simposio lettori copertina

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martedì 19 gennaio 2021

RECENSIONE: ANDRA E TATIANA BUCCI - NOI, BAMBINE AD AUSCHWITZ

                Sinossi:

La sera del 28 marzo 1944 i violenti colpi alla porta di casa fanno riemergere negli adulti della famiglia Perlow antichi incubi. La pace trovata a Fiume, dopo un lungo peregrinare per l'Europa cominciato agli inizi del Novecento in fuga dai pogrom antiebraici, finisce bruscamente: nonna, figli e nipoti vengono arrestati e, dopo una breve sosta nella Risiera di San Sabba a Trieste, deportati ad Auschwitz-Birkenau, dove molti di loro saranno uccisi. Sopravvissute alle selezioni forse perché scambiate per gemelle o forse perché figlie di un padre cattolico, o semplicemente per un gioco del destino, le due sorelle Tatiana (6 anni) e Andra (4) vengono internate, insieme al cugino Sergio (7), in un Kinderblock, il blocco dei bambini destinati alle più atroci sperimentazioni mediche. In questo libro, le sorelle Bucci raccontano, per la prima volta con la loro voce, ciò che hanno vissuto: il freddo, la fame, i giochi nel fango e nella neve, gli spettrali mucchi di cadaveri buttati negli angoli, le fugaci visite della mamma, emaciata fino a diventare irriconoscibile. E sempre, sullo sfondo, quel camino che sputa fumo e fiamme, unica via da cui «si esce» se sei ebreo, come dicono le guardiane. L'assurda e tragica quotidianità di Birkenau penetra senza altre spiegazioni nella mente delle due bambine, che si convincono che quella è la vita «normale». Il solo modo per resistere e sopravvivere alla tragedia, perché la consuetudine scolora la paura. Finché, dopo nove mesi di inferno, ecco apparire un soldato con una divisa diversa e una stella rossa sul berretto. Sorride mentre offre una fetta del salame che sta mangiando: è il 27 gennaio 1945, la liberazione. Che non segna però la fine del loro peregrinare. Dovrà passare altro tempo prima che Tatiana e Andra ritrovino i genitori e quell'infanzia che è stata loro rubata. Le sorelline trascorreranno ancora un anno in un grigio orfanotrofio di Praga e alcuni mesi a Lingfield in Inghilterra, in un centro di recupero diretto da Anna Freud, dove finalmente conosceranno la normalità. Secondo le stime più recenti ad Auschwitz-Birkenau vennero deportati oltre 230.000 bambini e bambine provenienti da tutta Europa, solo poche decine sono sopravvissuti. Questo è lo struggente racconto di due di loro.

 

Commento:

Di testimonianze di sopravvissuti all'Olocausto ne abbiamo lette ed ascoltate molte, eppure continuiamo a cercarne, continuiamo a voler sapere, ascoltare… Perché? Le ragioni possono essere le più varie, ma per quanto mi riguarda, in cima alla lista c'è un irriducibile stupore e sgomento per ciò che è stato, come se avessi sempre bisogno di ascoltare testimonianze di chi l'ha vissuto per non staccarmi dalla realtà, per continuare a pensare che non ho immaginato, che è successo tutto davvero, che l'uomo ha davvero potuto commettere tante atrocità. E poi c'è un'altra motivazione: ogni testimonianza, a modo suo, aggiunge qualcosa alla barbarie, anche un solo dettaglio, anche una sfaccettatura. Quello che, a parer mio, aggiungono Andra e Tatiana Bucci in questo libro è il loro essere bambine. Quando furono internate, Andra e Tatiana avevano rispettivamente 4 e 6 anni… impensabile, inimmaginabile, eppure è reale, è successo, è qui il loro racconto. Un racconto fatto di dignità, di piccoli aneddoti di prima della guerra, della prigionia, del dopo liberazione. Un racconto di come due sorelle miracolosamente sopravvissute all'Olocausto sono riuscite a rifarsi una vita, ad "uscire da Birkenau" per avere la forza di rientrarci ancora per testimoniare e raccontare. Un libro lucido, un racconto semplice e perciò ancor più d'impatto. Un'altra storia da leggere per sapere, per non dimenticare.

 

Opera recensita: "Noi, bambine ad Auschwitz" di Andra e Tatiana Bucci

Editore: Mondadori, 2019

Genere: autobiografia, testimonianza

Ambientazione: Italia, Germania-Polonia, Inghilterra

Pagine: 134

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

martedì 18 agosto 2020

RECENSIONE: ROBERT DOMES - NEBBIA IN AGOSTO


Sinossi:
Nella Germania del Terzo Reich, mentre imperversa l'occupazione nazista e milioni di persone vengono perseguitate, Ernst Lossa si chiede: Perché io? Perché proprio io? Ernst ha solo quattro anni quando, nel 1933, viene separato dalla sua famiglia di nomadi e mandato in un orfanotrofio, e poi da lì trasferito in un riformatorio. Giudicato "irrecuperabile", all'età di dodici anni viene trasferito ancora, questa volta in un manicomio. Ernst però non si arrende all'immagine di sé che vede riflessa negli sguardi degli altri. Non si sente né diverso, né sbagliato. Nonostante gli orrori nazisti non risparmino neanche i bambini, lui stringe amicizie e vede nascere il suo primo amore, lottando fino alla fine per la salvezza. Tra il 1939 e il 1945 oltre 200.000 persone furono vittime del programma di eutanasia nazista. Questa è una storia vera, per ricordare Ernst e tutti coloro che come lui hanno amato la libertà.

Commento:
Un libro splendido, commovente, semplice che racconta una storia vera, struggente, disarmante. La storia di Ernst Lossa e di tanti, troppi come lui, che pagarono con la vita la follia nazista. Quando comincia questa storia, nel 1933, Ernst è un bambino intelligente e acuto di appena quattro anni, ha due sorelline e un fratellino appena nato; si è appena trasferito in un appartamento di Augusta, in Germania, insieme alla famiglia, anche se lui avrebbe preferito continuare a vivere sul carrozzone con il quale il padre lavora e che aveva fatto da casa per tutti loro negli anni precedenti. Purtroppo non è più possibile vivere sul carrozzone perché la situazione per i Lossa si sta facendo difficile: sono Jenisch, lavorano come ambulanti, sono nomadi, fanno parte di una minoranza impropriamente accomunata agli zingari e come loro perseguitata. E proprio per questo appena trasferitisi i Lossa vengono presi di mira dal Comune, dall'ufficio minori, dai servizi sociali: approfittando del fatto che il padre è sempre girovago e che la madre è in pessime condizioni di salute, i servizi sociali separano i figli dalla donna, mandando Ernst in un orfanotrofio gestito dalle suore e le sorelle e il fratellino in un altro istituto. È da qui che comincia la peregrinazione di Ernst da un istituto a un riformatorio, poi ad un ospedale psichiatrico, poi alla sua succursale. Considerato psicopatico, asociale, irrecuperabile, soggetto non gradito, Ernst è in realtà un ragazzino sanissimo, con l'unico vizio di rubare qualsiasi cosa gli piaccia, non può farne a meno, ma per il resto è intelligentissimo, acuto, capisce bene ciò che gli succede intorno, si fa degli amici in ogni posto in cui lo trasferiscono. Ciò che Ernst proprio non capisce è perché vogliano liberarsi di lui, perché lo perseguitino, perché questo destino sia toccato proprio a lui. Questa è la storia di un bambino come tanti, capitato nella rete degli indesiderati da un sistema discrezionale che non perdonava le imperfezioni. Questa è la storia di un ragazzino che ha provato, con le sue poche forze, a ribellarsi al sistema, e che per ordine di qualcuno è morto per overdose di morfina a quattordici anni, ucciso da infermieri senza scrupoli convinti che gli scarti della società dovessero essere eliminati perché non infettassero più la razza. Ernst è uno dei tanti morti dell'Action T4, il programma di eugenetica nazista che sterminò centinaia di miliaia di bambini e ragazzi disabili, minorati, asociali, diversi per qualunque motivo. Questa è la storia di un abominio, raccontata con la semplicità e l'atrocità del punto di vista di un bambino. Una biografia romanzata che unisce l'accuratezza della ricerca storica e la passione nel raccontare una storia straziante. Un libro che fa male, ma che va letto.


Opera recensita: "Nebbia in agosto. La vera storia di Ernst Lossa che lottò contro il nazismo" di Robert Domes
Editore: Mondadori
Genere: biografia romanzata
Ambientazione: Germania, 1933-1944
Pagine: 336
Consigliato: sì
Voto personale: 10.


domenica 9 agosto 2020

RECENSIONE: ELEONORA E. SPEZZANO - HANS MAYER E LA BAMBINA EBREA


Sinossi:
Varsavia, 1941. Hans Mayer è un ufficiale della Wehrmacht, schivo e solitario, che si limita a percorrere ogni giorno la strada che lo separa dalla caserma cercando di non badare agli sguardi di disprezzo che lo circondano. Vive reprimendo un passato oscuro e turbolento dal quale cerca inutilmente di allontanarsi da anni. È chiuso in un circolo vizioso di incertezze che lo hanno portato a riflettere sul suo ruolo. Niente nella città monotona che è diventata Varsavia gli fa credere che le cose un giorno possano cambiare. Una sera d'autunno il destino lo mette alla prova, giocando una delle sue carte più pericolose, lanciandogli una sfida inizialmente impossibile che con il tempo si trasforma nella sua unica ragione di vita. La sua casa diventa l'unico porto sicuro in mezzo all'enorme campo di battaglia in cui si è trasformato il mondo, il luogo in cui nascondere tutto ciò che le altre creature dalle divise verde bottiglia non devono vedere. Il gelo crudele dell'Olocausto sta penetrando lentamente nel cuore degli uomini, ma Hans è pronto alla disobbedienza. Si ritroverà di fronte a un bivio, costretto a decidere se scommettere su tutte le sue sicurezze o rinunciare. L'innocente Marie è il suo segreto indicibile, la sua sfida al sistema, il suo inno alla libertà, una rincorsa verso la luce. Dove finisce, allora, il dovere morale e dove comincia l'imperativo della coscienza? Nella mostruosità di una singola immagine, in un labirinto contorto di cose, oggetti e persone, nelle parole sussurrate al buio, sottovoce, parole rubate per paura di un tradimento, negli incubi notturni che prendono forma, in una continua e convulsa lotta per la sopravvivenza. La penna della giovane Spezzano, agile e commovente allo stesso tempo, accarezza le ferite dell'anima e quelle della Storia, sa sapientemente narrare di una fuga ineluttabile alla ricerca del tepore esistenziale, con un tocco delicato e morbido, privo di pietismo. Hans Mayer e la bambina ebrea è un ritratto intenso e drammatico del capitolo più cupo del Novecento che dimostra la forza potente di un amore puro, incondizionato e ribelle.

Commento:
Hans Mayer è un giovane ufficiale della Wehrmacht. Se avesse potuto scegliere cosa essere, sicuramente avrebbe fatto altro, lui che non condivideva, anzi disprezzava le idee naziste, ma qualcun altro in passato scelse per lui. Così nel 1941 Hans si ritrova a perlustrare la fredda Varsavia nella sua divisa verde bottiglia, alla ricerca dei pochi ebrei rimasti da scovare e far deportare. Non è contento di sé, non è contento della sua patria, ma non può ribellarsi. A perlustrazione finita, Hans è rimasto indietro dai compagni, per questo è l'unico a notare una bambina di quattro anni che si aggira sola tra le case tristemente abbandonate. È spaventata, ma fiera e intelligente e Hans sa che non può restare lì da sola, così, non riuscendo a trovare la sua famiglia, fa una scelta che gli cambierà la vita: la porta a casa sua. Ancora non sa che Marie è ebrea, che i suoi genitori e il suo fratellino Oscar sono stati catturati e che le SS la cercano spasmodicamente perché non possono permettere che sfugga. Hans dovrebbe cercarla e finge di farlo, ma in realtà si sta affezionando a quella bambina che gli sta facendo vedere il mondo in modo diverso, che lo sta risvegliando dal torpore del vittimismo e del dolore che si trascina addosso da tanti anni. E sarà proprio la scelta di tenerla con sé che darà origine a una storia di coraggio e un pizzico di follia, ma tanto, tanto cuore: Hans rischierà la tranquillità familiare, la felicità, la vita per salvarla e per riunire finalmente una famiglia. Incontrerà gente d'ogni risma, vedrà l'inferno da vicino, ma troverà se stesso, gli amici che non aveva mai avuto e l'amore che credeva d'aver perduto per sempre.
Hans Mayer e la bambina ebrea è un bel romanzo, corposo ma scorrevole, nonostante la potenza emotiva delle vicende narrate. È scritto in modo schietto e diretto; la prosa è semplice, a tratti fin troppo naif, ma questo è ampiamente giustificato dalla giovane età e dall'inesperienza dell'autrice; la storia è, in compenso, davvero profonda e scritta in modo chiaro, senza dietrologie, artifici o sottintesi. Eleonora Spezzano scrive con passione e coraggio un romanzo che indaga una delle pagine più buie della storia mondiale ed è sorprendente la padronanza narrativa che dimostra a solo quindici anni. Siamo di fronte a una giovane autrice esordiente che, ne siamo certi, farà ancora parlare di sé.

Opera recensita: "Hans Mayer e la bambina ebrea" di Eleonora E. Spezzano
Editore: Bonfirraro, 2020
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Polonia-Germania-Svizzera, 1941
Pagine: 396
Prezzo: 18,90 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


giovedì 16 gennaio 2020

RECENSIONE: STEFANO MASSINI - EICHMANN. DOVE INIZIA LA NOTTE


Sinossi:
Nel 1960 viene arrestato in Argentina Adolf Eichmann, il gerarca nazista responsabile di aver pianificato, strutturato e dunque reso possibile lo sterminio di milioni di ebrei. Dai verbali degli interrogatori a Gerusalemme, dagli atti del processo, dalla storiografia tedesca ed ebraica oltre che dai saggi di Hannah Arendt, Stefano Massini trae questo dialogo di feroce, inaudita potenza. Il testo è un atto unico, un’intervista della stessa Arendt a colui che più di tutti incarna la traduzione della violenza in calcolo, in disegno, in schema effettivo. In un lucidissimo riavvolgere il nastro, Eichmann ricostruisce tutti i passaggi della sua travolgente carriera, dagli albori nella piccola borghesia travolta dalla crisi fino all’ebbrezza del potere, con Hitler e Himmler raccontati come mai prima, fra psicosi e dolori addominali, in un tripudio di scuderie, teatri e salotti. Da una promozione all’altra, in un crescendo di poltrone, prestigio e denaro, si compone lentamente il quadro della Soluzione Finale, qui descritta nel suo aspetto più elementare di immane macchina organizzativa: come si sperimentò il gas? Quando fu deciso (e comunicato) l’inizio dello sterminio? Come si gestiva in concreto l’orrore di Auschwitz? Ed ecco prendere forma, passo dopo passo, una prospettiva spiazzante: Eichmann non è affatto un mostro, bensì un uomo spaventosamente normale, privo di alcun talento se non quello di trarsi d’impaccio, capace di stupire più per la bassezza che per il genio. Incalzato dalle domande della filosofa tedesca, egli si rivela il ritratto squallidissimo dell’arrivismo, della finzione, del più bieco interesse personale, ma niente di più. È mai possibile che l’uomo più temuto da milioni di deportati, il cui solo nome incuteva terrore, fosse un essere così vicino all’uomo medio? Contraddittorio, superficiale, perfino goffo, Eichmann assomiglia a noi più di quanto si possa immaginare. Ma è proprio qui, in fondo, che prende forma il male: nella più comune e insospettabile piccolezza umana.

Commento:
Ce lo siamo chiesto tutti, ascoltando le testimonianze dei sopravvissuti, leggendo libri, guardando film e documentari… come si generò la Soluzione finale? Cosa portò, negli anni della Seconda guerra mondiale, Hitler e i suoi sodali a sterminare milioni di ebrei, zingari, omosessuali, disabili, oppositori? Ce lo chiediamo davanti a ogni guerra, discriminazione, manifestazione di odio, intolleranza, barbarie: dove, come, quando, perché, da chi comincia il male? Il dialogo-intervista che Stefano Massini inscena in queste pagine può essere un buon punto da cui partire nel rispondere a questi interrogativi. A fronteggiarsi sono, in un botta e risposta immaginario, ma plausibilissimo, la filosofa Hannah Arendt e il… - funzionario? Gerarca? Aguzzino? Impiegatucolo? – nazista Adolf Eichmann. Scopriamo, in queste pagine, il ritratto di un uomo che, ben lungi dall'icona di genialità e potenza che vorrebbe ispirare, è profondamente, meschinamente, spaventosamente umano: sì, perché il male mostra qui, nelle parole di quest'uomo, nelle ragioni che lo muovevano, tutta la sua più profonda ed evidente banalità. E forse avremmo preferito che Eichmann fosse un genio del male, un uomo malvagio, mosso dall'odio raziale, avremmo forse preferito vedere in lui un signore oscuro perfino più simile al suo Fuhrer, invece di ritrovarci davanti quest'omuncolo coi complessi di inferiorità. Un uomo che finge di essere ciò che non è, un uomo che orchestra e pianifica una macchina burocratica complessa e funzionale, uno che firma il verbale per introdurre il gas… per cosa? Per l'ansia di essere qualcuno, di ricevere approvazione, di non essere come suo padre. Fa rabbia leggere le sue parole, però serve. Serve a non agire come lui, a non voltarsi dall'altra parte, a non distogliere lo sguardo, a guardare in faccia l'origine del male che spesso è molto più vicina, molto più alla portata di quel che crediamo.
Dai verbali dei processi, dai documenti, dai saggi della Arendt, Stefano Massini con la sua prosa sincopata e d'effetto, crea un'opera d'impatto fortissimo, quasi una pièce teatrale, un dibattito a scena aperta, un processo ex post, implacabile e serrato come può essere la voce della coscienza, la voce di un Dio – semmai Eichmann ne adorasse uno – dinanzi al quale confessare i propri peccati, mettere a nudo le proprie meschinità. Un libro da leggere e rileggere, per non dimenticare mai che il male è molto più banale, molto più umano di quanto ci sembri.

Opera recensita: "Eichmann. Dove inizia la notte" di Stefano Massini
Editore: Fandango, 2020
Genere:
Pagine: 114
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


lunedì 15 aprile 2019

RECENSIONE: LILIANA SEGRE, DANIELA PALUMBO-FINO A QUANDO LA MIA STELLA BRILLERà


Sinossi:
La sera in cui a Liliana viene detto che non potrà più andare a scuola, lei non sa nemmeno di essere ebrea. In poco tempo i giochi, le corse coi cavalli e i regali di suo papà diventano un ricordo e Liliana si ritrova prima emarginata, poi senza una casa, infine in fuga e arrestata. A tredici anni viene deportata ad Auschwitz. Parte il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della stazione Centrale di Milano e sarà l'unica bambina di quel treno a tornare indietro. Ogni sera nel campo cercava in cielo la sua stella. Poi, ripeteva dentro di sé: finché io sarò viva, tu continuerai a brillare. Questa è la sua storia, per la prima volta raccontata in un libro dedicato ai ragazzi. Introduzione di Ferruccio de Bortoli. Età di lettura: da 11 anni.

Commento:
Quando, nel 1938 in Italia vennero emanate le leggi razziali, Liliana era una gioiosa bambina di otto anni, senza più mamma, ma con un papà e dei nonni affettuosissimi. Quando lasciò la sua casa in corso Magenta a Milano per trasferirsi in provincia di Como, di anni ne aveva tredici; quando salì sul treno che l'avrebbe portata ad Auschwitz, quasi quattordici… e due dei suoi nonni non c'erano già più. Tutto ciò che accadde a lei, alla sua famiglia, a tante persone intorno a lei le sembrava solo una incomprensibile follia… eppure stava succedendo davvero, lo dimostrava il numero marchiato sulla pelle, lo dimostravano le due file allo smistamento, lo dimostrava il fatto che suo papà non era più accanto a lei. A sconvolgerla di più prima della deportazione era l'indifferenza nella quale il mondo cambiava; dopo la deportazione più nulla poteva sconvolgerla: era cieca e sorda al dolore, alle grida, alle morti, alle punizioni, alla malattia. Se avesse visto e sentito ciò che accadeva nel campo, il suo cuore non avrebbe retto. Ma quel male non si può dimenticare, torna a tradimento anche anni, decenni dopo che tutto è finito… quello è un male che non finisce, che ci si porta addosso, come il marchio che trasforma gli uomini in pezzi.
La storia della ragazzina curiosa e peperina che oggi è la senatrice Liliana Segre è, nella sua tragicità, molto simile a tante altre testimonianze di chi è sopravvissuto alla barbarie. Il garbo e la delicatezza con cui è raccontata la rendono, in qualche modo, comprensibile ed assimilabile da tutti: non a caso si tratta di un libro rivolto ai ragazzi, perché non dimentichino. Un libro prezioso, dunque, che va ad aggiungersi alle testimonianze di ciò che è stato, stavolta dal lato italiano della colpa, perché nessuno si senta tranquillo nell'innocenza. Consigliato.


Opera recensita: "Fino a quando la mia stella brillerà" di Liliana Segre e Daniela Palumbo
Editore: Piemme, 2015
Genere: autobiografia
Ambientazione: Milano-Auschwitz
Pagine: 197
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


domenica 27 gennaio 2019

RECENSIONE: ELIE WIESEL - LA NOTTE


Sinossi:
Una testimonianza atroce e pulsante della morte di Dio, nell'anima di un bambino.
"Ciò che affermo è che questa testimonianza, che viene dopo tante altre e che descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto, è tuttavia differente, singolare, unica. (...) Il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio. Non viveva dal risveglio della sua coscienza che per Dio, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Cabala, consacrato all'Eterno. Abbiamo mai pensato a questa conseguenza di un orrore meno visibile, meno impressionante di altri abomini, ma tuttavia la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell'anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto?" (dalla Prefazione di F. Mauriac).

Commento:
Non ci credevano Elie e la sua famiglia credente, non ci credevano nella sua cittadina della Transilvania, non credevano che la deportazione e il genocidio di tante persone, un tale abominio, potesse succedere. Non credevano che potesse accadere in Europa, in una società civilizzata, non credevano che, soprattutto, potesse succedere sotto gli occhi di Dio. Li avevano avvertiti, ma non ascoltarono… perciò quando accadde a loro non erano preparati.
Elie aveva quindici anni quando entrò per la prima volta in un campo di concentramento. Non era preparato al fumo nero e all'olezzo di carne bruciata che era lì ad accoglierlo; non era preparato ad essere separato dalla madre e dalla sorella; non era preparato – lui che tanto amava Dio e studiava il Talmud ed osservava i precetti e pregava e testimoniava l'amore di Dio – a vedere consumata la sua fede dall'orrore del campo. E ben presto l'unico obiettivo, da Aushwitz a Buna a Bukenvald, divenne sopravvivere e non perdere suo padre, non allontanarsi mai da lui, non lasciarsi separare dall'unica persona che gli era rimasta.
Ma il campo, per quanto tu ti opponga, ti cambia dentro, cambia le tue priorità, ti svuota anche dell'anima. Resta solo il corpo che ti porti dietro come un peso. Restano solo le tue membra, il freddo, l'orrore. Non c'è più neanche un Dio cui rendere grazie o a cui chiedere aiuto. Abbiamo letto ed ascoltato tante testimonianze di sopravvissuti all'Olocausto… questa, però, viene da un adolescente cui sono stati strappati i resti di un'infanzia, cui è stato imposto di diventare uomo di colpo, cui è stata strappata persino l'anima d'uomo. Non lo credevano possibile… invece è accaduto ed è accaduto a loro.

Opera recensita: "La notte" di Elie Wiesel
Editore: Giuntina, prima ed. 1958
Genere: autobiografia, testimonianza
Ambientazione: Transilvania, Germania, 1944-1945
Pagine: 112
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


mercoledì 16 gennaio 2019

RECENSIONE: PRIMO LEVI - SE QUESTO è UN UOMO


Sinossi:
Primo Levi, reduce da Auschwitz, pubblicò "Se questo è un uomo" nel 1947. Einaudi lo accolse nel 1958 nei "Saggi" e da allora viene continuamente ristampato ed è stato tradotto in tutto il mondo. Testimonianza sconvolgente sull'inferno dei Lager, libro della dignità e dell'abiezione dell'uomo di fronte allo sterminio di massa, "Se questo è un uomo" è un capolavoro letterario di una misura, di una compostezza già classiche. È un'analisi fondamentale della composizione e della storia del Lager, ovvero dell'umiliazione, dell'offesa, della degradazione dell'uomo, prima ancora della sua soppressione nello sterminio.

Commento:
Che sia per conoscenza diretta, approfondimento e interesse personale, conoscenza scolastica, parziale o approssimativa o per semplice sentito dire, tutti sappiamo (o crediamo di sapere) cos'è stato l'Olocausto. Tutti, di certo, abbiamo sentito parlare di Primo Levi, il chimico torinese che fu deportato nel lager della Buna perché ebreo, e del suo libro più famoso, "Se questo è un uomo". Ebbene, c'è qualcosa di particolare, di intrinseco e sfuggente che rende quest'opera diversa e in qualche modo superiore rispetto alle tante testimonianze letterarie su quella pagina della storia: riflettendoci attentamente, sono arrivata a pensare che la sua particolarità sia da rinvenirsi nell'atteggiamento con cui Levi racconta le atrocità e la barbarie del campo. E', come lo definisce lo stesso autore nella postfazione scritta nel 1976, "l'atteggiamento pacato e sobrio del testimone": Levi qui non si erge mai a giudice di quanto accadde; non si trova mai in questo scritto una parola d'odio contro i tedeschi; tutto viene analizzato, ricordato e descritto quasi con distacco, con qualcosa di simile all'assuefazione di chi si è abituato a vedere ogni giorno le scene descritte. L'unico obiettivo qui è raccontare, testimoniare al mondo ciò che si è visto e vissuto, obiettivo che sarà forse uno dei pochi appigli che permetteranno a Levi e ad altri come lui di sopravvivere per ritornare. L'altro appiglio, come ci rivela l'autore, fu quello di vedere sempre in se stessi e nell'altro un uomo, non una cosa o una bestia, ma un essere umano. Sgomenta, ancora, una volta di più,  la lucidità con cui Levi imprime i suoi ricordi in queste pagine, nonostante raccontino cose già lette, atrocità conosciute eppure difficili da digerire.
E' forse proprio questa sobrietà a rendere questo libro quanto di più vicino a ciò che oggi usiamo definire "capolavoro letterario". Di sicuro, capolavoro o no, "Se questo è un uomo" è un'opera pregevole che ciascuno di noi dovrebbe leggere e rileggere, ancor più che per il contenuto, per il modo pacato e insieme tagliente con cui è stata scritta. Difficile, per me, staccarmi da queste pagine.

Opera recensita: "Se questo è un uomo" di Primo Levi
Editore: Einaudi, ed. originale 1947
Genere: autobiografia
Ambientazione: Polonia, 1943-1945
Pagine: 209
Prezzo: 10,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 10.


giovedì 15 novembre 2018

RECENSIONE: ELISA SPRINGER - IL SILENZIO DEI VIVI


Sinossi:
Elisa Springer aveva ventisei anni quando venne arrestata a Milano, dove era stata mandata dalla famiglia per cercare rifugio contro la persecuzione nazista, quindi fu deportata a Auschwitz il 2 agosto 1944. Salvata dalla camera a gas dal gesto generoso di un Kapò, Elisa sperimenta l'orrore del più grande campo di sterminio. Eppure conserva il desiderio di vivere e una serie di fortunate coincidenze le consentiranno di tornare prima nella sua Vienna natale e poi in Italia. Da questo momento la sua storia cade nel silenzio assoluto, la sua vita si normalizza nasce un figlio e proprio la maternità è il segno della riscossa. È per lui che Elisa ritrova le parole che sembravano perdute per raccontare il suo dramma.

Commento:
A24020. E' questo il numero che per molti anni Elisa Springer ha cercato di nascondere all'indifferenza, alla derisione, al negazionismo degli altri. E' il numero, marchiato a fuoco sulla sua pelle, che testimonia la sua appartenenza ad un popolo, gli ebrei, ad un credo religioso, che l'ha portata – tra il 1944 e il 1945 – a vivere l'esperienza devastante dei lager dai quali, un anno dopo, denutrita, ammalata, ma viva, è riuscita ad uscire… e vivere è stato, per tutto il tempo e davanti ad ogni genere di soprusi, crudeltà, disumanità, il suo unico obiettivo, la cosa più importante.
A squarciare il velo di silenzio sul dramma di una vita sarà, cinquant'anni dopo i fatti, proprio la curiosità dell'uomo che Elisa mai avrebbe sperato di conoscere: suo figlio. E proprio ai figli, ai ragazzi, Elisa Springer dedica questo libro: con loro si apre e si chiude il suo racconto in una speranza che è quasi certezza, quella che ciò che è accaduto, grazie a loro che ne portano l'eredità, non sarà dimenticato, nonostante ancora oggi vi sia chi nega la sofferenza, la morte, la devastazione dell'Olocausto.
Elisa Springer ci racconta la sua storia con i toni sobri, ma decisi di chi ha visto la morte in faccia, di chi ha visto morire cari e sconosciuti e non vuole la pietà di nessuno, ma non ammette l'oblio. Con scrittura elegante, ordinata, sobria e implacabile questa donna – al tempo della scrittura quasi ottuagenaria – ci mette davanti alla realtà con lucidità, senza orpelli o sentimentalismi: non ne ha bisogno, ciò che racconta fa il resto.
Per me questo libro, indirettamente, ha un valore personale inestimabile perché, quando frequentavo la scuola elementare, ebbi modo di incontrare, ascoltare, parlare personalmente con Elisa Springer. Conservo ancora vivido in mente il ricordo di quell'incontro che mi cambiò letteralmente la vita: fu proprio in occasione della presentazione di questo libro che ebbi il mio primo contatto – che ricevetti la mia prima lezione di vita – su ciò che fu l'Olocausto. Ricordo ancora la voce, la forza, la carica di questa donna; da lì è nato l'impegno e il coinvolgimento personale su questa particolare vicenda storica che da allora è sempre vivo in me. Non avevo ancora mai avuto la possibilità – o la forza – di leggere il libro: ora l'ho fatto ed ho rivissuto sulla pelle l'emozione di quell'incontro; ho rifatto i conti con una parte di me che, inspiegabilmente, si sente chiamata in causa ogni volta che si parla di quest'argomento. Inutile dire che consiglio questa lettura breve, ma intensissima, che rimarrà una delle più importanti della mia vita.

Opera recensita: "Il silenzio dei vivi" di Elisa Springer
Editore: Marsilio, 1997
Genere: narrativa italiana/autobiografia
Ambientazione: Austria-Germania-Italia-Polonia-Cecoslovacchia
Pagine: 124
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 10


venerdì 27 aprile 2018

RECENSIONE: ROBERTA DE FALCO - NESSUNO E' INNOCENTE. IL PRIMO CASO DEL COMMISSARIO BENUSSI.


Sinossi:

Chi era davvero Ursula Cohen, la signora dagli occhi di ghiaccio? E soprattutto: perché tutti la volevano morta? Ci sono molte cose che Ettore Benussi,

commissario quasi in pensione della squadra mobile di Trieste, proprio non sopporta: i tipi che chiudono le telefonate con "ciaociaociao" ripetuto all'infinito;

gli edifici anni Sessanta che rovinano l'urbanistica triestina; quella gran rompiscatole di sua figlia; la propria ingombrante pancia (motivo per cui ha

appena cominciato, speranzoso, la dieta Dukan). E poi non tollera i casi complicati, e nemmeno quei due ragazzotti che lavorano con lui, gli idealisti

e fin troppo zelanti ispettori Valerio Gargiulo, detto Napoli, ed Elettra Morin. È per questo che Benussi preferirebbe ritirarsi e scrivere, tra un sorso

di grappa e l'altro, le vicende di un commissario che assomiglia a Montalbano. E invece no: sempre nuove gatte da pelare. Come il caso che tanto appassiona

i suoi due sottoposti: la morte della vecchia Ursula Cohen, trovata senza vita nelle acque triestine. Per Benussi è chiaro, la signora è scivolata e annegata.

Ma che ci faceva una novantenne a passeggio sulle Rive, in una notte di bora? E come mai - gli insinua il dubbio quella precisina dell'ispettrice Morin

- chiunque la conoscesse ne ricorda solo l'infinita cattiveria, e sembra avere ottimi motivi per rallegrarsi della sua morte? Tutti tranne l'amica di una

vita Renate Stein: la sola a sapere dell'orrendo segreto che Ursula Cohen si portava dentro...

 

Commento:

Durante una corsetta mattutina, il giovane Romeo Rocco nota un biancore nelle acque del Molo Audace: dapprima pensa a una busta o a un sacco, ma poi si rende conto che si tratta di lunghi capelli bianchi. Nelle acque del suo mare, della sua bella Trieste, c’è un corpo disteso a faccia in giù. E’ il cadavere dell’ultranovantenne Ursula Cohen, inspiegabilmente morta la sera prima. Il commissario Ettore Benussi, con la sua atavica pigrizia e la sua consueta fretta di chiudere i casi per evitare rogne, propenderebbe per il suicidio, ma varie cose non quadrano. Glielo fa notare, come sempre, la brava ed introversa ispettrice Morin e il suo collega Valerio le dà man forte. Così ben presto si scopre che, fra intrighi e intrecci, fra passione e avidità, sono in molti ad avere dei motivi di rancore nei confronti della vecchia e irascibile Ursula. Ma cosa si nasconde dietro i modi a dir poco burberi della defunta? In una Trieste elegante e fiera dal passato presente ed ingombrante, si sviluppa questo giallo dalle tinte tenui, che per certi versi ricorda le trame e gli approcci di Camilleri. Anche qui, infatti, troviamo quella vena spassosa ed ironica - che non è mai sciatteria o superficialità – che però dietro l’angolo cela un risvolto importante per la sua connotazione storica e sociale: in questo caso il risvolto in questione ci riporta all’Olocausto, ancora tanto presente nella storia e nei ricordi di Trieste.

Venendo ad aspetti poco più tecnici, se dovessi collocare questo libro nel vasto mondo della narrativa poliziesca contemporanea, direi che è nel mezzo: non è un thriller duro e tecnico e non è neppure un giallo ironico e scanzonato; non fa salire mai l’adrenalina né fa morir dal ridere. Personalmente non ho fraternizzato con nessuno dei personaggi, il commissario Benussi non mi piace, non mi riesce simpatico neanche un po’… nel complesso il libro non mi è dispiaciuto, ma nemmeno mi ha convinta fino infondo. Lo consiglio a chi vuole leggere un giallo d’evasione, tranquillo ma non banale, con risvolti storici d’interesse, ma senza aspettarsi grandi brividi o grandi emozioni. Personalmente, fra un po’ di tempo, credo che darò un’altra possibilità a questa saga.

 

 

Opera recensita: “Nessuno è innocente. Il primo caso del commissario Benussi” di Roberta De Falco

Editore: Sperling & Kupfer, 2013

Genere: giallo

Ambientazione: Trieste

Pagine: 302

Prezzo: 16,90 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 7.

 

venerdì 26 gennaio 2018

RECENSIONE: HEATER MORRIS - IL TATUATORE DI AUSCHWITZ


Sinossi:

Il cielo di un grigio sconosciuto incombe sulla fila di donne. Da quel momento non saranno più donne, saranno solo una sequenza inanimata di numeri tatuati

sul braccio. Ad Auschwitz, è Lale a essere incaricato di quell’orrendo compito: proprio lui, un ebreo come loro. Giorno dopo giorno Lale lavora a testa

bassa per non vedere un dolore così simile al suo finché una volta alza lo sguardo, per un solo istante: è allora che incrocia due occhi che in quel mondo

senza colori nascondono un intero arcobaleno. Il suo nome è Gita. Un nome che Lale non potrà più dimenticare. Perché Gita diventa la sua luce in quel buio

infinito: racconta poco di lei, come se non essendoci un futuro non avesse senso nemmeno un passato, ma sono le emozioni a parlare per loro. Sono i piccoli

momenti rubati a quella assurda quotidianità ad avvicinarli. Dove sono rinchiusi non c’è posto per l’amore. Dove si combatte per un pezzo di pane e per

salvare la propria vita, l’amore è un sogno ormai dimenticato. Ma non per Lale e Gita, che sono pronti a tutto per nascondere e proteggere quello che hanno.

E quando il destino tenta di separarli, le parole che hanno solo potuto sussurrare restano strozzate in gola. Parole che sognano un domani insieme che

a loro sembra precluso. Dovranno lottare per poterle pronunciare di nuovo. Dovranno conservare la speranza per urlarle finalmente in un abbraccio. Senza

più morte e dolore intorno. Solo due giovani e la loro voglia di stare insieme. Solo due giovani più forti della malvagità del mondo.

 

Commento:

Sul treno che lo allontana da casa sua, da Bratislava, dalla sua famiglia, Lale si aspetta di lavorare per i tedeschi: è questo che chiedeva il comunicato, un figlio maschio per ogni famiglia ebrea e lui, il secondogenito, si è offerto volontario per salvare i suoi. D’altronde Lale sa parlare tante lingue, è giovane, legge, ha una cultura: di sicuro gli daranno un lavoro decoroso. Ma già alla fine del viaggio in quel “carro bestiame” Lale capisce che non sarà così: è giunto ad Aushwitz-Birkenau, al confine tra Germania e Polonia, insieme a tanti, troppi prigionieri come lui e mentre lo obbligano a lasciare i suoi averi personali, fare la doccia, camminare in fila sotto la minaccia di una pallottola, mentre gli tatuano il numero identificativo, le sue illusioni si sgretolano. Sin da subito Lale si dà delle regole: parlare poco, osservare sempre e soprattutto sopravvivere, uscire vivo da lì per raccontare tutto al mondo.

Quando si ammala di tifo, l’altruismo dei compagni di blocco gli salva la vita e, grazie all’aiuto di un francese, comincia a lavorare come tatuatore. E’ mentre sta lavorando, in preda all’orrore per dover profanare i corpi di altri prigionieri come lui, che due occhi fra tanti lo stregano, gli si imprimono nella mente e nel cuore: sono gli occhi di Gita, slovacca come lui, che da quel momento diventerà per Lale l’unica ragione di sopravvivenza. Per via del suo lavoro, Lale gode di una posizione “privilegiata” nel campo, così sfrutta la sua arguzia ed il suo senso pratico per fare qualcosa per gli altri: aiuta qualcuno a trovare un lavoro migliore e meno rischioso, procura cibo e medicinali, dà consigli utili a tutti. Ma in cima ai suoi pensieri c’è sempre Gita e quando sono costretti a separarsi, i due giovani giurano di ritrovarsi per costruire il loro futuro senza più morte e dolore.

Un libro che, con lucidità e realismo, racconta una storia drammatica di sopraffazione, abusi, umiliazioni, ma anche di speranza ed amore. Ciò che più colpisce e che distingue questo da altri racconti è lo stile in cui è scritto: è quasi una cronaca, una voce fuori campo che descrive ciò che accade con precisione ed impersonalità, cosa che contrasta con la profonda intimità delle sofferenze narrate che risultano così più chiare ed acute. L’autrice, che ha conosciuto di persona Lale ormai anziano, racconta questa storia al presente, facendoci entrare nel campo con i prigionieri, permettendoci quasi di vederli camminare davanti a Lale porgendogli il braccio ed il talloncino di carta con il numero identificativo. Ci sembra, leggendo, di visualizzare le vicende come in un film muto eppure non meno cruento e doloroso. Fino alla fine del racconto non sappiamo cosa accadrà a Gita e Lale, se si ritroveranno, se riusciranno a scappare, se sopravviveranno e tutto questo rende la percezione degli accadimenti più forte ed intensa.

Consiglio la lettura di questo libro perché, come affermava Primo Levi, “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” e su argomenti come questo, sebbene si sia letto tanto, non bisogna mai credere di saperne abbastanza. Ad esempio, esistono tanti racconti di sopravvissuti ai campi di sterminio, tutti conosciamo l’orribile pratica di imprimere un numero identificativo su un braccio dei prigionieri, ma ci eravamo mai chiesti chi svolgesse quel compito ingrato? O abbiamo mai riflettuto su chi schedasse i prigionieri in arrivo o in partenza dai campi e quali implicazioni questi lavori avessero avuto nella vita e nel futuro di quelle persone? Forse sì, forse no… di certo questo libro ce ne fornisce un assaggio. E allora leggiamole queste storie, non solo in occasione della Giornata della memoria, ma sempre… perché non possiamo permetterci di dimenticare.

 

 

Opera recensita: “Il tatuatore di Auschwitz” di Heather Morris

Editore: Garzanti, 2018

Genere: narrativa straniera – biografia

Ambientazione: Germania-Polonia-Austria-Slovacchia, 1942-1945

Pagine: 208

Prezzo: 17,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5

 

venerdì 12 gennaio 2018

RECENSIONE: JENNIFER ROY - AVEVANO SPENTO ANCHE LE STELLE


Sinossi:

La vera storia di Syvia Perlmutter: un racconto di coraggio, disperazione e sopravvivenza.

Per oltre cinquant'anni dalla fine della guerra, Syvia, come tanti altri sopravvissuti all'Olocausto, si rifiuta di parlare degli anni trascorsi nel ghetto

di Lodz, in Polonia. Seppellisce il passato e guarda avanti. A un certo punto, però, si rende conto che è importante condividere la sua esperienza e così

inizia a raccontare la sua storia alla nipote: dalla vita tranquilla nel ghetto, ai primi rastrellamenti degli ebrei, al tentativo del padre di nasconderla

in una buca scavata nel cimitero e sottrarla così alla ferocia nazista. Fino a quando l'intera famiglia sarà scoperta e Syvia rischierà la vita.

 

Commento:

Quando i nazisti cominciarono a rastrellare le città e i ghetti in cerca di ebrei da deportare, Syvia era solo una bambina: aveva cinque anni quando, davanti a una torta al limone che non mangerà mai, capisce di essere ebrea, di dover lasciare casa sua a Lods e di dover scappare con la sua famiglia senza sapere se farà mai ritorno tra quelle mura amiche. Ha otto anni quando i tedeschi prendono tutti i bambini dalle case degli ebrei e la sua famiglia, per proteggerla, la nasconde in una buca nel cimitero del ghetto. Ha dieci anni ed ha già sulle spalle un carico di paura, dolore, sgomento quando i russi liberano il ghetto il 19 gennaio 1945. Ed è proprio con le parole di Syvia, tornata a parlare di questa triste vicenda dopo cinquant’anni, che la nipote Jennifer racconta la sua storia.

L’espediente della narrazione in tono autobiografico – come se fosse un diario scritto dalla stessa Syvia man mano che viveva quelle atrocità – è particolarmente d’effetto: il pregio di questo libro è, infatti, che racconta con la semplicità degli occhi di una bambina una storia di dolore e dalle conseguenze molto più grandi di tanti adulti. Tutto in queste pagine fa rabbrividire ma non sconvolge: all’inizio il tono di Syvia è diretto, semplice, quasi non curante, di una bambina che non capisce bene cosa le accade intorno. Questo ha l’effetto opposto di creare nel lettore un timore incipiente per ciò che accadrà. Man mano che si prosegue nella lettura, però, tutto diventa drammatico, angosciante, ineluttabile, ma la voce di Syvia resta sempre, invariabilmente, quella di una bambina che, sebbene rischi la vita ogni giorno, sia costretta alla prigionia, agli stenti, dimostra sempre coraggio e la saggezza tipica di chi sa che se sbaglia non avrà occasione di tornare indietro e metterà in pericolo gli altri. Questa è una storia di coraggio, abnegazione, altruismo, una storia non originale, ma certamente toccante soprattutto perché riguarda dei bambini.

Libro breve e coinvolgente. Consigliato.

 

Opera recensita: “Avevano spento anche le stelle” di Jennifer Roy

Editore: Newton Compton, 2016

Genere: biografia

Ambientazione: Polonia, seconda guerra mondiale

Pagine: 218

Prezzo: 9,90 €

Consigliato: sì

Voto: 8.

 

domenica 17 settembre 2017

RECENSIONE: HANNAH ARENDT - LA BANALITà DEL MALE


Sinossi:

Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in

Israele nove giorni dopo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, doveva rispondere di 15 imputazioni. Aveva commesso,

in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista. L'autrice assiste al dibattimento in aula

e negli articoli scritti per il "New Yorker", sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro il caso Eichmann. Il Male che Eichmann

incarna appare nella Arendt "banale", e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori sono grigi burocrati.

 

Commento:

In questo saggio, scritto nel 1963, Hannah Arendt analizza il processo, tenutosi a Gerusalemme nel 1961, ad Eichmann. Chi fu Eichmann? Non il peggiore, ma uno dei tanti funzionari nazisti che parteciparono alla “Soluzione finale” ed allo sterminio degli ebrei. Uno dei tanti, appunto, non il peggiore: un particolare importante perché lo scopo del libro non è, in realtà, raccontare la storia di Eichmann perché diversa dalle altre, ma dimostrare che il male non è qualcosa di grande, impressionante, mostruosamente alieno, ma che esso è nella vita quotidiana, nella politica, nel mondo del lavoro, nella giustizia, nelle piccole cose. Il male è mediocre e banale, perciò è così terribile, specie quando è istituzionalizzato e si insinua nelle decisioni sulla vita altrui.

All’irrimediabile farsa nella quale si trasforma il processo, Eichmann appare come uno stupido, un uomo che non sa bene cosa gli accade intorno, uno che non ricorda, non è in grado di decidere né ha mai deciso nulla consapevolmente perché non è capace di pensare con la propria testa. E’ questa l’immagine che passa di un criminale nazista corresponsabile della morte di milioni di persone, immagine se possibile migliorata dal fatto che egli tentò, a suo dire, di trovare una soluzione che favorisse gli ebrei facendoli uscire dal Paese lasciando loro un po’ di terra sotto i piedi. Questo è giusto un accenno per farvi capire che persona fosse Eichmann. Più in generale, il racconto della vicenda Eichmann si rivela ben presto un pretesto che l’autrice usa per parlare diffusamente dell’avvento del nazionalsocialismo, delle leggi raziali, dell’olocausto, delle soluzioni, dei mille fraintendimenti e falsi equivoci che portarono allo sterminio. Tutto questo viene descritto con puntuale minuzia, ma le denunce della Arendt non sono dirette, bisogna leggere fra le righe per capire bene qual è la sua posizione. Di certo l’autrice non risparmia nessuno, neanche gli ebrei e il neonato Stato israeliano.

Personalmente ho trovato disturbante la perenne ambiguità delle pagine, che si dissipa finalmente nell’ultimo capitolo conclusivo. Ho fatto molta fatica a concludere la lettura, ma credo che oltre ad essere complesso questo libro sia utile: è complesso per i tanti sottointesi e per la precisione del racconto con nomi, episodi e fatti; è utile perché incita ad approfondire l’argomento per comprendere meglio ciò che viene narrato… e, vista l’importanza del tema, approfondire non può essere altro che un bene.

 

Opera recensita: “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” di Hannah Arendt

Editore: Feltrinelli, prima ed. 1963

Genere: saggistica

Ambientazione: Gerusalemme-Germania

Pagine: 320

Prezzo: 11,00 €

Consigliato: sì.