simposio lettori copertina

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venerdì 22 ottobre 2021

RECENSIONE: GEORGES SIMENON - LA MARIE DEL PORTO

Sinossi:

Un grappolo di case strette attorno a un piccolo porto di pescatori normanni, un molo sul quale si affaccia il Caffè della Marina, centro focale dell’intreccio, la modesta casa sulla scogliera dove abita Marie, la protagonista, e, sullo sfondo, la città di Cherbourg: sono i luoghi, quanto mai simenoniani, dove si svolge la vicenda di questo romanzo del 1938, a cui Simenon teneva particolarmente, come rivela la sua corrispondenza con Gide, al quale scrisse, a proposito della Marie: «È una buona cosa provare a se stessi che è possibile dare una personalità alle comparse incaricate di venire a dire: “La Signora è servita”». E aggiunse anche: «È il solo romanzo che sia riuscito a scrivere con un tono completamente oggettivo». La Marie del porto è una figura che non si dimentica nella vasta galleria delle donne di Simenon: una ragazzina poco appariscente, una vera «acqua cheta», che riesce a impaniare un uomo sbrigativo e spavaldo, avvezzo a vincere e comandare. Questo personaggio, Chatelard, scorge da lontano la smilza figuretta di Marie che segue compunta il feretro del padre, e se ne innamora. Per starle vicino, compra un peschereccio, che gli fornirà la scusa per tornare in paese e frequentare il Caffè della Marina dove la ragazza è stata assunta come cameriera. Chatelard crede di avere in pugno il proprio destino e quello della Marie, ma in realtà è quest’ultima a tessere con abilità consumata e ironica determinazione una sottile trama di eventi nella quale l’uomo si lascerà avvolgere.

 

Commento:

"La Marie del porto" è un bellissimo e suggestivo romanzo che Simenon – che l'adorava – scrisse nel 1938. Ambientato nel paesino di Port-en-Bessin, in Normandia, il romanzo narra un tratto della vita di Marie Le Flem, una ragazzina di diciassette anni, non ancora del tutto formata, smilza ed apparentemente insignificante, che durante il funerale del padre viene notata da Chatelard, un odioso arrivista che vive nella città vicina e che conosce intimamente Odile, la sorella della ragazza. Dal giorno in cui la nota per la prima volta, Chatelard non riuscirà mai più a dimenticare Marie – anzi la Marie – e comincia a tampinarla senza requie: trova un modo per venire spesso in paese, si reca assiduamente al caffè dove lei presta servizio, cerca in ogni modo di avvicinarla con i suoi modi spicci e sicuri da seduttore ricco e navigato. Ma la ragazza appare indifferente quando non scostante e più lei gli sfugge, più il desiderio di lei s'incaglia nella mente dell'uomo fino a portarlo allo spasmo. Ma chi è davvero la Marie? Cosa pensa quella giovane donna che non ha ancora visto il mondo, ma che sembra conoscerne profondamente le dinamiche più oscure? Simenon mette tanto di sé in queste pagine: mette la sua capacità di ricreare paesaggi e contesti con le parole giuste, la sua bravura nell'analizzare a fondo l'animo umano, la sua abilità nel raccontare, conducendoci là dove vuole pur mantenendosi lucido ed oggettivo. Una mirabile prova di talento narrativo, oltre che un ottimo romanzo da leggere.

 

Opera recensita: "La Marie del porto" di Georges Simenon

Editore: Adelphi, ed. originale 1938

Traduttore: Gabriella Luzzani

Genere: letteratura francese

Ambientazione: Francia

Pagine: 141

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

lunedì 31 agosto 2020

RECENSIONE: H. G. WELLS - NEL PAESE DEI CIECHI


Sinossi:
Sperduto nelle Ande, Nuñez viene accolto da una comunità i cui membri sono tutti ciechi. Confuso dalla vita laboriosa e dai sensi finissimi dei suoi ospiti, dovrà destreggiarsi fra il proprio senso di superiorità e la loro remota saggezza: anche perché i ciechi si sono prefissi di guarirlo a tutti i costi dalla sua inspiegabile, perversa ossessione per la vista.

Commento:
Nel paese dei ciechi è un raccontino di appena sessanta pagine su cui si potrebbe stare a parlare per delle ore, tanti sono gli spunti, le suggestioni, le esattezze e le imprecisioni sui ciechi che ci regala. Pubblicato per la prima volta ad inizio Novecento, Nel paese dei ciechi (o Il paese dei ciechi secondo il titolo originario), risente molto delle conoscenze scientifiche e della cultura dell'epoca: Wells era egli stesso uno scienziato evoluzionista e le convinzioni – oggi ampiamente superate - che negli anni in cui scriveva imputavano l'insorgere della cecità a germi o imperfezioni genetiche permeano il racconto.
Nuñez, un viaggiatore colombiano al soldo degli inglesi, in seguito ad un incidente precipita in una valle luminosa e verdeggiante in cui scorge casupole dalla forma e dai colori alquanto strani; scorgendo l'ordine, la singolare geometria e la totale assenza di asperità nel terreno, finalmente egli comprende di essere giunto nel leggendario Paese dei ciechi di cui si favoleggia senza che nessuno l'abbia effettivamente visto da decenni se non secoli. Egli è giunto, effettivamente, in una valle circondata da monti e rocce, i cui abitanti da quindici generazioni sono afflitti da un morbo che li rende completamente ciechi; nessuno di loro ha mai visto la luce, anzi, nessuno di loro ha la minima idea di cosa sia la vista, né tantomeno che ci sia un altro mondo oltre le rocce che racchiudono la loro valle conosciuta e familiare. Così, quando Nuñez con la sua superiorità, i sogghigni, la spocchia, il tono saccente e vagamente professorale da vedente avvantaggiato e più colto degli stolti ciechi, giunge a portare la buona novella della vista e a parlare di luna, stelle, sole, cielo, Bogotà, mondo, città… quelli lo considerano un idiota, appena nato e perciò imperfetto, malato, pazzo. Decisamente avvincente, ironica, sagace l'avventura di quest'uomo che si inoltra con fare da sapiente in qualcosa che non conosce. Il finale dà da pensare, ma nel complesso il racconto getta interrogativi e apre a riflessioni molto, molto interessanti. Un racconto breve che merita più riletture e può dare la stura a molte discussioni.

Opera recensita: "Nel paese dei ciechi" di H. G. Wells
Editore: Adelphi, 2008
Genere: racconto di fantascienza
Ambientazione: Ande
Pagine: 60
Prezzo: 7,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


sabato 15 agosto 2020

RECENSIONE: LEONARDO SCIASCIA - IL MARE COLORE DEL VINO


Sinossi:
È un libro di racconti scritti fra il 1959 e il 1972. Così Sciascia stesso: "... mi pare di avere messo assieme una specie di sommario della mia attività fino ad ora e da cui vien fuori... che in questi anni ho continuato per la mia strada, senza guardare né a destra né a sinistra (e cioè guardando a destra e a sinistra), senza incertezze, senza dubbi, senza crisi (e cioè con molte incertezze, con molti dubbi, con profonde crisi); e che tra il primo e l'ultimo di questi racconti si stabilisce come una circolarità". Una circolarità che non ha per nulla intaccato, e anzi esalta, la felicità e l'efficacia delle storie qui riunite come in un breve compendio delle molte voci narrative di Sciascia.

Commento:
Questa raccolta di racconti scritti da Sciascia tra il 59 e il 72 ha come trait d'union l'ambientazione, ossia la Sicilia e le sue varie anime e declinazioni. Mantenendo come denominatore comune l'isola, infatti, sono molti e vari i temi di cui si può parlare e Sciascia, da gran conoscitore della Sicilia, delle sue bellezze e nemesi, nonché dell'animo umano, ce ne offre qui un nutrito assaggio. Ci si ritrova quindi a parlare della morte di un Cardinale per mano di un furbastro considerato lo scemo del villaggio, dell'etimologia della parola Mafia e di una sua applicazione pratica, di qualcosa che mafia non è ma per essa viene spacciato, di una storia di infedeltà pubblicata sul giornale che getta scompiglio fra i notabili d'un paesino, della rimozione di una statua di Stalin paragonata a quella di una santa inesistente, scusa questa, per affrontare il credo religioso e quello politico. E fra queste e altre miserie dell'animo umano svetta la sincera e impenitente voce d'un bambino che, dal finestrino di un treno, osa affermare che il mare, in Sicilia, ha il colore del vino. Ed è proprio così: basta poco per perdonare agli uomini le loro bassezze, in fondo, basta girare lo sguardo e lasciarsi ammaliare da quella distesa cangiante che ubriaca e stordisce.
Una lettura molto gradevole ed interessante in cui immergersi in questi giorni di calura agostana, sia per la verve intrinsecamente ironica della scrittura di Sciascia, sia per la varietà dei temi trattati, sia per la brevità dei racconti che ne favorisce la lettura quando la concentrazione si mantiene per poco. E da ultimo una constatazione personale: sono arrivata a leggere Sciascia molto tardi, ma pian piano sto scoprendo un autore di cui apprezzo molte cose. Non posso che esserne lieta.

Opera recensita: "Il mare colore del vino" di Leonardo Sciascia
Editore: Adelphi, prima ed. 1973
Genere: raccolta di racconti
Ambientazione: Sicilia
Pagine: 148
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 9 agosto 2020

RECENSIONE: GEORGES SIMENON - LA FINESTRA DEI ROUET


Sinossi:
Un lento, soffocante pomeriggio estivo. In un modesto appartamento di Faubourg Saint-Honoré, una donna sta ricucendo un vecchio vestito. Al di là della sottile parete che divide la sua stanza da quella attigua, due corpi giovani si stiracchiano voluttuosamente dopo aver fatto l’amore. La donna sente tutto, immagina ogni gesto, come se li vedesse: nudi, «carne contro carne, avvinghiati, con la pelle luccicante di sudore ... si crogiolano in quel colore, in quell’odore di bestia umana». Nel lungo specchio rettangolare dell’armadio, prima di provarsi il vestito, si guarda i seni, li prende in mano, li stringe: nessuno sa quanto siano belli, ancora adesso che sta per compiere quarant’anni, nessuno sa che il suo corpo – mai sfiorato dalla mano di un uomo – è lo stesso di quando ne aveva sedici. Poi, come fa sempre, si avvicina alla finestra. Dall’altra parte della strada vive la ricca famiglia dei Rouet, proprietari non solo del palazzo in cui abitano, ma di buona parte dei palazzi intorno. Per ore e ore, da dietro le persiane accostate, la donna spia la loro esistenza: quella dei vecchi, al piano di sopra, e quella del giovane Hubert e della sua bella, irrequieta moglie Antoinette, al piano di sotto. Sarà lei, in questo assolato pomeriggio di luglio, l’unica testimone di qualcosa che potrebbe anche essere un omicidio. E da ora in poi la donna comincerà a vivere per procura la vita di Antoinette: una vita «fervida, invadente, in tutta la sua spaventosa ferocia», una vita «proibita», che a poco a poco diventerà la sua. Con La finestra dei Rouet, storia di una torbida ossessione, Simenon ha scritto uno dei suoi romanzi più sottilmente perversi.

Commento:
Estate, le tre di pomeriggio in una strada di Parigi. È la controra, l'ora del riposo, dei sospiri e delle persiane accostate, ma in Faubourg Saint-Honoré non tutti dormono: dietro alcune finestre la vita continua sommessamente. C'è chi fa l'amore, c'è chi sta di vedetta dalla sua torre o mansarda, c'è chi sta per avere il solito attacco che lo coglie ogni pomeriggio e dal quale si riprende con le gocce che sono sul comodino, c'è chi sta per rientrare a casa. Poi c'è Dominique che rammenda il suo vestito liso mentre ascolta i suoi giovani affittuari fare l'amore al ritmo di un tango nella camera attigua. Tra pochi minuti si alzerà e si accosterà alla finestra da dove guarderà la bella, sofisticata e vitale Antoinette Rouet rientrare in casa col suo tailleur bianco e dare le gocce al giovane marito Hubert, malato da tempo. Ma oggi qualcosa di impercettibile muterà la sequenza dei gesti: uno degli attori protagonisti della routine che osserva di solito farà in modo che qualcosa cambi irrimediabilmente. Da quel momento anche la vita di Dominique cambierà, diverrà sempre più ossessionata da Antoinette, la osserverà con più intenzione, entrerà di fatto nella sua vita scrivendole dei messaggi anonimi, comincerà a seguirla fino a farsi notare, fino a cercare quasi di ricalcarne le orme per vedere cosa si prova, per toccare con mano… lei che non ha vissuto, che non ha mai fatto niente. Dominique vive sola, confinata nella sua camera da letto, ingabbiata in una vita monotona, strozzata dall'indolenza e dalla sua solitudine. Perciò si abbevera, si disseta avidamente con i dettagli delle vite degli altri: osserva, studia, indovina, capisce, unisce i pezzi. E proprio quando un cambiamento inatteso rompe gli schemi, qualcosa di latente in lei si risveglia e la conduce ad un'ossessione morbosa e perversa. E Georges Simenon descrive, analizza, seziona maniacalmente questa ossessione in maniera magistrale. Impareggiabile nell'analisi dei comportamenti umani, l'autore si serve di un concetto quantomai comune, il cosiddetto "spiare dal buco della serratura" per mostrarci fin dove può arrivare la curiosità perversa unita ad un senso di vuoto, di muta solitudine, di abbandono, di fallimento. Così, proprio come accade a Dominique con la vita dei suoi vicini, Simenon ci incatena alle pagine in attesa di uno sviluppo, una svolta, un cambiamento. Arriveranno? Eh, per saperlo bisogna aspettare e stare a guardare.

Opera recensita: "La finestra dei Rouet" di Georges Simenon
Editore: Adelphi, ed. originale 1945
Genere: letteratura francese
Ambientazione: Parigi
Pagine: 177
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


mercoledì 24 giugno 2020

RECENSIONE: ANNA MARIA ORTESE - IL MARE NON BAGNA NAPOLI


Sinossi:
Il romanzo, nato dall'incontro della scrittrice con una Napoli uscita in pezzi dalla guerra, è in realtà la cronaca di uno spaesamento. La città infatti diventa uno schermo sul quale l'autrice proietta ciò che lei stessa definisce la propria nevrosi: una nevrosi metafisica, una impossibilità di accettare il reale, un orrore del tempo che ogni cosa corrode. Tutto il libro è un grido contro questo orrore, da cui lo sguardo vorrebbe potersi distogliere e non può. Questa edizione è accompagnata da due testi scritti dall'autrice, ripensando questo libro edito la prima volta nel 1953.

Commento:
Il mare non bagna Napoli è una raccolta di racconti intrisa di realismo, in cui con occhio disilluso, esperto e disincantato, Anna Maria Ortese descrive la sua città. Lo fa spogliandola da quel manto di magia e folclore che da sempre la contraddistingue, così da regalarcene un ritratto vero, senza fronzoli, in cui Napoli appare in tutta la sua dimessa, desolante bellezza. Bellezza, sì, perché nonostante la povertà, la grettezza, l'indigenza, questa città rimane sempre meravigliosa per la sua capacità di sperare anche laddove sembra sacrilego sperare; di arrabattarsi ed ingegnarsi anche laddove non ci sarebbe proprio niente per cui ingegnarsi. Questi racconti così veri e a tratti drammatici, costituiscono un puzzle che ci rende l'immagine di una città che ha toccato il fondo e che, per quanto disillusa, potrà solo rialzarsi.
Dal canto mio, non so spiegare perché quest'opera – che pure consiglio – non mi abbia del tutto soddisfatta: è molto ben scritta, l'autrice raggiunge a pieno lo scopo che si era prefissa ideando questa raccolta, però non riesco ad affermare con convinzione che Il mare non bagna Napoli mi sia piaciuto… è un'opera da leggere se ci si vuole fare un quadro sull'Italia del secondo Dopoguerra, offre uno spaccato realistico sulla situazione dei poveri in quegli anni, ma non riesco a trovare altro da dire per consigliare questo libro che ho letto con piacere, ma che non mi ha convinto sino in fondo. A me non ha appassionato, però se non l'avete ancora fatto, voi leggetelo: vale sempre e comunque la pena di leggere un'opera di vera letteratura.

Opera recensita: "Il mare non bagna Napoli" di Anna Maria Ortese
Editore: Adelphi, prima ed. 1953
Genere: raccolta di racconti
Ambientazione: Napoli, secondo Dopoguerra
Pagine: 176
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7.


lunedì 27 gennaio 2020

RECENSIONE: WILLIAM FAULKNER - MENTRE MORIVO


Sinossi:
Un viaggio folle su un barroccio sgangherato, tra inondazioni e fienili in fiamme, sotto i cerchi sempre più stretti degli avvoltoi che accompagnano speranzosi il grottesco funerale di Addie Bundren. Attorno alla bara, ingobbiti nei loro truci destini, assorti ciascuno nel proprio segreto, il marito e i cinque figli. Faulkner scrive questo suo quinto romanzo in sei settimane: è l’estate del 1929, ha trentadue anni, lavora di notte come operaio in una centrale elettrica e ha appena pubblicato una delle sue opere più alte e composite, L’urlo e il furore. E Mentre morivo è un nuovo, ancor più vertiginoso azzardo, poiché in esso Faulkner riesce a ordire una rara, tetra polifonia di voci monologanti, nella quale riconosciamo il suono di un’America primordiale e sino allora muta.
Mentre morivo è apparso per la prima volta nel 1930.

Commento:
Dopo aver letto Luce d'agosto (piaciuto molto) e L'urlo e il furore (piaciuto per niente) avevo bisogno di capire, di farmi un'impressione personale più circostanziata su Faulkner. Così ho letto Mentre morivo… e ho capito che Faulkner non fa per me, non mi piace, non incontra il mio gusto, mi annoia. Mi dispiaccio molto di questo, ma sebbene sia stato più gradevole (di poco) rispetto a L'urlo e il furore, Mentre morivo non mi ha conquistata. La storia è, nei fatti che la compongono, tutto sommato semplice: una famiglia, i Bundren, sgangherata e complicata, è alle prese con un grave lutto e con il conseguente funerale: Addie Bundren, madre e moglie, è dapprima in fin di vita (in apertura del libro), poi trapassa e infine deve essere condotta a Jackson per poter essere sepolta, perché questa era stata la promessa strappata al marito quando ancora Addie era viva e vegeta. C'è, palpabile, lo strazio dei familiari che in alcuni casi si tramuta in ossessione; c'è chi si dà da fare, chi non capisce, chi resta pressoché inerte. Tutti, a loro modo, partecipano e sono coinvolti nel lutto. Ma, come anticipato, i Bundren sono tutt'altro che una famiglia normale e piatta… basti leggere il resoconto del viaggio che da casa li ha portati a Jackson con bara al seguito… qualcosa di folle e grottesco. Ora, sebbene la storia in sé sia stata in qualche misura interessante, ciò che proprio non digerisco è la narrazione, la prosa confusa e frammentata di Faulkner, la sua narrazione corale che, mentre è osannata da pubblico e critica, per i miei gusti opinabilissimi, è un minus per il romanzo. Ripeto, mi dispiace per me perché so di perdermi un autore di valore, ma non riesco ad apprezzare Faulkner. Non so davvero, ad oggi, se leggerò altro di suo. Tuttavia, chi lo conosce ignorerà il mio parere com'è giusto che sia, ma a chi non conosce ancora quest'autore dico di provare, di leggerlo.

Opera recensita: "Mentre morivo" di William Faulkner
Editore: Adelphi, ed. originale 1930
Genere: letteratura americana
Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 231
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 5,5.

giovedì 26 dicembre 2019

RECENSIONE: GEORGES SIMENON - LETTERA AL MIO GIUDICE


Sinossi:
«Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei». Così si rivolge il narratore, all’inizio di questo romanzo, al suo giudice – e insieme a ogni lettore. La storia che segue è una storia di amore e di morte, carica d’intensità, esaltazione e angoscia. È la storia di un uomo che si sente trascinato a uccidere una donna perché la ama troppo. Lo sfondo: stazioni gocciolanti di pioggia, bar, piccoli alberghi della provincia. Agente provocatore: il caso, che fa apparire una ragazza minuta, pallida, arrampicata su alti tacchi, nella vita di un medico, uomo «senza ombra», la cui esistenza, così normale, si avvicina sempre più al confine con l’inesistenza. E quella donna è l’ombra stessa, qualcosa di oscuro e lancinante al di là di ogni ragione, che conduce tranquillamente alla morte. Queste le ultime parole della confessione: «Siamo arrivati fin dove abbiamo potuto. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Abbiamo voluto l’amore nella sua totalità. Addio, signor giudice».

Commento:
Ho letto Lettera al mio giudice nell'arco di un pomeriggio, ma sono certa che qualcosa di queste pagine mi resterà in mente per sempre: è un libro sconvolgente per lucidità, stile, fluidità, eleganza. Simenon ha saputo dar voce ad un uomo, un medico di provincia, un innamorato, un frustrato, un assassino con una perizia da maestro. La lucidità con cui il dottor Charles Alavoine scrive al suo giudice dal carcere in cui è chiuso dopo la condanna per omicidio è folgorante: egli non gli scrive per discolparsi, no, tanto più che si era già dichiarato colpevole a suo tempo. Egli non scrive per scusarsi, invocare una pena più leggera… tutt'altro: di una sola cosa egli non è soddisfatto, un solo verdetto egli non accetta, quello di essere considerato in uno stato psichico di ridotta lucidità. Non vuole che si pensi che abbia agito in preda ad un raptus, non vuole che si creda che quando ha ucciso Martine, l'unica donna che abbia mai veramente amato, egli fosse in preda alla follia, che non comprendesse ciò che faceva… non vuole che si dica che era pazzo. No, egli vuole che il giudice capisca, che colui in cui ha visto un barlume di interesse durante l'istruttoria, che colui che davvero ha cercato di comprendere le sue ragioni, che colui con cui ha pensato di essere in un certo qual modo in sintonia, che lui comprendesse cosa l'aveva portato ad un amore così grande. Vuole, Charles, che il giudice capisca che lui sì, ha agito con glaciale, assoluta premeditazione e che sì, c'era una ragione più che valida per uccidere… l'amore. Per amore di Martine lui doveva ucciderla. E fidatevi, se prese così, senza contesto, queste parole vi sembrano folli, assurde, senza logica, a fine lettura non potrete non trovarvi d'accordo con lui. Quest'uomo non chiede pietà, ma la suscita; non chiede assoluzione, ma, ascoltate le sue parole,  chi non gliela darebbe? Ho trovato questa lettera di un'angoscia, sincerità, lucida follia, prostrazione come di rado ne ho viste o lette altrove. Mi ha commosso. Mi sento, perciò, oltre a consigliare la lettura di questo libro, di definirlo senza remore un capolavoro.

Opera recensita: "Lettera al mio giudice" di Georges Simenon
Editore: Adelphi, prima ed. originale 1946
Genere: letteratura francese
Ambientazione: Francia
Pagine: 206
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 10.


lunedì 16 settembre 2019

RECENSIONE: SANDOR MARAI - LE BRACI


Sinossi:
Dopo quarantun anni due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava, per loro. Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare. Tutto converge verso un «duello senza spade» – e ben più crudele. Tra loro, nell’ombra, il fantasma di una donna. E il lettore sente la tensione salire, riga dopo riga, fino all’insostenibile.

Commento:
Due uomini, un Generale ed un Ufficiale della Guardia, ma prima ancora due amici, due fratelli, due compagni di vita. Tra di loro quarantuno anni di lontananza e tanti conti in sospeso… in primis uno che riguarda una donna.
Amore, tradimento, intrigo, amicizia. Di questo parla, in estrema sintesi, Le braci. E Marai ci mette tutta la maestria di cui è capace nel descrivere i sentimenti, per far immedesimare chi legge al punto da ritrovarsi in quella stessa stanza, ad ascoltare il monologo del padrone di casa, il sussurro dell'ospite che si accomiata, a fissare rapito le braci che rischiarano appena una notte particolarmente buia.
E' carico di suggestioni, Le braci, di pathos, di sentimenti, di curiosa attesa… per questo e per altri mille motivi è considerato un capolavoro della letteratura europea del Novecento.
Però non mi ha preso. Lo so, è incredibile e di certo è colpa mia, credo di non averlo letto al momento giusto… però è così, gli ho preferito di gran lunga La donna giusta, altro bellissimo libro di Marai che, a differenza di questo, mi avvinse da subito.
A voi, però, lo consiglio perché, al netto delle mie impressioni personali, è un'opera che merita ed alcuni passi, specie dopo la metà del libro, sarebbero da copiare ed incorniciare.

Opera recensita: "Le braci" di Sandor Marai
Editore: Adelphi, prima ed. originale 1949
Genere: letteratura europea
Ambientazione: Austria, Ungheria
Pagine: 125
Prezzo: 11,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 7.


mercoledì 12 giugno 2019

RECENSIONE: LEONARDO SCIASCIA - UNA STORIA SEMPLICE


Sinossi:
"Una storia semplice" è una storia complicatissima, un giallo siciliano, con sfondo di mafia e droga. Eppure mai - ed è un vero tour de force - l'autore si trova costretto a nominare sia l'una sia l'altra parola. Tutto comincia con una telefonata alla polizia, con un messaggio troncato, con un apparente suicidio. E subito, come se assistessimo alla crescita accelerata di un fiore, la storia si espande, si dilata, si aggroviglia, senza lasciarci neppure l'opportunità di riflettere. Davanti alla proliferazione dei fatti, non solo noi lettori ma anche l'unico personaggio che nel romanzo ricerca la verità, un brigadiere, siamo chiamati a far agire nel tempo minimo i nostri riflessi - un tempo che può ridursi, come in una memorabile scena del romanzo, a una frazione di secondo. È forse questo l'estremo azzardo concesso a chi vuole "ancora una volta scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia".

Commento:
C'è qualcosa, nella prosa degli autori siciliani – specialmente di gialli – che mi attrae in modo particolare; è qualcosa che riguarda lo stile, il modo tutto particolare di giocare, sottointendere, creare virtuosismi con le parole che mi strega e mi affascina immancabilmente. Ed anche questa volta, la mia prima con Sciascia, sono rimasta affascinata da questa maestria/malia.
Una storia semplice di Leonardo Sciascia è un libricino di sessantasei pagine che ritengo imprescindibile per chi ama il genere poliziesco, ma comunque imperdibile per chiunque. E', nella sua brevità, un libro sublime e geniale: l'autore riesce a parlare di tante cose senza mai nominarle; non solo mafia e droga come dice giustamente la sinossi, ma anche corruzione, collusione, delinquenza, ingiustizia, paradosso. La storia è semplice, sì, ma le implicazioni sono innumerevoli: un uomo, un diplomatico in pensione, telefona alla polizia alla vigilia di un giorno festivo per chiedere che qualcuno vada a casa sua perché ha da far vedere una cosa. Il brigadiere che risponde alla chiamata gli assicura che appena possibile qualcuno si recherà da lui. L'indomani lo zelante brigadiere si reca con due agenti a casa dell'uomo….. e lo trova morto. Nonostante le apparenze, il brigadiere capisce subito che non si tratta di suicidio, ma mai potrebbe sospettare le reali dinamiche della vicenda. Non sospetterà, infatti, fino al momento decisivo in cui la verità gli si rivelerà davanti con tutta la sua potenza e brutalità, costringendolo ad agire. Ed anche chi non voleva credergli, crederà.
Sublime, dicevo, questo libricino, soprattutto per lo stile superbo, per la virtù e l'arguzia dell'autore che trasforma quello che poteva essere un esercizio di bravura in qualcosa di impeccabile. Da leggere, assolutamente.

Opera recensita: "Una storia semplice" di Leonardo Sciascia
Editore: Adelphi, 1989
Genere: giallo, romanzo breve
Ambientazione: Sicilia
Pagine: 66
Prezzo: 9,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 10.


lunedì 3 giugno 2019

RECENSIONE: ARTHUR SCHNITZLER - DOPPIO SOGNO


Sinossi:
Un ballo in maschera, due misteriose figure in domino rosso, uno straniero insolente, qualche parola incomprensibile e allusiva: queste apparizioni gettano, una sera, «un’ombra di avventura, di libertà e di pericolo» nella vita di un medico e di sua moglie, giovani, belli e chiusi in un’ovattata felicità domestica. Da quel momento essi entrano, senza saperlo, in un intreccio speculare di peripezie notturne tanto inverosimili da sembrare oniriche e di sogni tanto invadenti da sembrare fatti reali: e, per tutti e due, i desideri segreti occuperanno la scena, per una notte, con una violenza e una fascinazione tali che li trascineranno inermi con sé, tra la voluttà e l’angoscia. Come in un film di von Stroheim, dalla Vienna borghese e tranquilla emergono inquietanti personaggi, le maschere dilagano, si aprono porte segrete, si svelano esseri equivoci, incombono giudici oscuri e feroci. Alla fine, un fascio di fredda luce clinica illuminerà il corpo bianco ed esanime di una sconosciuta, e in essa il protagonista riconoscerà «il cadavere pallido della notte passata, destinato irrevocabilmente alla decomposizione». Non senza, però, aver anche irrevocabilmente mutato la vita del giovane medico e della sua compagna.
Insieme al Ritorno di Casanova e alla Signorina Else, il Doppio sogno (1926), racconto chiaroveggente e immerso in un incanto surreale, è una delle riuscite supreme di Schnitzler, ormai sempre più spesso riconosciuto, in questi ultimi anni, come uno dei grandi narratori psicologici della letteratura moderna, per il sorprendente spessore e la temibile lucidità delle sue storie, che sembrano aver dato fin dall’inizio per sottintese le scoperte della psicoanalisi. 

Commento:
Allucinato, surreale, inquietante, questo racconto di Arthur Schnitzler unisce le atmosfere gotiche di matrice sette-ottocentesca a quelle oniriche di un moderno romanzo orientale. Realtà e sogno sono gli elementi chiave di questa storia, sempre in equilibrio precario, sempre sul punto di toccarsi e compenetrarsi come due corpi uniti nel desiderio. C'è, in queste pagine, una carica erotica fortissima perché insoddisfatta, un desiderio elettrico che, in alcuni punti del racconto, si trasforma nel brivido di un pericolo tangibile ed imminente. Ci sono, in questo romanzo breve ma intensissimo, tutti gli elementi su cui eminenti studiosi della mente si sono soffermati per decenni: il sogno, il suo rapporto con la realtà, la sua influenza della vita reale. Il dottor Fridolin e sua moglie Albertine, la sera successiva ad un ballo in maschera, ripercorrono dapprima inconsapevolmente e via via in modo sempre più allusivo e subdolo, le rispettive fantasie erotiche del passato. Nella coppia si insinua una diffidenza nuova, un qualcosa di inespresso, una tacita vendetta, un senso di ingiustizia e desiderio di rivalsa che i coniugi, fisicamente divisi per cause di forza maggiore, sviluppano e vivono in modi diversi ma ugualmente totalizzanti e sconvolgenti. Nell'arco di una giornata il loro rapporto di coppia sarà scosso da un trasporto psicologico anomalo che rischia, loro malgrado, di travolgerli e farli soccombere. Sarà la resistenza del sentimento reciproco di fiducia e tenerezza, a determinare il loro destino. Una lettura consigliata, da cui nel 99 è stato tratto il film Eyes wide shut per la regia di Stanley Kubrick.

Opera recensita: "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler
Editore: Adelphi, prima ed. originale 1926
Genere: romanzo breve
Ambientazione: Vienna, fine Ottocento
Pagine: 131
Prezzo: 9,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


domenica 23 dicembre 2018

RECENSIONE: GEORGES SIMENON - IL BORGOMASTRO DI FURNES


Sinossi:
Furnes è un borgo fiammingo dove, accanto alle opulente dimore in cui si perpetuano opachi rituali borghesi, cominciano ad apparire i primi segni di una modernizzazione strisciante. Domina sulla piccola città la figura di Joris Terlinck, il borgomastro, che tutti chiamano Baas e che di Furnes è effettivamente il padrone: un padrone autorevole, arrogante, inflessibile, temuto. Intorno a lui, un tessuto di sguardi, chiacchiere, delazioni, subdole manovre. E una ragazza nascosta, in condizioni abiette. Ma, una sera come tante altre, persino nel borgomastro, in questo imperturbabile monolite, si apre una crepa. Simenon ci mostra, fino alle estreme conseguenze, che cosa accade quando l’implacabile e sinistro ordine quotidiano si lacera all’improvviso facendo affiorare per un attimo l’illusione di un’altra possibile esistenza. Quando lesse questo romanzo (steso, secondo le parole dello stesso autore, «in un vero e proprio stato di allucinazione»), Gaston Gallimard, che non usava essere indulgente con i suoi autori, scrisse a Simenon: «È un libro notevolissimo. Uno dei suoi romanzi migliori. Glielo dico con entusiasmo, non solo per amicizia, da vero lettore disinteressato».
Il borgomastro di Furnes, scritto nell’autunno del 1938, apparve nel 1939.

Commento:
Joris Terlinck è un uomo tutto d'un pezzo. E' alto, autorevole, duro, inflessibile, egoista, cinico. E' il borgomastro (il sindaco) della piccola città di Furnes ed il padrone di una delle aziende più fiorenti, la fabbrica di sigari, qualifica che gli è valsa l'appellativo di Baas (padrone). E' rispettato e temuto, non amato da cittadini e collaboratori, poiché con la sua arroganza impone la sua autorità e il suo rigore a tutti, persino alla sua famiglia non così perfetta ed unita. Su di lui è incentrato questo libro, il primo che leggo di Simenon, che sembra volerci mostrare una sorta di eroe al contrario, non proprio un antieroe, ma un uomo con molti difetti, anche gravi, che eroicamente persegue ogni giorno, con la massima coerenza e il più stretto rigore, le sue idee di come dovrebbe andare il mondo. La figura di Joris Terlinck sembra essere un neanche troppo discreto elogio del non cambiamento, della stasi e della conservazione di cose, situazioni, dinamiche. Ma cosa succede quando, per una sua decisione dettata dal rigore, un uomo muore e una ragazza vede la sua vita stravolgersi radicalmente? La prospettiva non cambia, ma le certezze e l'equilibrio si incrinano pericolosamente.
Un libro, questo, davvero singolare ed inconsueto: non si comprende con chiarezza il messaggio che Simenon vuole lanciarci, ma si giunge alla fine facendosi comunque un'idea di fondo, maturando comunque delle riflessioni personali. Perciò ritengo che questo libro valga una lettura, possibilmente due per cercare di comprenderne il senso più profondo. Consigliato, non il solito romanzo.

Opera recensita: "Il borgomastro di Furnes" di Georges Simenon
Editore: Adelphi, prima ed. 1939
Genere: letteratura europea
Ambientazione: Belgio
Pagine: 227
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5


domenica 2 settembre 2018

RECENSIONE: MILAN KUNDERA - IL VALZER DEGLI ADDII


Sinossi:
In una cittadina termale dal fascino démodé, otto personaggi si stringono sull’onda di un valzer sempre più vorticoso: una graziosa infermiera; un ginecologo dai molti talenti; un ricco americano (insieme santo e dongiovanni); un trombettista famoso; un ex prigioniero politico, vittima delle purghe, e prossimo a lasciare il suo paese... Un «sogno di una notte di mezza estate». Un «vaudeville nero». Le domande più serie vengono poste con una leggerezza blasfema che ci fa capire come il mondo moderno ci abbia sottratto anche il diritto alla tragedia.
«C.S.: Lei non ha parlato quasi per nulla del Valzer degli addii.
M.K.: Eppure è il romanzo che in un certo senso mi è più caro. Come Amori ridicoli, l’ho scritto con più divertimento, con più piacere degli altri. In un altro stato d’animo. Anche molto più in fretta.
C.S.: Ha solo cinque parti.
M.K.: Si fonda su un archetipo formale del tutto diverso da quello degli altri miei romanzi. È assolutamente omogeneo, senza digressioni, composto di una sola materia, raccontato con lo stesso tempo, è molto teatrale, stilizzato, basato sulla forma del vaudeville. In Amori ridicoli, si può leggere il racconto Il simposio, il cui titolo è un’allusione parodistica al Simposio di Platone. Lunghe discussioni sull’amore. Ebbene, questo Simposio è composto in tutto e per tutto come Il valzer degli addii: vaudeville in cinque atti» (Milan Kundera, L’arte del romanzo).

Commento:
Libro scritto in modo volutamente semplice e quasi scarno, esteriormente privo della profondità e della complessità che caratterizzava "L'insostenibile leggerezza dell'essere", "Il valzer degli addii" è un libro singolare. Racchiude in sé molti rimandi ad altri autori ed opere, vi troviamo infatti qualcosa di Shakespeare, un chiaro riferimento a "Delitto e castigo" ed io ci ho intravisto anche qualcosa del "Processo" di kafchiana memoria. Tutto questo rende questo libro un'occasione preziosa di riflessione su vari temi, paternità e maternità, la loro accettazione e le implicazioni dei ragionamenti dei protagonisti; le considerazioni sfuggenti sull'amore e sulla sua potenza letale; l'apparente leggerezza con cui vengono prese certe decisioni; la potenza di un fraintendimento, l'omicidio e il suicidio… riflessioni nascoste tra le pieghe di un ragionamento apparentemente folle, nella cornice di una località termale che vede intrecciarsi storie e legami degni di un "Sogno d'una notte di mezza estate".
Un libro che mi è piaciuto, ma al quale darò volutamente un voto intermedio che mi darà la spinta per rileggerlo e rifletterci ancora. Kundera è sempre bravissimo ad instillare neanche tanto sottilmente spunti degni di nota su problemi e situazioni che quotidianamente potremmo ritrovare nella nostra vita, come se volesse incitarci a riflettere per essere pronti a prendere posizione, nell'eventualità che ce ne sia bisogno.


Opera recensita: "Il valzer degli addii" di Milan Kundera
Editore: Adelphi, prima ed. 1973
Genere: narrativa internazionale
Ambientazione: Repubblica Ceca
Pagine: 246
Prezzo: 11,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.


sabato 18 agosto 2018

RECENSIONE: WILLIAM FAULKNER - LUCE D'AGOSTO


Sinossi:
"Nella mia terra la luce ha una sua qualità particolarissima; fulgida, nitida, come se venisse non dall'oggi ma dall'età classica". Così William Faulkner spiegò il titolo del suo settimo romanzo, uscito nel 1932 e subito acclamato come uno dei suoi capolavori. Ed è tra i riverberi crudeli di quella luce implacabile che si consumano le vicende di una folta schiera di personaggi: una ragazza incinta, armata solo di "una riserva di paziente e tenace lealtà", che si avventura dall'Alabama al Mississippi alla ricerca del padre di suo figlio; un uomo solitario dallo strano nome, Joe Christmas, "con un'inclinazione arrogante e malevola sul viso immobile", che l'isteria razziale del Sud getta nell'abisso tormentoso del dubbio circa il proprio sangue; un reverendo presbiteriano ripudiato dalla sua Chiesa per l'antico scandalo della moglie adultera e suicida; e, circondati da neri invisibili, gli sceriffi, i taglialegna, i predicatori, le donne "dal volto di pietra", chi "definitivamente dannato", chi alla ricerca disperata di una chimerica catarsi.

Commento:
Faccio la conoscenza di questo importante autore della letteratura mondiale attraverso questo "Luce d'agosto", libro sicuramente particolare, contorto nella trama, ma scorrevole nello stile.
Sembra che, fin da subito, Faulkner giochi ad ingannarci, ad illuderci di aver capito come si svilupperà la storia: dapprima ferma l'attenzione sulla giovane, ingenua e forse spregiudicata Lena che parte dall'Alabama in cerca dell'uomo da cui presto avrà un bambino; subito dopo sembra volerci portare a concentrarci su Brown, lo sfaccendato che da poco è arrivato a portare scompiglio nella cittadina di Jefferson, effettivo centro dello svolgimento delle successive vicende; poi, ancora, si profonde nel lungo racconto della vita di Joe Christmas, l'uomo dalla pelle bianca e dal sangue e dall'anima nera… passando per altri personaggi, altre storie, altre vite. In realtà, però, la vera protagonista di questo romanzo è la società descritta da Faulkner, una società classista e per nulla tollerante, le cui vicende si svolgono certamente negli anni 30, ma sono facilmente astraibili ed adattabili a qualunque epoca. E così distogliamo lo sguardo dalle singole storie per allargare la vista all'insieme, al loro intreccio che finisce per creare un tessuto sociale per nulla incoraggiante che Faulkner ci descrive in tono realista, a tratti burbero, apparentemente spiccio, ma a ben vedere molto profondo.
Un libro che ho apprezzato, sebbene non sia sempre stato facilissimo da reggere per via di una certa stasi che subentra in alcuni punti. Tuttavia è una lettura che consiglio senza remore a chi, come me, abbia voglia di conoscere quest'autore o, comunque, di immergersi in un buon romanzo americano.

Opera recensita: "Luce d'agosto" di William Faulkner
Editore: Adelphi, prima ed. 1932
Genere: narrativa americana
Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 425 (ed. Adelphi 2007)
Prezzo: 24,00 € (Adelphi 2007)
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


lunedì 29 maggio 2017

RECENSIONE: AZAR NAFISI - LEGGERE LOLITA A TEHERAN


Sinossi:

Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto

cimentarsi nell'impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana

occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che

suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto

d'amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.

 

Commento:

Azar Nafisi è una professoressa di letteratura all’università di Teheran. Ama Nabokov, Jane Austen, Henry James, Francis Scott Fizgerald. Ma ciò che ama di più è confrontarsi liberamente con gli altri, parlare di letteratura con i suoi studenti, camminare a testa alta e senza imposizioni o proibizioni nella sua città. Ma purtroppo intorno a lei l’Iran vive un periodo di forte instabilità: la rivoluzione di Comeini ha prodotto nel Paese un forte passo indietro nei diritti civili e sociali, ha trasformato un Paese all’avanguardia per cultura ed emancipazione in un luogo malsicuro in cui le donne non sono libere di stringere la mano ad un uomo, in cui chi corre sulle scale dell’università viene segnalata all’autorità, in cui chi non porta il velo e non si adegua viene ostracizzata.

Nei seminari segreti che organizza a casa sua, nei quali discute di letteratura con le sue studentesse migliori, Azar Nafisi analizza i libri proibiti, quelli troppo occidentalizzati e quindi contrari all’Islam e alla rivoluzione, ed intanto si confronta con i problemi delle sue ragazze, con l’incertezza, le umiliazioni, l’ignoranza e la grettezza di molti uomini. E noi entriamo con lei in questo Paese così culturalmente ricco eppure tanto vessato dal fondamentalismo e dagli intrighi del potere. Il quadro che Azar Nafisi ci dipinge è forte, appassionato eppure obiettivo, perciò ci permette di avere un’idea, sebbene limitata nel tempo, della condizione della società e della cultura in Iran negli anni 90. E la riflessione sui fenomeni integralisti che viviamo oggi è d’obbligo: fare la rivoluzione non sempre vuol dire fare il bene del proprio popolo… e come si può far bene al proprio popolo se gli si nega la cultura?

La lettura di questo libro è stata per me fonte di riflessione, nonché di arricchimento culturale: oltre agli spunti sulla situazione iraniana, infatti, ho molto gradito i tanti riferimenti letterari ai classici che la professoressa Nafisi ama ed insegna ai suoi studenti: di certo approfitterò delle sue critiche letterarie per prendere spunto per prossime letture. L’unica pecca che devo attribuire, mio malgrado, a questo libro è la poca organicità storica: per chi sa poco della storia politica dell’Iran della fine del Novecento non è agevole inquadrare il periodo ed il succedersi di eventi e personaggi. Tuttavia il “problema” è superabile con una piccola ricerca in internet e con un’attenzione particolare durante la lettura. Lo consiglio, dunque, perché presenta uno spaccato di una cultura che conosciamo troppo poco e che può essere utile per non ripetere gli stessi errori.

 

Opera recensita: “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi

Editore: Adelphi, 2004

Genere: autobiografia, testimonianza

Ambientazione: Iran

Pagine: 379

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì.

 

domenica 22 gennaio 2017

RECENSIONE: IRENE NEMIROWSKY - SUITE FRANCESE


Sinossi:

Nei mesi che precedettero il suo arresto e la deportazione ad Auschwitz, Irène Némirovsky compose febbrilmente i primi due romanzi di una grande «sinfonia

in cinque movimenti» che doveva narrare, quasi in presa diretta, il destino di una nazione, la Francia, sotto l’occupazione nazista: Tempesta in giugno

(che racconta la fuga in massa dei parigini alla vigilia dell’arrivo dei tedeschi) e Dolce (il cui nucleo centrale è la passione, tanto più bruciante quanto

più soffocata, che lega una «sposa di guerra» a un ufficiale tedesco). La pubblicazione, a sessant’anni di distanza, di Suite francese, il volume che li

riunisce, è stata in Francia un vero evento letterario. Non è difficile capire perché: con Suite francese ci troviamo di fronte al grande «romanzo popolare»

nella sua accezione più nobile: un possente affresco, folto di personaggi memorabili, denso di storie avvincenti, dotato di un ritmo impeccabile, nel quale

vediamo intrecciarsi i destini di una moltitudine di individui travolti dalla Storia. Su tutti – il ricco banchiere e il giovane prete, la grande cocotte

e la contadina innamorata, lo scrittore vanesio e il ragazzo che vuole andare al fronte e scopre invece le gioie della carne fra le braccia generose di

una donna di facili costumi – Irène Némirovsky posa uno sguardo che è insieme lucidissimo e visionario, mostrandoci uno spettro variegato di possibilità

dell’uomo: il cinismo, la meschinità, la vigliaccheria, l’arroganza e la vanità, ma anche l’eroismo, l’amore e la pietà. «La cosa più importante, qui,

e la più interessante» scriveva la Némirovsky due giorni prima di essere arrestata «è che gli eventi storici, rivoluzionari, ecc. sono appena sfiorati,

mentre viene investigata la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che questa mette in scena».

 

Scritto fra il 1941 e il 1942 e pubblicato postumo, “suite francese” è un quadro a tinte decise e nette di quella che fu la situazione in Francia (e verosimilmente anche nelle altre zone occupate) durante la seconda guerra mondiale: l’occupazione tedesca in perenne avanzata e la fuga dei francesi verso sud, verso la zona libera, al di là della Loira. Il romanzo, stando ai piani dell’autrice, avrebbe dovuto comporsi di cinque parti, cinque “movimenti”, ma a noi ne sono arrivati solo due: “tempesta in giugno” che narra la fuga da Parigi di ricchi e poveri, banchieri e ballerine, scrittori e contadini; “Dolce” che racconta, invece, la convivenza tra francesi e tedeschi in un villaggio occupato, descrivendo con minuziosa precisione la quotidianità di tutti i suoi occupanti, siano essi nobili con la puzza sotto il naso, borghesi arroccati sulle loro posizioni d’odio e disprezzo per l’invasore, o giovani ufficiali tedeschi che, prima di essere soldati, erano uomini come gli altri.

Preziosi ed assolutamente illuminanti sono poi gli appunti contenuti nel diario della Nemirowsky e, fortunatamente, giunti fino a noi: grazie alle annotazioni intravediamo quale avrebbe potuto essere il prosieguo della storia, il pensiero dell’autrice ed abbiamo, ancora una volta, la prova della lucida freddezza con cui Irene Nemirowsky ragionava sugli eventi che descrive nel romanzo e che viveva in prima persona. Non bisogna dimenticare, infatti, che nonostante si fosse trasferita in Francia da molto tempo e non avesse mai manifestato simpatie per il popolo ebraico o per il bolscevismo, l’autrice era russa e di origine ebrea e per questo fu arrestata e deportata ad Aushwitz dove morì: proprio queste vicissitudini personali, infatti, le impedirono di terminare questa sua opera-capolavoro. Fra le pagine di questa suite possiamo notare la non comune capacità dell’autrice di descrivere con precise pennellate il quadro di vita quotidiana, familiare e sociale della Francia occupata. Sono pagine che fanno riflettere perché la Nemirowsky ci pone davanti a varie rappresentanze di umanità con tutti i loro pregi e difetti che, nostro malgrado, potremmo ritrovare senza sforzo anche ai giorni nostri: l’inadeguatezza, la falsità e l’arroganza di ricchi e borghesi nonché la loro carità cristiana fatta solo per mettersi in mostra e per tacitare la coscienza; la capacità dei contadini e dei poveri di cavarsela in ogni situazione perché da sempre hanno dovuto lottare per ottenere ciò che sarebbe spettato loro; la presenza di gente senza scrupoli, capace anche di imbrogliare e danneggiare il prossimo per il proprio tornaconto e, specularmente, le immancabili persone di cuore grazie alle quali tante vite si sono salvate.

Suite francese è un libro intensissimo che suscita ad ogni pagina un coacervo di riflessioni sulla società e sul comportamento umano; è, fondamentalmente, basato sulle contrapposizioni, come afferma la stessa autrice nei suoi appunti: la contrapposizione tra le classi sociali e il loro modo di agire; la contrapposizione tra ciò che sarebbe giusto perché conforme ad una presunta morale e ciò che invece è giusto perché dettato dai sentimenti; ciò che è ragionevole e ciò che non lo è… Suite francese è l’umanità che è costretta a guardarsi allo specchio attraverso le parole di una donna dalla mente visionaria e lucidissima, osservatrice e pittrice oculata del mondo che la circonda, donna coraggiosa che noi abbiamo perso troppo presto proprio a causa delle brutture che lei stessa cercava di raccontarci.

Non oso pensare a cosa sarebbe stato questo romanzo se Irene Nemirowsky avesse avuto il tempo di completarlo. Già così, con solo due parti su cinque, è una lettura imprescindibile per chiunque sia interessato non solo all’argomento “seconda guerra mondiale”, ma a tentare di capire l’animo umano attraverso una riflessione personale e profonda. Personalmente, non posso che consigliare questa lettura a tutti… leggerò altro di quest’autrice che mi ha molto sorpreso piacevolmente, questo è sicuro.

 
Opera recensita: “Suite francese” di Irene Nemirowsky

Editore: Adelphi, 2005

Genere: letteratura francese

Ambientazione: Francia, 1941

Pagine: 415

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì.

 

venerdì 21 ottobre 2016

VLADIMIR NABOKOV: LOLITA


E’ difficile recensire i classici, ma lo è ancor di più quando si tratta di un romanzo così controverso com’è “Lolita” e sul quale è stato detto di tutto e di più. La mia, perciò, non è una recensione, ma un’esortazione a leggere questo (a parer mio e di molti altri) capolavoro.

La storia narrata da Nabokov in questo libro sarà certamente nota ai più, tuttavia, per completezza, dirò che si tratta dell’amore perverso del professor Humbert Humbert per Lolita, ossia Dolores Haigts, una “ninfetta” di dodici anni, di molti anni più giovane di lui. Qualcuno, in modo sin troppo sbrigativo ed avventato, liquida questa storia come un “semplice” affair di pedofilia: non sono d’accordo, sebbene sia innegabile che Humbert è un pedofilo. “Lolita” narra del controverso, ma altrettanto innegabile fascino suscitato da un giovane e (per la maggior parte dei casi) indifeso corpo femminile esercita sull’uomo adulto e, altresì, l’arte tutta femminile della seduzione che, in forma di gioco, talvolta può diventare sfida e malizioso, astuto opportunismo.

Tralasciamo qui qualunque giudizio morale che meriterebbe una riflessione approfondita ed una discussione ampia ed articolata che tenga conto del periodo storico, delle implicazioni psicologiche e patologiche dei personaggi. Parliamo invece del romanzo, della finzione letteraria ordita da Nabokov: che dire? Trama, in fin dei conti, semplice, arricchita da minuziose descrizioni di luoghi e sensazioni; stile impeccabile, prosa coinvolgente e fluida, nonostante il linguaggio spesso desueto (parliamo comunque di un romanzo scritto più di cinquant’anni fa); l’introspezione tipica degli scrittori russi è presente, ma invece che appesantire il romanzo, gli conferisce quell’aura scintillante di non detto, che sta giusto dietro alle apparenze ed è, forse, ciò che ha permesso a questo romanzo di far parlare di sé anche dopo tanto tempo. Pregevole, poi, la capacità di Nabokov di farci parteggiare, senza alcun dubbio, per il “colpevole”, per quel Humbert, povero e dannato Humbert, sedotto e provocato dalla demoniaca ninfetta. Questo risultato è raggiunto non solo attraverso una spiccata antipatia della bella e tutt’altro che spaurita fanciulla, ma anche attraverso il tono confidenziale ed accorato con cui lo stesso Humbert si rivolge direttamente al lettore: non dimentichiamo che queste memorie sono state scritte dal professor Humbert nei due mesi di prigionia in attesa del giudizio per un delitto da lui commesso. E’ lo stesso protagonista, come afferma nelle ultime righe, a consegnare la sua storia al lettore perché Lolita, la sua Lolita, viva nella coscienza delle generazioni future.

Non so se sono riuscita a convincere gli ultimi indecisi, ma penso che questo libro debba essere letto ed analizzato, discusso ed anche criticato per molti anni ancora. Stupendo!

 

lunedì 10 ottobre 2016

RECENSIONE: MILAN KUNDERA - L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE


Sinossi:

Protetto da un titolo enigmatico, che si imprime nella memoria come una frase musicale, questo romanzo obbedisce fedelmente al precetto di Hermann Broch: «Scoprire ciò che solo un romanzo permette di scoprire». Questa scoperta romanzesca non si limita all’evocazione di alcuni personaggi e delle loro complicate storie d’amore, anche se qui Tomáš, Teresa, Sabina, Franz esistono per noi subito, dopo pochi tocchi, con una concretezza irriducibile e quasi dolorosa. Dare vita a un personaggio significa per Kundera «andare sino in fondo a certe situazioni, a certi motivi, magari a certe parole, che sono la materia stessa di cui è fatto». Entra allora in scena un ulteriore personaggio: l’autore. Il suo volto è in ombra, al centro del quadrilatero amoroso formato dai protagonisti del romanzo: e quei quattro vertici cambiano continuamente le loro posizioni intorno a lui, allontanati e riuniti dal caso e dalle persecuzioni della storia, oscillanti fra un libertinismo freddo e quella specie di compassione che è «la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia, delle emozioni». All’interno di quel quadrilatero si intreccia una molteplicità di fili: un filo è un dettaglio fisiologico, un altro è una questione metafisica, un filo è un atroce aneddoto storico, un filo è un’immagine. Tutto è variazione, incessante esplorazione del possibile. Con diderotiana leggerezza, Kundera riesce a schiudere, dietro i singoli fatti, altrettante domande penetranti e le compone poi come voci polifoniche, fino a darci una vertigine che ci riconduce alla nostra esperienza costante e muta. Ritroviamo così certe cose che hanno invaso la nostra vita e tendono a passare innominate dalla letteratura, schiacciata dal loro peso: la trasformazione del mondo intero in una immensa «trappola», la cancellazione dell’esistenza come in quelle fotografie ritoccate dove i sovietici fanno sparire le facce dei personaggi caduti in disgrazia. Esercitato da lungo tempo a percepire nella «Grande Marcia» verso l’avvenire la più beffarda delle illusioni, Kundera ha saputo mantenere intatto il pathos di ciò che, intessuto di innumerevoli ritorni come ogni amore torturante, è pronto però ad apparire un’unica volta e a sparire, quasi non fosse mai esistito.

 

Questo libro era nella mia wishlist da molto, molto tempo ed ora che l’ho finalmente terminato non so come cominciare la mia recensione: le cose da dire sarebbero tante, ma ho paura di cadere nel banale e dire meno di quanto vorrei.

Tanto per cominciare siamo a Praga, in quella che oggi conosciamo come Repubblica Ceca, ma che al tempo della storia era ancora la Boemia. L’occupazione sovietica è un’ombra pressante per le strade della città e nelle vite dei suoi abitanti. Microfoni e cineprese registrano le loro conversazioni che vengono ascoltate dalla polizia segreta e talvolta trasmesse in radio. E’ in questo clima di terrore appena velato che nasce e cresce la storia di Tomàs e Teresa, colonna portante di questo romanzo così particolare.

E’ dall’incontro di queste due anime che, con tono dapprima distaccato e via via sempre più partecipe, Kundera comincia il suo racconto crudelmente concreto.

Lei è una ragazza di umili origini, costretta in una casa ed in una famiglia asfissianti, dove il concetto di privacy è sconosciuto; lui è un chirurgo importante e stimato da tutti, un uomo che ha paura di legarsi ad una donna, che ama fare l’amore, ma non dormire con qualcuno, un traditore inguaribile ed impenitente. Ma stranamente con Teresa c’è qualcosa di diverso, di più profondo, può dormire con lei, può farci l’amore, può anche vivere la sua vita al suo fianco. E poi c’è Sabina, bella, irriverente ed anaffettiva. E Franz, il sognatore Franz che combatte le sue battaglie rischiando anche la vita in nome di un sentimento ormai solo idealizzato. E Karenin, il fedele cane di Teresa e Tomàs, con i suoi rituali e la sua presenza costante e silenziosa. Sono loro i principali protagonisti di questa storia e l’autore è quello che definiremmo un narratore onnisciente che racconta fatti, pensieri, sensazioni dei protagonisti come se vedesse dentro la loro mente. Ma infondo le vicende di questi uomini e donne sono funzionali per raccontarci ciò che è sullo sfondo, l’occupazione, la coartazione del pensiero, il rovesciamento delle vite e delle relazioni. Ciò che Kundera, in fin dei conti, racconta è l’eterna lotta tra l’anima e il corpo, tra volontà e opportunità, tra ciò che si pensa e ciò che si deve dire o fare.

E lo fa con sorprendente distacco alternato a grande partecipazione emotiva, con una prosa chiara, nonostante i molti richiami filosofici e letterari utili a spiegare ancor meglio i concetti espressi, se mai ce ne fosse bisogno.

Ed ora le considerazioni personali. Mi è piaciuto questo libro? Sì, indubbiamente sì. Non è un romanzo facile, sia per lo stile non sempre immediato, sia per la forza dei concetti trattati, ma vale di certo la pena leggerlo. Mi sento di dare piena ragione a chi annovera questo libro tra i classici e gli hever green: credo che tutti dovrebbero leggerlo almeno una volta nella vita e fermarsi a riflettere sui numerosi spunti che ci regala. Consigliato dunque? Sì, assolutamente sì.

 

Opera recensita: “l’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera

Editore: Adelphi, 1984

Genere: narrativa internazionale

Ambientazione: Boemia (Repubblica Ceca)

Pagine: 318

Prezzo: 22 €

Consigliato: sì.

Consigli correlati: il film omonimo tratto dal romanzo.

 

martedì 19 luglio 2016

RECENSIONE: PATRICK MCGRATH - FOLLIA


Sinossi:

Le storie d'amore contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni". Inghilterra, 1959. Dall'interno di un tetro manicomio criminale vittoriano uno psichiatra comincia a esporre, con apparente distacco, il caso clinico più perturbante che abbia incontrato nella sua carriera - la passione letale fra Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra dell'ospedale, e Edgar Stark, un artista detenuto per un uxoricidio particolarmente efferato. È una vicenda cupa e tormentosa, che fin dalle prime righe esercita su di noi una malìa talmente forte da risultare quasi incomprensibile - finché lentamente non ne emergono le ragioni nascoste.

 

Il tema della follia è stato affrontato da svariati punti di vista sia nella letteratura che nelle arti visive o nel cinema; il libro di cui vi parlo oggi lo tratta dal punto di vista dell’ossessione sessuale morbosa.

Siamo in Inghilterra nel 1959. In un manicomio vittoriano poco distante da Londra è rinchiuso Edgar, un uomo che ha ucciso la moglie deturpandone il corpo. Prima di essere rinchiuso nell’istituto, Edgar era un artista, uno scultore ed è proprio grazie a questa sua particolarità che entra in contatto con Stella Raphael, la bella moglie del vicedirettore dell’ospedale, che trascorre le sue giornate sola ed insoddisfatta del suo ruolo, vagando per l’orto che Edgar sta risistemando. Non appena l’uomo, consapevole del proprio fascino, si rende conto di suscitare l’attrazione di Stella, architetta un piano che gli permetta dapprima di rabbonire il marito psichiatra, poi a dirittura di evadere. Stella non si accorge del secondo fine di Edgar e cade nella trappola: si innamora di lui di un amore imprudente, spregiudicato ed irrinunciabile. Da qui comincerà per lei una discesa inesorabile verso il baratro: gradualmente Stella perderà tutto, la famiglia, il rispetto degli altri ed infine la ragione.

La lenta ed angosciante distruzione della vita di Stella ci viene raccontata posteriori da Peter, l’anziano psichiatra che ha in cura Edgar e che è da tempo amico di Stella: sarà lui a curarla quando, dopo mesi di crescente disagio, Stella toccherà il fondo e sarà ricoverata nello stesso ospedale dove aveva conosciuto Edgar.

L’analisi clinica di Peter è minuziosa, il racconto viene riportato fedelmente, con molti dettagli che consentono di imaginare visivamente la scena e di immedesimarsi nei pensieri dei protagonisti. Il narratore non ci risparmia neppure le sue considerazioni a margine del racconto che contribuiscono a riportare chi legge ad un accenno di obiettività, scongiurando il rischio di perdersi nel delirio dei comportamenti e dei pensieri insani dei personaggi.

Ciò che mi ha colpito maggiormente durante la lettura è stata la capacità di McGrath di entrare contemporaneamente nella mente malata di Stella ed Edgar analizzandone con sorprendente lucidità il fluire dei pensieri e contemporaneamente di vestire i panni dello psichiatra-narratore che affronta il racconto senza dare mai giudizi morali. Peter è, in particolare, il mio personaggio preferito, la chiave di volta di tutto il romanzo, a dispetto delle apparenze: a lettura terminata, infatti, mi ritrovo a riflettere sul suo modus operandi, sulle ripercussioni personali che la storia ha avuto su di lui e sul grado di obiettività da lui effettivamente tenuto durante la cura di Stella e la narrazione.

Va sottolineata, ad ogni modo, la straordinaria maestria dimostrata dall’autore nello scandagliare gli animi di tutti e i coinvolti e nel descriverli così chiaramente. Al di là della trama, che in effetti non brilla per originalità, ciò che realmente mi ha colpita è proprio la struttura e lo stile del romanzo. Un’avvertenza: come potrete immaginare in questo romanzo non si respira un’aria gioiosa e calda. Si percepisce, nel grigiore suscitato dai toni e dalle ambientazioni, un senso di ineluttabilità che fa chiaramente presagire situazioni di pieno disagio ed eventi funesti. Quando vi appresterete a leggerlo, perciò, saprete cosa aspettarvi, ma credo che questa sia una caratteristica comune alla maggior parte dei romanzi psicologici.

Mi sento di consigliare questo libro? Sì… perché l’animo umano non smette mai di stupirci: sembra imprevedibile, eppure ha dei meccanismi precisi che, a ben guardare, sono simili per ognuno di noi… solo che non ne siamo coscenti finchè non ci capita di sfiorare da vicino certe situazioni difficili.

 

Opera recensita: “Follia” di Patrick McGrath

Editore: Adelphi, 1998

Genere: romanzo psicologico

Ambientazione: Inghilterra, 1959

Pagine: 294

Consigliato: sì.

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