simposio lettori copertina

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mercoledì 30 gennaio 2019

RECENSIONE: JOAN LINDSAY - PICNIC A HANGING ROCK


Sinossi:
Hanging Rock, la roccia vulcanica che sorge isolata e improvvisa nella macchia australiana a nord di Melbourne, fu davvero teatro, nel 1900, dell'evento narrato in questo libro: la scomparsa mai spiegata di due fanciulle e una matura insegnante di college seguita dalla immediata rovina di tante esistenze a quelle vite collegate (o, usando la stessa cifra del racconto: la vendetta della pietra nera su chi credeva di forzarne la potenza e il mistero). Ma darne una lettura simbolica - pur nella molteplicità di simboli, che nelle pagine si offrono e si ritraggono -, dei rapporti segreti e numinosi tra il genere umano e la Madre terra, è fare qualcosa che forse Joan Lindsay non si proponeva. «Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per proprio conto. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nel 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza» scrive l'autrice, accennando alla forte intenzione di consegnare alla memoria, non tanto un fatto straordinario, denso di significati, ma un mito. Cioè a dire un evento originario, vivente e da vivere al di là del tempo, presente come modello e ammonizione. E in effetti, ciò che fu di Miranda, bella come un cigno, di Marion, della signorina Greta McCraw e di tutte le persone connesse aIl'Appleyard College possiede del mito l'incanto semplice e autosufficiente. Di uno dei rarissimi miti moderni, venuto inevitabilmente dall'ultima terra che l'uomo ha diviso con le viventi forze primordiali.

Commento:
Se avessi cominciato a leggere questo libro saltando la quarta di copertina probabilmente avrei pensato:"Woow" che bel thriller" e "ma che fantasia fervida ha l'autrice!". Invece l'ho letta – prima e dopo aver finito il libro – e posso dirvi che lo stupore rimane come anche la bravura dell'autrice che, anzi, è accresciuta se si pensa che, checché ne scrivano gli editori, a tutt'oggi non vi sono fonti univoche sul fatto che l'evento narrato sia realmente accaduto. Ed il bello di questo libro, la sua particolarità e il suo valore, è proprio questo: l'autrice voleva raccontarci qui un mito moderno, uno scenario plausibile ed i suoi reali o possibili sviluppi. Ciò che rende memorabile questo libro non è la trama, pure resa interessante e avvincente dall'ambientazione e dalla crescente tensione narrativa, ma l'intravedere collegamenti, trame retrostanti, intrecci e concatenazioni di eventi che costruiscono un disegno inquietante perché, appunto, possibile. Il fatto da cui partire è questo: il 14 febbraio del 1900, il giorno di San Valentino, venti ragazze di un esclusivo collegio australiano e le loro insegnanti fanno una gita ad Hanging rock, una suggestiva conformazione rocciosa della zona. Non si sa come, ma due ragazze e un'insegnante scompaiono, non faranno più ritorno dal picnic. Da qui comincia una serie di eventi – alcuni strettamente collegati ed altri apparentemente staccati da questo evento primario – che in pochi mesi cambieranno la vita di molte persone coinvolte. L'autrice in queste pagine ci racconta cose, mette in relazione eventi, e riesce – fatto per me quasi miracoloso – a non farci soffermare sul fatto che siano reali  o inventati, a farci accettare come insoluto un caso che non sappiamo nemmeno con certezza se sia mai esistito, a farci andar bene il fatto che non tutto sia spiegato, chiarito, delineato. Tutta la razionalità qui è assorbita, fagocitata dalla fascinazione della storia, dalle sue possibili interpretazioni, dalle sfumature occulte che la pervadono. E per assurdo ci si lascia distogliere dal destino delle scomparse e travolgere dagli eventi, sempre più pressanti, sempre più angoscianti. Un libro bellissimo, dall'atmosfera opprimente e rarefatta, dal ritmo non incalzante ma comunque implacabile. Pagine scritte benissimo, con una prosa studiata per non brillare, ma per lasciare la ribalta alla trama. Un libro che, per le suggestioni che mi ha creato, mi ha ricordato "il giardino delle vergini suicide" di Eugenides, "La donna in bianco" di Collins e perfino "Il castello di Otranto" di Walpole. Assolutamente da leggere.

Opera recensita: "Picnic a Hanging rock" di Joan Lindsay
Editore: Sellerio, prima ed. 1967
Genere: mistery
Ambientazione: Australia, 1900
Pagine: 296
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


lunedì 28 gennaio 2019

RECENSIONE: MARIA CRISTINA MASELLI - SIGISMONDO E ISOTTA. UNA STORIA D'AMORE


Sinossi:
È il 1437 quando per la prima volta Isotta degli Atti posa lo sguardo su Sigismondo Pandolfo Malatesta. Lui, ventenne, è il turbolento e ambizioso signore di Rimini e di Fano, lei, una bambina di soli cinque anni, figlia di un piccolo nobile della zona. Isotta cresce nel mito di Sigismondo e grazie alla carica del padre, consigliere economico del signore di Rimini, ha la possibilità di rivederlo. Dopo sette anni dal primo incontro comincia a nascere in loro un sentimento fortissimo. Ma Sigismondo è sposato con Polissena Sforza, e Isotta è stata cresciuta per essere moglie e non amante. Questo il conflitto che renderà tortuoso il percorso di due anime complementari, lei nella perenne ricerca di conferme, lui disposto a dimostrarle i propri sentimenti attraverso l'arte, la parola e l'idea. Quando, dopo la morte di Polissena Sforza, la ragion di Stato sembra volere una nuova nobile moglie accanto a Sigismondo, anche le ultime certezze dei due innamorati paiono vacillare. Inoltre, la vita e lo stesso ruolo del signore di Rimini sono ostacolati da intrighi, avidità, inganni, legami di sangue e di morte, a cui si aggiunge l'odio dei suoi due più acerrimi e potenti nemici: Federico da Montefeltro e papa Pio II, che usa lo splendore umanista del Tempio Malatestiano per condannare il signore di Rimini.
Sarà proprio nel momento più difficile della vita di Sigismondo - abbandonato anche dai più fedeli alleati - che l'amore incondizionato e gratuito di Isotta si rivelerà salvifico e porterà a cambiare il destino delle loro vite.

Commento:
Un'ode accorata e spassionata all'amore che supera il tempo, gli ostacoli, gli intrighi, i dubbi: questo libro non potrebbe essere più simile alla storia che racconta, difficilmente sarebbe stato possibile raggiungere un livello più alto di compenetrazione tra le pagine, l'evocatività delle parole, la maestria della scrittura e l'amore grande e imperituro che i due protagonisti hanno vissuto e vogliono tramandarci. Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, e Isotta Degli Atti all'apparenza non avrebbero potuto essere più lontani e diversi: così forte, sicuro e spavaldo lui e così leggiadra, incerta, ingenua lei. Eppure è bastato poco, appena una carezza innocente, a far sì che due volontà intrepide si incontrassero e non si separassero più. Non fu facile per il grande condottiero signore di Rimini affermare il suo amore per la giovane Isotta, graziosa ma di più basso lignaggio; non fu facile per questi due amanti superare matrimoni, inimicizie, maldicenze, remore morali… ma proprio quando tutto sembrava perduto, l'amore fu per loro l'unica ancora cui aggrapparsi per resistere all'invidia, all'avidità, ai giochi di potere. Una storia vera, questa, che arriva a noi nei secoli attraverso l'arte e la bellezza per ricordarci che c'è sempre una speranza, quali che siano le sorprese che la vita ci riserva. "Sigismondo e Isotta" è un romanzo bellissimo che unisce magistralmente storia, amore e arte per raccontarci una storia stupenda, coinvolgente e commovente con protagonisti e luoghi indimenticabili. Una lettura appassionante che consiglio, un corposo romanzo in cui perdersi e dal quale diventerà difficile staccarsi.


Opera recensita: "Sigismondo e Isotta. Una storia d'amore" di Maria Cristina Maselli
Editore: Piemme, 2018
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Rimini, 1437-1474
Pagine: 612
Prezzo: 20,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


domenica 27 gennaio 2019

RECENSIONE: MARCO PAOLINI - AUSMERZEN. VITE INDEGNE DI ESSERE VISSUTE


Sinossi:
Dopo lo spettacolo "Ausmerzen", anche per rispondere alle domande che lo spettacolo stesso aveva creato, Marco Paolini si è immerso per un anno nella scrittura, rielaborando e tessendo in narrazione una mole enorme di dati, alcuni dei quali - tra i più sconvolgenti - quasi sconosciuti. L'interrogazione su eugenetica, scienza ed etica, e sulle politiche del potere si fonde nel racconto. Un narratore appassionato, pieno di sdegno e pudore, e non privo di humour, ci consegna così un libro di feroce potenza, destinato a diventare necessario. Per tutti. Con uno scritto di Mario Paolini.

Commento:
Dopo aver visto su youtube, un paio d'anni fa, l'omonimo spettacolo realizzato sempre da Paolini ed andato in onda su Lasette, mi era rimasta la voglia di leggere il libro, di approfondire.
Come dice Paolini, questa è roba che fa male, ci vuole uno sforzo per rimetterci mano. Perché lo sappiamo che ci fu uno sterminio, che ci furono i campi di sterminio, che ci morirono milioni di persone. Ma qui si parla di persone considerate difettose, cui non fu data né una prima né una seconda possibilità, di vite indegne di essere vissute, di coloro che morirono prima degli zingari, degli ebrei, degli omosessuali, degli antinazisti, e continuarono a morire dopo, dopo la liberazione, dopo che tutto il resto era finito. Action T4 si chiamava il progetto pensato per eliminarli (Ausmerzen vuol dire appunto questo): oggi se ne parla poco e in ambienti settoriali e specifici. Perché? Perché fa male anche solo pensarci. Fa male pensare che qualcuno (molti) ritenesse che non vi fosse una sola ragione per lasciare in vita disabili – bambini e adulti – per la maggior parte tedeschi, che tutti – anche i civili, i normali cittadini – sapessero, che ad occuparsene furono tedeschi (non necessariamente nazisti) tra cui infermiere, medici, suore! Eppure è successo, una barbarie nella barbarie, insensata ed atroce. E ci sono i rapporti, i documenti che dimostrano che sì, chi c'era sapeva cosa accadeva. Tutto trova fondamento nelle ricerche di eugenetica di Galton e Bell, non in Germania, ma in America. Alla Germania non l'esclusiva, ma la palma d'oro per l'applicazione e la diffusione delle idee di annientamento delle vite indegne di essere vissute, con i suoi centri all'avanguardia, la sua medicina di eccellenza, i suoi psichiatri iperprogressisti, il libricino di un medico e un giudice e quell'altro libro, quello scritto da un futuro dittatore, che sembrava tanto lo "sfogo impotente di gente che abbaia ma non morde in un momento in cui le cose vanno male". Sappiamo tutti come finì.
C'è la crisi, c'è poco per tutti, allora perché dividere quel poco anche con chi costa e non produce? Con il "mangiatore inutile", il cieco, il sordo, il pazzo, lo storpio, lo psicopatico? Così, nel 1933 in Germania venne promulgata la legge per la sterilizzazione di coloro che furono definiti "geneticamente inaccettabili" e dopo il 39 si passa dalla sterilizzazione all'eliminazione. E un bel giorno il tuo medico di famiglia bussa alla tua porta e ti dice che c'è la possibilità di un trattamento innovativo per tuo figlio disabile; tu firmi l'imprescindibile consenso, tuo figlio parte e tu pensi: "avrò fatto la scelta giusta?". Dopo un po' ti arriva una lettera dall'ospedale che ti comunica un trasferimento improvviso, ordinato dal commissario del Reich e che l'ospedale non sa dove sia stato mandato tuo figlio. O magari nella lettera ti comunicano che tuo figlio è morto per cause naturali e che, data la gravità della sua patologia la morte è da considerarsi una liberazione. Indichi, signora, a quale cimitero inviare l'urna con le ceneri. Trecentomila vite bruciate così. E no, non ci sono giustificazioni che tengano. Parole d'ordine: efficacia e segretezza; la macchina è ben oleata, funziona tutto a meraviglia. Tutti conosciamo Auschwitz, Bukenvald, Birkenau, ma quanti conoscono Arteim, Grafenet, Adamar, Caffbeuren, Brandemburg? Eppure furono questi i centri di uccisione teatro di questi omicidi di massa: macelli travestiti da cliniche in cui si sperimentarono, prima del grande utilizzo, camere a gas e forni crematori.
Il libro di Paolini non vuole – e non può – essere una trattazione esaustiva della questione, né si può dire che sia la pubblicazione più obiettiva su questa storia. Si vuole, qui, cercare di ricostruire come andò, raccontare una storia – una realtà – conosciuta da troppo poche persone. Si legge in un pomeriggio, ma i brividi, il dolore e lo sconquasso che si lascia dietro sono difficili da digerire. E sbaglia chi liquida tutto questo come passato: è qualcosa che ci appartiene, ci passa vicino, è dentro di noi. E serve parlare, leggere, ascoltare, perché ha ragione Primo Levi: è necessario conoscere, perché ciò che è accaduto può accadere ancora.

Opera recensita: "Ausmerzen" di Marco Paolini
Editore: Einaudi, 2012
Genere: saggio
Ambientazione: Germania
Pagine: 176
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


RECENSIONE: ELIE WIESEL - LA NOTTE


Sinossi:
Una testimonianza atroce e pulsante della morte di Dio, nell'anima di un bambino.
"Ciò che affermo è che questa testimonianza, che viene dopo tante altre e che descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto, è tuttavia differente, singolare, unica. (...) Il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio. Non viveva dal risveglio della sua coscienza che per Dio, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Cabala, consacrato all'Eterno. Abbiamo mai pensato a questa conseguenza di un orrore meno visibile, meno impressionante di altri abomini, ma tuttavia la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell'anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto?" (dalla Prefazione di F. Mauriac).

Commento:
Non ci credevano Elie e la sua famiglia credente, non ci credevano nella sua cittadina della Transilvania, non credevano che la deportazione e il genocidio di tante persone, un tale abominio, potesse succedere. Non credevano che potesse accadere in Europa, in una società civilizzata, non credevano che, soprattutto, potesse succedere sotto gli occhi di Dio. Li avevano avvertiti, ma non ascoltarono… perciò quando accadde a loro non erano preparati.
Elie aveva quindici anni quando entrò per la prima volta in un campo di concentramento. Non era preparato al fumo nero e all'olezzo di carne bruciata che era lì ad accoglierlo; non era preparato ad essere separato dalla madre e dalla sorella; non era preparato – lui che tanto amava Dio e studiava il Talmud ed osservava i precetti e pregava e testimoniava l'amore di Dio – a vedere consumata la sua fede dall'orrore del campo. E ben presto l'unico obiettivo, da Aushwitz a Buna a Bukenvald, divenne sopravvivere e non perdere suo padre, non allontanarsi mai da lui, non lasciarsi separare dall'unica persona che gli era rimasta.
Ma il campo, per quanto tu ti opponga, ti cambia dentro, cambia le tue priorità, ti svuota anche dell'anima. Resta solo il corpo che ti porti dietro come un peso. Restano solo le tue membra, il freddo, l'orrore. Non c'è più neanche un Dio cui rendere grazie o a cui chiedere aiuto. Abbiamo letto ed ascoltato tante testimonianze di sopravvissuti all'Olocausto… questa, però, viene da un adolescente cui sono stati strappati i resti di un'infanzia, cui è stato imposto di diventare uomo di colpo, cui è stata strappata persino l'anima d'uomo. Non lo credevano possibile… invece è accaduto ed è accaduto a loro.

Opera recensita: "La notte" di Elie Wiesel
Editore: Giuntina, prima ed. 1958
Genere: autobiografia, testimonianza
Ambientazione: Transilvania, Germania, 1944-1945
Pagine: 112
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


sabato 26 gennaio 2019

RECENSIONE: AMOS OZ - UNA STORIA DI AMORE E DI TENEBRA


Sinossi:
Amore e tenebra sono due delle forze che agiscono in questo libro, un'autobiografia in forma di romanzo, un'opera letteraria che comprende le origini della famiglia di Oz, la storia della sua infanzia e giovinezza a Gerusalemme e poi nel kibbutz di Hulda, l'esistenza tragica dei suoi genitori, e una descrizione epica della Gerusalemme di quegli anni, di Tel Aviv che ne è il contrasto, della vita in kibbutz, negli anni trenta, quaranta e cinquanta. La narrazione si muove avanti e indietro nel tempo, ricostruendo in 120 anni di storia familiare una saga che vede protagonisti quattro generazioni di sognatori, uomini d'affari falliti e poeti egocentrici, riformatori del mondo, impenitenti donnaioli e pecore nere.

Commento:
Questa è, tecnicamente, un'autobiografia: racconta la vita di Amos Oz e la storia della sua famiglia. Definirla "autobiografia", però, sarebbe a dir poco riduttivo: Una storia d'amore e di tenebra è romanzo storico, saga familiare, saggio, ricettacolo di conoscenza e riflessioni profonde che da sole varrebbero le oltre seicento pagine di racconto. Un intero libro pieno di ricordi d'infanzia, memoria storica e familiare, racconto di una città – Gerusalemme -, di un popolo – quello ebreo -, splendente e pieno di contraddizioni. In queste pagine non troviamo solo l'Amos Oz bambino, figlio di genitori non ricchi ma traboccanti di cultura; troviamo qui la storia umana e sociale di un popolo che ha dovuto adattarsi e reinventarsi senza mai perdere la propria fierezza ed identità. E troviamo qui le radici di un conflitto, quello fra Israele e Palestina, fra ebrei ed arabi, nato una notte del 1947 – quando fu decisa la nascita dello stato ebraico – ed arrivato fino ad oggi con la sua scia di morti, insensatezze e incomprensioni.
Questo non è un libro facile perché non è lineare: ogni informazione va assemblata alle precedenti e tenuta da parte per un quadro complessivo che arriverà pian piano. Non è un libro che si fa leggere senza difficoltà, ma regala perle di rara bellezza e permette di capire qualcosa in più di una pagina triste e controversa della storia del Novecento, di questa terra promessa e da tanti conquistata, di popoli orgogliosi e gloriosi e di persone umili e grandi. Da leggere, nonostante la mole.

Opera recensita: "Una storia di amore e di tenebra" di Amos Oz
Editore: Feltrinelli, prima ed. 2003
Genere: autobiografia
Ambientazione: Israele
Pagine: 627
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


domenica 20 gennaio 2019

RECENSIONE: DANYA KUKAFKA - GIRL IN SNOW


Sinossi:
Un parco giochi qualsiasi in una cittadina qualsiasi. La neve è caduta avvolgendo tutto in un silenzio ovattato: le case, le strade, i giochi, il corpo senza vita di Lucinda Hayes. Le indagini a Broomsville rivoltano pietre: sotto la superficie immacolata di una piccola comunità si nasconde un brulicare di segreti e bugie destinati a venire alla luce. Per Cameron, sensibile e bizzarro, Lucinda era la luce del sole. Per Jade era la ragazza perfetta che, forse suo malgrado, le aveva portato via tutto. Per Russ è un penoso caso da risolvere al più presto. Ma Russ è legato a Cameron, e questo non fa che offuscare il suo giudizio. Ciascuno ha le sue ragioni per voler scoprire la verità. Che non può essere una sola.

Commento:
Ecco qui un libro che potenzialmente avrebbe potuto essere un buon thriller corale, ma che ne è un pallido, goffo tentativo: per intenderci, l'idea di base era buona (la vicenda viene raccontata dal punto di vista dei vari protagonisti in un'alternanza ciclica), ma la finalizzazione lo è meno. Lucinda, la classica ragazza perfetta, acclamata, odiata, invidiata, amata, viene ritrovata morta nel parco vicino alla scuola. Il racconto si snoda tra le incerte indagini della polizia - che balbetta fra ricordi del passato e presente tutt'altro che roseo – e i compagni di scuola della ragazza morta, le amiche, i corteggiatori e chi, pur amandola d'un amore profondo e morboso, deve solo accontentarsi di osservarla. Gli elementi per un buon thriller ci sarebbero, ma manca quasi totalmente la tensione narrativa: possibile che su oltre trecento pagine non mi sia mai, mai venuta la voglia di capire chi è l'assassino di Lucinda? Possibile che anche quando il colpevole è stato scoperto io non abbia provato altro che un tenue stupore? Possibile che l'unica cosa degna di un minimo interesse era il racconto di Jade, disadattata e sola? Questo thriller manca di nervo, è lento, piatto, monocorde nonostante le tante voci dei personaggi… no, mi dispiace, ma non lo consiglio.


Opera recensita: "Girl in snow" di Danya Kukafka
Editore: Bompiani, 2017
Genere: thriller
Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 336
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: no
Voto personale: 5.


venerdì 18 gennaio 2019

RECENSIONE: J. D. SALINGER - IL GIOVANE HOLDEN


Sinossi:
Sono passati cinquant'anni da quando è stato scritto, ma continuiamo a vederlo, Holden Caufield, con quell'aria scocciata, insofferente alle ipocrisie e al conformismo, lui e la sua "infanzia schifa" e le "cose da matti che gli sono capitate sotto Natale", dal giorno in cui lasciò l'Istituto Pencey con una bocciatura in tasca e nessuna voglia di farlo sapere ai suoi. La trama è tutta qui, narrata da quella voce spiccia e senza fronzoli. Ma sono i suoi pensieri, il suo umore rabbioso, ad andare in scena. Perché è arrabbiato Holden? Poiché non lo si sa con precisione, ciascuno vi ha letto la propria rabbia, ha assunto il protagonista a "exemplum vitae", e ciò ne ha decretato l'immenso successo che dura tuttora. È fuor di dubbio, infatti, che Salinger abbia sconvolto il corso della letteratura contemporanea influenzando l'immaginario collettivo e stilistico del Novecento, diventando un autore imprescindibile per la comprensione del nostro tempo. Holden come lo conosciamo noi non potrebbe scrollarsi di dosso i suoi "e tutto quanto", "e compagnia bella", "e quel che segue" per tradurre sempre e soltanto l'espressione "and all". Né chi lo ha letto potrebbe pensarlo denudato del suo slang fatto di "una cosa da lasciarti secco" o "la vecchia Phoebe". Uno dei libri del Novecento che tanto ha ancora da dire negli anni Duemila.

Commento:
Eccoci qui… un altro libro cult che a me non è piaciuto. Sì, perché, mio malgrado, il racconto che il sedicenne Holden ci fa dei due giorni intercorrenti tra la visita al professor Spencer e il momento in cui è al parco con Foebe non mi è piaciuto. E non mi sono piaciuti neppure i tanti riferimenti al suo passato, alla sua "infanzia schifa", ai genitori, alla scuola, ai coetanei, alle ragazze… non mi è piaciuto il modo in cui Holden affronta – o non affronta – la vita, la quotidianità… eppure la trama, il messaggio, il perché di questo libro è tutto qui, nella rabbia atavica e disfattista di Holden e nel male di vivere che gli attanaglia l'esistenza. E non è che non avesse modelli positivi, non è che fosse stupido o emarginato… i guai di questo ragazzo sperduto e confuso gli venivano proprio dal suo atteggiamento, dalle sue paturnie, dal suo rapporto travagliato con gli altri, dal suo approccio negativo verso il mondo. Quelli che a Holden sembrano drammi insormontabili sono in realtà ostacoli che ciascuno di noi incontra e affronta ogni giorno. Ed arrivo a capire che Salinger volesse esagerare il comune sentire degli adolescenti, che forse intendesse proprio aprire gli occhi agli adulti sui comportamenti apparentemente strani o masochistici degli adolescenti che in realtà costituiscono campanelli d'allarme contro l'insofferenza e l'abbattimento. Ma non accetto che in questo libro, che pure ha raggiunto il suo scopo se è rimasto agli onori della gloria per sessant'anni, non ci sia una forma di redenzione, un riscatto di questo ragazzo che vada oltre i discorsi e i consigli degli adulti. Poi, letterariamente, è fuor di dubbio che Holden sia un Personaggio di tutto rispetto, con tutti i suoi modi di dire, con la sua sgangherata moralità e la sua scala di affetti e valori che forse è l'unica cosa che lo tiene aggrappato alla vita. Però, sebbene non possa non consigliarlo aprioristicamente e mi renda conto del suo valore intrinseco, non è una lettura che mi ha soddisfatto e che ripeterò.

Opera recensita: "Il giovane Holden" di J. D. Salinger
Editore: Einaudi, prima ed. 1951
Genere: narrativa americana
Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 248
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 6.