simposio lettori copertina

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Visualizzazione post con etichetta Fandango libri. Mostra tutti i post
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giovedì 6 agosto 2020

RECENSIONE: LEONARDO PALMISANO - CHI TROPPO VUOLE (MAZZACANI 03)

Sinossi:

In una baraccopoli di immigrati vicino a Foggia viene scoperta una fossa comune con cinque corpi sepolti parecchi anni prima, una testa in decomposizione (quella di un mafioso della Sacra Corona Unita, Gianni Palano) e il cadavere ancora caldo di Paula, una prostituta rumena, a cui il killer ha intagliato una stella sulla fronte accanto al foro di entrata del proiettile, quasi volesse lasciare una firma. Nelle ore successive, a Bari viene ucciso il candidato alla carica di governatore regionale Marcellino Danza, foggiano, erede di un impero politico insieme a sua sorella, la baronessa Danza. Teresa Buonamica, capo della Direzione Regionale Antimafia di Puglia, apre un’indagine nel tentativo di svelare il complicato rebus che lega tutti quei morti. Quando Mazzacani viene tirato in causa, non dirà tutto quello che sa, ovvero di aver riconosciuto nell’intaglio a stella la mano di chi ha messo fine alla Banda dei Santi, la formazione di banditi non affiliati alla Sacra Corona Unita di cui era a capo. Comincerà così, con il secondo Luigi Mascione sempre al fianco, la sua personale caccia all’uomo in cerca di vendetta. Come un cerchio del passato che si chiude, il terzo caso del bandito Mazzacani racconta gli intrighi politici, gli interessi economici e le strategie criminali che brillano nel sole del Tavoliere.

 

 

Commento:

In Puglia il clima è caldo: ci sono le elezioni regionali, serve l'appoggio di tutti, anche di quei personaggi di cui di solito non si vorrebbe sbandierare l'amicizia. Poi si sa, certi personaggi amano il comando, se ci sono intrighi e manovre poco chiare loro ci sguazzano, conoscono tutti, possono essere utili. Di solito, questi soggetti però sono suscettibili, hanno un prezzo alto, bisogna tenerseli buoni, farseli amici. Così, quando un candidato governatore viene ucciso, è inevitabile chiedersi a chi abbia pestato i piedi, con chi fosse in combutta, chi voleva fargli del male. E si palesa l'urgenza di serrare i ranghi, trovare un altro candidato forte, sponsorizzarlo, muovere fili, sentire amici, stringere accordi… E nel frattempo, alle porte di Foggia, un incendio ad alcune baracche ha portato alla luce una fossa con alcuni cadaveri, uno dei quali, recente, appartiene ad una prostituta rumena, e una testa mozzata che decisamente non avrebbe dovuto essere lì: è riconducibile alle cosche sacriste del brindisino, in particolare alla faida ai vertici tra De Guido e Senese. Ma cosa c'entra Zi Nino De Guido che peraltro è in carcere a Lecce e Oronzo Senese qui, nel Gargano? Che ruolo ha il Tricheco – il boss di Manfredonia - e soprattutto il dottor Brenna, il faccendiere della Ndrangheta in tutta questa storia? E soprattutto, perché qualcuno cerca di tirare in mezzo anche Carlo Mazzacani e Luigi Mascione? Queste le domande che, da fronti diversi, si pongono la procuratrice della DRAP Teresa Buonamica e il suo fido agente Carlucci, Miriam del Re, una giornalista sveglia e intraprendente, e non ultimo lo stesso Mazzacani, lui che in mezzo alle diatribe dei sacristi proprio non ci vuole stare. A forza di indagare, cercare tra le righe, seguire tracce, ciascuno troverà le sue risposte, anche se per qualcuno il prezzo da pagare sarà molto, molto alto. E intanto si delinea un quadro complesso, un equilibrio labilissimo che può saltare in aria da un momento all'altro, basta una pallottola all'uomo sbagliato, una parola di troppo, uno sgarbo anche minimo e la bomba sarà innescata. Ma se non si cede all'impulsività, se si sa aspettare e si agisce nel modo e nei tempi giusti, tutto troverà il suo posto, arriveranno le risposte e, per chi la cerca, anche la vendetta.

Chi troppo vuole è la terza indagine tutta speciale del bandito Mazzacani e del suo secondo, il gigante Luigi Mascione, due che non bisogna cercare di fregare, due che non bisogna provare a tirare in mezzo perché loro hanno la loro etica, i loro obiettivi e soprattutto sanno usare il cervello e, a modo loro, pure il cuore. In una Puglia bellissima, martoriata e più viva che mai, il confine tra giustizia e legge, tra verità e interesse è sempre più labile. Nessuno è perfetto, ma ciascuno, a suo modo, fa il meglio che può per onorare il suo personale concetto di giustizia: lo fa la Buonamica, supponente e competente come pochi; lo fa Carlucci, seppur con lo sguardo velato dai suoi preconcetti; lo fanno Mazzacani e Mascione con cui, sebbene uccidano, sparino, brighino come gli altri, è impossibile non empatizzare. Un altro capitolo di una saga appassionante che, dietro la fiction, racconta problemi, situazioni, dinamiche estremamente concrete e reali in una terra ben lontana dall'essere solo una vetrina per turisti. Consiglio certamente Chi troppo vuole, ma a chi ne fosse incuriosito consiglio di leggere prima i precedenti due volumi, Tutto torna e Nessuno uccide la morte.

 

Opera recensita: "Chi troppo vuole. Mazzacani trova la sua vendetta" di Leonardo Palmisano

Editore: Fandango, 2020

Genere: thriller, seriale

Ambientazione: Puglia        

Pagine: 256

Prezzo: 17,00 €

Co    nsigliato: sì

                Voto personale: 8,5.

 

    

lunedì 4 maggio 2020

RECENSIONE: NAWAL AL-SA'DAWI - MEMORIE DI UNA DONNA MEDICO


Sinossi:
Figura faro della letteratura egiziana, nata nel 1931 in un piccolo villaggio sul delta del Nilo, Nawal al-Sa‘dawi ha la mente affilata come una spada. E con quest’arma, l’arma dell’intelligenza e della scrittura, ha combattuto fin dall’infanzia una battaglia contro l’emarginazione sociale, contro il sistema politico, contro il pensiero retrogrado e contro le indicibili violenze perpetrate contro le donne. Nel suo Memorie di una donna medico, pubblicato nel 1958 e tradotto in America alla fine degli anni Ottanta, si chiede: “Perché da piccola ero triste all’idea di non poter volare come le colombe e non sopportavo quelle perdite di sangue che sporcavano le donne ogni trenta giorni?”. Così cominciò prestissimo la sua lotta contro gli ingranaggi che le stavano divorando i primi anni di vita: dal non poter fare i giochi dei maschi al dover indossare un abito bianco per un forzato fidanzamento… che Nawal al-Sa‘dawi rifiuta con forza. Fugge via! Fugge dall’autorità paterna e materna, dai vincoli famigliari, dagli affetti che possono rivelarsi una prigione, si taglia i capelli cortissimi, si chiude nel suo mondo di libri e di solitudine, si laurea brillantemente in medicina e diventa un medico di successo. Bellissime le pagine che descrivono il suo contatto con la malattia e con la morte, che tocca con mano eseguendo autopsie, che tocca con l’anima compartecipando alla sofferenza altrui. Con sguardo costantemente critico Nawal al-Sa‘dawi ci conduce nella sua straordinaria biografia, che è quella di una donna dolce e forte, compatta e lacerata a un tempo, fino al momento in cui anche per lei, così apparentemente cinica e distante, arriverà l’amore. Tuttora considerata una delle opere fondamentali del pensiero femminista arabo, Memorie di una donna medico affronta temi e questioni che sono ancora pericolosamente attuali.

Commento:
Ho aperto questo libro senza sapere assolutamente cosa aspettarmi: non conoscevo la trama, non sapevo nulla dell'autrice (mea maxima culpa), avevo letto qualche frammento qua e là quando uscì la traduzione italiana ormai quasi un anno fa. Poi oggi avevo voglia di un libro breve che parlasse di donne, così l'ho ripescato dal mio iPad delle meraviglie ed aprendolo mi sono imbattuta in questo incipit:
" Sono entrata in conflitto con la mia femminilità molto presto, prima ancora di diventare una donna, prima ancora di scoprire qualcosa su di me, sul mio sesso e sulle mie origini; quando ancora non conoscevo il nome della cavità che mi aveva contenuta prima che fossi espulsa in questo immenso mondo. Allora sapevo soltanto che ero una bambina, come mia madre ripeteva tutto il santo giorno. E la parola “bambina” per me significava una sola cosa: che non ero un bambino, non ero come mio fratello". Inutile dire che non mi sono più staccata dalle pagine: la storia di Nawal – sì, perché questa è un'autobiografia – mi ha conquistata, avvinta, stregata. Ma più della sua forza, della sicurezza, della capacità di mettersi in discussione e di continuare a cercare la propria personalissima dimensione senza arrendersi, ciò che mi ha letteralmente soggiogata è il suo modo di scrivere. Lo so, questa è – sebbene ottima – pur sempre una traduzione, ma l'energia che sgorga da queste pagine, di più, da queste parole è qualcosa che trascende la lingua, è una scossa elettrica in grado di smuovere qualunque animo dormiente o intorpidito. Viene voglia, leggendo la vita e le battaglie personali, familiari, sociali, sentimentali di Nawal, di intraprendere le proprie. Viene voglia di muoversi, di fare, di riappropriarsi della propria vita, di esercitare la potenza della propria volontà, esattamente come fa lei. Sin da bambina, Nawal ha lottato contro la repressione della personalità, contro la considerazione della donna come essere diverso dall'uomo, succube, remissiva, una pupa da venerare e poi usare per il matrimonio e la procreazione. Ha lottato, Nawal, con l'intelligenza, la caparbietà, la bravura, la professionalità ed è diventata un medico di successo. Non le è bastato, ha voluto continuare a cercare, a cercarsi dentro e laffuori, nel mondo; ha continuato instancabilmente a voler saziare la fame di desiderio, femminilità sopita, amore, equilibrio, serenità che le ardeva dentro, finché non ci è riuscita. Anche lei ha trovato l'oasi e nel farlo ha fatto venire voglia a tutte noi di cercarla. Un libro scritto nel 1958 che non smette, per molti versi, di essere attuale, e non importa che l'autrice sia egiziana: molti dei soprusi da lei raccontati - sebbene in modo diverso – vengono ancora subiti da molte donne di oggi. Consigliare questo libro per me è un obbligo, per voi leggerlo sarà un regalo a voi stessi.


Opera recensita: "Memorie di una donna medico" di Nawal Saadawi
Editore: Fandango, ed. originale 1958, ed. italiana 2019
Genere: autobiografia
Ambientazione: Egitto
Pagine: 106
Prezzo: 14,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 10.


mercoledì 15 aprile 2020

RECENSIONE: ERICA MOU - NEL MARE C'è LA SETE


Sinossi:
Maria e Nicola sono una coppia rodata, lui pilota di aerei, cuoco e genero perfetto (per quanto esprima la sua ansia in dolori notturni che gli stringono il corpo), lei un po’ meno perfetta, una di quelle donne che in borsa non trovano mai nulla e che, soprattutto, molti anni prima ha ucciso Estate, sua sorella. La famiglia di origine si è strutturata intorno a questo lutto, il padre ha smesso di andare in ufficio, la madre si è sforzata di avere rapporti con lei, la figlia rimasta. Dopo aver passato anni a vivacchiare senza uno scopo, dopo il classico periodo a Londra, Maria ha messo su un eccentrico negozio: i clienti vanno da lei perché pensi e compri per loro regali importanti per persone che lo sono altrettanto. Il suo lavoro consiste nel confezionare l’amore e l’affetto con un bel fiocco, per chi non ha il tempo di farlo. La vita di Maria però, sempre in bilico, un giorno si incrina definitivamente: in ventiquattro ore, il tempo di quattro pasti, ha un negozio che non vuole, un compagno che non riesce a lasciare, e una scoperta che la porterà a riconsiderare tutto ciò che la circonda. In un romanzo che lega un tono leggero a una sconcertante franchezza, Erica Mou demolisce la retorica zuccherosa delle relazioni d’amore e racconta come dietro ogni coppia perfetta possa nascondersi un doppio fondo inaspettato.

Commento:
Per quanto si tergiversi, per quanto lo si ritardi, arriva sempre… arriva per tutti, il giorno prima della Decisione, di quella scelta che imprimerà una nuova, definitiva direzione alla nostra vita. È lo squarcio del velo di nebbia, è l'esplosione della bolla protettiva, di apparente impenetrabilità, dentro cui ci siamo trincerati per sopravvivere. È il giorno che precede, segna il passo e propizia la scossa tellurica che in superficie appare leggera, impercettibile, ma che dentro stravolge, sconvolge, fa sì che i fondali marini diventino montagne.
Maria, la giovane donna protagonista di queste pagine, ci conduce attraverso lo squarcio, ce ne mostra i detriti, si sofferma sulle cause originarie andando indietro, indietro, indietro, ma fissa anche lo sguardo su quelle cose che sono lì in bilico e che, alla prima avvisaglia di assestamento della terra, potrebbero infrangersi al suolo senza poi troppo fragore. Così, attraverso gli occhi disillusi e saturi di Maria guardiamo la cortesia artefatta e troppo perfetta del compagno Nicola, la superficie scivolosa delle conversazioni con sua madre Anna, il vuoto cosmico del padre, Giuseppe, che si è ritirato in se stesso, preda della sua trincea di dolore. Dolore il cui peso, il cui blocco di marmo, si è posato inesorabilmente sullo stomaco di una Maria piccola, una bimba di tanti anni fa, quando sua sorella Estate moriva. L'assassinio di questa bambina è uno spettro ingombrante, è una sacca d'aria compressa destinata ad espandersi, che ci accompagna per tutto lo scorrere delle pagine così come ha accompagnato l'intera vita di Maria, fino ad oggi, fino al momento in cui guarda il calendario del telefono e legge:"17:00: dottore", fino al momento in cui finalmente Maria dovrà fare i conti con questo dolore. Prima di andare a quell'appuntamento, Maria avrà il tempo di fare i conti con molte altre cose, l'amore, l'amicizia, gli affetti, il suo negozio di amore confezionato per pigri e insicuri, la stabilità, le aspettative degli altri… A noi non resta che nuotare accanto a Maria in ciò che resta di questa bolla liquida che attutisce i suoni, gli odori, i contatti , seguire le sue parole apparentemente lievi come onde che sembrano lambine la roccia e in realtà la corrodono passaggio dopo passaggio… non possiamo far altro che riflettere sulla sua, ma anche sulla nostra vita, modellata, levigata, corrosa giorno dopo giorno dai compromessi e dalle rinunce cui cediamo spazio per continuare, in qualche modo, a sopravvivere.

Opera recensita: "Nel mare c'è la sete" di Erica Mou
Editore: Fandango, 2020
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Bari
Pagine: 221
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8
Colonna sonora: Sibylle Baier.


venerdì 27 marzo 2020

RECENSIONE: ELSA DORLIN - DIFENDERSI. UNA FILOSOFIA DELLA VIOLENZA


Sinossi:
Nel 1685, il Codice Nero proibiva “agli schiavi di trasportare qualsiasi arma offensiva o grossi bastoni” pena la frusta. Nel diciannovesimo secolo, in Algeria, lo stato coloniale proibiva le armi agli indigeni, dando ai coloni il diritto di armarsi. Ancora oggi, nonostante gli insegnamenti della storia, alcune vite contano così poco che si può sparare alle spalle di un adolescente sostenendo che fosse aggressivo, armato e minaccioso. Una linea di demarcazione storica oppone i corpi “degni di essere difesi” da coloro che, disarmati o resi indifendibili, rimangono esposti alla violenza del potere dominante. Questo “disarmo” organizzato dei subordinati e degli oppressi a beneficio di una minoranza con il diritto permanente di possesso e uso impunito delle armi, pone direttamente la questione dell’uso della violenza per la difesa di ogni movimento di liberazione. Dalle suffragette ju-jitsu alle pratiche di insurrezione del ghetto di Varsavia e le Black Panther, passando per le brigate queer e i movimenti di resistenza contemporanei, Elsa Dorlin, filosofa a mani nude, traccia in quest’opera una storia costellare dell’autodifesa. Itinerario che non attinge agli esempi più esplicativi ma ricerca una memoria delle lotte nella quale i corpi dei dominati costituiscono l’archivio principale, lavorando a una vera e propria genealogia marziale del sé.

Commento:
Cominciando a leggere questo libro, ammetto di aver pensato: "No, oddio, stavolta ho sbagliato la scelta, questo non è un romanzo, è un saggio, non so se mi piacerà, forse non è il suo momento".
A lettura conclusa posso dire che sì, è un saggio ed anche parecchio impegnativo; sì, forse mi aspettavo qualcosa di più romanzato; sì, mi è piaciuto. È il suo momento? Dipende: io forse non l'ho affrontato con la giusta concentrazione, ma d'altra parte quale miglior momento se non questo per parlare di necessità di difendersi, di lottare per il proprio diritto di difesa? Quale migliore congiunzione astrale di questa per spingerci a riflettere su ciò che davvero significa difendersi, lottare, condurre battaglie? E chi, poi, ha il diritto di difendersi da cosa? È forse questa la domanda centrale del saggio di Elsa Dorlin, filosofa e professoressa di filosofia all'Università di Parigi: chi può realmente difendersi? Ci verrebbe, istintivamente, da esclamare: "Tutti!". Ma è davvero così? È sempre stato così? Decisamente no. E se pensiamo a cos'hanno dovuto escogitare, in passato, certe categorie di persone per difendersi, davvero potremmo ritrovarci a sorprenderci, perché a volte l'autodifesa è l'unica alternativa per non soccombere. E così troviamo schiavi, donne, popoli oppressi che devono giocoforza armarsi contro il predominio, contro il potere dominante. Questi sono solo alcuni aspetti analizzati nella sottile e sorprendente ricostruzione psicologica di Elsa Dorlin che in quest'ottimo saggio molto ben documentato, affronta il concetto di Difesa da molti punti di vista, in molte declinazioni, inclusa quella storica, filosofica, psicologica, militare, sociale e sociologica. Volete approfondire? Non dovete far altro che fare uno sforzo, alzarvi dal divano – lo stesso da qui tutti ogni giorno ci lamentiamo spesso immotivatamente per ciò che vorremmo e non possiamo fare –, prendere questo saggio e leggere, leggere, leggere.

Opera recensita: "Difendersi. Una filosofia della violenza" di Elsa Dorlin
Editore: Fandango libri, 2020
Genere: saggio
Prezzo: 20,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7
Colonna sonora sperimentata: Tool.


giovedì 16 gennaio 2020

RECENSIONE: STEFANO MASSINI - EICHMANN. DOVE INIZIA LA NOTTE


Sinossi:
Nel 1960 viene arrestato in Argentina Adolf Eichmann, il gerarca nazista responsabile di aver pianificato, strutturato e dunque reso possibile lo sterminio di milioni di ebrei. Dai verbali degli interrogatori a Gerusalemme, dagli atti del processo, dalla storiografia tedesca ed ebraica oltre che dai saggi di Hannah Arendt, Stefano Massini trae questo dialogo di feroce, inaudita potenza. Il testo è un atto unico, un’intervista della stessa Arendt a colui che più di tutti incarna la traduzione della violenza in calcolo, in disegno, in schema effettivo. In un lucidissimo riavvolgere il nastro, Eichmann ricostruisce tutti i passaggi della sua travolgente carriera, dagli albori nella piccola borghesia travolta dalla crisi fino all’ebbrezza del potere, con Hitler e Himmler raccontati come mai prima, fra psicosi e dolori addominali, in un tripudio di scuderie, teatri e salotti. Da una promozione all’altra, in un crescendo di poltrone, prestigio e denaro, si compone lentamente il quadro della Soluzione Finale, qui descritta nel suo aspetto più elementare di immane macchina organizzativa: come si sperimentò il gas? Quando fu deciso (e comunicato) l’inizio dello sterminio? Come si gestiva in concreto l’orrore di Auschwitz? Ed ecco prendere forma, passo dopo passo, una prospettiva spiazzante: Eichmann non è affatto un mostro, bensì un uomo spaventosamente normale, privo di alcun talento se non quello di trarsi d’impaccio, capace di stupire più per la bassezza che per il genio. Incalzato dalle domande della filosofa tedesca, egli si rivela il ritratto squallidissimo dell’arrivismo, della finzione, del più bieco interesse personale, ma niente di più. È mai possibile che l’uomo più temuto da milioni di deportati, il cui solo nome incuteva terrore, fosse un essere così vicino all’uomo medio? Contraddittorio, superficiale, perfino goffo, Eichmann assomiglia a noi più di quanto si possa immaginare. Ma è proprio qui, in fondo, che prende forma il male: nella più comune e insospettabile piccolezza umana.

Commento:
Ce lo siamo chiesto tutti, ascoltando le testimonianze dei sopravvissuti, leggendo libri, guardando film e documentari… come si generò la Soluzione finale? Cosa portò, negli anni della Seconda guerra mondiale, Hitler e i suoi sodali a sterminare milioni di ebrei, zingari, omosessuali, disabili, oppositori? Ce lo chiediamo davanti a ogni guerra, discriminazione, manifestazione di odio, intolleranza, barbarie: dove, come, quando, perché, da chi comincia il male? Il dialogo-intervista che Stefano Massini inscena in queste pagine può essere un buon punto da cui partire nel rispondere a questi interrogativi. A fronteggiarsi sono, in un botta e risposta immaginario, ma plausibilissimo, la filosofa Hannah Arendt e il… - funzionario? Gerarca? Aguzzino? Impiegatucolo? – nazista Adolf Eichmann. Scopriamo, in queste pagine, il ritratto di un uomo che, ben lungi dall'icona di genialità e potenza che vorrebbe ispirare, è profondamente, meschinamente, spaventosamente umano: sì, perché il male mostra qui, nelle parole di quest'uomo, nelle ragioni che lo muovevano, tutta la sua più profonda ed evidente banalità. E forse avremmo preferito che Eichmann fosse un genio del male, un uomo malvagio, mosso dall'odio raziale, avremmo forse preferito vedere in lui un signore oscuro perfino più simile al suo Fuhrer, invece di ritrovarci davanti quest'omuncolo coi complessi di inferiorità. Un uomo che finge di essere ciò che non è, un uomo che orchestra e pianifica una macchina burocratica complessa e funzionale, uno che firma il verbale per introdurre il gas… per cosa? Per l'ansia di essere qualcuno, di ricevere approvazione, di non essere come suo padre. Fa rabbia leggere le sue parole, però serve. Serve a non agire come lui, a non voltarsi dall'altra parte, a non distogliere lo sguardo, a guardare in faccia l'origine del male che spesso è molto più vicina, molto più alla portata di quel che crediamo.
Dai verbali dei processi, dai documenti, dai saggi della Arendt, Stefano Massini con la sua prosa sincopata e d'effetto, crea un'opera d'impatto fortissimo, quasi una pièce teatrale, un dibattito a scena aperta, un processo ex post, implacabile e serrato come può essere la voce della coscienza, la voce di un Dio – semmai Eichmann ne adorasse uno – dinanzi al quale confessare i propri peccati, mettere a nudo le proprie meschinità. Un libro da leggere e rileggere, per non dimenticare mai che il male è molto più banale, molto più umano di quanto ci sembri.

Opera recensita: "Eichmann. Dove inizia la notte" di Stefano Massini
Editore: Fandango, 2020
Genere:
Pagine: 114
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


sabato 6 luglio 2019

RECENSIONE: PINAR SELEK - LONTANO DA CASA


Sinossi:
Lontano da casa narra il dolore dell’esilio involontario e, al di là, la speranza e il coraggio di una donna libera che fa sue le parole di Virginia Woolf: “Come donna, non ho paese. Come donna il mio paese è il mondo intero”. Pinar Selek si è esercitata sin dall’infanzia a respingere le pareti degli spazi, reali o immaginari, nei quali ha vissuto. Tinto da mille sfumature poetiche il suo racconto esplora le tensioni tra la nostalgia per il passato e l’attrazione per l’altrove. Evoca la familiarità rassicurante della lingua e delle cose con le quali si è cresciuti, l’audacia che spinge ad avventurarsi sempre più lontano, e lo sgomento di fronte all’ignoto, dopo lo strappo brutale dagli esseri e dai luoghi. La bellezza degli incontri, anche, e il piacere di tessere legami nei margini immensi che si prendono gioco delle frontiere. “Se mi domandano come sto, rispondo che resisto, che ho imparato a giocare con questi venti che all’inizio mi hanno depistata. Ma che non posso avviarmi verso il luogo di cui parlo, il paese che mi manca.” Vittima di un processo senza fine, che è in sé una forma di tortura, ancora oggi Pinar Selek rischia una condanna all’ergastolo.

Commento:
Non saprei spiegare quale forza, attrazione, richiamo mi abbia spinta verso questo libro. Da tempo subisco il fascino della Turchia – Paese così misterioso, controverso e ingannevole – ed ovviamente mi interessa la complessa situazione politica aggravatasi negli ultimi anni. Ammetto, però, che non conoscevo assolutamente Pinar Selek. Chi è? E' una donna forte, tenace, che ha saputo rialzarsi e resistere alle continue vessazioni di chi l'ha allontanata dal suo Paese, dalla sua famiglia, dalla sua amata casa. Da sempre militante ed attivista politica, sociologa e scrittrice, nel 1998 Pinar Selek è stata accusata ingiustamente di aver messo una bomba nel mercato delle spezie causando un'esplosione che invece fu accidentale. Da allora è cominciato un lungo processo che sembra non avere mai fine. Per piegarla, per spegnere la sua voce non sono bastate, però, la prigione, le angherie, le minacce anche a famigliari, amici ed avvocati, le continue assoluzioni e i continui ricorsi. Lontana dal suo Paese che cambia inesorabilmente senza di lei, rifugiata politica in Francia, Pinar Selek non smette di parlare, di raccontare la Turchia, la sua bellezza ma anche i soprusi, le rivolte, la ribellione di chi non ci sta a farsi sottomettere. Lo fa con i suoi libri, le interviste, i collettivi di sostegno dei quali fanno parte persone comuni, intellettuali, scrittori di tutto il mondo, anche turchi. Lontano da casa è la sua ultima fatica, come sempre pubblicata in Italia da Fandango, e racchiude un suo scritto potente ed appassionato nel quale si sofferma sul significato profondo del termine "casa", sull'esperienza politica e sulle difficoltà di adattarsi all'esilio: per resistervi Pinar ha fatto sue le parole di Virginia Woolf, "Come donna, non ho paese. Come donna, il mio paese è il mondo intero". Nel libro vi sono anche una lettera di Pinar e alcuni cenni biografici utili a capire – almeno in parte – cos'è stata la sua vita fino ad oggi.
Una lettura breve, ma intensissima che trasmette tutta la forza di chi lotta per ciò in cui crede, anche rischiando la vita e la libertà. Davvero consigliato.

Opera recensita: "Lontano da casa" di Pinar Selek
Editore: Fandango libri, 2019
Genere: autobiografico, testimonianza
Ambientazione: Turchia-mondo
Pagine: 72
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.