simposio lettori copertina

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giovedì 30 gennaio 2020

RECENSIONE: JESSICA ANDREWS - ACQUA SALATA


Sinossi:
“Quando il presente comincia a sgretolarsi, c’è spazio per scrivere il futuro”
La vita di Lucy è cambiata molte volte: con le sfuriate e le assenze del padre alcolizzato, con l’ansia e la pena per il fratello sordo, con la bellezza
dei viaggi in Irlanda a casa del nonno. E sembra cambiare definitivamente quando si trasferisce a Londra, per studiare e per vivere lontana dalla provincia,
libera da ogni legame. Ma appena laureata, Lucy volta le spalle a tutto: va in Irlanda, nel Donegal, nella vecchia casa che il nonno le ha lasciato. Si
affida al cielo, al vento, al mare per ritrovare se stessa, e intanto la sua memoria si snoda in racconti brevi e impetuosi come corsi d’acqua. Rivive
l’infanzia, il rapporto profondo che la unisce alla madre, gli amori sbadati, le grandi, fameliche ambizioni della giovinezza. Nella sua corsa verso l’età
adulta Lucy ha scoperto ciò che non vuole essere. E sceglie di ricostruirsi altrove, su fondamenta fatte di ricordi. Brillante, ispirato, poetico, Acqua
salata esplora la complessità dei desideri, la voglia di affermarsi e l’impossibilità di farlo rinunciando alle proprie radici; è il diario intimo e sincero
di una giovane donna che si è persa inseguendo i sogni degli altri e che decide di fermarsi a recuperare i propri, cercando in se stessa la forza di ricominciare,
senza rimpianti.
Questo libro è per chi si disegna le mappe stradali sulla mano prima di uscire, per chi avrebbe fatto carte false per un concerto di Pete Doherty, per
chi beve succo d’arancia in un calice da champagne, e per chi ha scelto di perdere l’equilibrio scoprendo un mondo nuovo nell’ebbrezza della caduta, senza
più rinnegare i propri desideri.

Commento:
Essere donna è difficile, ma diventarlo lo è ancora di più: è arduo, si rischia di perdersi, di non trovare la strada, di trasformarsi in altro da sé, in qualcuno che non conosciamo, in qualcosa di diverso da tutto ciò che sognavamo. E diventando donna, crescendo, ci si lascia dietro pezzi di vita, pezzi di sé, pezzi importanti, fondamentali, di ciò che siamo state. E si cambia tanto, in questa metamorfosi, si ha il tempo di perdere la bussola e di imboccare un altro sentiero, ripido, ma sempre con gli occhi e il cuore al passato, perché se c'è qualcosa da cui nessuna di noi riesce a staccarsi davvero è, volente o nolente, quel ventre caldo che ci ha dato sicurezza quando ancora non dovevamo difenderci dal mondo. Di tutto questo parla, in modo intimo, sincero, spiazzante, sublime, Jessica Andrews: dando voce alle parole di un'ipotetica Lucy che potrebbe anche chiamarsi Maria, Anna, Francesca, Rossella, parla di ciò che alberga - o ha albergato almeno per un po' – in tutte noi. Lo fa creando con parole cristalline immagini evocative che sembrano sgorgare da dentro, da un punto profondo che ci collega con la terra; con forza e poesia descrive la quotidianità della vita di ogni donna – sia essa madre o figlia – con le sue insicurezze, i colpi di testa, il profondo, innato senso di responsabilità che ci induce a farci carico degli altri ed anche con quella forza che, giunte al limite, ci induce a dire No, basta, ed a preservare quell'ultimo scampolo di forza vitale. In tante abbiamo sperimentato la necessità di fuggire da noi stesse per ritrovarci, e fa quasi piacere, quasi rincuora vedere una comunanza di metodi, rifugi, antidoti all'autodistruzione cui vorrebbe condurci il mondo: e così ritroviamo anche in queste pagine il silenzio, il vento, il sole, la terra, l'acqua, la luna… la necessità fisica di cambiare tutto, di spostare il proprio baricentro, di sottrarsi alla frenesia per rifugiarsi nelle piccole cose, di vivere alla giornata, sebbene per un tempo limitato. Acqua salata, in sintesi, è un libro profondo, poetico e dolorosamente vero; un libro per le donne e delle donne, in cui ognuna può trovare qualcosa di sé, fosse anche una frase, di quelle lapidarie e vere, che la Andrews ci lascia lì come sassi per aiutarci a ritrovarci. Lo consiglio? Certo che sì, e lo ripeto, lo consiglio soprattutto alle donne.

Opera recensita: "Acqua salata" di Jessica Andrews
Editore: NN editore, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Inghilterra-Irlanda
Pagine: 272
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


martedì 28 gennaio 2020

RECENSIONE: LJUDMILA PETRUSEVSKAJA-C'ERA UNA VOLTA UNA DONNA CHE CERCò DI UCCIDERE LA FIGLIA DELLA VICINA


Sinossi:
Tra crudo realismo e senso del fantastico una raccolta di storie che reinventa la tradizione di Gogol' e Poe e racconta la Russia contemporanea come se fosse un atroce, fiabesco scherzo del destino.
Una città messa in ginocchio da una violenta epidemia; un colonnello visitato in sogno dalla moglie defunta che gli intima di non sollevarle il velo dal viso; una donna pedinata da un tale che sostiene di essere suo marito. Apparizioni, interventi sovrannaturali, incubi e scherzi del destino. Dai Canti degli slavi orientali, le Allegorie, i Requiem e le Fiabe prorompe una galleria di personaggi sulfurei e vibranti. Tratteggiati col piglio inimitabile dell’enfant terrible della letteratura russa.
Commento:
Sono approdata a questo libro per una pura casualità. Non sapevo davvero cosa aspettarmi, non avevo mai sentito nominare l'autrice… ed è stata davvero una piacevole scoperta. In questa raccolta di racconti Ljudmila Petrusevskaja, una delle maggiori scrittrici russe viventi, ci offre una panoramica di situazioni in divenire, in bilico tra gotico e fiabesco, tra fantasticheria, allucinazione e realtà, con le quali scandaglia senza giudizi né pregiudizi la natura umana e la società di oggi. Lo fa in modo particolare, con la franchezza e insieme l'enigmaticità dei migliori scrittori russi: ci racconta molto, ma lo fa esponendo fatti nudi e crudi, concatenati in evoluzioni imprevedibili e finisce per non dirci, in realtà, nulla di prescritto: tocca a noi interpretare, giungere alle conclusioni, sempre ammesso che ci siano.
Racconti brevi, situazioni intime e grottesche, brividi e risvolti sociologici, con un'abbondante dose di spregiudicatezza narrativa degna di un visionario. La sua è una prosa dinamica, ironica, acuta, tutta da interpretare. Non so perché, ma credo che un'ipotetica conversazione con una donna come la Petrusevskaja sarebbe decisamente illuminante. Non potendo parlarci, però, è stato piacevolissimo leggerla… ovviamente la consiglio a chi cerchi una lettura non scontata e non convenzionale, magari da spezzettare e rimaneggiare nel pensiero.


Opera recensita: "C'era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina" di Ljudmila Petrusevskaja
Editore: Einaudi, 2016
Genere: raccolta di racconti
Ambientazione: Russia
Pagine: 200
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


lunedì 27 gennaio 2020

RECENSIONE: WILLIAM FAULKNER - MENTRE MORIVO


Sinossi:
Un viaggio folle su un barroccio sgangherato, tra inondazioni e fienili in fiamme, sotto i cerchi sempre più stretti degli avvoltoi che accompagnano speranzosi il grottesco funerale di Addie Bundren. Attorno alla bara, ingobbiti nei loro truci destini, assorti ciascuno nel proprio segreto, il marito e i cinque figli. Faulkner scrive questo suo quinto romanzo in sei settimane: è l’estate del 1929, ha trentadue anni, lavora di notte come operaio in una centrale elettrica e ha appena pubblicato una delle sue opere più alte e composite, L’urlo e il furore. E Mentre morivo è un nuovo, ancor più vertiginoso azzardo, poiché in esso Faulkner riesce a ordire una rara, tetra polifonia di voci monologanti, nella quale riconosciamo il suono di un’America primordiale e sino allora muta.
Mentre morivo è apparso per la prima volta nel 1930.

Commento:
Dopo aver letto Luce d'agosto (piaciuto molto) e L'urlo e il furore (piaciuto per niente) avevo bisogno di capire, di farmi un'impressione personale più circostanziata su Faulkner. Così ho letto Mentre morivo… e ho capito che Faulkner non fa per me, non mi piace, non incontra il mio gusto, mi annoia. Mi dispiaccio molto di questo, ma sebbene sia stato più gradevole (di poco) rispetto a L'urlo e il furore, Mentre morivo non mi ha conquistata. La storia è, nei fatti che la compongono, tutto sommato semplice: una famiglia, i Bundren, sgangherata e complicata, è alle prese con un grave lutto e con il conseguente funerale: Addie Bundren, madre e moglie, è dapprima in fin di vita (in apertura del libro), poi trapassa e infine deve essere condotta a Jackson per poter essere sepolta, perché questa era stata la promessa strappata al marito quando ancora Addie era viva e vegeta. C'è, palpabile, lo strazio dei familiari che in alcuni casi si tramuta in ossessione; c'è chi si dà da fare, chi non capisce, chi resta pressoché inerte. Tutti, a loro modo, partecipano e sono coinvolti nel lutto. Ma, come anticipato, i Bundren sono tutt'altro che una famiglia normale e piatta… basti leggere il resoconto del viaggio che da casa li ha portati a Jackson con bara al seguito… qualcosa di folle e grottesco. Ora, sebbene la storia in sé sia stata in qualche misura interessante, ciò che proprio non digerisco è la narrazione, la prosa confusa e frammentata di Faulkner, la sua narrazione corale che, mentre è osannata da pubblico e critica, per i miei gusti opinabilissimi, è un minus per il romanzo. Ripeto, mi dispiace per me perché so di perdermi un autore di valore, ma non riesco ad apprezzare Faulkner. Non so davvero, ad oggi, se leggerò altro di suo. Tuttavia, chi lo conosce ignorerà il mio parere com'è giusto che sia, ma a chi non conosce ancora quest'autore dico di provare, di leggerlo.

Opera recensita: "Mentre morivo" di William Faulkner
Editore: Adelphi, ed. originale 1930
Genere: letteratura americana
Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 231
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 5,5.

domenica 26 gennaio 2020

RECENSIONE: AVA ÓLAFSDóTTIR AUðUR - MISS ISLANDA


Sinossi:
Nell’Islanda degli anni Sessanta una donna dovrebbe solo gestire la casa e occuparsi dei figli. O, al massimo, ambire al titolo di Miss Islanda. E questo vale anche per Hekla, la splendida ragazza che è appena arrivata a Reykjavík da un angolo remoto dell’isola. In tanti le suggeriscono di partecipare al prestigioso concorso di bellezza, ma i suoi sogni non prevedono fornelli, pannolini o coroncine: Hekla vuole diventare una scrittrice. Non basteranno un buon impiego, un gatto o l’amore di un poeta a farle cambiare idea. Perché Hekla, che porta il nome di un vulcano, ha un cuore inquieto e in sé la forza di un fiume di lava incandescente.
Cielo in fiamme, pioggia di cenere, macigni di lava: Hekla è solo una bambina quando suo padre la conduce lontano da casa, fino alle pendici del vulcano di cui porta il nome. È un’eruzione spettacolare che interrompe un secolo di quiete, quella del 1947. Un evento eccezionale per l’Islanda, ma anche per Hekla, che da allora ha negli occhi la meraviglia di chi ha scoperto il mondo e guarda sempre in alto, sperando di scorgere altri cieli. Con quello stesso sguardo sognante, a ventun anni Hekla decide di lasciare i prati di Dalir, tanto vasti quanto sterili per un desiderio come il suo. Perché Hekla vuole diventare una scrittrice, e solo nella capitale potrà frequentare gli ambienti letterari e avere contatti con le case editrici. Hekla ha talento, ma c’è un ostacolo insormontabile: è una donna, e «i poeti sono maschi». Come tutte, Hekla dovrebbe sposarsi e occuparsi dei figli. E soffocare ogni ambizione, come ha fatto Ísey, l’amica d’infanzia sua coetanea, che si è trasferita a Reykjavík per il marito ed è già madre. Quando arriva in città, Hekla va a vivere da DJ Johnsson, il suo piú caro amico, con cui condivide la fame di sogni e libertà. DJ è omosessuale, e sente di non avere un posto in quell’Islanda ottusa degli anni Sessanta, che lo disprezza e lo respinge. Mentre lui lavora come marinaio, la ragazza trova un impiego all’Hotel Borg. Qui la sua bellezza non passa inosservata: uno dei clienti recluta candidate per Miss Islanda e le offre a piú riprese di partecipare al concorso; un altro è il poeta Starkaður, che di lei si è innamorato perdutamente. Ma Hekla ha il coraggio che serve a rifiutare una fascia da Miss o un destino imposto. Perché sa che solo attraverso la scrittura può essere libera, e trovare finalmente una «stanza tutta per sé».

Commento:
Hekla porta il nome di un vulcano, e come un vulcano il suo essere erompe con forza in ogni momento della sua vita: Hekla non è una donna come le altre, non è succube di nessun uomo, non accetta passivamente il destino che tocca in sorte ad ogni donna islandese. Hekla non ci sta a soffocare le sue aspirazioni nella vita da casalinga, né a farsi usare come reginetta di bellezza, palpata, valutata, osservata come la frutta al mercato. Hekla ama i libri, le parole, la libertà: lei non vuole diventare qualcuno, è già una scrittrice. Macina frasi, appunta versi, immagina paesaggi e storie in ogni momento del giorno e della notte, anche mentre è con un uomo. Nessuno se ne accorge, non perché lei nasconda ciò che è, ma perché intorno a lei la società maschilista e intollerante verso qualunque forma di diversità è troppo cieca per vedere. Vedere ed accettare che lei non è come le altre, che non passa le giornate alla finestra con una nidiata di figli accontentandosi di guardare il mondo da dietro un vetro, vedere tutto questo costa troppa fatica… e con chi potrebbe mai affiancarsi una donna come Hekla se non con un'altra anima affetta dal suo stesso cruccio? Se è vero che le anime affini si trovano, sarà questo il motivo per cui Hekla non riesce a staccarsi da DJ Johnsson, il suo migliore amico, un giovane omosessuale: anche e più di Hekla, DJ soffre la sua condizione, soffre per non essere accettato, soffre per non poter vivere la propria sessualità in modo aperto, normale. E come potrebbe non soffrirne? Lo chiamano "l'invertito", quello a cui piacciono i bambini, l'"anormale". Ma Hekla e DJ non ci stanno a sopprimere le proprie inclinazioni senza provare a cambiare le cose: prendono il coraggio a due mani e partono. Non sarà facile, ma loro non faranno come Isey, l'amica di Hekla, che pure ama scrivere, ma che è troppo debole per non sottomettersi all'ottusità del marito. Non sarà facile, no, ma almeno loro due, il vulcano e il marinaio, ci avranno provato.
Un libro ricercato, singolare, studiato. Una prosa fatta di continui richiami colti, alla poesia, alla storia nazionale, alla musica… Ava Ólafsdóttir Auður riesce, in questo libro, a trasmetterci tutta la forza di un'idea di femminilità anticonformista e controcorrente in un periodo in cui esserlo era realmente difficile; lo fa con le parole, con i sottintesi. Non è tutto scritto, in queste pagine: bisogna immedesimarsi, andare al di là delle parole, scavare nel non detto per trovare l'essenza di ciò che l'autrice, raccontando la storia di Hekla, ha voluto dire a tutte noi.


Opera recensita: "Miss Islanda" di Ava Ólafsdóttir Auður
Editore: Einaudi, 2019
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Islanda, anni Sessanta
Pagine: 208
Prezzo: 18,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


SEGNALAZIONE: CLAUDIO SPINOSA - QUORE


Sinossi:
Alchimia e poesia o meglio poesia alchemica questo ciò che quore offre al lettore. Versi dal sapore ermetico a volte criptico che inducono ad un arduo lavoro di introspezione e di sgrossamento. Un percorso alchemico appunto fatto di varie fasi fino alla scoperta e la conoscenza del proprio vero se'. Un libro peculiare nel suo genere.

Più info:
Il libro è acquistabile da amazon, Ibs, La Feltrinelli e tutti gli altri stores.
Si tratta di una raccolta di poesie (non la prima di Claudio Spinosa), perciò il miglior commento non può che essere, appunto, una poesia.

   ANISCAC

Tu
Corpo ammantato di grigio
Beatrice sublime
Nei campi spenti d'inverno
Ci vedremo ostentare
In un cielo
Che a volte volteggia
In vano.

Opera recensita: "Quore" di Claudio Spinosa
Editore: Officina poetica, 2019
Genere: raccolta di poesie
Pagine: 132
Prezzo: 11,00 €


venerdì 24 gennaio 2020

RECENSIONE: ALAFAIR BURKE - SORELLE SBAGLIATE


Sinossi:
Chloe è la più giovane delle sorelle Taylor, ma è sempre stata la più amata, forse perché nella sua vita tutto è sempre apparso sotto controllo. Invece Nicky… La scapestrata Nicky. Quella che ha sempre combinato tanti casini. Che ha sempre bevuto un po' troppo. Che ha sposato d'impulso il giovane avvocato Adam Macintosh e ha avuto un bambino, ma non sa essere né moglie né madre.
Oggi, Chloe e Nicky sono due perfette estranee. Nicky è rimasta a Cleveland, sola. Chloe lavora a New York in un importante giornale di moda. Ce l'ha fatta. Non solo: si è presa qualcosa che apparteneva a Nicky. È stato più forte di loro: lei e Adam si sono innamorati. D'altra parte Nicky, quella volta, l'aveva fatta grossa, e quando Adam ha visto il suo bambino in pericolo, ha deciso che era troppo.
Adesso Chloe e Adam sono sposati, e insieme stanno crescendo Ethan, il figlio che Nicky non ha saputo amare. Ma quando Adam viene trovato morto sul pavimento della loro casa di vacanza negli Hamptons, una serie di dubbi comincia ad affacciarsi nella vita di Chloe. Dubbi sul marito, che ultimamente era sempre più reticente a parlare del proprio lavoro. Dubbi sul figlio, che l'adolescenza ha decisamente messo in crisi. E perfino dubbi su se stessa. Perché la verità è molto più di quello che l'apparenza lascia credere. E la vita troppo spesso ci fa dimenticare le cose più vere.
Il nuovo grande thriller dell'autrice de La ragazza nel parco è semplicemente un vortice di sorprese, da cui non saprete staccarvi.

Commento:
Sorelle sbagliate è un thriller che definirei cauto: non eccede mai in niente, né nel suscitare tensione, né nell'approfondire questioni scottanti che pure tratta o vorrebbe trattare, ma lo fa in modo superficiale. Quali? Sicuramente la questione della violenza sulle donne che pervade tutto il romanzo, ma che viene affrontata, a mio parere, in modo poco incisivo, viene quasi sommersa dagli altri temi affrontati. E quindi, violenza sulle donne, adolescenza difficile, odio sui social, rapporto conflittuale tra sorelle, crisi coniugale, uomini insoddisfatti, alcolismo… tutto insieme in un unico libro. Detto questo, sicuramente Sorelle sbagliate non è un brutto thriller: è solo un thriller in cui non succede quasi niente e ciò che succede passa quasi come evento normale… tensione zero, colpo di scena non pervenuto, brivido neanche a parlarne. È un'ottima lettura estiva, questo sì, perché scorre e tiene accesa l'attenzione senza però stancare il lettore o fargli aumentare la sudorazione per qualche scena di panico assoluto. È un thriller che parla di troppe cose, con personaggi tutto sommato ben delineati, ma che non si fa ricordare per nulla di particolare. Lo consiglio? Sì e no… dipende da cosa cercate in un thriller! Per quanto mi riguarda, è il primo che leggo di quest'autrice e non mi ha fatto venire voglia di conoscerla meglio. Vedremo, questo è discreto, niente di più.

Opera recensita: "Sorelle sbagliate" di Alafair Burke
Editore: Piemme, 2019
Genere: thriller
Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 304
Prezzo: 19,50 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 7.


mercoledì 22 gennaio 2020

RECENSIONE: VIOLA ARDONE - IL TRENO DEI BAMBINI


Sinossi:
È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l'intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un'iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l'ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un'Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c'è altro modo per crescere.

Commento:
Ho divorato questo libro in mezza giornata e per molte ore dopo averlo terminato non sono riuscita a buttar giù nulla, né le parole da scrivere qui, né il groppo pesantissimo delle emozioni che mi ha suscitato. Il treno dei bambini è un libro commovente e folgorante: commovente perché racconta una storia quasi sconosciuta che, invece, ha molto da dire sull'Italia del secondo dopoguerra e sul senso vero delle parole accoglienza, solidarietà, dignità, povertà, rete e impegno politico; folgorante perché dalla prima all'ultima parola ci regala una scossa salutare di energia positiva, senso di comunità, stimoli di riflessione. Con la sicurezza che viene dalla conoscenza e dalla necessità di tirar fuori una storia bruciante, Viola Ardone ci racconta le vicende di Amerigo e di tanti bambini come lui che, dai vicoli di Napoli, partono in treno verso il Nord più ricco ed ospitale. Si trattò di un'iniziativa solidale creata dal Partito Comunista e sviluppatasi a livello nazionale in una rete di accoglienza organizzata: per alcuni mesi diverse famiglie dell'Emilia-Romagna accolsero bambini provenienti dal Sud, perché anche loro potessero avere l'opportunità di godere dei diritti basilari come la corretta alimentazione, l'istruzione elementare, una possibilità di trovare le loro inclinazioni, il calore di una famiglia allargata e unita. Non che quei bambini una famiglia non ce l'avessero, anzi era molto difficile per i genitori lasciar partire i figli, ma con coraggio queste donne e questi uomini si privavano del calore dei figli per qualche tempo pur di garantire loro, se pure per un tempo limitato, quel benessere che è ben lungi dall'essere ricchezza, ma fa vivere meglio, più caldi e più felici. Alcuni bambini, poi, decisero anche di rimanere su, nelle case che li avevano ospitati, altri tornarono a casa prima del previsto perché la nostalgia era troppo forte, tutti però conservarono nel cuore quell'esperienza meravigliosa e anche a distanza di decenni avrebbero ricordato il buon cuore, l'accoglienza, il calore di chi li aveva ospitati spesso trattandoli come figli propri. La storia di Amerigo, poi, è particolare e merita da sola una lettura e una riflessione più profonda… basti sapere, per ora, che sarà lui a raccontarci sensazioni, paure, stupore, gioia e dolore di un bambino che dapprima non capisce perché debba andarsene, poi scopre di trovarsi bene e poi di avere il cuore spezzato in due, mezzo a Modena e mezzo a Napoli.
Non è facile dire poco su questo libro, vorrei poter dire di più, ma sarebbe veramente un peccato rovinarvi il piacere della lettura… dico solo questo: questo libro parla di noi, dell'Italia, degli italiani veri, quelli che troppo spesso dimentichiamo di essere. Leggetelo, non ve ne pentirete.

Opera recensita: "Il treno dei bambini" di Viola Ardone
Editore: Einaudi, 2019
Genere: romanzo di formazione
Ambientazione: Napoli-Modena, 1946-1994
Pagine: 248
Prezzo: 17,50 €
Consigliato: assolutamente sì
Voto personale: 10.