simposio lettori copertina

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giovedì 19 agosto 2021

RECENSIONE: DJAILI AMADOU AMAL - LE IMPAZIENTI

    Sinossi:

Camerun, Regione del Nord: tre donne, tre matrimoni, un unico destino. Ramla ha diciassette anni ed è costretta dal padre a lasciare gli studi e a sposare un uomo di cinquanta. Crede che sua cugina Hindou sia più fortunata di lei, perché il suo promesso sposo Moubarak di anni ne ha solo ventidue, e non è brutto, tutt’altro. Ma sbaglia, perché Hindou sa bene di che pasta è fatto suo cugino e qualsiasi sorte sarebbe per lei meglio che essere data in sposa a lui. Safira, trentacinque anni, per ventidue è stata la prima e unica moglie di Alhadji Issa, l’uomo più importante della città. Fino al giorno in cui Ramla non entra in casa sua come «co-sposa», e i suoi occhi cominciano a consumarsi dalla gelosia.

Per nessuna di loro c’è una via di fuga, una strada diversa che non le consegni all’istante alla riprovazione sociale, alla gogna pubblica. L’unico antidoto alla sofferenza, alla violazione, l’unica soluzione che viene loro additata, il basso continuo delle loro esistenze interrotte, è la pazienza, nel nome di Allah. La capacità senza limiti di sottomettersi, nascondere, accettare di buon grado, senza un pianto, un lamento, un grido. In questa prova sta il valore di una donna, su questa scala si misura la sua virtù. Grazie alla pazienza si può sopravvivere. Grazie alla pazienza di tante come loro, tutto un sistema sociale può sopravvivere.

Con questo romanzo polifonico Djaïli Amadou Amal ci riporta a un universo sommerso, tribale, in cui la femminilità non ha diritti e il rapporto fra i sessi è fondato sulla prepotenza. Scortica, disseziona, riduce all’osso i meccanismi di una cultura patriarcale progettata per schiacciare le donne, mostrandoci i danni irreparabili che produce, la sua intrinseca violenza. Una violenza cui le donne stesse si condannano, nel momento in cui rinunciano ai sogni per abbracciare i doveri, insegnando alle proprie figlie a fare lo stesso. Così Amal ci insegna a guardare con sospetto, sempre e ovunque, chi ci chiede di «pazientare » a ogni costo, mettendoci in guardia contro la subdola minaccia che in questo invito si annida.

 

Commento:

Ramla, Hindou, Safira. Tre donne, tre vite, tre storie intrecciate ed accomunate da un destino già segnato e indipendente dalla loro volontà: il matrimonio con un uomo che non hanno scelto, l'essere sottomesse, schiave di quell'uomo, doverlo rispettare, assecondare, venerare. E chi non ci sta? Chi si ribella? Viene punita, insultata, ricondotta alla ragione dalla sua stessa famiglia, da quel padre che ha deciso per lei, da quelle donne che l'hanno cullata da piccola e preparata per l'uomo a cui sarebbe andata in moglie.

Ramla, diciassette anni, sposa un cinquantenne che ha già una moglie, Safira, che crede di vedere in lei una nemica e fa di tutto per scacciarla, per riavere il suo matrimonio che credeva felice. Hindou sposa un cugino di ventidue anni, un violento che la umilia, la tradisce, la picchia e quando lei va a chiedere aiuto trova ad attenderla una porta in faccia.

Incomprensioni, dissidi, risentimento, grida d'aiuto inascoltate… e su tutto una parola, ripetuta fino allo sfinimento, salmodiata come un mantra… Munyal. Munyal significa pazienza, padronanza di sé, sottomissione. È questo che viene richiesto, o per meglio dire imposto, alle donne. E poco importa se soffrono, piangono, vengono maltrattate, picchiate, ferite, umiliate: sono in tutto e per tutto schiave del loro padrone, che sia il loro padre o il marito, l'uomo che il padre ha scelto per loro. Tutto ciò che di malvagio accade loro – le percosse, i tradimenti, le mancanze di rispetto – è colpa loro. E non c'è confidenza che tenga, perché molto spesso le nemiche delle donne sono proprio le altre donne. È proprio questo continuo fare appello alla pazienza che finisce per logorare ed annientare. E per chi si ribella, beh, la vita può diventare ancora peggiore.

 Quella raccontata in queste pagine è una storia di fantasia, basata però su fatti reali. L'autrice, DJAÏLI Amadou Amal, è stata a sua volta data in sposa ad un cinquantenne quando lei di anni ne aveva diciassette. È riuscita a liberarsi del primo ed anche del secondo marito fuggendo lontano, nella capitale ricostruendo la sua vita ed aiutando le altre donne. Sa di cosa parla, dunque. È per questo che Le impazienti è così toccante: è un romanzo vero in cui le donne, le vite, le storie escono dalle pagine ed arrivano dritte al cuore.

 

Opera recensita: "Le impazienti" di Djaili Amadou Amal

Editore: Solferino, 2021

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Camerun

Pagine: 224

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

      

lunedì 26 luglio 2021

RECENSIONE: NAMWALI SERPELL - CAPELLI, LACRIME E ZANZARE

                    Sinossi:

1904. Sulle rive del fiume Zambesi, a poche miglia dalle maestose Cascate Vittoria, c’è un insediamento coloniale chiamato Old Drift. In una stanza fumosa dell’hotel dall’altra parte del fiume, un esploratore di nome Percy M. Clark, annebbiato dalla febbre, commette un errore che intreccia il destino di un albergatore italiano con quello di un garzone africano. Questo innesca un ciclo di inconsapevoli conseguenze che travolgono tre famiglie dello Zambia (una nera, una bianca, una mista) i cui membri si scontrano e s’incontrano nel corso del secolo, nel presente e oltre. Con il susseguirsi delle generazioni, le storie di queste famiglie – i loro trionfi, i loro errori, le perdite e le speranze – emergono attraverso un panorama di storia, fiaba, romanticismo e fantascienza. Da una donna ricoperta di peli a un’altra afflitta da una cascata infinita di lacrime, a storie d’amore proibite e ardenti storie politiche, a meraviglie tecnologiche nostrane come afronauti, microdroni e vaccini virali, questo avvincente e indimenticabile romanzo è una testimonianza del nostro desiderio di creare e attraversare i confini e una meditazione sul lento e grandioso passare del tempo.

 

Commento:

Cos'hanno in comune fra loro capelli, lacrime e zanzare? Apparentemente nulla, ma, fidatevi, c'entrano molto, molto più di quanto si possa pensare. Di sicuro c'entrano nella storia raccontata nel libro cui danno il titolo, il folgorante esordio letterario di Namwali Serpell da molti – troppi – accostato addirittura a Cent'anni di solitudine. Senza voler cercare a tutti i costi paragoni impegnativi, mi sento di affermare che Capelli, lacrime e zanzare è un libro impegnativo, una saga familiare appassionante, un buon romanzo storico con tracce di distopia sul finale, un ottimo esordio letterario e, non da ultimo, un interessante modo di conoscere la storia di un popolo, tanto variegato, di un territorio che ruota attorno a un fiume (lo Zambesi) e di una Nazione nata da appena sessant'anni e segnata dal colonialismo europeo del primo Novecento e da profondi dissidi e contraddizioni interni, dati dalle tante etnie conviventi in un territorio non poi così vasto. Tutto comincia da un errore e finisce in un errore, tutto comincia in un hotel nel 1904 in cui un inglese supponente e razzista viene in contatto con un albergatore italiano, e finisce con tre ragazzi di etnie diverse che cercano di cambiare il corso di una storia già scritta. Nel mezzo c'è la vita, c'è un groviglio di storie, esperienze che si intrecciano, destini che si incrociano… ci sono amori, lotte politiche, privazioni, compromessi, tragedie personali, progetti, tradimenti… c'è tutto quello di cui è fatto un vissuto, moltiplicato per il vivere d'un intero popolo. La storia di un Paese raccontata tra verità e fantasia, in un romanzo intenso, impegnativo, ma molto piacevole da leggere. Consigliato.

 

Opera recensita: "Capelli, lacrime e zanzare" di Namwali Serpell

Editore: Fazi, 2021

Genere: saga familiare, romanzo storico, distopico

Ambientazione: Zambia

Pagine: 650

Prezzo: 18,50 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

  

venerdì 2 aprile 2021

RECENSIONE: FAUSTA FILBIER - AFRICA, DAGLI OCCHI AL CUORE

                    Sinossi:

I non vedenti possono vedere luoghi lontani? Sì, con il cuore. Grazie agli occhi di chi vede. E che poi li racconta, trasformandoli in immagini e fantasie. Fausta Filbier è partita da qui, dal desiderio di essere quegli occhi, quella voce. "Africa dagli occhi al cuore" è una sorta di comunione sentimentale, di condivisione di esperienze, pensieri, emozioni. È il racconto del Continente Nero liberamente tratto da alcuni reportage scritti da Fausta Filbier negli ultimi trent'anni e pubblicati sui più importanti giornali di viaggio italiani. Seguono un ordine cronologico e documentano tempi e luoghi passati, diventando anche memoria di Paesi ormai in macerie, o che non si possono più visitare. Il libro è una sgroppata da brivido, dall'Algeria al Sudan, dall'Etiopia al Malawi, dalla Mauritania al Marocco, passando per Libia, Egitto, Sudafrica, Namibia, Botswana, Benin, Niger, Ciad, Tanzania... E propone frammenti di viaggio, fatti di luoghi, incontri, impressioni, odori. Che danno corpo e voce al sogno africano di Fausta Filbier, al suo amore per quella terra e per quelle genti. Uno sguardo che dai suoi occhi vuole arrivare al cuore.

 

Commento:

Africa dagli occhi al cuore è un bellissimo libro che raccoglie alcuni reportages dei tanti viaggi che la giornalista Fausta Filbier ha fatto in Africa. E dov'è la particolarità di questo libro? Di reportages sull'Africa, anche ben fatti, ce ne sarebbero tanti, è vero, ma pochi riescono a far vedere l'Africa a chi non può materialmente vederla: per riuscirci ci vuole una grande capacità descrittiva e di immedesimazione, nonché un'acuta sensibilità e una competenza nell'osservare e selezionare ciò che può essere interessante oltre che importante. Questo libro riesce nell'impresa, grazie alle evidenti capacità descrittive, empatiche, di osservazione e alla sensibilità di Fausta Filbier che si intuisce sia dalle sue parole permeate di affetto e ammirazione per le popolazioni incontrate e i luoghi visitati, ma anche nell'aver voluto lasciare questi reportages così come li aveva scritti all'epoca dei suoi viaggi. Chiaramente da allora molte situazioni possono essere cambiate, ma qui leggiamo l'esperienza di viaggio così com'è avvenuta, quasi come se fossimo stati lì anche noi a vedere con i nostri occhi, a percepire con tutti i sensi. Così ci sembra quasi di sentirla sotto i piedi, la sabbia impalpabile del deserto che custodisce tesori, di assaporare anche noi il gusto sciropposo e forte del thè verde insieme ai Mauri, di percepire attorno a noi la maestosità degli elefanti, di sentirci addosso lo sguardo apparentemente non curante delle leonesse, di osservare anche noi la magnificenza delle sinuose dune ocra in continuo assestamento.

Una raccolta di esperienze ed emozioni in cui immergersi per conoscere un po' meglio un continente tanto misterioso e affascinante quanto vero.

 

Opera recensita: "Africa dagli occhi al cuore" di Fausta Filbier

Editore: Virginio Cremona editore, 2020

Genere: reportage

Ambientazione: Africa

Pagine: 173

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

          

sabato 29 agosto 2020

RECENSIONE: NAWAL AL-SA'DAWI - L'AMORE AI TEMPI DEL PETROLIO


Sinossi:
In un paese africano senza nome una donna è partita e non è mai più tornata. Era un’archeologa e aveva una passione per la ricerca delle mummie, non indossava il velo, amava il suo lavoro, era emancipata. Perché è sparita? Qualcuno l’ha costretta o è stata una libera scelta? È davvero scomparsa? L’amore ai tempi del petrolio di Nawal al- Sa‘dawi, uscito in Egitto nel 2011, è un giallo che racconta la condizione femminile non solo nei paesi autoritari ma in ogni società. Forse proprio questo ha spinto l’autrice a non utilizzare nomi, ma solo categorie – donne e uomini – affinché l’immedesimazione potesse essere totale. Donne sottomesse al lavoro, donne che lavorano anche più degli uomini ma senza uno stipendio, che viene invece pagato all’uomo con cui condividono il letto e la casa, a cui sono costrette a dire sempre di sì. Donne omologate. Donne dominate socialmente, economicamente e culturalmente. In questa terra di tirannia le relazioni sociali sono influenzate dal petrolio e dalla sua potenza, che riduce l’intero paese in schiavitù, dipendente da una forza esterna onnipresente. Critica feroce a Mubarak allora saldamente al potere e al suo governo fortemente condizionato da ingerenze esterne, duro attacco alle donne e alla loro paura di andare contro quel che ritengono un destino già scritto e immodificabile, questo romanzo è un’invettiva contro chi tenta di cancellare la storia, non a caso le statue che rappresentano divinità femminili vengono trasformate in divinità maschili… Ma è anche un viaggio onirico: l’archeologa alterna momenti di veglia al sogno, proprio per non essere assorbita dalla vischiosa e torbida monarchia del petrolio, e il lettore la segue incantato rifugiandosi nel suo mondo immaginario fatto di infiniti tentativi di fuga.

Commento:
L'amore ai tempi del petrolio è un libro che dipinge un quadro a tinte foschissime, nero petrolio, della condizione femminile non solo in Egitto, ma in ogni società governata dal capitalismo di cui il petrolio è il simbolo. È un libro assurdo, folle, visionario, surreale, onirico, irriverente, sfacciato. E lo è volutamente: l'autrice, la psichiatra simbolo del femminismo arabo Nawal Al-Sa'dawi, attinge alla sua vita e alla sua esperienza di donna e professionista egiziana per raccontare la vita di una donna emancipata che scompare in una vacanza da cui non fa più ritorno. All'inizio della storia pare che questa vacanza sia stata da lei voluta, cercata, auspicata, imposta, ma ben presto non si è più certi che sia stata una sua scelta e che non vi sia stata, invece, obbligata. A dire il vero, non si è più sicuri di niente: la donna, che volutamente non ha un nome come non ce l'ha nessuno delle figure che ritroviamo in queste pagine, era partita alla ricerca delle dee, con il suo scalpello da archeologa, la sua borsa e il suo volto scoperto. Si ritroverà prigioniera su un'isola-giacimento di petrolio, con un uomo come carceriere, padrone, amante, con altre donne prima ostili, poi solidali. Dal momento in cui incontra l'uomo, a noi lettori non è dato capire più nulla del corso della vita della donna: i momenti presenti si intrecciano e si confondono con i sogni, i flash-back, le visioni, i desideri in un guazzabuglio di immagini sempre più cupe, sempre più nere. Su tutto domina una costante: la necessità di fuggire, fuggire da lì, dalla prigionia, dalla tirannia dell'azienda che obbliga le donne a trasportare sul capo i barili di petrolio incandescenti; ma anche fuggire dalla vita di prima, dal matrimonio, dall'egemonia del capo del dipartimento… In definitiva, ciò che emerge è proprio l'assoluto bisogno di libertà della donna, di tutte le donne, che queste possono raggiungere solo coalizzandosi, aiutandosi, unendosi nella ribellione. Pagine difficili da seguire, da leggere, da decifrare, pagine tuttavia importanti perché nascondono un messaggio forte che emerge dal marasma delle scene della storia: la donna non esiste in funzione dell'uomo, ma è un essere pensante, libero e unico, a dispetto delle diagnosi, delle etichette, delle gabbie e delle catene. Ve lo consiglio? Non lo so, fate voi… non credo possa piacere a tutti, ma di certo è un'esperienza di lettura importante: Nawal Al-Sa'dawi trova comunque il modo di farci arrivare la sua voce, forte, chiara e impossibile da ignorare.

Opera recensita: "L'amore ai tempi del petrolio" di Nawal Al-Sa'dawi
Editore: Fandango, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Africa
Pagine: 176
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 7.


sabato 13 giugno 2020

RECENSIONE: GAEL FAYE - PICCOLO PAESE


Sinossi:
1992. Gabriel vive a Bujumbura, in Burundi, in un quartiere di espatriati. Suo padre è francese, sua madre del Ruanda. Ha una sorella più piccola, Ana, e una banda di amici inseparabili - Gino, Armand, i gemelli - cresciuti insieme a lui nel vicolo: le loro giornate cominciano quando finisce la scuola e viene il momento delle case sugli alberi, dei furti di manghi nei giardini degli altri, delle avventure lungo il fiume, delle chiacchiere sbruffone e sognanti dentro il guscio di camioncino che è il loro quartier generale. Poi i genitori che si separano, le prime elezioni del paese, la guerra civile: Gaby credeva di essere soltanto un bambino e si scopre meticcio, tutsi, francese. Il papà vuole spedire tutti in Europa, la mamma decide di restare, strappata a metà, trasformata per sempre dai lutti più feroci: in un attimo la paura rovescia tutto, invade le vite di tutti, mette fine all'infanzia e costringe ad andarsene, a disperdersi, a perdersi. Passeranno anni prima che Gaby faccia ritorno nel suo piccolo paese, alla ricerca della sua età d'oro, o di quello che ne è rimasto.

Commento:
Questa è una storia come tante, una storia che abbiamo visto accadere in tanti luoghi, di cui abbiamo ascoltato i resoconti a varie latitudini. Anche Gaby, che questa storia ce la racconta, è un bambino come ce ne sono tanti nel mondo: vive in una bella casa coi domestici, è figlio di un francese importante e di una rifugiata ruandese bellissima e forte, ha una sorella con cui va d'accordo, ha un gruppo di inseparabili amici del vicolo, va a scuola ed ha una pen-friend francese cui pensa continuamente. Poi, quasi all'improvviso, la paura e l'infelicità strisciano nelle sue giornate e il quadro idilliaco della sua vita di bambino privilegiato si sgretola lentamente, ma inesorabilmente. Tutto comincia quando i suoi genitori cominciano a non parlarsi, seguono litigi furiosi, poi la madre lascia la casa e Gaby resta con il padre e la sorella Ana. Intanto nel suo Paese, il Burundi, ci sono le prime elezioni – è il 1992 – e tutto sembra incerto, il nuovo presidente piace ad alcuni ed è odiato da altri… suo padre intanto esce spesso di notte e i primi colpi d'arma da fuoco, lontani ma non troppo, trovano lui e la sorella soli e impreparati. Da un giorno all'altro tutto è cambiato: il coprifuoco, la violenza, le armi imbracciate da chiunque, le bande di quartiere, la gente che viene segnata a dito. Costringono Gaby a crescere in fretta, ad uscire dal suo guscio protettivo di bambino, proprio come hanno già fatto i suoi amici, quegli amici con cui ha vissuto la sua pur breve vita e che ora sembrano uomini fatti, duri, pronti a combattere. Quando poi la guerra scoppia nel vicino Ruanda tutto precipita dolorosamente e Gaby capisce che più nulla sarà come prima, a cominciare dalla sua famiglia. E il conseguente strappo sarà doloroso, repentino e insanabile. Piccolo paese racconta con l'incredulità e la difficoltà di accettazione di un bambino, un fenomeno complesso e triviale come la guerra, un fenomeno catastrofico che, a prescindere dai motivi che l'hanno scatenato, presenta truci somiglianze in tutto il mondo e in tutte le epoche. La guerra cambia le persone, le abitudini, le menti, strappa e mutila le vite, stravolge geografie quotidiane e marchia a fondo l'anima di chi l'ha vissuta. Impossibile restare gli stessi.
Gael Faye racconta tutto questo con semplicità, forse troppa semplicità. Piccolo paese è un "bel" libro che consiglio, ma che non mi ha convinto fino in fondo a livello emozionale: ho trovato i primi due terzi troppo inconsistenti, troppo superficiali, in un contrasto realistico, ma troppo stridente con quel che sarebbe venuto dopo. Se l'ultima parte tramortisce – com'è giusto – per la forza delle vicende e vividezza delle descrizioni, il resto del libro scorre via senza coinvolgere, emozionare, colpire. Tuttavia comprendo bene la scelta narrativa dell'autore che, evidentemente, ha voluto rimarcare in modo inequivocabile il contrasto tra i giorni vuoti o al più sereni di Gaby e dei burundesi e le notti perenni della guerra e della violenza. Può piacere o non piacere, ma quello di Faye è certo un modo di raccontare efficace e utile al suo scopo. In definitiva, Piccolo paese ci porta a posare lo sguardo su altre guerre, altre povertà e miserie che crediamo lontane da noi, ma che sono, invece, dietro l'angolo. Anche solo per questo, il libro merita di essere letto.

Opera recensita: "Piccolo paese" di Gael Faye
Editore: Bompiani, 2017
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Burundi-Ruanda
Pagine: 208
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.


sabato 20 ottobre 2018

RECENSIONE: LOUIS-FERDINAND CéLINE - VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE


Sinossi:
L'anarchico Céline, che amava definirsi un cronista, aveva vissuto le esperienze più drammatiche: gli orrori della Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, la vita godereccia delle retrovie e l'ascesa di una piccola borghesia cinica e faccendiera, le durezze dell'Africa coloniale, la New York della "folla solitaria", le catene di montaggio della Ford a Detroit, la Parigi delle periferie più desolate dove lui faceva il medico dei poveri, a contatto con una miseria morale prima ancora che materiale. Questo libro sembra riassumere in sé la disperazione del nostro secolo: è in realtà un'opera potentemente comica, in cui lo spettacolo dell'abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento grottesco più forte dell'incubo.

Commento:
Finora avevo letto parole più che positive su questo romanzo e, per carità, lungi da me parlarne male. Non saprei spiegare cosa mi aspettassi di preciso, ma posso di certo dire che ho concluso la lettura con fatica, quasi certamente non per colpa del libro. Intendiamoci: "Viaggio al temine della notte" non è affatto un libro brutto; è, però, un libro singolare, difficile da inquadrare e da seguire, è la storia di un viaggio nell'abbrutimento dell'umanità, di quell'umanità che, qualunque cosa accada, sopravviverà anche a se stessa. Céline ripercorre, in queste pagine, la sua stessa vita, fra la guerra, la laurea in medicina, il lavoro nelle borgate di Parigi, passando per l'esperienza in Africa e in America. Racconta, Céline, nei panni di un uomo forse più sventurato di quanto fu lui, un Ferdinand sboccato, delirante, fornicatore impunito, un maestro nell'arte di arrangiarsi e di fuggire, uno che nella sua vita ha concluso poco, nel lavoro, nelle relazioni e in amore. Racconta tutto questo, Céline, con un linguaggio e uno stile disturbanti, sfrontati, scritti per vomitar fuori tutto l'amaro e il marcio, scritti con lucida meticolosità, non allo scopo di piacere, ma forse, questo sì, per stupire e tramortire. E, stando al numero di ammiratori e detrattori di quest'opera, ci riesce.
Io, personalmente, mi aspettavo qualcosa di più lineare – epico ed eroico sì, singolare sì, ma lineare – perciò non mi sento di annoverare questo libro tra i capolavori che rileggerei domani. Però… chi sono io per sconsigliare uno che è considerato da (quasi) tutti un genio indiscusso? Come al solito dico questo: provate a leggerlo, vi farete un'idea vostra che, in fin dei conti, è la cosa più importante.

Opera recensita: "Viaggio al termine della notte" di Louis-Ferdinand Céline
Editore: Corbaccio, prima ed. 1932
Genere: letteratura francese
Ambientazione: Francia-Africa-America
Pagine: 575
Prezzo: 19,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 6.


lunedì 11 dicembre 2017

RECENSIONE: ENNIO FLAIANO - TEMPO DI UCCIDERE


Sinossi:

In un'Africa surreale e priva di ogni esotismo un tenente dell'esercito italiano vaga alla ricerca di un medico, guidato dal mal di denti. Si allontana

dal campo, rimane solo, si perde. Hanno inizio così, per caso, le sue disavventure. Prima si convince di aver contratto la lebbra, poi fugge, certo di

essere ricercato per tentato omicidio, infine si trasforma in ladro e maldestro attentatore, fino ad approdare alla capanna di Johannes, un luogo misterioso

e arcano dove può iniziare a guarire. Nato da una conversazione con Leo Longanesi e vincitore del premio Strega nel 1947, "Tempo di uccidere", unico romanzo

scritto da Flaiano, è un'intensa allegoria della guerra, messa a nudo con ironica, spietata crudeltà.

 

Commento:

“Tempo di uccidere”, romanzo che valse a Flaiano il premio Strega nel 1947, è la storia di un tenente italiano d’istanza in Abissinia nel 36, un uomo che trascorre gli ultimi mesi della sua permanenza in Africa in fuga dalla paura delle sue azioni.

Tutto comincia quando, in licenza per cercare un dentista, il tenente segue una scorciatoia che dovrebbe portarlo alla strada e si perde. Lungo un sentiero incontra una donna del luogo e da qui, da quest’incontro, comincia la partita a dadi tra il tenente e il destino: una storia fatta di disavventure, circostanze avverse, inettitudine, insicurezza, paura, diffidenza, colpa. Sì, perché il protagonista di questo libro è ben lontano dall’essere un eroe, anzi, al contrario, si distingue per viltà e codardia. Un libro scritto bene, in tono freddo, disilluso, duro. Un libro che, però, non mi è piaciuto.

Questo libro non mi ha coinvolto, non mi ha trasmesso assolutamente nulla se non un senso di disprezzo per il protagonista e per gli altri personaggi. Non c’è un elemento che mi sia piaciuto e che mi porti a salvarlo. Mi dispiace, ma sebbene sia un libro importante, a suo modo originale ed insolito per l’epoca in cui fu scritto, non mi sento di consigliarlo.

 

Opera recensita: “Tempo di uccidere” di Ennio Flaiano

Editore: Bur, prima ed. Longanesi 1947

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Abissinia, 1936

Pagine: 312

Prezzo: 11,00 €

Consigliato: no.

 

sabato 9 dicembre 2017

RECENSIONE: ALICE WALKER - IL COLORE VIOLA


Sinossi:

Violentata dall'uomo che credeva essere suo padre, privata dei due figli, sposata a un uomo che odia, Celie, una giovane donna di colore, viene separata

anche dall'amata sorella Nattie, che finirà missionaria in Africa. Per trent'anni Nettie scriverà a Celie lettere che questa non riceverà mai, mentre Celie,

oppressa dalla vergogna della sua condizione, riesce a scrivere solo a Dio. Sarà l'amante del marito, una affascinante cantante di blues, a cambiare il

colore della sua vita, insegnandole a ridere, giocare, amare.

 

Commento:

“Il colore viola”, libro che valse ad Alice Walker il premio Pulitzer per la narrativa nel 1983, è un libro che si legge d’un fiato, ma che si assimila lentamente ed altrettanto lentamente si dimentica.

Personaggi tratteggiati con spietata chiarezza, storie raccontate con la fredda lucidità di chi ha un obiettivo preciso: raccontare tutto, far conoscere la realtà, senza sconti né edulcorazioni.

La vicenda si apre con le violenze subite da Celie, una ragazzina timida, ingenua e volenterosa, che subisce gli abusi del padre ed è costretta a sposare un vedovo per badare ai suoi figli e alla sua casa. Questi avrebbe preferito sposare Nettie, la sorella di Celie che, grazie ad una serie di eventi favorevoli, riesce a scappare facendo perdere le proprie tracce e tuttavia promettendo alla sorella di scriverle. Celie, umiliata nella propria condizione di donna di colore, stupida, ignorante, buona solo a servire il marito, sprofonda sempre di più in un’apatica rassegnazione fino al giorno in cui incontra Shug, l’affascinante, decisa, esuberante amante del marito che sarà la sua salvezza. Sarà la vicinanza di questa donna ed in particolare una drammatica scoperta riguardante la sorella Nettie a portare Celie al punto di svolta ed al radicale cambiamento della sua vita.

Una storia di razzismo, grettezza, ignoranza, ma anche di riscatto, forza d’animo, voglia di cambiamento. Una riflessione a tutto tondo sulla condizione delle persone di colore, delle differenze con i bianchi in America ed in Africa dove si trova Nettie, un’analisi sulla condizione femminile, sulla religione, sull’amore tra persone dello stesso sesso. Un libro complesso e completo che va letto e riletto perché lascia dentro tante, troppe sensazioni contrastanti e difficili da interiorizzare.

Una lettura consigliata a tutti, come consigliato è anche il film diretto da Spielberg che è molto fedele al libro e trasmette altrettante emozioni.

 

 

 

Opera recensita: “Il colore viola” di Alice Walker

Editore: Sperling & Kupfer-Frassinelli, prima ed. originale 1982, prima ed. italiana 1984

Genere: romanzo storico, romanzo epistolare

Ambientazione: America, prima metà del Novecento

Pagine: 313

Prezzo: 9,50 €

Consigliato: sì.

 

martedì 24 ottobre 2017

RECENSIONE: GIULIA CAMINITO - LA GRANDE A


Sinossi:

Italiani in terra d'Africa: esotismo, borghesi e avventurieri. Un mondo sconosciuto, un romanzo sorprendente. Giada è una bambina considerata da tutti

perennemente manchevole, troppo minuta, "una raganella", che vive malvolentieri a casa degli zii in provincia di Milano. Da che sua madre se n'è andata

per trafficare con camion, alcolici e bar nelle colonie italiane in terra d'Africa, Giada non pensa ad altro che a raggiungerla in quella che lei chiama

"la Grande A", una terra che immagina piena di meraviglie e di promesse. Ma una volta giunta ad Assab, una cittadina avvolta nell'arsura e nell'aria salmastra,

la vita sembra ruotare solo intorno al piccolo bar che Adi gestisce fino a notte fonda, dove Giada fa molte nuove conoscenze: da Hamed, il garzone che

non sa scrivere, a Orlando, il compagno della madre animato dalla retorica fascista vecchio stampo; dalla gazzella Checco, che vive in casa come un animale

domestico, a Giacomo Colgada, un giovane italiano farfallone che sembra la copia di un attore del cinema. Ed è proprio con lui che inizia la vera storia

di Giada: il matrimonio imposto da Adi, le insidie di suocera e nuora, la fortuna economica, il boom del Circolo Juventus di Addis Abeba, gli incredibili

viaggi con la jeep nel deserto, i dolorosi chiaroscuri di Giacomo che obbligano Giada al continuo raffronto con una donna dura e intraprendente come sua

madre.

 

Commento:

In casa della zia a Legnano, con la guerra che entra dalla finestra e ruba il cibo, lì dov’è considerata la piccola, l’ultima ruota del carro, Giada sogna di raggiungere la madre in Africa o, come la chiama lei, nella “Grande A”. Quando arriva ad Assab, però, scopre che ad aspettarla non c’è una vita da principessa, ma un letto duro e turni massacranti al bar della madre. Giada si adatta presto alla nuova situazione: è con sua madre che ammira, ha fatto amicizia con Ahmed e con la gazzella Checco e presto si sposerà con Giacomo, il ricco giovane viaggiatore che ha tante storie da raccontare. Ma la vita non è tutta rose e fiori: Giacomo e Giada si conoscono appena eppure sono marito e moglie e ben presto le incomprensioni vengono a galla. Nonostante Giada si adatti alle abitudini ed agli umori del marito, questi si innamora di un’altra, così lei rimane sola, con un figlio ed impossibilitata a separarsi da Giacomo. In una terra che non è la sua Giada dovrà di nuovo ricorrere al suo spirito di adattamento e ricostruirsi la vita ancora una volta… e non sarà l’ultima.

Questo libro racconta il vissuto degli italiani in Etiopia ed Eritrea nell’immediato Dopoguerra, fino agli anni 60, fatto di contraddizioni, ostentazione, orgoglio, ma anche voglia di godersi la vita. E Giada rappresenta a pieno la società in cui vive, indipendente, proiettata verso il futuro, amante dei fasti e del bel mondo… ma soprattutto desiderosa di stabilità ed affermazione.

“La grande A” è uno spaccato realistico e a tratti impietoso di un periodo storico e di una realtà di cui si parla poco. Se proprio volessi trovare una piccola pecca a questo libro, direi che manca il punto di vista dei nativi, degli africani. Ma possiamo sempre sperare in un secondo libro dell’autrice sull’argomento. Questo, intanto, è ottimo.

 

Opera recensita: “La grande A” di Giulia Caminito

Editore: Giunti, 2016

Genere: romanzo storico

Ambientazione: Legnano-Etiopia-Ravenna-Roma

Pagine: 288

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì.

 

venerdì 28 ottobre 2016

RECENSIONE: GIUSEPPE CATOZZELLA - NON DIRMI CHE HAI PAURA


Sinossi:

SAMIA È UNA RAGAZZINA DI MOGADISCIO. HA LA CORSA NEL SANGUE. OGNI GIORNO DIVIDE I SUOI SOGNI CON ALÌ, CHE È AMICO DEL CUORE, CONFIDENTE E PRIMO, APPASSIONATO ALLENATORE. MENTRE INTORNO LA SOMALIA È SEMPRE PIÙ PREDA DELL'IRRIGIDIMENTO POLITICO E RELIGIOSO, MENTRE LE ARMI PARLANO SEMPRE PIÙ FORTE LA LINGUA DELLA SOPRAFFAZIONE, SAMIA GUARDA LONTANO, E AVVERTE NELLE SUE GAMBE MAGRE E VELOCISSIME UN DESTINO DI RISCATTO PER IL PAESE MARTORIATO E PER LE DONNE SOMALE. GLI ALLENAMENTI NOTTURNI NELLO STADIO DESERTO, PER NASCONDERSI DAGLI OCCHI ACCUSATORI DEGLI INTEGRALISTI, E LE PRIME AFFERMAZIONI LA PORTANO, A SOLI DICIASSETTE ANNI, A QUALIFICARSI ALLE OLIMPIADI DI PECHINO. ARRIVA ULTIMA, MA DIVENTA UN SIMBOLO PER LE DONNE MUSULMANE IN TUTTO IL MONDO. IL SUO VERO SOGNO, PERÒ, È VINCERE. L'APPUNTAMENTO È CON LE OLIMPIADI DI LONDRA DEL 2012. MA TUTTO DIVENTA DIFFICILE. GLI INTEGRALISTI PRENDONO ANCORA PIÙ POTERE, SAMIA CORRE CHIUSA DENTRO UN BURQA ED È COSTRETTA A FRONTEGGIARE UNA PERDITA LACERANTE, MENTRE IL "FRATELLO DI TUTTA UNA VITA" LE CAMBIA L'ESISTENZA PER SEMPRE. RIMANERE LÌ, ALL'IMPROVVISO, NON HA PIÙ SENSO. UNA NOTTE PARTE, A PIEDI. RINCORRENDO LA LIBERTÀ E IL SOGNO DI VINCERE LE OLIMPIADI. SOLA, INTRAPRENDE IL VIAGGIO DI OTTOMILA CHILOMETRI, L'ODISSEA DEI MIGRANTI DALL'ETIOPIA AL SUDAN E, ATTRAVERSO IL SAHARA, ALLA LIBIA, PER ARRIVARE VIA MARE IN ITALIA.

 

Il libro di cui vi parlo oggi è stato scritto per raccontare una storia vera, una di quelle storie drammatiche e commoventi che a noi, che viviamo nella pace delle nostre comode case, sembrano incredibili. E’ la storia di Samia, una ragazza somala che insegue con tutte le sue forze un sogno: quello di correre alle Olimpiadi, ed è proprio lei a raccontarcela con la dolcezza, il candore e la forza esplosiva del suoessere guerriera.

La storia comincia quando Samia ha otto anni e vive a Mogadishu con gli amati genitori, il fratello Said, l’adorata sorella Odan e con Alì, il suo amico del cuore, quasi fratello e primo allenatore. Allenatore, sì, perché Samia non è una bambina qualsiasi: lei ha la corsa nel sangue, è un’atleta che venera il suo connazionale Mo Fara e che sa che un giorno correrà alle olimpiadi di Pechino e guiderà la liberazione delle donne somale dall’oppressione.

Sono questi sogni, questi obiettivi che la spingono a correre, sempre e comunque, anche di notte, da sola, nello stadio deserto su una pista martoriata dalle pallottole, anche quando nella sua città c’è la guerra e non si può più camminare per strada senza rischiare di essere scoperti, bastonati o arrestati. E la sua tenacia la premia, la porta a Pechino, alle olimpiadi, dove gareggia con le grandi atlete che ha sempre stimato. Ma Samia è mal nutrita, non ha muscoli, non ha i mezzi giusti per allenarsi e non ha un allenatore: arriva ultima, ma diventa un simbolo per le donne somale e musulmane, attirandosi però, ulteriori ire da parte delle milizie della sua città. Ed a farne le spese è la sua famiglia.

Samia non avrebbe mai voluto andarsene dalla sua terra, nonostante la guerra e la povertà, ma qualcosa in una notte d’estate la sconvolge. La ragazza capisce che non ha più senso restare in un paese che trasforma in mostri le anime più pure e parte, va in Etiopia a cercare un allenatore per continuare a correre, con l’obiettivo delle olimpiadi di Londra 2012. Ma i documenti dalla Somalia non arrivano ed in Etiopia Samia è una clandestina e non può allenarsi alla luce del giorno, non può competere con gli altri atleti, neppure qui può coltivare il suo sogno. Allora, spinta dalla forza della determinazione, parte per “il viaggio”, quel percorso che tutti i somali conoscono sin dall’infanzia, quello che dalla loro terra martoriata porta nel Sahara, in Libia e poi in Italia. Samia sa che sarà molto rischioso, sua sorella lo ha intrapreso poco tempo prima ed ora vive in Finlandia, ma Samia non può immaginare dove la condurrà questo viaggio e cosa dovrà sopportare. Ancora non sa fino a che punto può arrivare l’inferno.

Questa è una storia di Amicizia, di guerra e di coraggio; la storia di Samia dovrebbe essere raccontata nelle scuole, dovrebbe essere conosciuta dai tanti adulti che oggi, nel nostro bel Paese, criticano l’accoglienza ai migranti perché tutti dovremmo fermarci a riflettere sulle motivazioni che spingono questi uomini e queste donne a lasciare la loro terra per un po’ di pace in Italia, il Paese-miraggio, la porta per il futuro.

Con la voce di Samia, Giuseppe Catozzella ci mostra, con un’intensità devastante, le umiliazioni, le privazioni, le truffe cui tanti migranti sono sottoposti nel lungo e tribolato viaggio che li porta sulle nostre coste e ci mostra con spietato realismo quanto può essere difficile perseguire e realizzare un sogno quando parti dal fondo, dalle retrovie del mondo.

Una prosa chiara, intensissima, carica di sentimenti, che scatena nel lettore un nugolo di emozioni che lasciano il segno. E un encomio all’autore che è riuscito ad entrare ed a farci entrare così profondamente nel personaggio e nel suo ambiente. Lettura consigliatissima per tutti.

 

 Opera recensita: “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella

Editore: Feltrinelli, 2014

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Somalia, Etiopia, Sudan, Libia

Pagine: 240

Consigliato: sì.