simposio lettori copertina

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lunedì 29 marzo 2021

RECENSIONE: GENKI KAWAMURA - NON DIMENTICARE I FIORI

        Sinossi:

Quando la moglie gli annuncia di aspettare un bambino, Izumi non potrebbe essere piú felice. È cresciuto senza padre, e mentre immagina come sarà la sua nuova vita da genitore ripercorre alcuni momenti trascorsi insieme alla madre Yuriko, proprio mentre il mondo della donna inizia a sfumare nelle nebbie della malattia. Ma questo non impedisce a madre e figlio di riportare alla luce una vecchia ferita... Il ricordo, la memoria e l'importanza degli affetti: è con la delicatezza delle emozioni che Kawamura Genki tesse la trama di questo romanzo. Regalando ai suoi lettori un racconto intriso di quell'amore complicato e speciale, sempre unico, che c'è tra genitori e figli. Quando la moglie gli annuncia di aspettare un bambino, Izumi non potrebbe essere piú felice. Ma è anche un po' preoccupato: sarà un buon padre? E, in fondo, cos'è un buon padre? Lui, il suo, non l'ha mai conosciuto. Izumi è cresciuto da solo con la madre Yuriko, un'insegnante di musica, in un rapporto tanto stretto quanto sfuggente anche per loro. E proprio la madre è la fonte delle sue ansie maggiori: negli stessi giorni in cui scopre che diventerà padre, Izumi scopre anche che, in un certo senso, smetterà di essere figlio. La madre Yuriko, infatti, mostra i primi segni dell'Alzheimer: dimentica le cose o dove si trova, inizia a uscire di casa perdendosi per il quartiere, e una volta sembra addirittura scordare di avere un figlio. Izumi sa che sua madre è malata, ma quell'episodio riapre una vecchia ferita: Izumi non può in nessun modo cancellare quanto accaduto tra il 1994 e il 1995, quando lui era un bambino e Yuriko se ne andò di casa all'improvviso. Ma cosa successe alla madre in quei mesi di assenza? E perché si allontanò? Kawamura Genki scrive una storia delicata e piena di umanità, in cui malinconia e leggerezza si mescolano in un modo tipicamente giapponese. Proprio come in Se i gatti scomparissero dal mondo, Kawamura usa una storia intima per affrontare, quasi senza che ce ne accorgiamo, le grandi domande: cosa vuol dire essere un genitore? Qual è il rapporto tra memoria e identità? Conosciamo davvero le persone che abbiamo accanto? Potremo amarle e continuare a rispettare i loro segreti?

 

Commento:

Non dimenticare i fiori è un romanzo apparentemente leggero, ma in realtà molto profondo, delicato e suggestivo che indaga il difficile rapporto tra genitori e figli. Con l'apparente levità tipica di molti autori giapponesi, Kawamura affronta temi difficili e quantomai intricati ed intimi quali la malattia, la vecchiaia, il ricambio generazionale, il passare da figli a genitori e contemporaneamente lo smettere di essere genitori con il sopraggiungere di malattie che attaccano i ricordi. Lo fa con grande tatto, Kawamura, ma anche con grande onestà e franchezza, conducendoci nelle vite e nei ricordi dei personaggi in punta di piedi, svelandocele poco a poco, per gradi. Così scopriamo che il rapporto fra il protagonista e la madre non è sempre stato roseo, che lei non è sempre stata felice di aver cresciuto un figlio da sola, che lui è totalmente impreparato davanti alla prospettiva di diventare padre e di ritrovare in sua madre una donna diversa da quella che conosceva. Tutto avviene in modo naturale, come se i personaggi fossero persone e noi li stessimo conoscendo vis à vis davanti a plurime tazze di thè. Questa delicatezza, poi, ha il pregio di permetterci di immergerci nel nostro vissuto, di paragonare le esperienze dei protagonisti con le nostre, di fare raffronti, di trarre conferme e, magari, conforto. Non è facile trattare certi argomenti che portano con sé dolore e perdita, ma Kawamura riesce egregiamente a parlarne con il giusto equilibrio permettendo anche a noi di seguire la storia senza rimanerne schiacciati emotivamente. Una lettura sobria e gradevole che consiglio caldamente.

 

Opera recensita: "Non dimenticare i fiori" di Genki Kawamura

Editore: Einaudi, 2021

Genere: narrativa giapponese

Ambientazione: Giappone

Pagine: 319

Prezzo: 17:00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

      

mercoledì 4 novembre 2020

RECENSIONE: BETH MORREY - LA SECONDA VITA DI MISSY CARMICHAEL

Sinossi:

La mia casa è grande. Troppo grande. Ma io non sento la solitudine. La mia vita mi piace così. Uguale, giorno dopo giorno. Non ho bisogno degli altri. La maggior parte di loro, comunque, non si accorge di me. E io non faccio nulla perché questo accada. Eppure una mattina al parco qualcuno si è avvicinato. Due donne mi hanno vista persa nei miei pensieri e mi hanno offerto un caffè. Niente di che. Un piccolo gesto. Qualcosa che nessuno faceva per me da tanto tempo. Una gentilezza dopo la quale nulla è stato come prima. La mia seconda vita ha avuto inizio. La mia casa non è più così grande, se intorno al tavolo della cucina siamo in tanti. Com’era una volta. Le mie passeggiate sono diventate più lunghe, se fatte con qualcuno accanto. Ho aperto uno spiraglio nel guscio in cui mi ero rifugiata. Ma all’inizio l’ho richiuso subito, per paura che qualcuno potesse conoscere i segreti che non ho mai confessato a nessuno. Sono sempre stata brava a nasconderli. A poco a poco, però, ho scoperto la magia del fidarsi e del lasciar andare. Anche gli sbagli. Anche il dolore. Perché le persone sono pronte non solo a giudicare, ma anche a starti vicino. Basta permetterglielo. Una protagonista come non ne avete mai conosciute. Un esordio con un successo planetario come non avveniva da anni. Una storia pronta a cambiarvi la vita come non è mai accaduto finora. Dopo aver scalato le classifiche a pochi giorni dall’uscita, dopo aver riempito di recensioni entusiastiche le pagine culturali dei principali giornali del mondo, dopo aver fatto innamorare i lettori, anche i più esigenti, dopo essere state scelte per la trasposizione cinematografica, finalmente arrivano in Italia Beth Morrey e la sua Missy Carmichael. Preparatevi a conoscerla, sarà con voi per sempre, sul vostro comodino e nel vostro cuore.

 

Commento:

Missy vive sola nella sua grande casa-mausoleo, ripiegata su se stessa, chiusa a riccio, penetrabile solo verso i suoi sensi di colpa, la sua rabbia, il suo radicato malessere. Missy si crogiola nel commiserarsi ripercorrendo ricordi ed errori di sessant'anni di vita insieme al marito Leo e ai figli Melanie e Alister. Missy cammina per strada facendo le cose, pensando i pensieri, frequentando i luoghi che sarebbero piaciuti al suo marito perduto, pensando a ciò che scriverà, una volta a casa, nella mail al figlio lontano, rimuginando sulle parole furiose che due anni prima ha scambiato con la figlia Melanie. E dopo tanto macerarsi in questo stato di prostrazione psicologica e annegare il dolore nell'alcool, un giorno il suo corpo non ce la fa più, dice basta, cede e Missy sviene in pubblico, al parco. La soccorrono due donne, Angela e Silvie, tanto diverse tra loro e da lei,  due donne che, anche se Missy non lo sa ancora, diventeranno due delle sue più preziose amiche nonché le artefici dell'avvio della sua seconda vita. Sarà grazie a loro che Missy si ritroverà a prendersi cura di un cane che le riempirà la casa e la vita, costringendola ad uscire e permettendole di incontrare tante persone che diventeranno suoi amici. Sarà grazie a quest'apertura via via sempre maggiore che Missy riuscirà a guardare se stessa e la sua vita in un modo diverso, più indulgente e positivo. Da donna sola e respingente si riscoprirà gentile, allegra e disposta a lasciarsi aiutare. Questa la storia raccontata in La seconda vita di Missy Carmichael, romanzo di esordio di Beth Morrey che rientra a pieno titolo nel filone letterario Feel Good. Un libro discreto, gradevole, ma con un grande difetto: non avere nessun pregio. Non è originale, non brilla per nessuna particolarità, è un libro che si legge, fa compagnia, svolge il suo compito di spandere benessere, ma è un benessere momentaneo, un libro che non rimane, non si ricorda a lungo. Per questo motivo il mio consiglio è di leggerlo, ma solo se avete voglia di una lettura di questo tipo, rassicurante, pacificante, ma nulla di più. Discreto, bellino, ma non bello, tantomeno bellissimo.

 

Opera recensita: "La seconda vita di Missy Carmichael" di Beth Morrey

Editore: Garzanti, 2020

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Inghilterra

Pagine: 336

Prezzo: 17,90 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 7

      

giovedì 6 agosto 2020

RECENSIONE: CHARLOTTE WOOD - IL WEEKEND


Sinossi:
“Nello stesso istante sollevarono una mano per ripararsi gli occhi, con un movimento che Adele aveva visto centinaia, migliaia di volte in quei decenni
di amicizia. Le rivide com’erano un tempo, due ragazze animate dalla determinazione e dalla bellezza. Per loro provava un amore inspiegabile. Un sentimento
quasi fisico. E sapeva di averle appena liberate da una sorta di maleficio.”
Jude, Wendy e Adele, tre donne settantenni, hanno un triste compito: svuotare la casa delle vacanze di Sylvie, che è morta di recente. Sono amiche da sempre,
eppure adesso sembrano non ricordare il perché: era Sylvie a tenerle unite e in equilibrio tra loro. Jude è precisa e severa, non si lascia mai andare;
Wendy è spesso tra le nuvole e si ostina a portare ovunque il vecchio cane Finn; Adele sogna ancora un futuro da attrice ed è in perenne attesa dell’occasione
giusta. Così, durante un caldo e piovoso weekend sulla costa australiana, mentre il fantasma di Sylvie appare alle tre donne in luoghi e momenti impensabili,
emergono conflitti e antichi rancori, segreti e tradimenti. Ma sono le bugie che le amiche raccontano a se stesse a mettere a dura prova il loro rapporto.
Con tenerezza, umorismo e un’inattesa vena surreale, Charlotte Wood svela il mistero e la forza dell’amicizia, e le inquietudini dell’età matura. Ma quando
il passato si colora di tutte le sfumature del vissuto, allora il futuro si illumina, e tenendosi per mano le protagoniste riescono a vincere la paura,
sicure di poter contemplare insieme un nuovo orizzonte.
Questo libro è per chi in vacanza fruga nella valigia dei compagni di viaggio, per chi (non) ha paura di Virginia Woolf, per chi cerca una risposta negli
occhi fiduciosi di un cane, e per chi è rimasto a riva per tutta la vita e, davanti al bagliore dorato dell’acqua, trova il coraggio di abbandonarsi al
richiamo dell’oceano.

Commento:
In ogni gruppo di amici c'è, inevitabilmente, qualcuno che fa da collante, che compatta le differenze e le asperità di tutti. Nel gruppo di amiche protagoniste di questo romanzo, il collante è Sylvie, o meglio, era Sylvie. Sylvie è morta da un anno e le sue tre amiche ultrasettantenni si ritrovano nel weekend di Natale per svuotare la casa che la sua compagna metterà in vendita. Non è una vacanza, lo precisa continuamente la severa Jude, ma sono lì per lavorare. Tuttavia, appare ben presto chiaro che, dopo quarant'anni di amicizia, qualcosa sembra essersi incrinato: Sylvie è morta e con lei sembrano andati via anche i freni che consentivano l'armonia del gruppo. Si sa che in ogni relazione tra esseri umani ci sono piccoli segreti, invidie, dissapori che, per il quieto vivere, vengono taciuti, appianati, sopportati. Ora in quella casa sul mare in una località turistica australiana, le anime delle tre donne vengono fuori in tutta la loro perfidia, egoismo, particolarità; tutto sembra accentuarsi e per tutta la lettura si ha l'impressione che si arriverà ineluttabilmente a uno scontro, una catastrofe, una svolta negativa. Ebbene, il punto di rottura arriva, i nodi vengono al pettine, ma è proprio in questo frangente, in quello più basso, estremo e doloroso, che tutte ritrovano la forza di un'amicizia durata quarant'anni. Tutte e tre hanno sofferto, tutte e tre hanno dei fallimenti di cui, anche se tentano di nasconderli o negarli, sono consapevoli; tutte e tre hanno difetti e cose da farsi perdonare. Ma è proprio quando tutto sta per rompersi irrimediabilmente che il rapporto si mostra nella sua autenticità.
Personaggi vividi, ben caratterizzati, un'ambientazione claustrofobica, una scrittura capace di instillare tensione ad ogni pagina, sono gli ingredienti di un romanzo profondamente sincero, che tratta l'amicizia e la vecchiaia in modo assolutamente non convenzionale. Una lettura consigliata a chi abbia voglia di un romanzo diverso dal solito.


Opera recensita: "Il weekend" di Charlotte Wood
Editore: NN editore, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Australia
Pagine: 240
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


sabato 1 agosto 2020

RECENSIONE: DELPHINE DE VIGAN - LE GRATITUDINI


Sinossi:
Michka sta perdendo le parole. Ora che le lettere e i suoni si agitano nella sua testa in un turbinio incontrollabile, l’anziana signora deve arrendersi all’evidenza: ha bisogno di un nuovo inizio. Anche se questo significa scendere a patti con un’esistenza a metà. Nella casa di riposo in cui si trasferisce, a Michka rimangono le visite di Marie, un’ex vicina che da bambina passava molto tempo con lei, e le sedute settimanali con Jérôme, un giovane ortofonista che la aiuta a ritrovare le parole. Saranno proprio loro a permetterle di realizzare un ultimo, importante desiderio: dire «grazie» a chi, tanti anni prima, compí il gesto piú coraggioso. Quello che le salvò la vita.
Michka sta perdendo le parole. Proprio lei, che per tutta la vita è stata correttrice di bozze in una grande rivista, lei che al caos del mondo ha sempre opposto una parola gentile, ora non riesce piú a orientarsi nella nebbia di lettere e suoni che si addensa nella sua testa. E cosí adesso Michka vive in una residenza per anziani. A dire il vero, se non fosse stato per quelle parole birichine e qualche trascurabile intoppo nelle attività quotidiane, sarebbe rimasta volentieri nel suo accogliente appartamento parigino. Ma è meglio cosí: qui riceve assistenza continua, e poi non voleva che Marie, l’ex vicina a cui ha fatto da seconda madre, si preoccupasse tanto per lei. E allora biscottini, sonnellini, uscitine, passettini: Michka si piega, con una certa riluttanza, al ritmo fiacco delle giornate «da vecchia», alle stravaganze degli altri «resistenti», ai sogni infestati dalla temibile direttrice. Confinata nella sua stanzetta asettica, sempre piú fragile e indifesa, a Michka non resta che consolarsi con le visite di Marie e le chiacchierate con Jérôme, il giovane ortofonista che lavora nella casa di riposo. Il ragazzo, infatti, ha ceduto presto alla tenera civetteria della sua paziente discola – gli esercizi per il linguaggio «la sfioriscono» -, che vuole solo raccontare e farsi raccontare. A poco a poco, però, le parole si fanno piú rare, barcollanti, e, anche se non ha perso il senso dell’umorismo, Michka è consapevole di non poter deviare l’inesorabile corso degli eventi. Ed è proprio per questo che vorrebbe realizzare un ultimo, importante desiderio: ringraziare la famiglia che l’accolse durante la guerra e che di fatto le salvò la vita. Saranno Marie e Jérôme ad aiutarla, perché anche loro conoscono il valore inestimabile di un semplice «gratis», come direbbe Michka. Dopo Le fedeltà invisibili, Delphine de Vigan prosegue il suo viaggio al cuore dei sentimenti, regalandoci un intenso romanzo a piú voci, scritto con quella grazia e quella delicatezza capaci di toccare le corde piú profonde del cuore.

Commento:
Questo breve romanzo, scritto con semplicità e partecipazione, racconta una storia tanto speciale quanto comune: la storia di una donna che sta invecchiando a grandi passi, che incede inesorabilmente verso la fine della sua vita, che perde le parole proprio quando avrebbe ancora tanto, ma tanto da dire. È la storia di Michka, una donna dinamica, volitiva e indipendente, che era stata correttrice di bozze per una rivista importante ma che ora sente scappar via le parole, quelle parole, tante, varie, che lei ha sempre amato e che le hanno permesso di esprimersi e che ora l'abbandonano. Michka ricorda, è lucida, sebbene sempre più spesso abbia paura degli scenari che la sua mente le restituisce in forma di incubi. Michka non è più autosufficiente, perciò deve lasciare casa sua e trasferirsi in una RSA. Qui, nella stanzetta spoglia che diventerà la sua nuova casa, la donna pensa, riflette e rimugina su ciò che non ha detto e che vuole necessariamente dire: vuole ringraziare, Michka, vuole dire grazie a chi tanti anni prima le salvò la vita e le permise di scampare alla guerra e di averla ancora, una vita. Dopo di che sente che potrà andarsene. Accanto a lei in quest'ultima fase della vita ci sono Marie, la bambina oggi donna di cui Michka si prese tanta cura, e Jérome, un giovane ortofonista che la aiuta a rallentare la fuga delle parole e che le si affeziona.
Le gratitudini è una storia tenerissima e commovente che ci ricorda quanto sia importante dimostrare l'affetto, la riconoscenza, prima che sia tardi. Una storia su un'età difficile, di cui spesso si ha paura. Libro breve e delicatissimo, che si legge in poche ore, ma che fa riflettere. Consigliato a tutti.


Opera recensita: "Le gratitudini" di Delphine De Vigan
Editore: Einaudi, 2020
Genere: narrativa francese
Ambientazione: Francia
Pagine: 160
Prezzo: 17,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


venerdì 16 novembre 2018

RECENSIONE: GABRIEL GARCIA MARQUEZ - MEMORIA DELLE MIE PUTTANE TRISTI


Sinossi:
"L'anno dei miei novant'anni decisi di regalarmi una notte di amore folle con un'adolescente vergine." Comincia così il nuovo romanzo di Gabriel Garcia Márquez, il libro con cui il premio Nobel colombiano torna dopo dieci anni alla narrativa. A raccontare è la voce dell'anziano protagonista, un giornalista eccentrico e solitario, che accanto a un'adolescente scopre il piacere inverosimile di contemplare il corpo nudo di una donna che dorme "senza le urgenze del desiderio o gli intralci del pudore". Scopre forse per la prima volta l'amore, quello che non ha mai cercato in tutte le donne che ha incontrato e conosciuto, trovando "l'inizio di una nuova vita a un'età in cui la maggior parte dei mortali è già morta".

Commento:
"Il professore", un vecchio giornalista metodico e solitario, decide di festeggiare l'arrivo dei propri novant'anni concedendosi una notte con una giovane vergine presso la ben nota e discreta casa di Rosa Cabarcas. Al suo arrivo, però, la ragazza è stata addormentata perché molto tesa. Il nostro uomo scopre che questo, invece di dispiacergli, gli provoca una sensazione positiva, quasi di piacere. E' nella contemplazione di quel corpo dormiente che il giornalista trascorre la notte, pensando, ricordando, anche dormendo. E' questo che vuole, è questa ragazza che desidera accanto, è di lei che – per la prima volta nella sua lunga vita – si innamora. Grazie a questo corpo addormentato di ragazza, che lui chiama Delgadina, un uomo arcinoto per la sua intensa attività sessuale, scopre l'amore vero, non "inquinato" dal sesso. E proprio la sua frase "Il sesso è la consolazione che si ha quando l'amore non basta" sintetizza il pensiero e l'anima di questa storia.
Questo libro, l'ultimo di Marquez, è stato scritto in omaggio a "La casa delle belle addormentate" di Kawabata, ma sebbene l'antefatto sia lo stesso, i due libri risultano infine, tra loro molto diversi. In Kawabata troviamo un'eleganza ed una levità tutta orientale che, unita all'aura di freddezza, isolamento e mistero dell'ambientazione, dà al romanzo un tono più rarefatto e conturbante; qui, invece, traspare un calore, una sensualità trattenuta eppure dirompente, una vicinanza del protagonista e dei personaggi che rendono il romanzo molto più "colorato" ed umano. E la malinconia quasi compassionevole provata per Eguchi del romanzo di Kawabata viene sostituita qui da una tenerezza che è quasi beato sollievo.
"Memoria delle mie puttane tristi" è un libro breve, leggiadro, non volgare, che affronta temi come la vecchiaia, l'amore, la sessualità con ironia quasi giocosa, senza però tralasciare il lato più profondo dei sentimenti umani. Mi è piaciuto molto, e sebbene avessi apprezzato molto anche Kawabata, questo lo preferisco.

Opera recensita: "Memoria delle mie puttane tristi" di Gabriel Garcia Marquez
Editore: Mondadori, 2004
Genere: narrativa Sudamericana
Ambientazione: Colombia
Pagine: 141
Prezzo: 14,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 20 maggio 2018

RECENSIONE: ELIZABETH STROUT - OLIVE KITTERIDGE


Sinossi:

Premio Pulitzer 2009, Premio Bancarella 2010 e Premio Mondello 2012. In un angolo del continente nordamericano c'è Crosby, nel Maine: un luogo senza importanza

che tuttavia, grazie alla sottile lama dello sguardo della Strout, diviene lo specchio di un mondo più ampio. Perché in questo piccolo villaggio affacciato

sull'Oceano Atlantico c'è una donna che regge i fili delle storie, e delle vite, di tutti i suoi concittadini. È Olive Kitteridge, un'insegnante in pensione

che, con implacabile intelligenza critica, osserva i segni del tempo moltipllcarsi intorno a lei, tanto che poco o nulla le sfugge dell'animo di chi le

sta accanto: un vecchio studente che ha smarrito il desiderio di vivere; Christopher, il figlio, tirannizzato dalla sua sensibilità spietata; un marito,

Henry, che nella sua stessa fedeltà al matrimonio scopre una benedizione, e una croce. E ancora, le due sorelle Julie e Winnie: la prima, abbandonata sull'altare

ma non rassegnata a una vita di rinuncia, sul punto di fuggire ricorderà le parole illuminanti della sua ex insegnante: "Non abbiate paura della vostra

fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi". Con dolore, e con disarmante onestà, in Olive Kitteridge si accampano i vari accenti

e declinazioni della condizione umana - e i conflitti necessari per fronteggiarli entrambi. E il fragile, sottile miracolo di un'alta pagina di storia

della letteratura, regalataci da una delle protagoniste della narrativa americana contemporanea, vincitrice, grazie a questo "romanzo in racconti", del

Premio Pulitzer 2009.

 

Commento:

Non so se effettivamente questo libro meritasse il premio Pulitzer… non è il classico libro che definirei “da premio”, è tutt’altro che roboante o eclatante… ciò che so per certo è, però, che questo libro trasmette tranquillità. La tranquillità della provincia americana che un po’ somiglia alla provincia europea, dove ci si conosce tutti e se si sa osservare si può capire ciò che accade nella mente e nella vita di chi ci passa accanto. E’ ciò che fa da sempre Olive Kitteridge, ormai vecchia e se possibile ancor più burbera del solito: Olive è un’insegnante di matematica in pensione, ma non immaginatevi una vecchina smagrita, saggia e piegata sotto il peso dell’età. Olive è alta, imponente, burbera ed irriverente; non ha mai chiesto scusa a nessuno in vita sua, non si fa problemi a dire ciò che pensa e a vivere come vuole. In tutti i racconti in cui è diviso questo romanzo Olive ha un ruolo, spesso da protagonista, ma a volte anche solo come ombra, presenza, ricordo che si affaccia nelle vite altrui. Olive conosce tutti a Crosby, sulla costa del Maine, ma pochi – o forse nessuno – possono dire di conoscere lei. Chi sa cosa passa nella mente di una vecchia signora che non rinuncia ai suoi dieci chilometri di passeggiata mattutina? Lo sanno gli altri, chi la critica, chi la giudica, il figlio, la nuora… lo sanno della paura che le attanaglia l’esistenza? La conoscono la sua fragilità? E lei, Olive, è disposta a riconoscere di avere ancora dei bisogni e una gran voglia di vita?

Un libro che, come dicevo, trasmette tranquillità, oltre ad una certa sottile malinconia. Una lettura gradevole che pone l’accento su una fase della vita, la vecchiaia, di cui si parla poco e per stereotipi: chi l’ha detto che essere vecchi vuol dire essere saggi, non avere più alcun appetito per la vita, agire sempre per il meglio? Un libro delicato e molto ben scritto che consiglio a tutti, giovani e meno giovani.

 

 

Opera recensita: “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strouth

Editore: Fazzi, 2009

Genere: raccolta di racconti

Ambientazione: Maine, Stati Uniti

Pagine: 383

Prezzo: 18,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

domenica 28 gennaio 2018

RECENSIONE: KENT HARUF - LE NOSTRE ANIME DI NOTTE


Sinossi:

La storia dolce e coraggiosa di un uomo e una donna che, in età avanzata, si innamorano e riescono a condividere vita, sogni e speranze. Nella cornice

familiare di Holt, Colorado, dove sono ambientati tutti i romanzi di Haruf, Addie Moore rende una visita inaspettata a un vicino di casa, Louis Waters.

Suo marito è morto anni prima, come la moglie di Louis, e i due si conoscono a vicenda da decenni. La sua proposta è scandalosa ma diretta: vuoi passare

le notti da me? I due vivono ormai soli, spesso senza parlare con nessuno. I figli sono lontani e gli amici molto distanti. Inizia così questa storia di

amore, coraggio e orgoglio.

 

Commento:

Sembrava impossibile, inconsueto, assurdo, e invece… Addie e Louis sono due anziani soli che si incontrano la notte per dividere un letto e parlare. Parlano di tutto, di amenità e di temi importanti, ricordano, rivivono momenti belli e brutti delle loro vite. Prima si conoscevano appena, ora – dal giorno in cui Addie ha proposto a Louis di dividere la solitudine della notte – non possono più fare a meno l’uno dell’altra.

E tra problemi familiari, acciacchi e maldicenze il loro accordo diventa un’amicizia e poi una storia d’amore. Un amore tenero, fatto di piccole cose, di mani strette e confessioni sussurrate; fatto di gite al torrente e tacito sostegno nel momento del bisogno. Ma l’egoismo di un figlio incapace di capire può spezzare una quotidianità conquistata a fatica… ciò che non può spezzare, però, è l’affetto: l’affetto tra un ragazzino e un anziano semisconosciuto che gli ha insegnato a giocare a softball e gli ha donato un amico; l’affetto di un uomo che commise un errore e che oggi non vuole e non può più sbagliare; l’affetto di una donna disposta a mettersi in gioco a settant’anni per vivere al meglio il tempo che le resta.

Un libro breve, delicato, dolce come il soffio della brezza delle notti d’estate; una storia intima, intrisa di coraggio e speranza che dona conforto e voglia di vivere. Consigliato a tutti.

 

Opera recensita: “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf

Editore: NN, 2017

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 171

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5