simposio lettori copertina

simposio lettori copertina
Visualizzazione post con etichetta classici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta classici. Mostra tutti i post

sabato 19 settembre 2020

RECENSIONE: DINO BUZZATI - IL DESERTO DEI TARTARI

Sinossi:

Giovanni Drogo, un sottotenente, viene mandato in una lontana fortezza. A nord della fortezza c'è il deserto da cui si attende un'invasione dei tartari. Ma l'invasione, sempre annunciata, non avviene e l'addestramento, i turni di guardia, l'organizzazione militare, appaiono cerimoniali senza senso. Quando Drogo torna in città per una promozione, si accorge di aver perso ogni contatto con il mondo e che ormai la sua unica ragione di vita è l'inutile attesa del nemico. Tornato alla fortezza, si ammala e proprio allora accade l'evento tanto aspettato: i tartari avanzano dal deserto. Nell'emozione e nella confusione del momento, senza che lui possa prendere parte ai preparativi di difesa, Drogo muore, dimenticato da tutti.

 

Commento:

Quante ore, settimane, giorni, mesi, anni della nostra vita abbiamo passato in attesa? A volerlo quantificare, quanto tempo abbiamo trascorso nella speranza che accadesse qualcosa, qualcosa di epocale, nuovo, diverso che imprimesse ai nostri giorni quella svolta decisiva che tanto aspettavamo? E intanto il tempo è passato, è scivolato via inesorabile e noi siamo cresciuti, cambiati, magari invecchiati senza che quel qualcosa accadesse. È ciò che accade a Giovanni Drogo, il protagonista di questo bellissimo romanzo di Dino Buzzati: tenente nominato in servizio di prima nomina alla fortezza Bastiani, mentre vi si reca, Drogo scopre dal capitano Ortiz che quella dov'è stato destinato è tutt'altro che una fortezza ambita. Non è per nulla movimentata, è piccola e quasi morta, nessuno vuole venirci e tantomeno restarci. Così, un po' frustrato ma comunque impressionato dalla fortezza e soprattutto dal deserto a Nord, Drogo si propone di rimanerci quattro mesi, ma allo scadere dei quali decide di rimanere. Attende, come tutti gli altri, che dal Nord, dal deserto, arrivino i tartari, arrivi il nemico, scoppi la guerra, ci sia dell'attività. E attende, e attende, e intanto aumenta di grado, i comandi della fortezza si avvicendano come i soldati, ma i nemici non arrivano. E passa il tempo, passa tanto tempo, finché Drogo, ormai vecchio, si ammala. È proprio allora, dopo che li ha attesi per tanto tempo, che i nemici arrivano. Un libro scritto in modo magistrale, con una prosa scorrevolissima, fluida ed evocativa e con un finale davvero commovente. Un classico sul tempo, sull'attesa e sulla necessità di vivere la vita quando e come se ne ha la possibilità, al meglio possibile. Se ancora non l'avete letto, dovreste proprio recuperarlo.

 

Opera recensita: "Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati

Editore: Mondadori, prima ed. originale 1940

Genere: letteratura italiana

Ambientazione: non definita

Pagine: 202

Prezzo: 12,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

      

giovedì 30 luglio 2020

RECENSIONE: GIACOMO LEOPARDI - OPERETTE MORALI


Sinossi:
Libro poetico e, per questo, morale, le "Operette" leopardiane sono, insieme, teatro filosofico e narrazione fantastica, trattato sull'infelicità dei viventi, ma anche rappresentazione di quella leggerezza, e ironia, e persino letizia, che la storia della civiltà - tra violenza e astrazione - ha disperso o negato. Sui modi del comico - dallo straniamento all'antifrasi, dal burlesco al fiabesco - trascorre l'onda di un pensiero tragico. Come nel riso c'è il riverbero di una saggezza fatta esperta degli inganni del mondo, del vanire delle cose. La critica della restaurazione, di ogni forma di restaurazione e di conformismo, l'indagine sulla natura, sulla sua prossimità e indifferenza, lo sguardo sulla materia, sul suo circuito perpetuo di produzione e distruzione, il pensiero della finitudine, dell'irreversibile, del limite si fanno, in questo libro, affabulazione e dialogo, racconto e finzione teorica: ma il "deserto della vita", il silenzio della speranza, le ombre stesse del nulla hanno qui un fremito, una loro irripetibile lingua, e passione.

Commento:
Lettura certamente non facile, tanto complessa quanto interessante, oserei dire, non propriamente adatta alla calura estiva. Nelle Operette morali, Leopardi affronta, in prosa, molti dei temi da lui già trattati in altre opere: la natura indifferente quando non ostile e intransigente; il mondo, la sua storia e le sue sorti; l'uomo in quanto creatura del mondo, misera rispetto alla grandezza dell'universo; la letteratura e la filosofia e così via. Lo fa in modo singolare, composito, adottando diversi stili di narrazione, ora dialoghi, ola monologhi, ora racconti… sempre, rigorosamente in prosa. Le operette morali sono un'opera variegata sotto molti punti di vista, dunque, non ultimo quello della complessità: alcuni componimenti sono molto gradevoli, brevi, comprensibili anche ad una lettura superficiale, altri, invece, richiedono un'attenzione e una concentrazione non indifferenti. Una lettura suggestiva e per certi versi attuale, nonostante sia stata scritta quasi duecento anni fa.

Opera recensita: "Le operette morali" di Giacomo Leopardi
Editore: vari
Genere: letteratura italiana
Pagine: 380 (ed. Super Bur Classici, 2000)
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


sabato 4 luglio 2020

RECENSIONE: MARILù OLIVA - L'ODISSEA


Sinossi:
L’Odissea non è la storia del viaggio di un uomo: è la storia d’amore di molte donne. C’è Calipso, che, avvinta dalle sue stesse reti di seduzione, si innamora di Ulisse ma deve lasciarlo andare. C’è Euriclea, la nutrice che lo ha cresciuto, e ci sono le Sirene, ciecamente decise a distruggerlo. C’è Nausicaa, seduttrice immatura ma potente, che non osa nemmeno toccarlo. C’è Circe dominatrice, che disprezza i maschi finché non ne incontra uno diverso da tutti gli altri. E naturalmente c’è lei, Penelope, la sposa che non si limita ad attendere il marito, ma gli è pari in astuzia e in caparbietà. In questo libro, sono loro a cantare le peregrinazioni dell’eroe inquieto, ciascuna protagonista di una tappa della grande avventura, ribaltando la prospettiva unica del maschile nella polifonia del femminile: che conquista, risolve, combatte. Alle loro voci fa da controcanto quella di Atena, dea ex machina, che sprona sia Telemaco sia Ulisse a fare ciò che devono: la voce della grande donna dietro ogni grande uomo. In un curioso e riuscito alternarsi di punti di vista, torna in vita e vibra di nuovi significati un classico immortale, in una narrazione che vola alta sulla varietà e sulla verità dei sentimenti umani.

Commento:
Si può far brillare una figura femminile come merita senza per questo oscurare un uomo? Contrariamente a quanto credono molti uomini, sì, è possibile, e questo libro ce lo dimostra: la rivisitazione dell'Odissea di Marilù Oliva consegna a noi lettori abituati a non accontentarci delle letture scontate e già pronte, un quadro al femminile di grande potenza narrativa e di rara bellezza. È la storia del viaggio di Ulisse come lo conosciamo, più o meno sulla falsariga di quello tracciato da Omero, eppure è una storia completamente diversa. Perché? Perché le protagoniste qui sono le donne. E il bello è che Marilù Oliva non ha dovuto stravolgere nulla, non ha dovuto aggiungere personaggi al poema originario: le donne c'erano già, attive e presenti, a muovere i fili affinché si compissero le gesta del grande eroe, solo che noi le vedevamo appena, concentrati sul prode Odisseo, sulle sue peregrinazioni, sulle disavventure e sulle sue astuzie. Ci sono anche quelle, in queste pagine, ma non solo quelle. C'è la brama di una dea che, dopo aver tenuto in trappola un condottiero per sette anni, non vorrebbe lasciarlo andar via e gli promette l'immortalità; c'è una dominatrice che ammalia gli uomini con bellezza e premure e poi li tramuta in porci, ma che quanto ad astuzia trova in Odisseo finalmente un uomo con cui rivaleggiare; c'è una giovane principessa inesperta che, dopo aver negato il proprio cuore a tanti uomini, si innamora di uno che arriva nella sua terra derelitto e malconcio, ma con l'inconfondibile regalità nella persona; c'è la nutrice che, sottomessa nel ruolo che la società le ha imposto, conosce tutti i segreti della famiglia in cui dimora. E poi c'è lei, la moglie, la regina, non icona da venerare e manipolare, ma donna vera, tenace, ferma, fiera, astuta, che tiene testa ad un manipolo di uomini, che per rispetto delle convenzioni lascia che a comandarla siano altri meno sapienti di lei, ma che non smette mai di dimostrare il proprio valore, fino a rivaleggiare persino con l'uomo che attende incessantemente da vent'anni. E poi c'è la dea, lei che tutto sa e tutto vede, che cambia il destino di un uomo con il suo solo volere. Una riscrittura potente, con una prosa vibrante ed evocativa, che restituisce finalmente il loro posto d'onore a donne che per troppo tempo sono state relegate a mere comparse, senza, per questo, sminuire la figura dell'eroe. Perché la parità parte anche da qui, dal modo di raccontare una storia, dalle pagine di un libro.

Opera recensita: "L'Odissea" di Marilù Oliva
Editore: Solferino, 2020
Genere: narrativa italiana
Pagine: 217
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


mercoledì 17 giugno 2020

RECENSIONE: SOF'JA TOLSTAJA - AMORE COLPEVOLE


Sinossi:
Anna ama la natura, legge, dipinge e sogna un amore puro e ideale. Ha solo diciotto anni quando il trentacinquenne principe Prozorskij la chiede in sposa. Convinta di aver trovato in lui il vero amore, dovrà invece scontrarsi con un marito capace di concepire il sentimento solo come possesso carnale. Sarà un amico del principe, Bechmetev, un artista, a farle conoscere quella consonanza di anime in cui crede. E anche se Anna deciderà di restare al fianco del marito e dei figli e di combattere per salvare il suo matrimonio, sarà lui, Prozorskij, consumato dal dubbio e dalla gelosia, a trasformare irrimediabilmente quell'amore puro, a cui Anna è disposta a sacrificare tutto, in un «amore colpevole». Il destino di Sof'ja Tolstaja, l'amatissima moglie di Lev Tolstoj, fu quello di vivere all'ombra di un uomo di genio, rinunciando alla sua passione per la scrittura. Ma ora questo romanzo, che vide la luce solo diciassette anni dopo la morte dell'autrice, restituisce al lettore la sua voce, che colpì Tolstoj per la sua «forza di verità e semplicità». "Amore colpevole", la risposta di Sof'ja alla "Sonata a Kreutzer", è la storia parzialmente autobiografica di Sof'ja e Lev, un romanzo sulla gelosia, la sfiducia e il disprezzo che logorano ogni matrimonio.

Commento:
La prima immagine che Sof'ja Tolstaja ci regala di Anna è quella di una giovane donna bellissima, spensierata, inconsapevolmente sensuale e molto morigerata. L'ultima immagine che abbiamo di lei è molto, molto diversa: in dodici anni Anna è sempre bellissima, ma è una persona molto diversa da quella diciottenne che dipingeva e si poneva importanti domande su Dio e sull'amore. Cosa l'ha cambiata? Potremmo sostenere senza tema di smentita che l'ha cambiata l'amore. Sì, perché l'amore, pur nella sua forza di concetto universale, ha molte declinazioni: c'è stato, per Anna, un amore idealizzato, fatto di comprensione, fiducia, scambio mentale reciproco, quello che l'ha spinta a sposare un principe più anziano di lei e che conosceva da molti anni perché amico di famiglia; un amore, questo, molto diverso da quello che ha trovato tra le braccia del marito, un uomo avvezzo ad ammaliare le donne, uno che non ha mai voluto né forse potuto capirla e che aveva come unica concezione dell'amore quella carnale, il possesso, la passione violenta, selvaggia e quasi animalesca. Poi, per suo sommo gaudio e somma sfortuna, Anna ha sperimentato anche un amore vissuto e ricambiato, una comunione di intenti, di anime, di cuori, quella con l'amico del principe, Bechmetev, che rimarrà sempre idilliaca e non andrà mai oltre il consentito, ma che metterà seriamente in pericolo il suo matrimonio. E più crescono l'amore non assecondato e il sacrificio di Anna che resterà con il marito e i figli, più cresce, per contro, l'animosità, la gelosia velenosa, l'insensata arroganza fatta di sospetti e accuse del principe. Lui, che per anni e anni prima del matrimonio è stato un incallito donnaiolo e che anche ora che è sposato non disdegna di guardare i corpi delle altre donne e non si sottrae alla compagnia femminile quando ne ha l'occasione, lui accusa lei, così pura e pudica, così poco attratta dalla carnalità, ma così sottomessa al marito da prestarsi inerme alle sue sfrenate voglie. Ed è, purtroppo, impossibile non giungere allo scontro.
Impossibile non ritrovare, in queste pagine così intense, la biografia dell'autrice, la contessa Tolstaja, le pene di un amore e di un matrimonio travagliato con il marito Lev Tolstoj, la risposta a La sonata a Creutzer che – come scrive nella breve biografia in appendice – lei non ha mai amato.
Amore colpevole è un libro delizioso, lirico e vibrante in cui una donna che realmente sa cosa significhi veder soffocato il proprio essere in favore di un marito geniale e ingombrante, descrive con semplicità, verità e profonda consapevolezza le vicissitudini di una donna del suo tempo, mettendo in luce tutte le contraddizioni, le rinunce, le ingiustizie che bisogna sopportare in un matrimonio. Rinunce, vessazioni, umiliazioni perpetrate in nome dell'amore, ma viene qui spontaneo chiedersi: quanto conta, qui, realmente, l'amore?

Opera recensita: "Amore colpevole" di Sof'ja Tolstaja
Editore: La tartaruga, 2019
Genere: letteratura russa
Ambientazione: Russia
Pagine: 208
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5.


mercoledì 12 settembre 2018

RECENSIONE: NIKOS KAZANTZAKIS - ZORBA IL GRECO


Sinossi:
"Lo conobbi al Pireo... Parole, risate, balli, ubriacature, preoccupazioni, quiete conversazioni al tramonto, occhi sgranati che mi fissano con tenerezza e disprezzo, come se mi dessero ad ogni istante il benvenuto, come se ad ogni istante mi dicessero addio, per sempre". Zorba il greco è il romanzo di Nikos Kazantzakis da cui venne tratto il fortunato film con Anthony Quinn e Irene Papas, proposto ai lettori italiani in traduzione dal greco e in versione integrale. "Sicuramente il cuore dell'uomo è una fossa chiusa di sangue, e quando si apre corrono ad abbeverarsi e a riprendere vita tutte le inconsolabili ombre assetate... Corrono a bere il sangue del nostro cuore, perché sanno che altra risurrezione non esiste. E più avanti di tutti corre oggi Zorba con le sue grandi falcate, e scansa le altre ombre, perché sa che è per lui oggi la commemorazione. Facciamo tutto quanto è in noi perché riviva ancora per un po' questo crapulone, beone, lavoratore instancabile, donnaiolo e zingaro. L'anima più grande, il corpo più saldo, il grido più libero che abbia mai conosciuto in vita mia".

Commento:
Chi può dire cosa siano veramente la passione, la spiritualità, la fede, la patria, la libertà…? Sono ideali o sentimenti nel nome dei quali ci immoliamo, o sono forse ulteriori catene con le quali rafforzare la nostra schiavitù? E chi è, poi, il nostro padrone? E' Dio o è forse il diavolo? E' il corpo o lo spirito?
Su queste dicotomie si fonda – e ci fa riflettere – questo romanzo meraviglioso, e lo fa mettendo a confronto due uomini, il padrone più incline alla rettitudine, alla spiritualità, alla lettura e alla meditazione, e Zorba che… beh Zorba non si può descrivere compiutamente: è un uomo saggio, scapestrato, beone, donnaiolo impenitente, irrequieto, passionale, mutevole, arguto, instancabile, irruento… è molto altro ancora.
Nella convivenza forzosa per ragioni di lavoro in un villaggio di Creta, queste due anime imparano a conoscersi e a comprendersi, prendendo l'una qualcosa dell'altra e dandosi molto a vicenda. Kazantzakis costruisce un protagonista memorabile e riesce a far riflettere ed interrogare le coscenze usando un'"arma infallibile": la leggerezza, la simpatia, l'umorismo. "Zorba il greco" è un libro stupendo che consiglio spassionatamente: non ve ne pentirete, è letteratura.

Opera recensita: "Zorba il greco" di Nikos Kazantzakis
Editore: Crocetti, prima ed. 1946
Genere: narrativa europea
Ambientazione: Creta-Grecia
Pagine: 382
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5.


giovedì 30 agosto 2018

RECENSIONE: VIRGINIA WOOLF - UNA STANZA TUTTA PER Sé


Sinossi:
Scritto tra il 1928 e il 1929 in seguito a una serie di conferenze sul tema "donne e romanzo", questo testo costituisce uno dei più eloquenti trattati femministi del Novecento: partendo da un tema apparentemente secondario e cioè che una donna, per scrivere, debba avere del denaro e "una stanza tutta per sé", Virginia Woolf porta alla luce le restrizioni imposte nel corso dei secoli alla creatività femminile dalla società, dalle leggi e dalle convenzioni. Attraverso riflessioni arricchite da sentimenti e storie personali, la Woolf dà vita a una forma ibrida tra saggio e racconto che come descritto nella chiara introduzione di Egle Costantino - le permette di universalizzare le esperienze narrate in un testo lucido e stimolante, divenuto un punto di riferimento imprescindibile per approfondire e comprendere la questione femminile.

Commento:
Metà saggio, metà racconto, "Una stanza tutta per sé" è una controversa presa di posizione sulla condizione femminile, scritta in un periodo (fine anni 20) in cui l'argomento era molto spinoso e dibattuto.
Virginia Woolf prende le mosse dal tema – scarno e lapidario, perciò infido – che le è stato affidato nelle conferenze a cui deve relazionare: "Le donne e il romanzo". Dopo una profonda riflessione, Virginia è giunta alla conclusione che una donna, per scrivere romanzi, deve avere denaro e una stanza tutta per sé. Piuttosto che fornire al lettore quest'assunto come se fosse una verità, l'autrice preferisce rifare con lui il percorso che l'ha condotta a questa conclusione e per farlo deve spogliarsi della sua personalità ed identità e rendersi anonima: non è Virginia che parla, ma una qualsiasi donna, una donna che, per esempio, si trovi a camminare nei pressi di una nota università. Tutto in questo libro è una metafora: l'università è l'origine dell'esclusione della donna dalla letteratura e quindi, in un certo senso, anche dalla società. La protagonista del libro non può visitare l'università se non è accompagnata da un uomo; è ridotta al silenzio perché la società in cui vive è patriarcale, maschilista e questo silenzio carico di rabbia passa anche dal linguaggio.
Questi, in estrema sintesi, sono alcuni dei concerti d'avanguardia che Virginia Woolf espone ed analizza in quest'opera. Una lettura estremamente interessante e a suo modo attuale, sebbene non sempre agevole.

Opera recensita: "Una stanza tutta per sé" di Virginia Woolf
Editore: Vari, prima ed. originale 1929
Genere: saggio/racconto
Ambientazione: Inghilterra (ma non è rilevante)
Pagine: 224 (ed. Bur 2013)
Prezzo: 10,00 € (ed. Bur 2013)
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


mercoledì 18 luglio 2018

RECENSIONE: THOMAS HARDI - JUDE L'OSCURO


Sinossi:
In Jude l'oscuro (1896), l'intimo conflitto del protagonista tra energie fisiche e intellettuali ha un preciso collegamento con le problematiche dell'alienazione sociale ed economica. È, di nuovo, la sinistra, potente storia di una parabola distruttiva: Jude fa il muratore in un villaggio del Wessex, dopo essere fuggito dal suo paese natale. In seguito al fallimento del suo matrimonio con Arabella, prende la strada di Christminster - nella cui filigrana si intravede Oxford - dove allaccia un'ambigua relazione con la cugina Sue. I due decidono di convivere senza sposarsi, ma l'ombra di un oscuro presagio si allunga minacciosa sul loro futuro e un destino tragico, ineluttabile e crudele, non tarda a rivelarsi.

Commento:
Forse fuorviata dal titolo, questo libro me l'aspettavo diverso. Mi aspettavo un protagonista oscuro, empio, truce… invece Jude, il personaggio chiave di questa storia, è esattamente l'opposto: è un giovane – prima – e un uomo – poi – ipersensibile, insicuro, ingenuo, in certo modo anche retto e certamente sfortunato. E' vittima delle proprie scelte – o mancate scelte –, degli artifici di Arabella, la prima moglie che lo sposa con l'inganno e che ha certo un carattere più forte del suo, nonché degli umori di Sue, la cugina veramente amata che sarà la sua definitiva rovina. Jude, dapprima ragazzo autodidatta negli studi e completamente orientato ad una carriera ecclesiastica naturalmente preclusagli dalla sua condizione economica, diviene poi preda di una febbrile ricerca della propria strada, che oscilla dalla passione per Sue, al rinnovato interesse per la religione, al lavoro di scalpellino e restauratore delle opere ecclesiali che forse mai potrà vedere dall'interno. Il suo è il fallimento di un uomo senza pace, travolto da se stesso e dagli eventi, troppo impegnato a rispettare ed onorare le scelte altrui per decidere della propria vita: un adulto rimasto, infondo, eternamente ragazzo.
Non vorrei sconsigliare apriori questo libro – si tratta comunque di un buon classico – tuttavia personalmente non l'ho apprezzato quanto speravo.


Opera recensita: "Jude l'oscuro" di Thomas Hardi
Editore: Garzanti, prima ed. 1896
Genere: letteratura inglese
Ambientazione: Inghilterra
Pagine: 502 (ed. 2010)
Prezzo: 12,50 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 6.

mercoledì 8 novembre 2017

RECENSIONE: JANE AUSTEN - ORGOGLIO E PREGIUDIZIO


Sinossi:

Orgoglio e pregiudizio è uno dei romanzi più famosi di Jane Austen. Pubblicato per la prima volta in forma anonima nel 1813, è considerato ancora oggi uno

dei più importanti romanzi della letteratura inglese. Un capolavoro senza tempo che racconta la storia delle cinque sorelle Bennet alle prese con i loro

corteggiatori e le manovre della madre per trovar loro marito, nella provincia inglese di fine Settecento. Ma è soprattutto l'indimenticabile storia d'amore

tra la brillante e orgogliosa Elizabeth e l'altezzoso e irresistibile Mr Darcy.

 

Commento:

La storia d’amore narrata in quella che è senza dubbio l’opera più famosa di Jane Austen è certamente nota ai più: si tratta del coronamento di un amore travagliato (ma neanche troppo se pensiamo ad altri romanzi) tra la bella ed intelligente Elizabeth Bennet, secondogenita di una famiglia della buona società inglese, e l’altero e scostante signor Darcy, ricco proprietario di una delle più belle tenute della zona. Ovviamente il libro non narra solo di quest’amore che sboccia pian piano, dopo malintesi ed inconvenienti vari, ma anche della vita della famiglia Bennet, delle famiglie vicine, e delle ambizioni e contraddizioni della società inglese dell’Ottocento.

Ora, personalmente non disdegno i romanzi d’amore e credo che chi ne è un accanito lettore non potrà non amare questo libro. Ciò che a me non permette di dargli un giudizio ottimo, però, sono probabilmente le alte aspettative generate dall’aver sempre sentito parlare di quest’opera come di un capolavoro. Io, modestamente, non mi sento di definirlo tale perché a quest’opera manca qualcosa: si avverte il fatto che l’autrice abbia voluto mettere in luce lo snobismo di certe categorie di persone, ma manca qui la critica, esplicita o ironica che sia, della società inglese che invece ho trovato in altri romanzi della Austen. Questo ai miei occhi fa apparire “Orgoglio e pregiudizio” alla stregua dell’equivalente ottocentesco di un romanzo rosa. Nulla in contrario coi romanzi rosa o d’amore, lo ribadisco, ma mi aspettavo più verve, più contenuti, più personalità da un’autrice a cui certo non manca la schiettezza e l’ardire di esprimere sapientemente la propria opinione sul mondo. Per questo motivo non mi sento di consigliare a pieno questo libro, ma neppure posso dire che non mi sia piaciuto né che non sia stata una lettura gradevole. Per questo lo consiglio, ma con qualche riserva.

 

Opera recensita: “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen

Editore: Mondadori-Sperling, prima ed. originale 1813

Genere: romanzo, letteratura inglese

Ambientazione: Inghilterra, primo Ottocento

Pagine: 308 (ed. Sperling 2015)

Prezzo: 13,00 € (ed. Sperling 2015)

Consigliato: sì/no.

 

lunedì 6 novembre 2017

COMMENTO: FEDOR DOSTOEWSKIJ - L'IDIOTA


Sinossi:

Pubblicato nel 1868, è la storia della sconfitta di un uomo "assolutamente buono", il principe Myskin. Un romanzo intricatissimo di avvenimenti, pieno

di affetti opposti e di opposti sentimenti morali che dominano tutta l'opera entro cui si agitano bene e male, odio e amore.

 

Commento:

Questa è ben lungi dal voler essere una recensione, visto che stiamo parlando di un classico della letteratura russa di notevole complessità ed imponenza al quale sono stati dedicati studi molto approfonditi che ne forniscono interpretazioni contrastanti.

Il mio è il semplice commento di una lettrice. Chiarito questo punto, dirò che, come molti classici russi e come molte opere di Dostoewskij, non si tratta di una lettura facile, anzi in più punti viene a dirittura la tentazione di desistere, ma l’interesse per la figura di Miskin e la curiosità di conoscere la fine della storia prevale sempre.

Si tratta, in estrema sintesi, della storia del giovane principe Lev Nicolaevic Miskin, tornato in Russia dopo alcuni anni di cura in una clinica svizzera. Il principe, infatti, è affetto dal “Mal caduco”, ossia dall’epilessia. Questi fa da subito la conoscenza di svariati personaggi che ci accompagneranno per tutto il romanzo, ma i primi con cui viene a contatto saranno quelli che avranno un ruolo più rilevante nelle vicende che lo riguarderanno, come se l’autore avesse voluto presentarceli da subito per rendere chiara la loro importanza. Conosciamo così Robozin, arrogante, presuntuoso e un po’ rozzo, Lebedev, infido e gran tessitore di piani a discapito del prossimo e per proprio tornaconto personale, e gli Epancin, famiglia variegata e già di per sé interessante. E poi c’è la dannatamente bella Nastasia Filipovna, vera regista di questa fitta trama di avvenimenti.

La scena si svolge tra la città di Pietroburgo e la cittadina di vacanza Pablosc, in un tempo approssimativo di un anno. Un anno ricco di eventi per il nostro principe che tutti considerano un idiota, un sempliciotto, uno stupido, un bambino. In pochi riusciranno a comprendere che, invece, egli è molto intelligente e riesce a capire le persone molto meglio di tanti altri. Solo che è troppo, assolutamente, irrimediabilmente buono e lascia che tutti si approfittino di lui; inoltre egli è certamente ingenuo poiché spesso, preso dalla volontà di agire per il meglio e di favorire gli altri, non tiene conto di come i suoi comportamenti possano essere interpretati dagli altri e che talvolta qualcuno potrebbe rimanerne ferito. Tutta la storia ruota intorno a questo, con chiarimenti e stravolgimenti fino ad un epilogo inaspettato e di certo insperato.

Ripeto, si tratta di una lettura non facile, ma di certo interessante, che permette di riflettere sulla natura umana e sui rapporti interpersonali: vi sono, infatti,  alcune frasi, alcuni comportamenti, alcune riflessioni su cui vale la pena di soffermarsi a riflettere. Nonostante la difficoltà, quindi, non posso non consigliare la lettura di questo classico.

 

Opera recensita: “L’idiota” di Fedor Dostoewskij

Editore: prima ed. originale 1868

Genere: romanzo, letteratura russa

Ambientazione: Russia, metà dell’Ottocento

Pagine: 610 (ed. Einaudi 2005)

Prezzo: 14,50 €

Consigliato: sì.

 

sabato 21 ottobre 2017

RECENSIONE: ELIZABETH GASKELL - NORD E SUD


Sinossi:

Nord e Sud, a indicare due estremi in contrasto, fu il titolo voluto dall'editore, non quello pensato da Elizabeth Gaskell, che sul frontespizio immaginava

il nome della sua eroina, Margaret Hale. Sono le due polarità geografiche e la maturazione della protagonista a fornire i temi cardine del romanzo: Margaret,

trasferitasi da Helstone, fiabesco villaggio del Sud, a Milton-Northern, popolosa città manifatturiera del Nord, si trova bruscamente immessa nel mondo

nuovo, e per molti aspetti irriconoscibile, prodotto dall'industrializzazione. La famiglia Hale, che coltiva valori tradizionali, è totalmente estranea

alla frenetica vita del centro industriale in piena espansione, alla nascente lotta di classe fra padroni e operai, all'inquinamento e al degrado sociale.

Eppure Margaret stringe presto amicizia con Bessy Higgins, una ragazza ammalatasi per le pessime condizioni di lavoro in fabbrica, e con il padre Nicholas,

sindacalista impegnato attivamente nel movimento operaio: prendendo a cuore la famiglia, inizia a nutrire curiosità e interessi fino a quel momento sconosciuti.

Subito complesso si rivela, invece, il rapporto con John Thornton, allievo del signor Hale e padrone di uno dei più importanti cotonifici di Milton: Margaret

è combattuta tra l'ammirazione per l'uomo che si è fatto da solo, contando unicamente sulle proprie capacità, e l'ostilità per l'industriale che, a suo

giudizio, è responsabile delle misere condizioni di vita dei suoi operai.

 

Commento:

La giovane, bella ed indomita Margaret Hale si trasferisce con la famiglia da un paesino del Sud dell’Inghilterra ad una cittadina industriale del Nord. Il trasferimento avviene perché il padre, Reverendo nella parrocchia di Ellstone, ha profondi dubbi di coscienza riguardo alla Chiesa ed al suo ruolo, decide di abbandonare la professione ecclesiale e di diventare un insegnante privato. Il passaggio da un ridente, luminoso e tranquillo paesino di campagna ad una fredda, fumosa ed operosa cittadina industriale genera non poche difficoltà di adattamento per la famiglia Hale. Tuttavia Margaret, intraprendente ed instancabile, stringe amicizia con Bessy Higgins, una ragazza della sua età che si è ammalata lavorando in un cotonificio; così la giovane Margaret viene a conoscenza della realtà industriale di Milton, dei problemi tra operai e padroni e dell’imminenza di uno sciopero. Un’altra figura chiave nella nuova vita degli Hale è proprio uno dei padroni, il giovane ed ambizioso John Thornton, proprietario di uno dei cotonifici più grandi. Nei suoi confronti Margaret proverà ammirazione perché è stato in grado di costruire da sé la propria fortuna, ma anche ritrosia per i suoi modi autoritari e sprezzanti. Ciò che imprimerà una svolta sostanziale alle vicende degli Hale, dei Thornton e di tutta Milton, però, sarà proprio lo sciopero, dopo il quale nulla sarà più lo stesso, neanche nei rapporti interpersonali.

Conoscevo la trama di questo libro già prima di leggerlo, per aver visto pochi giorni fa l’ottima serie Tv “North & South” realizzata dalla BBC nel 2004, ma durante la lettura non riuscivo comunque a staccarmene. La descrizione della quarta di copertina ed anche la mia sono molto riduttive rispetto all’importanza dei temi trattati in questo libro: non a caso “Nord e Sud” viene definito un romanzo “industriale”, perché la lotta di classe e la contrapposizione tra operai e padroni è uno dei temi portanti di questo romanzo. Tuttavia “Nord e Sud” non si limita a descrivere la situazione generata dallo sviluppo industriale, ma propone una soluzione, se pure accennata: appare chiaro, infatti, il punto di vista di Elizabeth Gaskell che ritiene che i due mondi dovrebbero avvicinarsi e compenetrarsi, piuttosto che scontrarsi con violenza restando separati. Se l’operaio ed il padrone potranno conoscere qualcosa in più delle reciproche condizioni, potranno guardarsi con benevolenza e, magari, venirsi incontro. La natura conciliatrice del libro della Gaskell emerge anche in un’altra contrapposizione, quella tra Nord e Sud dell’Inghilterra: paesaggi, popolazioni ed attitudini completamente opposte potrebbero incontrarsi invece che ignorarsi o disdegnarsi. E’ proprio ciò che accade nell’animo di Margaret che, trasferitasi a Nord rimpiangeva la luminosità del Sud e, allontanatasi da Milton per ragioni indipendenti dalla sua volontà, non smetteva di rimpiangerla. Certo è che anche l’amore ha influito su quest’ultima valutazione in modo a dir poco determinante! Questo libro, infatti, essendo un romanzo vittoriano, non poteva non contenere anche una storia d’amore e questa, a mio modesto parere, è tutt’altro che forzata o scontata… direi anzi che è appassionante.

Una prosa scorrevole ed una trama coinvolgente ed interessante rendono questa lettura assolutamente consigliabile a chi ama i classici, le riflessioni sui temi sociali, ma anche le belle storie d’amore. A me è piaciuto moltissimo!

 

Opera recensita: “Nord e Sud” di Elizabeth Gaskell

Editore: Jo March, prima ed. originale 1854

Genere: romanzo-letteratura inglese

Ambientazione: Inghilterra, metà dell’Ottocento

Pagine: 476

Prezzo: 15,00 €

Consigliato: sì.

 

sabato 23 settembre 2017

RECENSIONE: NATHANIEL HAWTHORNE - LA LETTERA SCARLATTA


Sinossi:

La vicenda si svolge nella Boston puritana del sec. XVII. Hester Prinne ha preceduto nel Massachusetts il marito, un anziano scienziato, e ha avuto una

figlia, Pearl, da una relazione illegittima. Viene messa alla gogna e condannata a portare sul petto la lettera A (adultera), ritagliata "in un bel panno

scarlatto". Rifiuta di dire il nome del suo amante, ma il marito, sotto falso nome, si mette alla ricerca dell'uomo. Riesce a scoprirlo: è il giovane reverendo

Dimmesdale, che soffre moltissimo, ma, per orgoglio, non vuole confessare. Pressato dal marito di Hester alla fine confessa pubblicamente la sua colpa,

ma stroncato dall'emozione, muore.

 

Commento:

Poco tempo fa mi è capitato di vedere la trasposizione cinematografica tratta da questo romanzo e ricordo di esserne rimasta piacevolmente olpita. Così mi è venuta la curiosità di leggere il libro… a lettura terminata, però, devo dire che sono perplessa. La storia narrata è affascinante, ma lo stile di scrittura, a mio parere, è un po’ indigesto.

La protagonista è senza dubbio Ester Prinne, la donna altera e bellissima tacciata di ignominia e costretta a portare appuntata al seno la lettera scarlatta che indica l’adulterio. Ester ha avuto una figlia, Perla, da una relazione con il giovane e dotto reverendo del paese, ma è decisa a non rivelare il nome dell’uomo, a costo di portare su di sé l’onta del disprezzo e della condanna di tutti. E’ una donna coraggiosa che non si piega né a lusinghe né a minacce, neppure quando il marito, sotto mentite spoglie, scopre tutto e nutre vendetta.

L’autore, per raccontare questa storia, utilizza la formula dell’antico manoscritto ritrovato e delle voci tramandate per generazioni. Tuttavia la narrazione risulta lenta ed oltremodo farraginosa; le frasi non sono mai direttee i concetti affogano in barocchismi e giri di parole. Tutto ciò contribuisce a che un registro linguistico alto sconfini nell’esagerato e nell’ampolloso. Da qui le mie perplessità nel consigliare questa lettura, certamente interessante per la trama, i personaggi ed i profili di riflessione che presenta sulla condizione della donna e della famiglia, ma al contempo dall’approccio non facile.

 

Opera recensita: “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne

Editore: Frassinelli, prima ed. 1890

Genere: romanzo storico

Ambientazione: America 1600

Pagine: 338

Prezzo: 6,71 €

Consigliato: sì/no.

 

mercoledì 30 agosto 2017

RECENSIONE: GUSTAVE FLAUBERT - MADAME BOVARY


Sinossi:

"Madame Bovary", apparso a puntate sulla "Revue de Paris" nel 1856 e integralmente un anno dopo, incontrò subito un grande successo di pubblico - dovuto

anche al clamore del processo a cui il suo autore, incriminato per oltraggio alla morale e alla religione, fu sottoposto -, imponendosi all'attenzione

della critica come il capolavoro assoluto del romanzo moderno. Incentrato sulla superba figura di Emma Bovary - donna inquieta, insoddisfatta, simbolo

di un'insanabile frustrazione sentimentale e sociale - e giocato su un antiromanticismo ideologico e formale di fondo, "Madame Bovary" come ha scritto

Vladimir Nabokov, "dal punto di vista stilistico è prosa che fa ciò che si suppone faccia la poesia. Senza Flaubert non ci sarebbe stato un Marcel Proust

in Francia, né un James Joyce in Irlanda. In Russia, Cechov non sarebbe stato Cechov".

 

Commento:

La quasi totalità dei classici suscita in me il desiderio di conoscere, di leggere di prima mano le opere tanto osannate e tanto alacremente studiate a scuola. Ovviamente “Madame Bovary” non fa eccezione, perciò ho deciso, finalmente, di colmare questa lacuna. Cos’ho trovato? Un classico della letteratura francese destinato a non tramontare col tempo, una protagonista e dei personaggi memorabili, un intreccio reso magistralmente semplice, nonostante il minuzioso e particolareggiato racconto delle vicende di Emma Bovary.

La storia è arcinota: il medico di provincia Charles Bovary, vedovo giovane di indole pacata, sposa la bella e vivace Emma Rouaut che ben presto si dimostra moglie attenta, graziosa, delicata ed elegante. Sin dall’infanzia, tuttavia, Emma ha sempre dimostrato una certa insofferenza intrinseca: sin da bambina si appassionava con tutta se stessa a qualcosa per poi stancarsene subito e passare ad altro. Quest’attitudine pericolosa è cresciuta nel tempo, fino a riguardare gli oggetti (tra l’altro la signora ha gusto e non vuol privarsi di nulla) e le persone. Questo la condurrà irrimediabilmente all’adulterio, alla dissolutezza e alla rovina morale ed economica. Man mano che si prosegue nella lettura, Emma appare sempre più volubile, insoddisfatta, piena di manie compulsive e vanità, irrimediabilmente persa verso un destino nefasto. Intorno a lei, poi, troviamo la varietà degli abitanti di un villaggio, dallo speziale eccentrico al curato, all’esattore, ai domestici e, ultimo ma non per importanza, al marito. Charles Bovary è l’altro grande protagonista, o meglio vittima, di questo racconto: la sua pacatezza, il suo farsi scivolare le cose di dosso, il suo non voler vedere e giustificare sempre e comunque i capricci della moglie, saranno la concausa dell’epilogo tragico di questa storia.

Un classico della letteratura, questo, che non può mancare fra le letture di ogni lettore che si rispetti. Una trama che oggi non considereremmo originale, ma che all’epoca in cui fu scritta provocò non pochi scandali, è resa scorrevole dalla prosa fluida dell’autore. Lo stile, l’intreccio narrativo, fa di “Madame Bovary” un libro attuale e perfettamente leggibile da chiunque. Lettura altamente consigliata, dunque!

 

Opera recensita: “Madame Bovary” di Gustave Flaubert

Editore: Mondadori, prima ed. 1857

Genere: letteratura francese

Ambientazione: Francia

Pagine: 464

Prezzo: 10,50 €

Consigliato: sì.

 

mercoledì 5 aprile 2017

RECENSIONE: GIOVANNI VERGA - I MALAVOGLIA


Sinossi:

Al centro della narrazione sta la "Provvidenza", la barca più illustre della letteratura italiana, la più vecchia delle barche da pesca del villaggio.

La vicenda ruota intorno alla sventura dei Malavoglia, innescata proprio dal naufragio della "Provvidenza" carica di lupini presi a credito. Si snoda così

una trama straordinariamente complessa che non abbandona mai lo svolgersi doloroso del dramma; una serie di rovesci, colpo su colpo contro i Malavoglia,

ogni volta che a forza di rassegnazione e coraggio riescono a rialzarsi dal colpo precedente.

 

Commento:

Tante volte, leggendo i libri di letteratura, mi sono chiesta quali requisiti debba avere un libro per essere definito “capolavoro della letteratura italiana”. Per questa definizione non esiste un elenco di voci da spuntare o uno schema preciso cui riferirsi, tuttavia io credo che si possa parlare di “capolavoro della letteratura” quando si ha davanti un’opera dal contenuto significativo, dall’importanza indiscutibile e dall’estrema semplicità di linguaggio, in modo da poter essere fruibile da tutti.

A lettura terminata de “I Malavoglia”, il romanzo più noto di Giovanni Verga, io credo di essere di fronte ad un capolavoro della letteratura italiana: questo libro, infatti, racconta con estrema naturalezza, con impressionante realismo e con altrettanta disarmante schiettezza la storia di un paese, Acitrezza, alla fine dell’Ottocento, ma che potrebbe tranquillamente identificarsi con uno dei nostri piccoli paesi del Sud ai giorni nostri. Tutto ruota intorno ad una famiglia di pescatori, i “Malavoglia, che vive del ricavato della pesca con la sua barca, la Provvidenza. Un giorno Bastianazzo, figlio del capofamiglia Padron Ntoni, parte con la Provvidenza per vendere un carico di lupini presi a credito, ma durante la notte una tempesta di vento fa affondare la barca con tutto il suo carico e gli occupanti. Non potento far fronte al debito contratto per acquistare i lupini e non avendo più la barca per sostentarsi, la famiglia cade in disgrazia e perde progressivamente tutti i suoi averi, nonché la rispettabilità. Una serie di sventure colpiranno la casa dei Malavoglia che ad ogni colpo ricevuto tenteranno in vano di arrabattarsi per rialzarsi. A nulla varranno i proverbi ed il buon nome di Padron Ntoni Malavoglia, i lavori di comare Maruzza la Longa, le ore al telaio di Mena… la sventura sembra perseguitare la famiglia senza via d’uscita. Intanto la vita in paese prosegue fra ragazze in cerca di marito, ubriaconi che passano giorni e notti all’osteria della Santuzza, matrimoni sfortunati e gente che tira avanti come può e come sa. In definitiva, ciò che Verga descrive in questo libro è proprio la quotidianità di un paese, fatto di tante anime, ma fondamentalmente chiuso nella sua normalità e poco tollerante con le novità e le imposizioni: basti pensare alle critiche contro il governo, all’intolleranza verso i forestieri, alle lunghe tirate dello speziale a favore della rivoluzione e contro i ricchi.

I personaggi tracciati da Verga sono tanti e magistralmente tratteggiati, ognuno con le sue peculiarità, i suoi vizi e le sue virtù, tutti parte di una rete di equilibri da non spostare. Ognuno ha il suo posto nel paese, ognuno la sua storia e il suo destino. Tutto questo è raccontato con uno stile diretto e semplice, proprio come la vita ed il pensiero dei protagonisti di questa storia. Una lettura, quella dei Malavoglia, che non dovrebbe mancare nella carriera di un lettore perché racconta molto di ciò che siamo e di ciò che siamo stati noi italiani.

 

Opera recensita: “I Malavoglia” di Giovanni Verga

Editore: Einaudi, Feltrinelli, Mondadori, Garzanti, prima ed. 1881

Genere: romanzo

Ambientazione: Acitrezza, Sicilia, fine Ottocento

Pagine: 352

Prezzo: 9,50 €

Consigliato: sì.

 

giovedì 23 marzo 2017

RECENSIONE: PAULINE REAGE - HISTOIRE D'O


Sinossi:

Condotta al castello di Roissy dal suo amante, O è sottoposta a un duro addestramento come schiava sessuale. Posseduta e seviziata, obbligata a soddisfare

più uomini, viene istruita a colpi di frusta fino a quando, trasformata in una schiava perfetta, viene consegnata a Sir Stephen. Con lui conoscerà nuove

vette di dolore, brutalità e amore. Un insuperato, scandaloso classico della letteratura erotica di tutti i tempi.

 

Commento:

Cominciamo subito col dire che questo non è assolutamente un libro per tutti. Non è adatto ai moralisti, né ai ben pensanti, né alle femministe convinte. E’ un libro da prendere così com’è, anche se spesso non si sarà d’accordo con le “scelte” della protagonista.

La storia è quella di O, una giovane e bella ragazza francese che viene introdotta dal suo amante, Réné, in un percorso sadomasochista che la porterà a diventare una schiava sessuale. O passa attraverso vari stadi di degradazione che la portano ad annientarsi totalmente, a non appartenere più a se stessa, ma ad altri. All’umiliazione, all’annientamento, al dolore corrisponde, però, una crescita pari del piacere: all’inizio O accetta tutto quello che le viene proposto (o imposto) per compiacere il suo amante, perché lo ama ed ha bisogno del suo amore. Riconosce, tuttavia, che al di là del dolore fisico, lei prova piacere nel sottomettersi alla volontà altrui. Il problema si pone quando qualcuno (Sir Stephen) le chiederà il consenso volontario per oltrepassare il limite della degradazione. Era quasi comodo che fossero altri ad imporre, a decidere… ma O supererà questo limite e, oltre alla soglia del dolore varcherà anche quella dell’estasi, del piacere.

Leggere questo libro non è facile… sulle note di copertina si afferma che l’erotismo è trattato senza la minima oscenità… io più volte mi sono chiesta, durante la lettura, cosa significa, allora, il termine “oscenità” perché la crudeltà, la forza di certe scene descritte in queste pagine può essere difficile da sopportare. Il trucco, se di trucco si può parlare, è (a mio parere) di astrarsi dalla lettura, di smettere i panni ed i pensieri di una donna moderna, indipendente, che vuole disporre di sé e che lotta per la propria femminilità, e di provare a pensare come O, provare a capire O… è difficile, ma è l’unico modo per apprezzare questo romanzo. A me, per inciso, è piaciuto nonostante la sua crudezza. Per leggerlo, però, è necessario non usare i parametri di giudizio comuni: lasciate perdere la morale e provate a lasciarvi rapire dalle pagine. Ultima raccomandazione: se non siete lettori abituali di letteratura erotica, questo non è il romanzo giusto per cominciare. Se non vi attrae il genere, non è questo il romanzo che vi farà cambiare idea. Ed alle femministe convinte ricordo che questo libro è stato scritto da una donna nel 1954 per dimostrare al suo editore che anche una donna è in grado di scrivere un romanzo erotico di successo… a giudicare dal fatto che oggi siamo ancora qui a leggerlo e che è un classico insuperato della letteratura del genere, direi che aveva ragione. Detto questo… buona lettura a chi lo leggerà!

 

Opera recensita: “Histoire d’O” di Pauline Réage

Editore: Bompiani, prima ed. originale 1954; prima ed. italiana 1971

Genere: letteratura erotica

Ambientazione: Francia

Pagine: 236

Prezzo: 12,00 €

Consigliato: sì (se appassionati del genere).

 

giovedì 16 marzo 2017

RECENSIONE: FRANZ KAFKA - IL PROCESSO


Sinossi:

Josef K. condannato a morte per una colpa inesistente è vittima del suo tempo. Sostiene interrogatori, cerca avvocati e testimoni soltanto per riuscire

a giustificare il suo delitto di "esistere". Ma come sempre avviene nella prosa di Kafka, la concretezza incisiva delle situazioni produce, su personaggi

assolutamente astratti, il dispiegarsi di una tragedia di portata cosmica. E allora tribunale è il mondo stesso, tutto quello che esiste al di fuori di

Josef K. è processo: non resta che attendere l'esecuzione di una condanna da altri pronunciata.

 

Commento:

Il procuratore bancario Joseph K, uomo stimato ed integerrimo, una mattina, al suo risveglio, si ritrova arrestato da due guardie che lo conducono da un ispettore. Ha così inizio uno dei più noti capolavori della letteratura mondiale: “Il processo” di Franz Kafka, libro incompiuto e pubblicato postumo da un amico dell’autore.

“Il processo” racconta la storia di Joseph K, un uomo processato per motivi ignoti da un sistema giudiziario onnipresente, che funziona secondo regole proprie interne ed inesorabili che passano per la corruzione, i sotterfugi, le amicizie influenti. Tutto nel sistema giudiziario è oscuro, grigio, quasi incomprensibile alla mente lucida e razionale di K, che tuttavia non si arrende e cerca in ogni modo di perorare la sua causa, anche chiedendo aiuto ai personaggi più strampalati ed equivoci che abbiano contatti con il tribunale. Siamo così al cospetto di pittori giudiziari, bastonatori, cappellani delle carceri, usceri, avvocati Azzecca Garbugli e chi più ne ha più ne metta, in un bailamme che accresce il senso di angoscia e confusione di cui è pervaso il romanzo. Questa confusione crescente rappresenta, poi, la progressiva perdita di lucidità del protagonista, che per la verità già dall’inizio manifesta segni di contraddittorietà fra pensiero ed azione: K emerge come una figura instabile, mutevole, non in grado di mantenere uno solo dei suoi proponimenti. Il tutto è emblematicamente rappresentato dal suo controverso rapporto con le donne che ora venera, ora scaccia con ira e distacco.

La storia, poi, presenta un evidente paradosso: ad ogni pagina si parla del “processo”, tutti ne sono a conoscenza, ma nessuno, neppure l’imputato, ne conoscerà mai i motivi. Eppure ad un certo punto dell’opera appare chiaro che K sarà irrimediabilmente condannato, nonostante i mille aiuti o stratagemmi che cerca di porre in essere per salvarsi. Il finale, poi, assume una dimensione quasi onirica: data la presenza di numerosi capitoli incompiuti, esso risulta quasi staccato dalla storia e si ha come l’impressione che K stia sognando la fine della sua storia… ma purtroppo non si tratta di un sogno.

“Il processo” non è un libro facile: all’inizio sembra scorrere tranquillamente, ma con il procedere della storia lo stile, di paripasso con la trama confusa, si fa sempre più ingarbugliato. Seguire il filo della trama è complesso, inoltre, per la presenza di numerosissimi personaggi-comparse, non sufficientemente caratterizzati per essere ritenuti importanti nella storia, ma comunque presenti ed, in un certo senso, “disturbanti”. Tuttavia, leggendo con attenzione, non sarà difficile trovare messaggi importanti sulla giustizia, sulla corruzione, sul paradosso della ineluttabilità di certi destini assurdi… e non sarà poi così difficile adattare queste considerazioni alla nostra società.

Questo libro, nonostante la sua difficoltà, mi è piaciuto molto e sarei stata davvero curiosa di leggerlo compiuto: mi oltre alla curiosità di conoscere altri dettagli sulla storia di K, mi sarebbe piaciuto capire quanto dell’estrema confusione presente nella storia è dovuto alla stesura non definitiva del manoscritto e quanto, invece, è voluto dall’autore. Ma, se penso che Kafka avrebbe voluto che questo manoscritto fosse distrutto, beh… meglio leggere questo romanzo incompiuto che non leggere nulla!

 

Opera recensita: “Il processo” di Franz Kafka

Editore: vari, prima ed. originale 1925

Genere: classico, narrativa straniera

Ambientazione: indefinita

Prezzo: 8,50 €

Consigliato: sì.

 

sabato 4 febbraio 2017

RECENSIONE: MICHAIL BULGAKOV - IL MAESTRO E MARGHERITA


Sinossi:

"Un miracolo che ognuno deve salutare con commozione". Così Eugenio Montale accoglieva nel 1967 il romanzo postumo che consacrava di colpo Bulgakov, fino

ad allora sconosciuto, tra i grandi scrittori russi del Novecento, e forniva un quadro indimenticabile della Russia di Stalin. Nella Mosca degli anni '30

arriva Satana in persona e sotto le spoglie di un esperto di magia nera, accende una girandola di eventi tragicomici.

 

Commento:

Beh, che dire? Un vero e proprio capolavoro della letteratura! Geniale, dissacrante, visionario ed attualissimo. Mi sono innamorata di questo libro!

Il titolo è “il maestro e Margherita”, perciò ci si aspetterebbe che l’opera narrasse solo la storia di questi due personaggi… niente di più sbagliato! Il vero protagonista di questa storia è lui, il Messere, il principe del male, Woland… alias? Satana! Tutto comincia durante il plenilunio di primavera, quando, nel pomeriggio, agli stagni Patriarsie, avviene un incontro alquanto singolare tra il poeta Ivan Besdomni, il direttore dell’associazione letteraria Massolit, Berliotz e uno strano viaggiatore che dice di essere un professore, un consulente di magia nera… Questo incontro attiva una serie di eventi a catena che coinvolgono le più alte personalità del teatro moscovita, ma anche letterati, impiegati e gente comune. Dall’arrivo di questo strano consulente e del suo variopinto seguito, la città di Mosca precipita nella follia e nel delirio. Ben presto il lettore comprenderà che il misterioso straniero altri non è che il diavolo in persona, venuto in città per osservare i comportamenti dei moscoviti che si rivelano estremamente manipolabili, influenzabili e sensibili al denaro, alla corruzione, all’egocentrismo ed all’accidia. Woland ed i suoi (un gatto dalle sembianze molto umane, uno spilungone col vestito a quadretti e dei finti occhiali a molla, un ometto fulvo e dalla voce nasale, una cameriera nuda) troveranno terreno fertile per le loro magagne nella città dove regnano la corruzione e la perdizione. Fra i tanti personaggi colpiti dall’influenza del maligno troviamo poi il maestro (uno scrittore ostracizzato per un romanzo sui fatt Ponzio Pilato e la crocifissione di Jeshua) e la sua bella amante, Margherita… la loro sorte è esemplare per capire lo stato di follia in cui versa la città di Mosca nel periodo stalinista.

La trama principale, con il susseguirsi degli eventi tragicomici causati da Woland e dai suoi, è intervallata da stralci del romanzo del maestro, ambientati a Gerusalemme ai tempi di Pilato e di Jeshua Hanozri, utili a far comprendere quanto poco sia cambiata la natura dell’uomo nonostante siano passati millenni. Ed anche noi, lettori moderni, non fatichiamo a giungere alla stessa considerazione leggendo questo libro così visionario ed attuale: non è difficile, infatti, cogliere le analogie con i comportamenti in uso anche nella quotidianità della nostra società. Lo stile di Bulgakov, poi, è davvero pregevole: non una parola in più, né una in meno; tutto è funzionale alla narrazione puntuale, precisa ed evocativa. Proprio Bulgakov, in un passo di questo libro, si definisce “narratore veridico, ma estraneo”: proprio così, veridico, estraneo, ma molto, molto acuto ed intelligente!

Inutile aggiungere che mi è piaciuto moltissimo e che lo consiglio vivamente a tutti… un’imperdibile fiaba realista che ci fornisce un ritratto impietoso e veritiero della società del primo Novecento, ma anche della nostra!

 

Opera recensita: “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov

Editore: Einaudi, prima ed. italiana 1967

Genere: letteratura russa

Ambientazione: Russia degli anni Trenta

Pagine: 390

Prezzo: 11,00 €

Consigliato: assolutamente sì.

 

venerdì 21 ottobre 2016

VLADIMIR NABOKOV: LOLITA


E’ difficile recensire i classici, ma lo è ancor di più quando si tratta di un romanzo così controverso com’è “Lolita” e sul quale è stato detto di tutto e di più. La mia, perciò, non è una recensione, ma un’esortazione a leggere questo (a parer mio e di molti altri) capolavoro.

La storia narrata da Nabokov in questo libro sarà certamente nota ai più, tuttavia, per completezza, dirò che si tratta dell’amore perverso del professor Humbert Humbert per Lolita, ossia Dolores Haigts, una “ninfetta” di dodici anni, di molti anni più giovane di lui. Qualcuno, in modo sin troppo sbrigativo ed avventato, liquida questa storia come un “semplice” affair di pedofilia: non sono d’accordo, sebbene sia innegabile che Humbert è un pedofilo. “Lolita” narra del controverso, ma altrettanto innegabile fascino suscitato da un giovane e (per la maggior parte dei casi) indifeso corpo femminile esercita sull’uomo adulto e, altresì, l’arte tutta femminile della seduzione che, in forma di gioco, talvolta può diventare sfida e malizioso, astuto opportunismo.

Tralasciamo qui qualunque giudizio morale che meriterebbe una riflessione approfondita ed una discussione ampia ed articolata che tenga conto del periodo storico, delle implicazioni psicologiche e patologiche dei personaggi. Parliamo invece del romanzo, della finzione letteraria ordita da Nabokov: che dire? Trama, in fin dei conti, semplice, arricchita da minuziose descrizioni di luoghi e sensazioni; stile impeccabile, prosa coinvolgente e fluida, nonostante il linguaggio spesso desueto (parliamo comunque di un romanzo scritto più di cinquant’anni fa); l’introspezione tipica degli scrittori russi è presente, ma invece che appesantire il romanzo, gli conferisce quell’aura scintillante di non detto, che sta giusto dietro alle apparenze ed è, forse, ciò che ha permesso a questo romanzo di far parlare di sé anche dopo tanto tempo. Pregevole, poi, la capacità di Nabokov di farci parteggiare, senza alcun dubbio, per il “colpevole”, per quel Humbert, povero e dannato Humbert, sedotto e provocato dalla demoniaca ninfetta. Questo risultato è raggiunto non solo attraverso una spiccata antipatia della bella e tutt’altro che spaurita fanciulla, ma anche attraverso il tono confidenziale ed accorato con cui lo stesso Humbert si rivolge direttamente al lettore: non dimentichiamo che queste memorie sono state scritte dal professor Humbert nei due mesi di prigionia in attesa del giudizio per un delitto da lui commesso. E’ lo stesso protagonista, come afferma nelle ultime righe, a consegnare la sua storia al lettore perché Lolita, la sua Lolita, viva nella coscienza delle generazioni future.

Non so se sono riuscita a convincere gli ultimi indecisi, ma penso che questo libro debba essere letto ed analizzato, discusso ed anche criticato per molti anni ancora. Stupendo!

 

mercoledì 11 maggio 2016

RECENSIONE: FEDOR DOSTOEWSKIJ - IL GIOCATORE


Sinossi:

Divorato da un'insana passione per l'ambigua Polina che sembra non ricambiarlo, il giovane Aleksej si lascia sedurre dal demone del gioco, che lo trascina fatalmente verso una progressiva e inesorabile discesa agli inferi. Per ritrovarsi prigioniero di un mondo oscuro eppure pieno di luci che affascinano e illudono. Un mondo in cui, svanita l'ipocrisia, si rivela tutta la casualità della vita, dove il confine tra fallimento e trionfo lo stabilisce il rimbalzare di una pallina bianca e non c'è spazio per nessuna morale. Una vicenda "scherzosa", come scrive Ginzburg, in cui alla fine non c'è redenzione, ma solo la consapevolezza disillusa e divertita di chi ha accettato le regole del gioco.

 
Oggi mi prendo una bella responsabilità, quella di recensire un’opera di un grande autore russo, il tanto amato da molti e mal digerito da altri, Fedor Dostoewskij.

Di questo autore ho letto altri libri, non ancora i romanzi lunghi, ma finora questo è quello che preferisco: non è breve come il pure bellissimo racconto “le notti bianche”, ma si fa leggere velocemente sia perché la scrittura è incalzante, sia perché le vicende raccontate sono appassionanti.
Il giovane precettore Alexej, intelligente, ma forse un po’ suscettibile, è in vacanza con la famiglia dei suoi alunni presso una località tedesca di fantasia, denominata Roulettenburg. Per fare un piacere alla giovane ed egoista Polina di cui è innamorato, Alexej si avvicina al tavolo da gioco e da quel momento, per un motivo o per l’altro, non riuscirà più a staccarsene. Tra vincite e perdite la storia prosegue con una suspense sempre crescente, fino al culmine, la vincita stratosferica che porterà il precettore alla volta di Parigi al fianco della volubile, sciocca e bella Mademoiselle Blanche.
In questo libro Dostoewskij affronta tanti temi raccontando le diverse vicissitudini umane: parla del pericolo costituito dal gioco d’azzardo, la cui malia travolge il protagonista possedendone l’anima e il corpo, distogliendolo a dirittura dall’amore per Polina; parla dei più disparati comportamenti umani, la doppiezza del francese, la vanità di Blanche, la superbia vaqua del generale… E poi Dostoewskij sfrutta la varietà di personaggi per rimarcare alcune caratteristiche stereotipate dei popoli europei: i francesi, sia Levrier che Mademoiselle Blanche, sono calcolatori ed infingardi, l’inglese è un ricco e scaltro gentleman che sotto la sua imperturbabilità osserva e studia tutto ciò che lo circonda per sfruttare le situazioni a suo vantaggio; e ce n’è anche per i russi, compatrioti dell’autore… insomma, Dostoewskij, famoso per la sua bravura nell’analizzare l’animo umano,  non le manda certo a dire, qui più chiaramente che in altri romanzi.
Inutile dire che questo libro mi è piaciuto molto, l’ho letto in pochissimo tempo e l’ho trovato istruttivo ed a tratti esilarante, soprattutto con la comparsa della nonna! Questo, poi, è un personaggio assolutamente degno di nota: mentre l’allegra comitiva di vacanzieri attende l’arrivo del telegramma con la notizia della sua morte (che consentirebbe al generale ed ai suoi amici di intascare l’eredità), lei sorprende tutti arrivando a Roulettenburg in carne e ossa, sulla sua poltrona portata di peso da servitori e camerieri. Da qui si genera una serie di situazioni di completo delirio, assolutamente esilaranti! Ma non vi svelo di più, dovete leggerlo per forza!
Un’ultima considerazione: ciò che, a parer mio, rende ancor più straordinario questo libro è il fatto che sia stato scritto in circostanze assai anomale. Dostoewskij fu obbligato a scrivere un romanzo e consegnarlo in brevissimo tempo per far fronte alle scadenze contrattuali impostegli da un poco onesto editore. Così, mentre si dedicava alla stesura di “delitto e castigo”, ha dovuto buttar giù questo racconto a dirittura ricorrendo all’aiuto di una stenografa che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie. Ciò che mi ha sorpresa, conoscendo queste vicende, è proprio il risultato: questo non sembra a fatto un libro scritto di fretta, tanto è stato ben confezionato! E’ proprio la lucidità delle analisi, il giusto spazio dedicato ad ogni personaggio o considerazione che mi porta a definirlo straordinario!
Beh, vi ho incuriosito? Spero proprio di sì! Buona lettura!

 
Opera recensita: “Il giocatore” di Fedor Dostoewskij

Editore: Einaudi (Prima ed.: 1941, ultima ed. 2015)

Genere: letteratura russa
Ambientazione: Roulettemburg, Parigi
Pagine: 192

Consigliato: sì