simposio lettori copertina

simposio lettori copertina
Visualizzazione post con etichetta Salento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Salento. Mostra tutti i post

giovedì 9 settembre 2021

RECENSIONE: ANDREA DONAERA - LEI CHE NON TOCCA MAI TERRA

Sinossi:

Tra veglia e sonno, una storia d'amore e di legami familiari, cruda e crudele, reale e magica, dove la ragione perde forza e viene sostituita da un inconscio potente, che si incarna nei luoghi, nei sacerdoti della superstizione e nei suoi nemici, fino all'atteso risveglio.

Miriam è in coma dopo un incidente; Andrea è innamorato di lei, e ora le siede accanto e le parla, tutti i giorni. I loro dialoghi cadenzano i ricordi di Miriam e le giornate di Andrea, che tenta di ricomporre un proprio mondo dopo il suicidio del padre. Intorno a loro gli altri personaggi di questa tragedia gotica: Papa Nanni, il venerato santone esorcista che istruisce Andrea sull'uso del tamburello e che è convinto che Miriam sia indiavolata; Mara, la madre della ragazza, che soffre ancora per la morte di una sorella amatissima (a sua volta chiamata Miriam); Lucio, il padre di Miriam e fratello di Nanni, che è il sindaco del paese, Gallipoli; e infine Gabry, la migliore amica della ragazza, che da Bologna le manda lunghi messaggi per riportarla in vita.

 

 

Commento:

Avendo amato molto Io sono la bestia, il primo romanzo di Andrea Donaera, attendevo con interesse ed aspettativa il ritorno in libreria di questo talentuoso autore salentino. Quella che ci consegna stavolta è una storia diversa, ma con alcuni punti in comune con la prima, punti profondi, essenziali. In primo luogo è uguale l'ambientazione, quel Salento terra di forti contraddizioni, quella Gallipoli con una faccia scura, molto diversa da ciò che il mondo crede di conoscere ed è abituato a vedere (e in troppi casi a snobbare). In secondo luogo ritroviamo quel linguaggio così peculiare con cui Donaera dà voce a quel sentire ancestrale, fatto di sangue e danza, di credenze e movimento, di urla e benedizioni, di dolore, amore e morte. E dando voce alle pulsioni che sembrano stillare direttamente dalla terra, Donaera parla a noi, alle nostre radici, a quella parte spirituale e insieme carnale, recondita, impossibile da sradicare, che – che lo voglia o no, che lo senta o finga di ignorarlo – ognuno di noi ha dentro. "Lei che non tocca mai terra" è una storia sospesa: una coralità di voci diverse e complementari si muove fra una nebbia densa fatta di confusione, non detto, mistificazione, e una luce che trema fatta di incertezza, volontà che si sgretola, energie opposte che provano a tenerla insieme, accesa, in vita. Un limbo che da etereo acquisisce consistenza col fluire delle pagine, si addensa di segreti svelati e si fa magma incandescente, pronto a debordare con la violenza della lotta, a deflagrare, ad esplodere. Tanto, in questa storia, si deve al mistero, al fascino inquieto della prosa di Donaera che trasforma una trama tutto sommato semplice, lineare, in un groviglio di sensazioni da interpretare, in un puzzle da inventare ad ogni pagina, tassello dopo tassello, sussurro dopo sussurro. È una storia autunnale, in cui perdersi quando la frenesia abbagliante degli azzurri e dei gialli lascia il posto a toni più smorzati, al marrone della terra, al rosso del sangue e del vino… più smorzati, sì, ma più intimi e veri.

 

Opera recensita: "Lei che non tocca mai terra" di Andrea Donaera

Editore: NN editore, 2021

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Gallipoli, Salento

Pagine: 240

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

          

martedì 11 maggio 2021

RECENSIONE: GABRIELLA GENISI - LA REGOLA DI SANTA CROCE (CHICCA LOPEZ #2)

        Sinossi:

Sulla facciata di Santa Croce, gioiello del barocco leccese, tra putti, fregi e allegorie qualcuno ha inciso una scritta. Non può sfuggire agli occhi attenti di Chicca Lopez, la carabiniera salentina che dalla prima linea del nucleo operativo è stata relegata alla tutela dei Beni Culturali e del Paesaggio. Giubbotto di pelle e coda di cavallo, il carattere testardo e focoso della marescialla non è ben visto, soprattutto dai suoi superiori.È un nome, quello ricomparso sulla facciata della chiesa, che riporta indietro nel tempo: Eva. Salento, anni Ottanta. Era un'estate maestosa, il mare scintillava di un blu incontaminato quando tre ragazzi si legarono per sempre con un patto di sangue. Due amici di una vita e lei, una ragazzina biondissima dallo sguardo selvatico. Ma in uno di quei pomeriggi di caldo e di cicale, Eva è sparita senza lasciare traccia. Chicca Lopez si ritrova faccia a faccia con quei segreti seppelliti nel passato. Ha intenzione di andare fino in fondo per trovare la verità e non lasciare che Eva diventi una delle tante donne svanite nel nulla, troppo spesso uccise in nome di un crimine chiamato erroneamente amore. Con una scrittura avvolgente come i venti del Sud, Gabriella Genisi scava nella memoria indelebile di una terra sospesa tra Oriente e Occidente e svela le passioni feroci che si nascondono nell'amicizia più sincera e nelle promesse d'amore.

 

Commento:

Cosa posso dire su questo romanzo senza sminuirne la bellezza? Ben poco. Posso solo dire che, ancora una volta, Gabriella Genisi non ha deluso le mie aspettative… aspettative alte perché racchiudevano l'attesa per un personaggio – il maresciallo Chicca Lopez – che mi aveva conquistata già nella sua prima apparizione (appena due anni fa con Pizzica amara); l'intransigenza di una salentina innamorata della sua terra… e guai a sgarrare né in meglio né in peggio; l'attenzione di un'appassionata di gialli, thriller e noir che – per quanto sia solo una lettrice – è abbastanza critica su ciò che le piace o non le piace. E beh, Gabriella, Chicca e tutti gli altri personaggi non potevano tornare in forma migliore: La regola di Santa Croce è un noir scritto divinamente, con l'amore di chi vuole omaggiare un luogo del cuore, ma senza genuflettersi alla sua malìa, senza mettersi i paraocchi davanti alle sue contraddizioni, senza assolverlo aprioristicamente da errori e malefatte. Un libro onesto, franco, accorato. Un canto struggente che tocca, scandaglia, interpreta, culla l'anima nera di un territorio pieno di colori, suoni, sensi.

Ne consiglio la lettura? Non se non avete ancora letto il primo volume, Pizzica amara. Se lo avete fatto, di certo non avrete bisogno del mio consiglio perché avrete già divorato questo secondo capitolo. È bello? Sì, tanto. Mi è piaciuto? Sì, tantissimo. Mi è piaciuto quanto Pizzica amara? Se devo essere sincera, no: ho preferito la prima storia… ma Chicca l'ho attesa a lungo ed è stata un ritorno più che gradito. L'attendo ancora, inutile dirlo, per altre magnifiche storie sulla sua (e mia) terra.

 

Opera recensita: "La regola di Santa Croce" di Gabriella Genisi

Editore: Rizzoli, 2021

Genere: noir, seriale

Ambientazione: Salento

Pagine: 248

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

      

mercoledì 12 febbraio 2020

RECENSIONE: ANDREA DONAERA - IO SONO LA BESTIA


Sinossi:
“Caldo di scirocco, tutto umido, i vestiti, la pelle, i mobili. Fine settembre, fa caldo come ad agosto, la casa piena di gente, in quella sala sono in
troppi. Mimì tocca la bara, ci trascina sopra un dito, il dito si bagna, tutto umido, pure la bara umida, la bara. Mimì la vorrebbe aprire, la bara, vedere
quel corpo che la riempie. Lui ne ha diritto, lui è suo padre, il padre del corpo che riempie la bara”
Mimì è folle di dolore: il figlio Michele, quindici anni, si è tolto la vita. Si dice che sia colpa di Nicole, la compagna di scuola, che ha rifiutato
ridendo il suo regalo, un quaderno di poesie. Mimì non è un padre come gli altri. È un boss della Sacra, e per quel gesto vuole vendetta: così prende Nicole
e la rinchiude in una casa sperduta nella campagna salentina. Il guardiano della casa, Veli, rivede in Nicole la ragazza che ama: Arianna, la figlia maggiore
di Mimì. Anche Arianna ama Veli. O forse lo amava, prima che la morte del fratello bruciasse tutto e tutti come un incendio. Tra Veli e Nicole fiorisce
un legame fatto di racconti e silenzi, ma anche di sfida e ferocia. In una narrazione a più voci, animata da una lingua che impasta prosa, poesia e musica,
Io sono la bestia racconta storie d’amore anomale, brutali, interrotte. Ma Andrea Donaera racconta soprattutto un destino di violenza scolpito nella pietra
del linguaggio, che esplode travolgendo l’innocenza di personaggi e luoghi.
Questo libro è per chi vorrebbe entrare in un libro, così da fermarsi in quelle pagine di mondo, per chi adora fare colazione con giornali, caffè e pasticciotti,
per chi ha fatto di una scopa una chitarra cantando Come as you are dei Nirvana, e per chi ricorda la prima volta che ha provato paura per qualcun altro,
la scossa profondissima che gli ha tolto le parole e squarciato il cuore.
Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie ed è cresciuto a Gallipoli. Nel 2019 ha pubblicato la raccolta Una Madonna che mai appare all’interno del XIV Quaderno
italiano di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Io sono la bestia è il suo primo romanzo.

Commento:
Quante volte abbiamo sentito parlare di organizzazioni mafiose, che si chiamino Cosa nostra, Camorra, Ndrangheta o Scu, ed abbiamo pensato che si potrebbero sconfiggere se solo lo si volesse davvero? Quante volte ne abbiamo parlato noi stessi credendo di conoscerle e sentendole, in realtà, lontane, avulse, straniere al nostro vivere quotidiano? Tante, troppe. Che siano troppe, che abbiamo solo parlato a vanvera, senza sapere davvero ciò che dicevamo, lo capiamo leggendo Io sono la bestia di Andrea Donaera: il perché eccovelo servito, perché Donaera ci mostra il lato umano – e per questo più barbaro, pericoloso ed ineluttabile – della Scu, quello inespiantabile, impossibile da sradicare, perché parte fisica degli individui che vi hanno a che fare, perché incastonato nella loro mente, scolpito nel loro DNA. Non sono solo parole, queste: provate, voi, a leggere la scena di apertura di questo libro, quella della veglia alla bara di Michele, il figlio di Mimì, e poi ditemi se non verrebbe anche a voi la voglia di sapere come sono andate le cose e, se non ci fossero le convenzioni sociali, anche a fare male a chi ne ha causato la morte. Ditemelo voi, in tutta coscienza, se voi in quella scena non vedete solo la rabbia e il dolore di un uomo, di un padre. La differenza, in questo caso, sta nel fatto che Mimì ce li ha i mezzi e gli uomini per fare del male, di più, lui il male sa come farlo, lo fa per lavoro da quand'era bambino, non esita a superare il limite del pensiero: lui comanda e agisce, perché lui a Gallipoli è il capo della Sacra Corona Unita. E così una ragazzina, Nicole, che non sapeva nemmeno che cosa fosse la Sacra, è costretta a fuggire da casa sua per evitare che la trovino e la uccidono. Perché? Solo perché, nella superficialità dell'adolescenza, ha rifiutato il regalo con dichiarazione di un coetaneo ridendogli in faccia. Il guaio era che quel coetaneo era Michele, il figlio quindicenne di Mimì, che quello stesso pomeriggio si è buttato giù dal balcone di casa, al settimo piano. Loro, però, la trovano Nicole… loro ti trovano sempre. E la ragazzina irriverente e sfrontata finisce rinchiusa con un carceriere d'eccezione, un'altra vittima, uno che ha fatto l'errore più grande di tutti… è Veli, un'anima gentile travestita a forza da bestia. Ma non è lui, qui, la bestia… e avremo modo di capirlo leggendo il libro. Cosa può provocare un dolore immenso in un soggetto già provato, con forti turbe psichiche e con il potere di decidere in un momento della vita o della morte altrui? Può provocare la follia.
Io sono la bestia è un libro crudo, duro, ma intriso di forza e di cuore. È una discesa all'inferno necessaria come necessario è, talvolta, il dolore. È scritto con un linguaggio peculiare perché intriso dell'anima di una terra e di una comunità, con tutti gli spigoli e le asprezze, ma anche l'amore e la musicalità che la contraddistinguono. Un libro da leggere, che consiglio senza riserve, da salentina innamorata della sua terra e di tutte le sue contraddizioni, ma anche da lettrice appassionata di storie forti, che lascino il segno.


Opera recensita: "Io sono la bestia" di Andrea Donaera
Editore: NN editore, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Gallipoli, Salento
Pagine: 240
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5.


martedì 25 giugno 2019

RECENSIONE: ROSA VENTRELLA - LA MALALEGNA


Sinossi:
Teresa e Angelina sono sorelle diverse in tutto: tanto delicata, schiva e silenziosa è Teresa, la voce narrante di questa storia, quanto vitale, curiosa e impertinente è Angelina, la sorella più piccola.
Siamo all’inizio degli anni Quaranta a Copertino, nelle Terre d’Arneo, un’immensa distesa di campi coltivati nel cuore della Puglia. Qui, Teresa e Angelina crescono in una famiglia di braccianti, povera ma allegra e piena di risorse: i nonni sono dei grandi narratori, briganti, lupi e masciare diventano vivi nei loro racconti davanti al camino, mentre la madre Caterina ha ricevuto in sorte una bellezza moresca, fiera, che cattura gli sguardi di tutti gli uomini, compreso quello del barone Personè, il latifondista più potente del paese. “La tua bellezza è una condanna” le dice sempre nonna Assunta. Una bellezza – e una condanna – che sono toccate in eredità ad Angelina.
Quando il padre parte per la guerra lasciando sole le tre donne, Caterina per mantenere le figlie non ha altre armi se non quella bellezza, ed è costretta a cedere a un terribile compromesso. O, forse, a un inconfessabile desiderio.
È qui che comincia a essere braccata dalla malalegna, il chiacchiericcio velenoso delle malelingue, un concerto di bisbigli che serpeggia da un uscio all’altro e la segue ovunque. Questa vergogna, che infetta tutta la famiglia, avrà su Angelina l’effetto opposto: lei, che non sopporta di vivere nella miseria, inseguirà sfacciatamente l’amore delle favole. Anche a costo di rimanerne vittima.
Sono la nostalgia e il rimpianto a muovere con passo delicato la voce di Teresa, che, ricostruendo la parabola di una famiglia, ci riconsegna un capitolo di storia italiana, dalla Seconda guerra mondiale alle lotte dei contadini salentini per strappare le terre ai padroni nel 1950.
Con una voce ruvida e di arcana bellezza, Rosa Ventrella scrive un magnifico romanzo corale, animato da comari, briganti e mammane, in cui protagonista è anche la terra: un lembo di Puglia aspro e profumato, coperto da rovi e fichi d’India, capace di dare tutto e tutto togliere.


Commento:
"Scuorno e malalegna", vergogna e maldicenza, maldicenza e vergogna… sono ovunque, si attaccano al corpo, seguono chi ne viene a contatto e ne infettano la stirpe e la casa senza rimedio. E' ciò che accade alla famiglia Sozzu, poveri contadini salentini, quando entrano in contatto con il barone Personé: quando la bellezza della madre – Caterina – incontra la lordura del ricco possidente abituato a pretendere fino all'ultimo afflato di vita dei contadini che lavorano la sua terra, non c'è modo di liberarsi dalla malasorte e le sventure si susseguono. Lo dice sempre alle sue figlie, la bella Caterina, che la sua bellezza è una condanna… e questa condanna lei l'ha trasmessa anche alla figlia minore, Angelina, che, al contrario della madre e della più schiva sorella Teresa, vuole prendere la vita a morsi, non accontentarsi dei "cafoni" del paese ed ambire ad un amore romantico e ad una vita agiata. Ma quando sei piccolo, sventurato, alla mercè dei più forti, inseguire i sogni è impensabile. Lo sa bene la gente del paese che infatti bisbiglia, fa congetture, parla alle spalle di quella ragazza intraprendente e bellissima – "la chiu bella fimmina de Copertinu" – che cammina leggera e impettita sulle chianche, nei vicoli, nella piazza, in mezzo ai campi… libera, incurante delle maldicenze e delle regole non scritte. Ma la realtà è diversa, più amara e crudele delle favole e molto spesso non c'è lietofine… e resta solo il ricordo, la nostalgia e il rimpianto di chi ci ha amato.
La malalegna è un romanzo potente, caldo e aspro come la terra in cui è ambientato; con parole che avvincono ed ammaliano, Rosa Ventrella crea un canto malinconico e antico che ha la forza dei lamenti e delle nenie lente cantate dalle donne nei campi.  Questo canto di fatica, rassegnazione e speranza narra la storia di una famiglia, di un paese, di una terra costretta a piegarsi, ma sempre viva e pulsante anche sotto la fatica, la fame della guerra, del lavoro, della rivolta.
La malalegna è un omaggio alla forza delle donne, una storia che cattura dalle prime pagine, con personaggi forti e memorabili – soprattutto quelli femminili – nei quali tante donne che hanno affrontato la guerra e il dopoguerra potranno ritrovarsi; e sarà facile anche per figlie e nipoti ritrovare fra queste pagine i racconti tramandati di madre in figlia, di un passato non lontano, di una saggezza popolare mescolata con miti e leggende che costituiscono parte della cultura del nostro Paese. Lettura assolutamente consigliata.

Opera recensita: "La malalegna" di Rosa Ventrella
Editore: Mondadori, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Salento, anni 40-50
Pagine: 276
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


martedì 21 maggio 2019

RECENSIONE: GABRIELLA GENISI - PIZZICA AMARA


Sinossi:
Nel cimitero di un paesino vicino a Lecce, terra incantata battuta dal vento e incendiata dal sole, viene profanata la tomba di Tommaso Conte, un ragazzo morto qualche anno prima per un sospetto incidente. Poco tempo dopo, lì vicino, vengono trovati due cadaveri: una ragazza di origini balcaniche dall'identità sconosciuta e la liceale Federica Greco, figlia di un senatore. Annegata sulla spiaggia la prima e impiccata a un albero la seconda. A indagare c'è il maresciallo Chicca Lopez, giovanissima salentina e carabiniera ribelle. Appassionata di moto e fidanzata con Flavia, una compagna piuttosto esigente che, come i più genuini mariti pugliesi, la aspetta a casa pretendendo la cena, Chicca ogni giorno lotta per farsi spazio in un ambiente di soli uomini come quello della caserma. Determinata, cocciuta, sfrontata, è alla ricerca della verità costi quel che costi, anche la vita. Cosa lega quei cadaveri e la serie di inspiegabili sparizioni degli adolescenti della zona? E chi è quella donna che si dice possegga gli antichi poteri delle macare, le streghe del Salento? Combattendo l'omertà di una comunità che non vuole incrinare l'immagine di terra da sogno, Chicca Lopez si troverà invischiata in una vicenda dai contorni sempre più inquietanti, tra rituali sanguinosi, magia e loschi traffici.

Commento:
Cosa c'è sotto la patina di lustrini e belletto che rende una terra ricca di storia, tradizioni e cultura, un ambito sogno di cui ubriacarsi e stordirsi una settimana all'anno? Chi può non distogliere lo sguardo davanti ai rifiuti sotterrati nei terreni dell'entroterra o agli ulivi espiantati senza ritegno? Solo chi questa terra la ama veramente, la capisce, ne interpreta sussulti e ferite, la vive davvero anno dopo anno, giorno dopo giorno, chi con questa terra fatta di contraddizioni e compromessi lotta e combatte da quando è nato. Chi, se non Francesca-Chicca Lopez, il maresciallo di Santa Maria di Leuca che, dopo giornate infinite di lavoro a Lecce, torna a Gallipoli a preparare la cena alla sua esigente fidanzata? Chi, se non una giovane donna tosta ed agguerrita che non ha paura di dar fastidio e scomodare qualcuno pur di andare al fondo delle cose? Solo lei poteva davvero trovare il bandolo di un'intricata e pericolosa matassa che scuote le alte sfere e rischia di far crollare la facciata dorata della Lecce-bene. E poteva mai sottrarsi al rischio, Chicca Lopez, se in quest'indagine erano coinvolti dei giovani morti in circostanze a dir poco sospette ed inquietanti? No, a costo di rischiare la vita. Tra un calice di Negroamaro, una corsa in moto fino a Punta Pizzo e svariati caffè, scopriamo in queste pagine l'anima vera di un Salento vivo, tenebroso, pulsante di segreti e credenze mai del tutto abbandonate, in una spirale inarrestabile di scoperte macabre, dolore e depravazione a danno dei più indifesi.
E per chi il Salento lo conosce, lo vive quotidianamente da più di trent'anni, ce l'ha nel Dna, non è facile recensire questo libro: con il piglio diretto di chi non le manda a dire, Gabriella Genisi riesce a tratteggiare, con i tempi giusti di chi vuole fare le cose per bene e ad una storia vuole dare la giusta attenzione, i contorni di una terra non facile da decifrare, con tutte le sue sfaccettature e le sue mille anime. Tra macare e macarie, simbolismi, leggende, delitti e tarantate, un mondo di empatia, superstizione, magia viene fuori da queste pagine con tutta la forza dirompente delle sue radici antiche. E nei colori di un tramonto a picco sul mare, tutto si confonde, e vita e morte, magia e realtà, amore e sacrificio non hanno più contorni così netti. Pizzica amara è un libro affascinante ed appassionante, che fa rabbrividire di sgomento e traboccare l'anima di calore: il racconto di una terra magica attraverso una guida amorevole e per questo severa e determinata. Stupendo, davvero consigliato a chi vuole conoscere qualcosa che non sia solo mare, rustici e pasticciotti.


Opera recensita: "Pizzica amara" di Gabriella Genisi
Editore: Rizzoli, 2019
Genere: noir
Ambientazione: Salento
Pagine: 360
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5.


venerdì 17 maggio 2019

RECENSIONE: MARIA PIA ROMANO - GEOGRAFIE MINIME


Sinossi:
Quella di Maria Pia Romano è poesia della Natura, che è benigna e avvolgente e protettiva, e ci sa dare la meritata carezza. Poesia del ricordo. Commovente è il passaggio che rammemora la figura della nonna sognata, "che impasta polpette e cuoce cantando". Poesia del sogno. I sogni sono fanciulle con i capelli di grano. In "Geografie minime" viene celebrata con dolcezza, più che mai, la terra del Sud. Il Salento, Otranto, Gallipoli, luogo dell'anima. E ancora Santa Maria al Bagno, Santa Caterina. L'Appenino, luogo d'origine, Ruvo di Puglia. (Marcello Buttazzo)

Commento:
Una raccolta di poesie che coinvolge l'anima e i sensi, proprio come i luoghi, i paesaggi, le atmosfere, le situazioni, i ricordi che racconta. Geografie minime è un viaggio spazio-temporale nei luoghi e nelle fasi della vita; ogni poesia è un piccolo cristallo lucente attraverso il quale guardiamo con occhi diversi ciò che ci circonda e ciò che viviamo. Questo breve libro è intriso di mare, di colori, di suoni, d'aamore per il Sud, da Gallipoli a Leuca, da Otranto a Santa Maria al bagno; un tributo ai luoghi di nascita e d'infanzia (l'Appennino, il Sannio, la Murgia); un dono alla terra prescelta in cui restare (il Salento). Un libro prezioso, da tenere con sé e sfogliare con un occhio al mare, lasciandosi cullare dall'alchimia di versi e suoni della natura.

Opera recensita: "Geografie minime" di Maria Pia Romano
Editore: il grillo, 2018
Genere: poesia
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


sabato 13 aprile 2019

RECENSIONE: MARIA PIA ROMANO - LA CURA DELL'ATTESA


Sinossi:
«Non era nuda abbastanza se non scioglieva i capelli. Lui la obbligava a farlo, ogni volta». Davide è stato per Alba la rivelazione della pulsante voce della vita, la scoperta dell'amore che s'incide sulla pelle, per la prima volta. Nel trascorrere degli anni lei ha cercato di scacciare l'immagine inopportuna di un volto riemergente dal passato, è diventata una donna decisa e brillante: un ingegnere capace di spiegare ai suoi studenti il mondo dei motori disegnando alla lavagna curve perfette come il suo grembo, tenero portatore di nuova vita. Nell'attesa, Alba sfoglia le pagine della sua esistenza: l'infanzia chiusa nel cerchio perfetto della sua casa, gli anni a Ruvo di Puglia, poi il trasferimento nel Salento, la dedizione allo studio, le oscillazioni dell'animo. E lo sguardo innamorato di Filippo, il suo presente. Cos'è l'amore? Il calore della sicurezza che accarezza e non delude? Oppure la sottile incertezza che sa infiammarsi di passione, facendo invertire la rotta all'improvviso? Le grandi storie come questa possiedono la forza per navigare in un mare di parole.

Commento:
Un mare di sensazioni, suggestioni sensoriali, paesaggi scolpiti negli occhi, sensualità discreta e dirompente. Così Maria Pia Romano dipinge la storia di Alba, ingegnere, giovane docente di ingegneria, intollerante alla lentezza, amante dei libri, del mare e della poesia. Alba è sempre stata una diversa, una che non si uniforma al branco, solitaria, riservata, libera. Alba vive l'amore in modo travolgente, ma non riesce mai a concedersi completamente: c'è una vita segreta che è solo sua e che nessuno conosce davvero. Ci tiene, Alba, a questa parte di sé, anche a costo di dover rinunciare agli altri. E quando l'indecisione tra due parti del suo cuore la fa vacillare, un nuovo evento, inatteso e felice, arriverà a completarla, a ricongiungerla a se stessa, in un muto grazie per il dono della vita.
Maria Pia Romano, pur con una prosa ricca – quasi opulenta – di suggestioni, immagini, suoni, tratteggia con tocco lieve, ma diretto e profondo la storia di questa giovane donna nella quale non è difficile ritrovarsi, specie per chi, come me, ama il mare – nel nostro caso quello del Salento -, le parole, i sogni di carta che ognitanto si trasformano in sogni di vita. Un libro breve, un afflato di poesia nell'appiattimento dei sensi, uno spicchio di sole, irriverente e tenace, in una giornata uggiosa. Consigliato.

Opera recensita: "La cura dell'attesa" di Maria Pia Romano
Editore: Lupo editore, 2013
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Puglia
Pagine: 160
Prezzo: 8,99 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


sabato 4 agosto 2018

RECENSIONE: FEDERICA DE PAOLIS - NOTTURNO SALENTINO


Sinossi:
Una masseria in Salento, una festa, estate. Una Puglia arsa dal sole, meravigliosa e impenetrabile, colonizzata da ricchi milanesi e romani e dalle loro case di villeggiatura, abitata da personaggi astuti e imprevedibili. La tenuta accanto a quella in cui si svolge la festa è appena stata comprata da Livia, che ha poco più di quarant'anni, due figli piccoli, Marta e Tito, e un compagno, Boris, che l'ha lasciata per l'ennesima volta sola, per un viaggio di lavoro. Con lei si sono trasferite due donne, per aiutarla durante la vacanza a badare ai bambini e a sistemare la nuova casa: Cynthia, una conturbante e sensuale ragazza nigeriana, e la polacca Klara, una giovane intransigente e nevrotica. Livia conosce Brando, un misterioso e affascinante signore più grande di lei, che pare non avere altro scopo al mondo se non sedurla. Per gioco e per vendetta, decide di uscire con lui. L'indomani, in un pozzo in fondo al giardino della tenuta, Livia trova il corpo senza vita di Antonio Locandido, un fabbro salentino giovane e sfacciato che ha avuto l'ardire di flirtare con entrambe le ragazze che lavorano per lei. E tutto inizia a precipitare. In un girotondo di turbamenti e bugie, menzogne e omissioni, Livia, che si trova a essere tra i sospettati della polizia, cerca di mettere ordine nella realtà e fare i conti con se stessa, mentre l'indagine intorno alla morte di Antonio si infittisce. In un crescendo di tensione, "Notturno salentino" può essere letto come un thriller hitchcockiano in cui una donna vede la propria vita sconvolta e messa sottosopra da un evento imprevisto e molti enigmi, ma anche come un affresco che indaga l'animo umano e la complessità dei rapporti che legano una famiglia, finiti i primi ardori dell'amore, quando la routine quotidiana comincia a presentare il conto.

Commento:
Un Salento che strega ed ammalia, un cadavere in un pozzo, una serie di misteri antichi, un groviglio di menzogne ed omissioni, una grande incertezza che avvolge tutto e tutte si attacca addosso come il nostro appiccicoso e molesto scirocco. Tutti gli ingredienti di un buon thriller estivo, non troppo impegnato ma neppure banale, in cui una quarantenne madre di due bambini, Lidia, viene travolta dagli eventi, e in particolare dal ritrovamento, nel giardino della sua villa delle vacanze, del cadavere del giovane Antonio Locandido, legato a vario titolo con il suo vicinato. Da questo macabro ritrovamento nulla, nella vita e nelle certezze di Lidia sembra andare per il verso giusto e tutti sembrano in vario modo coinvolti. Ci sono, in queste pagine, un bel po' di stereotipi – la polizia cialtrona, ignorante e diffidente; i tanti pregiudizi dai quali i salentini sembrano tutti indistintamente soggiogati; questo parlare in dialetto a sproposito e in ogni occasione (cosa che mi ha molto irritata perché non è veritiera)… - ma tuttavia, sebbene i suoi abitanti non facciano una bella figura qui, la terra sembra riscattare per suoi meriti tutta la barbara condotta dei suoi abitanti. Ovviamente questo lo scrivo in tono ironico perché noi salentini non siamo così mal ridotti.
Ad ogni modo, lo ripeto, è una lettura scorrevole, ben scritta, che va benissimo se si ha voglia di qualcosa di leggero, ma senza scadere nel banale.

Opera recensita: "Notturno salentino" di Federica De Paolis
Editore: Mondadori, 2018
Genere: thriller
Ambientazione: Salento
Pagine: 264
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


domenica 19 febbraio 2017

RECENSIONE: STEFANO CAPRARO - UNA TRAGICA FATALITà


Sinossi:

In un piccolo paese sulla costa salentina un affiatato gruppetto di amici consuma l'estate tra una bevuta, una partita a biliardino e una scorribanda a

mare. Tra loro, Vincenzo è l'unico ad avere un serio legame sentimentale, ma la rigida tradizione alla quale la fidanzata Antonella tiene tanto, lo espone

a tentazioni. Non ultima quella per Valentina, ragazza dalla bellezza prorompente, molto "chiacchierata" ma oggetto di sogni inarrivabili per molti. È

il Caso - come sempre stupefacente artefice degli eventi - a far sì che il treno della vita di Valentina imbocchi sul suo percorso la deviazione sbagliata.

Tra i profumi ed i colori del Salento, una piccola storia di provincia si tinge di giallo.

 

Chi l’ha detto che i thriller devono essere ambientati per forza nei luoghi freddi, nelle grandi città o nelle lande isolate? Le storie che ispirano la narrativa gialla possono accadere anche in un ridente paesello dell’Adriatico, fra una birra e un giro sulla litoranea, con il mare a fare da pubblico non pagante, osservatore attento e muto.

E’ proprio questo che ci racconta Stefano Capraro, castrense D.O.C., nel suo primo libro “Una tragica fatalità” pubblicato in versione Ebook con Streetlib. E’ la storia di un gruppo di ragazzi che passano la loro estate fra un giro in macchina con la musica a palla e un pomeriggio al bar a bere o a giocare a biliardo. Proprio durante una di queste bevute, però, giunge come un fulmine a ciel sereno la notizia del ritrovamento del cadavere di una ragazza, morta inspiegabilmente in un luogo isolato. La ragazza in questione è molto conosciuta e chiacchierata in paese e la sua scomparsa getta un velo di preoccupazione anche tra i ragazzi, soprattutto perché uno di loro sembra averla conosciuta un po’ meglio degli altri ultimamente. Così, mentre i carabinieri indagano (indagano?) sulla possibile dinamica del caso, viene a galla una storia conturbante, fatta di incontri clandestini, fidanzate gelose, cugini equivoci…

Tutti personaggi, quelli tratteggiati in questo libro, che è possibile trovare in ogni paesino italiano: dalla ragazza facile, al gruppo di amici scanzonati, al personaggio eccentrico, alla nonna che spia da dietro le imposte… tutti esemplari di un’umanità variegata che, nel suo insieme, costituisce l’anima di una comunità.

“Una tragica fatalità” mi è piaciuto per vari motivi: innanzitutto perché è ambientato nel mio paese ed è bellissimo, mentre si legge, riconoscere i luoghi, ritrovare i suoni e gli odori, le abitudini di amici e conoscenti; poi perché la storia, nella sua semplicità, è accattivante e paradossale, è un po’ thriller e un po’ pettegolezzo di paese. E poi il tutto è impreziosito dallo stile ricco, abbondante di aggettivi ed avverbi, di descrizioni particolareggiate ed evocative e di pertinenti espressioni idiomatiche. E’ una lettura piacevole, non impegnativa, che strappa anche qualche sorriso, perciò sì, lo consiglio molto volentieri!

 

Opera recensita: “Una tragica fatalità” di Stefano Capraro

Editore: Streetlib, 2015

Genere: thriller

Ambientazione: Salento

Pagine: 102 (ebook-epub)

Prezzo: 0,99 €

Consigliato: sì.

 

martedì 5 luglio 2016

RECENSIONE: MARIO DESIATI - TERNITTI


Sinossi:

È il 1975. Mimì Orlando ha quindici anni quando è costretta a lasciare la Puglia dorata per seguire il padre nella grande fabbrica svizzera che produce lu ternitti: l'eternit, promessa di ricchezza per migliaia di emigranti. Per Mimì quelli al Nord sono gli anni del vetro, del freddo che ghiaccia le cose e le persone. Ma anche quelli della passione segreta per Ippazio, diciotto anni, tra le dita già corrose dall'amianto un fiammifero acceso nella notte per rubare uno sguardo, un istante d'amore... Anni Novanta. Mimì è di nuovo in Puglia. Ha una figlia adolescente, Arianna, poco più giovane di lei. Ma accanto a loro non ci sono uomini, per Arianna non c'è un padre. Madre anticonformista e leale, compagna indomita per le sue colleghe in fabbrica e per tutti coloro che accompagna fino alla soglia dell'ultimo respiro roso dal mesotelioma da amianto, è una donna che sa parlare con le proprie inquietudini e paure ma anche - ascoltando le voci degli antenati che sempre la accompagnano - guardare al futuro senza piegarsi mai. "Ternitti" in dialetto significa anche tetto, e il destino vorrà che questa parola sia il sigillo di una vita intera: proprio su un tetto, finalmente a contatto col cielo, Mimì saprà riscattare la sua gente e forse anche il suo amore. La vicenda di un popolo tenace, la tragedia del lavoro che nutre e uccide, la meschinità di un uomo e la fierezza di una donna: tutto si compone con la semplice necessità delle umane cose in un romanzo luminoso e maturo.

Oggi vi parlo di un libro ambientato nella mia terra, il Salento, in particolare nella zona del capo di Leuca.

E’ qui che vive Mimì, al secolo Domenica Orlando; è da qui che è costretta a partire con la famiglia, nel 1975, alla volta della Svizzera. Il padre, Antonio, andrà a lavorare “allu ternitti” in una fabbrica vicino a Zurigo insieme a tantissimi altri italiani.

Ternitti in dialetto salentino significa eternit ed è una parola che evoca tante cose: amianto, lavoro, casa, morte. Parole così diverse, anche opposte fra loro: con l’amianto qui le case sono state costruite per anni, forse per decenni; e c’è chi per l’amianto la casa ha dovuto lasciarla, alla volta di un paese straniero, per lavoro. E c’è pure chi per quel lavoro è morto… tanti sono stati gli italiani che hanno contratto l’asbestosi, un male lento ed inesorabile che colpisce i polmoni di chi è stato a contatto costante con l’eternit. Il Salento ha pagato un caro prezzo a questa malattia, un prezzo di emigrazione prima e di morte poi. Ed è proprio questa la storia raccontata in “Ternitti” dallo scrittore pugliese Mario Desiati. E’ la storia di Mimì, colei che ha il nome di Domenica, una santa tenace rappresentata con una spada; Mimì, una bambina diventata presto donna, che torna a casa sua dalla Svizzera con una figlia e senza un uomo fisso accanto. E’ la storia degli Orlando, di Vope, di Pati e di tanti altri.

Questo libro è un condensato di sentimenti: l’amore celato, schivo ed infine prorompente; la morte che aleggia come un fantasma sugli operai e le loro famiglie; la fierezza e l’indipendenza di Mimì, l’alcolismo di Biagino, la viltà di Pati, l’intraprendenza di Arianna… è un libro intriso di Sud, di Salento, della terra e del mare, del dialetto, dei sapori e degli odori di una terra magica, sempre sospesa tra passato e futuro, tra culti antichi e modernità.

Ecco cosa troverete in questo libro: descrizioni minuziose e realistiche della natura, dei luoghi, dei sentimenti e dei comportamenti dei personaggi… un tuffo nella vita di Mimì e nella storia di tanti salentini ed italiani emigrati e poi tornati a casa.

 

Opera recensita: “Ternitti” di Mario Desiati

Editore: Mondadori, 2011

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Salento, Svizzera

Pagine: 258

Consigliato: sì

Libri simili: “Acciaio” di Silvia Avallone.