simposio lettori copertina

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domenica 26 settembre 2021

RECENSIONE: JOHN IRVING - LE REGOLE DELLA CASA DEL SIDRO

Sinossi:

Il più celebre dei romanzi di Irving narra la storia di Homer Wells, un ragazzo dall'animo ricco di sentimenti e ideali cresciuto nell'orfanotrofio di St. Cloud's nel Maine, e del medico-padre Wilbur Larch, che accoglie nel suo istituto neonati abbandonati e fa abortire povere donne che altrimenti finirebbero nelle mani di macellai. Larch educa il giovane e gli insegna la professione, nella speranza che un giorno prenda il suo posto, ma Homer preferisce seguire la propria via lavorando in una fattoria dove si produce sidro. Si renderà ben presto conto che non conosce nulla del mondo degli adulti, e che dovrà affrontare dolori, asperità e percorrere molta strada per capire le regole della vita.

 

Commento:

Fino a poco meno di due anni fa avevo sentito nominare "Le regole della casa del sidro" solo distrattamente, qualche volta, per caso. Poi ho letto Cambiare l'acqua ai fiori di Valérie Perrin e la protagonista, Violette Toussaints, ne parlava in continuazione, lo citava ad ogni piè sospinto… così da allora mi è venuta la curiosità di leggerlo. Finalmente ora ne ho avuto l'occasione e… non credo che dimenticherò questo libro tanto facilmente! Il problema è che è difficile recensire e probabilmente impossibile capire questo libro senza averlo letto… è una storia fatta di tante storie, la storia di un luogo – l'orfanotrofio di St. Cloud's – e di un medico, Wilbur Larch, che praticava indistintamente il lavoro del diavolo (l'aborto) e quello del Signore (far nascere dei bambini, anche se sarebbero rimasti orfani), ma per lui era tutto lavoro del Signore. È la storia di quell'orfanotrofio, delle sue infermiere, di tutte le donne che ci son passate, delle letture a voce alta prima di dormire, delle benedizioni impartite e di tutti i bambini che ci hanno vissuto, alcuni fino all'età adulta. E poi è la storia di uno di questi bambini diventato adulto, ma rimasto legato al St. Cloud's: Homer Wells, il prediletto del dottor Larch, di Nurse Edna e di Nurse Angela, il ragazzo che amava rendersi utile e perciò imparò tutto sull'aborto e sulla nascita e sapeva molto più di qualsiasi medico senza essere medico. È la storia di quel ragazzo che credeva di poter fuggire, di poter scegliere, ma non sapeva che al mondo nessuno sceglie nulla, che è il mondo che ci plasma e ci cambia e ci mostra chi siamo davvero, che è la vita che sceglie per noi. È la storia di una coppia di giovani belli e di buon cuore, e di un frutteto vicino alla costa e di tante mele e tanto sidro da raccogliere… e di regole, le regole della casa del sidro, che cambiano a seconda di chi le legga. È una storia che parla di aborto e di adozioni, ma anche di libertà e di scelta, di morale, politica, religione, e di abnegazione e responsabilità, di uomini e di donne… soprattutto di donne e di quanto poco siano libere, loro, di scegliere. Un libro crudo, ironico, diretto, franco, lucido, a volte spietato, ma profondamente onesto, comunque la si pensi sui temi spinosi che tratta. Un libro meraviglioso, da leggere assolutamente, gustandoselo al proprio ritmo, prendendosi i propri tempi… un libro per riflettere, emozionarsi, indignarsi, raccapricciarsi… un libro da vivere.

 

Opera recensita: "Le regole della casa del sidro" di John Irving

Editore: Bompiani, prima ed. 1985

Traduttore: Pier Francesco Paolini

Genere: letteratura straniera

Ambientazione: Maine, Stati Uniti

Pagine: 619 (ed. 1990)

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

  

mercoledì 1 settembre 2021

RECENSIONE: GIULIA CAMINITO - L'ACQUA DEL LAGO NON è MAI DOLCE

Sinossi:

Io sono stata un cigno, mi hanno portata da fuori, mi sono voluta accomodare a forza, e poi ho molestato, scalciato e fatto bagarre anche contro chi s'avvicinava con il suo tozzo di pane duro, la sua elemosina d'amore.

Odore di alghe e sabbia, di piume bagnate. È un antico cratere, ora pieno d'acqua: sulle rive del lago di Bracciano approda, in fuga dall'indifferenza di Roma, la famiglia di Antonia, madre coraggiosa con un marito disabile e quattro figli. Antonia è onestissima e feroce, crede nel bene comune eppure vuole insegnare alla sua figlia femmina a non aspettarsi nulla dagli altri. E Gaia impara: a non lamentarsi, a tuffarsi nel lago anche se le correnti tirano verso il fondo, a leggere libri e non guardare la tv, a nascondere il telefonino in una scatola da scarpe e l'infelicità dove nessuno può vederla. Ma poi, quando l'acqua del lago sembra più dolce e luminosa, dalle mani di questa ragazzina scaturisce una forza imprevedibile. Di fronte a un torto, Gaia reagisce con violenza, consuma la sua vendetta con la determinazione di una divinità muta. La sua voce ci accompagna lungo una giovinezza che sfiora il dramma e il sogno, pone domande graffianti. Le sue amiche, gli amori, il suo sguardo di sfida sono destinati a rimanere nel nostro cuore come il presepe misterioso sul fondo del lago.

 

Commento:

Gaia è una giovane donna che vive con la sua famiglia in una casa popolare in un paesino vicino a Roma, sulle rive del lago di Bracciano; è quella che i cinquanta-sessantenni di oggi definirebbero una Millennial, ha una laurea che non le serve a trovare lavoro, una chioma fulva che la rende riconoscibile e che ha ereditato dalla madre. Ma i capelli rossi non sono l'unica eredità che la madre, Antonia, le ha lasciato in dote: a lei Gaia deve un'educazione ferrea fatta di "no", di "non si toccano le cose degli altri, specie quelle che sono di tutti", di aspettative sempre un po' più su di quanto sperasse, di libri presi in biblioteca, di parole amate e parole taciute, di riscatti troppe volte mancati ma sempre cercati. Dalla madre Gaia ha imparato a lottare, ma ha anche capito cosa non vuole essere, come non vuole veder diventare la sua vita. Gaia è una giovane donna "cattiva", una che reagisce ai torti subiti e lo fa colpo su colpo, con violenza sproporzionata, con il rancore di chi si è visto, per una vita intera, sfilare via ogni conquista, ogni promesso sorso d'acqua fresca in una società arida di benessere, di sogni, di amore. Ma come si diventa una "donna cattiva"? Ce lo spiega, Gaia, attraverso le pagine di L'acqua del lago non è mai dolce, il nuovo, stupendo libro di Giulia Caminito. Pagine dense, fitte, graffianti, pagine in cui le parole perforano la carta, e si inchiodano dirette nel pensiero. Si diventa un po' più cattiva ad ogni torto subito, ad ogni umiliazione, ogni volta che ci si è dovuti difendere da soli, ogni volta che bisogna affrontare una delusione, l'ennesima. E il risentimento, la rabbia, la vendetta scaldano là dove il freddo di paura e  solitudine rischiano di coprire anche il cuore. Scaldano, sì, e crescono, corrodono, erompono. Ed è così che, passo dopo passo, sopruso dopo sopruso, ci si ritrova a rischiare di commettere l'irreparabile senza che, peraltro, questo dia vera soddisfazione o risolva alcun problema. L'umiliazione, la discriminazione, l'abbandono affettivo feriscono ed acuiscono le incomprensioni, ed è così che ci si ritrova nemiche, sedute allo stesso tavolo senza parlarsi, quando si potrebbe lottare dalla stessa parte. L'intransigenza di una madre, le ribellioni di una figlia indomita, le amicizie sbagliate, le delusioni, la rabbia… tutto questo e molto di più c'è in questo nuovo romanzo di Giulia Caminito, molto di più perché grande è l'affetto che Gaia e forse anche Antonia sono riuscite a trasmettere, loro che per se stesse parevano non averne più scorte. È la storia di una bambina con le orecchie lunghe che lotta e lotta e non si arrende neanche agli urti più duri, una storia che Giulia Caminito ci ha raccontato qui magistralmente e che è il condensato di tante storie di disagio, problemi, ambiente, contesto… società civile. Non c'è solo la storia di Gaia, Antonia e la loro disastrata famiglia qui: c'è Roma, c'è il lago, l'Italia, i tumori, i rifiuti, le morti giovani... un romanzo intenso che getta luce su tanti punti oscuri della nostra società.

 

Opera recensita: "L'acqua del lago non è mai dolce" di Giulia Caminito

Editore: Bompiani, 2021

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Lazio

Pagine: 304

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

          

venerdì 27 agosto 2021

RECENSIONE: MICHEL HOUELLEBECQ - SOTTOMISSIONE

    Sinossi:

A Parigi, in un indeterminato ma prossimo futuro, vive François, studioso di Huysmans, che ha scelto di dedicarsi alla carriera universitaria. Perso ormai qualsiasi entusiasmo verso l'insegnamento, la sua vita procede diligente, tranquilla e impermeabile ai grandi drammi della storia, infiammata solo da fugaci avventure con alcune studentesse, che hanno sovente la durata di un corso di studi. Ma qualcosa sta cambiando. La Francia è in piena campagna elettorale, le presidenziali vivono il loro momento cruciale. I tradizionali equilibri mutano. Nuove forze entrano in gioco, spaccano il sistema consolidato e lo fanno crollare. È un'implosione improvvisa ma senza scosse, che cresce e si sviluppa come un incubo che travolge anche François. "Sottomissione" è il romanzo più visionario e insieme realista di Michel Houellebecq, capace di trascinare su un terreno ambiguo e sfuggente il lettore che, come il protagonista, François, vedrà il mondo intorno a sé, improvvisamente e inesorabilmente, stravolgersi.
Siamo nel 2022, in una Francia in piena campagna elettorale, ma a vincere le presidenziali è sorprendentemente il rappresentante moderato di un partito musulmano. In Sottomissione, romanzo di Michel Houellebecq già discusso ancor prima di uscire nelle librerie, ci troviamo di fronte alle paure occidentali e allo spauracchio di una rivincita del mondo arabo. Nel romanzo dello scrittore d’oltralpe il protagonista è un professore universitario quarantaquattrenne, misantropo e incapace di amare una donna. In un mondo e in un’atmosfera privata nichilista si fa largo l’universo politico che cambierà le vite di tutti i cittadini francesi. Il vincitore delle elezioni che riesce a sconfiggere la destra di Le Pen è Mohammed Ben Abbes, personaggio all’apparenza rassicurante, ma tutt’altro che moderato, che promette di nominare il centrista Francois Bayrou primo ministro. La Francia ben presto si trasforma però in un Paese islamizzato dove le donne non indossano più vestitini e gonne, ma il velo, e dove la sharia e la poligamia la fanno da padrone. Parigi si trasforma così nella capitale di uno stato patriarcale e lo stesso Francois, narratore protagonista del libro, si converte all’Islam per riavere il suo lavoro alla Sorbona. In fondo, sostiene lui stesso, l’islamismo non è così male visto che ben presto potrà concedersi anche più mogli. La situazione paradossale e inverosimile descritta da Houllebecq in Sottomissione è una critica aperta alla politica che si fa comprare e che cede alle lusinghe di chi offre di più e ovviamente al mondo arabo e all’Islam e forse, più in generale, a tutte le convinzioni religiose. Il mondo di Francois infatti viene stravolto e tutto sembra un incubo. Dopo qualche tempo, il protagonista scopre che la sua vita era molto meglio prima: senza scossoni e senza emozioni. E’ questo il mondo in cui viviamo secondo Houllebecq? Il lettore lo scoprirà pagina dopo pagina in un romanzo sublime, provocatorio e con un bizzarro senso dell’umorismo.

 

Commento:

Sottomissione è il primo romanzo che leggo di Michel Houellebecq, questo scrittore francese così discusso e così controverso sul quale, solo da queste pagine, non sono riuscita a farmi un'opinione chiara. Sottomissione è un romanzo apparentemente ordinario, apparentemente normale, apparentemente tante cose… cosa sia in realtà, io non l'ho ben capito. Di sicuro il suo protagonista, per quanto voglia apparire ordinario ed integrato in una società di suoi simili, è tutt'altro che un uomo come tanti. François è un professore universitario quarantaquattrenne, studioso di Huysmans, misantropo, apparentemente cinico e sicuro di sé; in realtà è un uomo in balia degli eventi, delle proprie pulsioni e degli eccessi di una mente intellettualoide convinta di rimuginare sui massimi sistemi ma che si arrovella e si avvita incessantemente su se stessa. È un uomo solo, le cui relazioni si sostanziano in qualche bevuta coi colleghi, in qualche incontro sessuale senza impegno con giovani studentesse. È un uomo che, nel mezzo del cammin della sua vita, nel momento fatale in cui deve decidere se legarsi a una donna (concetto inconcepibile, puro abominio), o morire suicida per mancanza di altri stimoli, viene – se così si può dire – salvato dagli sconvolgimenti politici, economici e sociali derivanti dalla vittoria elettorale del candidato islamico. I progetti di islamizzazione del Paese, apparentemente moderati, dolci, poco invasivi ma in realtà radicali e pregnanti, coinvolgono tutto e tutti, a cominciare proprio da Miriam, l'unica giovane donna con cui, ipoteticamente, forse in una vita successiva, François avrebbe potuto legarsi. Il momento di decidere procrastinato fino ad allora e che possibilmente avrebbe rimandato all'infinito gli viene così strappato dal futuro, bruscamente, con un taglio netto, un velo nero, un sipario calato su una delle poche cose che davvero contano per François, il sesso e il piacere fisico. Ed è singolare che, con tutto ciò che di assurdo, sconvolgente, folle gli sta accadendo intorno, sia questo il primo – e forse unico – vero momento in cui lo vediamo provare emozioni. "Sottomissione" scorre specularmente alla vita del suo protagonista, con andamento discontinuo ed a singhiozzo, fra pagine di stasi e riflessioni sterili e fini a se stesse e pagine dinamiche, febbrili in cui si percepisce addirittura una contenuta tensione. Non mi sento di esprimere un giudizio definitivo su questo libro, peraltro molto criticato prima, durante e dopo la sua uscita nel 2015; non mi sento di bocciarlo né di consigliarlo, perciò a voi la scelta, se vi incuriosisce anche un pochino, dategli una possibilità… magari vi innamorerete di un autore che, attraverso queste pagine, vorrebbe parlarci forte e chiaro, anche se non è altrettanto chiaro cosa voglia veramente dirci. Probabilmente, per quanto nella sua boria sia convinto del contrario, non lo sa bene neanche lui, troppo preso dalla propria autoreferenziale genialità che lo porta a guardarci dall'alto in basso, ad indottrinarci ed illuminarci per puro atto d'indulgenza… ma questa è solo una mia impressione: leggendo altro potrei ricredermi. Chissà che non mi sbagli e Houellebecq geniale lo sia davvero…

 

Opera recensita: "Sottomissione" di Michel Houellebecq

Editore: Bompiani, 2015

Genere: distopico

Ambientazione: Francia

Pagine: 252

Prezzo: 17,50 €

Consigliato: sì/no

Voto personale: 6,5.

      

martedì 18 agosto 2020

RECENSIONE: JOHN STEINBECK - UOMINI E TOPI


Sinossi:
George Milton si occupa da sempre con ferma dolcezza di Lennie Small, un gigante con il cuore e la mente di un bambino. Il loro progetto, mentre vagano di ranch in ranch, è trovare un posto tutto per loro a Hill Country, dove la terra costa poco: un posto piccolo, giusto qualche acro da coltivare, e poi qualche pollo, maiali, conigli. Ma le loro speranze, come "i migliori progetti predisposti da uomini e topi" (è un verso di Burns), sono destinate a sbriciolarsi. Il ritratto di un'America soffocata dalla crisi e di un'umanità gretta e gelosa nella drammatica rappresentazione di un maestro della letteratura. Scritto nel 1937 e destinato a un pubblico di uomini semplici come George e Lennie, "Uomini e topi" è una breve storia ricca di dialoghi, un piccolo gioiello di scrittura, pensato da Steinbeck per essere messo in scena in teatro e al cinema: e così è successo, sul grande schermo e a Broadway. Ma «Uomini e topi» resta prima di tutto un romanzo indimenticabile. Questa edizione propone nella nuova traduzione di Michele Mari un racconto di impegno, solitudine, speranza e perdita che resta uno dei libri più letti e più amati della letteratura mondiale. Introduzione di Luigi Sampietro.

Commento:
Uomini e topi racchiude, in poco più di cento pagine, tutti gli ideali dei più grandi romanzi di Steinbeck, quegli ideali di giustizia sociale, indipendenza, libertà, che hanno caratterizzato il pensiero dell'America del Novecento e che, a un livello più ampio, sono il sogno, la speranza, la meta della lotta di ogni uomo. George e Lennie sono due uomini semplici, due braccianti abituati alla fatica. George è piccoletto, un po' rude, ma ha un gran cuore; egli si occupa da tempo di Lennie, alto, grosso, forzuto, un bambinone non matto ma combinaguai. I due sono forti l'uno della presenza dell'altro, che li tiene vivi, sulla retta via, impedendo loro di impazzire o di perdersi. I due hanno un sogno, quello di un podere, un piccolo pezzo di terra con animali, orto, latte e formaggio, un luogo che possano chiamare "casa propria", dove restare a lavorare per se stessi se gli va e a non lavorare se non gli va. Ma un giorno Lennie combina un guaio più grosso degli altri…
Uomini e topi, pubblicato per la prima volta nel 1937 ed uscito in Italia nel 1938 con traduzione di Cesare Pavese, tratta gli stessi ideali che ritroveremo in Furore e in tanti altri romanzi di Steinbeck, ma spoglia la sua prosa di solito ricca di tutti gli orpelli, la rende scarna, essenziale, semplice, diretta, efficace, eppure meravigliosa. John Steinbeck è, è stato e resterà sempre un grande scrittore, in grado di cambiare modo di scrivere ad ogni romanzo, di adattare se stesso alla storia che vuole raccontare. Uomini e topi è, come tutti gli altri, un romanzo da leggere.

Opera recensita: "Uomini e topi" di John Steinbeck
Editore: Bompiani, prima ed. 1937
Genere: letteratura americana
Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 139
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


martedì 28 luglio 2020

RECENSIONE: MARIOLINA VENEZIA - LA VOLPE MECCANICA


Sinossi:
Una donna racconta di sé. E della passione bruciante per un uomo più giovane di lei, che finalmente lascia il segno in un'esistenza grigia, imprigionata in un matrimonio deciso a sangue freddo. Descrive nei dettagli i loro incontri, i baci, i più riposti segreti della loro intimità. Lasciando sullo sfondo lo scenario in cui si svolge la storia, ripercorre la sua vita e le sue molte ombre alla ricerca del punto di non ritorno. Voleva fare l'attrice, un tempo, e ne avrebbe avuto tutti i numeri, se non fosse intervenuta a sbarrarle la strada un'inesorabile vocazione al fallimento. Testimoni o complici, la seguiamo nei labirinti della sua mente, attraverso le ambigue proiezioni dell'arte e dell'amore. Assistiamo come dal buco della serratura a giochi erotici sempre più mozzafiato, in uno sconcertante thriller dei sentimenti, all'inseguimento di una verità che trascende i fatti e diventa un'indagine esistenziale. Ma il giovane commissario incaricato di risolvere il caso nel quale la protagonista si trova coinvolta arriverà a conclusioni inattese. Mariolina Venezia costruisce un noir dal ritmo incalzante, con una scrittura precisa come una lama che seziona eventi e caratteri riducendoli all'osso, in un tango freddo e appassionato di amore e morte.

Commento:
La volpe meccanica è un racconto che tramortisce ed investe i sensi. È il monologo, trasognato e spietato, di una donna che racconta la sua storia, il suo disagio, i suoi fallimenti, la sensazione di essere nata per perdere, la ricerca della sconfitta, l'intorpidimento delle ambizioni, il risveglio e l'urgenza nell'amore famelico e travolgente per un uomo che al di là della conoscenza dei corpi, rimane a tutti gli effetti uno sconosciuto. Non è semplice descrivere le sensazioni vividissime che dà l'esperienza di lettura di questo breve, ma intensissimo racconto: si prende fiato alla prima riga e si resta col respiro mozzo, sospeso, fin quasi alla fine, in una corsa inarrestabile verso una catastrofe prevedibile quanto inevitabile. Sfiancati e svuotati di tutte le energie, si assiste ad un finale non scontato, beffardo eppure, in un certo senso, giusto e sperato. Non un racconto che si legge in un'ora scarsa, ma un'esperienza di lettura in piena regola, fisica, corporea, totalizzante.

Opera recensita: "La volpe meccanica" di Mariolina Venezia
Editore: Bompiani
Genere: racconto noir
Pagine: 94
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


sabato 13 giugno 2020

RECENSIONE: GAEL FAYE - PICCOLO PAESE


Sinossi:
1992. Gabriel vive a Bujumbura, in Burundi, in un quartiere di espatriati. Suo padre è francese, sua madre del Ruanda. Ha una sorella più piccola, Ana, e una banda di amici inseparabili - Gino, Armand, i gemelli - cresciuti insieme a lui nel vicolo: le loro giornate cominciano quando finisce la scuola e viene il momento delle case sugli alberi, dei furti di manghi nei giardini degli altri, delle avventure lungo il fiume, delle chiacchiere sbruffone e sognanti dentro il guscio di camioncino che è il loro quartier generale. Poi i genitori che si separano, le prime elezioni del paese, la guerra civile: Gaby credeva di essere soltanto un bambino e si scopre meticcio, tutsi, francese. Il papà vuole spedire tutti in Europa, la mamma decide di restare, strappata a metà, trasformata per sempre dai lutti più feroci: in un attimo la paura rovescia tutto, invade le vite di tutti, mette fine all'infanzia e costringe ad andarsene, a disperdersi, a perdersi. Passeranno anni prima che Gaby faccia ritorno nel suo piccolo paese, alla ricerca della sua età d'oro, o di quello che ne è rimasto.

Commento:
Questa è una storia come tante, una storia che abbiamo visto accadere in tanti luoghi, di cui abbiamo ascoltato i resoconti a varie latitudini. Anche Gaby, che questa storia ce la racconta, è un bambino come ce ne sono tanti nel mondo: vive in una bella casa coi domestici, è figlio di un francese importante e di una rifugiata ruandese bellissima e forte, ha una sorella con cui va d'accordo, ha un gruppo di inseparabili amici del vicolo, va a scuola ed ha una pen-friend francese cui pensa continuamente. Poi, quasi all'improvviso, la paura e l'infelicità strisciano nelle sue giornate e il quadro idilliaco della sua vita di bambino privilegiato si sgretola lentamente, ma inesorabilmente. Tutto comincia quando i suoi genitori cominciano a non parlarsi, seguono litigi furiosi, poi la madre lascia la casa e Gaby resta con il padre e la sorella Ana. Intanto nel suo Paese, il Burundi, ci sono le prime elezioni – è il 1992 – e tutto sembra incerto, il nuovo presidente piace ad alcuni ed è odiato da altri… suo padre intanto esce spesso di notte e i primi colpi d'arma da fuoco, lontani ma non troppo, trovano lui e la sorella soli e impreparati. Da un giorno all'altro tutto è cambiato: il coprifuoco, la violenza, le armi imbracciate da chiunque, le bande di quartiere, la gente che viene segnata a dito. Costringono Gaby a crescere in fretta, ad uscire dal suo guscio protettivo di bambino, proprio come hanno già fatto i suoi amici, quegli amici con cui ha vissuto la sua pur breve vita e che ora sembrano uomini fatti, duri, pronti a combattere. Quando poi la guerra scoppia nel vicino Ruanda tutto precipita dolorosamente e Gaby capisce che più nulla sarà come prima, a cominciare dalla sua famiglia. E il conseguente strappo sarà doloroso, repentino e insanabile. Piccolo paese racconta con l'incredulità e la difficoltà di accettazione di un bambino, un fenomeno complesso e triviale come la guerra, un fenomeno catastrofico che, a prescindere dai motivi che l'hanno scatenato, presenta truci somiglianze in tutto il mondo e in tutte le epoche. La guerra cambia le persone, le abitudini, le menti, strappa e mutila le vite, stravolge geografie quotidiane e marchia a fondo l'anima di chi l'ha vissuta. Impossibile restare gli stessi.
Gael Faye racconta tutto questo con semplicità, forse troppa semplicità. Piccolo paese è un "bel" libro che consiglio, ma che non mi ha convinto fino in fondo a livello emozionale: ho trovato i primi due terzi troppo inconsistenti, troppo superficiali, in un contrasto realistico, ma troppo stridente con quel che sarebbe venuto dopo. Se l'ultima parte tramortisce – com'è giusto – per la forza delle vicende e vividezza delle descrizioni, il resto del libro scorre via senza coinvolgere, emozionare, colpire. Tuttavia comprendo bene la scelta narrativa dell'autore che, evidentemente, ha voluto rimarcare in modo inequivocabile il contrasto tra i giorni vuoti o al più sereni di Gaby e dei burundesi e le notti perenni della guerra e della violenza. Può piacere o non piacere, ma quello di Faye è certo un modo di raccontare efficace e utile al suo scopo. In definitiva, Piccolo paese ci porta a posare lo sguardo su altre guerre, altre povertà e miserie che crediamo lontane da noi, ma che sono, invece, dietro l'angolo. Anche solo per questo, il libro merita di essere letto.

Opera recensita: "Piccolo paese" di Gael Faye
Editore: Bompiani, 2017
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Burundi-Ruanda
Pagine: 208
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.


venerdì 12 giugno 2020

RECENSIONE: JOHN R. R. TOLKIEN - LO HOBBIT


Sinossi:
Gli hobbit sono (o erano) gente piccola, alta all'incirca la metà di noi, e più bassa dei barbuti nani. Gli hobbit non hanno barba. In loro c'è poco o niente di magico, a parte quella magia di tipo comune e quotidiano che li aiuta a sparire silenziosi e rapidi quando persone ingombranti e stupide come me e voi gli capitano intorno, con un rumore da elefante che essi sono in grado di sentire a un miglio di distanza. Pubblicato per la prima volta nel 1937, «Lo Hobbit» è per i lettori di tutto il mondo il primo capitolo del «Signore degli Anelli», uno dei massimi cicli narrativi del XX secolo. Protagonisti della vicenda sono, per l'appunto, gli hobbit, piccoli esseri «dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari», che vivono con semplicità e saggezza in un idillico scenario di campagna: la Contea. La placida esistenza degli hobbit viene turbata quando il mago Gandalf e tredici nani si presentano alla porta dell'ignaro Bilbo Baggins e lo trascinano in una pericolosa avventura. Lo scopo è la riconquista di un leggendario tesoro, custodito da Smaug, un grande e temibile drago. Bilbo, riluttante, si imbarca nell'impresa, inconsapevole che lungo il cammino s'imbatterà in una strana creatura di nome Gollum.

Commento:
Chi mi legge da un po' ormai lo saprà, dico sempre di non amare il fantasy ed in effetti non mi attira particolarmente. Però, salvo rari casi, le poche volte che mi ci sono avvicinata sono rimasta soddisfatta di ciò che ho letto e devo dire che questa non fa eccezione. Lo Hobbit è un romanzo gradevolissimo che introduce la saga del Signore degli anelli. In apertura facciamo subito la conoscenza di Bilbo Baggins, uno hobbit piccolo, ma molto intelligente ed ingegnoso. Bilbo, con la mansione di scassinatore, viene coinvolto dallo stregone bianco Gandalf in un'avventura tanto strampalata quanto pericolosa: recuperare un tesoro custodito da un feroce drago in cima ad una montagna. Il tesoro apparteneva ai nani e più precisamente al nonno dell'attuale re dei nani che è pronto a riappropriarsi di ciò che gli spetta in compagnia di altri dodici esemplari della specie. Riluttante a lasciarsi coinvolgere e soprattutto ad allontanarsi dalla sua confortevolissima caverna, Bilbo intraprende tuttavia questo viaggio che, insieme ai nani, lo condurrà attraverso terre selvagge e a contatto con creature tra le più strane e diverse, alcune buone come le aquile, altre tremende come i ragni, gli orchi e i lupi. La strada fino al tesoro sarà lunga e impervia e non è detto che, una volta raggiunto, i guai siano finiti.
Un bel libro avventuroso e accattivante, scritto con prosa semplice che induce a proseguire la lettura. Una lettura consigliata e, per quanto mi riguarda, un altro pregiudizio sfatato.

Opera recensita: "Lo Hobbit" di John R. R. Tolkien
Editore: Bompiani, prima ed. 1937
Genere: fantasy
Pagine: 410
Prezzo: 11,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


mercoledì 8 aprile 2020

RECENSIONE: JOHN STEINBECK - LA SANTA ROSSA


Sinossi:
Unico romanzo storico di Steinbeck, «La Santa Rossa» ha per protagonista Henry Morgan, garzone di una fattoria del Galles, che dopo aver ricevuto da un eremita profezie di successo, parte per le Indie Occidentali per realizzare il sogno di diventare un bucaniere e conquistare città e, forse, anche il cuore della bellissima donna chiamata "la Santa Rossa". Una storia di pirati, ricca di battaglie e tranelli per la supremazia sui mari, alla ricerca di ricchezze e donne irraggiungibili, che rientra nella grande tradizione letteraria dei romanzi d'avventura.

Commento:
è una giornata grigia quella in cui il vecchio garzone di casa Morgan ritorna dalle Indie con tante cose da raccontare. Ad ascoltarlo ci sono il vecchio Robert Morgan – il capofamiglia -, sua madre, sua moglie e il giovane Henry. Tutti accolgono le parole e i racconti dell'uomo in modo diverso, ma quello su cui hanno più presa è decisamente Henry: da tempo il giovane soffriva il fatto di non aver fatto, a quindici anni, ancora qualcosa di buono; in lui scalpitava quella smania di fare, di andare, di partire. Così, entro pochi giorni, il giovane lascia casa, famiglia, l'amore per una fanciulla e prende il largo all'avventura. Il mare lo affascina così tanto che prende una decisione: diventerà bucaniere, il migliore dei capitani e dei ladroni. Qualcosa, però, va storto… ma Henry saprà come mettere a frutto la disavventura che gli è capitata e diventerà, presto o tardi, il terrore dei mari, delle isole, delle città. Ma siamo sicuri che ne sarà soddisfatto? Si sarà così placata la sua smania?
Pirati, donne, oro popolano queste pagine, ma sotto l'apparenza di una pur ottima storia d'avventura, sotto la copertura di un buon romanzo storico, Steinbeck crea un personaggio che ci obbliga a riflettere sul peso che diamo ai nostri sogni, su quanto valgano per noi e in senso obiettivo e cosa saremmo disposti a fare per realizzarli. Riflettiamo, poi, su cosa implichi desiderare qualcosa o qualcuno, sulla mediocrità e sulla libertà, sulla relatività dei fini e dei punti di vista. Non è lo Steinbeck di Furore o della Valle dell'Eden, ma è comunque un ottimo Steinbeck, specie se consideriamo che è il suo primo romanzo: il pathos c'è, le descrizioni anche, il ritmo è un po' troppo altalenante, ma la storia appassiona e ripaga i brevi momenti di pausa. Davvero un bel romanzo storico e un'avventura coi fiocchi.

Opera recensita: "La santarossa" di John Steinbeck
Editore: Bompiani, prima ed. originale 1929
Genere: romanzo storico, romanzo d'avventura
Ambientazione: Galles, America, Inghilterra
Pagine: 272
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5
Colonna sonora sperimentata: Ennio Morricone.


sabato 30 marzo 2019

RECENSIONE: YARI SELVETELLA - LE STANZE DELL'ADDIO


Sinossi:
Io ho ricominciato a lavorare. In altri luoghi scrivo, succhio gamberi, respiro foglie balsamiche, faccio l'amore, ma una parte di me è qui, sempre qui, impigliata a un fil di ferro o ha una paura mai vinta, inchiodata per sempre: il puzzo di brodaglia del carrello del vitto, quello pungente dei disinfettanti, il bip del segnalatore del fine-flebo, la porta che si chiude alle mie spalle quando termina l'ora della vita
Così si sente chi di noi vive l'esperienza di una perdita incolmabile: impigliato, inchiodato. Dalle pagine di questo libro affiora il volto vivissimo di una giovane donna, Giovanna De Angelis, madre di tre figli e di molti libri, editor di professione, che si ammala e muore. Il suo compagno la cerca, con la speranza irragionevole degli innamorati, attraverso le stanze - dell'ospedale, della casa, dei ricordi - fino a perdersi. Solo un ragazzo non si sottrae alla fratellanza profonda cui ogni dolore ci chiama e come un Caronte buono gli tende una mano verso la vita che continua a scorrere, che ci chiama in avanti, pronta a rinascere sul ciglio dell'assenza. Yari Selvetella dà voce a un addio che sembra continuamente sfuggire al tentativo di essere pronunciato, come Moby Dick nel fondo del mare, e scrive un kaddish laicissimo eppure pervaso del mistero che ci unisce a coloro che abbiamo amato. Attraverso il labirinto al neon degli ospedali, le stanze chiuse del lutto, il filo tracciato da una penna sul foglio bianco è ancora di salvezza, celebrazione commossa della forza vitale delle parole.

Commento:
Un compagno, tre figli, un lavoro gratificante, vacanze al mare, libri, dischi, cene… vita. Poi un giorno, una bolla sulla tempia, un'altra… codice esenzione 048. E così se ni spegne una donna attiva, vitale, amata. E cosa resta a chi l'amava? Restano i ricordi, il rapporto con la paura, forse i rimorsi; resta tutto ciò che non si è detto, non si è fatto, si sarebbe potuto fare diversamente. E soprattutto resta un grande, gigantesco vuoto e l'impossibilità di rassegnarsi alla perdita. Allora il tempo, la persona, la vita si sdoppia: si riprende a lavorare, ad uscire, a conoscere, ma si cerca ancora, si torna ancora lì dove tutto è finito. Eppure arriva un momento in cui si sente il bisogno di amare, si rivendica il diritto di amare di nuovo. E si accetta quella mano tesa, una fra tante, che inconsapevolmente ritraghetta verso la vita.
Di rado mi è capitato di leggere la perdita raccontata con tanto trasporto: aprendo questo libro ho avuto quasi l'impressione di entrare in una dimensione diversa, fatta di sofferenza, ricordi felici, ricordi dolci e amari, dolori difficili da mandar giù. Una dimensione sofferta, sì, ma viva: le emozioni, i sentimenti provati dall'autore si avvertono tutti, forzano la cortina di distacco che ognuno di noi costruisce verso il dolore altrui, bruciano e segnano. E diventa quasi necessaria la catarsi finale che, inevitabilmente, di riflesso viviamo anche noi. Le stanze dell'addio non è un libro facile, non solo per i temi trattati – la malattia, la morte, la perdita – ma perché è tutto fuorché un libro finto, costruito, pensato per affascinare. Qui i sentimenti sono tanto autentici quanto forti e come tali esigono tempo, cura e rispetto anche da parte di chi crede di star solo leggendo un libro. Una lettura che consiglio proprio per la sua autenticità, oltre che per il fatto che – dal punto di vista meramente letterario - è scritta magnificamente, aspetto tutt'altro che trascurabile.


Opera recensita: "Le stanze dell'addio" di Yari Selvetella
Editore: Bompiani, 2018
Genere: autobiografia
Ambientazione: Roma, Italia
Pagine:
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


domenica 20 gennaio 2019

RECENSIONE: DANYA KUKAFKA - GIRL IN SNOW


Sinossi:
Un parco giochi qualsiasi in una cittadina qualsiasi. La neve è caduta avvolgendo tutto in un silenzio ovattato: le case, le strade, i giochi, il corpo senza vita di Lucinda Hayes. Le indagini a Broomsville rivoltano pietre: sotto la superficie immacolata di una piccola comunità si nasconde un brulicare di segreti e bugie destinati a venire alla luce. Per Cameron, sensibile e bizzarro, Lucinda era la luce del sole. Per Jade era la ragazza perfetta che, forse suo malgrado, le aveva portato via tutto. Per Russ è un penoso caso da risolvere al più presto. Ma Russ è legato a Cameron, e questo non fa che offuscare il suo giudizio. Ciascuno ha le sue ragioni per voler scoprire la verità. Che non può essere una sola.

Commento:
Ecco qui un libro che potenzialmente avrebbe potuto essere un buon thriller corale, ma che ne è un pallido, goffo tentativo: per intenderci, l'idea di base era buona (la vicenda viene raccontata dal punto di vista dei vari protagonisti in un'alternanza ciclica), ma la finalizzazione lo è meno. Lucinda, la classica ragazza perfetta, acclamata, odiata, invidiata, amata, viene ritrovata morta nel parco vicino alla scuola. Il racconto si snoda tra le incerte indagini della polizia - che balbetta fra ricordi del passato e presente tutt'altro che roseo – e i compagni di scuola della ragazza morta, le amiche, i corteggiatori e chi, pur amandola d'un amore profondo e morboso, deve solo accontentarsi di osservarla. Gli elementi per un buon thriller ci sarebbero, ma manca quasi totalmente la tensione narrativa: possibile che su oltre trecento pagine non mi sia mai, mai venuta la voglia di capire chi è l'assassino di Lucinda? Possibile che anche quando il colpevole è stato scoperto io non abbia provato altro che un tenue stupore? Possibile che l'unica cosa degna di un minimo interesse era il racconto di Jade, disadattata e sola? Questo thriller manca di nervo, è lento, piatto, monocorde nonostante le tante voci dei personaggi… no, mi dispiace, ma non lo consiglio.


Opera recensita: "Girl in snow" di Danya Kukafka
Editore: Bompiani, 2017
Genere: thriller
Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 336
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: no
Voto personale: 5.


sabato 8 dicembre 2018

RECENSIONE: JOHN STEINBECK - LA LUNA è TRAMONTATA


Sinossi:
Seconda guerra mondiale. Un piccolo paese della Norvegia viene occupato dall'esercito tedesco senza che gli abitanti riescano a capire la gravità della situazione e senza che possano organizzare qualche forma di opposizione. Dopo lo shock iniziale la piccola comunità imparerà una lezione fondamentale: la forza dell'individuo si basa sull'unione del gruppo. Dopo aver assistito a violenze e tradimenti dell'invasore, si farà strada e si consoliderà lo spirito di indipendenza e rivalsa del gruppo. Prima con sporadiche esecuzioni dei soldati occupanti, poi con una guerriglia sistematica e organizzata, la comunità dimostrerà agli altri e a se stessa che nessuno è vinto finché non si arrende.

Commento:
Questo è uno dei rari casi in cui non ho voglia di dire molto su un libro: non voglio sminuirne con le mie parole la bellezza e la perfezione. Dirò solo, quindi, che "La luna è tramontata" è una delle cose più belle che io abbia mai letto: è breve, ma folgorante, scuote l'anima dall'interno, è un inno alla libertà nella sua essenza più vera.
Sono stati scritti fior di romanzi sulla guerra, pagine e pagine, milioni di parole per analizzarla, raccontarla, spiegarla… ma per capirla veramente basta un libricino di 160 pagine, la storia di un paesino conquistato e dei suoi invasori che ne sono diventati vittime, una vicenda senza luogo e senza tempo che non può lasciare indifferenti. Cosa ci insegna? Che nessuno può mai considerarsi vinto finché non si arrende, sì, ma soprattutto che la guerra vera non è tra le idee, ma tra la gente: riguarda gli uomini, non le strategie militari; si combatte nella quotidianità, non nei piani ad ampio raggio e di  lungo periodo.
Un libro meraviglioso che consiglio a tutti.

Opera recensita: "La luna è tramontata" di John Steinbeck
Editore: Bompiani, prima ed. 1942
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Norvegia (anche se nel romanzo non si fa mai riferimento ad un luogo o un tempo preciso)
Pagine: 159
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 10.


lunedì 3 dicembre 2018

RECENSIONE: JOHN STEINBECK - L'INVERNO DEL NOSTRO SCONTENTO


Sinossi:
Lo Steinbeck del dualismo poveri-ricchi con "L'inverno del nostro scontento" muove decisamente verso la satira di ambiente sociale. Il libro racconta infatti l'avventura morale di un piccolo uomo di provincia, pago del suo modesto destino, che d'improvviso, quasi invasato dalla religione del successo, tesse una trama sottile e tenace attraverso la quale muove alla conquista del potere e della ricchezza, mascherando il proprio arrivismo sotto le più nobili e conformistiche virtù del cittadino medio americano. Incorniciando le gesta di questo eroe in una tipica cittadina marittima del New England, con un altrettanto tipica popolazione di "indigeni" e immigrati di varia origine e ancor più varia mentalità, Steinbeck ci offre un vero e proprio spaccato di quell'America di provincia, gretta e invischiata nel mito del benessere come conquista della felicità, che tanta parte ha avuto nella letteratura statunitense del Novecento.

Commento:
"L'inverno del nostro scontento" racconta la storia di Ethan Hawley e della sua famiglia, una storia fatta di quotidianità sconvolte da un'idea, quella degli affari e del successo – o fortuna come viene spesso chiamata nel libro – che in pochi mesi si impossessa della mente integerrima ed onestissima di Ethan, un commesso di bottega con antenati onorati.
Da uomo retto e incapace della minima irregolarità, Ethan diventa un uomo con una missione: elaborare un piano perfetto per commettere un crimine che gli porterà l'agoniata ricchezza e per porlo in essere semina azioni poco onorevoli lungo la via dell'illegalità. Al momento cruciale, però, qualcosa va storto…
Nel leggere questo libro non si deve commettere l'errore – che io ho commesso – di paragonarlo ad altri capolavori di Steinbeck perché ne esce molto sottotono. Preso di per sé è un buon libro, sottile nell'intreccio e nello stile di scrittura che si adatta e cambia a seconda delle traversie del protagonista. Buon libro, purché non lo si confronti con – faccio per dire – "Furore" o "La valle dell'Eden". Nel complesso direi discreto, una buona caratterizzazione della provincia americana. Comunque consigliato.

Opera recensita: "L'inverno del nostro scontento" di John Steinbeck
Editore: Bompiani, prima ed. 1961
Genere: narrativa americana
Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 200
Prezzo: 11,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.

sabato 25 agosto 2018

RECENSIONE: PETROS MARKARIS - ULTIME DELLA NOTTE (KOSTAS KARITOS 01)


Sinossi:
Il commissario Kostas Karitos vive ad Atene, metropoli sospesa tra Oriente e Occidente, crocevia di immigrati clandestini, ex spie sovietiche e trafficanti d'organi. Karitos tenta comunque di ritagliarsi uno spazio di tranquillità personale, per dedicarsi anche ai propri problemi famigliari. Ma un efferato omicidio lo costringe a scendere in campo, scontrandosi con schegge impazzite di realtà.

Commento:
A qualcuno sembrerà strano, ma certi gialli – specie quelli che fanno parte di una saga e quindi si sa che si ritroveranno i protagonisti – possono risultare rassicuranti.
E' il caso di questo primo romanzo della saga che vede come protagonista Kostas Karitos, commissario della polizia di Atene, tranquillo, assennato, di mezza età, sposato con Adriana e padre di Caterina che studia a Salonicco. Karitos è un personaggio che potrebbe risultare senza infamia né lode, se non avesse delle piccole particolarità che gli permettono, a suo modo, di ricavarsi un ottimo posto nella narrativa gialla moderna. Per cominciare ha un'indole maschilista e – commento personale – non mi piace granché come tratta la moglie… -, legge solo dizionari, ama la cucina greca e in particolare i Sublaki completi; oserei dire che è metereopatico, non gli piacciono le soluzioni facili e prende di petto tutte le situazioni: è tutto ad un pezzo, dà del tu a criminali e testimoni senza troppi problemi affrontandoli direttamente senza cerimonie… Singolare, non c'è dubbio. In questo specifico caso ha avuto a che fare con due omicidi scomodi, una rete di strani traffici e un colpevole assolutamente vicino e insospettabile.
Nel complesso mi sento di consigliare questo romanzo e credo che continuerò la lettura della saga.


opera recensita: "Ultime della notte" di Petros Markaris
Editore: Bompiani, prima ed. originale 1995-prima ed. italiana 2000
Genere: giallo
Ambientazione: Atene
Pagine: 343
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


venerdì 24 agosto 2018

RECENSIONE: JOHN STEINBECK - LA VALLE DELL'EDEN


Sinossi:
Nel paese di Nod, a est de] giardino dell'Eden, dove la progenie di Caino andò a vivere secondo la leggenda biblica e che nel romanzo di John Steinbeck corrisponde simbolicamente alla valle percorsa dal fiume Salinas nella California settentrionale, si intrecciano le storie di due famiglie, gli Hamilton e i Trask. Protagonisti della saga, che va dalla Guerra civile alla Prima guerra mondiale, da una parte il vecchio Samuel Hamilton, immigrato dall'Irlanda; e, dall'altra, Cyrus Trask insieme ai figli Adam e Charles, e ai nipoti Aron e Caleb, gemelli nati dalla misteriosa Cathy Ames, reincarnazione di Eva e di Satana allo stesso tempo, emblema del male nel mondo, con il quale tutti nel corso della lunga vicenda devono misurarsi. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1952 e ora riproposto nella nuova traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, "La valle dell'Eden" è il romanzo in cui Steinbeck ha creato i suoi personaggi più affascinanti e ha esplorato più a fondo i suoi temi ricorrenti: il mistero dell'identità, l'ineffabilità dell'amore e le conseguenze tragiche della mancanza d'affetto. Al tempo stesso saga famigliare e moderna trasposizione del mito, "La valle dell'Eden" è il capolavoro della maturità di Steinbeck, da cui nel 1955 Elia Kazan ha tratto l'omonimo film con James Dean. Introduzione di Luigi Sampietro.

Commento:
Questo è uno dei pochi casi in cui ho la tranquillità di non sbagliare se affermo che questo romanzo è un autentico capolavoro. Avevo già avuto modo di apprezzare molto Steinbeck leggendo "Furore", ma "La valle dell'Eden" mi ha fatto innamorare completamente del suo modo di descrivere e raccontare.
Assumendo come perno del racconto la profonda amicizia tra Samuel Hamilton, Adam Trask e il servitore Lee, Steinbeck traccia un quadro preciso e vivido della realtà di una valle e di una cittadina americana tra la seconda metà dell'Ottocento e la prima guerra mondiale, quadro che non raffigura solo la geografia, la condizione sociale e culturale, la demografia… fa molto di più. Questa è un'opera senza tempo che descrive compiutamente le tante e varie sfaccettature dell'animo umano attraverso personaggi vivi e indimenticabili. La famiglia, l'amore irriducibile tra genitori e figli, la saggezza, il bisogno di amici veri, la necessità di evadere e di seguire un sogno, la volontà di rialzarsi e reinvestire le energie che non si sapeva di avere, la mancanza d'amore e il troppo amore indirizzato in un verso sbagliato, il male e l'odio che corrompe e scava dall'interno… sono queste le tematiche affrontate in quest'opera, tematiche forti, trattate con passione e grande tatto. Non ci si annoia mai leggendo queste pagine che scorrono via appassionandoci alle vicende dei Trask e degli Hamilton, dell'inestimabile Lee e della perfida Caty. I personaggi che più ho amato, per le loro caratteristiche, sono stati indubbiamente Samuel Hamilton e Lee, il prezioso, fedele e saggio servitore e amico dei Trask. Ma ognuno degli uomini e delle donne che incontriamo qui è degno di nota e rappresenta una parte di quello con cui dobbiamo lottare ogni giorno. Romanzo meraviglioso che consiglio caldamente a tutti. Stupendo davvero.

Opera recensita: "La valle dell'Eden" di John Steinbeck
Editore: Bompiani, prima ed. originale 1952
Genere: narrativa americana
Ambientazione: valle del Salinas, California, Stati Uniti
Pagine: 784
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 10.


domenica 7 gennaio 2018

RECENSIONE: JOHN STEINBECK - FURORE


Sinossi:

Pietra miliare della letteratura americana, "Furore" è un romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino

Bompiani l'anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale, nella

nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell'opera di Steinbeck, che restituisce finalmente

ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Nell'odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa

e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un'intera

nazione. L'impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria "come un marchio

d'infamia". Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell'uomo contro l'ingiustizia, "Furore" è forse il più americano dei classici

americani, da leggere oggi in tutta la sua bellezza.

 

Commento:

Angosciante, realistico, attualissimo. “Furore” è con ragione considerato una pietra miliare della letteratura americana e, aggiungo io, mondiale. Sì, perché sebbene racconti la storia della famiglia Joad, una delle tante famiglie che trasmigravano dall’Est all’Ovest degli Stati Uniti in famelica ricerca di un lavoro, di un posto dove stare e di un po’ di dignità, questa storia racconta, in realtà, le storie di tutti gli immigrati del mondo.

Storie di dolore e di coraggio, di tragedie umane e di vita vera, vita di persone senza nome, senza volto, senza tempo. Perché da che mondo e mondo la disperazione, la fame, la voglia di riscatto, l’amor proprio, la necessità di provvedere per sé e per i propri cari, hanno spinto e spingeranno sempre esseri umani a lasciarsi alle spalle una vita di ricordi e a spostarsi per cercare fortuna o anche solo un po’ di stabilità. E’ questo ciò che cercava la famiglia Joad quando lasciò, con nonni, cani e vettovaglie al seguito, la terra nell’Oclahoma da cui era stata scacciata per trasferirsi in California, attraversando a bordo di un camion scalcagnato la Route 66, passando fiumi e deserti per raggiungere il paese dove crescono le arance. Ma una volta giunti miracolosamente a destinazione l’accoglienza non è certo quella che ci si aspetterebbe da chi cerca braccianti per coltivare la sua terra… E le battaglie per sopravvivere non sono finite e non finiranno mai finché sorgerà il sole.

Un capolavoro di umanità, un libro senza tempo che osserva una realtà che tutti conosciamo e la racconta con occhio cinico e realista. Steinbeck alterna nella narrazione le vicende degli Joad e delle digressioni utili per generalizzare e contestualizzare: di solito non amo molto questi intermezzi nel racconto di una storia, ma in questo caso le digressioni sono pezzi di storia perfettamente inseriti nella narrazione e sono utilissimi a fornirci una visione d’insieme. Un libro che consiglio a tutti, anche con un occhio alla situazione che a tutt’oggi viviamo nel nostro paese: leggere queste pagine può aiutare chi ancora ha delle remore verso gli immigrati a capire la loro condizione e forse ad essere un po’ meno duro con i giudizi.

Ad ogni modo, a mio parere “Furore” è un libro bellissimo.

 

Opera recensita: “Furore” di John Steinbeck

Editore: Bompiani, prima ed. 1939

Genere: narrativa americana

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 633 (ed. 2013)

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì.

Voto: 9.

lunedì 18 dicembre 2017

RECENSIONE: STEPHEN KING - SHINING


Sinossi:

L'Overlook, uno strano e imponente albergo che domina le alte montagne del Colorado, è stato teatro di numerosi delitti e suicidi e sembra aver assorbito

forze maligne che vanno al di là di ogni comprensione umana e si manifestano soprattutto d'inverno quando l'albergo chiude e resta isolato per la neve.

Uno scrittore fallito, Jack Torrance, con la moglie Wendy e il figlio Danny di cinque anni, accetta di fare il guardiano invernale all'Overlook ed è allora

che le forze del male si scatenano. Dinanzi a Danny, che è dotato di potere extrasensoriale, lo shine, si materializzano gli orribili fatti accaduti nelle

stanze dell'albergo, ma se il bambino si oppone con forza a insidie e presenze, il padre ne rimane vittima.

 

Commento:

Jack ha da poco perso il lavoro di insegnante a causa di alcuni suoi comportamenti dettati dal vizio dell’alchool, il suo lavoro di scrittore stenta a decollare ed ha una moglie – Wendy – e un figlio di cinque anni – Danny – da mantenere. Così accetta il lavoro di guardiano invernale e si trasferisce con la famiglia all’Hotel Overlook che dovrà custodire da ottobre ad aprile. L’Hotel, isolato dal mondo e situato in cima alle montagne del Colorado che d’inverno si coprono di neve, non gode di buona fama nel circondario: sebbene sia un posto di lusso, un resort esclusivo per celebrità, vanta un passato costellato di eventi macabri, delitti, suicidi, fatti di sangue che non sembrano essere del tutto risolti. Qualcosa si cela nell’albergo e Danny, il figlio di Jack e Wendy, lo sa ancora prima di arrivarci. Perché? Perché Danny capisce le cose, le vede, le sente, prima degli altri: come dice il cuoco dell’albergo, Danny irradia, ha l’aura ed è proprio a lui che punta l’Overlook.

Danny, insieme al cuoco Dick Allorann, è il personaggio più interessante – ma non il più inquietante – del libro: è soggetto a frequenti fenomeni di precognizione di forte intensità, ha un’intelligenza acutissima e una proprietà di linguaggio sorprendente per un bambino della sua età. E’ coraggioso, troppo adulto per i suoi anni e non ci si può non affezionare a lui. Il destino che il suo potere gli ha riservato non è dei più facili ed è costellato di perdite e sofferenze, ma lui è forte e ce la farà, specie se accanto avrà un amico come Dick.

Un libro bellissimo, un thriller-horror inquietante dal quale è difficile staccarsi. La proverbiale capacità di King di descrivere la quotidianità qui non può esprimersi al meglio perché i personaggi non sono moltissimi, ma è compensata da un’immaginazione scatenata che rende “Shining” ai livelli più alti fra le opere di King per suspense ed intreccio narrativo. Bello ed avvincente, lo consiglio agli amanti del genere. Ottimo libro dal quale nel 1980 è stato tratto anche un film diretto da Stanley Kubrick.

 

Opera recensita: “Shining” di Stephen King

Editore: Bompiani, prima ed. 1977

Genere: horror

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 588 (ed. 2014)

Prezzo: 13,00 €

Consigliato: sì.

 

giovedì 7 dicembre 2017

RECENSIONE: UMBERTO ECO - IL NOME DELLA ROSA


Sinossi:

Ultima settimana del novembre 1327. Il novizio Adso da Melk accompagna in un'abbazia dell'alta Italia frate Guglielmo da Baskerville, incaricato di una

sottile e imprecisa missione diplomatica. Ex inquisitore, amico di Guglielmo di Occam e di Marsilio da Padova, frate Guglielmo si trova a dover dipanare

una serie di misteriosi delitti (sette in sette giorni, perpetrati nel chiuso della cinta abbaziale) che insanguinano una biblioteca labirintica e inaccessibile.

Per risolvere il caso, Guglielmo dovrà decifrare indizi di ogni genere, dal comportamento dei santi a quello degli eretici, dalle scritture negromantiche

al linguaggio delle erbe, da manoscritti in lingue ignote alle mosse diplomatiche degli uomini di potere. La soluzione arriverà, forse troppo tardi, in

termini di giorni, forse troppo presto, in termini di secoli.

 

Commento:

Ormai vegliardo, il monaco Adso da Melk affida ad un manoscritto le sue memorie riguardanti una strana storia accaduta nell’ultima settimana di novembre del 1327. Allora novizio, Adso accompagnava il suo maestro, Guglielmo da Baskerville, presso un’abbazia dell’Italia centrosettentrionale, dove doveva tenersi un importante incontro tra le legazioni pontificie e quelle facenti capo all’imperatore; i delegati dovevano discutere di un argomento assai controverso e spinoso: l’eresia. Ma appena arrivato, Guglielmo, che ha giusta fama di uomo saggio e dotto, nonché di ex inquisitore, viene messo a parte di un delitto accaduto nell’abbazia e proprio l’Abbate gli chiede di venirne a capo. I delitti però continuano e la trama si infittisce. Tutto sembra ruotare intorno all’anima stessa dell’abbazia, la biblioteca: si tratta della più grande biblioteca della cristianità, un sancta sanctorum del sapere i cui tesori e soprattutto i cui segreti vanno custoditi gelosamente e difesi con ogni artificio possibile. Tra labirinti, visioni, versi apocalittici e verità molto più terrene, la storia si dipana in un susseguirsi di scoperte che mettono in luce il grado di corruzione, marciume, empietà in cui versa l’Abbazia e l’intera Chiesa.

E’ fondamentalmente questo il quadro che ci viene da quest’opera che è tante cose insieme: è denuncia della corruzione, è lode al sapere universale ed universalmente accessibile, è critica verso una Chiesa troppo attenta alle apparenze ed alle rigide regole piuttosto che alle persone, ai loro sentimenti ed ai loro bisogni.

Tutto questo in un libro impegnativo, pieno, traboccante di sapienza, la cui lettura non è immediata. Ma l’iniziale difficoltà data dal registro alto e dalla presenza di frasi latine e riferimenti filosofici, religiosi e culturali, viene ben presto superata dalla bellezza dell’opera. Un capolavoro intramontabile della letteratura italiana, un libro che dovrebbe essere nella libreria di ogni lettore. Consigliatissimo.

 

Opera recensita: “Il nome della rosa” di Umberto Eco

Editore: Bompiani, prima ed. 1980

Genere: giallo storico, gotico,

Ambientazione: Italia centrosettentrionale, novembre 1327

Pagine: 618 (ed. 2014)

Prezzo: 14,00 € (ed. 2014)

Consigliato: sì.

 

sabato 25 novembre 2017

RECENSIONE: ERICA JONG - PAURA DI VOLARE


Sinossi:

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1973, "Paura di volare" assunse immediatamente le fattezze del caso letterario, tanto che Henry Miller lo salutò come

l'equivalente femminile di "Tropico del cancro". Il romanzo narra le vicende di Isadora Wing, una donna di quasi trent'anni che comincia a intravedere

i segni inesorabili del tempo che passa e si ritrova per la prima volta a fare un bilancio della sua vita. È una donna bella, appassionata e sensuale,

ma con una tremenda paura di se stessa. Paura di fuggire dalle convenzioni di una vita matrimoniale ormai in crisi, ma che la pone al riparo dalle ombre

della solitudine. Sarà l'incontro con Adrian, psicanalista lainghiano e anticonformista, a scuoterla dal torpore delle sue sicurezze. Con humour, grazia

e leggerezza Erica Jong ci racconta la New York radicai degli anni 70 alle prese con il femminismo e la psicanalisi, mentre Isadora, pagina dopo pagina,

acquista sempre più consapevolezza di se stessa insieme alla libertà di vivere lontana da ogni pregiudizio.

 

Commento:

Ecco un romanzo che ha deluso completamente le mie aspettative. Data la fama dell’autrice e di questo libro in particolare, considerato un manifesto del femminismo e della libertà di espressione negli anni 70, ero davvero curiosa di leggerlo, ma ora che, dopo averlo cominciato ed interrotto per ben tre volte, l’ho portato a termine al quarto tentativo sono delusa. Mi aspettavo un romanzo erotico che mi lasciasse un messaggio innovativo, non un flusso di coscienza a base di sesso, fantasie sessuali e insoddisfazione cronica. So di non essere gentile con la protagonista, Isadora Wing, che probabilmente incarnava la donna progressista ma ancora bloccata da se stessa che viveva negli anni sessanta e settanta, so anche che questo libro che a noi oggi può sembrare superato ed inconcludente, quando fu pubblicato costituiva una vera novità nonché un azzardo non indifferente. Pur sapendo tutto questo io non mi sento di consigliarlo ad un lettore o a una lettrice di oggi, perché l’ho trovato troppo kitsch ed a tratti eccessivamente ed immotivatamente volgare… eppure non è il primo romanzo erotico che leggo e non mi scandalizzo di certo.

La protagonista poi, Isadora, non mi è simpatica: è perennemente insoddisfatta, non sa cosa vuole, è eccessivamente umorale, è egoista, impulsiva, piagnucolosa, contraddittoria all’inverosimile. E’ ebrea ma non si sente tale tranne quando si trova in Germania; è sessualmente insaziabile ma basta un niente perché il suo partner del momento non le vada più a genio; è sposata ma cerca un uomo con cui scappar via e quando l’ha trovato non sa decidere se vuole lui o il marito; vuole la libertà ma non sa stare sola… uffffff che fatica di donna! Mi risulta insopportabile e non bastano due pagine di antisemitismo, qualche battuta fintamente femminista o le analisi sulla madre o il primo marito a farmela piacere.

E’ un vero peccato e so di andare controcorrente con la maggior parte delle persone che hanno letto questo libro, ma io decisamente non lo consiglio. Peccato, peccato davvero.

 

Opera recensita: “Paura di volare” di Erica Jong

Editore: Bompiani, prima ed. originale 1973, prima ed. italiana 1978

Genere: narrativa americana – romanzo erotico

Ambientazione: Europa

Pagine: 428 (ed. Bompiani 2013)

Prezzo: 10,50 € (ed. Bompiani 2013)

Consigliato: no.

 

sabato 9 settembre 2017

RECENSIONE: STEPHEN KING - CARRIE


Sinossi:

Carrie è un'adolescente presa di mira dai compagni, ma ha un dono. Può muovere gli oggetti con il potere della mente. Le porte si chiudono. Le candele

si spengono. Un potere che è anche una condanna. E quando, inaspettato, arriva un atto di gentilezza da una delle sue compagne di classe, un'occasione

di normalità in una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei, Carrie spera finalmente in un cambiamento. Ma ecco che il sogno si trasforma in un

incubo, quello che sembrava un dono diventa un'arma di sangue e distruzione che nessuno potrà mai dimenticare. Dal romanzo è tratto il film "Lo sguardo

di Satana".

 

Commento:

“Carrie” è il primo romanzo di Stephen King e si direbbe che con questo libro il Re abbia voluto fare le prove per i romanzi successivi: è abbastanza breve considerati i canoni di King, ma ha tutte le carte in regola per essere un buon libro.

Come al solito King prende una cittadina normale del Maine e pone al suo interno una scheggia impazzita, una ragazzina di sedici anni oggetto degli scherzi, sberleffi, umiliazioni di ogni genere da parte dei suoi compagni e, soprattutto, delle sue compagne sin dalle elementari. Un giorno la situazione precipita, lo scherzo sfocia in una crisi e qualcosa in Carrie si rompe: il suo antico potere latente, la telecinesi, torna a manifestarsi e cresce col passare dei giorni: più cresce la rabbia più cresce il potere. Una delle principali cause della drammatica situazione sociale di Carrie è proprio sua madre, Margareth, la cui profonda religiosità sfocia in uno sfrenato fanatismo che la induce a trattare la figlia come il frutto del peccato, la “progenie del demonio”. E quando, a seguito di un ultimo terribile scherzo, la rabbia di Carrie esploderà, si rivolgerà anche, inesorabilmente, contro di lei. Carrie è la vittima che diventa carnefice, è la personificazione del desiderio distruttivo di chiunque abbia subito un’umiliazione tale da ferire nel profondo. Chi, infatti, sottoposto ad una pressione insostenibile, vedendosi deriso, incompreso e maltrattato, non ha immaginato azioni distruttive? In questo libro King mette per iscritto, con una trama semplice e delle scene affascinanti e spaventose, proprio questi pensieri reconditi che si annidano in ognuno di noi… è questa, ormai lo sappiamo, l’arma segreta del suo successo e della sua bravura.

Libro, inutile dirlo, altamente consigliato.

 

Opera recensita: “Carrie” di Stephen King

Editore: Bompiani, prima ed. 1974

Genere: horror, paranormale

Ambientazione: Maine, Stati Uniti

Pagine: 211

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì.

 

venerdì 30 giugno 2017

RECENSIONE: DESMOND MORRIS - LA SCIMMIA NUDA. STUDIO ZOOLOGICO SULL'ANIMALE UOMO


Sinossi:

Desmond Morris, zoologo famoso per avere studiato a lungo le scimmie, in questo libro divertente, sconvolgente e al tempo stesso rigorosamente scientifico

si è messo a studiare l'uomo. Ma lo ha studiato in quanto scimmia e cioè come l'unico, tra le centonovantatré specie di scimmie, a essere sprovvisto di

peli. Nudo, appunto. Per quanto cerchi di ignorare l'eredità del passato, l'uomo rimane essenzialmente un primate, una scimmia in crisi, che segue nella

vita sessuale e sociale i modelli di comportamento fissati dai suoi antenati scimmioni cacciatori.

 

Commento:

Ammetto che probabilmente non avrei mai letto questo libro se Francesco Gabbani non ne avesse tratto una canzone di successo. Con rammarico, infatti, confesso che non lo conoscevo. Si tratta di un saggio con validità scientifica, nel quale lo zoologo Desmond Morris analizza l’evoluzione dell’animale uomo da primate a scimmione cacciatore a scimmione nudo.

 Quest’evoluzione passa, inevitabilmente, per l’attrazione e l’attività sessuale, qui descritta in modo preciso ed approfondito. Dall’analisi delle reazioni del corpo all’attività sessuale si possono comprendere tante attitudini e tanti comportamenti che adottiamo ogni giorno, anche inconsapevolmente. Quali sono, dunque, le differenze con gli altri primati? Cosa ci rende diversi da loro e perché, secondo quali esigenze, il nostro corpo si è evoluto? Domande, queste, che Morris sonda con rigore scientifico, ma anche con una certa ironia e con molto acume, regalandoci un saggio interessante, comprensibile ed a tratti divertente, cosa assai rara, a dire il vero, in un’opera di divulgazione scientifica.

La conclusione che Morris raggiunge e su cui noi siamo invitati a riflettere è proprio che, nonostante cerchi di nobilitarsi e di evolversi culturalmente, l’uomo risponde sempre ai suoi istinti, anche a quelli più bassi e si evolve di conseguenza. Vi consiglio questo libro? Direi di sì: non è proprio una passeggiata da leggere, ma penso che valga la pena, ovviamente se non vi scandalizzano i chiari e ricorrenti riferimenti sessuali ed anatomici.

 

Opera recensita: “la scimmia nuda” di Desmond Morris

Editore: Bompiani, prima ed. originale 1967

Genere: saggistica

Pagine: 269

Prezzo: 12,00 €

Consigliato: sì.