simposio lettori copertina

simposio lettori copertina

lunedì 31 dicembre 2018

RECENSIONE: GRAZIA DELEDDA - IL DIO DEI VIVENTI


Sinossi:
Questo romanzo è stato poco fortunato, vittima della disattenzione di critici e giornalisti. La vicenda è incentrata sulle figure che compongono la famiglia Barcai. Alla morte del figlio maggiore, padre di un figlio illegittimo, il minore, Zebedeo, fa sparire il suo testamento, lasciando senza diritti il piccolo Salvatore. Zebedeo non riesce però a liberarsi del senso di colpa e incontra quindi Lia, la madre di Salvatore e ex-amante del fratello defunto, per offrirle un sostentamento economico per lei ed il figlio, pur non confessando fino alla fine il suo crimine.

Commento:
Lia è additata e guardata con sospetto e timore perché si è separata dal marito ed ha dato alla luce un figlio con Basilio, il maggiore dei fratelli Barcai, senza essere sposata con lui. In paese tutti cercano di evitarla perché credono che sia fattucchiera e portatrice di male, anche Zebedeo, il fratello minore di Basilio che alla morte di questi però non esita a sottrargli il testamento, di fatto privando il nipotino dell'eredità.
Da questo momento sulla famiglia di Zebedeo sembra cadere un'ombra di sventura: in particolare il figlio, Bellia, si infortuna ad una mano e le cose sembrano peggiorare di giorno in giorno. C'è chi pensa che il male sia stato causato da una qualche vendetta o fattura della vedova Lia, ma in cuor suo Zebedeo sa che sono state le sue azioni a generarlo. Ed è proprio questa la morale al centro di questo breve romanzo: il male genera altro male. I pregiudizi verso Lia, le cattive azioni di Zebedeo e la sua malacoscenza provocano il male nella sua famiglia, quasi che Dio, che non è solo il Dio dei morti, ma anche dei viventi, volesse punirla. Una buona lettura che non mi ha coinvolto da subito come "Canne al vento" o "Il segreto dell'uomo solitario", ma comunque piacevole, istruttiva ed intrisa del lirismo descrittivo e del trionfo dell'Italia popolare che tanto caratterizzano la scrittura di Grazia Deledda. Consigliato.

Opera recensita: "Il Dio dei viventi" di Grazia Deledda
Editore: Ilisso
Genere: letteratura italiana
Ambientazione: non definita, ma presumibilmente Sardegna
Pagine: 161
Prezzo: 11,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


domenica 30 dicembre 2018

RECENSIONE: RUTA SEPETYS - AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA


Sinossi:
Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando arrivano quegli uomini e la costringono ad abbandonare tutto. E a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell'università, è sulla lista nera, insieme alle famiglie di molti altri scrittori, professori, dottori. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all'arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno. Ma c'è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. E l'unico modo, se c'è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi.

Commento:
C'è un capitolo della storia del Novecento di cui si conosce e si parla poco, un capitolo doloroso e struggente che riguarda milioni di persone: sono i deportati di Stalin, gente rispettabile dei Paesi baltici che, per i motivi più disparati ed insignificanti, veniva definita antisovietica, iscritta in una lista nera e, se non riusciva a fuggire, veniva prelevata ed ammassata su un treno diretto in Siberia. E' la storia che ci viene raccontata in questo romanzo attraverso le vicende di personaggi inventati che ricalcano da vicino quelli reali. E' la storia di Lina, che parte dalla Lituania viziata, egoista, pronta a sputare sentenze su tutto e tutti e lungo il viaggio imparerà ad essere donna, ad aiutare gli altri, a chiedere scusa, ad amare. E' la storia di Jonas, suo fratello, che partirà bambino e diventerà uomo dopo aver combattuto la morte da molto vicino; è la storia della loro madre, Elena, tenace e coraggiosa, che dovrà fare scelte difficili e non perdere mai la speranza; è la storia di tante persone costrette a convivere con altre che non conoscono, a rinunciare a tutto, anche alla dignità per un tozzo di pane, ad essere trattate da criminali per una colpa che non hanno e non sanno nemmeno quale sia. E tanti non sopravvivono, vittime dell'inverno polare, delle malattie, della denutrizione, della disperazione, della crudeltà umana. Ma c'è chi, come Lina, ha un unico obiettivo: sopravvivere per ritrovare i propri cari, continuare a sperare, raccontare ciò che è stato e per farlo si aggrappa a ciò che sa fare. Per Lina, per esempio, l'ancora di salvezza sono i suoi disegni che le permettono di non soccombere al dolore e di lasciare traccia di ciò che è stato.
"Avevano spento anche la luna" è un libro bellissimo, molto molto toccante, dal quale si fa fatica a staccarsi nonostante l'atrocità, l'angoscia, lo sgomento. E' una lettura che consiglio caldamente a tutti.

Opera recensita: "Avevano spento anche la luna" di Ruta Sepetys
Editore: Garzanti, 2011
Genere: narrativa europea
Ambientazione: Lituania-Siberia-Artide, 1941-1943
Pagine: 298
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


sabato 29 dicembre 2018

RECENSIONE: BANANA YOSHIMOTO - LE SORELLE DONGURI


Sinossi:
Guriko, rimasta orfana da ragazzina, nella solitudine della sua stanza gestisce, insieme alla sorella Donko, un sito di posta per persone in difficoltà che si chiama «Donguri shimai» (Le sorelle Donguri). Donko è tanto energica e indipendente quanto la sorella è solitaria e taciturna. Questo fino a quando il messaggio di una donna che lamenta la perdita del marito induce Guriko a ripensare a Mugi, il suo primo amore, incontrato ai tempi della scuola e poi sparito nel nulla. Segretamente cova da sempre il desiderio e la speranza di ritrovarlo, decide allora di interrompere la propria clausura e di andare a cercarlo. Banana Yoshimoto, attraverso la delicata voce narrante di Guriko, ci parla di temi quali la morte, il superamento del dolore, il potere salvifico della condivisione della sofferenza e del motivo del sogno che scioglie tensioni e problemi.

Commento:
Guriko, introversa e tormentata, ci racconta qui con estrema delicatezza la vita sua e di sua sorella Donko, così diversa da lei. Le due ragazze ne hanno passate tante: sono rimaste orfane in seguito ad un incidente automobilistico, hanno vissuto da diversi zii e poi dal nonno, si sono infine ritrovate sole ed hanno dovuto imparare a badare a se stesse. Ciò che le ha salvate è stato il legame fortissimo che le unisce da sempre, sin da quando sono stati decisi i loro nomi che, insieme, formano una parola per loro significativa.
Proprio questo legame così intenso le porta a comprendersi e ritrovarsi anche quando le loro vite sono sul punto di dividersi, anche quando l'amore e le scelte di vita sembrerebbero allontanarle. Ancora una volta, come in ogni tipico romanzo giapponese ed ancor di più in quelli della Yoshimoto, ritroviamo temi come il sogno, la morte, il legame fra consanguinei, tutto trattato con estrema naturalezza e delicatezza. Un buon libro che parla di come sia necessario accettare se stessi de il proprio passato, per meglio accettare gli altri e ciò che il destino ha in serbo per noi.

Opera recensita: "Le sorelle Donguri" di Banana Yoshimoto
Editore: Feltrinelli, 2018
Genere: narrativa giapponese
Ambientazione: Giappone
Pagine: 110
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5


RECENSIONE: JEFFERY DEAVER - LA FIGLIA SBAGLIATA


Sinossi:
Megan Collier è una ragazzina "difficile": timida, solitaria, piena di rabbia. Rabbia soprattutto nei confronti dei genitori, Bett e Tate, divorziati da poco e troppo presi da se stessi per accorgersi di lei. Fortuna che ora c'è il dottor Peters, il suo nuovo psicanalista. Gli sono bastate poche sedute per stregare Megan: con il suo sguardo magnetico e la voce ferma e suadente, è il solo che riesca a far crollare le barriere della ragazza. Finché un giorno, all'improvviso, Megan scompare. Adesso i suoi genitori dovranno per forza accorgersi di quella figlia che non si erano mai preoccupati di conoscere, e che forse ha voluto fuggire proprio da loro. Ma Megan non è scappata: ben presto, infatti, dietro la sua sparizione si profila una lucida trama di ricatto e vendetta, ordita da qualcuno in grado di tenere in scacco Megan, e abilissimo a scavare nel passato della famiglia Collier. Se vogliono salvare la figlia, e scoprire chi li ricatta e perché, Tate e la sua ex moglie dovranno scendere negli inferi del proprio passato, camminando loro stessi, insieme al misterioso ricattatore, in bilico sul sottile confine tra realtà e follia.

Commento:
E' sabato mattina e Megan parcheggia la sua Tempo per recarsi a quell'inutile seduta con lo psicoterapeuta che sostituisce il suo medico consueto. E' convinta che sarà una perdita di tempo come i precedenti incontri, ma ben presto capisce che forse qualcosa di diverso e di buono c'è: ad accoglierla nello studio c'è un giovane medico dalla voce straordinaria: suadente, consolatoria, rassicurante. Un medico molto diverso dal vecchio e noioso predecessore, che sembra scavarle nei pensieri, sembra riuscire a tirar fuori la sua rabbia e soprattutto sembra conoscerla meglio di chiunque altro. Ma la realtà non è mai rosea come può sembrare: ormai, quando Megan si accorge che quest'uomo l'ha drogata, è troppo tardi. Riusciranno Beth e Tate, i suoi genitori separati, a capire che non è scappata come potrebbe sembrare e a trovarla in tempo? E soprattutto… chi l'ha rapita? E perché?
Un thriller psicologico non originalissimo, ma ansiogeno sin dalla prima pagina. Non è uno dei libri migliori di Deaver, ma è comunque ben scritto e ben congegnato. Come dico sempre: è comunque un libro di Deaver! Lo consiglio come lettura "leggera", se avete voglia di qualche buon brivido e comunque di una morale: sì, perché anche i thriller – checché ne pensino alcuni – insegnano qualcosa, e qui si parla di incomunicabilità tra genitori e figli e dell'importanza vitale delle parole.

Opera recensita: "La figlia sbagliata" di Jeffery Deaver
Editore: Rizzoli, 2010
Genere: thriller psicologico
Ambientazione: Virginia-Stati Uniti
Pagine: 358
Prezzo: 18,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


venerdì 28 dicembre 2018

RECENSIONE: FRANK MCCOURT - LE CENERI DI ANGELA


Sinossi:
Non capita spesso che la passione, condivisa da innumerevoli lettori, per il libro di uno sconosciuto si manifesti con tanta, travolgente, immediatezza. E dire che Frank McCourt, un sessantenne al suo esordio letterario, aveva previsto che Le ceneri di Angela sarebbe stato definito «come per lo più avviene con i libri irlandesi di memorie, “incantevole e lirico”» e che avrebbe avuto come unico esito un certo numero di «brevi e simpatiche recensioni».
Ma che cosa incontriamo nelle pagine delle Ceneri di Angela? La storia di «un’infanzia infelice irlandese», il che «è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora». Siamo negli anni fra le due guerre e le travagliate vicende coinvolgono una famiglia così misera che può guardare dal basso alla povertà, fra un padre perennemente ebbro e vociferante contro il mondo e gli inglesi e i protestanti e una madre che sbrigativamente trascina la sua tribù verso la sopravvivenza. Materiale pregiato per ogni sorta di patetismo. E invece qui avviene uno stupendo rovesciamento. Tutto ci arriva attraverso gli occhi e la voce del protagonista mentre vive le sue avventure. Questo ragazzino indistruttibile, sfrontato, refrattario a ogni sentimentalismo, implacabile osservatore – come solo certi bambini sanno esserlo –, crea con le sue parole, con il suo ritmo, un prodigio di comicità e vitalità contagiose, dove tutte le atrocità, pur senza perdere nulla della loro spesso lugubre asprezza, diventano episodi e apparizioni di un viaggio battuto dal vento verso una terra promessa che sarà, nei sogni infantili di quegli anni come in quelli del Karl Rossmann di Kafka, l’America.
Le ceneri di Angela è apparso per la prima volta nel 1996.

Commento:
Qual è il limite alla povertà? Quando si può davvero dire di aver toccato il fondo della miseria? Leggendo questo romanzo autobiografico sembrerebbe proprio che non ci sia fondo all'ingiustizia ed alla sfortuna dell'uomo. Ormai adulto ed al sicuro in America, Frank McCourt ci racconta la sua infanzia ed adolescenza con gli occhi e con le parole di un bambino nato in America da genitori irlandesi, trasferitosi in Irlanda con tutta la famiglia, un ragazzino che ha visto morire i suoi fratelli di fame e di stenti, un ragazzo dei vicoli abituato a fare di tutto per sopravvivere e inseguire il suo sogno: tornare in America. Un racconto straziante di povertà, stenti, rifiuto e porte sbattute in faccia da chi avrebbe dovuto accogliere, alcoolismo, sopraffazione, incapacità di rimboccarsi le maniche e rialzare la testa… il tutto raccontato con un'ironia commovente che a tratti fa ridere e a tratti tocca nel profondo. "Le ceneri di Angela" è un libro angosciante e tristissimo che racconta l'estremo: l'estrema povertà, l'estremizzazione dell'ideale patriottico, la divisione della fede in fazioni, l'estremo abbrutimento di uomini e donne incapaci di reagire e di non soccombere. Se devo essere sincera, avrei tagliato qua e là qualche scena ripetitiva che non fa altro che appesantire un racconto già non leggero di suo… tuttavia questo è un libro che consiglio, non foss'altro che per il fatto che, anche attraverso un libro, anche tramite il racconto delle sventure altrui, bisogna imparare dagli errori, di qualunque natura siano.


Opera recensita: "Le ceneri di Angela" di Frank McCourt
Editore: Adelphi, prima ed. 1996
Genere: autobiografia
Ambientazione: America-Irlanda, tra le due guerre
Pagine: 377
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.


mercoledì 26 dicembre 2018

RECENSIONE: JEFFERY DEAVER - IL GIARDINO DELLE BELVE


Sinossi:
New York, 1936. L'America e il mondo intero guardano con apprensione l'inarrestabile ascesa di Hitler. A Paul Schumann, killer di origine tedesca, è stato catturato dall'FBI e gli viene fatta una strana proposta: le autorità federali gli offrono l'immunità per i suoi crimini in cambio dell'omicidio di Reinhard Ernst, uomo di fiducia del Führer. Paul ha quarantotto ore per individuare il suo obiettivo, eliminarlo, e intanto difendersi dall'apparato di sicurezza nazista. Intanto a Berlino, il detective Willy Khol lavora per fermare la scia di sangue che Schumann si lascia alle spalle.

Commento:
Quando uno scrittore di thriller può davvero definirsi "bravo"? A mio parere quando scrive un romanzo accurato, dettagliato, appassionante riuscendo ad adattare la sua scrittura al contesto in cui si svolge la vicenda; quando riesce ad essere pressocché perfetto, ma anche solo credibile, in un contesto diverso da quello che tratta abitualmente; quando riesce a far parteggiare il lettore per il "cattivo", senza fargli detestare il "buono". Stando a questi personalissimi parametri di giudizio, non posso che affermare che Jeffery Deaver non è solo bravo: è magnificamente geniale.
"Il giardino delle belve" è un appassionante thriller storico ambientato fra l'America e la Germania nazista poco prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale. Paul Schumann è un sicario tedesco-americano che viene assoldato dal Bureau per uccidere un alto papavero del Reich, il colonnello responsabile del riarmo, un essere tanto intelligente quanto spregevole. Sulla sua strada, però, Schumann incontrerà di tutto: SS, SA, giovani della gioventù hitleriana, traditori che credeva collaboratori, poliziotti molto zelanti come l'ispettore Khol, un bravissimo membro della Cripo che a sua volta si rivelerà una vittima del sistema. E incontrerà anche degli amici, come Kate e Otto… e dovrà improvvisare, mantenere il suo cuore di ghiaccio, fare delle scelte talvolta vitali. Tutto questo in un Paese in continua, rapida evoluzione, in cui la malattia più grave sembra essere la cecità mentale. Un thriller davvero ben scritto, a tratti un po' lento, ma questa lentezza invece che demotivare fa pregustare le scene di tensione narrativa.
Come al solito Deaver rivela la sua maestria nel sorprendere, dosare la tensione, colpire con uno stravolgimento: nei suoi romanzi nulla e nessuno è mai ciò che sembra; i buoni non sono mai completamente buoni, i cattivi mai troppo cattivi e comunque tutti sono dotati di un grado di intelligenza ed astuzia invidiabili che non permettono mai all'attenzione di calare. Un altro romanzo che vale la pena leggere… Deaver colpisce ancora!


Opera recensita: "Il giardino delle belve" di Jeffery Deaver
Editore: Rizzoli, 2008
Genere: thriller storico
Ambientazione: New York-Berlino, 1936
Pagine: 485
Prezzo: 10,90 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


martedì 25 dicembre 2018

RECENSIONE: ZORAN ZIVKOVIC - L'ULTIMO LIBRO


Sinossi:
Che cosa terribile! Purtroppo alla libreria "Il Papiro" si è verificato un triste incidente. Il signor Todorovic, uno dei clienti più affezionati, è morto improvvisamente, mentre stava leggendo un libro seduto su una poltrona. Vera Gavrilovic, una delle due libraie, è costernata, e quando arriva l'ispettore Dejan Lukic, per un semplice controllo, gli comunica a cuore aperto tutto il suo sconcerto e la sua preoccupazione. Non è che l'inizio, ahimè, perché al primo si sussegue un altro decesso, e poi un altro. Le morti sono inspiegabili, l'unica traccia è che tutte le vittime stavano leggendo un libro. Per Dejan, poliziotto amante dei libri, e Vera, libraia appassionata, comincia una strana indagine, sempre più incalzante, che si allargherà e si complicherà fino a coinvolgere addirittura la polizia segreta. Finché non s'imbatteranno nell'ultimo libro...

Commento:
"L'ultimo libro" è un giallo inconsueto, dai tratti onirici/fantascientifici, che coinvolge un ispettore letterato, una libraia, una serie di strani individui e… un libro… o meglio, un'intera libreria: Il Papiro. E' qui che avvengono alcuni decessi inspiegabili, apparentemente si tratta di morti naturali, di persone assolutamente in salute che muoiono improvvisamente mentre leggono un libro sedute in poltrona o lo sfogliano distrattamente davanti ad uno scaffale della libreria. Sarà difficile ed oltremodo pericoloso scoprire quale sia la causa di queste morti… ma la scoperta è adirittura sorprendente quanto inspiegabile.
"L'ultimo libro" è un giallo piacevole e godibile, tuttavia mi ha lasciato molto perplessa, soprattutto nel finale, per la sua stranezza: l'autore, lo scrittore serbo Zoran Zivkovic, intreccia la narrativa con il giallo e la fantascienza, immaginando sette segrete, storie d'amore e intrecci polizieschi niente male. Il risultato è qualcosa di indefinito, di certo particolare. Per gran parte della lettura avrei detto che questo romanzo mi è piaciuto; arrivata alla fine, però, non saprei se confermare il giudizio. Di certo questo è un giallo sui generis che va letto, poi si potrà giudicarne il gradimento.

Opera recensita: "L'ultimo libro" di Zoran Zivkovic
Editore: Tea, 2010
Genere: giallo
Ambientazione: Belgrado
Pagine: 232
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 7.