simposio lettori copertina

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Visualizzazione post con etichetta Sardegna. Mostra tutti i post
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sabato 11 settembre 2021

RECENSIONE: CIRO AURIEMMA - IL VENTO CI PORTERà

    Sinossi:

Tre volte sono morta, Elia, e in qualche modo ci sei sempre stato tu.

Anne Marie è solo una bambina di quattro anni il giorno in cui, sfuggita alla sorveglianza dei propri cari per pochi istanti, viene aggredita da un cane e salvata da un bambino poco più grande di lei. Da quel momento, la vita di Anne Marie non è più la stessa. L'apprensione negli occhi dei genitori di fronte al più piccolo passo, ogni anelito di libertà sedato sul nascere, nel ricordo di quel giorno infausto. Cresce timorosa Anne Marie, insicura e indecisa, perché è impossibile conoscere sé stessi se la strada che dobbiamo percorrere viene sempre tracciata da qualcun altro. Il giorno in cui incontra nuovamente Elia, però, alla messa della vigilia di Natale del 1933, qualcosa la scuote nel profondo. Quel ragazzo così diverso, il sorriso sghembo a indicarne l'arroganza e una stella sulla mano sinistra per ricordare il giorno in cui l'ha salvata, le entra nel cuore e nella pelle. Ma per lei, figlia di un imprenditore antifascista e di una nobildonna francese, l'amore per quel giovane venuto dal niente, incortecciato nella camicia nera e nel fez e figlio del podestà di Nuoro che col Duce ha fatto la propria fortuna, non è neppure pensabile. La scelta tra il sangue del nome che porta e quello che incendia la sua anima di ragazza è la più difficile della sua vita. Morirà e rinascerà altre due volte Anne Marie, sarà costretta ad andare lontano e a recidere le proprie radici, prima di poter prendere in mano il proprio destino. Ciro Auriemma ci accompagna in una storia struggente e bellissima che richiama l'eternità di tutti gli sfortunati amanti della letteratura, ma ci pone anche di fronte alla difficile formazione e affermazione di una donna in un momento storico in cui la scelta di un ideale definiva l'identità delle persone.

 

Commento:

Ho terminato la lettura di questo romanzo da giorni, ma non ho ancora trovato le parole giuste per raccontarlo: ho provato a concentrarmi, a buttar giù un commento adeguato, ma ho paura di sporcare la storia con parole non adatte a raccontarla. Sì, perché questa è una storia bella, forte, intensa, che va raccontata esattamente con le parole con cui Ciro Auriemma ce l'ha regalata, con quel misto di sensibilità, forza, autenticità, passione che la rende stupenda. Non posso, tuttavia, esimermi dal consigliare la lettura di questo libro, perciò lascerò parlare le emozioni e vi dirò che di questo romanzo mi è piaciuto tutto, la protagonista, l'ambientazione, la scrittura di Auriemma, ma tutto è partito dal titolo. "Il vento ci porterà" è, per me, un colpo al cuore e un invito alla lettura senza indugi: mi ricorda "Le vent nous portera" dei Noir Désir, una delle mie canzoni preferite, una canzone di guerra; ma "Il vento ci porterà" è anche una promessa, una promessa di libertà. Guerra e libertà, dunque, due elementi, due concetti che apparentemente non avrebbero nulla a che spartire l'uno con l'altro, ma che troppo spesso sono, invece, strettamente legati. E lo sono, per certi versi, anche in queste pagine, attraverso la storia di una donna, Anne Marie. Anne Marie è in guerra da sempre per la propria libertà, sin da quando aveva quattro anni e per un incidente stava quasi per morire. Per fortuna c'era Elia, un altro bambino che coraggiosamente si è fatto avanti per salvarla, ma da quel momento Anne Marie sarà sorvegliata speciale di genitori troppo apprensivi e spaventati di perderla; non potrà decidere nulla della sua vita, nemmeno le cose più semplici come andare da sola a vedere il mare. La guerra personale di Anne Marie si acuisce quando sopraggiunge l'adolescenza e una situazione già stretta diventa insostenibile: la giovane si innamora, per giunta del ragazzo sbagliato… proprio di quell'Elia, di quel bambino che una volta la salvò e che ora indossa confusamente una casacca nera, in un tempo in cui il colore della casacca e la famiglia da cui si proviene contano eccome. Ma la guerra per la libertà di questa giovane donna coraggiosa è solo all'inizio, saranno tante le prove cui la costringerà e, grazie alla scrittura sempre elegante, ma partecipe e vibrante di Auriemma, noi saremo con lei. Soffriremo con Anne Marie mentre i venti dell'intolleranza, del maschilismo becero, della dittatura spazzeranno via l'ingenuità dei suoi sogni di ragazza ricordandole che prima di essere persona lei è figlia, sorella, femmina, quindi sottomessa; patiremo con lei mentre lascerà terra e casa per avventurarsi in un mondo ostile; saremo al suo fianco mentre la sua guerra personale incontrerà quella di un popolo che, a sua volta, combatte strenuamente per la libertà. Quella raccontata in queste pagine è una storia di ieri che si fa materia viva nelle nostre mani, perché la facciamo nostra e soprattutto perché non si dimentichino i soprusi, le angherie, il valore dei diritti conquistati – specie i diritti delle donne – e perché mai, mai, mai possiamo dimenticare le troppe vite perse in nome della libertà.

 

Opera recensita: "Il vento ci porterà" di Ciro Auriemma

Editore: Piemme, 2021

Genere: romanzo storico

Ambientazione: Sardegna, Francia, Spagna, anni '30

Pagine: 352

Prezzo: 17,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

  

martedì 4 maggio 2021

RECENSIONE: VALERIA USALA - LA RINNEGATA

                    Sinossi:

Siamo l'inerzia di un fiore reciso; il vigore nelle sue radici, trapiantate in terre straniere. Siamo l'impeto di un fuoco ardente; la quiete nelle sue ceneri, raccolte in cumuli sparsi.

 

Commento:

La rinnegata, il bel romanzo d'esordio della scrittrice sarda Valeria Usala, è la storia di un coraggio profondo, radicato, convinto, che si tramanda più e meglio dei geni, del sangue, dei lineamenti, della storia di una vita non vissuta insieme. Maria, Teresa, Gavina, Maddalena… donne di età diverse accomunate da quell'ardimento che le spinge a tenere alta la testa anche davanti ai soprusi, a non piegarsi all'interesse, alla tentazione, al sopore, al rancore. Coraggio di essere se stesse, si chiama, ed è quello che dà loro la forza di essere diverse. Diverse da come gli altri vorrebbero che fossero, di opporsi ad una comunità che cerca di piegarle con l'arma più potente, il pregiudizio. Il pregiudizio è un'arma pericolosa perché è infido, si annida nelle menti fino a corroderle, si cela dietro un falso sorriso, si maschera dietro un'attenzione non richiesta, si potenzia passando di bocca in bocca facendosi legge inderogabile, sentenza di condanna, sputo vischioso che insozza di sé ciò che era limpido. Contro quest'arma infallibile dovette combattere Teresa, per tutta la vita, fino ad una morte ingiusta e inspiegabile, vittima della bramosia cieca di chi non poteva vincerla a viso aperto, di chi non poteva accettare un rifiuto, di chi non conosceva affatto l'onestà, di chi non sopportava di non vedere in lei i propri peccati. Una donna bellissima e fiera che, dopo l'ennesima prova subita dalla vita, decide di non assecondare le convenzioni e per questo deve pagare.

Con una scrittura potente, fatta di immagini vivide e sentimenti forti raccontati da parole precise, Valeria Usala racconta una storia antica che sa di caldo, quiete e vento, di strade silenziose ed ombre dietro le persiane, di lingue di fuoco e parole come serpenti. Quella raccontata in queste pagine è una storia intensa che parla di donne, uomini, comunità e pregiudizi e che, per questo, non può andare dimenticata.

 

 

Opera recensita: "La rinnegata" di Valeria Usala

Editore: Garzanti, 2021

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Sardegna

Pagine: 208

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

          

giovedì 7 gennaio 2021

RECENSIONE: FRANCESCO ABATE - I DELITTI DELLA SALINA

    Sinossi:

Quando una delle sigaraie – le manifatturiere del tabacco – va a chiederle aiuto, Clara Simon non sa che fare. È una bella ragazza, con quegli occhi a mandorla ereditati dalla madre, una cinese del porto che, nonostante le differenze di classe, aveva sposato il capitano di marina Francesco Paolo Simon. Poi però è morta di parto e il marito è finito disperso in guerra. Cosí, Clara vive con il nonno, uno degli uomini piú in vista di Cagliari, e lavora all’«Unione», anche se non può firmare i pezzi: perché è una donna, e soprattutto perché in passato la sua tensione verso la giustizia e il suo bisogno di verità l’hanno messa nei guai. Ma la sigaraia le spiega che i piciocus de crobi, i miserabili bambini del mercato, stanno scomparendo uno dopo l’altro e, di fronte alla notizia di un piccolo cadavere rinvenuto alla salina, Clara non riesce a soffocare il suo istinto investigativo. Grazie all’aiuto del fedele Ugo Fassberger, redattore al giornale e suo amico d’infanzia, e al tenente dei carabinieri Rodolfo Saporito, napoletano trasferito da poco in città e sensibile al suo fascino, questa ragazza determinata e pronta a difendere i piú deboli attraversa una Cagliari lontana da ogni stereotipo, per svelarne il cuore nero e scellerato.

 

Commento:

I delitti della salina è un giallo gradevolissimo ed originale, con un'ambientazione inconsueta e molto interessante: la città di Cagliari nei primi anni del Novecento, una città bellissima in cui l'alta borghesia con i suoi lussi e privilegi cozzava con una moltitudine di lavoratori poveri e sfruttati.

È in questo contesto che si muove Clara Maylin Simon, la nuova, intrepida protagonista che irrompe con il suo brio e il suo grande senso di giustizia nel panorama del giallo italiano. Clara è una ragazza dalle origini e dal cognome ingombranti: sua madre, cinese, è morta dandola alla luce, suo padre, il capitano di marina Simon, è rimasto disperso in guerra da cinque anni. Clara vive dunque con il nonno, il colonnello Ottavio Simon, capostipite di una rispettata famiglia cagliaritana, che le fa da parafulmini, per quanto possibile, quando si mette nei guai, cosa che accade spesso giacché se si vuole dire la verità in una città piena di misteri si corre il rischio di pestare di frequente i piedi a qualche intoccabile. Quando la incontriamo, in questo primo romanzo, Clara è appena venuta a sapere da una sigaraia della morte di un piciocu de crobi, uno dei bambini derelitti che lavorano al mercato: è il secondo bambino restituito dal mare e altri sono scomparsi… chi o cosa si nasconde dietro queste strane sparizioni di cui sembra non importare a nessuno? Clara lo scoprirà rischiando il tutto per tutto, insieme a due galantuomini che ammirano lei e la giustizia in parti quasi uguali: l'amico e collega Ugo Fassberger e il nuovo arrivato tenente dell'Arma dei Carabinieri Rodolfo Saporito.

Un giallo molto ben scritto, accattivante ed a tratti elegante, con due protagoniste – una donna e una città – di cui spero di leggere ancora.

 

Opera recensita: "I delitti della salina" di Francesco Abate

Editore: Einau    di, 2020

Genere: giallo

Ambientazione: Cagliari, primi Novecento

Pagine: 296

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

giovedì 25 giugno 2020

RECENSIONE: CARLA FIORENTINO - I TONNI NON NUOTANO IN SCATOLA


Sinossi:
Violetta detta Vetta, giornalista di viaggi in una redazione romana, si è fatta spedire dal suo capo nell’isola della sua infanzia, Carloforte, dopo aver trovato nella giacca del fidanzato una scatoletta: una scatoletta da anello di fidanzamento. Terrorizzata dalla prospettiva del matrimonio, oltre che dal tradimento di Federico con cui si erano sempre detti che mai e poi mai si sarebbero convinti a quel “mercimonio orrendo”, Vetta approda sull’isola pronta a scrivere un reportage leggero sulla tonnara e a godersi qualche giorno da sola, immersa nei colori e nei sapori che tanto le sono mancati. Il suo cicerone è Pietro, sommozzatore silenzioso e affascinante che accetta di portarla con sé durante la mattanza, dopo aver casualmente diviso con lei un piatto di “cascà”. Solo che quello che doveva essere un innocuo reportage si trasforma in un’indagine piena di misteri, dal momento in cui Vetta in mezzo ai tonni intravede il corpo di una donna e urla. Tutti sull’isola tentano di distoglierla dal cercare la verità, da Tango – lo spinone di Pietro – che sembra quasi pedinarla a Caterinetta, l’anziana proprietaria della casa in cui alloggia, che la mette in guardia dal paese che tutto sa e che se vuole nasconde. Dopo il brillante esordio Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore Carla Fiorentino torna al romanzo, scegliendo la sua Sardegna, terra burbera e riservata, e uno dei suoi riti più antichi come ambientazione, la tonnara. Un romanzo avvincente che ha il colore smeraldo del mare e l’odore rosso del sangue, in grado di coniugare risate e lacrime attraverso una galleria di personaggi che restano nel cuore.

Commento:
Non capita tutti i giorni di terminare una lettura e di chiudere il libro con dentro un profondo, viscerale senso di soddisfazione. Quando succede, ve l'assicuro, si avrebbe voglia di aprire la finestra e urlare ai quattro venti:"Ehi, leggete questo libro, è proprio bello, l'ho scoperto io!". A parte la botta di sole salentino e il TSO assicurato, è proprio quello che avrei voluto fare qualche ora fa per I tonni non nuotano in scatola di Carla Fiorentino, approdato proprio oggi sugli scaffali fisici e virtuali grazie a Fandango libri.
Come non empatizzare con Vetta, giornalista romana giunta sull'isola della sua infanzia, in fuga da un anello che vede come un tradimento? Come non comprendere la sua curiosità davanti a una storia affascinante o appena un po' misteriosa? Curiosità che, ovviamente, non può non diventare insistente quando, rimediato quasi a forza un invito in barca per vedere la tonnara, vede un corpo di donna in mezzo ai tonni. Il paese di Carloforte, però, sembra non darle credito, non dar peso a questa sua quantomeno insolita visione, a cominciare dal suo taciturno e apparentemente inaccessibile accompagnatore, Pietro. Pietro che, dal canto suo, nasconde anche lui una storia interessante, sebbene dolorosa. Insomma, quanto più Vetta chiede e cerca di reperire informazioni sui troppi misteri dell'isola, tanto più questa si chiude a riccio, stordendola con le sue bellezze e con sempre nuovi intrighi. Il risultato è che quello che avrebbe dovuto essere un reportage di viaggio scritto per fuggire da una domanda ingombrante diventa un rompicapo bello e buono, che presenta, tra l'altro, dei rischi concreti. C'è qualcuno che non vuole che Vetta s'immischi, che rimesti il pentolone delle vecchie storie, che sparga sale su ferite che continuano a bruciare… e fa di tutto perché lei parta. Ma Vetta è testarda e agguerrita e, tra un bagno nelle acque gelide di quel mare favoloso e un pranzo a base di cascà e focaccia, verrà a capo di quella che sembra proprio una bella, sebbene triste, storia.
I tonni non nuotano in scatola è un libro delizioso, leggero eppure profondo, in cui si è letteralmente sommersi da un profluvio di colori, profumi, sensazioni da vivere pienamente. E poi la verve di Vetta è irresistibile e non potrà non conquistarvi! Insomma, veramente una lettura consigliata, adatta all'estate, per chi, oltre che tra le onde, vuole perdersi anche tra le pagine di una bella storia.



Opera recensita: "I tonni non nuotano in scatola" di Carla Fiorentino
Editore: Fandango, 2020
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Sardegna
Pagine: 208
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9
Colonna sonora sperimentata: Pino Mango.

martedì 2 giugno 2020

RECENSIONE: MILENA AGUS - MAL DI PIETRE


Sinossi:
Nel suo secondo romanzo Milena Agus racconta la storia di una donna (nonna della narratrice), della sua vita, del suo matrimonio e dei suoi amori. In quest'ordine, appunto, perché alla nonna tutto capita un po' in ritardo, quando ormai non ci spera più. A cominciare dal matrimonio tardivo con un uomo che, ospitato dalla famiglia, si sdebita sposandola. E l'amore, quell'amore vagheggiato e sognato da tutti i personaggi di Milena Agus con tanto sfortunato ardore, arriva inaspettato, durante una cura termale per curare il "mal di pietre", i calcoli renali. Il mal di pietre finisce cosi con l'identificarsi col mal d'amore e trascinare l'eroina in una vicenda di assoluta, impensata felicità con il Reduce, un uomo zoppo e sposato, che soffre dello stesso male.

Commento:
Questa è la storia di una donna, una donna italiana – sarda, per la precisione – che tutti credevano matta. È la storia di una donna bellissima, malata di mal di pietre, calcoli renali li chiamiamo noi oggi, malata, in realtà, di mal d'amore. Una donna che cercava, voleva, sognava, sentiva l'amore con così tanto ardimento da diventarne folle e spaventando così, oltre alla sua famiglia, tutti i possibili pretendenti. Tutti, tranne uno, un uomo che, per una ragione o per un'altra, fosse quale che fosse il motivo, negli anni Quaranta la sposò. Il loro fu un matrimonio duraturo, ma sperequato, disequilibrato, strambo, senza vero sentimento. Per giunta il mal di pietre impediva a questa donna di portare a termine le sue gravidanze, così ad un certo punto partì, andò alle terme sul continente per curarsi. Fu proprio qui che questa donna trovò ciò che cercava da una vita: la cosa principale, l'amore. Che sia stato per l'aria del continente, per le cure del mal di pietre o per quelle del mal d'amore, di ritorno da quel viaggio anche lei ebbe la grazia di un figlio. Mal di pietre racconta, con semplicità e passione, una storia di insoddisfazione, povertà, incapacità di comunicare, necessità di comprensione e, sommamente, una storia d'amore. Una lettura delicata che, come una mattina di primavera, scalda coi colori di una natura magnifica, pur lasciando, tuttavia, qualche ventata di una brezza fresca, qualche pungolatura che ci costringe a riflettere. Un libro consigliato, magari da leggere col mare davanti.

Opera recensita: "Mal di pietre" di Milena Agus
Editore: Nottetempo, 2006
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Sardegna
Pagine: 119
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


giovedì 13 giugno 2019

RECENSIONE: MAURIZIO MAGGI - LA CODA DEL DIAVOLO


Sinossi:
È una rara notte di temporali, in Sardegna, quando arriva il mostro. La ragazza era riuscita a fuggire, ma lui, il suo rapitore e aguzzino, l'ha inseguita e l'ha uccisa, incurante del fatto che a pochi metri di distanza ci fosse una pattuglia della polizia. Per questo, subito arrestato, il mostro viene portato immediatamente in carcere. Lì, ad attenderlo, c'è un mondo chiuso fra mura spesse e sbarre di ferro alle finestre. Lì, soprattutto, c'è Sante. E l'arrivo di quell'assassino è forse l'occasione di redimersi che Sante attende da tutta la vita. Sante ha un segreto, una colpa da espiare, un passato da cui scappare. Eppure, Sante è in prigione per sua stessa volontà. Perché lui non è un carcerato, ma una guardia. La sua è una condanna autoinflitta. Ma quella notte tutto cambia. Può un peccato cancellarne un altro? Perché quel mostro è ricco e protetto. Ha agganci altolocati. Se la caverà, dice a Sante l'avvocato della madre della vittima. L'assassino ne uscirà, a meno che Sante non intervenga. E lo uccida. L'avvocato promette a Sante un alibi, una copertura, una via d'uscita e soprattutto tanti soldi. Uccidere è la cosa giusta? Si chiede Sante. Ma il giorno dopo, nulla di tutto ciò ha più importanza. Perché il mostro è stato ucciso e tutti i sospetti cadono proprio su di lui, su Sante. Che, da quel momento, non ha altra scelta che la fuga... E la ricerca della verità. Un conflitto morale che ci porta a chiederci: noi cosa faremmo? E una verità che emerge poco a poco in un quadro sempre più sconvolgente.

Commento:
Il carcere è totalizzante, ti invade, il suo odore si fa spazio, riempie e sovrasta tutto il resto; non importa da quale parte stai, lui ti si attacca addosso e nessuna parte è quella giusta. Per Sante Moras il carcere è la vita reale, sia perché lì ci lavora, è un agente scelto della penitenziaria, sia perché lui il carcere se lo sente dentro… da diciassette anni. E' per questo che non gli pesa abitare da solo nella torre della ex colonia militare; è per questo che non si lamenta quando il direttore – che ce l'ha in antipatia – gli appioppa le consegne più ingrate e i turni più sfiancanti. Come quella notte, quella in cui il Mostro, quello che ha ucciso con un'ammazzabuoi una tredicenne che teneva segregata da mesi, arriva nel suo carcere, alla Nera, nel Sud della Sardegna. Qualcuno gli ha proposto di ucciderlo… sarebbe facile, un'iniezione, alibi, soldi, in più è uno scarto umano, un rifiuto della società… se Sante non lo uccide il Mostro la farà franca, conosce la gente giusta e si sa come va la giustizia……. E mentre ancora Sante sta pensando, l'uomo muore, proprio nel suo turno. E' ovvio, l'hanno incastrato. Che fare se non fuggire? Non sarebbe nemmeno la prima volta… e Sante corre per i boschi di una Sardegna bucolica e aspra, corre con il suo addestramento da ex militare, la sua bravura ad osservare, a capire, un talento raro quello del fuggiasco… ma Sante ha avuto una vita per imparare, specie a fuggire da se stesso. Però lui, Sante, non sa ancora che non è finita, che la vittima non era l'unica prigioniera, che il Mostro non era l'unico assassino… Ed eccolo di nuovo, il bivio, tra verità e vendetta, tra giustizia ed egoismo.
Un thriller ricco d'azione, in cui i buoni non sono mai del tutto buoni e i cattivi, beh, quelli non hanno limiti alla perversione… un po' come nella vita reale. Tra pedofilia, bullismo ed interessi economici, Maurizio Maggi ci conduce, in una corsa a perdifiato, in un'isola in cui la natura è protagonista indiscussa in tutti i suoi elementi. Ed anche quando la claustrofobia si trasforma in angoscia e l'incertezza muta in spaesamento, la tensione non cala mai. D'altronde chi è inseguito non può permettersi distrazioni. Libro consigliato a chi ama il dinamismo e la velocità e non disdegna un po' d'avventura.

Opera recensita: "La coda del diavolo" di Maurizio Maggi
Editore: Longanesi, 2018
Genere: thriller
Ambientazione: Sardegna
Pagine: 352
Prezzo: 18,60 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


lunedì 22 ottobre 2018

RECENSIONE: CRISTINA CABONI - LA STANZA DELLA TESSITRICE


Sinossi:
Bellagio è il luogo dove Camilla si è rifugiata per iniziare una nuova vita. Solo qui è libera di realizzare i suoi abiti capaci di infondere coraggio, creazioni che sono ben più di qualcosa da indossare e mostrare. Ma ora è costretta ad abbandonare tutto perché Marianne, la donna che l’ha cresciuta come una madre, ha bisogno del suo sostegno. È lei a mostrarle il contenuto di un antico baule, un abito che nasconde un segreto: vicino alle cuciture interne c’è un sacchetto che custodisce una frase di augurio per una vita felice. È l’unico indizio per ritrovare la sorella che Marianne non ha mai conosciuto. Camilla non ha mai visto nulla di simile, ma conosce la leggenda di Maribelle, una stilista che, all’epoca della seconda guerra mondiale, era famosa come «Tessitrice di sogni». Nei suoi capi erano nascosti i desideri e le speranze delle donne che li portavano. Maribelle è una figura che la affascina da sempre: si dice che sia morta nell’incendio del suo atelier parigino, circondata dalle sue creazioni. Camilla non sa quale sia il legame tra Maribelle e la sorella che Marianne vuole ritrovare. Ma sa che è disposta a fare di tutto per scoprirlo. Sente che la sua intuizione è giusta: Parigi è il luogo da dove iniziare le ricerche; stoffe, tessuti e bozzetti la strada da seguire. Una strada tortuosa, come complesso è ogni filo di una trama che viene da lontano. Perché i misteri da svelare sono a ogni angolo. Perché Maribelle ha lottato per affermare le proprie idee. Perché seguirne le orme significa per Camilla scavare dentro sé stessa, dove batte un cuore che anche l’ago più acuminato non può scalfire. Cristina Caboni è una delle voci più prestigiose e stimate del panorama letterario italiano. Con i suoi romanzi come, tra gli altri, Il sentiero dei profumi e La rilegatrice di storie perdute è entrata nel cuore dei lettori. Ora torna con un libro dove i fili del passato e del presente si intrecciano. Dove gli abiti sono pieni di significati misteriosi. Dove i destini di due donne si incontrano per far volare i sogni, senza paura.

Commento:
Come al solito, Cristina Caboni si conferma una garanzia in fatto di storie emozionanti. Le protagoniste dei suoi romanzi – Elena, Angelica, le Donati, Sofia, Clarice ed oggi Camilla, Marianne e Caterina – si fanno amare e ricordare perché sono donne intrepide e sensibili, coraggiose e delicate, racchiudono in loro l'essenza di ogni donna, sono come forse ognuna di noi sogna di essere. E poi è facile ritrovarsi nelle pagine scritte da Cristina Caboni perché gli "argomenti" che sfiora – i profumi, il miele, i fiori, i libri ed oggi i vestiti – sono fogli delicati del libro che sfogliamo ogni giorno, sono echi della parte più semplice e vera della nostra anima, sono frammenti della nostra vita. Un esempio? Vado sul personale: non sono mai stata una patita di moda, vestirmi glamour non è mai stato nelle mie priorità, però quando scelgo un capo d'abbigliamento amo sentire il tessuto sotto le dita, amo la sensazione di aderenza del tessuto al corpo, amo l'aspetto che l'abito mostra di me. Ebbene, è proprio di questo che parla "La stanza della tessitrice": parla di abiti, di tessuti, di fili che si intrecciano a tessere sogni, di donne che, al di là del tempo e delle avversità, si riconoscono tramite il loro coraggio di osare e di credere in se stesse… di crederci sempre, anche quando l'inadeguatezza, il senso di colpa, il terrore, l'incertezza sembrano soverchiarle.
Camilla e Caterina non si conoscono e non si conosceranno mai, eppure, attraverso Marianne, si riconoscono e si ritrovano in un tripudio di stoffe pregiate, seguendo il filo comune dellla loro storia. Un'altra emozione, dunque, altre donne, altre vicende, altre guerre dentro e fuori dall'anima… un altro libro in cui tuffarsi per ritrovare, ancora e ancora,  una parte di sé.


Opera recensita: "La stanza della tessitrice" di Cristina Caboni
Editore: Garzanti, 2018
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Sardegna-Milano-Parigi-provincia di Como
Pagine: 304
Prezzo: 18,60 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


giovedì 14 dicembre 2017

RECENSIONE: GRAZIA DELEDDA - CANNE AL VENTO


Sinossi:

La narrativa della Deledda, posta ora nella scia del verismo di Verga, ora accostata al decadentismo dannunziano, racconta di forti vicende d'amore, di

dolore e di morte, nelle quali domina il senso religioso del peccato e la tragica coscienza di un inesorabile destino. Nella sua prosa si consuma la fusione

carnale tra luoghi e figure, tra stati d'animo e paesaggio, tra gli uomini e la terra di Sardegna, luogo mitico e punto di partenza per un viaggio dell'anima

alla scoperta di un mondo ancestrale e primitivo.

 

Commento:

Mi sono bastate poche pagine per ritrovarmi tra i banchi del liceo, quando le lezioni di letteratura mi portavano in mondi ed epoche che mai avrei vissuto… non si può non amare questo libro: bastano poche righe per restare incantati dallo splendore e dalla potenza delle parole, in grado di evocare immagini fulgide di paesaggi bucolici colorati e vivaci come di descrivere scene di turbamento, disperazione, passione e completo deliquio. Ebbene sì, si trova tutto questo in un libro di appena duecento pagine: c’è la rigogliosa campagna dell’entroterra nuorese in estate, c’è la fedeltà di un servo, Efix, attaccato alle sue padrone come “Il musco alla pietra”, c’è il senso di colpa di quest’uomo per un unico errore commesso ed il carico del destino di altri sulle sue vecchie spalle; c’è un villaggio con tutti i suoi personaggi – l’usuraia, il prete, il ricco possidente borioso, il bel giovanotto che fa palpitare i cuori delle giovani semplici – e ci sono tre donne, l’una diversa dall’altra, tre sorelle sole e orgogliose che vorrebbero bastare a se stesse alimentandosi del loro antico buon nome e del disprezzo degli altri… ma come al solito, qualcosa va storto e la rovina diventa sempre più grave. Ed è qui che bisognerà decidere se soccombere o accettare l’aiuto che viene offerto.

Un libro che è l’essenza della Letteratura italiana che trae forza ed ispirazione dalla saggezza popolare, dalle vicissitudini di servi e padroni, di ricchi e di semplici che, come canne al vento, incassano i colpi della vita senza cedere e, anzi, traendone insegnamento. Una lettura intensa che consiglio a chi ancora non conosca questo libro e quest’autrice favolosa. Davvero, ne vale la pena.

 

Opera recensita: “Canne al vento” di Grazia Deledda

Editore: Garzanti, prima ed. 1913

Genere: letteratura italiana

Ambientazione: Sardegna

Pagine: 215 (ed. Garzanti 2006)

Prezzo: 9,00 €

Consigliato: sì.

 

lunedì 19 settembre 2016

RECENSIONE: MICHELA MURGIA - ACCABADORA


Sinossi:

Premio Campiello 2010. Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come "l'ultima". Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. "Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia". Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.

 

Breve, intenso ed appassionante. In poco più di 160 pagine Michela Murgia ci racconta tradizioni millenarie che sono parte di una comunità, di un popolo, ma che scavando non troppo a fondo, potremmo ritrovare anche nel nostro passato prossimo. Sono le tradizioni legate alla vita, al suo inizio, ma soprattutto alla sua fine; sono storie fatte di scialli neri, dolore e conforto, di saperi antichi e credenze popolari ancora sorprendentemente vive. Siamo a Soreni, piccolo paese della Sardegna, nel secondo dopoguerra. Qui vivono Maria Listru e Tzia Bonaria Urrai. Maria è la quarta figlia della vedova Anna Teresa Listru che considera la bimba un errore dopo tre cose giuste, una bocca in più da sfamare. Bonaria, invece, è una vedova senza figli che è ben lieta di prendere con sé quella ragazzina che ha sorpreso a rubare delle ciliegie in un negozio e che nonostante il gesto si mostra serena ed innocente. Maria, abituata a non essere considerata altro che la quarta o l’ultima, fa presto ad affezionarsi all’austera Tzia Bonaria che dimostra di badare a lei, tiene moltissimo alla sua istruzione e la considera il suo primo pensiero. Maria pensa che Bonaria faccia la sarta e questo è vero di giorno, ma di notte, a volte, qualcuno bussa alla porta e la donna esce in tutta fretta senza dare spiegazioni. Maria non sa che Bonaria è l’Accabadora, l’ultima madre, colei che aiuta chi, allo stremo della sofferenza, vuole andarsene da questo mondo senza dolore. Non è un’assassina priva di scrupoli, ma una donna provata dalla vita che, a suo modo, aiuta gli altri e fa ciò che deve essere fatto. Tutti a Soreni sanno chi è e cosa fa ed il suo passaggio suscita timore e rispetto. Donna di poche parole, ma di molto sapere, Bonaria trasmette tutto ciò che sa alla sua fille anima tranne il suo compito segreto e quando, per un tragico caso del destino, la ragazza lo scopre fra le due donne si apre una frattura apparente che sa di tradimento e di cose non dette. Maria parte per il continente, ma poi torna per ripagare, nel momento del bisogno, il suo debito di riconoscenza a quella donna che non ha mai chiamato mamma, ma che lo è molto più di chi l’ha generata. La storia di Maria e di Bonaria può sembrare lontana ed incredibile, ma non lo è per niente: qualcuno potrebbe pensare che queste credenze popolari siano morte e sepolte nel passato, invece vivono nel retaggio culturale dei piccoli comuni italiani in cui ci si conosce tutti, in cui l’informazione che conta si fa  al bar o sulla soglia delle case al crepuscolo.

I temi chiave di questo romanzo sono la maternità, la fiducia e la scelta. Come si legge in apertura del libro, Maria è figlia di due madri, di due donne, della povertà dell’una e della sterilità dell’altra. Ma si può essere figlia di due madri? Ed è più degna, in fin dei conti, di essere chiamata mamma colei che ci ha messi al mondo per poi abbandonarci al nostro destino, salvo poi richiamarci a sé nel momento del bisogno rivendicando un diritto di nascita misto ad orgoglio e possessività? O colei il cui ventre è sterile, ma che ci accoglie, veglia il nostro sonno nel buio, ci nutre ed educa? E poi c’è l’altro grande interrogativo, quello che riguarda la scelta: può l’uomo scegliere quando e come porre fine alla sua vita? Può l’uomo sostituirsi a Dio stabilendo quando far cessare la sofferenza? Fino a che punto è umano soffrire?

Michela Murgia ci racconta questa storia affascinante con uno stile fluido e con una scrittura insieme intimista ed evocativa: intimista perché indaga con tatto e delicatezza i sentimenti ed i fragili equilibri privati di una comunità; evocativa perché con parole scelte con cura descrive abilmente sensazioni, odori, suoni, rendendoli visibili a chi legge. Tutto ciò rende questo libro un piccolo album dei ricordi da custodire con cura, perché nulla vada dimenticato o perso nella frenesia dell’oggi. Lettura consigliatissima.

 

Opera recensita: “Accabadora” di Michela Murgia

Editore: Einaudi, supercoralli, 2009

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Sardegna, Torino

Pagine: 166

Prezzo: 18€ (cartaceo), 6,99€ (ebook)

Consigliato: sì.

 

mercoledì 8 giugno 2016

RECENSIONE: CRISTINA CABONI - LA CUSTODE DEL MIELE E DELLE API


Sinossi:

Angelica non è mai riuscita a mettere radici. Non ha mai voluto legarsi a niente e nessuno, sempre pronta a fuggire da tutto per paura. C'è un unico posto dove si sente a casa, ed è tra le sue api. Avvolta dal quieto vibrare delle loro ali e dal profumo intenso del miele che cola dalle arnie, Angelica sa di essere protetta e amata. È un'apicultrice itinerante e il miele è la sola voce con cui riesce a far parlare le sue emozioni. Perché il miele di lavanda può calmare un animo in tempesta e quello di acacia può far ritrovare il sorriso. E Angelica sa sempre trovare quello giusto per tutti, è il suo dono speciale. A insegnarglielo è stata Margherita, la donna che le ha fatto da madre durante l'infanzia, quando viveva su un'isola spazzata dal vento al largo della Sardegna. Dopo essere stata portata via da lì, Angelica ha chiuso il suo cuore e non è più riuscita a fermarsi a lungo in nessun luogo.
Ma adesso il destino ha deciso di darle un'altra possibilità. C'è un'eredità che la aspetta là dove tutto è cominciato, su quell'isola dove è stata felice. C'è una casa che sorge fra le rose più profumate, un albero che nasconde un segreto prezioso e un compito da portare a termine. E c'è solo una persona che può aiutarla: Nicola. Un uomo misterioso, ma che conosce tutte le paure che si rifugiano nei grandi occhi di Angelica. Solo lui può curare le sue ferite, darle il coraggio e, finalmente, farle ritrovare la sua vera casa. L'unico posto dove il cuore può essere davvero libero.
Dopo lo strabiliante successo del Sentiero dei profumi, un bestseller adorato dai lettori e dalla stampa, venduto in tutto il mondo e che ha conquistato la vetta di tutte le classifiche italiane e straniere, Cristina Caboni ci regala un nuovo prezioso gioiello. Un romanzo emozionante e pieno di vita. Una storia che ci prende la mano e ci porta dove i nostri sogni possono aprire la porta all'amore.

 

Come promesso, eccomi qui a parlarvi de “La custode del miele e delle api”, secondo romanzo della scrittrice sarda Cristina Caboni. Ho appena terminato la lettura e sono ancora immersa nelle tante emozioni che queste pagine così intense mi hanno lasciato. Il primo romanzo, “il sentiero dei profumi” mi era piaciuto per l’interesse suscitato in me dal tema (i profumi, appunto) e perché era ambientato tra Firenze e Parigi, due città che mi affascinano; questo secondo libro, invece, mi ha colpito perché l’ho sentito più vivo, più reale. Se ricordate, infatti, avevo descritto “il sentiero dei profumi” come una bella fiaba perché la storia di Elena era bellissima, ma forse troppo fiabesca, appunto, per essere vissuta nei nostri giorni. In “La custode del miele e delle api”, invece, si sente tutta l’amarezza della realtà del nostro mondo, quello fatto di abusi, interessi economici e logiche di potere contro cui bisogna lottare ogni giorno per impedire che prevalgano sulle nostre radici, sulla storia del nostro territorio, qualunque esso sia. La storia di Angelica, infatti, è ambientata ad Abbadulche, un piccolo villaggio su un’isola della Sardegna, nelle cui vicissitudini possiamo vedere ciò che accade, purtroppo, in tanti posti della nostra bella Italia.

Ma “La custode del miele è delle api” racconta la storia di tante donne tenaci, che con coraggio riescono ad emergere dal loro buio interiore, lottando contro la prevaricazione che viene da fuori e l’ombra più grande e minacciosa che viene dal loro interno. E’ questo che fanno Angelica, Maria, Sofia, Pina, Gigliola e tutte le protagoniste di questo splendido libro. Ed è quello che fa anche Nicola, bello e tormentato, che deve ritrovare il suo equilibrio e fare ordine nei suoi sentimenti. Ci riusciranno lui ed Angelica? Riusciranno a guardare al passato senza paura, a dissipare le ombre e sciogliere il ghiaccio che imprigiona il loro cuore? Sarà più forte il loro legame o gli ostacoli, le incomprensioni, l’orgoglio?

Ci sono, a ben guardare, dei punti in comune con il primo romanzo: le due protagoniste, per esempio, si somigliano. Entrambe sono restie a fidarsi degli altri, a lasciarsi amare; entrambe hanno problemi con il loro passato: non vorrebbero affrontarlo, ma non riescono a lasciarselo alle spalle. E poi sia in “il sentiero dei profumi” sia in “la custode del miele e delle api” si sente il legame con il passato, con la tradizione, le radici, la storia. E tutto è condito da un profumo di fiori, di acqua, di terra. Nei suoi romanzi Cristina Caboni ci dona il suo, personale, amore per la natura che ci avvolge, cura e protegge e che, allo stesso tempo, va amata e salvaguardata. In questo romanzo, in particolare, l’autrice ci porta nella sua Sardegna e nel suo mondo, quello delle api e del miele, ci guida alla scoperta dei poteri di questo nettare dolce che dà coraggio, forza, sostegno, felicità. Cosa dire di più? Leggetelo, è bellissimo!

 

Opera recensita: “la custode del miele e delle api” di Cristina Caboni

Editore: Garzanti, narratori moderni, 2015

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Sardegna

Pagine: 360

Consigliato: sì.