simposio lettori copertina

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sabato 3 luglio 2021

RECENSIONE: VALENTINA MIRA - X

                Sinossi:

X è un romanzo e una lettera. Valentina scrive al fratello con cui non parla da anni per raccontargli quello che ne è stato di lei e soprattutto quello che non ha avuto il coraggio di dirgli in passato. Torna all’estate del 2010, l’estate della sua maturità. C’è una festa, alcol e nelle casse la musica degli ZetaZeroAlfa, band di riferimento di CasaPound. La musica l’ha messa G., amico di tutti lì, anche di Valentina, ottimo studente della scuola cattolica nonostante la celtica al collo (è pur sempre una croce, del resto, e in quell’ambiente non è grave quanto un orecchino indossato da un ragazzo). G. quella notte diventa uno stupratore. Uno stupratore normale in un quartiere normale di un paese normale: nessun mostro, nessuna martire, nessun livido, solo un po’ di sangue sul letto. Valentina non lo denuncerà mai. Esattamente come il novanta per cento delle donne che sono state violentate, quel danno resta taciuto per anni. Con un’unica eccezione, un solo confidente, suo fratello che tuttavia non le crede. Al contrario, si allontana da lei e rimane amico di G., lo stupratore. Dopo quasi dieci anni Valentina decide di riprendersi la propria storia, di spezzare l’omertà e ribaltare la vergogna, dalla violentata al violentatore, restituendola a lui. È questo che ci racconta Valentina Mira in X: il tabù e lo stigma che accompagnano lo stupro, la violenza che porta a sentire il proprio corpo come estraneo. La necessità di una reazione. Scrive un canto di Natale per il fratello che non le ha creduto, lo porta indietro con sé in quella festa di molti anni prima, e poi nel presente in cui nulla funziona perché la violenza è sistemica e non una sfortunata eccezione, infine in un futuro che vede nel diritto a difendersi e ad aggredire l’unica via. Un romanzo di una forza e di una franchezza senza precedenti in cui la potenza letteraria e di racconto lascia disarmati.

 

Commento:

Stupro, violenza, tabù. Di questo e di molto altro parla Valentina Mira in queste pagine. Lo fa con cognizione di causa perché la storia che racconta è la sua, è parte della sua vita; lo fa perché prima o poi arriva il momento di liberarsi, di cercare le parole, di trovare dentro di sé la voce e la forza per urlare il proprio dolore, la rabbia, la frustrazione, il rifiuto di accettare ogni giorno quello che si era già rifiutato ab origine. Stupro, violenza, tabù… tre parole che indicano una cosa sola: negazione della libertà, rifiuto di ascoltare, irreparabilità, umiliazione, dolore taciuto, occultato, ma sempre bruciante perché troppo grande, troppo ingiusto, troppo vero. Vero come vera è questa storia, vero come il sangue su quel lenzuolo dopo troppi no rimasti inascoltati, vero come i chili persi da una ragazza di diciannove anni che di colpo smette di mangiare, di ridere, di parlare; vero come il vuoto lasciato da un fratello che prima completava un tutto fatto di due persone inseparabili ed ora fa sentire tutta la sua assenza ostile; vero come il prezzo pagato per non aver denunciato, per aver stretto un patto di non belligeranza dal quale la vittima ha perso ancora ed è vittima due, dieci, cento volte.

Con penna vibrante e sguardo lucido, Valentina Mira conduce noi e se stessa attraverso il racconto doloroso e agghiacciante di uno stupro avvenuto nella normalità di una festa post maturità, in una sera d'estate romana, fra alcool, scherzi, flirt giocosi e conversazioni letterarie. Ed è necessario, leggendo questa storia, riflettere una volta in più su cosa sia, davvero, la violenza, su cosa si possa, davvero, definire stupro: non è necessario che ci sia un vicolo buio, un coltello, un aggressore sconosciuto perché si parli di stupro. La violenza viene dal mancato consenso, viene dal rifiuto inascoltato, da quel no interpretato arbitrariamente come un sì. Una storia che non avremmo voluto leggere perché non avremmo voluto che si verificasse. Una storia come troppe, con cui siamo obbligati a fare i conti… tutti, uomini e donne.

 

 

Opera recensita: "X" di Valentina Mira

Editore: Fandango, 2021

Genere: romanzo epistolare, autobiografia

Ambientazione: Roma

Pagine: 192

Prezzo: 15,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

  

domenica 10 gennaio 2021

RECENSIONE: HORACIO VERBITSKY - L'ISOLA DEL SILENZIO

Sinossi:

Buenos Aires, settembre 1979. Prima dell’ispezione della Commissione interamericana per i diritti umani viene smantellato in poche ore il centro di detenzione clandestina per gli oppositori politici costituito all’interno della Scuola di Meccanica della Marina. Nella notte, tutti i detenuti sono trasferiti in un’isola dell’arcipelago del Tigre, fino ad allora utilizzata come luogo di riposo dal Cardinale di Buenos Aires. Ad accogliere i prigionieri un cartello: El Silencio. Nell’isola di El Silencio i detenuti saranno vittime di un misterioso programma di “disintossicazione e rieducazione”. Attraverso le agghiaccianti testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti dei desaparecidos, Horacio Verbitsky – uno dei più autorevoli giornalisti argentini, impegnato a denunciare i crimini del regime militare – ricostruisce per la prima volta la storia di questo terribile campo di concentramento finora nascosto al mondo. Con una prosa avvincente, Verbitsky parte da El Silencio per svelare retroscena inediti del rapporto che ci fu negli anni della “guerra sporca” argentina tra il regime militare e le gerarchie ecclesiastiche. L’inchiesta, che ha suscitato enorme clamore in Argentina, incrocia alcune delle figure più importanti del Vaticano, dal nunzio apostolico Pio Laghi al cardinale Jorge Bergoglio, fino ad analizzare il ruolo di Papa Paolo VI. Dopo aver raccolto nel suo precedente libro Il volo la sconvolgente confessione di Adolfo Scilingo, che eliminò numerosi oppositori politici lanciandoli in mare dagli aerei, Verbitsky firma una nuova, coraggiosa e documentata inchiesta che getta luce sull’assordante silenzio della Chiesa rispetto ad una delle pagine più drammatiche della storia del Novecento.

 

Commento:

Esce oggi, per Fandango libri, la nuova edizione di questa inchiesta dettagliata, importante ed inquietante in cui il giornalista Horacio Verbitsky ripercorre con precisione spietata gli anni della Guerra sporca e della dittatura militare in Argentina. Furono anni bui, quelli, per l'Argentina, ma non solo: sono molte le personalità e le istituzioni coinvolte a vario titolo nei crimini commessi dai militari in quegli anni. Verbitsky non può non soffermarsi, per l'importanza che ebbe e per quanto è sconvolgente, sul ruolo della Chiesa a vari livelli, dai semplici sacerdoti, ai gesuiti, alle alte sfere vaticane: in tanti sapevano, speculavano, servivano due padroni o forse uno solo, loro stessi. In particolare viene in luce la doppiezza, purtroppo/per fortuna documentata e dimostrata, di figure universalmente note come Jorge Bergoglio. Non solo la Chiesa, tuttavia, figura fra i complici della persecuzione posta in essere dal regime nei confronti di oppositori, militanti o semplici cittadini attivisti: Verbitsky ci guida attraverso le maglie di una tela intricatissima nella quale in troppi hanno finito per perdersi. L'isola del silenzio è un libro interessante, incalzante, molto preciso, quasi tecnico, però presenta un problema: non può essere letto se si è completamente digiuni di ciò che accadde in Argentina negli anni Settanta ed Ottanta. Il libro non contestualizza, non analizza come si arrivò alla dittatura, cosa c'era prima e chi effettivamente governava il Paese in quegli anni. Occorre, perciò, prima di addentrarsi in questa lettura, avere un'infarinatura storica del periodo, dopo di che, questa è una lettura ottima.

 

 

Opera recensita: "L'isola del silenzio" di Horacio Verbitsky

Editore: Fandango, 2021

Genere: reportage

Ambientazione: Argentina

Pagine: 224

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5.

      

giovedì 26 novembre 2020

RECENSIONE: CLAUDIO FAVA & MICHELE GAMBINO - L'ISOLA

            Sinossi:

Sono gli inizi di ottobre, il giornalista Luca Banti è in arrivo a Lampedusa per seguire una pista: è convinto che la strage di 366 migranti avvenuta un anno prima davanti all’isola sia da imputare a un errore del comandante della Guardia costiera, il tenente Camarda. In quelle stesse ore, sulle coste della Libia, centinaia di uomini vestiti di nero e armati come un esercito si stanno imbarcando su dei pescherecci diretti verso Lampedusa. Sono i Leoni del Jihad, un gruppo terroristico pronto a invadere l’isola nel nome di Allah. A guidarli è l’Emiro Yussuf al-Mutlak: in una manciata di ore i suoi uomini sgominano le difese dell’isola, impongono la shari‘a, dividono gli uomini dalle donne, compiono esecuzioni di massa riprese e subito caricate in rete. Sotto gli occhi atterriti dell’Occidente l’isola diventa il primo territorio europeo sottomesso al fondamentalismo islamico. Appena le immagini di quello che sta succedendo a Lampedusa rimbalzano in rete, il governo italiano si prepara allo sbarco spalleggiato dai governi del g8, ma non tutto andrà come previsto. In un susseguirsi di crudi eventi mozzafiato Claudio Fava e Michele Gambino mettono in scena una galleria di personaggi indimenticabili, e raccontano la guerra santa che potrebbe scatenarsi sulle nostre coste, la fragilità della politica, la rassegnazione e il coraggio di chi si trova su quell’isola. E vuole disperatamente salvarsi la vita.

 

Commento:

Ci sono proprio tutti, in questo bel thriller politico,  gli attori che, prevedibilmente, svolgerebbero un qualche ruolo se, Dio non voglia, dovessimo precipitare in uno scenario come quello descritto in queste pagine. Quella che Claudio Fava e Michele Gambino ci prospettano è probabilmente la scena ipotetica che infesta le nostre paure ad ogni attentato, scaramuccia, rappresaglia dell'Isis: che il luogo dove viviamo, ci troviamo di passaggio per lavoro o stiamo trascorrendo beatamente le nostre vacanze venga attaccato e che noi, proprio noi, ci ritroviamo nel bel mezzo della carneficina. Riescono benissimo, gli autori, a catapultarci nel bel mezzo dell'assalto armato e dell'occupazione dell'isola di Lampedusa ad opera di un gruppo, numeroso e ben organizzato, di miliziani, i Leoni del Jihad. Riescono persino ad intercettare i timori più reconditi, quelli che ci fanno diffidare del vicino o del primo forestiero che incontriamo fra le solite facce che siamo abituati ad incrociare: che qualcuno aiuti gli invasori dall'interno, che ci siano dei complici, che non ci si possa fidare di nessuno. La tensione scorre costante in più di quattrocento pagine di adrenalina che, tuttavia, lascia il tempo di riflettere, tra un attacco e una sparatoria, sulla fragilità del sistema avvitato su se stesso mentre persegue molteplici interessi che nascondono neanche troppo bene l'egoismo di ognuno… riflettiamo sull'ingegno e l'astuzia di chi si trova in difficoltà e sa che deve salvarsi da solo; ammiriamo piccati il formarsi di amicizie e gruppi cooperativi tra chi deve sopravvivere e cercare di salvare il salvabile. Così una compagnia variegata e mal assortita che prima d'ora neanche si conosceva o, al più, si malignava, diventa un affiatato esercito di liberazione, coordinato sebbene insufficiente, con un obiettivo unico e condiviso: restare vivi. Un thriller politico scritto in modo immediato, diretto, semplice e di grande impatto, questo di Gambino e Fava, che si divora fra la curiosità di sapere come agiranno e reagiranno i vari fronti impegnati in questa inattesa lotta per la sopravvivenza, e lo sgomento naturale che non possiamo non provare quando scopriamo che non siamo gli unici a custodire nella mente certe paure e che, purtroppo, gli scenari prospettati sono più verosimili di quanto si auspicherebbe.

Un plauso va agli autori che sono riusciti nell'impresa non facile di unificare voci e stili narrativi rendendo il romanzo un unicum piacevolissimo da leggere, nonché a rappresentare con semplicità e nitidezza una situazione estremamente complessa mettendo a nudo le paure, le imperfezioni i sentimenti contrastanti di cui è vittima l'essere umano. Un'ottima lettura che intercetta paure e pericoli sin troppo attuali. Consigliato.

 

Opera recensita: "L'isola" di Michele Gambino e Claudio Fava

Editore: Fandango libri, 2020

Genere: thriller politico

Ambientazione: Lampedusa

Pagine: 432

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

      

sabato 29 agosto 2020

RECENSIONE: NAWAL AL-SA'DAWI - L'AMORE AI TEMPI DEL PETROLIO


Sinossi:
In un paese africano senza nome una donna è partita e non è mai più tornata. Era un’archeologa e aveva una passione per la ricerca delle mummie, non indossava il velo, amava il suo lavoro, era emancipata. Perché è sparita? Qualcuno l’ha costretta o è stata una libera scelta? È davvero scomparsa? L’amore ai tempi del petrolio di Nawal al- Sa‘dawi, uscito in Egitto nel 2011, è un giallo che racconta la condizione femminile non solo nei paesi autoritari ma in ogni società. Forse proprio questo ha spinto l’autrice a non utilizzare nomi, ma solo categorie – donne e uomini – affinché l’immedesimazione potesse essere totale. Donne sottomesse al lavoro, donne che lavorano anche più degli uomini ma senza uno stipendio, che viene invece pagato all’uomo con cui condividono il letto e la casa, a cui sono costrette a dire sempre di sì. Donne omologate. Donne dominate socialmente, economicamente e culturalmente. In questa terra di tirannia le relazioni sociali sono influenzate dal petrolio e dalla sua potenza, che riduce l’intero paese in schiavitù, dipendente da una forza esterna onnipresente. Critica feroce a Mubarak allora saldamente al potere e al suo governo fortemente condizionato da ingerenze esterne, duro attacco alle donne e alla loro paura di andare contro quel che ritengono un destino già scritto e immodificabile, questo romanzo è un’invettiva contro chi tenta di cancellare la storia, non a caso le statue che rappresentano divinità femminili vengono trasformate in divinità maschili… Ma è anche un viaggio onirico: l’archeologa alterna momenti di veglia al sogno, proprio per non essere assorbita dalla vischiosa e torbida monarchia del petrolio, e il lettore la segue incantato rifugiandosi nel suo mondo immaginario fatto di infiniti tentativi di fuga.

Commento:
L'amore ai tempi del petrolio è un libro che dipinge un quadro a tinte foschissime, nero petrolio, della condizione femminile non solo in Egitto, ma in ogni società governata dal capitalismo di cui il petrolio è il simbolo. È un libro assurdo, folle, visionario, surreale, onirico, irriverente, sfacciato. E lo è volutamente: l'autrice, la psichiatra simbolo del femminismo arabo Nawal Al-Sa'dawi, attinge alla sua vita e alla sua esperienza di donna e professionista egiziana per raccontare la vita di una donna emancipata che scompare in una vacanza da cui non fa più ritorno. All'inizio della storia pare che questa vacanza sia stata da lei voluta, cercata, auspicata, imposta, ma ben presto non si è più certi che sia stata una sua scelta e che non vi sia stata, invece, obbligata. A dire il vero, non si è più sicuri di niente: la donna, che volutamente non ha un nome come non ce l'ha nessuno delle figure che ritroviamo in queste pagine, era partita alla ricerca delle dee, con il suo scalpello da archeologa, la sua borsa e il suo volto scoperto. Si ritroverà prigioniera su un'isola-giacimento di petrolio, con un uomo come carceriere, padrone, amante, con altre donne prima ostili, poi solidali. Dal momento in cui incontra l'uomo, a noi lettori non è dato capire più nulla del corso della vita della donna: i momenti presenti si intrecciano e si confondono con i sogni, i flash-back, le visioni, i desideri in un guazzabuglio di immagini sempre più cupe, sempre più nere. Su tutto domina una costante: la necessità di fuggire, fuggire da lì, dalla prigionia, dalla tirannia dell'azienda che obbliga le donne a trasportare sul capo i barili di petrolio incandescenti; ma anche fuggire dalla vita di prima, dal matrimonio, dall'egemonia del capo del dipartimento… In definitiva, ciò che emerge è proprio l'assoluto bisogno di libertà della donna, di tutte le donne, che queste possono raggiungere solo coalizzandosi, aiutandosi, unendosi nella ribellione. Pagine difficili da seguire, da leggere, da decifrare, pagine tuttavia importanti perché nascondono un messaggio forte che emerge dal marasma delle scene della storia: la donna non esiste in funzione dell'uomo, ma è un essere pensante, libero e unico, a dispetto delle diagnosi, delle etichette, delle gabbie e delle catene. Ve lo consiglio? Non lo so, fate voi… non credo possa piacere a tutti, ma di certo è un'esperienza di lettura importante: Nawal Al-Sa'dawi trova comunque il modo di farci arrivare la sua voce, forte, chiara e impossibile da ignorare.

Opera recensita: "L'amore ai tempi del petrolio" di Nawal Al-Sa'dawi
Editore: Fandango, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Africa
Pagine: 176
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 7.


giovedì 25 giugno 2020

RECENSIONE: CARLA FIORENTINO - I TONNI NON NUOTANO IN SCATOLA


Sinossi:
Violetta detta Vetta, giornalista di viaggi in una redazione romana, si è fatta spedire dal suo capo nell’isola della sua infanzia, Carloforte, dopo aver trovato nella giacca del fidanzato una scatoletta: una scatoletta da anello di fidanzamento. Terrorizzata dalla prospettiva del matrimonio, oltre che dal tradimento di Federico con cui si erano sempre detti che mai e poi mai si sarebbero convinti a quel “mercimonio orrendo”, Vetta approda sull’isola pronta a scrivere un reportage leggero sulla tonnara e a godersi qualche giorno da sola, immersa nei colori e nei sapori che tanto le sono mancati. Il suo cicerone è Pietro, sommozzatore silenzioso e affascinante che accetta di portarla con sé durante la mattanza, dopo aver casualmente diviso con lei un piatto di “cascà”. Solo che quello che doveva essere un innocuo reportage si trasforma in un’indagine piena di misteri, dal momento in cui Vetta in mezzo ai tonni intravede il corpo di una donna e urla. Tutti sull’isola tentano di distoglierla dal cercare la verità, da Tango – lo spinone di Pietro – che sembra quasi pedinarla a Caterinetta, l’anziana proprietaria della casa in cui alloggia, che la mette in guardia dal paese che tutto sa e che se vuole nasconde. Dopo il brillante esordio Che cosa fanno i cucù nelle mezz’ore Carla Fiorentino torna al romanzo, scegliendo la sua Sardegna, terra burbera e riservata, e uno dei suoi riti più antichi come ambientazione, la tonnara. Un romanzo avvincente che ha il colore smeraldo del mare e l’odore rosso del sangue, in grado di coniugare risate e lacrime attraverso una galleria di personaggi che restano nel cuore.

Commento:
Non capita tutti i giorni di terminare una lettura e di chiudere il libro con dentro un profondo, viscerale senso di soddisfazione. Quando succede, ve l'assicuro, si avrebbe voglia di aprire la finestra e urlare ai quattro venti:"Ehi, leggete questo libro, è proprio bello, l'ho scoperto io!". A parte la botta di sole salentino e il TSO assicurato, è proprio quello che avrei voluto fare qualche ora fa per I tonni non nuotano in scatola di Carla Fiorentino, approdato proprio oggi sugli scaffali fisici e virtuali grazie a Fandango libri.
Come non empatizzare con Vetta, giornalista romana giunta sull'isola della sua infanzia, in fuga da un anello che vede come un tradimento? Come non comprendere la sua curiosità davanti a una storia affascinante o appena un po' misteriosa? Curiosità che, ovviamente, non può non diventare insistente quando, rimediato quasi a forza un invito in barca per vedere la tonnara, vede un corpo di donna in mezzo ai tonni. Il paese di Carloforte, però, sembra non darle credito, non dar peso a questa sua quantomeno insolita visione, a cominciare dal suo taciturno e apparentemente inaccessibile accompagnatore, Pietro. Pietro che, dal canto suo, nasconde anche lui una storia interessante, sebbene dolorosa. Insomma, quanto più Vetta chiede e cerca di reperire informazioni sui troppi misteri dell'isola, tanto più questa si chiude a riccio, stordendola con le sue bellezze e con sempre nuovi intrighi. Il risultato è che quello che avrebbe dovuto essere un reportage di viaggio scritto per fuggire da una domanda ingombrante diventa un rompicapo bello e buono, che presenta, tra l'altro, dei rischi concreti. C'è qualcuno che non vuole che Vetta s'immischi, che rimesti il pentolone delle vecchie storie, che sparga sale su ferite che continuano a bruciare… e fa di tutto perché lei parta. Ma Vetta è testarda e agguerrita e, tra un bagno nelle acque gelide di quel mare favoloso e un pranzo a base di cascà e focaccia, verrà a capo di quella che sembra proprio una bella, sebbene triste, storia.
I tonni non nuotano in scatola è un libro delizioso, leggero eppure profondo, in cui si è letteralmente sommersi da un profluvio di colori, profumi, sensazioni da vivere pienamente. E poi la verve di Vetta è irresistibile e non potrà non conquistarvi! Insomma, veramente una lettura consigliata, adatta all'estate, per chi, oltre che tra le onde, vuole perdersi anche tra le pagine di una bella storia.



Opera recensita: "I tonni non nuotano in scatola" di Carla Fiorentino
Editore: Fandango, 2020
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Sardegna
Pagine: 208
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9
Colonna sonora sperimentata: Pino Mango.

giovedì 26 marzo 2020

COMMENTO: JONATHAN BAZZI - FEBBRE


Sinossi:
Jonathan ha 31 anni nel 2016, un giorno qualsiasi di gennaio gli viene la febbre e non va più via, una febbretta, costante, spossante, che lo ghiaccia quando esce, lo fa sudare di notte quasi nelle vene avesse acqua invece che sangue. Aspetta un mese, due, cerca di capire, fa analisi, ha pronta grazie alla rete un’infinità di autodiagnosi, pensa di avere una malattia incurabile, mortale, pensa di essere all’ultimo stadio. La sua paranoia continua fino al giorno in cui non arriva il test dell’HIV e la realtà si rivela: Jonathan è sieropositivo, non sta morendo, quasi è sollevato. A partire dal d-day che ha cambiato la sua vita con una diagnosi definitiva, l’autore ci accompagna indietro nel tempo, all’origine della sua storia, nella periferia in cui è cresciuto, Rozzano – o Rozzangeles –, il Bronx del Sud (di Milano), la terra di origine dei rapper, di Fedez e di Mahmood, il paese dei tossici, degli operai, delle famiglie venute dal Sud per lavori da poveri, dei tamarri, dei delinquenti, della gente seguita dagli assistenti sociali, dove le case sono alveari e gli affitti sono bassi, dove si parla un pidgin di milanese, siciliano e napoletano. Dai cui confini nessuno esce mai, nessuno studia, al massimo si fanno figli, si spaccia, si fa qualche furto e nel peggiore dei casi si muore. Figlio di genitori ragazzini che presto si separano, allevato da due coppie di nonni, cerca la sua personale via di salvezza e di riscatto, dalla predestinazione della periferia, dalla balbuzie, da tutte le cose sbagliate che incarna (colto, emotivo, omosessuale, ironico) e che lo rendono diverso. Un libro spiazzante, sincero e brutale, che costringerà le nostre emozioni a un coming out nei confronti della storia eccezionale di un ragazzo come tanti. Un esordio letterario atteso e potente.


Commento:
Sono una lettrice. Di più, sono una blogger. Nel recensire i libri, da tempo ormai ho (o dovrei aver) imparato a non far debordare le emozioni personali. Stavolta, però, non ci riesco, non posso farlo, non posso recensire questo libro. Perché? Perché prima che lettrice, blogger, consigliera all'occorrenza, sono una persona, sono Rossella… e questo libro ha parlato direttamente a me. No, non è retorica e ve lo dimostro.
"L’HIV è una mia caratteristica reale, incontrovertibile. Una delle tante. Un metro e settantanove, occhi marroni, capelli (pochi) castani, molti peli sul corpo, piede numero 43, balbuzie, ernia inguinale – forse sparita da sola (i medici dicevano: impossibile, bisogna operare) –, canino inferiore sinistro spinto in avanti dal dente del giudizio (mi storta la bocca), setto nasale un po’ sporgente da un lato, miope, lievemente intollerante all’alcol (quando bevo più di un bicchiere mi riempio di macchie), sieropositivo.
E allora?
Condizione corporea, oggettiva. Non decisa, scelta, voluta: il virus in realtà non dice niente di me, non dice niente di chi ce l’ha. Sempre lo stesso, uguale per tutti. Semmai conta il modo in cui chi ce l’ha assume su di sé la sua diagnosi, lo stile con cui sceglie o riesce ad attraversarla. Ci avete mai pensato? Ve ne frega davvero qualcosa?
Ho deciso di essere un sieropositivo che si lascia individuare, che racconta più che lasciarvi immaginare.
La precisione è l’arma di cui mi sono munito.
La compagnia degli altri, la soluzione che ho scelto."
Prendete questa citazione, sostituite Hiv con Cecità, sieropositivo con non vedente, le caratteristiche fisiche di Jonathan con le mie e il risultato sarò io: stesso pensiero - la cecità non mi definisce, è solo una delle caratteristiche che mi compongono –, stessa arma – la precisione – stesso atteggiamento – rassicurare gli altri e affrontare tutto di petto -, stessa soluzione – la compagnia degli altri. Raccontare invece che glissare, parlare, informare invece che suscitare pietismo e compassione. E no, nessun eroismo, ma semplice normalità.
In Febbre Jonathan Bazzi racconta la sua storia, in modo diretto, catartico, liberatorio. Ci racconta di quella febbricola che da gennaio 2016 ha cambiato prima le sue giornate, poi la sua vita; ci racconta dell'ansia prima della diagnosi, della serenità una volta ottenuto il responso, del successivo crollo mentale e quindi fisico, della ripresa data dalla nuova consapevolezza di sé. Ma non solo, Jonathan Bazzi ci racconta la sua vita, il luogo dov'è cresciuto, i problemi familiari, il Sud che non è Sud, ricostruito nell'interland milanese (e anche qui per me sono state stilettate continue), poi la scuola, l'adolescenza, le esperienze sessuali, il bisogno di primeggiare per essere qualcosa, per essere degno di attenzione, per essere amato… Non si diventa ciò che si è così, da un momento all'altro. Lo si diventa giorno dopo giorno, fallimento dopo fallimento, vittoria dopo vittoria. L'importante, però, è sapersi accettare, prendersi le misure, liberarsi dall'oppressione del giudizio altrui ed imparare ad amarsi.
Impossibile non essere toccati dal linguaggio diretto, dalla schiettezza, dalla sincerità di Jonathan che, davvero, sembra parlare proprio a chi lo legge. Impossibile non ritrovare qualcosa di sé in queste pagine, fosse anche un dettaglio, una parola, un'esperienza…
L'ho scritto all'inizio, non posso recensire questo libro con obiettività… posso solo consigliarvelo, spassionatamente. E mi scuserà, Jonathan, se sono stata tanto presuntuosamente autoreferenziale, ma io ci ho ritrovato una parte consistente di me… e voi?

Opera recensita: "Febbre" di Jonathan Bazzi
Editore: Fandango, 2019
Genere: autobiografico, narrativa italiana
Ambientazione: Milano-Rozzano (MI)
Pagine: 328
Prezzo: 18,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 10
Colonna sonora sperimentata: Bryan Heno.


giovedì 13 febbraio 2020

RECENSIONE: PINAR SELEK - LE FORMICHE FESTANTI


Sinossi:
Sui documenti Azucena è Suzanne. Il nome che ha scelto di portare è quello che le ha dato la nonna spagnola, esule in Francia dopo la guerra civile. Azucena indossa un paio di scarpe rosse e con quelle percorre le strade di Nizza, si ferma nelle piazze ad ascoltare Gouel che suona Leonard Cohen, parla con Manu allo stand di frutta delle Paranoiche, ragiona di poesia con il Principe dei rifiuti Alex. E intanto, formica tra le formiche, resistente in un mondo dedito al profitto e minacciato dalla criminalità, scava gallerie nascoste per quando il momento di ribellarsi sarà definitivamente arrivato e bisognerà uscire allo scoperto. Ognuno dei personaggi che incontra nella Costa Azzurra patinata degli yacht e dei cani di razza ha una storia di esilio, amore, resistenza, soprusi e amicizia. Ognuno di loro lotta per creare una realtà alternativa, solidale, onirica e più equa: c'è chi sa parlare con i cani e li aiuta a vivere senza guinzagli, chi organizza i braccianti agricoli migranti sfruttati dalle grandi aziende, chi trapianta gli alberi intrappolati dal cemento e chi cerca di riconciliarsi con il proprio passato. Con Le formiche festanti Pinar Selek ci regala il manifesto di un altro mondo possibile, un mondo reale come le ingiustizie e come la forza di liberazione che ha dentro di sé chiunque decida di opporsi. Un libro per i sognatori del nuovo millennio.

Commento:
Quante volte abbiamo detto, o sentito dire, che una persona è "strana"… Cosa vuol dire, poi, strano? Strano nei confronti di chi? Strano rispetto a cosa? Rispetto, sempre, ai nostri parametri di giudizio, rispetto al nostro modo di vivere e di pensare.
Beh, In questo libro ne incontrerete tante, di persone strane secondo il sentire comune, ma per quanto inconsueta sia la loro vita, sono persone che credono in qualcosa e lottano per ciò in cui credono. E i benefici delle loro lotte servono anche a noi. Sono le Paranoiche (o paranoici), coloro che, con esistenze ammaccate, segnate, sfuggite a un destino già scritto, percorrono instancabili le strade e le piazze portando cultura, portando messaggi, salvando noi attraverso se stessi. C'è chi crea una cooperativa di prodotti biologici con una fattoria e uno stend di vendita per difendere i piccoli produttori dal ricatto di mafia e grande distribuzione; c'è chi salva i cani che non stanno bene coi loro padroni e li affida a famiglie che li amino davvero; c'è chi cerca, a modo suo, di fuggire da un passato di ipocrisia ed entra a far parte di questa rete, di tante reti, muovendosi per non restare imbrigliata a sua volta in una rete che la intrappoli. È il caso di Azucena, al secolo Susanne, la protagonista di questo romanzo: cinquant'anni, un passato da banchiera, un ricovero in un ospedale psichiatrico l'hanno portata qui, a liberarsi da ogni vincolo, a crearne di nuovi, tutti suoi. Azucena ha il magnetismo, la spregiudicatezza, la fragilità e la forza di un giglio: è tutto questo suo essere diversa, fragile e forte, amante ed amata, che la rende bella. Lei, insieme agli altri membri di questo gruppo bislacco e bellissimo, sono le formiche festanti, che non stanno mai ferme, cercano sempre nuove vie, nuovi contatti per fare rete, per trionfare nelle loro lotte pacifiche… per tutti, per noi. E proprio come questo manipolo di bellissimi spiantati, esiliati, senza patria, senza casa, anche Pinar Selek, l'autrice di questo libro, ha fatto di una proibizione una risorsa: esiliata dal governo turco, condannata ed assolta, perseguitata, straniera nel suo Paese, viaggia, vive, comunica, condivide, lotta nel mondo perché tutti abbiamo una seconda possibilità, perché a tutti sia concesso di esprimersi, di essere ciò che vogliono, di avere una casa, un posto a cui tornare, senza ricatti, senza rinnegarsi.
È per questo messaggio di forza e di coraggio che non posso non consigliare questo libro, perché tutti troviamo il coraggio di essere formiche festanti, entusiasti ed instancabili nella nostra vita, malgrado le difficoltà. E non preoccupatevi se leggendolo, all'inizio vi sembrerà incomprensibile: è normale, è bello così. Lasciate perdere la razionalità e lasciatevi portare da Pinar e da Azucena sul treno blu di questa fiaba, nella notte di questo bel sogno… che poi, qualche volta, i sogni si avverano.

Opera recensita: "Le formiche festanti" di Pinar Selek
Editore: Fandango, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Francia
Pagine: 216
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.

giovedì 21 novembre 2019

RECENSIONE: DIMITRI DELIOLANES - COLONNELLI


Sinossi:
Assalti squadristici, brogli elettorali, assassini politici, attacchi terroristici e stragi di civili sono i meccanismi di governo nella Grecia degli anni Cinquanta e Sessanta. Questo clima di terrore fa da sfondo al colpo di Stato dei colonnelli del 21 aprile 1967. Una delle pagine più nere della storia del dopoguerra europeo. Qual è stata l’influenza del regime militare greco sulla fragile democrazia italiana degli anni Sessanta? Quali i legami fra le diverse correnti politiche? Quale il ruolo dei militari nella sanguinosa stagione degli anni di piombo? A queste e altre numerose domande risponde con Colonnelli Dimitri Deliolanes, autore da sempre interessato alle relazioni, presenti e passate, dei paesi di cui si sente cittadino: Grecia e Italia. Non solo un libro di storia, quindi. Accanto alla disamina delle cause e delle conseguenze dell’ascesa dei militari in Grecia, Deliolanes tratteggia i fili dei rapporti tra i gruppi di estrema destra greci e quelli italiani e la costruzione del meccanismo spionistico e terroristico del regime in Italia. Nel libro sono state raccolte, arricchite e collocate in un preciso contesto strategico le testimonianze sul coinvolgimento greco nella strage di piazza Fontana: le mire aggressive del regime – si scopre – vanno oltre la reazione all’espulsione della Grecia dei colonnelli dal Consiglio d’Europa decretata da Moro il 12 dicembre 1969. Impressionante la rivelazione di una serie di attacchi terroristici ordinati da Atene, proprio per il 12 dicembre, contro le basi britanniche a Cipro. In un mondo dove il fascismo e l’autoritarismo sembrano riaffacciarsi prepotentemente, Colonnelli ci aiuta a non dimenticare un passato fin troppo recente, che però sembra essere stato sepolto da anni di revisionismo.

Commento:
Sì, magari saranno complicati da leggere, non immediati da comprendere e metabolizzare, ma i saggi – ne sono convinta – sono molto utili a chi non si accontenta di vivere in modo passivo e vuole, invece, informarsi, quale che sia l'argomento. Quelli storici, come quello di cui parliamo qui, servono a capire meglio le dinamiche politiche, sociali, culturali, economiche che hanno portato al presente. Dimitri Deliolanes analizza in questo saggio il golpe militare dei Colonnelli, attuatosi il 21 aprile 1967, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento. Con precisione, metodo e competenza, l'autore chiarisce le origini del golpe, la condizione politica che vi ha condotto la Grecia, le ingerenze straniere e i tanti legami che i greci avevano con l'Italia, il nostro Paese, legami cruciali per gli anni di piombo e la cosiddetta strategia del terrore.
Un saggio, Colonnelli, non proprio immediato soprattutto per via della presenza di moltissimi nomi di politici, militanti e personaggi di varia collocazione, ma interessantissimo e tutto sommato scorrevole. La lettura, per quanto l'argomento sia specifico, appassiona e non annoia, certo, a patto che si sia realmente interessati ad approfondire questa importante pagina storica.
A chi lo fosse, io non posso che consigliare quest'opera: trarrete certamente spunti interessanti anche per letture successive o raffronti con altre opere. Per i riferimenti storici, i collegamenti con la politica e la militanza di altri Stati, Colonnelli sarà molto utile a chi voglia approfondire, in modo trasversale, sia il secondo dopoguerra che gli Anni di Piombo.

Opera recensita: "Colonnelli" di Dimitri Deliolanes
Editore: Fandango, 2019
Genere: saggio
Ambientazione: Grecia-Italia
Prezzo: 22,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


domenica 13 ottobre 2019

RECENSIONE: SERENA MARCHI - PINK TANK. DONNE AL POTERE, POTERE ALLE DONNE


Sinossi:
Emanuela Baio, Paola Binetti, Laura Boldrini, Emma Bonino, Mara Carfagna, Luciana Castellina, Monica Cirinnà, Anna Finocchiaro, Mariapia Garavaglia, Elisabetta Gardini, Cécile Kyenge, Marianna Madia, Giorgia Meloni, Rosa Menga, Irene Pivetti, Daniela Santanchè, Elly Schlein e Livia Turco.
La lista di Pink Tank, un serbatoio di pensiero finora inesplorato, è lunga ma per fortuna non esaustiva della rappresentanza politica femminile. Abbastanza però da proporre uno spaccato fondamentale della realtà del nostro paese e capace di indicare una strada verso un futuro che diventa sempre più prossimo.
Da oltre settant’anni le cittadine italiane attendono che la nostra Repubblica esprima finalmente una Presidente del Consiglio o una Presidente della Repubblica, che i partiti riescano a nominare una Segretaria generale (per ora l’unica segretaria di partito è Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia) e che finalmente in Parlamento siedano un numero rappresentativo e congruo di donne. Qual è il motivo di un tale ritardo che fa precipitare l’Italia agli ultimi posti in Europa (e non solo) quando si tratta di rappresentanza politica delle donne? Quali sono le difficoltà che incontrano le donne italiane quando decidono di impegnarsi in politica? E cosa si aspettano? Serena Marchi lo ha chiesto direttamente a loro: deputate, senatrici, firmatarie di leggi, Presidenti della Camera, attiviste e militanti. Ha incalzato e riflettuto con loro sulla condizione delle donne e della leadership al femminile nel Belpaese. Non è stato facile convincerle a parlare di come hanno iniziato a fare politica, di cosa sognavano quando erano bambine, di come hanno dovuto combattere per farsi largo in un mondo che non le aveva considerate.

Commento:
Da tempo aspettavo di leggere/ascoltare questo libro: mi è sempre piaciuto leggere un pensiero, un modo di pensare, dalla viva voce del suo proprietario. In questo caso l'argomento sono le donne in politica ed a parlarne sono loro, le donne che fanno politica nel nostro Paese. Non tutte, certo, perché molte hanno rifiutato recisamente, altre hanno dissimulato, altre ancora non hanno risposto per niente all'invito, ma quelle che Serena Marchi intervista in questo libro danno testimonianze decise, forti, molto personali e d'impatto. Serena Marchi, dal canto suo, è stata bravissima a non intaccare con riflessioni o considerazioni il pensiero delle sue intervistate, facendoci però gustare il piacere, l'ambientazione, il contorno dell'intervista e dando così più risalto alla dimensione personale ed unica di ciascuna donna invitata a parlare. Non solo parole, quindi, ma un pensiero contestualizzato. Contesto arricchito dalle storie di queste donne di cui seguiamo le performances in Tv o sui giornali, ma che troppo spesso non abbiamo il tempo o la possibilità di conoscere. Chi erano prima di diventare personaggi pubblici? Qual è il loro background e la loro provenienza familiare? Cosa le ha portate ad entrare in politica? Cosa pensano di se stesse e delle altre donne? Come sono i rapporti tra donne e le differenze con gli uomini in politica? Cosa pensano delle quote rosa? Come definirebbero un leader? Tutte domande semplici all'apparenza, ma che forniscono spunti a risposte diverse, ma tutte a loro modo interessanti. Ed è sorprendente vedere come in questi racconti lo schieramento, l'appartenenza a questo o quel partito finiscono per essere mitigate o in qualche caso annullate. Testimonianze forti, sicure, accorate, personali, importanti, specchio di una società in evoluzione, di un pensiero moderno ma fortemente consapevole e radicato nella storia di ieri.
Dal canto mio, beh, non dirò quali donne ho preferito perché tutte mi hanno lasciato qualcosa, un impressione, un dettaglio, una sensazione più o meno incisiva. Mi ha stupito, però, trovarmi d'accordo con persone di partiti lontani da quelli che sostengo e perfino con persone che in TV detesto sentir parlare. Incredibile la potenza della parola: se prese in un contesto intimo, rilassato, fuori dalla bolgia mediatica, con tutte queste donne si può dialogare, confrontarsi, dissentire o concordare. Oserei dire che leggere Pink tank è stato…istruttivo e corroborante. Ovvio, quindi, che lo consiglio.


Opera recensita: "Pink tank. Donne al potere, potere alle donne" di Serena Marchi
Editore: Fandango, 2019
Genere: reportage
Ambientazione: Italia
Pagine: 204
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


giovedì 29 agosto 2019

RECENSIONE: LEONARDO PALMISANO - NESSUNO UCCIDE LA MORTE (MAZZACANI 02)


Sinossi:
È quasi Natale quando Elia Colucci, camorrista malato di Sla, sparisce mentre sta andando a incontrare in una valle della Calabria gli 'ndranghetisti, con cui deve discutere del futuro di Tamburi, il rione di Taranto di cui è a capo, l'unico rimasto fedele alle famiglie napoletane. Ad accompagnarlo il suo giovane fidanzato Matteo Maltempo che in Valle d'Itria gestisce un commercio illegale di alcolici sotto la copertura di una comunità spirituale. Dopo quell'incontro, di Colucci si perdono le tracce, mentre di Maltempo viene ritrovato il cadavere che porta i segni inequivocabili di una tortura violenta, quasi si fosse trattato di un omicidio rituale. Carlo Mazzacani è stato costretto a rimanere in Sardegna, lontano dal suo compare Luigi Mascione, ma alla notizia della scomparsa di Elia decide di tornare: Elia è un amico, quando il bandito è stato in pericolo lo ha sempre aiutato. Mentre camorristi e 'ndranghetisti cercano di spartirsi la Valle d'Itria e la procuratrice Buonamica collabora con la Pm di Catanzaro per venire a capo dell'assassinio di Maltempo, Mazzacani si mette alla ricerca di Elia, determinato a trovarlo prima dei suoi molti nemici e prima delle forze dell'ordine. Ma qualcosa in quello che scopre non lo convince, la chiave per risolvere questo caso è nascosta tra i trulli della comunità con cui faceva affari Maltempo e tra i segreti della sua guida spirituale, una misteriosa vecchia signora di nome Alina Desiati. Con «Nessuno uccide la morte» Leonardo Palmisano ci regala la seconda avventura del bandito più scorretto, più ricercato e più leale della letteratura italiana. Un thriller su amore e amicizia.

Commento:
L'ultima volta che l'avevamo incontrato, in estate, Carlo Mazzacani era in Sardegna, tra le braccia di Isabella Udda. E lì lo ritroviamo qualche mese dopo, in mano una bottiglia di vino rosso invece che bianco, inquieto ed annoiato, impossibilitato a lasciare l'isola per le restrizioni che gli ha posto la procuratrice Buonamica. Se vuole rimanere libero, Mazzacani deve restare lontano da Mascione, il Gigante, il suo socio, quindi non può tornare in Puglia. Ma davanti al richiamo dell'amicizia, per Mazzacani non c'è divieto che tenga: quando scopre che si sono perse le tracce di Elia Colucci, il suo amico fraterno a capo del clan che domina Taranto, Mazzacani torna in Puglia e si mette alla sua ricerca. Ma sono in tanti a cercare Colucci e quando viene ritrovato il cadavere trucidato del suo giovane compagno, Matteo Maltempo, gli interrogativi si fanno ingombranti. La situazione è instabile, la piazza è molto ambita, la faida tra napoletani e calabresi per il dominio su Taranto e sui traffici di droga sull'Adriatico è apertissima, le cosche locali sgomitano prepotentemente, gli equilibri sono instabili e polizia e procura devono muoversi in fretta. Ma a Carlo Mazzacani il potere non interessa, lui i Boss li ritiene infidi e ottusi, lui tiene solo alla libertà e agli amici. Non lo capiscono, l'agente Carlucci e la procuratrice Buonamica, che a lui interessa solo questo. Lo sa bene, invece, il Gigante, Luigi Mascione, che sarà al suo fianco in questa ricerca serrata e pericolosa. E sembra banale da dire, ma è bella questa saga che ha per protagonista un bandito, un indipendente, uno corretto tra gente che non si fa scrupoli a fare sgambetti, scavalcare, forzare, ingannare, uccidere per il potere. E' bella perché Leonardo Palmisano è riuscito nella difficile impresa di raccontare con lucido disincanto un mondo duro e implacabile, senza però tralasciare il territorio, i personaggi con le loro fragilità, i valori che guidano le loro scelte. E non si può non parteggiare, non legarsi – in qualche modo – a questa coppia di banditi leali e con un codice di valori personali che li identifica e che li distingue dagli altri. E pazienza se la parte dei "cattivi" - o quantomeno antipatici - la fanno i tutori dell'ordine e della legge.
Ha tanto da dire, Mazzacani, perciò non vedo l'ora di leggere ancora di lui, di Mascione, della mia Puglia e… perché no, anche della Buonamica che (mannaggia a iddhra) mi fa sempre venire voglia di dolce! 😊

Opera recensita: "Nessuno uccide la morte. Mazzacani sulle tracce di Colucci" di Leonardo Palmisano
Editore: Fandango, 2019
Genere: noir
Ambientazione: Puglia
Pagine: 286
Prezzo: 17,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


lunedì 26 agosto 2019

RECENSIONE: LEONARDO PALMISANO - TUTTO TORNA. LA PRIMA INDAGINE DEL BANDITO MAZZACANI


Sinossi:
Maria, l’adorata nipotina del boss di Sacra Corona Unita Nino De Guido, detto ‘Zi Nino, è stata rapita. Un solo uomo può ritrovarla, uno a cui non è rimasto niente da perdere perché ha già perso tutto, un fantasma. Mazzacani è un bandito, un cane sciolto, uno che non si è mai affiliato alla Sacra Corona, e per questo è stato punito. La sua banda è stata massacrata e lui è fuori dal giro.
Sulle tracce della bambina, c’è anche un losco commissario che tiene in scacco Mazzacani e che lo costringe a lavorare per lui come prezzo per la sua scomoda libertà. Ad affiancare Mazzacani nella sua ricerca, un membro della sua vecchia banda, il Gigante, e una giovane Pm che nella storia vuole vederci chiaro, a costo di scontrarsi con pezzi deviati della giustizia. La bambina è probabilmente finita nelle maglie del traffico pedopornografico. Durante la lunga ricerca, il bandito incrocia e scappa da pezzi interi della criminalità organizzata del sud Italia – la Sacra corona unita, la Camorra, la ‘Ndrangheta, la Mafia albanese e l’Anonima sequestri, incontra le cosche in guerra che si spartiscono il territorio con la connivenza dei politici e gli affari, soprattutto quelli legati alla legalizzazione della marijuana.
La prima indagine del bandito Mazzacani inaugura l’esordio alla narrativa di uno dei giornalisti d’inchiesta più talentuosi del paese. Leonardo Palmisano unisce le sue competenze di giornalista di cronaca giudiziaria e malavita con il piacere e il piglio del racconto d’azione. Un romanzo che guarda alla grande serialità televisiva americana, da Breaking bad a True detective, passando per le nostrane Montalbano e Suburra. Mazzacani non è un eroe, non è un giusto, e per questo riuscirà a portare il lettore dove nessun commissario lo ha mai portato prima.

Commento:
Noir cruento, giallo italiano, thriller ricco di suspense, possibile sceneggiatura per una serie Crime… non è facile classificare questo primo caso di Carlo Mazzacani, perché probabilmente va al di là di sottogeneri e sottocategorie. E per la verità anche parlare di "caso" forse in questo frangente è improprio: Carlo Mazzacani non è un tutore della legge, non è un magistrato, non è un "buono" nel senso universale del termine. Mazzacani è un bandito, un cane sciolto, uno che non ha mai voluto affiliarsi alla Sacra Corona Unita perché ama la libertà, vuole agire per proprio conto, si muove nei meandri, nella zona grigia tra cosche e Stato, tra la banda dei Santi e la DRAP – la procura antimafia di Puglia. E' qui che lo troviamo all'inizio del romanzo, tirato di nuovo in mezzo alla mischia  da colui che lo tiene in scacco, il corrottissimo commissario Curiale che ha bisogno di lui perché Mazzacani sa molte cose. Accanto a lui c'è il Gigante, Luigi Mascione, ex pugile socio del bandito: sarà a loro che si rivolgerà Zi Nino de Guido per ritrovare Maria, la sua nipotina rapita e sequestrata. Tra agguati e trappole, tra un bicchiere di bianco e un tiro al piattello, con le cosche nemiche e la procura alle calcagna, Mazzacani dovrà brigare molto per sapere dove si trova la ragazzina e anche qualora la trovi… beh, nulla è detto e mai niente e nessuno è ciò che sembra. Un noir crudo, duro e realistico, ambientato tra le province di Brindisi e Bari, nella terra di mezzo in cui Camorra, 'Ndrangheta e mafie estere puntano al dominio. Un libro che avvince e cattura, forse per il linguaggio spesso indurito da espressioni in dialetto anche stretto, forse per la tensione crescente, forse per la particolarità che contraddistingue il romanzo, ossia il fatto che qui non ci sono personaggi "buoni", ma tutti cattivi, alcuni meno di altri… persino la golosa e ambiziosa procuratrice Buonamica non si fa scrupoli ad usare, quando serve,  metodi rischiosi e spregiudicati a danno di altri. Con sicurezza e competenza Leonardo Palmisano affronta l'intricata rete dei rapporti tra famiglie e clan della SCU in una terra che troppo spesso ne dimentica la presenza silenziosa, ma efficace. E tra equilibri fragili e regole antichissime che cedono il posto a nuovi metodi, ancora una volta Mazzacani scopre che la libertà si paga a caro prezzo e che nessuno, per quanto sia potente, frega la morte… e che tutto torna nella vita, anche l'amore.


Opera recensita: "Tutto torna. La prima indagine del bandito Mazzacani" di Leonardo Palmisano
Editore: Fandango, 2018
Genere: noir
Ambientazione: Puglia
Pagine: 223
Prezzo: 16,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


martedì 20 agosto 2019

RECENSIONE: LEONARDO PALMISANO - ASCIA NERA. LA BRUTALE INTELLIGENZA DELLA MAFIA NIGERIANA


Sinossi:
Leonardo Palmisano continua a indagare la nuova criminalità e lo fa con il suo stile lucido e implacabile come le mafie che incontra nel suo viaggio all’inferno. Per questo nuovo libro ha deciso di affrontare la schiavitù sessuale e la tratta degli esseri umani incontrando una delle organizzazioni più pericolose degli ultimi anni. La chiamano Black Axe, Ascia Nera, ed è nata negli anni Settanta all’università di Benin City, in Nigeria, come una confraternita di studenti. All’inizio è una gang a metà tra un’associazione religiosa (li chiamano culti) e una banda criminale, che stabilisce riti d’iniziazione e impone ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Oggi invece è una nuova mafia e i tentacoli di questa organizzazione sono arrivati anche in Italia, dove i boss nigeriani hanno iniziato a dettare legge nei sobborghi delle nostre città. Dopo Ghetto Italia e Mafia Caporale Leonardo Palmisano conclude la sua trilogia sullo sfruttamento con Ascia Nera, un’inchiesta sul campo fatta di incontri e interviste alle vittime e ai carnefici di un’organizzazione spietata che sta diventando una delle minacce più concrete alla sicurezza del nostro paese.

Commento:
Interessante ed inconsueto questo saggio-inchiesta dello scrittore e sociologo pugliese Leonardo Palmisano che affronta lo spinoso e poco conosciuto argomento della mafia nigeriana in Italia. Negli anni Settanta, all'università di Benin City, in Nigeria, nasce un movimento studentesco, il Neo Black Movement, che in modo rapido ed efficace diventa un'organizzazione mafiosa internazionale: è quella che oggi conosciamo come Black Axe, Ascia nera, una delle più floride, radicate, estese e pericolose espressioni della mafia moderna. E' un'organizzazione invisibile, tentacolare, tecnologicamente avanzata; si crea una larga base di consenso in patria "prendendosi cura" dei suoi appartenenti, pagando spese legali e andando a trovare chi è in carcere, pensando alle famiglie, aiutando i giovani a studiare ed inserendoli poi lavorativamente nell'organizzazione. La sua forza? E' priva di qualunque carattere familiaristico, è meritocratica – chi fa bene e dimostra solidità, affidabilità, testa fa carriera -, investe sui giovani ma fa conto sugli adepti della prima ora per acquisire consenso e rispettabilità. Incredibilmente, sembrerebbe un buon sistema economico, avanzato e accorto, se non fosse volto al crimine e allo sfruttamento di esseri umani. Sì, perché ogni attenzione, ogni favore dell'organizzazione non fa altro che accrescere il già smisurato debito – economico oltre che di gratitudine – che già grava dalla nascita su ogni africano. Ed è così che i giovani partono, diretti verso l'Italia, l'Europa, l'Asia; prostitute e spacciatori, commercianti, riciclatori, agenti di "cambio", informatici… una gerarchia in continuo mutamento, una rete capillare e funzionale, un sistema intelligente ed organizzato, chirurgico e invisibile e per questo terribilmente pericoloso e implacabile. Non si fugge da una trappola del genere, non c'è via di scampo.
Ma i tentacoli di Ascia nera non si limitano certo al "piccolo crimine": se le cose vanno così bene, perché non estendersi, perché non commerciare voti, armi, diamanti, petrolio, articoli infinitamente più redditizi delle persone? E così l'organizzazione si procura contatti con i luoghi dello smercio, politici, ma anche altri mafiosi. Quella nigeriana è una mafia nuova, che ha avuto bravi maestri e li ha superati come succede ad ogni ottimo allievo. Leonardo Palmisano ce la descrive qui in un racconto appassionante, fatto di interviste ai diretti interessati, vittime e carnefici che sempre sono a loro volta vittime, ma qualche volta sono anche compiaciuti della "bravura" dei loro capi e della funzionalità del sistema cui appartengono. Questo non è per niente un saggio demagogico o teorico: questo è uno scritto importante perché diretto, partecipato, comprensibile, di forte impatto umano e sociale. Ho apprezzato molto lo stile di Palmisano che mi ha ricordato un altro saggio meraviglioso, La frontiera del compianto Alessandro Leogrande: anche qui ritrovo la competenza unita alla partecipazione personale e soprattutto alla franchezza di chi sa e vuole farsi leggere e capire da tutti. Leonardo Palmisano non è nuovo alla trattazione di questi temi: tra le sue molte pubblicazioni, prima di Ascia Nera, aveva scritto Ghetto Italia e Mafia caporale, quindi questo è solo l'ultimo libro di un'ideale e triste trilogia sullo sfruttamento degli esseri umani nel nostro Paese. Per quanto mi riguarda, recupererò presto gli altri suoi libri.


Opera recensita: "Ascia nera. La brutale intelligenza della Mafia nigeriana" di Leonardo Palmisano
Editore: Fandango, 2019
Genere: saggio, inchiesta
Pagine: 218
Prezzo: 16,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


giovedì 15 agosto 2019

RECENSIONE: GIACOMO CARDACI - ZUCCHERO E CATRAME


Sinossi:
Cesare è un bambino che chiacchiera e gioca a Memorycon il suo circolo multietnico di Barbie, ha scelto Inesdetta Lines come amica per non rimanere da solo in filaa scuola, passa i suoi pomeriggi con una anziana che locosparge di profumo, detestata dai suoi genitori perché fomen­ ta le sue stramberie. La sua vita di paesesarebbe potuta continuare sempre uguale, se astravolgerla non fosse arrivato il trasferimento di tutta lasua famiglia in un monolocale ai bordi miserabili traMilano e Cinisello.Al piano di sopra, però, abita Gabbo,da cui Cesare, ormai cresciuto, è dannatamente eccitato,perché Gabbo è tutto ciò che Cesare vorrebbe essere:uno deciso a prendersi dalla vita tutto, costi quel checosti. Per questo, quando suo padre viene arrestato, lamadre si rifugia nel letto, il fratello scompare, Cesaredecide di risalire dal fondale del proprio abbandonoseguendo le tracce di Gabbo. Per entrare nel giro, però,Cesare deve smettere di essere Cesare, dire di sì a ognitipo di richiesta ma anche abbandonarsi a unafascinazione morbosa simile a quella che prova perGabbo. Una fascinazione che lo eccita come lo zuccheroed è ripugnante come il catrame, e che alla fine glichiederà un conto molto, forse troppo, salato. GiacomoCardaci torna al romanzo con una storia feroce, a trattispiazzante, in cui i margini opachi tra disonestà,innocenza, odio, rabbia, si dissolvono, e i lettori sarannomessi di fronte ai desideri inconfessabili che sinascondono in ognuno di noi.

Commento:
Cosa porta un ragazzo introverso, un adolescente dai capelli chiari e la faccia pulita, a dover scontare tre anni di carcere? Come ci arriva, un ragazzo così, a commettere un reato? Ce lo spiega subito, Cesare, che il crimine non nasce mai dal nulla, non è mai un petardo isolato, lanciato nel niente: ha radici lunghe e pelose che scavano dentro, nel profondo, e lasciano sgorgare, crescere, sedimentare l'odio. Prima di cominciare la scuola, di andare in quel brutto collegio che piaceva tanto alla madre, Cesare era se stesso. E come avrebbe potuto non esserlo? Era un piccolo oratore, sensibile, solitario, a soldatini e macchinine preferiva di gran lunga le Barbies; si prendeva cura di loro, le vestiva, le pettinava, ci parlava. A sua madre questo non piaceva molto, ma comunque lo lasciava fare; suo padre, invece, appena lo vedeva giocarci gliele sequestrava o peggio, le buttava via. Un giorno, però, qualcun altro ha scoperto il suo segreto e no, non l'ha presa bene. Chi avrebbe dovuto educare, spingere verso l'inclusione e l'accettazione, aveva invece reagito ghettizzando, punendo, umiliando, accusando. E' da lì, da quell'ingiustizia fatta alla sua Miss Raperonzolo, che dentro Cesare nasce il seme dell'odio. Un seme che cresce davanti alla vergogna di suo fratello, agli insulti e agli sberleffi dei compagni e che trabocca col trasferimento della famiglia a Milano dove i soldi sono pochi e i rischi tanti. Ma a Milano Cesare incontra Gabbo, un ragazzo sicuro, spavaldo, forte, così diverso da lui. Inevitabilmente Cesare ne è attratto, a dirittura se ne innamora. Ma il rapporto con Gabbo non decolla, suo padre è stato arrestato per i suoi loschi traffici, la madre è annichilita, il fratello distante. Cesare è solo, in preda all'odio peggiore, quello contro se stesso… e cade. Cade giù, sempre più in fondo, nei rapporti con gli altri, nelle azioni, nei pensieri, nell'autostima. Ecco come ci si arriva, infine, al crimine. Ci si arriva smettendo di essere se stessi, spingendosi sempre un po' più in là, allontanandosi dai propri sogni e desideri per soddisfare spasmodicamente quelli degli altri, nella necessità fisica di piacere, di essere approvati, parte di qualcosa, non più soli… nel bisogno totalizzante, fisiologico e insopprimibile di un po' d'amore. E si potrebbe dare la colpa alla famiglia sfasciata, alla scuola che svolge male il suo compito, a chi non è mai stato davvero a sentirlo quel ragazzo dai capelli chiari che parla come una femmina. E si può dare la colpa alla periferia, al degrado, alla tecnologia, a questa società marcia che spinge sempre a voler avere di più in una smania di individualismo e potere. Ma la verità è che forse non serve più, non serve colpevolizzare aposteriori, non si può giudicare tenendo conto solo della legge, non si può lasciare un ragazzo in balia dei propri demoni in ossequio a convenzioni sociali create, poi, da chi? E storie come quella di Cesare si conoscono poco, ma è terrificante pensare a quanto siano vergognosamente quotidiane, presenti, ad incancrenirci accanto senza che noi non solo non facciamo nulla, ma a volte non ce ne accorgiamo neppure. E allora grazie, grazie a chi, come Giacomo Cardaci, attraverso la cultura, la scrittura, più raramente i media, ci impone di guardarle e di guardarci in faccia.
Zucchero e catrame è una batosta, un colpo secco, un romanzo cupo, claustrofobico, intenso, lucido, profondo, necessario, perché senza clamori, con parole dirette ed esplicite, chiamando le cose col loro nome e parlando il linguaggio della gente, ci mette davanti a ciò verso cui di solito voltiamo lo sguardo. Non lo consiglio a chi non sa guardare oltre la sua moralità, a chi si assolve sempre e comunque, a chi direbbe "Io non c'entro", a chi "Eh ma questi ragazzi"… a tutti gli altri, buona lettura!


Opera recensita: "Zucchero e catrame" di Giacomo Cardaci
Editore: Fandango, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Friuli-Milano
Pagine: 282
Prezzo: 17,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.