simposio lettori copertina

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sabato 18 luglio 2020

RECENSIONE: BANANA YOSHIMOTO - IL DOLCE DOMANI


Sinossi:
Sayoko e Yōichi hanno avuto un incidente, lei è rimasta gravemente ferita, lui invece non c'è più. La loro era una storia bellissima, in cui la scarsa volontà di impegnarsi era compensata da un amore profondo e libero, e senza di lui Sayoko si sente vuota, o forse, come le dice l'amico okinawano Shingaki, deve solo andarsi a riprendere il suo mabui. È proprio la ricerca del mabui, di una cosa che somiglia molto all'anima e che Sayoko non sa nemmeno se la rivuole per davvero, il tema centrale di un romanzo che, con profondità e delicatezza, racconta il dolore e la rinascita di chi è sopravvissuto alla morte di qualcuno che amava. Ambientato fra i templi e gli onsen di Kyoto, con riferimenti a Frankenstein e agli zombie, Il dolce domani, scritto dopo l'incidente di Fukushima, sembra suggerire la nostalgia per ciò che si è perduto come mezzo per superare il trauma di aver vissuto il disastro di Fukushima e le sue conseguenze.

Commento:
Ancora una volta, leggendo questo libro, non posso non rimanere stupita ed ammirata dalla capacità dei giapponesi di affrontare temi difficili e strazianti come la morte e la perdita con tanta levità. E per levità non si intende qui leggerezza, superficialità: tutt'altro. Nella vicenda raccontata in queste pagine Banana Yoshimoto evidenzia la centralità della morte, della perdita, del dolore, tutti sentimenti a cui non bisogna sottrarsi, che non bisogna sminuire o aggirare, ma che al contrario bisogna guardare in faccia. Fare i conti con ciò che si è perso, venire a patti col dolore, favorisce l'accettazione e, di conseguenza, la rinascita, il ritorno alla vita. Un ritorno alla vita che, qualunque cosa ci sia successa, è necessario. Così la giovane donna che ha perso il ragazzo ed il cui corpo non tornerà più come prima, non sarà più la stessa persona di prima dell'incidente. Eppure, rimanendo sulla terra, troverà la sua dimensione, il suo nuovo equilibrio, il suo nuovo modo di vivere. Dovrà farlo, si riapproprierà piano piano della sua vita.
La sensazione più forte che si prova leggendo è il conforto, la consolazione: queste pagine, con tutti i riferimenti soprannaturali, le atmosfere oniriche tipiche della letteratura giapponese e la mentalità tutta nipponica di approcciarsi alla vita, regalano benessere e pace. E viene da pensare che Banana Yoshimoto sia ben riuscita nel suo intento: questo libro è dedicato a tutte le persone che soffrono, in particolare a quelle che vissero il disastro di Fukushima nel 2011, ma a chiunque possa trovarne conforto, trarne giovamento. E sì, è proprio quello che si prova non solo nel finale, ma per tutta la durata del racconto.

Opera recensita: "Il dolce domani" di Banana Yoshimoto
Editore: Feltrinelli, 2020
Genere: narrativa giapponese
Ambientazione: Giappone
Pagine: 112
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


martedì 12 novembre 2019

RECENSIONE: GRéGOIRE DELACOURT - DANZANDO SULL'ORLO DELL'ABISSO


Sinossi:
Emma, quarant’anni, felicemente sposata, tre figli, incontra lo sguardo di uno sconosciuto nella brasserie della cittadina in cui vive. E in un istante, capisce. Capisce che per quell’uomo è disposta a rischiare ogni cosa. Il matrimonio. La sicurezza. La serenità di coloro che ama più di se stessa. Quando lui dimostra di ricambiarla, Emma chiude gli occhi, spalanca il cuore e fa il grande salto. Danzando sull’orlo dell’abisso è il racconto di quel salto. Di cosa accade quando l’amore, la consuetudine, le fondamenta stesse di un’esistenza, vacillano sull’orlo di un abisso che tutto promette e tutto minaccia di inghiottire. Con precisione chirurgica e straordinaria sensibilità poetica, Grégoire Delacourt mette in scena la vertigine del desiderio, le conseguenze della libertà e l’intensità del momento in cui capisci che “il presente è l’unica eternità possibile.”

Commento:
Inutile girarci intorno: Danzando sull'orlo dell'abisso è un libro struggente e difficile da leggere. Non perché sia brutto, tutt'altro! Quella racchiusa in queste pagine è una storia tanto bella quanto triste, sia per le vicende in sé, sia per la sensibilità con cui vengono raccontate. Esistono, infatti, qui due dimensioni: quella della storia, della narrazione, e quella della scrittura. La storia è quella di Emma che alla soglia dei quarant'anni, pur non avendo nulla da recriminare, con un marito e una famiglia presente, inciampa per caso in un gesto sobrio e insignificante compiuto da uno sconosciuto e si perde completamente per lui. Emma non era infelice, ma da sempre – e se ne rende conto quando lo trova in quell'uomo al tavolo di una brasserie – cercava qualcosa, qualcosa che le mancava: non un'avventura, non un amante, ma una vertigine. Soccombere al desiderio e lasciare famiglia e sicurezza o distogliere lo sguardo e barricarsi contro gli attacchi del proprio io? Una scelta dura, resa durissima dagli accidenti che il destino, il fato, Dio o il diavolo mette sul cammino di Emma. Una storia di scelte, desiderio, dolore, amore, famiglia, incidenti, amicizia, vita, morte. Poi c'è la dimensione della scrittura: sì, perché una storia diventa tanto più bella quanto più chi la racconta sa far emozionare. E Grégoire Delacourt qui non solo emoziona, ma crea empatia, crea poesia. Tutto il libro è venato di un lirismo profondo, intenzionale e intrinseco, naturale, mai spocchioso o contraffatto. E tra un bicchiere di vino, un'ostrica e un'antidolorifico tutto diventa più intenso, anche la sofferenza ci sembra più vivida se raccontata così. E perciò è ovvio che, anche se è difficile da leggere perché non distoglie lo sguardo davanti ai sentimenti e al dolore, io ve lo consiglio lo stesso questo libro… perché la vita va affrontata sempre, qualsiasi calice ci ponga davanti.


Opera recensita: "Danzando sull'orlo dell'abisso" di Grégoire Delacourt
Editore: Dea Planeta, 2019
Genere: narrativa europea
Ambientazione: Francia
Pagine: 240
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


giovedì 24 ottobre 2019

RECENSIONE: ANGELO FERRACUTI - LA METà DEL CIELO


Sinossi:
Dentro la piccola comunità di un borgo dell’Italia centrale, dentro l’incombente senso di vuoto che segue la stagione felice dell’amore e dell’impegno politico, dentro le piccole cose della vita famigliare entra la grandezza devastante della morte. Patrizia, la moglie di Angelo, muore a soli 42 anni. Lui, ossessionato dai fallimenti, economici e morali, si muove incerto nel nuovo presente. Son passati dieci anni ma la memoria torna alla malattia, a come si è manifestata, a come ha dettato il suo protocollo. La narrazione mescola, per piani sfalsati, l’esperienza del dolore e quella della ricostruzione, l’apparire di una nuova figura femminile e l’asfissia provinciale, le fughe, i ritorni e la smemorante esperienza alcolica.
Angelo Ferracuti insegue con pazienza i fatti, la cruda cadenza dei fatti, torna alle forme del desiderio, dell’intesa, dei silenzi, e di una nuova ritrovata complicità. Siamo ospitati con garbo, senza patetismi, dentro una storia che diventa quasi nostra e che dice, fra strazio e calore, quanta vita c’è oltre lo strappo del vuoto.

Commento:
Quella raccontata in queste pagine è una storia vera, una storia di vita vissuta intensamente, con il suo carico di fallimenti, piccole gioie, viaggi, vacanze, cene, liti, alcool, dolori… una vita, insomma. A raccontarcela, con il coraggio di chi ci è passato attraverso, è Angelo Ferracuti. Angelo e Patrizia si sono conosciuti da giovanissimi, grazie all'amore per il teatro; hanno condiviso la militanza politica, la convivenza, il matrimonio, due figlie – Eugenia e Lucrezia – e un sacco di altre esperienze positive e negative. Una, in particolare, li ha profondamente uniti dopo un lungo periodo di instabilità, la malattia di lei, il tumore che poi li avrebbe separati dopo una sofferenza immensa. Fiaccato, smarrito, disorientato dal dolore e dal vuoto, Angelo cerca di ricostruire la storia condivisa con Patrizia e le figlie, di tracciare un percorso di parole, emozioni, ricordi; lo fa nell'arco di dieci anni in cui ne analizza i contorni, la rimaneggia, la stravolge fino a giungere a questo libro, risultato di più di dieci anni di rielaborazione del dolore e del lutto. Oggi, al culmine del percorso di trasformazione ed accettazione di sé cominciato molti anni fa e che l'ha reso un'altra persona, Angelo Ferracuti ha una moglie con cui è felice, ha trovato il coraggio di ridare corso alla sua vita anche grazie a quel dolore, a quell'esperienza che non può dimenticare, ma con la quale deve imparare a convivere. La metà del cielo non è, com'è ovvio e prevedibile, un libro facile: non si legge a cuor leggero, non gli si possono affibbiare le solite frasi da recensori del tipo "è scorrevole", "si fa leggere" ecc. No, questa è una storia intrisa di dolore, calore, vita, che va interiorizzata – per quanto possibile -, presa a piccoli sorsi e soprattutto rispettata. Consiglio questa lettura? Sì, perché sebbene non sia facile, tocca uno dei due argomenti che inesorabilmente riguardano tutti noi: non la morte, ma la vita.


Opera recensita: "La metà del cielo" di Angelo Ferracuti
Editore: Mondadori, 2019
Genere: autobiografico, narrativa italiana
Ambientazione: Marche-Italia
Pagine: 216
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


venerdì 24 maggio 2019

RECENSIONE: MATT HAIG - COME FERMARE IL TEMPO


Sinossi:
Neil Gaiman Pensate a un uomo che dimostra quarant’anni, ma che in realtà ne ha più di quattrocento. Un uomo che insegna storia nella Londra dei giorni nostri, ma che in realtà ha già vissuto decine di vite in luoghi e tempi diversi. Tom ha una sindrome rara per cui invecchia molto lentamente. Ciò potrebbe sembrare una fortuna… ma è una maledizione. Cosa succederebbe infatti se le persone che amate invecchiassero normalmente mentre voi rimanete sempre gli stessi? Sareste costretti a perdere i vostri affetti, a nascondervi e cambiare continuamente identità per cercare il vostro posto nel mondo e sfuggire ai pericoli che la vostra condizione comporta. Così Tom, portandosi dietro questo oscuro segreto, attraversa i secoli dall’Inghilterra elisabettiana alla Parigi dell’età del jazz, da New York ai mari del Sud, vivendo tante vite ma sognandone una normale. Oggi Tom ha una buona copertura: insegna ai ragazzi di una scuola, raccontando di guerre e cacce alle streghe e fingendo di non averle vissute in prima persona. Tom deve ad ogni costo difendere l’equilibrio che si è faticosamente costruito. E sa che c’è una cosa che non deve assolutamente fare: innamorarsi.

Commento:
Come si fa ad imparare il modo giusto di vivere? E' una questione di tempo, di esperienze vissute, di atteggiamento, di incontri? E' fondamentalmente questo il tema centrale di questo libro: nel 2018 Tom ha l'aspetto di un quarantenne, ma in realtà ha 436 anni. La sua è una disfunzione che ritarda notevolmente l'invecchiamento, portando lui e quelli come lui a vivere più vite e di conseguenza più ingiustizie, più orrori, più dolore. Dolore, soprattutto perché non è facile separarsi da chi si ama, non è facile continuare a vivere per molti, molti anni, dopo che le persone a cui tieni sono invecchiate e poi morte. E non è facile neppure costruire qualcosa di duraturo se si deve sempre scomparire dopo un determinato numero di anni per non creare sospetti. E' in quest'incertezza, segnata da dolori antichi e perdite mai sopite, che vive Tom; ma Tom è stanco di fuggire, vuole solo una vita banale, tranquilla, defilata e soprattutto vuole ritrovare una persona cara che ha la sua stessa disfunzione e che lui ha dovuto abbandonare secoli fa. E' questo che lo spinge a sopravvivere ancora in una società profondamente cambiata.
Come fermare il tempo è un libro originale, che, però, mi ha coinvolto poco: i concetti espressi, soprattutto sul finale, sono profondi e degni di riflessione, ma la storia, per quanto ben scritta, non mi ha catturato e mi è sembrata, nel complesso, poco credibile. Una lettura gradevole, in definitiva, ma che non ricorderò.


Opera recensita: "Come fermare il tempo" di Matt Haig
Editore: E/O, 2018
Genere: fantascienza
Ambientazione: Inghilterra-Australia
Pagine: 360
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 7.


giovedì 23 maggio 2019

RECENSIONE: HARUKI MURAKAMI - KAFKA SULLA SPIAGGIA


Sinossi:
Un ragazzo di quindici anni, maturo e determinato come un adulto, e un vecchio con l'ingenuità e il candore di un bambino, si allontanano dallo stesso quartiere di Tokyo diretti allo stesso luogo, Takamatsu, nel Sud del Giappone. Il ragazzo, che ha scelto come pseudonimo Kafka, è in fuga dal padre, uno scultore geniale e satanico, e dalla sua profezia, che riecheggia quella di Edipo. Il vecchio, Nakata, fugge invece dalla scena di un delitto sconvolgente nel quale è stato coinvolto contro la sua volontà. Abbandonata la sua vita tranquilla e fantastica, fatta di piccole abitudini quotidiane e rallegrata da animate conversazioni con i gatti, dei quali parla e capisce la lingua, parte per il Sud. Nel corso del viaggio, Nakata scopre di essere chiamato a svolgere un compito, anche a prezzo della propria vita. Seguendo percorsi paralleli, che non tarderanno a sovrapporsi, il vecchio e il ragazzo avanzano nella nebbia dell'incomprensibile schivando numerosi ostacoli, ognuno proteso verso un obiettivo che ignora ma che rappresenterà il compimento del proprio destino. Diversi personaggi affiancano i due protagonisti: Hoshino, un giovane camionista di irresistibile simpatia; l'affascinante signora Saeki, ferma nel ricordo di un passato lontano; Òshima, l'androgino custode di una biblioteca; una splendida prostituta che fa sesso citando Hegel; e poi i gatti, che sovente rubano la scena agli umani. E infine Kafka. "Uno spirito solitario che vaga lungo la riva dell'assurdo".

Commento:
Hurrah! Ce l'ho fatta, 10 punti in più per me! Sono riuscita a portare a termine, con soddisfazione, questa lettura cominciata un paio d'anni fa e poi interrotta. E dire che stavo per lasciar perdere anche stavolta e la causa sarebbe stata la stessa del primo tentativo: una sopraggiunta, insopprimibile noia. Però, nonostante l'abbiocco, avvertivo che in questo libro c'era qualcosa di bello, che sarebbe valsa la pena di continuare… così mi sono fatta forza ed eccomi qui… ed è stato più piacevole del previsto!
Kafka sulla spiaggia non è un libro consueto: la vicenda raccontata è assolutamente assurda e particolare, come d'altronde accade in quasi tutti i libri di narrativa giapponese. Parallelamente si sviluppano due storie, quella di Tamura Kafka – un quindicenne che scappa da casa e si ritrova nella cittadina di Takamatzu dove incontra Sakura, Oshima e la signora Saeki – e quella del vecchio Nakata – un uomo con disturbi mentali dovuti ad un misterioso incidente avvenuto durante la guerra. Due storie destinate a sovrapporsi inesorabilmente, legate a doppio filo come sono. Un viaggio, per entrambi, costellato di incontri fortuiti e fortunati: Nakata incontra tante persone che lo aiuteranno nel suo peregrinare e trova un amico sincero nel giovane camionista Hoshino; Kafka incontra il signor Oshima che lo aiuterà fraternamente nella fuga e nel difficile periodo che seguirà, e la signora Saeki con la quale nascerà un rapporto decisamente sui generis. Un libro in cui vita e morte si fondono, si corteggiano e si respingono; spazio, tempo, dimensionalità sono concetti labili e relativi; sogno, realtà, concretezza, astrattismo si mescolano in una storia da non comprendere, ma da gustare come viene, così come ce la racconta Murakami. E a forza di star dietro a gatti, pietre e strane apparizioni, si arriverà a fine lettura con un senso di nostalgia per coloro che ci hanno accompagnato fino alla fine del racconto. Non so se questo sia il migliore dei romanzi di Murakami: non è quello che mi è piaciuto di più, però è un libro denso di concetti filosofici e di insegnamenti di vita, perciò merita davvero di essere letto, anche più volte per gustarne al meglio il fondo. Consigliato… nonostante la falsa partenza.

Opera recensita: "Kafka sulla spiaggia" di Haruki Murakami
Editore: Einaudi, prima ed. originale 2002
Genere: narrativa giapponese
Ambientazione: Giappone
Pagine: 518
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.


sabato 13 aprile 2019

RECENSIONE: MARIA PIA ROMANO - LA CURA DELL'ATTESA


Sinossi:
«Non era nuda abbastanza se non scioglieva i capelli. Lui la obbligava a farlo, ogni volta». Davide è stato per Alba la rivelazione della pulsante voce della vita, la scoperta dell'amore che s'incide sulla pelle, per la prima volta. Nel trascorrere degli anni lei ha cercato di scacciare l'immagine inopportuna di un volto riemergente dal passato, è diventata una donna decisa e brillante: un ingegnere capace di spiegare ai suoi studenti il mondo dei motori disegnando alla lavagna curve perfette come il suo grembo, tenero portatore di nuova vita. Nell'attesa, Alba sfoglia le pagine della sua esistenza: l'infanzia chiusa nel cerchio perfetto della sua casa, gli anni a Ruvo di Puglia, poi il trasferimento nel Salento, la dedizione allo studio, le oscillazioni dell'animo. E lo sguardo innamorato di Filippo, il suo presente. Cos'è l'amore? Il calore della sicurezza che accarezza e non delude? Oppure la sottile incertezza che sa infiammarsi di passione, facendo invertire la rotta all'improvviso? Le grandi storie come questa possiedono la forza per navigare in un mare di parole.

Commento:
Un mare di sensazioni, suggestioni sensoriali, paesaggi scolpiti negli occhi, sensualità discreta e dirompente. Così Maria Pia Romano dipinge la storia di Alba, ingegnere, giovane docente di ingegneria, intollerante alla lentezza, amante dei libri, del mare e della poesia. Alba è sempre stata una diversa, una che non si uniforma al branco, solitaria, riservata, libera. Alba vive l'amore in modo travolgente, ma non riesce mai a concedersi completamente: c'è una vita segreta che è solo sua e che nessuno conosce davvero. Ci tiene, Alba, a questa parte di sé, anche a costo di dover rinunciare agli altri. E quando l'indecisione tra due parti del suo cuore la fa vacillare, un nuovo evento, inatteso e felice, arriverà a completarla, a ricongiungerla a se stessa, in un muto grazie per il dono della vita.
Maria Pia Romano, pur con una prosa ricca – quasi opulenta – di suggestioni, immagini, suoni, tratteggia con tocco lieve, ma diretto e profondo la storia di questa giovane donna nella quale non è difficile ritrovarsi, specie per chi, come me, ama il mare – nel nostro caso quello del Salento -, le parole, i sogni di carta che ognitanto si trasformano in sogni di vita. Un libro breve, un afflato di poesia nell'appiattimento dei sensi, uno spicchio di sole, irriverente e tenace, in una giornata uggiosa. Consigliato.

Opera recensita: "La cura dell'attesa" di Maria Pia Romano
Editore: Lupo editore, 2013
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Puglia
Pagine: 160
Prezzo: 8,99 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


venerdì 16 novembre 2018

RECENSIONE: YASUNARI KAWABATA - MILLE GRU


Sinossi:
"I personaggi di Kawabata, evanescenti e inquieti ma mai tragici, lontani da una vitalità eroica (al contrario di quelli di Mishima, ad esempio) o drammatica, sono piuttosto "dilettanti del vivere" calati nella dicotomia fra il perseguimento di un ideale estetico di purezza e torbide pulsioni: ne deriva un erotismo vissuto come impossibilità di unione fra sé e l'oggetto del desiderio, che è tale proprio perché irraggiungibile. In questo dissidio fra l'individuo e la proiezione del suo desiderio sta l'eleganza: perché l'amore non è un sentimento, è un ideale estetico. I "dilettanti del vivere" di Kawabata si muovono in una dimensione temporale sospesa, segnata dai ricordi, in un alternarsi continuo di passato e presente (da qui la frequente scelta di personaggi colti negli anni di una maturità carica di memoria), di vita e di morte. Inseguono nel presente le tracce del passato e dei morti, nel tentativo di rivivere il tempo perduto, e dare così nuovo spessore alla realtà." ((dallo scritto di Cristiana Ceci).

Commento:
Non è facile riassumere in poche righe la frastagliata trama di questo pur breve libro, così come non è facile scandagliarne in profondità tutti gli aspetti. La difficoltà, probabilmente, mi viene proprio dalla peculiarità della scrittura di Kawabata, così profondamente orientale e così intrisa di quella cultura così lontana dalla nostra che io, mio malgrado, conosco poco e so interpretare ancora meno. In sintesi, Kikuji, un giovane celibe e rimasto orfano, viene invitato da Chikako – donna al servizio del padre nonché sua amante per breve tempo – ad una cerimonia del thè. In realtà la donna ha in mente di combinare il matrimonio tra Kikuji e la giovane e quantomai eterea signorina Inamura dalla quale, peraltro, Kikuji rimane piacevolmente colpito. Alla cerimonia, però, partecipano inattese anche la signora Ota – anche lei stata amante del padre di Kikuji – e sua figlia Fumiko. La signora Ota aspetta Kikuji all'uscita dal padiglione del thè per parlargli del padre. Tra i due sboccia una passione improvvisa e impetuosa. Da qui si origina il resto della storia in un susseguirsi di vicende che coinvolgono in vario modo tutti questi personaggi. Ciò che più colpisce in questo libro è la dicotomia degli opposti: vi è, infatti, un continuo alternarsi ed intrecciarsi di vita e morte, passione e dolore, purezza e sensualità, sincerità ed inganno, verità pura e semplice e sottinteso torbido. Il libro è, inoltre, pervaso di una sensualità conturbante tipica di quell'erotismo artefatto e mascherato, probabilmente retaggio della cultura giapponese che porta le persone a non mostrare mai i propri sentimenti, che nell'impossibilità di concretizzarsi rimane nell'aria e si tramuta in elegante seduzione. Seduzione che qui passa dalle persone agli oggetti, in particolare al vasellame usato per la cerimonia del thè, rito che si carica qui di una sacralità piena di promesse. Gli oggetti, i vasi, le coppe, i luoghi, i fiori diventano metafora dell'espressione dei sentimenti e perfino dell'anima e del carattere di chi li ha posseduti e utilizzati. Così, una coppa viene adoperata e regalata per commemorare un defunto e può, a sua volta, divenire foriera di vita o di morte.
Consiglio questo libro così particolare eppure affascinante a chi apprezza la letteratura giapponese ed è pronto ad immergersi in una cultura così misteriosa, accattivante, ma lontana dalla nostra.


Opera recensita: "Mille gru" di Yasunari Kawabata
Editore: SE, prima ed. 1952
Genere: letteratura giapponese
Ambientazione: Giappone
Pagine: 136
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7


venerdì 7 settembre 2018

RECENSIONE: ALESSANDRO D'AVENIA - COSE CHE NESSUNO SA


Sinossi:
Margherita ha quattordici anni e sta per varcare una soglia magica e misteriosa: l'inizio del liceo. Un mondo nuovo da esplorare e conquistare, sapendo però di poter contare sulle persone che la amano. Ma un giorno, tornata a casa, ascolta un messaggio nella segreteria telefonica: è di suo padre, che non tornerà più a casa. Margherita ancora non sa che affrontando questo dolore si trasformerà a poco a poco in una donna, proprio come una splendida perla fiorisce nell'ostrica per l'attacco di un predatore marino. Accanto a lei ci sono la madre, il fratellino vivace e sensibile e l'irriverente nonna Teresa. E poi Marta, la compagna di banco sempre sorridente, e Giulio, il ragazzo più cupo e affascinante della scuola. Ma sarà un professore, un giovane uomo alla ricerca di sé eppure capace di ascoltare le pulsazioni della vita nelle pagine dei libri, a indicare a Margherita il coraggio di Telemaco nell'"Odissea": così che il viaggio sulle tracce del padre possa cambiare il suo destino.

Commento:
Di solito mi tengo lontana dai libri che parlano di adolescenza: non li amo, difficilmente trovo qualcuno che sappia parlare di quel periodo facendomelo sentire vicino, guardandolo con i miei occhi. Però questo libro lo ha scritto D'avenia, ormai una garanzia per me, infatti l'ho divorato: mi ha fatto sorridere, commuovere, emozionare e, soprattutto, mi ha fatto immedesimare nella storia di questi ragazzi così coraggiosi eppure così fragili, che ancora non sanno come affrontare la vita, ma provano comunque a intraprendere il loro viaggio rischiando tutto. E mi sono immedesimata anche nella vicenda di questo giovane professore, immerso, quasi soffocato dall'amore per i suoi libri, che però non riesce a lasciarsi leggere e trovare dalla vita vera. Perché la vita "è nu filu", ci stiamo in bilico avanzando ogni giorno a piccoli passi; uno sbaglio rischia di farci precipitare, ma sta a noi cercare la forza per risalire la china e trovarla dentro di noi e nell'affetto delle persone che ci circondano. Bellissimi i riferimenti all'Odissea e, in particolare, alla storia di Telemaco, figlio che intraprende il suo personale viaggio alla ricerca del padre per mezzo del quale imparerà a conoscere se stesso. In definitiva, un ottimo libro che, più che di adolescenza, parla di vita, di relazioni sociali, familiari, di coppia, generazionali… e parla della sfida di vivere ogni giorno, secondo le proprie possibilità, imparando dai propri errori. Consigliatissimo, come tutti i libri di Alessandro D'avenia che, oltre ad essere piacevolissimi da leggere, sono anche molto istruttivi, dati i tantissimi riferimenti letterari, musicali e cinematografici che vi si trovano.


Opera recensita: "Cose che nessuno sa" di Alessandro D'Avenia
Editore: Mondadori, 2011
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Milano-Genova e limitrofi
Pagine: 332
Prezzo: 19,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


giovedì 12 luglio 2018

RECENSIONE: CHIARA PARENTI - PER LANCIARSI DALLE STELLE


Sinossi:

Fai almeno una volta al giorno una cosa che ti spaventi e vedrai che troverai la forza per farne altre. Sono queste le parole che Sole trova nella lettera

che la sua migliore amica le ha scritto poco prima di ripartire per Parigi, subito dopo l’unico litigio della loro vita. Quel litigio di cui Sole si pentirà

per sempre, perché non rivedrà mai più Stella, la persona più importante per lei. Sole non smette di guardare quel foglio perché, anche se ha solo venticinque

anni, non c’è nulla di più difficile per lei che superare le proprie paure. Sa che, se le tiene strette a sé, non c’è nulla da rischiare: il lavoro sicuro

per cui ha rinunciato al sogno di fare l’università; il primo bacio mai dato perché è meno pericoloso immaginarlo tra le pagine di un libro che viverlo

realmente. Ma ora Sole non può più aspettare. Lo deve alla sua amica. Così per cento giorni affronta una paura alla volta: dal lanciarsi con il paracadute

al salire sulle montagne russe; dall’attraversare un bosco sotto il cielo stellato al fare un viaggio da sola a Parigi. Giorno dopo giorno, scopre il piacere

dell’imprevisto e dell’adrenalina che le fa battere il cuore. A sostenerla c’è Samanta, un’adolescente in lotta con il mondo che ha paura persino della

sua immagine riflessa. Rivedendosi in lei, Sole prova a smuovere la sua insicurezza e a insegnarle ciò che ha appena imparato: è normale avere paura, quello

che serve è solo un unico, singolo, magnifico istante senza di essa. Ma c’è un unico istante che Sole non è ancora pronta a vivere. L’istante in cui deve

confessare la verità al ragazzo di cui è da sempre innamorata. Una prova più difficile di tutte le altre. Perché anche l’amore può vestirsi d’abitudine

e confondere. E per amare davvero bisogna essere pronti a mettersi in gioco. Perché persino i sogni possono cambiare quando sono solo una favola.

Dopo il successo della Voce nascosta delle pietre, Chiara Parenti regala ai suoi lettori un nuovo romanzo che ci insegna a guardare dentro noi stessi.

Una storia sull’importanza di assaporare ogni attimo, di non perdere le occasioni della vita. Una storia sull’amicizia che quando è sincera scava dentro

anche se fa male. Una storia sul coraggio di guardare oltre la paura per toccare le stelle.

 

Commento:

La paura è un vestito troppo stretto che talvolta tiene caldi, ma talvolta soffoca. Lo sa bene Sole che con la paura ha convissuto per venticinque anni, e lo sa bene Stella, la sua migliore amica così diversa da lei e così vitale. Un bel giorno, per un motivo tutto sommato futile, Sole e Stella litigano, volano accuse pesanti e le due smettono di parlarsi. Qualche giorno dopo, però, Stella muore tragicamente e, tra il senso di colpa e il dolore di aver perso la persona cui più teneva al mondo, Sole legge la lettera che l’amica le aveva scritto in un tentativo di riappacificazione. Le toccanti parole dell’amica spingono Sole a provarci, a entrare dentro le proprie paure, a passarci attraverso e finalmente a liberarsene. Così, con l’aiuto di vecchi e nuovi amici, intraprende un progetto che la porterà ad affrontare sfide sempre nuove e ad ispirare altre persone.

Quella di Sole è una bella storia perché è un po’ la storia di tanti di noi: chi, infatti, non ha avuto, almeno una volta, paura di qualcosa? Da questa storia impariamo che le paure vanno affrontate facendo proprio ciò che le scatena; impariamo che un piccolo rischio a volte può schiudere mondi nuovi; impariamo che la vita va vissuta perché siamo vivi e perché non possiamo mai dirci “ho tempo”. Un libro intenso, una lettura gradevolissima che fa riflettere. Consigliato, senza dubbio, a tutti… ma specialmente a chi vive e soffre frenato dalle proprie – o dalle altrui – paure.

 

 

Opera recensita: “Per lanciarsi dalle stelle” di Chiara Parenti

Editore: Garzanti, 2018

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Molise-Parigi-Milano

Pagine: 345

Prezzo: 16,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

 

sabato 2 giugno 2018

RECENSIONE: MATTEO BUSSOLA - LA VITA FINO A TE


Sinossi:

Dopo il successo di Notti in bianco, baci a colazione, Matteo Bussola scrive un libro sull'amore di coppia. Vissuto, immaginato, sperato, fallito. L'amore

che «non ti completa, ma ti comincia».

«Bussola sa scrivere. Usa le parole con accortezza, con cura, come se fossero importanti. Tanto importanti quanto le esperienze che raccontano» - Michele

Serra

"Il tema del libro è l'amore, anzi tutti gli amori [...] E, ve lo dico: io non so se scriverò altri libri in vita mia, probabilmente sì, magari no, comunque

sia questo resterà sempre e per sempre - è una certezza - il libro al quale vorrò più bene."

Matteo Bussola riconosce ciò che di straordinario si annida nelle cose ordinarie perché le guarda come se accadessero per la prima volta, come se sentisse

sempre la vita pulsare in ogni cellula. Ed è con quello sguardo che racconta di relazioni sentimentali, l'istante in cui nascono, il tempo che abitano.

Lo fa mettendosi a nudo, ricordando gli amori passati, per ripercorrere la strada che lo ha portato fino a qui, alla sua esistenza con Paola e le loro

tre figlie. Soprattutto, lo fa specchiandosi nelle storie di ciascuno: quelle che incontra su un treno, o mentre sbircia dal finestrino della macchina,

o seduto in un bar la mattina presto. Quelle che incontra stando nel mondo senza mai dare il mondo per scontato, e che la sua voce intima e familiare ci

restituisce facendoci sentire che sta parlando esattamente di noi.

 

Commento:

Beh, la quarta di copertina ci dice già molto su questo libro. Ciò che posso aggiungere io è che questo, come anche gli altri di Matteo Bussola, è un libro sincero, autobiografico, che parla di Matteo, di Paola, delle loro figlie, di tutti noi e del vivere quotidiano. Perché Matteo non ha paura di confessarci i suoi errori (chi non ne ha fatti scagli la prima pietra) nei quali un po’ tutti possiamo riconoscerci. E ci riconosciamo nelle storie che racconta, che vive, che osserva. Perché Matteo Bussola sa scrivere, come dice Michele Serra nella presentazione, ma soprattutto sa osservare, osservare davvero, senza pregiudizi, senza preconcetti, guardarsi intorno cogliendo i dettagli che sono l’essenza delle cose.

Nei suoi due romanzi precedenti, “Notti in bianco, baci a colazione” e “Sono puri i loro sogni”, Matteo Bussola ci parla del suo bellissimo rapporto con le figlie, di come gli abbiano cambiato la vita e le priorità. In quest’ultimo libro, invece, la sua attenzione si concentra sul percorso, sentimentale e personale, che l’ha portato alla vita fino a qui, al rapporto con la compagna ed alla creazione di una famiglia. Un percorso fatto di abbandoni, fughe, paure, scelte, rischi, piccole vittorie e grandi perdite; un percorso che lo ha reso consapevole di se stesso, della realtà che lo circonda, un percorso di un uomo normale, non dissimile a quello di tanti di noi. Il pregio dei libri di Matteo Bussola è proprio questo: racconta storie normali vissute da persone normali che, nelle sue mani e con i suoi occhi, diventano piccole cose straordinarie.

Il mio personale consiglio è: prima di leggere questo libro, per capirne a pieno l’evoluzione, leggete almeno il primo romanzo, “Notti in bianco, baci a colazione”. Non si tratta di una saga, capirete lo stesso anche partendo dall’ultimo, però secondo me, se non avete mai letto nulla di Bussola, il primo libro può esservi utile ad entrare nella sua “dimensione”.

Detto questo, buona lettura, anzi… buon viaggio.

 

Opera recensita: “La vita fino a te” di Matteo Bussola

Editore: Einaudi, 2018

Genere: narrativa italiana

Pagine: 202

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

martedì 29 maggio 2018

RECENSIONE: LAETITIA COLOMBANI - LA TRECCIA


Sinossi:

INDIA. Smita è un’intoccabile; per sopravvivere, raccoglie escrementi a mani nude. Il suo è un mestiere che si tramanda di generazione in generazione,

e che lei ha accettato, sopportando in silenzio. Ma sua figlia non seguirà le sue orme. No, lei andrà a scuola, imparerà a leggere e a scrivere, farà grandi

cose. Per offrirle un futuro migliore, Smita sfiderà il mondo. ITALIA. Giulia adora lavorare per suo padre, proprietario dell’ultimo laboratorio di Palermo

in cui si confezionano parrucche con capelli veri. Un giorno, lui ha un incidente e Giulia scopre che l’azienda è sull’orlo del fallimento. Ma lei non

si scoraggia. Per salvare il laboratorio, Giulia guiderà una rivoluzione. CANADA. Sarah è un avvocato di successo. Sull’altare della carriera, ha sacrificato

tutto: due matrimoni, il tempo per i figli e soprattutto per sé. Poi, però, nel bel mezzo di un’arringa, Sarah sviene e niente sarà più come prima. Per

vincere la battaglia, Sarah dovrà scegliere per cosa vale la pena lottare. Smita, Giulia e Sarah non si conoscono, eppure condividono la stessa forza,

la stessa determinazione nel rifiutare ciò che è toccato loro in sorte. Come fili invisibili, i loro destini s’intrecceranno indissolubilmente, dando loro

la possibilità di vivere con orgoglio, fiducia e speranza.

 

Commento:

Tre donne, tre paesi diversi, tre diverse manifestazioni di coraggio e voglia di farcela.

Sembrerà banale e retorico, ma qualcuno ha detto che una volta toccato il fondo non si può far altro che risalire. Le storie raccontate in questo libro dimostrano proprio questo. Lo dimostra il coraggio di Smita che sfida gli usi barbari del suo Paese, l’India, in cui una donna intoccabile è considerata peggio degli escrementi che raccoglie per lavoro e che intraprende un viaggio rischiosissimo per non dare a sua figlia Lalita il suo stesso futuro - pulire le latrine delle case dei ricchi – ma garantirle un’istruzione.

Lo dimostra l’intraprendenza di Giulia che, di fronte al fallimento del piccolo laboratorio di famiglia e al tracollo delle vite di molte persone, tenta il tutto per tutto imbarcandosi in una nuova impresa ed in una nuova vita, al di là della ritrosia e della diffidenza mascherata da attaccamento alle tradizioni.

Lo dimostra il coraggio di Sarah che in pochi mesi vede sgretolarsi le certezze professionali che ha costruito mattone dopo mattone, isolata e discriminata per una malattia che la porta inesorabilmente verso la morte. Sarah trova il coraggio di ribellarsi, di risalire la china, di riprendersi ogni singolo attimo della sua vita.

Queste donne non si conoscono, non sanno l’una dell’esistenza delle altre, non si incontreranno mai, ma c’è qualcosa che le lega: il coraggio e i capelli. Sì, i capelli, che Smita dona in segno di riconoscenza, che Giulia confeziona e che Sarah indossa per cominciare la sua battaglia verso la risalita.

Detta così, forse questa sembra una storia inverosimile, ma vi assicuro che è plausibilissima e davvero emozionante. Questo libro è una finestra su tre diversi modi di intendere la vita, tre diverse realtà femminili ed insieme un’iniezione di energia, di coraggio, di voglia di lottare. Lo consiglio caldamente, specie alle donne.

Opera recensita: “La treccia” di Laetitia Colombani

Editore: Nord, 2018

Genere: narrativa internazionale

Ambientazione: India-Sicilia-Kanada

Pagine: 284

Prezzo: 16,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9

 

sabato 26 maggio 2018

RECENSIONE: EMANUELA CANEPA - L'ANIMALE FEMMINA


Sinossi:

Rosita è scappata dal suo malinconico paese, e dal controllo asfittico della madre, per andare a studiare a Padova. Sono passati sette anni e non ha concluso

molto. Il lavoro al supermercato che le serve per mantenersi l'ha penalizzata con gli esami e l'unico uomo che frequenta, al ritmo di un incontro al mese,

è sposato. Ma lei è abituata a non pretendere nulla. La vigilia di Natale conosce per caso un anziano avvocato, Ludovico Lepore. Austero, elegante, enigmatico,

Lepore non nasconde una certa ruvidezza, eppure si interessa a lei. La assume come segretaria part time perché possa avere piú soldi e tempo per l'università.

In ufficio, però, comincia a tormentarla con discorsi misogini, esercitando su di lei una manipolazione sottile. Rosita la subisce per necessità, o almeno

crede. Non sa quanto quel rapporto la stia trasformando. Non sa che è proprio dentro una gabbia che, paradossalmente, si impara a essere liberi.

 

Commento:

Ho cominciato a leggere questo libro senza leggere la quarta di copertina, attratta dai commenti positivi di voci autorevoli e dal titolo: sì, il termine “femmina” ha su di me un effetto di repulsione ed attrazione inspiegabile. Non sapevo assolutamente, quindi, a cosa sarei andata incontro. E non l’ho saputo fino alla fine della lettura. Emanuela Canepa ci racconta in queste pagine una storia realistica, smaliziata, singolare eppure comune: una ragazza oppressa da una madre che assilla e non ascolta, una facoltà impegnativa e le grosse difficoltà a combinare qualcosa ed a mantenersi, un lavoro che arriva per caso, con una tempistica provvidenziale quanto inquietante.

Ed inquietante si rivela essere anche il singolarissimo capo di Rosita, la protagonista di questa storia: l’avvocato Ludovico Lepore le era parso da subito magnetico e vagamente sinistro, un uomo ricco, burbero, non abituato a trattare o a chiedere. Da quando comincia a lavorare per lui, però, Rosita si rende conto che l’anziano avvocato è un misogino senza possibilità di redenzione ed è sempre più combattuta tra la volontà di andarsene, rispondergli a tono e cominciare tutto da capo fuori da lì e la necessità di lavorare, studiare, non tornare al paesino nel casertano da cui è fuggita sette anni prima.

Rosita si sente in trappola e finisce per accettare una richista particolare che Lepore le presenta come una proposta di liberazione… all’ultimo momento però qualcosa scatta in lei, qualcosa che avrà conseguenze anche per il suo capo.

Un libro enigmatico, non banale, una storia tormentata dalla quale, fino alla fine, non si sa bene cosa aspettarsi. Tutto è basato sull’equilibrio dei sentimenti, sulla capacità di scegliere per il proprio bene e decidere cosa fare della propria vita. Una storia che ci mette di fronte all’incognita insoluta dell’amore e del potere che vogliamo dare a chi amiamo nella nostra vita.

Lettura consigliata perché fornisce interessanti stimoli di approfondimento e spunti su cui riflettere.

 

Opera recensita: “L’animale femmina” di Emanuela Canepa

Editore: Einaudi, 2018

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Padova

Pagine: 272

Prezzo: 17,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

venerdì 25 maggio 2018

RECENSIONE: IRVIN D. YALOM - IL SENSO DELLA VITA


Sinossi:

«Ascoltate i vostri pazienti; lasciate che siano loro a insegnare a voi. Per diventare saggi dovete rimanere studenti». Queste parole di John Whitehorn,

suo mentore negli anni giovanili trascorsi al Johns Hopkins Hospital di Baltimora, sono risuonate a lungo nella mente di Irvin D. Yalom. Ne ha, però, pienamente

afferrato la verità soltanto quando, nel corso degli anni, si è imbattuto in alcuni casi clinici che si sono mostrati più rivelatori per lui – l’analista,

il medico – che per il paziente in cura. Le sei storie contenute in questo volume narrano di questa scoperta. Toccano momenti cruciali dell’esistenza,

come nel caso di Paula, una malata terminale che svela a Yalom come la paura sia soltanto uno dei tanti colori che illuminano il nostro lungo addio alla

vita. Concernono i nodi fondamentali dello sviluppo e della formazione della personalità, come nel caso di Magnolia, una settantenne afroamericana che,

confessando le proprie delusioni e il proprio passato di figlia abbandonata, offre all’autore l’occasione per riflettere sulla relazione con la propria

madre; o come nel caso di Myrna, in cui il confronto con i rispettivi lutti genitoriali giunge, per paziente e medico, attraverso una vicendevole attrazione

erotica. Riguardano i disturbi della sfera emotiva, come nella vicenda di Irene, un chirurgo intelligente e di successo, che si scopre incapace di superare

la morte del marito utilizzando le sole armi del suo raziocinio.

Selezionando sei storie tra le tante affiorate nei suoi cinquant’anni di pratica analitica,

Yalom conduce il lettore lungo i sentieri delle emozioni umane, così come si rivelano nell’affascinante e complessa relazione tra paziente e psichiatra.

E, attraverso una scrittura capace di affrontare con levità i temi del lutto, del dolore e della perdita, ma anche quelli del coraggio, della guarigione

e dell’autoconsapevolezza, tesse, come Oliver Sacks, i labirintici fili della coscienza in un arazzo molto più ricco e solenne.

 

 

Commento:

Sei racconti, sei storie selezionate tra le tante vissute da psicoterapeuta. E’ questo il modo con cui Irvin Yalom tenta di spiegarci la sua personale accezione del tanto cercato “senso della vita”. Ed il tentativo risulta convincente e, sorpresa delle sorprese, davvero utile. I temi affrontati sono, tendenzialmente, legati alla morte: la morte non è vista qui come aspetto negativo, ma come fatto della vita, qualunque sia la causa per la quale noi vi entriamo in contatto. La perdita di una persona cara, i conti in sospeso che abbiamo con lei, la malattia – nostra o di chi ci è vicino – sono tutti fenomeni naturali che, per quanto faccia male e sia difficile, dobbiamo interiorizzare e superare fino ad arrivare all’accettazione che, un giorno, anche noi dovremo morire.

E’ questo, in estrema e banale sintesi, il tema centrale che Yalom affronta in questo libro. Il bello è che lo fa in modo assolutamente naturale, godibile, interessante, portandoci non solo ad apprezzare le storie raccontate, ma anche a porci degli interrogativi su noi stessi e su ciò che ci circonda. Una lettura davvero stimolante e per nulla “pesante” o banale, come avrebbe rischiato di diventare stando al titolo.

Personalmente consiglio questo libro, ho apprezzato molto la scrittura di Yalom e leggerò certamente ancora di lui.

 

 

Opera recensita: “Il senso della vita” di Irvin D. Yalom

Editore: Neri Pozza, 2016

Genere: raccolta di racconti

Ambientazione: California, Stati Uniti

Pagine: 304

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

 

domenica 8 aprile 2018

RECENSIONE: ALESSANDRO MILAN - MI VIVI DENTRO


Sinossi:

Tutto comincia alle sei di mattina, in radio, dove due giornalisti assonnati si danno il turno. Lui è appena arrivato e cerca di svegliarsi con un caffè,

lei sta correndo a casa dopo aver lavorato tutta la notte. E succede che nella fretta i due si scambiano per errore i cellulari. Si rivedono qualche ora

più tardi, e da un dialogo surreale nasce un invito al cinema, poi una mostra, un aperitivo, una gita in montagna. Francesca è bassina, ha i capelli biondi

sparati, due occhioni azzurri che illuminano il mondo. È una forza della natura, sempre in movimento, sempre allegra. Alessandro è scherzoso e un po' goffo,

si lascia travolgere da Francesca e dall'amore che presto li lega. E da lei impara, giorno dopo giorno, a vivere pienamente ogni emozione, a non arretrare

di fronte alle difficoltà, a capire il significato della resilienza. E così anni dopo, insieme, con il sorriso sulle labbra, si troveranno a combattere

la più terribile delle battaglie. Senza arrendersi mai.

 

Commento:

La cosa più dura da sopportare nella lettura di questo libro non è la malattia, non è la sofferenza, non è la morte. E’ che, leggendo, si sa che questa è una storia vera e che chi l’ha scritta è chi la vissuta in prima persona.

E’ la storia di Francesca che per sei anni affronta un tumore e perde la battaglia con la malattia. E’ la storia di Alessandro che le sta accanto giorno dopo giorno, rinunciando a una parte di se stesso per lei; è la storia dei loro due bambini Angelica e Mattia, delle loro famiglie, dei loro amici… amici veri, pronti a farsi in quattro per aiutare, per stare vicino, per sorreggere, per far sorridere. Francesca, alla fine, ha perso la battaglia con il tumore, sì, ma insieme a tutti loro ha vinto la battaglia della resilienza: ha vissuto fino all’ultimo, ha viaggiato, ha scritto libri, ha parlato della sua vicenda in Tv per dimostrare al mondo che ogni giorno vale la pena di essere vissuto, vale la pena di provare un’emozione, sempre, anche se dovesse essere l’ultima. Questa è una storia di sopravvivenza, anche se sembra assurdo, è una storia d’amore contro la morte. E il libro è stato evidentemente scritto per questo, per raccontare al mondo la storia di Francesca e della sua forza, per proseguire il suo racconto. E’ una lettura breve, ma intensa e difficile che, comunque, consiglio.

 

Opera recensita: “Mi vivi dentro” di Alessandro Milan

Editore: Dea Planeta Libri, 2018

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Milano

Pagine: 260

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

 

mercoledì 22 marzo 2017

RECENSIONE: ALESSANDRO D'AVENIA - L'ARTE DI ESSERE FRAGILI. COME LEOPARDI PUò SALVARTI LA VITA.


Sinossi:

In un dialogo intimo e travolgente con il nostro più grande poeta moderno, Alessandro D'Avenia porta a magnifico compimento l'esperienza di professore,

la passione di lettore e la sensibilità di scrittore per accompagnarci in un viaggio esistenziale sorprendente.

"Esiste un metodo per la felicità duratura? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un'arte della

gioia quotidiana?" Sono domande comuni, ognuno se le sarà poste decine di volte, senza trovare risposte. Eppure la soluzione può raggiungerci, improvvisa,

grazie a qualcosa che ci accade, grazie a qualcuno. In queste pagine Alessandro D'Avenia racconta il suo metodo per la felicità e l'incontro decisivo che

glielo ha rivelato: quello con Giacomo Leopardi. Leopardi è spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato

di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l'indifferenza e perfino la derisione

dei contemporanei. Nella sua vita e nei suoi versi, D'Avenia trova folgorazioni e provocazioni, nostalgia ed energia vitale. E ne trae lo spunto per rispondere

ai tanti e cruciali interrogativi che da molti anni si sente rivolgere da ragazzi di ogni parte d'Italia, tutti alla ricerca di se stessi e di un senso

profondo del vivere. Domande che sono poi le stesse dei personaggi leopardiani: Saffo e il pastore errante, Nerina e Silvia, Cristoforo Colombo e l'Islandese...

Domande che non hanno risposte semplici, ma che, come una bussola, se non le tacitiamo possono orientare la nostra esistenza.

 

Commento:

Alessandro D’Avenia è un professore di lettere al liceo, è uno scrittore seguito da lettori di tutte le età, ma soprattutto è un uomo di trentanove anni con un amore per la letteratura, la poesia, la bellezza. Nei suoi precedenti libri D’Avenia ha affrontato temi importanti come la malattia, la morte, la figura importantissima di Padre Pino Puglisi (suo insegnante di religione al liceo), ma la costante di tutte le sue opere è l’attenzione che dedica all’adolescenza. Anche in questo suo ultimo libro ne parla diffusamente, cercando di dare ai ragazzi (e non solo) un insegnamento: è possibile trovare la felicità, è possibile vivere la propria vita con gioia, è possibile usare gli ostacoli che troviamo sul nostro cammino come opportunità di crescita. Basta lasciarsi rapire… tutto sta in un incontro con qualcosa, con qualcuno.

Di cosa parla, in fin dei conti, questo libro? Di felicità, di bellezza, di gratitudine, di vita. Ma D’Avenia non ne parla dall’alto di una cattedra, con superiorità, in modo freddo ed aulico! Lo fa attraverso la sua esperienza personale di docente e scrittore che ogni giorno riceve le testimonianze di vita di tanti ragazzi; ma soprattutto attraverso la sua esperienza di ragazzo di diciassette anni che un giorno fu rapito dalle parole di un poeta, Leopardi, che sentiva sue. Questo rapimento gli ha salvato la vita e dura ancora oggi. Nelle lettere contenute in questo libro D’Avenia ringrazia Leopardi per tutto ciò che ha scritto, per i personaggi che ha creato e nei quali non è difficile riconoscersi. Molti considerano questo poeta come lo “sfigato”, il pessimista cosmico, ma D’Avenia ci mostra come, invece, egli fosse un “predatore di felicità”, un’anima sensibile, profonda, in grado di vedere oltre le apparenze, di descrivere con i suoi versi la bellezza, sia essa naturale o spirituale.

Ripercorrendo le opere di Leopardi noteremo come egli non sia poi così lontano da noi, da ciò che anche noi viviamo ogni giorno, dalle fasi della nostra vita… e non sarà difficile immergerci nella natura da lui così magistralmente descritta; e d’improvviso questo giovane sfigato con la gobba lo sentiremo vicino, un compagno di vita, di gioie e di sofferenze.

Con la sua collaudata maestria nell’uso delle parole, D’Avenia ci dona non solo un’immagine nuova e più vera di Leopardi, ma un’ancora per i giorni bui e per quelli luminosi, una riserva inesauribile di emozioni: la letteratura. Ma l’insegnamento più grande che si può trarre da queste pagine affascinanti è questo: per affrontare al meglio la vita bisogna lasciarsi rapire da qualcosa o da qualcuno, che sia Leopardi, il Rap, i film, lo sport, bisogna vivere le proprie passioni e condividerle con gli altri. Solo così potremo intraprendere la strada verso la felicità e fare della nostra fragilità un’arte.

A conclusione, un piccolo consiglio personale: questo libro, a mio parere, ha bisogno di almeno due letture. Come tutte le cose belle, infatti, la prima lettura si fa d’un fiato: le parole, le pagine, i concetti hanno un fascino che stordisce e dal quale non ci si può staccare. E’ necessario, però, assorbirne il senso profondo con una seconda lettura, magari più attenta, calma e ragionata. Solo così, infatti, ci si potrà soffermare con attenzione sulle citazioni leopardiane e sulla loro estrema attualità ed aderenza al testo. Detto questo, ovviamente mi sento di consigliare questo libro e di fare i miei complimenti al professor Alessandro D’Avenia che, ancora una volta, mi ha emozionata.

 

Opera recensita: “l’arte di essere fragili” di Alessandro D’Avenia

Editore: Mondadori, 2016

Genere: epistolario

Ambientazione: non definita

Pagine: 216

Prezzo: 19,00 €

Consigliato: sì.