simposio lettori copertina

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sabato 5 dicembre 2020

RECENSIONE: PIERNICOLA SILVIS - STORIA DI UNA FIGLIA

Sinossi:

Verona, 2001. Anna, ventinove anni, è una ragazza ingenua, ricca e viziata dall'adorato padre, un facoltoso imprenditore. Dopo la laurea in medicina Anna vuole specializzarsi in chirurgia plastica per aprire uno studio estetico, sposarsi e avere una famiglia. Quando però un ictus colpisce il padre e un misterioso amico gli fa visita, Anna inizia un'indagine sul passato in guerra del padre. Le tracce la conducono nell'Italia del 1944, nel pieno della furia omicida delle SS in fuga, quando le truppe scelte di Hitler trucidarono per vendetta almeno quindicimila civili. Una storia che oggi pochi conoscono, come pochi sanno che alle SS tedesche si uní un famigerato battaglione di SS italiane, di cui dopo la guerra si è cercato di far perdere la memoria. Al termine di questo drammatico percorso, Anna ritrova la sua vera anima. Così, finalmente libera da quel passato terribile che le scorre nel sangue, torna a Colle Sant'Agnese, il paesino toscano in cui i nazisti fucilarono oltre quattrocento persone fra donne, vecchi e bambini. Una storia nera, drammatica e poco chiara e che parla ancora al presente, chiedendo giustizia.

 

Commento:

La storia che Piernicola Silvis racconta in questo romanzo è storia che riguarda tutti: va oltre la fiction narrativa, approfondisce fatti reali, è storia d'Italia. Lo scopre a sue spese la giovane dottoressa Anna Sartori che fino a quel momento aveva visto i fatti della seconda guerra mondiale come lontani da sé, confinati nei libri di storia o in qualche bel film in bianco e nero. Poi accade una cosa tutto sommato comune, sebbene dolorosa: suo padre ha un ictus e un uomo, che dice di essere un suo amico, viene in ospedale a fargli visita. L'uomo ha un accento tedesco, infatti dice di essere austriaco e di aver conosciuto il padre di Anna durante la guerra. Istintivamente diffidente verso l'uomo, Anna riflette sul fatto che il padre fosse reticente sull'argomento "guerra" e che né lei né il fratello Massimo sanno molto del suo passato. Provata dalla malattia del padre e dal momento difficile con il fidanzato, Anna dorme male, ha incubi e strane visioni di guerra, uniformi e urla. Approfondisce questi incubi a livello clinico e così facendo scoperchia, senza volerlo, un vaso di Pandora che le cambierà la vita. Ciò che scoprirà cambierà per sempre la percezione che Anna ha di se stessa, della sua famiglia e della sua storia. Un romanzo intenso che con pazienza e perizia ricostruisce uno spaccato di storia italiana difficile da ignorare, tanto meno da digerire. C'era qualcosa che, per molte pagine, non mi convinceva e mi rendeva difficile la lettura, probabilmente un qualcosa di naìf nella prosa dell'autore, nel modo di Anna di raccontare, di formulare le frasi. Man mano che la storia proseguiva, però, ho notato che questo malessere si attenuava fino a sparire completamente a fine romanzo: ho quindi compreso che si trattava di un espediente – a mio parere, riuscito – dell'autore per portarci al di là della storia, per raccontarci, attraverso il linguaggio, lo stato d'animo di Anna, dapprima confuso, ingenuo, stressato, poi via via sempre più consapevole, deciso e lucido. A chi leggendo riscontrasse le mie stesse sensazioni, perciò, consiglio di proseguire, di andare avanti nella lettura. È il primo romanzo che leggo di Piernicola Silvis e penso che leggerò anche i suoi romanzi precedenti. Questo, intanto, lo consiglio.

 

Opera recensita: "Storia di una figlia" di Piernicola Silvis

Editore: Sem libri, 2020

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Veneto

Pagine: 336

Prezzo: 19,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

          

venerdì 17 luglio 2020

RECENSIONE: HANS FALLADA - OGNUNO MUORE SOLO


Sinossi:
"Ognuno muore solo" (uscito nel 1947) è una rielaborazione letteraria dell'inchiesta della Gestapo che portò alla decapitazione due coniugi berlinesi di mezz'età. Una spietata caccia all'uomo, con tanto di bandierine sulle carte, guidata da investigatori tanto tecnicamente capaci quanto irrazionalmente mossi da un fanatismo assurdamente sproporzionato agli scopi. E probabilmente le ragioni dell'oblio e della riscoperta stanno appunto nel fatto che è un romanzo sulla resistenza. Un romanzo sulla resistenza e sulla disperazione. Contrastante, quindi, con il luogo comune di un Hitler che non conobbe oppositori tra la gente ordinaria, unita nella colpa collettiva. Fallada racconta di poveri eroi. Anna e Otto Quangel, lui caporeparto lei casalinga, come tutti i loro pari soli e addormentati e poco prima ancora abbagliati dal Fiihrer, conoscono un risveglio dopo la notizia della morte del figlio al fronte, e cominciano a riempire alcuni caseggiati della loro Berlino con cartoline vergate in modo incerto di appelli ingenui di ribellione. Lo fanno per comportarsi con decenza fino alla fine, ben sapendo che morranno e sicuri che nel vicino incontreranno più facilmente il delatore. L'autore li illumina, scorgendo in loro una specie di coscienza della nazione, rappresentata dai tanti volti intorno, espressioni di un popolo spaccato in due, chi opprime e chi è sepolto nella sua paura.

Commento:
Ognuno muore solo non è solo un romanzo molto bello e profondo. Ognuno muore solo è un romanzo importante, perché è l'espressione della resistenza interna, della coscienza e della disobbedienza civile, quel senso di giustizia che si oppone alla violenza con la protesta tacita, ma inarrestabile.
Una mattina del 1940, una mattina uguale alle altre, in un anonimo condominio di Berlino, la postina Eva Cluge porta una lettera. È una lettera scritta a macchina e questo – lei lo sa – non è buon segno: la famiglia cui è destinata apprenderà presto della morte di qualcuno che è al fronte. Poco dopo, in un appartamento di quel medesimo condominio, l'avaro, burbero, retto capo officina Otto Quangel porgerà la lettera alla moglie, la tranquilla signora Anna, che apprendendo della morte dell'unico figlio, non scoppierà in pianti disperati, non cederà all'ira o al dolore scomposto: dirà solo poche frasi, una delle quali rivolta al marito. "Tu e il tuo Fuhrer!". Ebbene, sentirsi rivolgere quell'accusa dalla moglie è, per Otto Quangel, uno smacco, un'ingiustizia intollerabile: lui non è iscritto al partito, vuole assolutamente tenersi lontano dalla politica, il più lontano possibile. E lo sa anche lui che il figlio non voleva andare in guerra, lo sa pure lui che avrebbe preferito perdere una mano piuttosto che andare al fronte, ma è arrivata la convocazione ed ha dovuto andare. E comunque, qualunque cosa abbia deciso Otto Quangel, l'ha decisa insieme alla moglie, perciò proprio non ci sta che lei definisca Hitler il "suo Fuhrer". Non ci sta, Otto Quangel, che proprio lui che non vuol saperne niente di politica, debba perdere suo figlio, ucciso in una guerra che lui non ha voluto, ma che il Fuhrer ha voluto. Pian piano si instilla in Otto la necessità di fare qualcosa, di non restare indifferente come prima… perché suo figlio è morto, l'ha ucciso il Fuhrer, e più niente è uguale a prima. Ma Otto e Anna Quangel non sono persone potenti né violente, la loro sarà un'azione pacifica, che aprirà gli occhi alla gente, che agiterà le menti obnubilate dal fanatismo nazista. Un sabotaggio silenzioso di chi si oppone, come può, con tenacia, ad un regime. Scrivere cartoline e distribuirle per tutta la città. Questa sarà la lotta pervicace e silenziosa dei Quangel, di quegli operai umili e consapevoli del loro ruolo in società, eppure profondamente consci di dover, in qualche modo, contribuire alla lotta. L'effetto delle cartoline, però, non sarà esattamente quello sperato da Quangel.
Sin dal primo rigo di questo romanzo, con una maestria non comune, Hans Fallada ci introduce in una casa, in un condominio, un quartiere, una città di rara vividezza; egli dipinge per noi personaggi così realistici da essere perfetti nella loro imperfezione, meschinità, bontà d'animo, credulità, furbizia, ingordigia, crudeltà… sono rappresentati, qui, tutti i sentimenti umani, dal più alto al più infimo. Ognuno muore solo è un atto di resistenza interna perché scritto da un tedesco fra i tedeschi, con personaggi tedeschi che si oppongono al regime tedesco. Gli ebrei, i comunisti, tutti i perseguitati dal nazismo hanno qui un ruolo importante, ma comunque marginale, paritario nella loro comprimarietà. Qui va in scena lo spettacolo della grettezza, crudeltà, abiezione di pochi, calato nell'ordinarietà di un Paese in guerra. Se è accaduto ciò che è accaduto, la responsabilità è di tutti, nessuno escluso: è di chi non ha impedito, non ha denunciato, si è reso delatore, si è approfittato, ha marciato, si è voltato dall'altra parte, non ha capito, ascoltato, visto, non ha voluto farlo. Nessuno escluso.
Capita spesso, quando si parla dell'Olocausto, di chiedersi cosa sapessero o facessero i tedeschi. Ecco una risposta. Un libro meraviglioso, da leggere assolutamente.




Opera Recensita: "Ognuno muore solo" di Hans Fallada
Editore: vari (Einaudi, Sellerio), ed. originale 1947
Genere: letteratura tedesca
Ambientazione: Germania
Pagine: 590 (ed. Einaudi)
Consigliato: sì
Voto personale: 10

domenica 26 aprile 2020

RECENSIONE: CAMILLA LACKBERG - IL BAMBINO SEGRETO


Sinossi:
L'estate sta per finire a Fjällbacka, la cittadina sulla costa occidentale della Svezia lentamente si svuota della folla di turisti, e per Erica è arrivato il momento di affrontare una scoperta inquietante: nella soffitta di casa, in un baule dove la madre Elsy conservava i suoi oggetti più cari, ha trovato alcuni diari e una medaglia dell'epoca nazista avvolta in una camicina da neonato macchiata di sangue. Pur spaventata dal rischio di rivelazioni che forse sarebbe meglio continuare a ignorare, decide finalmente di interpellare uno storico esperto della seconda guerra mondiale, da cui ottiene però solo risposte molto vaghe. Due giorni dopo, il vecchio professore viene assassinato. Mentre Patrik cerca maldestramente di conciliare il suo congedo di paternità con il desiderio di partecipare alle indagini, Erica s'immerge nelle pagine del diario di Elsy e nel drammatico passato di cui raccontano, cercando di capire chi è ancora disposto a tutto pur di mantenere il segreto su eventi tanto lontani.

Commento:
Qualcosa si muove in questa serie interessante, ma i cui libri finora sembravano uguali a se stessi. Finalmente c'è qualche apprezzabile novità: in primis la scena alla stazione di polizia non è monopolizzata dallo stacanovista Patrik, relegato ad un ruolo di secondo piano perché in congedo parentale; Erica si riappropria della scena familiare, lavorativa e rimette finalmente in moto le sue abilità da detective, tanto più che il caso di cui si occupa la polizia ha attinenza diretta con scoperte sconcertanti che va facendo sulla vita e sulla giovinezza di sua madre. Alla stazione, poi, conosciamo Paula, una intelligente poliziotta che introduce, oltre ad un elemento di novità che riequilibra i rapporti nel gruppo, occasioni per trattare argomenti importanti come l'omosessualità, la maternità di due donne e l'immigrazione. Grazie a lei – anche se indirettamente – anche l'immagine del commissario Melberg viene riabilitata. Grande importanza ha, in questo libro, il tema del nazismo, della seconda guerra mondiale, delle organizzazioni neonaziste in Svezia e del fatto che attecchiscono sui giovani in modo preoccupante. Un mix interessante, insomma, che fornisce più di un motivo per proseguire nella lettura della serie e dà nuova linfa a qualcosa che rischiava di attorcigliarsi su se stesso.

Opera recensita: "Il bambino segreto" di Camilla Lackberg
Editore: Marsilio, 2013
Genere: giallo, seriale
Ambientazione: Svezia
Pagine: 526
Prezzo: 19,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


giovedì 16 gennaio 2020

RECENSIONE: DAVID FOENKINOS - CHARLOTTE


Sinossi:
Per puro caso, David Foenkinos scopre l'opera di Charlotte Salomon. Una mattina qualunque, ad Amsterdam. Le sue tele sono una folgorazione. La sintonia è subito precisa, spontanea: la strana sensazione di conoscere già qualcuno che si sta scoprendo. È l'inizio di un'ossessione. Charlotte Salomon diventa la sua stessa scrittura, la sola storia che è necessario scrivere. Partendo dall'inizio, dall'infanzia a Berlino e dalle tragedie familiari che sembrano ripetersi come un ritornello malvagio e fatale nella vita della giovane pittrice, ma attraversando anche gli artisti e l'euforia portata nelle stanze di casa dal talento musicale della seconda, adorata moglie di suo padre. E poi di colpo, irresistibile, la scoperta della pittura, durante un viaggio in Italia sotto le prime ombre del nazismo. La nascita prorompente di una vocazione che non l'abbandonerà più, così grandiosa da farla ammettere, unica studentessa ebrea, all'Accademia delle Belle Arti, dove l'eccezionalità del suo talento sembra per un breve momento avere la meglio sulle leggi razziali. E poi l'amore, la passione assoluta per l'uomo che per primo sa vedere la straordinarietà della sua pittura e la incoraggia al punto tale da costringerla a lasciarlo, a fuggire in Francia per cercare la salvezza Charlotte deve vivere, deve creare. Devi dipingere, Charlotte. Dipingere per non impazzire. Ma è troppo tardi, la guerra incombe da tutte le parti.

Commento:
Una lettura breve, ma intensissima, questo Charlotte dello scrittore francese David Foenkinos: un libro scritto con una prosa sciorinata in forma di poesia, ma incisiva, diretta, didascalica ed efficace. Con frasi che sembrano scorrere via come immagini in sequenza, Foenkinos racconta la vita della pittrice tedesca Charlotte Salomon, vissuta a Berlino, poi fuggita in Francia fino a morire per mano dei nazisti nel 1943, a ventisei anni, al quinto mese di gravidanza.
La vita di Charlotte non è stata facile: una madre morta suicida – come molti membri della sua famiglia – e un padre che, per sopportare il dolore, annega nel lavoro; una matrigna buona, attenta, ma a sua volta oppressa dall'impossibilità di esibirsi per le leggi razziali (era una celebre cantante), un amore acerbo che costituirà la sua nemesi fin quasi alla morte. Charlotte trova finalmente salvezza, sfogo, modo di esprimere ciò che ha dentro attraverso la pittura: è così brava che viene ammessa, unica ebrea in quegli anni, all'Accademia di pittura di Berlino. La pittura sarà la sua unica compagna anche nei momenti più bui, più difficili, quelli del distacco, della prigionia, dell'isolamento. Sarà con la pittura che Charlotte riuscirà a raccontare la sua vita. E tanti anni dopo, come è accaduto a tanti, lo scrittore David Foenkinos viene letteralmente folgorato dalle opere di Charlotte che non conosceva, ma di cui si innamora al punto che Charlotte diventa la sua ossessione. In questo libro, ispirato all'opera Vita o teatro della stessa pittrice, Foenkinos ci racconta la storia di questa ragazza fragile, eppure testardamente, pervicacemente attaccata alla vita mentre intorno a lei c'era solo morte.

Opera recensita: "Charlotte" di David Foenkinos
Editore: Mondadori, 2015
Genere: narrativa straniera, romanzo storico, biografia
Ambientazione: Germania-Francia
Pagine: 200
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


RECENSIONE: STEFANO MASSINI - EICHMANN. DOVE INIZIA LA NOTTE


Sinossi:
Nel 1960 viene arrestato in Argentina Adolf Eichmann, il gerarca nazista responsabile di aver pianificato, strutturato e dunque reso possibile lo sterminio di milioni di ebrei. Dai verbali degli interrogatori a Gerusalemme, dagli atti del processo, dalla storiografia tedesca ed ebraica oltre che dai saggi di Hannah Arendt, Stefano Massini trae questo dialogo di feroce, inaudita potenza. Il testo è un atto unico, un’intervista della stessa Arendt a colui che più di tutti incarna la traduzione della violenza in calcolo, in disegno, in schema effettivo. In un lucidissimo riavvolgere il nastro, Eichmann ricostruisce tutti i passaggi della sua travolgente carriera, dagli albori nella piccola borghesia travolta dalla crisi fino all’ebbrezza del potere, con Hitler e Himmler raccontati come mai prima, fra psicosi e dolori addominali, in un tripudio di scuderie, teatri e salotti. Da una promozione all’altra, in un crescendo di poltrone, prestigio e denaro, si compone lentamente il quadro della Soluzione Finale, qui descritta nel suo aspetto più elementare di immane macchina organizzativa: come si sperimentò il gas? Quando fu deciso (e comunicato) l’inizio dello sterminio? Come si gestiva in concreto l’orrore di Auschwitz? Ed ecco prendere forma, passo dopo passo, una prospettiva spiazzante: Eichmann non è affatto un mostro, bensì un uomo spaventosamente normale, privo di alcun talento se non quello di trarsi d’impaccio, capace di stupire più per la bassezza che per il genio. Incalzato dalle domande della filosofa tedesca, egli si rivela il ritratto squallidissimo dell’arrivismo, della finzione, del più bieco interesse personale, ma niente di più. È mai possibile che l’uomo più temuto da milioni di deportati, il cui solo nome incuteva terrore, fosse un essere così vicino all’uomo medio? Contraddittorio, superficiale, perfino goffo, Eichmann assomiglia a noi più di quanto si possa immaginare. Ma è proprio qui, in fondo, che prende forma il male: nella più comune e insospettabile piccolezza umana.

Commento:
Ce lo siamo chiesto tutti, ascoltando le testimonianze dei sopravvissuti, leggendo libri, guardando film e documentari… come si generò la Soluzione finale? Cosa portò, negli anni della Seconda guerra mondiale, Hitler e i suoi sodali a sterminare milioni di ebrei, zingari, omosessuali, disabili, oppositori? Ce lo chiediamo davanti a ogni guerra, discriminazione, manifestazione di odio, intolleranza, barbarie: dove, come, quando, perché, da chi comincia il male? Il dialogo-intervista che Stefano Massini inscena in queste pagine può essere un buon punto da cui partire nel rispondere a questi interrogativi. A fronteggiarsi sono, in un botta e risposta immaginario, ma plausibilissimo, la filosofa Hannah Arendt e il… - funzionario? Gerarca? Aguzzino? Impiegatucolo? – nazista Adolf Eichmann. Scopriamo, in queste pagine, il ritratto di un uomo che, ben lungi dall'icona di genialità e potenza che vorrebbe ispirare, è profondamente, meschinamente, spaventosamente umano: sì, perché il male mostra qui, nelle parole di quest'uomo, nelle ragioni che lo muovevano, tutta la sua più profonda ed evidente banalità. E forse avremmo preferito che Eichmann fosse un genio del male, un uomo malvagio, mosso dall'odio raziale, avremmo forse preferito vedere in lui un signore oscuro perfino più simile al suo Fuhrer, invece di ritrovarci davanti quest'omuncolo coi complessi di inferiorità. Un uomo che finge di essere ciò che non è, un uomo che orchestra e pianifica una macchina burocratica complessa e funzionale, uno che firma il verbale per introdurre il gas… per cosa? Per l'ansia di essere qualcuno, di ricevere approvazione, di non essere come suo padre. Fa rabbia leggere le sue parole, però serve. Serve a non agire come lui, a non voltarsi dall'altra parte, a non distogliere lo sguardo, a guardare in faccia l'origine del male che spesso è molto più vicina, molto più alla portata di quel che crediamo.
Dai verbali dei processi, dai documenti, dai saggi della Arendt, Stefano Massini con la sua prosa sincopata e d'effetto, crea un'opera d'impatto fortissimo, quasi una pièce teatrale, un dibattito a scena aperta, un processo ex post, implacabile e serrato come può essere la voce della coscienza, la voce di un Dio – semmai Eichmann ne adorasse uno – dinanzi al quale confessare i propri peccati, mettere a nudo le proprie meschinità. Un libro da leggere e rileggere, per non dimenticare mai che il male è molto più banale, molto più umano di quanto ci sembri.

Opera recensita: "Eichmann. Dove inizia la notte" di Stefano Massini
Editore: Fandango, 2020
Genere:
Pagine: 114
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


mercoledì 26 dicembre 2018

RECENSIONE: JEFFERY DEAVER - IL GIARDINO DELLE BELVE


Sinossi:
New York, 1936. L'America e il mondo intero guardano con apprensione l'inarrestabile ascesa di Hitler. A Paul Schumann, killer di origine tedesca, è stato catturato dall'FBI e gli viene fatta una strana proposta: le autorità federali gli offrono l'immunità per i suoi crimini in cambio dell'omicidio di Reinhard Ernst, uomo di fiducia del Führer. Paul ha quarantotto ore per individuare il suo obiettivo, eliminarlo, e intanto difendersi dall'apparato di sicurezza nazista. Intanto a Berlino, il detective Willy Khol lavora per fermare la scia di sangue che Schumann si lascia alle spalle.

Commento:
Quando uno scrittore di thriller può davvero definirsi "bravo"? A mio parere quando scrive un romanzo accurato, dettagliato, appassionante riuscendo ad adattare la sua scrittura al contesto in cui si svolge la vicenda; quando riesce ad essere pressocché perfetto, ma anche solo credibile, in un contesto diverso da quello che tratta abitualmente; quando riesce a far parteggiare il lettore per il "cattivo", senza fargli detestare il "buono". Stando a questi personalissimi parametri di giudizio, non posso che affermare che Jeffery Deaver non è solo bravo: è magnificamente geniale.
"Il giardino delle belve" è un appassionante thriller storico ambientato fra l'America e la Germania nazista poco prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale. Paul Schumann è un sicario tedesco-americano che viene assoldato dal Bureau per uccidere un alto papavero del Reich, il colonnello responsabile del riarmo, un essere tanto intelligente quanto spregevole. Sulla sua strada, però, Schumann incontrerà di tutto: SS, SA, giovani della gioventù hitleriana, traditori che credeva collaboratori, poliziotti molto zelanti come l'ispettore Khol, un bravissimo membro della Cripo che a sua volta si rivelerà una vittima del sistema. E incontrerà anche degli amici, come Kate e Otto… e dovrà improvvisare, mantenere il suo cuore di ghiaccio, fare delle scelte talvolta vitali. Tutto questo in un Paese in continua, rapida evoluzione, in cui la malattia più grave sembra essere la cecità mentale. Un thriller davvero ben scritto, a tratti un po' lento, ma questa lentezza invece che demotivare fa pregustare le scene di tensione narrativa.
Come al solito Deaver rivela la sua maestria nel sorprendere, dosare la tensione, colpire con uno stravolgimento: nei suoi romanzi nulla e nessuno è mai ciò che sembra; i buoni non sono mai completamente buoni, i cattivi mai troppo cattivi e comunque tutti sono dotati di un grado di intelligenza ed astuzia invidiabili che non permettono mai all'attenzione di calare. Un altro romanzo che vale la pena leggere… Deaver colpisce ancora!


Opera recensita: "Il giardino delle belve" di Jeffery Deaver
Editore: Rizzoli, 2008
Genere: thriller storico
Ambientazione: New York-Berlino, 1936
Pagine: 485
Prezzo: 10,90 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


mercoledì 12 dicembre 2018

RECENSIONE: STEFAN ZWEIG - NOVELLA DEGLI SCACCHI


Sinossi:
Stefan Zweig scrisse "Novella degli scacchi" nel 1941, pochi mesi prima di suicidarsi, insieme con la seconda moglie, nella città brasiliana di Petropolis, il 22 febbraio 1942. La notizia della sua morte fu soffocata da quelle provenienti dai fronti di guerra e così anche la sua ultima, disperata protesta, non fu che un flebile grido, quasi inudibile nel frastuono di quegli anni. Nella "Novella degli scacchi" lo stato d'animo di abbandono, di infinita stanchezza, di rinuncia alla lotta, è prefigurato nella sconfitta di colui che rappresenta la sensibilità, l'intelligenza, la cultura per opera di un semianalfabeta, ottuso uomo-robot. E, a rendere ancora più crudele la disfatta dello spirito, Zweig scelse come terreno dello scontro una scacchiera. Prefazione di Daniele Del Giudice.

Commento:
"Novella degli scacchi" è un breve racconto nel quale, con la metafora neanche troppo velata della partita a scacchi, Stefan Zweig vuole raffigurare e mostrarci la decadenza e l'inesorabile declino del mondo. Se il "gioco" degli scacchi – che non è un gioco, ma la sublimazione dell'intelligenza, l'arte del calcolo e della pianificazione – può essere praticato anche da un ignorante zotico che vince sostituendo la meccanica al ragionamento, allora tutto va a rotoli e il mondo è finito.
L'abbrutimento è qui rappresentato proprio dal campione del mondo di scacchi, un giovane russo incapace di scrivere una frase senza errori di grammatica, assolutamente privo dell'immaginazione e della creatività di gioco, incapace di immaginare e vivere le partite senza una scacchiera davanti agli occhi. A contrapporglisi c'è il dottor B, un eminente avvocato che, dopo molte traversie, ha dovuto abbandonare la patria – l'Austria – per via delle persecuzioni naziste. Potremmo dire che a quest'uomo gli scacchi hanno salvato la vita, eppure ha posato le mani sulla scacchiera solo rarissime volte… Questo breve racconto è un elogio all'intelligenza, all'arte, alla ragione e alla filosofia; un racconto nel quale ritroviamo tanto del vissuto e delle emozioni dello stesso Zweig che l'ha scritto pochi mesi prima di soccombere alla depressione e suicidarsi. Una breve considerazione a margine: Hitler ordinò che i libri di Zweig fossero dati alle fiamme… leggendo questo breve testo non si fa fatica a capirne il perché.

Opera recensita: "Novella degli scacchi" di Stefan Zweig
Editore: Garzanti, prima ed. 1941
Genere: racconto
Ambientazione: nave tra New York e Buenos Aires-Austria, periodo nazista
Pagine: 107
Prezzo: 8,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 17 settembre 2017

RECENSIONE: HANNAH ARENDT - LA BANALITà DEL MALE


Sinossi:

Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in

Israele nove giorni dopo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, doveva rispondere di 15 imputazioni. Aveva commesso,

in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista. L'autrice assiste al dibattimento in aula

e negli articoli scritti per il "New Yorker", sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro il caso Eichmann. Il Male che Eichmann

incarna appare nella Arendt "banale", e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori sono grigi burocrati.

 

Commento:

In questo saggio, scritto nel 1963, Hannah Arendt analizza il processo, tenutosi a Gerusalemme nel 1961, ad Eichmann. Chi fu Eichmann? Non il peggiore, ma uno dei tanti funzionari nazisti che parteciparono alla “Soluzione finale” ed allo sterminio degli ebrei. Uno dei tanti, appunto, non il peggiore: un particolare importante perché lo scopo del libro non è, in realtà, raccontare la storia di Eichmann perché diversa dalle altre, ma dimostrare che il male non è qualcosa di grande, impressionante, mostruosamente alieno, ma che esso è nella vita quotidiana, nella politica, nel mondo del lavoro, nella giustizia, nelle piccole cose. Il male è mediocre e banale, perciò è così terribile, specie quando è istituzionalizzato e si insinua nelle decisioni sulla vita altrui.

All’irrimediabile farsa nella quale si trasforma il processo, Eichmann appare come uno stupido, un uomo che non sa bene cosa gli accade intorno, uno che non ricorda, non è in grado di decidere né ha mai deciso nulla consapevolmente perché non è capace di pensare con la propria testa. E’ questa l’immagine che passa di un criminale nazista corresponsabile della morte di milioni di persone, immagine se possibile migliorata dal fatto che egli tentò, a suo dire, di trovare una soluzione che favorisse gli ebrei facendoli uscire dal Paese lasciando loro un po’ di terra sotto i piedi. Questo è giusto un accenno per farvi capire che persona fosse Eichmann. Più in generale, il racconto della vicenda Eichmann si rivela ben presto un pretesto che l’autrice usa per parlare diffusamente dell’avvento del nazionalsocialismo, delle leggi raziali, dell’olocausto, delle soluzioni, dei mille fraintendimenti e falsi equivoci che portarono allo sterminio. Tutto questo viene descritto con puntuale minuzia, ma le denunce della Arendt non sono dirette, bisogna leggere fra le righe per capire bene qual è la sua posizione. Di certo l’autrice non risparmia nessuno, neanche gli ebrei e il neonato Stato israeliano.

Personalmente ho trovato disturbante la perenne ambiguità delle pagine, che si dissipa finalmente nell’ultimo capitolo conclusivo. Ho fatto molta fatica a concludere la lettura, ma credo che oltre ad essere complesso questo libro sia utile: è complesso per i tanti sottointesi e per la precisione del racconto con nomi, episodi e fatti; è utile perché incita ad approfondire l’argomento per comprendere meglio ciò che viene narrato… e, vista l’importanza del tema, approfondire non può essere altro che un bene.

 

Opera recensita: “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” di Hannah Arendt

Editore: Feltrinelli, prima ed. 1963

Genere: saggistica

Ambientazione: Gerusalemme-Germania

Pagine: 320

Prezzo: 11,00 €

Consigliato: sì.