, dove si beve, si sbraita, si canta, e si ride più del solito, Frida vede per la prima volta Diego Rivera, el gran pintor del Messico, l’artista che, con Orozco e Siqueiros, ha portato la pittura fuori dai salotti borghesi, ha ritrovato la vocazione del colore e della smisuratezza, ha dipinto meravigliosi affreschi in cui uomini e donne si ergono, fieri, a tre metri di altezza.
È un pachiderma o, meglio, una piovra dai tentacoli ammalianti, un uomo elefantesco dall’agilità contro natura, un ammasso di carne rosea che suscita, tuttavia, un sapore immediato e irresistibile di proibito. È, soprattutto,una figura irresistibile per Frida, che non esita, nei giornisuccessivi, a presentarsi alsuo cospetto da sola, senza soggezione. Lei, lameticcia di Coyoacán che ha vent’anni di meno, la colonnaspezzata, le gambe arrugginite, al cospetto del grande pittore.
La passione esplode immediata. Frida non ha timore a concedersi a quell’uomo, un gigantesco totem che ha dieci vite di vantaggio su di lei. Gli racconta della sua esistenza, del tragico Incidente dello schianto dell’autobus e del suo corpo. Gli mostra le sue opere. Diego comprende subito che una forza inusitata anima quella piccola meticcia di Coyoacán, un’ostinazione a vivere e ad amare al di là di ogni capriccio del destino.
Nulla è nero è un romanzo che narra la storia d’amore tra due figure iconiche del Novecento. È dunque il racconto di una tumultuosa, turbolenta passione e, insieme, di un secolo di furori, speranze, ideali e disillusioni. Un secolo in cui l’intensità della vita valeva più della vita stessa.

 

Commento:

Su Frida, personaggio che amo profondamente, è stato scritto ed ho letto tanto. Si potrebbe quindi pensare che un romanzo come questo sia superfluo o che dica cose già sentite… non è così, o meglio, non proprio. Nulla è nero racconta la vita, le vicissitudini, la personalità di Frida Kahlo, il suo amore per Diego Rivera, la sua arte e le sue mille risorse in modo spigliato, caliente, vivace, colorato. Proprio i colori sono la chiave di lettura di quest'opera: il blu, rosso, giallo… grigio. Ma ciò che rende innovativo il modo di raccontare una storia in fono conosciuta ai più è proprio la scrittura: frenetica, guizzante, vivida, quasi che l'autrice (e il bravo traduttore è riuscito a rendere a pieno questa sfumatura) abbia voluto rappresentare anche attraverso il linguaggio e la forma espositiva la personalità e l'anima di Frida. Un altro romanzo, un altro tassello su quest'icona di passione, resistenza, entusiasmo, vita. Non solo una pittrice, ma una donna forte, tenace, passionale, sagace e fragile, capace di gioie smodate e grandi dolori, un esempio di forza e vitalità oltre ogni avversità.

 

Opera recensita: "Nulla è nero" di Claire Berest

Editore: Neri Pozza, 2020

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Messico, Stati Uniti    

Pagine: 224

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

  

sabato 27 giugno 2020

RECENSIONE: ANGELA NANETTI - IL FIGLIO PREDILETTO


Sinossi:
È una sera di giugno del 1970 in un piccolo paese della Calabria, Nunzio e Antonio hanno vent’anni e si amano, in segreto, da due mesi. Il loro amore si consuma dentro la vecchia Fiat del padre di Antonio, parcheggiata in uno spiazzo abbandonato. Ma, proprio quella notte d’estate, tre uomini incappucciati e armati trascinano Antonio fuori dall’auto, colpendolo fino a quando il giovane non giace a faccia in giù e a braccia aperte, come un Cristo in croce. Tre giorni dopo Nunzio Lo Cascio sparisce dal paese, messo su un treno che da Reggio Calabria lo conduce lontano, a Londra. Il mondo, all’improvviso, gli ha mostrato il volto più feroce, quello di un padre e due fratelli che «gli hanno spezzato le ossa a una a una» per punirlo del suo “peccato”. Nulla sembra avere più senso per il ragazzo: la fiducia negli uomini, la speranza di un futuro, la sua stessa identità. Di lui rimane soltanto la foto del campionato del ’69, appesa nella pescheria dei genitori, che lo ritrae con tutta la squadra sul campo dopo la vittoria, promessa mancata del calcio. A interrogarsi sulla vita di Nunzio è anni dopo sua nipote Annina, che sente di avere con quello zio mai conosciuto, di cui nessuno in famiglia parla volentieri, inspiegabili affinità. Anche Annina, sebbene in modo diverso, si trova a combattere con un padre violento e prevaricatore e con la stessa realtà chiusa del paese, in cui una ragazza non ha altre possibilità che essere una «femmina obbediente». E, come Nunzio, scoprirà la dolorosa necessità di riprendersi il mondo, ribellarsi ai pregiudizi e lottare per la propria libertà. Romanzo di feroce malinconia, capace di penetrare nelle pieghe più riposte dell’animo umano, e di fare emergere con forza la disperazione e la speranza, la paura e il desideriodi riscatto dei suoi personaggi, Il figlio prediletto è una splendida conferma del talento di Angela Nanetti.

Commento:
Tra la Calabria e l'Inghilterra, tra gli anni '70 e i giorni nostri, si sviluppa questa storia. Una storia di due generazioni a confronto, che si contrappongono e si completano, diverse eppure uguali; una storia iniziata con uno zio costretto a partire per forza dopo aver visto ucciso, in senso letterale, il suo amore proibito, e finita con una nipote che non ci sta a fare come le dicono, ad obbedire ciecamente senza possibilità di inseguire i suoi sogni, le sue passioni, la sua libertà. Quella raccontata – tra l'altro benissimo – da Angela Nanetti è la storia di Nunzio, giovane promessa del calcio che, una sera di giugno del 70 ha visto i suoi fratelli uccidere il ragazzo che amava e si è ben presto ritrovato solo, in un paese straniero, a ricominciare più e più volte; è la storia di sua nipote Annina, che quello zio non l'ha mai conosciuto, eppure ne sente l'affinità, lo stesso bisogno di fuggire, lasciarsi alle spalle un paese troppo stretto che ha occhi ovunque, una famiglia troppo invadente che giudica, sentenzia, punisce e decide secondo i suoi canoni maschilisti e omocentrici, infischiandosene dell'opinione delle interessate. Due anime sperse, distanti ma affini, che per ritrovarsi hanno dovuto perdersi. Una storia toccante, molto ben raccontata, che ci porta ancora una volta a confrontarci con modi di pensare molto diversi dal nostro, ma che esistono e che è nostro dovere provare a debellare.

Opera recensita: "Il figlio prediletto! Di Angela Nanetti
Editore: Neri Pozza
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Calabria-Inghilterra
Pagine: 232
Prezzo: 16,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


giovedì 28 maggio 2020

RECENSIONE: SANDRA PETRIGNANI - LA CORSARA. RITRATTO DI NATALIA GINZBURG


Sinossi:
Dalla nascita palermitana alla formazione torinese, fino al definitivo trasferimento a Roma, Sandra Petrignani ripercorre la vita di una grande protagonista del panorama culturale italiano. Ne segue le tracce visitando le case che abitò, da quella siciliana di nascita alla torinese di via Pallamaglio - la casa di Lessico famigliare - all'appartamento dell'esilio a quello romano in Campo Marzio, di fronte alle finestre di Italo Calvino. Incontra diversi testimoni, in alcuni casi ormai centenari, della sua avventura umana, letteraria, politica, e ne rilegge sistematicamente l'opera fin dai primi esercizi infantili.
 Un lavoro di studio e ricerca che restituisce una scrittrice complessa e per certi aspetti sconosciuta, cristallizzata com'è sempre stata nelle pagine autobiografiche, ma reticenti, dei suoi libri più famosi. Accanto a Natalia - così la chiamavano tutti, semplicemente per nome - si muovono prestigiosi intellettuali che furono suoi amici e compagni di lavoro: Calvino appunto, Giulio Einaudi e Cesare Pavese, Elsa Morante e Alberto Moravia, Adriano Olivetti e Cesare Garboli, Carlo Levi e Lalla Romano e tanti altri.
 Perché la Ginzburg non è solo l'autrice di un libro-mito o la voce - corsara quanto quella di Pasolini - di tanti appassionati articoli che facevano opinione e suscitavano furibonde polemiche.
 Narratrice, saggista, commediografa, infine parlamentare, Natalia è una "costellazione" e la sua vicenda s'intreccia alla storia del nostro paese (dalla grande Torino antifascista dove quasi per caso, in un sottotetto, nacque la casa editrice Einaudi, fino al progressivo sgretolarsi dei valori resistenziali e della sinistra).
 Un destino romanzesco e appassionante il suo: unica donna in un universo maschile a condividere un potere editoriale e culturale che in Italia escludeva completamente la parte femminile.
 E donna vulnerabile, e innamorata di uomini problematici. A cominciare dai due mariti: l'eroe e cofondatore della Einaudi, Leone Ginzburg, che sacrificò la vita per la patria, lasciandola vedova con tre figli in una Roma ancora invasa dai tedeschi, e l'affascinante, spiritoso anglista e melomane Gabriele Baldini che la traghettò verso una brillante mondanità: uomini fuori dall'ordinario ai quali ha dedicato nei suoi libri indimenticabili ritratti.

Commento:
La biografia, o meglio, il ritratto che Sandra Petrignani fa della scrittrice Natalia Ginzburg è veramente accurato, interessante e stimola il lettore a molti approfondimenti letterari futuri. Leggendo La corsara, emerge la figura di una donna volitiva, eppure malinconica, testarda, eppure dolce, legata alla famiglia, agli amici, ma con una certa idea forte e ben radicata su come dovesse andare il mondo. Natalia Levi nacque a Palermo nel 1916 da Giuseppe Levi e Livia Tanzi; nella città siciliana restò pochissimo, per trasferirsi poi a Torino dove visse per molti anni. Qui conobbe il primo marito, Leone Ginzburg, qui cominciò a scrivere giovanissima, qui si formò come donna e come scrittrice, a strettissimo contatto con la casa editrice Einaudi di cui per moltissimo tempo fu non solo autrice di punta, ma anche preziosa consulente. A quest'ambito si devono le sue amicizie più forti: quella con Cesare Pavese, con Cesare Garboli, con Elsa Morante, con Adriano Olivetti e con molti, molti altri attori noti e meno noti della scena letteraria, politica, economica e sociale dagli anni Trenta agli anni Ottanta. Natalia fu poi a Roma, col secondo marito Gabriele Baldini e lì continuò la sua vita e la sua opera. Fu una donna intransigente con se stessa e con gli altri, scrisse instancabilmente, tradusse con passione, lesse e suggerì molti libri altrui, si occupò della famiglia e dei figli in particolare, sedette in Parlamento tra le fila degli indipendenti di Sinistra, provenendo dal Partito Comunista di cui però non possedette mai la tessera.
Tenace, testarda, taciturna e selettiva, Natalia Ginzburg ebbe un ruolo importantissimo nella letteratura italiana del Novecento ed influenzò, con i suoi scritti e il suo lavoro, tutto ciò che le seguì e le seguirà. In La corsara, Sandra Petrignani racconta tutto questo e molto altro ancora, lo fa con partecipazione e competenza, ricercando, documentandosi, visitando luoghi, parlando con persone che conobbero Natalia, la sua famiglia, i luoghi in cui lei visse. Ma in questo libro non c'è, per forza di cose, solo la Ginzburg: molto si può conoscere anche sui suoi amici, collaboratori e persino "antagonisti", in particolare, per rimanere tra gli scrittori, emergono interessanti le figure di Pavese e della Morante. Una biografia, questa, sicuramente molto bella e curata, tuttavia non proprio di facile lettura: si ha, in qualche tratto, un'impressione di ridondanza che disorienta temporalmente; si ha come l'impressione, di tanto in tanto,  di perdere la linea del tempo, di non orientarsi nella vita della Ginzburg, di sviare lo sguardo dalla sua collocazione spaziotemporale perdendosi tra le tante informazioni, scene, opere, persone. Forse qualche pagina in meno sarebbe stata utile a snellire alcune parti. Nel complesso, comunque, una lettura di valore.

Opera recensita: "La corsara" di Sandra Petrignani
Editore: Neri Pozza, 2018
Genere: biografia
Pagine: 459
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.


mercoledì 6 maggio 2020

RECENSIONE: SUSAN VREELAND - LA PASSIONE DI ARTEMISIA


Sinossi:
"La passione di Artemisia" narra dell'incessante lotta della prima grande pittrice celebrata e riconosciuta nella storia dell'arte: Artemisia Gentileschi, la donna che, in un mondo ostile alle donne, riuscì a imporre la sua arte e a difendere strenuamente la sua visione dell'amore e dell'esistenza. Violentata dal suo maestro, Artemisia subì, nel corso della sua vita, non soltanto l'onta di un processo pubblico nella Roma papalina, e l'umiliazione di un matrimonio riparatore con Pietro Stiattesi, artista mediocre, ma anche un duro, terribile confronto con il suo avversario più temibile: il grande pittore Orazio Gentileschi, suo padre.

Commento:
Artemisia Gentileschi fu pittrice fra i pittori, donna fra le donne, fu macchiata dall'onta dello stupro del suo maestro, fu esposta al pubblico come la peggiore prostituta, fu insultata e derisa dalla sua città, ma ciò che più di tutto la ferì fu il comportamento di suo padre. Quel padre maestro, anche lui pittore, che tanto lei venerava e che tanto le aveva insegnato nella pittura, aveva scambiato la sua reputazione per un quadro rubato; aveva pensato ai suoi interessi invece che all'onore della sua unica figlia condannandola al disonore e a un matrimonio di convenienza. Un matrimonio che la allontanò da Roma e la portò a Firenze, al fianco di un marito pittore anche lui, invidioso, libertino e incapace di amarla davvero. Con quest'uomo Artemisia ebbe una figlia, Palmira Prudenzia, da lei tanto amata, ma poco incline alla pittura. Cambiò città, committenti, fu apprezzata ovunque andasse, strinse amicizie illustri, ma rimase sempre se stessa, fedele alla sua arte e al suo sentire. Una figura da studiare, da riscoprire e analizzare. La passione di Artemisia non è una biografia vera e propria, bensì un romanzo sulla vita di questa donna così forte in un mondo che non ama le donne. Un ottimo punto da cui partire per conoscerla.

Opera recensita: "La passione di Artemisia" di Susan Vreeland
Editore: Neri Pozza, 2002
Genere: narrativa straniera, biografia romanzata
Ambientazione: Italia, a cavallo tra fine XVI e XVII secolo
Pagine: 318
Prezzo: 16,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.

sabato 4 gennaio 2020

RECENSIONE: TRACY CHEVALIER - LA DAMA E L'UNICORNO


Sinossi:
È un giorno della Quaresima del 1490 a Parigi, un giorno davvero particolare per Nicolas des Innocents, pittore di insegne e miniaturista conosciuto a corte per la sua mano ferma nel dipingere volti grandi come un'unghia, e al Coq d'Or e nelle altre taverne al di qua della Senna per la sua mano lesta con le servette di bell'aspetto. Jean Le Viste, il signore dagli occhi come lame di coltello, il gentiluomo le cui insegne sono ovunque tra i campi e gli acquitrini di Saint-Germain-des-Prés, proprio come lo sterco dei cavalli, l'ha invitato nella Grande Salle della sua casa al di là della Senna e in quella sala disadorna, nonostante il soffitto a cassettoni finemente intagliato, gli ha commissionato non stemmi imponenti o vetrate colorate o miniature delicate ma arazzi per coprire tutte le pareti. Arazzi immensi che raffigurino la battaglia di Nancy, con cavalli intrecciati a braccia e gambe umane, picche, spade, scudi e sangue a profusione. Una commissione da parte di Jean Le Viste significa cibo sulla tavola per settimane e notti di bagordi al Coq d'Or, e Nicolas, che può resistere a tutto fuorché alle delizie della vita, non ha esitato un istante ad accettare. Non ha esitato, però, nemmeno ad annuire davanti alla proposta di Geneviève de Nanterre, moglie di Jean Le Viste e signora di quella casa.

Commento:
Davvero una buona lettura! Scritto molto bene, piacevolissimo da leggere, coinvolgente nella storia e nei personaggi molto ben delineati. Ho letto ed apprezzato anch'io "la ragazza con l'orecchino di perla" e non saprei dire quale dei due libri preferisco... entrambe le storie sono allo stesso livello, ma mentre "la ragazza con l'orecchino di perla" è più "pesante", questo ha tinte più fresche e leggiadre. I personaggi, come dicevo, sono ben definiti e ci si affeziona alle loro storie. Nutro simpatia per il pittore Nicolas, il classico "scupafemmine" dal cuore grande, ma per motivi personali la dolce, ma tenace Aliénore è il mio personaggio preferito: mi ci riconosco molto perchè, essendo anch'io non vedente dalla nascita, capisco a pieno e condivido quasi sempre il suo modo di ragionare e di agire! Anche la cecità in questo libro viene affrontata con un taglio grintoso e sbarazzino che mi piace molto! Assolutamente consigliato!

Opera recensita: "La dama e l'unicorno" di Tracy Chevalier
Editore: Neri Pozza
Genere: narrativa straniera
Pagine: 286
Prezzo: 16,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 28 aprile 2019

RECENSIONE: HAYDEN HERRERA - FRIDA. UNA BIOGRAFIA DI FRIDA KAHLO


Sinossi:
Alla fine degli anni Novanta, New York è tappezzata di manifesti che raffigurano i quadri di Frida Kahlo. Un suo autoritratto viene venduto da Sotheby's per oltre un milione e mezzo di dollari. A Hollywood si girano film sulla sua vita e i giornali di tutto il mondo la chiamano "la grande Frida" o "la regina di New York". Come se non bastasse, anche il mondo del glamour ne va pazzo: vengono stampate magliette, cartoline, poster con la sua immagine, abiti e gioielli che ne ricalcano lo stile. Ma chi era veramente Frida Kahlo e perché si parla ancora così tanto di lei? Nata nel 1910 a Coyoacan, in Messico, Frida sembra un personaggio uscito dalla penna di Gabriel García Márquez: piccola, fiera, sopravvissuta alla poliomielite a sei anni e a un brutto incidente stradale a diciotto che la lascerà invalida, con tremendi dolori alla schiena che la perseguiteranno fino alla morte. Nella vita privata e nella produzione artistica, Frida è combattuta tra due anime: il candore, da un lato, e la ferocia, dall'altro; la poeticità della natura contro la morte del corpo. La vita di Frida è un viaggio che affonda nella pittura tradizionale dell'800, nei retablos messicani, in Bosch e Bruegel, ma che subisce prepotentemente il fascino degli uomini più potenti del suo secolo: come il muralista Diego Rivera (marito fedifrago che le rimarrà accanto fino alla fine) o Trockij (di cui diverrà l'amante) o Pablo Picasso...

Commento:
Questo libro è, quasi certamente, l'opera più completta, obiettiva e dettagliata su Frida Kahlo. E' stato scritto nell'83 e da esso è stato tratto il famoso film Frida per la regia di Julie Taymor nel 2002. E' una biografia oggettiva e minuziosa che ripercorre la vita di Frida, ne analizza i dipinti e riporta pensieri e passi del suo diario nonché interviste e stralci di altri scritti su di lei, compresi quelli di Diego Rivera, suo marito. Si tratta, come ho scritto, di una biografia, non ha quindi nulla o quasi nulla di romanzato. Probabilmente è per questo che, pur apprezzandone il valore documentale e conoscitivo, io l'ho apprezzata meno di altri scritti più romanzati e magari fantasiosi: dal punto di vista conoscitivo non ha aggiunto molto a quanto avessi già letto prima, da quello emotivo mi ha lasciato ben poco. E' comunque un libro che consiglio a chi preferisca una lettura più realistica e sfrondata da tutto ciò che di fantastico il magnetismo e l'eclettismo di questa donna già suscita di per sé.

Opera recensita: "Frida. Una biografia di Frida Kahlo" di Hayden Herrera
Editore: Neri Pozza, prima ed. originale 1983, ed. italiana 2016
Genere: biografia illustrata
Ambientazione: Messico, Stati Uniti
Pagine: 415
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


martedì 26 febbraio 2019

RECENSIONE: ROMAIN GARY - LA VITA DAVANTI A Sé


Sinossi:
Eroe di guerra, diplomatico, cineasta, Romain Gary si suicidò il 3 dicembre 1980. La sua scomparsa fece scalpore ma il vero colpo di scena arrivò quando, pochi mesi dopo la morte, si scoprì che Gary ed Emile Ajar, autore del romanzo "La vita davanti a sé", erano in realtà la stessa persona. Il libro, che narra le vicende di Momo, ragazzo arabo nella banlieu di Belleville, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, vinse il Goncourt inaugurando uno stile gergale da banlieu e da emigrazione, cantore di quella Francia multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi.

Commento:
Momò è un ragazzino cresciuto come arabo e musulmano da una vecchia prostituta ebrea, Madame Rosa, nella banlieu di Belleville a Parigi. Non si sa con certezza quanti anni abbia, né chi siano i suoi genitori. Privato delle sue radici, Momò diventa tutt'uno con il quartiere in cui vive, si identifica con la pluralità di culture che lo contraddistingue riuscendo a suo modo ad assumere una sua identità. Ed è inevitabile che, negli anni della crescita, Momò si affezioni in modo viscerale a colei che l'ha cresciuto, la bislacca e folcroristica Madame Rosa, la cui salute però è ormai compromessa. Anche quando scoprirà di più sulle sue origini Momò resterà legato alla donna, al quartiere, ai suoi abitanti, nonostante si crucci pensando al futuro e sappia che la sua unica opportunità di salvezza sarebbe farsi adottare. La vita davanti a sé è, come il suo autore, un libro singolare che rappresenta il cambiamento di una città, di un Paese, di una cultura scossa eppure aperta alla convivenza di mille diversità. Di cosa parla questo libro? Me lo sono chiesto più volte durante la lettura: parla delle periferie e dell'arrabattarsi continuamente per vivere; parla della convivenza fra religioni; parla di una realtà come ce ne sono tante, squallida eppure capace di unione e solidarietà; parla della necessità di affetto e buoni sentimenti, del bisogno di legami e punti di riferimento che non ha età, né sesso, né religione né condizione sociale. Non credo di essere entrata completamente in sintonia con Gary, però questo libro mi è piaciuto, lo consiglio e ne apprezzo i risvolti sociali, culturali e psicologici.


Opera recensita: ""La vita davanti a sé" di Romain Gary
Editore: Neri Pozza, 2009 (prima ed. originale 1975, prima ed. italiana Rizzoli 1976)
Genere: narrativa francese
Ambientazione: Parigi
Pagine: 214
Prezzo: 11,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.


domenica 13 gennaio 2019

RECENSIONE: TRACY CHEVALIER - LA VERGINE AZZURRA


Sinossi:
XVI secolo, Francia: Isabelle du Moulin è una splendida ragazza dai capelli color rame, chiamata da tutti nel villaggio con lo stesso nome della statuetta della Vergine che il duca de l'Aigle ha portato un giorno in paese: la Rossa. Dall'arrivo di Monsieur Marcel, coi suoi sermoni contro la Vergine, quel nome è diventato un tormento. Non è più un affettuoso nomignolo ma il nome di una strega, il sinonimo stesso di una malvagia creatura in un villaggio accecato dal fanatismo della Riforma. Quando resta incinta del giovane Tournier, a Isabelle non resta altro che abbracciare, dopo le persecuzioni seguite al Massacro di San Bartolomeo, fino in fondo la sorte dei Tournier: l'emigrazione nel villaggio svizzero di Moutier e un destino sconvolgente e inaspettato...

Commento:
Siamo in Francia, nel XVI secolo. La guerra fra fazioni religiose imperversa sanguinosa e violenta e non riguarda solo lo scontro fra dottrine, ma spacca i paesi, le comunità parrocchiali, le famiglie. E' il caso dei Tournier, calvinisti ferventi, che per via del matrimonio di uno dei figli, accolgono in famiglia Isabelle, cattolica e devota della Vergine della quale porta lo stesso colore di capelli: proprio per i suoi capelli la donna è soprannominata La rossa e viene temuta ed emarginata sia per il suo credo che per le sventure di cui potrebbe essere portatrice. L'imminente arrivo dei cattolici porta i Tournier a fuggire in Svizzera, ma ben presto Isabelle capisce che il suo fardello non è rimasto nel luogo di partenza, ma anzi è destinato a tramandarsi. Quattrocento anni dopo una giovane ostetrica americana, Ella Turner segue il marito giunto in Francia per lavoro e si mette in testa di approfondire le sue origini francesi, tanto più che da quando è in Francia uno strano sogno la perseguita… un sogno che ha a che fare con lei e con una Vergine azzurra…
Che dire? Questo libro avrebbe avuto tutte le potenzialità per essere un buon romanzo storico, però a mio parere non lo è. Sarà che si tratta di un'opera prima e che l'autrice avrebbe affinato la tecnica nei suoi successivi romanzi, ben migliori di questo, ma in definitiva a me "La Vergine azzurra" è sembrato prevedibile, poco credibile, superficiale. Poi l'ambientazione, alcune parti della storia e le vicende che fanno da sfondo lo rendono comunque gradevole da leggere, ma da qui a consigliarlo senza riserve ce n'è strada da fare. Perciò… per me è carino, appena passabile, niente di più: consigliato con molta cautela e poche aspettative.


Opera recensita: "La Vergine azzurra" di Tracy Chevalier
Editore: Neri Pozza
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Francia-Svizzera, XVI secolo-giorni nostri
Pagine: 317
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 6.


domenica 18 febbraio 2018

RECENSIONE: ROMAIN GARY - GLI AQUILONI


Sinossi:

È un giorno d’ombra e sole degli anni Trenta quando, dopo essersi rimpinzato e assopito sotto i rami di una capanna, Ludo scorge per la prima volta Lila, una ragazzina biondissima che lo guarda severamente da sotto il cappello di paglia. Ludo vive a Cléry, in Normandia, con suo zio Ambroise, «postino rurale» tornato pacifista dalla Grande guerra e con una inusitata passione: costruire aquiloni. Non è un costruttore qualunque. Da quando la Gazette di Honfleur ha ironicamente scritto che gli aquiloni dell’«eccentrico postino» avrebbero reso famosa Cléry «come i pizzi hanno costituito la gloria di Valenciennes, la porcellana quella di Limoges e le caramelle alla menta quella di Cambrai», Ambroise è divenuto una celebrità. Belle dame e bei signori accorrono in auto da Parigi per assistere alle acrobazie dei suoi aquiloni, sgargianti strizzatine d’occhio che il vecchio normanno lancia in cielo.
Anche Lila vive in Normandia, benché soltanto in estate. Suo padre non è, però, un «postino spostato». È Stanislas de Bronicki, esponente di una delle quattro o cinque grandi dinastie aristocratiche della Polonia, detto Stas dagli amici dei circoli di giocatori e dei campi di corse. Un finanziere che guadagna e perde fortune in Borsa con una tale rapidità che nessuno potrebbe dire con certezza se sia ricco o rovinato.
L’incontro infantile con Lila diventa per Ludo una promessa d’amore che la vita deve mantenere. Il romanzo è la storia di questa promessa, o dell’ostinata fede di Ludo in quell’incontro fatale. Una fede che non viene meno nemmeno nei drammatici anni dell’invasione tedesca della Polonia, in cui Lila e la sua famiglia scompaiono, e Ludo si unisce alla Resistenza per salvare il suo villaggio dai nazisti, proteggere i suoi cari e ritrovare la ragazzina biondissima che lo guardava severamente da sotto un cappello di paglia.

 

Commento:

“Gli aquiloni”, scritto da Romain Gary nel 1980 e pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2017, è un romanzo d’amore e di guerra. L’amore è quello di Ludo per Lila, che nasce in un bosco della Normandia nell’immobilità di un’estate degli anni 30 e resiste agli assalti adolescenziali di altri pretendenti e sopravvive – immutato fra tanti mutamenti - a una guerra che distrugge anche i sentimenti più umani. Ma l’amore è anche quello di Ambroise Clery per i suoi aquiloni; è quello di Marcellin Duprat per il suo ristorante e per la buona cucina, baluardo della genio francese in mezzo a tanta distruzione; è l’attaccamento di Julie Espinoza per la propria vita, nonostante gli alti e bassi. La guerra la conosciamo, ne abbiamo letto in tanti libri, ma qui la troviamo descritta con un tatto ed un’ironia quasi senza pari, tanto che per buona parte del libro quasi non ci sembra che chi scrive sia stato circondato da tanta atrocità. Eppure la guerra è in grado di fiaccare gli animi più ardimentosi, di corrompere per necessità le coscenze più irreprensibili, di tramutare i buoni in cattivi ed i cattivi in buoni. E solo la forza delle idee, di sentimenti idealizzati e radicati e di un pizzico di follia potrà garantire la sopravvivenza.

“Gli aquiloni” è un buon libro, senza dubbio diverso da molti altri che affrontano lo spinoso tema della guerra. Tuttavia non mi ha catturata come speravo: ne ho letto molte recensioni entusiastiche, ma fino alla fine non mi ha coinvolto e me ne dispiaccio. Siccome non si tratta di un brutto libro – tutt’altro – lo consiglio comunque, sebbene con qualche incertezza: chi ha un gusto difforme dal mio potrà certamente apprezzarlo di più.

Per quanto mi riguarda, comunque, è stato il mio primo approccio con Gary e non credo che sarà l’ultimo.

 

 

 

Opera recensita: “Gli aquiloni” di Romain Gary

Editore: Neri Pozza, 2017

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Francia, dagli anni 30 alla fine della 2° guerra mondiale

Pagine: 352

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 5,5.

 

lunedì 5 febbraio 2018

RECENSIONE: NATSUO KIRINO - LE QUATTRO CASALINGHE DI TOKYO


Sinossi:

La pazienza di Yaoyoi, della dolce e graziosa Yaoyoi, si è rotta oggi improvvisamente come un filo. Nell’ingresso di casa, davanti alla faccia insopportabilmente

insolente di Kenji,  il marito che ha dilapidato tutti i suoi risparmi, Yaoyoi si è tolta la cinghia dei pantaloni e l’ha stretta intorno al collo del

disgraziato. Kenji ha tentato di afferrare la cintura, ma non ne ha avuto il tempo. La cinghia gli è penetrata subito nella carne.

È stato buffo vedere come il collo di Kenji si sia piegato all’indietro e le mani abbiano cominciato ad annaspare disperatamente nell’aria. Sì, buffo,

veramente buffo,  poiché un uomo così, un infelice che beve e gioca, non si cura dei figli, è attratto da donne impossibili e picchia la moglie, non meritava

certo di vivere!

Le gambe abbandonate storte  sul pavimento di cemento dell’ingresso, accasciato sulla soglia, la testa tutta girata, Kenji, a un certo punto, non si è

mosso più. Yaoyoi gli ha messo allora una mano sul collo per sentire le pulsazioni. Niente. Sul davanti dei pantaloni ha visto una macchia bagnata. E ha

riso, stupefatta della forza furiosa, della crudeltà di cui era stata capace. Ha riso anche quando Masako e Yoshie, le fedeli amiche, l’hanno aiutata trasportando

il cadavere a casa di Masako, tagliandolo a pezzetti e gettando poi i resti in vari bidoni d’immondizia.

Straordinario thriller che ha per protagoniste quattro amiche (la dolce e graziosa Yayoi, l’ intelligente e coraggiosa Masako, Yoshie, la madre angariata

da una figlia capricciosa e da una suocera invalida, Kuniko, la trentenne derubata dal marito e minacciata da un usuraio) che si conoscono in una puzzolente

fabbrica di cibi precotti e che scoprono insieme il gusto della rivolta e il fascino e il business del crimine, Le quattro casalinghe di Tokyo, come accade

spesso nei buoni romanzi polizieschi, illumina ciò che accade in un mondo in cui la tradizione si rompe come la pazienza di Yaoyoi: improvvisamente come

un filo.

 

Commento:

Beh, non c’è che dire: questo è decisamente un romanzo singolare e sui generis, sia per ambientazione sia per stile. Abituata alle atmosfere eteree ed allo stile lieve di altri autori orientali, non avrei mai pensato di imbattermi in una vicenda così truculenta scritta da un’autrice giapponese e devo dire che la cosa ha il suo fascino. Questo romanzo unisce la crudezza e la spregiudicatezza dei noir occidentali con la capacità tutta orientale di assorbire e rendere terribilmente normali anche gli eventi più truci.

Il risultato è che qui si parla della morte, dell’omicidio e dello smembramento di cadaveri con una freddezza disarmante che, tuttavia, rende tutto più intenso e delirante.

I protagonisti sono tanti, tutti diversi e ben caratterizzati: ci sono le quattro casalinghe impiegate nei turni di notte in uno stabilimento dove si preparano colazioni industriali, tutte con problemi familiari ed economici e tutte tra loro diverse ed interessanti; c’è Satake, l’oscuro ed affascinante proprietario di una casa da gioco con un passato insondabile e terribile; c’è il giovane piccolo malavitoso dal colletto bianco, dalla coscienza torva e dall’animo tutt’altro che intrepido. Questa varietà di soggetti, che contribuiscono a rendere la narrazione altrettanto varia con il loro punto di vista, imprime al romanzo una dimensione più umana, quotidiana, inquietante. Se vi piace il genere e non avete problemi di stomaco… beh, ve lo consiglio: è un’esperienza di lettura da fare!

 

 

Opera recensita: “Le quattro casalinghe di Tokyo” di Natsuo Kirino

Editore: Neri Pozza, prima ed. 2003

Genere: noir

Ambientazione: Tokyo

Pagine: 656

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

martedì 26 dicembre 2017

RECENSIONE: JULIAN FELLOWES - BELGRAVIA


Sinossi:

Nel giugno del 1815, Bruxelles appare 'en fête', con le affollate bancarelle nei mercati e le carrozze aperte pitturate a colori vivaci. Nessuno immagina

che l'imperatore Napoleone sia in marcia, pronto ad accamparsi sul limitare della città da un momento all'altro. La diciottenne Sophia Trenchard, tipica

bellezza inglese bionda dagli occhi azzurri, non ha alcun interesse per le questioni belliche; i suoi pensieri sono rivolti a Lord Edmund Bellasis, erede

di una delle famiglie più importanti della Gran Bretagna, che le ha appena procurato gli inviti per il ballo della duchessa di Richmond. La guerra ha alterato

gli schemi, permettendo di tralasciare le solite regole, e l'ambiziosa Sophia è intenzionata a non lasciarsi sfuggire questa occasione, insperata per una

ragazza con i suoi natali. Suo padre, James Trenchard, è "il Mago", un abile commerciante che fornisce pane e birra ai soldati. Partito da una bancarella

a Covent Garden, grazie a un vero talento per gli affari, ha compiuto una vertiginosa scalata sociale, spinto dall'insopprimibile desiderio di appartenere

al bel mondo. Anne, la moglie di James, sembra essere l'unica della famiglia Trenchard ad aver conservato un po' di buon senso e a ostacolare l'unione

tra la figlia e Edmund Bellasis. Durante il ballo un aiutante di campo irrompe nella sala recando con sé una missiva. Le truppe francesi hanno oltrepassato il confine e gli ufficiali inglesi, le uniformi da gala ancora indosso, vengono richiamati ai propri reggimenti. Le sale piene di fiori, tanto

profumate ed eleganti a inizio serata, diventano teatro di strazianti scene di commiato, compreso quello tra Sophia e Lord Bellasis, ignari della piega

che sta per prendere la loro vita. Venticinque anni dopo i Trenchard, tornati in Inghilterra, vivono a Belgravia, un quartiere di nuova costruzione edificato

da James, che ha fatto fortuna nel campo dell’edilizia. Non lontano da loro sorge la dimora dei conti di Brockenhurst, i genitori di Edmund Bellasis. Le

due famiglie appaiono tanto distanti per estrazione sociale quanto unite da un segreto diventato oggetto di un curioso interesse nei salotti londinesi,

scatenando i pettegolezzi della servitù e mettendo in moto una catena di eventi non privi di colpi di scena e rivelazioni. Con uno stile impeccabile, tra

personaggi irresistibili e descrizioni magistrali, Fellowes – già autore dell’acclamato Downton Abbey – ha scritto un romanzo che, con sagacia e ironia,

affronta le tensioni tra le nuove famiglie benestanti e la vecchia aristocrazia nell’Inghilterra vittoriana.

 

Commento:

La quarta di copertina riassume molto bene il punto di partenza di questa storia che si dipana nella Londra vittoriana di metà Ottocento, in cui le differenze di classe, che ai nostri occhi potrebbero apparire inezie incomprensibili, erano tenute oltremodo in considerazione. E’ fondamentalmente questo il tema portante del libro: la figlia di un mercante arrampicatore sociale e costruttore di case ebbe l’ardire di intrattenersi con l’erede di un’importante famiglia nobile e venticinque anni dopo vengono a galla trame e segreti di quell’unione e di quel periodo.

Questi eventi danno origine a nuovi intrighi, macchinazioni, pettegolezzi, supposizioni sbagliate e piccole vendette che vedono al centro un inconsapevole giovane commerciante con il talento per gli affari, Charles Pope. Chi è questo giovane che attira l’interesse di tanti variegati personaggi? Questa è la domanda cruciale che permette al bravissimo Julian Fellowes di condurci in un intricato dedalo di vicende che sarà difficile ed affascinante districare. Dopo un inizio non esattamente avvincente che farebbe pensare ad un romanzetto senza infamia e senza lode, la lettura migliora e ci si ritrova a seguire con interesse le vicende dei personaggi.

Più che di un romanzo storico, si tratta di un romanzo di ambientazione storica, che unisce le ambientazioni tipiche della classe medioalta della società londinese ottocentesca e uno stile svecchiato e – essendo stato scritto oggi - privo dell’ampollosità tipica dei romanzi scritti in quel periodo. Tutto questo rende “Belgravia” un libro apprezzabilissimo: ben inteso, è ben lungi dall’essere un capolavoro, ma è comunque una lettura leggera e molto gradevole in cui si trova un po’ di tutto, dall’amore alla differenza di classe, dall’ambientazione già pregevole di per sé ad un accenno di colonialismo, da una saga familiare ad uno spaccato del mondo e del vissuto di una Londra diversa da quella che conosciamo oggi. Per tirare le somme, quindi, una lettura consigliata a chi cerchi un libro leggero ma non banale ed ami le ambientazioni ottocentesche. Se poi avete visto Downton Abbey ci ritroverete molto in queste pagine: sebbene ambientato un po’ più indietro nel tempo, “Belgravia” nasce proprio dalla penna dello stesso sceneggiatore, quindi se la serie vi era piaciuta non potrete non apprezzare questo libro.

 

Opera recensita: “Belgravia” di Julian Fellowes

Editore: Neri Pozza, 2016

Genere: narrativa straniera, romanzo storico

Ambientazione: Bruxelle 1815-Londra 1841

Pagine: 414

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì.

 

martedì 19 dicembre 2017

RECENSIONE: GIUSEPPE BERTO - LA GLORIA


Sinossi:

E se Giuda Iscariota non fosse il peggior traditore che sia mai esistito, ma il più santo tra i santi? Attraverso le pagine de «La gloria» conosciamo un

Giuda giovane, forte e coraggioso, che interroga e cerca con impazienza «qualche barlume di rivelazione, segni sottili» che gli indichino la presenza del

Messia. Come Giuda, anche Gesù sbaglia, si arrabbia, è umano, e gli apostoli non sono uomini soggiogati dalla fede ma affascinati dall'uomo, dal suo ascendente,

dalla speranza che egli sia chi dice di essere, in mezzo a una moltitudine di altri presunti redentori. Giuda è l'uomo che vive per la morte, la propria

e quella di Gesù, che lo accoglie con il compito pubblico di tesoriere, ma con quello segreto di tradirlo, quando dovrà compiersi il suo destino. Ciò che

afferma è che la morte è l'essenza stessa del Cristianesimo e che «all'origine dei prodigi c'è sempre il male». Giuda compie con il tradimento un ultimo

dovere d'amore, pagando con la dannazione un atto per cui era stato predestinato dalle Scritture. Ecco il Giuda di Giuseppe Berto: un martire condannato

all'eterna infamia con la sola colpa di essere stato scelto in funzione di un tradimento da compiersi affinché la Gloria di Dio potesse realizzarsi.

 

Commento:

In questo libro Giuseppe Berto ci pone di fronte al racconto della vita e morte di Gesù ricostruito in modo insolito, dal punto di vista di Giuda Iscariota, colui che passò alla storia per aver tradito il Messia. Con audacia narrativa, in una lettera-racconto indirizzato a Gesù, Berto affida a Giuda un’altra versione della storia: quella in cui Giuda tradisce Gesù come ultimo atto d’amore, consegnando completamente il suo destino a colui che crede essere “l’Unto”, il Messia. Giuda ci rivela l’esistenza di un patto fra lui e Gesù, dipinge per noi un Gesù arrogante, vanitoso, un incantatore che ammalia le folle con il suo carisma e con parole apparentemente magnifiche, ma in definitiva vuote e contraddittorie. Anche coloro che sono con lui non spiccano per intelligenza o devozione, e sarebbero pronti a tradirlo o abbandonarlo se trovassero un’offerta migliore, mentre lui, Giuda, il primo dei suoi servitori viene trattato come l’ultimo. Nonostante ciò, egli si sottopone alla dannazione eterna, per permettere che si compia la gloria di Dio, perché è vero che Gesù è luce e lui tenebra, ma la luce non potrebbe essere distinta se non esistesse la tenebra.

Un libro particolare, una lettura non facile né per contenuti né, soprattutto, per stile narrativo. Tuttavia questo, come altri libri, può essere un tassello importante in un percorso di conoscenza e discernimento della religione cristiana e della fede. Un buon libro sicuramente, lo consiglio, anche se personalmente l’ho trovato meno coinvolgente di altre opere con lo stesso tema.

 

Opera recensita: “La gloria” di Giuseppe Berto

Editore: Neri Pozza, prima ed. 1978

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Palestina-Israele

Pagine: 199 (ed. 2017

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì.

 

mercoledì 28 giugno 2017

RECENSIONE: JAN-PHILIPP SENDKER - L'ARTE DI ASCOLTARE I BATTITI DEL CUORE


Sinossi:

A Kalaw, una tranquilla città annidata tra le montagne birmane, vi è una piccola casa da tè dall'aspetto modesto, che un ricco viaggiatore occidentale

non esiterebbe a giudicare miserabile. Il caldo poi è soffocante, così come gli sguardi degli avventori che scrutano ogni volto a loro poco familiare con

fare indagatorio. Julia Win, giovane newyorchese appena sbarcata a Kalaw, se ne tornerebbe volentieri in America, se un compito ineludibile non la trattenesse

lì, in quella piccola sala da tè birmana. Suo padre è scomparso. La polizia ha fatto le sue indagini e tratto le sue conclusioni. Tin Win, arrivato negli

Stati Uniti dalla Birmania con un visto concesso per motivi di studio nel 1942, diventato cittadino americano nel 1959 e poi avvocato newyorchese di grido...

un uomo sicuramente dalla doppia vita se le sue tracce si perdono nella capitale del vizio, a Bangkok. L'atroce sospetto che una simile ricostruzione della

vita di suo padre potesse in qualche modo corrispondere al vero si è fatto strada nella mente e nel cuore di Julia fino al giorno in cui sua madre, riordinando

la soffitta, non ha trovato una lettera di suo padre. La lettera era indirizzata a una certa Mi Mi residente a Kalaw, in Birmania, e cominciava con queste

struggenti parole: "Mia amata Mi Mi, sono passati cinquemilaottocentosessantaquattro giorni da quando ho sentito battere il tuo cuore per l'ultima volta".

 

Commento:

Siamo a Kalaw, un piccolo villaggio della Birmania, in una sala da thè fatiscente. E’ qui che Ubah, apparentemente un vecchio affabulatore, comincia il suo lungo racconto. La sua unica interlocutrice è Julia, una giovane avvocatessa Newyorkese giunta a Kalaw sulle tracce di suo padre scomparso da quattro anni. Ed è da qui, da Kalaw che Tin Win ha mosso i suoi primi passi, ha ascoltato i primi suoni, ha imparato a conoscere le persone attraverso il battito del loro cuore, e da qui è partito, tanti anni fa, alla volta di una nuova vita che in realtà non aveva chiesto.

Attraverso il racconto di Ubah, la giovane Julia conoscerà una parte della vita del padre che non avrebbe mai creduto possibile, conoscerà gli angoli più reconditi dell’animo dell’uomo che ammira e che odia perché l’ha abbandonata. E chissà che alla fine del racconto non scopra prospettive sorprendenti ed inaspettate, perché niente è davvero come sembra, tutto ha una spiegazione più profonda di quella che vediamo in apparenza… una spiegazione che potremo comprendere solo chiudendo gli occhi e lasciandoci guidare dal cuore.

Un libro delicato, pieno di stimoli sensoriali, una storia apparentemente inverosimile, ma che pian piano acquisisce contorni più chiari ed al contempo più fiabeschi. Pagine che raccontano l’amicizia, la paura, il dolore, la sofferenza, l’amore. Questo libro è un inno al coraggio e ci stimola a credere in noi stessi, nei nostri sogni e nelle persone che li condividono con noi… perché qualche volta i sogni si realizzano e tutto arriva per chi sa aspettare. Lettura consigliata, delicata, piacevole ed avvolgente.

 

Opera recensita: “L’arte di ascoltare i battiti del cuore” di Jan-Philipp Sendker

Editore: Neri Pozza 2009

Genere: narrativa internazionale

Ambientazione: Birmania

Pagine: 315

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì.