simposio lettori copertina

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martedì 15 novembre 2016

RECENSIONE: MICHEL FABER - SOTTO LA PELLE


Sinossi:

Una macchina percorre più volte al giorno una statale deserta nelle Highlands scozzesi. Alla guida c'è una donna, Isserley. Sembra che stia cercando qualcosa.
All'improvviso nota sul ciglio della strada un giovane robusto seduto sul suo zaino, gli fa cenno di salire a bordo. Il ragazzo la ringrazia del passaggio,
non ha motivo di diffidare di una bella ragazza dall'apparenza inoffensiva. La fattoria in cui Isserley lo conduce è una base sotterranea, un labirinto
di cucine, camere frigorifere e gabbie in cui altre prede attendono di essere macellate. Isserley appartiene a un'altra specie, che si definisce umana
per distinguersi da quella dei "vodsel", la razza inferiore che riempie le strade e le città e che il suo popolo usa come cibo. I Vodsel siamo noi.

 
 
Ogni giorno Isserley fa su e giù per l’autostrada A9, sia che piova, nevichi o ci sia un sole rovente. E’ il suo lavoro: lei va alla ricerca di autostoppisti. Ma non carica autostoppisti qualunque: devono essere maschi, robusti, tanti muscoli e poco grasso, meglio se disoccupati e senza familiari che li aspettano a casa. Durante il tragitto Isserley conversa con loro, ne sonda le abitudini ed i legami e, se superano l’esame, preme un pulsante situato vicino al volante della sua Toyota ed i malcapitati si addormentano. Al loro risveglio si ritroveranno alle viscere della terra, nei sotterranei di una fattoria sulla costa scozzese, mutilati e chiusi in un recinto in attesa di essere macellati. In breve tempo saranno il cibo prelibato di un popolo superiore, gli umani, di cui Isserley fa parte. Il suo corpo è stato mutilato e modificato chirurgicamente per darle sembianze simili a quelle dei Vodsel, gli animali che caccia, le bestie che ogni giorno cerca sulle strade del mondo, di un mondo che non è il suo, ma che è il premio per il suo enorme sacrificio.

Questa è la storia che l’olandese Michel Faber cerca di raccontare nel suo primo libro, edito da Einaudi nel 2000. In realtà questo è decisamente un libro strano e sono molto indecisa su come giudicarlo. Il modo in cui gli autostoppisti vengono “raccattati” da questa “donna”-mutante è assolutamente inquietante ed anche abbastanza realistico e questo potrebbe essere un merito, se non fosse che la descrizione dei vari casi si trascina per più di metà libro. Questo mi ha reso la lettura particolarmente noiosa, ma di quella noia rassicurante, alla quale alla fine ci si abitua, non so se mi spiego… Il messaggio che Faber vorrebbe trasmettere è che “sotto la pelle siamo tutti uguali” e proviamo tutti le stesse emozioni, siamo affascinati dalle stesse bellezze ed abbiamo grossomodo tutti le stesse esigenze. Per capirlo, però, bisogna arrivare quasi a fine libro, superando oltre centocinquanta pagine di racconto della quotidianità di un essere (Isserley) del quale non si capisce bene la natura. In questo romanzo vi è, infatti, un’inversione tra umano ed alieno, tra uomo ed animale, tra predatore e preda, ma anche questo diventa chiaro se si supera la metà del libro. In definitiva, immaginando una moderna fattoria degli animali, Faber avanza una critica all’opulenza della società, al degrado degli ideali e del rispetto per il mondo che ci circonda e per gli esseri viventi, siano essi simili o diversi da noi. Alla fine di questo mio commento, non ho ancora deciso se consigliarvelo o no… decidete voi, se vi ispira leggetelo… in fin dei conti, a dispetto di uno stile sin troppo lineare, il messaggio intrinseco è pregevole. Per quanto mi riguarda, se prima non mi attraeva l’idea di fare l’autostop, ora di sicuro ci penserò cento volte prima di farmi dare un passaggio da sconosciuti!

 

Opera recensita: “Sotto la pelle” di Michel Faber

Editore: Einaudi, prima ed. 2000

Genere: fantascienza

Ambientazione: Scozia

Pagine: 268

Prezzo: 13,50 €

Consigliato: sì/no.

 

sabato 12 novembre 2016

RECENSIONE: JAMES ELLROY - DALIA NERA


Sinossi:

Non si muovono certo in un mondo di illusioni Lee e Dwight, poliziotti, pugili, amici. Eppure il pericolo più grave per loro non arriva dalla folla di

relitti umani e delinquenti che li circondano, né dalla violenza e dalla corruzione di Los Angeles, né da Kay, la donna di cui entrambi sono innamorati.

È un orrido delitto a sconvolgere per sempre la loro vita: il massacro di Elizabeth Short, la "Dalia Nera", ragazza leggera, allegra, imprudente, prostituta

a tempo perso. Una delle tante vittime consenzienti dello show business e soprattutto di sé stessa. E quando Lee scompare misteriosamente, per Dwight le

indagini si trasformano in una tremenda ossessione.

 

Elizabeth Short, aspirante attrice e prostituta per necessità, viene barbaramente uccisa e ritrovata su un prato in un quartiere malfamato di Los Angeles. Fra le centinaia di investigatori coinvolti al caso ci sono anche Lee Blanchard e Dwight (detto Bucky) Bleichert, poliziotti, ex pugili, “soci” sul lavoro ed amici al di fuori.

Mentre Bucky non vuole lasciarsi coinvolgere, Lee viene particolarmente colpito dal caso “dalia nera” e per una serie di circostanze concomitanti finisce per perdere il controllo e fugge inspiegabilmente in Messico facendo perdere le sue tracce. Suo malgrado, Bucky si ritrova coinvolto nella vicenda della Dalia nera che, contrariamente alle apparenze, si dimostra sempre più articolata, misteriosa ed inestricabile. Quando il caso, irrisolto, viene chiuso dopo numerosi colpi di scena, Bucky viene rimandato a pattugliare i quartieri malfamati di Los Angeles, ma non riesce a staccarsi dal ricordo di Betty Short, la dalia, nemmeno quando è con Key, l’enigmatica compagna del suo ex collega ed amico Lee, diventata nel frattempo sua moglie. Così, fra un matrimonio naufragato, una vita piena di bugie ed una carriera costantemente in bilico, Bucky torna sulle tracce dell’assassino della dalia e scopre un’intrigo familiare molto più sordido e squallido di quanto potesse immaginare.

Questa, per sommi capi, la trama. Ora, per dovere di obiettività, vi dirò che si tratta, tutto considerato, di un buon libro… a me, comunque, non è piaciuto troppo: l’ho trovato soprattutto lento! Sebbene il numero di pagine non sia per nulla proibitivo, la lettura mi è risultata stancante, con pochi picchi di suspense e sostanzialmente monocorde. Probabilmente questa sensazione è stata acuita dal fatto che a raccontare tutto è la voce narrante di Bucky in prima persona e l’autore spesso si sofferma troppo su circostanze, fatti, sensazioni del poliziotto che rallentano lo svolgersi dell’intreccio.

In definitiva, la storia in sé è gradevole, ma non ho apprezzato lo stile usato dall’autore nel raccontarla. Perciò, se vi piacciono i libri lenti potrete facilmente avere un parere contrario al mio a fine lettura. Se invece siete abituati a thriller incalzanti e costantemente al cardiopalma questo libro potrebbe non piacervi.

Considerazioni personali a parte, “dalia nera” è salutato dai più come un ottimo libro, uno tra i migliori di quest’autore noto fra gli estimatori del genere noir. Tra l’altro “dalia nera” basato su un caso realmente accaduto e dal quale è stato tratto anche un film omonimo, è il primo della tetralogia di Los Angeles o “L. A. quartet”, ambientata nella Los Angeles degli anni 40 e 50. Perciò, se dovesse piacervi questo primo libro, sappiate che il ciclo si compone, nell’ordine, di “dalia nera”, “Il grande nulla”, “L. A. Confidential” e “White jazz”. Beh, non mi resta che augurare buona lettura a chi vorrà provarci!

 

Opera recensita: “Dalia nera” di James Ellroy

Editore: Mondadori, prima ed. originale 1987, in Italia nel 2006

Genere: Noir

Ambientazione: Los Angeles (U.S.A.)

Pagine: 349

Prezzo: 9,50 €

Consigliato: sì/no.

 

mercoledì 9 novembre 2016

RECENSIONE: PAULO COELHO - VERONIKA DECIDE DI MORIRE


Sinossi:

Il giorno 11 novembre del 1997 Veronika, ventiquattro anni, slovena, capisce di non voler più vivere e assume una forte dose di sonniferi. Salvata per

caso, si risveglia tra le mura dell'ospedale psichiatrico di Villete, con il cuore stanco e sofferente per il veleno che lei gli ha somministrato. In pochi

giorni a Villete Veronika scopre un universo di cui non sospettava l'esistenza. Conosce Mari, Zedka, Eduard, persone che la gente "normale" considera folli,

e soprattutto incontra il dottor Igor, che attraverso una serie di colloqui cerca di eliminare dall'organismo di Veronika l'Amargura, l'Amarezza che la

intossica privandola del desiderio di vivere. Veronika spalanca così le porte di un nuovo mondo, un mondo che, attraversato con la consapevolezza della

morte, la spinge, sorprendentemente, alla consapevolezza della vita. Fino alla conquista del dono più prezioso: sapere vivere ogni giorno come un miracolo.

In questo romanzo, nella storia della giovane Veronika, Paulo Coelho riversa la sua personale esperienza, i ricordi di tre anni consecutivi di ricovero

in un ospedale psichiatrico, dove lo scrittore venne rinchiuso solo perché considerato "diverso". E riesce ancora una volta a mostrare al lettore come

il miracoloso e inafferrabile dono della serenità possa essere conquistato in qualsiasi luogo, anche in quelli apparentemente più improbabili. Perché il

dono della serenità è nascosto nel cuore di ciascuno di noi.

 

“Mantenetevi folli, e comportatevi come persone normali”. Questa frase, con cui Coelho apre questo libro, è insieme un monito chiaro e diretto ai lettori ed una sintesi perfetta del messaggio che vuole trasmetterci con queste pagine.

Veronika, la protagonista di questa storia, è una bella ragazza slovena di 24 anni, con una laurea in legge con il massimo dei voti, un impiego in biblioteca, un’infinità di spasimanti e una passione repressa per la musica ed il pianoforte. E’ una ragazza normale, anche troppo normale per i suoi gusti. E’ proprio perché non sopporta questa normalità, questa vita già scritta, che tenta il suicidio ingerendo una massiccia dose di sonniferi. Salvata per il rotto della cuffia, si sveglia nell’ospedale psichiatrico di Villete dove il direttore, il dottor Igor, la informa che il suo cuore, in seguito alle compresse ed al coma indotto dai barbiturici, è stato danneggiato e che le restano 5 o 7 giorni da vivere. Felice per non aver del tutto fallito nel suo intento, Veronika si rassegna ad aspettare la morte in quel luogo di matti, senza contatti con il mondo esterno. Ma proprio tra questi matti si nascondono alcune persone che le faranno comprendere quanto poco conosca di se stessa e quanto poco abbia vissuto fino a quel momento.

Così Veronika conosce Zedka, Mari ed Eduard, e finalmente, per la prima volta, prova sentimenti tanto comuni quanto sconosciuti ed intensi come l’odio, la paura, l’amore. E’ proprio mentre suona il pianoforte alla luce della luna, con la consapevolezza della morte che acquisisce la consapevolezza della vita, di quello che può e vuole ancora fare nel tempo che le resta. Così, per la prima volta, prende le redini delle poche ore che le rimangono da vivere e decide come e con chi vuole trascorrerlo. Ed è così che scopre che a volte i miracoli possono accadere.

Questo libro mi è piaciuto, anche se nella prima parte l’ho ritenuto un po’ troppo vago e scontato. Questa valutazione, però, viene dal fatto che negli ultimi mesi ho letto svariati libri, anche molto diversi tra loro, sulla follia, tutti più approfonditi e specifici.

Tuttavia mi sento di consigliare questa storia a chi non ha mai letto nulla sulla follia e voglia avvicinarsi al tema con un approccio soft: Coelho, molto bravo nel dosare le emozioni, racconta la storia di Veronika in un crescendo di sentimenti contrastanti: la paura, l’angoscia, il baratro e la possibilità di liberarsi. Inoltre non va sottovalutato il fatto che lo stesso Coelho abbia vissuto per tre anni in un ospedale psichiatrico, conosca ciò di cui parla ed abbia voluto scrivere questo libro proprio per raccontare la sua storia e quella di tante donne e uomini incompresi perché diversi da ciò che altri hanno definito “normale”. Questa circostanza non fa altro che imprimere maggiore veridicità a quanto narrato.

Non è un capolavoro, dunque, non è un’opera trascendentale, ma di certo è una lettura godibile che induce alla riflessione. Consigliato.

 

Opera recensita: “Veronika decide di morire” di Paulo Coelho

Editore: Bompiani, 1998

Genere: narrativa internazionale

Ambientazione: Villete, Slovenia

Pagine: 186

Prezzo: 14 €

Consigliato: sì.

 

martedì 8 novembre 2016

RECENSIONE: HORACE WALPOLE - IL CASTELLO DI OTRANTO


Sinossi:

Si suppone che gli avvenimenti si svolgano nel Duecento. Manfredo, signore di Otranto, nipote dell'usurpatore del regno che ha avvelenato Alfonso, il legittimo

sovrano, vive sotto l'incubo di una profezia, secondo cui la stirpe dell'usurpatore continuerà a regnare, finché il legittimo sovrano non sia divenuto

troppo grosso per abitare il castello e finché discendenti maschi dell'usurpatore lo occupino. Quando la profezia sembra avverarsi, Manfredo atterrito

confessa il modo dell'usurpazione e si ritira in un monastero con la moglie. Il romanzo fu pubblicato nel 1764 e, nella prima edizione, era descritto come

una versione dall'italiano.

 

Il risvolto di copertina di questa edizione non rende giustizia alla trama del romanzo: scritto nel 1764 ed ambientato presumibilmente nel XII secolo, si tratta di quello che è considerato il padre dei romanzi gotici e noir. L’ambientazione (fittizia) è il castello di Otranto, nel quale un’antica profezia sta per avverarsi e molti sono i segni premonitori della sventura che sta per abbattersi su Manfredo e la sua casata.

Il romanzo si apre con l’attesa delle nozze tra Corrado, figlio di Manfredo, principe di Otranto, ed Isabella, figlia del marchese di Vicenza. Quando il giovane non si presenta, il padre manda un servo a chiamarlo ed è così che si scopre l’inquietante presenza, nel cortile del castello, di un gigantesco elmo ricoperto da piume nere sotto il quale giace il corpo martoriato del giovane Corrado. Nello sconcerto generale, un giovane contadino fa notare al principe Manfredo che l’elmo in questione è estremamente simile (con le dovute differenze di proporzioni) a quello posto sul capo della statua del defunto principe Alfonso, antico principe buono del castello, la cui tomba si trova proprio nella Chiesa adiacente. Manfredo si adira, condanna inspiegabilmente a morte il giovane e lo fa rinchiudere sotto l’elmo perché non possa fuggire. A questo primo misfatto ne segue un altro: il principe Manfredo convoca la giovane promessa sposa Isabella per comunicarle la sua intenzione di ripudiare la devota moglie Ippolita e di sposare lei per assicurare una discendenza al suo popolo. Atterrita, la giovane Isabella fugge nelle segrete del castello e tenta di raggiungere la vicina Chiesa per trovarvi rifugio. Dall’incontro fortuito che Isabella farà durante la sua fuga avrà inizio una serie di vicissitudini familiari, corredate da strani segni premonitori mandati da forze soprannaturali, che condurranno ad un destino sventurato per Manfredo e la sua famiglia che, come si scoprirà, avevano usurpato il castello al legittimo proprietario con l’inganno. In un’atmosfera alquanto apocalittica la profezia a lungo nascosta si avvererà e il principe legittimo potrà tornare in possesso del suo regno, sebbene la sua anima sia troppo provata per gioirne.

Una lettura breve, scorrevole e coinvolgente che fin dalle prime righe ci trasporta in un’altra epoca, tra castelli, intrighi, forze soprannaturali ed oscure perversioni umane. Al di là dell’ambientazione pregevole, dei personaggi ben descritti e della trama coinvolgente ma in sé inverosimile, i messaggi che questo libro vuole trasmettere sono due: il concetto che le colpe dei padri ricadono sui figli e che l’ambizione può condurre alla rovina. Perché? Lo capirete solo leggendo la storia che, peraltro, si legge in un giorno!

Per dovere di onestà vi dirò che questo libro è considerato, come scrivevo all’inizio, il primo romanzo gotico e noir, ma non aspettatevi niente di paragonabile all’horror o ai noir moderni, sebbene si provi più di qualche brivido, specialmente nella parte iniziale del libro.

Un’altra curiosità: leggete la prefazione dell’autore! Io l’ho trovata genialmente arguta perché fa passare il libro per la sua traduzione di un’opera italiana rinvenuta nel 1500 e fa i complimenti al fantomatico autore per lo stile e la trama dell’opera da lui appena tradotta… astuto! Direi, però, che i complimenti sono meritati, quindi gli si potrà perdonare questa vanità!

 

Opera recensita: “il castello di Otranto” di Horace Walpole

Editore: Bur, biblioteca universale Rizzoli, 1999 (prima ed. originale nel 1764)

Genere: romanzo gotico

Ambientazione: Otranto (fittizia)

Pagine: 167

Prezzo: 9,50 €

Consigliato: sì.

 

lunedì 7 novembre 2016

RECENSIONE: JANE AUSTEN - MANSFIELD PARK


Sinossi:

"MANSFIELD PARK", UNO DEI ROMANZI PIÙ NOTI E DISCUSSI DI JANE AUSTEN, NARRA LA STORIA DI FANNY PRICE. ADOTTATA, ANCORA BAMBINA, DAGLI ZII SIR THOMAS E LADY BERTRAM, FANNY VIENE ACCOLTA E ALLEVATA NELLA LORO LUSSUOSA PROPRIETÀ DI MANSFIELD PARK. QUI CRESCE, PARENTE POVERA IN UN AMBIENTE D'ÉLITE, E MISURA TUTTA LA DISTANZA FRA IL PROPRIO MODELLO EDUCATIVO - FONDATO SUL SENSO DEL DOVERE, L'ABNEGAZIONE, LA VIRTÙ - E QUELLO, IN PARTICOLARE, DELLA SPREGIUDICATA MARY CRAWFORD. ALLA FINE LA PROTAGONISTA SPOSERÀ IL CUGINO EDMUND, FIGLIO DI SIR THOMAS, E CON LUI SI STABILIRÀ DEFINITIVAMENTE A MANSFIELD PARK. AL DI LÀ DELL'APPARENTE TRIONFO DELLA MORALE TRADIZIONALE, LA NARRAZIONE CONTIENE UN'IMPLICITA E CORROSIVA CRITICA DELLA CULTURA DOMINANTE DEL PRIMO OTTOCENTO: FANNY - SUGGERISCE L'AUTRICE - REALIZZA, INFATTI, L'ASCESA SOCIALE AL PREZZO DELLA NEGAZIONE DELLA PROPRIA LIBERTÀ E SPONTANEITÀ.

 

Quando si apre un romanzo di Jane Austen si sa bene cosa aspettarsi: ci si tuffa nell’ambientazione di campagna e case gentilizie dell’Inghilterra del primo Ottocento, intrisa di moralità, regole di condotta e convenzioni sociali radicatissime. Questo romanzo non fa eccezione e, a parer mio, esprime più di altri la critica di Jane Austen verso i costumi della società del suo tempo, contrapponendo ideali di svagatezza, egoismo e faciloneria a principi morali basati sul rispetto, la lealtà e la bontà d’animo.

Protagonista indiscussa di quest’opera è la giovane Fanny Price: per un atto di gentilezza verso i suola madre della ragazza, ridotta in povertà, le sue sorelle che hanno ottenuto matrimoni migliori, decidono di ospitare presso la casa di Mansfield la piccola Fanny che, all’età di nove anni e mezzo, si ritrova catapultata dalla sua modesta casa ad una nobile dimora di campagna in cui l’eleganza, gli ossequi e le buone maniere la fanno da padrone. Di indole timida, gentile, modesta ed altruista, la ragazza non riuscirà mai a liberarsi dal senso di inferiorità e profonda gratitudine che la lega alla famiglia ospitante. Così, quando riceve un’inaspettata e, per la verità, insperata proposta di matrimonio da parte di un giovane gentiluomo non può fare a meno che rifiutarla, spinta dall’incredulità, dalla vergogna e dal sospetto di essere ingannata, oltre che dai suoi fermissimi principi morali. Questo, però, scatena reazioni contrastanti in famiglia provocando nella ragazza ulteriori turbamenti: non può rivelare la ragione del suo rifiuto perché essa metterebbe in cattiva luce altre persone, ma, motivo ancor più importante, non può ammettere neanche a se stessa che il suo cuore è già impegnato. Ma, come nei migliori romanzi, dopo tante peripezie l’amore vince sempre ed anche per Fanny arriverà la tanto ambita serenità.

Questo libro mi è piaciuto. Confesso che la cosa non è scontata quando si tratta dei romanzi di Jane Austen: non ho amato “Emma”, mentre ho molto apprezzato “persuasione”, quindi nel cominciare questa lettura non sapevo cos’aspettarmi. Tuttavia sono bastate poche pagine per entrare nella vicenda di Fanny, della famiglia Bertram e dei Crawford ed appassionarsi alle vicissitudini di tutti i personaggi.

In modo particolare, poi, non si può non adorare la giovane, dolcissima Fanny! Una ragazza amabile per la quale non si può non parteggiare sin da subito. Le ingiustizie, le umiliazioni, l’abnegazione, le accuse ed i rimproveri ingiustificati la rendono il personaggio più amabile del libro. Una menzione particolare va poi fatta per Edmund, il giovane cugino che diventerà un ecclesiastico, ed a MR Thomas, il gentiluomo capofamiglia che, dopo una vita passata ostentando durezza ed autorità, si accorge di quanti errori ha compiuto nell’educazione delle figlie e di quanto male il suo comportamento repressivo ha provocato loro.

Davvero un bel classico, dunque, la cui trama è appassionante, sebbene lo stile sia spesso prolisso e ridondante, soprattutto per via delle lunghe conversazioni tra i protagonisti, riportate fedelmente, che servono all’autrice proprio ad esprimere adeguatamente quella critica all’educazione, alle convenzioni, alla morale della società inglese cui si accennava.

Ad ogni modo, “Mansfield park” si può considerare una piacevole lettura invernale, utile per rilassarsi e riflettere.

 

Opera recensita: “Mansfield Park” di Jane Austen

Editore: Bur, biblioteca universale Rizzoli, 2010 (prima ed. 1814)

Genere: letteratura inglese

Ambientazione: Inghilterra, primo Ottocento

Pagine: 620

Consigliato: sì.

 

lunedì 31 ottobre 2016

RECENSIONE: VAMBA - IL GIORNALINO DI GIAN BURRASCA


Sinossi:

TORNA IL GIORNALINO PIU' DIVERTENTE DI TUTTI I TEMPI! Ogni giorno Giannino Stoppani, detto Gian Burrasca, annota in un diario gli avvenimenti della sua vita e della vita della sua famiglia. Naturalmente, poiché è stato educato a non mentire mai, dice sempre la verità, anche quella che non dovrebbe o potrebbe dire, o che le sorelle e i loro fidanzati, poi mariti, non vorrebbero si sapesse. E, certo, combina un sacco di guai per merito dei quali viene chiuso nel collegio Pierpaoli dove non solo non si educa, bensì diviene l'anima di una ribellione contro la falsa e tirannica disciplina che vi è imposta da una ridicola ma prepotente coppia di proprietari-direttori. Il diario diviene così la protesta e la rivolta di un ragazzo contro il mondo conformista e soffocante dei ''grandi''. Non per nulla Vamba dedicò il Giornalino ''ai ragazzi d'Italia perché lo facciano leggere ai loro genitori''. Diffusa in ogni pagina del diario c'è una scintillante comicità tutta toscana

 

Avevo bisogno di una lettura divertente, non impegnativa, che mi permettesse di svagarmi e di farmi due sane risate, così ho deciso di leggere “il giornalino di Gian Burrasca”, un libro per ragazzi che mancava dalle mie letture d’infanzia: beh, obiettivo centrato in pieno!

E’ il 20 settembre e per il suo nono compleanno Giannino Stoppani, anche detto Gian Burrasca, riceve in regalo un giornalino (quello che oggi noi chiameremmo diario segreto) sul quale scrivere le sue memorie ed appuntare i suoi pensieri. Mai regalo fu più gradito per il nostro Giannino che di avventure da raccontare ne ha a bizzeffe… forse, però, gli mancano le persone a cui confidarle. Per sei mesi, quasi quotidianamente, Giannino riporta nel giornalino le sue “burlette”, i suoi pensieri, le sue tante “disgrazie”: la sua famiglia non perde occasione per prendersela con lui e punirlo, anche quando le sue azioni vengono fatte a fin di bene! Giannino è un anticonformista, un ribelle cui piace divertirsi, che non sopporta la noia e non tollera le ingiustizie e le falsità. E’ per questo che dice sempre la verità, ad ogni costo, anche se questa sua schiettezza gli ha procurato più bastonate che ringraziamenti. Com’è accaduto, per esempio, quella volta che ha suggerito alla zia Bettina, venuta in visita a casa sua, di andarsene prima della festa da ballo organizzata dalle sue sorelle perché queste le sarebbero state infinitamente grate… o quella volta che ha confidato all’avaro Signor Venanzio tutti i soprannomi affibiatigli dai suoi familiari: il vecchio Venanzio è quasi sordo, non può sentirli e Giannino crede di fargli un servigio rivelandogli i discorsi altrui.

Giannino, in realtà, non comprende l’ipocrisia e l’incoerenza degli adulti, non capisce perché un ragazzo non possa divertirsi con degli scherzi senza conseguenze, non riesce ad entrare nell’ottica degli ideali borghesi ed austeri della sua famiglia che poi sono quelli caratteristici dell’Italia dei primi Novecento. Sì, è vero, Giannino è una vera e propria peste, ma è anche sfortunato e, nonostante le sue tante marachelle, suscita tenerezza nella sua ingenuità e nel suo candore fanciullesco.

Questo libro, poi, è rivoluzionario per l’epoca in cui è stato scritto: uscì a puntate nel 1907-1908 e fu poi pubblicato nel 1920 suscitando, in un’Italia intrisa di moralismo e borghesismo, la riprovazione dei perbenisti del tempo che vedevano nella figura di Gian Burrasca un’incitazione alla ribellione ed insubordinazione dei ragazzi. Niente di più falso! Si tratta, al contrario, di un’opera di formazione rivoluzionaria per l’epoca e molto, molto attuale anche oggi: attraverso gli occhi di Giannino vediamo l’Italia con i suoi problemi di allora e di oggi, con le sue convenzioni sociali, la malasanità, la malagiustizia, i metodi di correzione ed educazione dei ragazzi totalmente fallimentari (si pensi al collegio Pierpaoli). Inoltre Giannino ci fa capire una cosa importantissima: spesso punire senza spiegare non è la soluzione perché, come ci spiega il nostro monello, i ragazzi si devono correggere non usando i bastoni perché quelli feriscono la carne ma non tolgono l’idea!

Questo libro, come scrive Luigi Bertelli in arte Vamba, era dedicato ai ragazzi perché lo facciano leggere agli adulti ed è, oggi più che mai, una lettura assolutamente istruttiva per grandi e piccoli. Se non l’avete ancora fatto, vi consiglio caldamente di leggerlo: è divertentissimo e fa riflettere molto!

 

Opera recensita: “il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba

Editore: Giunti junior

Genere: letteratura per ragazzi

Ambientazione: Firenze, Roma

Pagine: 288

Prezzo: 7,90 €

Consigliato: sì.

 

venerdì 28 ottobre 2016

RECENSIONE: GIUSEPPE CATOZZELLA - NON DIRMI CHE HAI PAURA


Sinossi:

SAMIA È UNA RAGAZZINA DI MOGADISCIO. HA LA CORSA NEL SANGUE. OGNI GIORNO DIVIDE I SUOI SOGNI CON ALÌ, CHE È AMICO DEL CUORE, CONFIDENTE E PRIMO, APPASSIONATO ALLENATORE. MENTRE INTORNO LA SOMALIA È SEMPRE PIÙ PREDA DELL'IRRIGIDIMENTO POLITICO E RELIGIOSO, MENTRE LE ARMI PARLANO SEMPRE PIÙ FORTE LA LINGUA DELLA SOPRAFFAZIONE, SAMIA GUARDA LONTANO, E AVVERTE NELLE SUE GAMBE MAGRE E VELOCISSIME UN DESTINO DI RISCATTO PER IL PAESE MARTORIATO E PER LE DONNE SOMALE. GLI ALLENAMENTI NOTTURNI NELLO STADIO DESERTO, PER NASCONDERSI DAGLI OCCHI ACCUSATORI DEGLI INTEGRALISTI, E LE PRIME AFFERMAZIONI LA PORTANO, A SOLI DICIASSETTE ANNI, A QUALIFICARSI ALLE OLIMPIADI DI PECHINO. ARRIVA ULTIMA, MA DIVENTA UN SIMBOLO PER LE DONNE MUSULMANE IN TUTTO IL MONDO. IL SUO VERO SOGNO, PERÒ, È VINCERE. L'APPUNTAMENTO È CON LE OLIMPIADI DI LONDRA DEL 2012. MA TUTTO DIVENTA DIFFICILE. GLI INTEGRALISTI PRENDONO ANCORA PIÙ POTERE, SAMIA CORRE CHIUSA DENTRO UN BURQA ED È COSTRETTA A FRONTEGGIARE UNA PERDITA LACERANTE, MENTRE IL "FRATELLO DI TUTTA UNA VITA" LE CAMBIA L'ESISTENZA PER SEMPRE. RIMANERE LÌ, ALL'IMPROVVISO, NON HA PIÙ SENSO. UNA NOTTE PARTE, A PIEDI. RINCORRENDO LA LIBERTÀ E IL SOGNO DI VINCERE LE OLIMPIADI. SOLA, INTRAPRENDE IL VIAGGIO DI OTTOMILA CHILOMETRI, L'ODISSEA DEI MIGRANTI DALL'ETIOPIA AL SUDAN E, ATTRAVERSO IL SAHARA, ALLA LIBIA, PER ARRIVARE VIA MARE IN ITALIA.

 

Il libro di cui vi parlo oggi è stato scritto per raccontare una storia vera, una di quelle storie drammatiche e commoventi che a noi, che viviamo nella pace delle nostre comode case, sembrano incredibili. E’ la storia di Samia, una ragazza somala che insegue con tutte le sue forze un sogno: quello di correre alle Olimpiadi, ed è proprio lei a raccontarcela con la dolcezza, il candore e la forza esplosiva del suoessere guerriera.

La storia comincia quando Samia ha otto anni e vive a Mogadishu con gli amati genitori, il fratello Said, l’adorata sorella Odan e con Alì, il suo amico del cuore, quasi fratello e primo allenatore. Allenatore, sì, perché Samia non è una bambina qualsiasi: lei ha la corsa nel sangue, è un’atleta che venera il suo connazionale Mo Fara e che sa che un giorno correrà alle olimpiadi di Pechino e guiderà la liberazione delle donne somale dall’oppressione.

Sono questi sogni, questi obiettivi che la spingono a correre, sempre e comunque, anche di notte, da sola, nello stadio deserto su una pista martoriata dalle pallottole, anche quando nella sua città c’è la guerra e non si può più camminare per strada senza rischiare di essere scoperti, bastonati o arrestati. E la sua tenacia la premia, la porta a Pechino, alle olimpiadi, dove gareggia con le grandi atlete che ha sempre stimato. Ma Samia è mal nutrita, non ha muscoli, non ha i mezzi giusti per allenarsi e non ha un allenatore: arriva ultima, ma diventa un simbolo per le donne somale e musulmane, attirandosi però, ulteriori ire da parte delle milizie della sua città. Ed a farne le spese è la sua famiglia.

Samia non avrebbe mai voluto andarsene dalla sua terra, nonostante la guerra e la povertà, ma qualcosa in una notte d’estate la sconvolge. La ragazza capisce che non ha più senso restare in un paese che trasforma in mostri le anime più pure e parte, va in Etiopia a cercare un allenatore per continuare a correre, con l’obiettivo delle olimpiadi di Londra 2012. Ma i documenti dalla Somalia non arrivano ed in Etiopia Samia è una clandestina e non può allenarsi alla luce del giorno, non può competere con gli altri atleti, neppure qui può coltivare il suo sogno. Allora, spinta dalla forza della determinazione, parte per “il viaggio”, quel percorso che tutti i somali conoscono sin dall’infanzia, quello che dalla loro terra martoriata porta nel Sahara, in Libia e poi in Italia. Samia sa che sarà molto rischioso, sua sorella lo ha intrapreso poco tempo prima ed ora vive in Finlandia, ma Samia non può immaginare dove la condurrà questo viaggio e cosa dovrà sopportare. Ancora non sa fino a che punto può arrivare l’inferno.

Questa è una storia di Amicizia, di guerra e di coraggio; la storia di Samia dovrebbe essere raccontata nelle scuole, dovrebbe essere conosciuta dai tanti adulti che oggi, nel nostro bel Paese, criticano l’accoglienza ai migranti perché tutti dovremmo fermarci a riflettere sulle motivazioni che spingono questi uomini e queste donne a lasciare la loro terra per un po’ di pace in Italia, il Paese-miraggio, la porta per il futuro.

Con la voce di Samia, Giuseppe Catozzella ci mostra, con un’intensità devastante, le umiliazioni, le privazioni, le truffe cui tanti migranti sono sottoposti nel lungo e tribolato viaggio che li porta sulle nostre coste e ci mostra con spietato realismo quanto può essere difficile perseguire e realizzare un sogno quando parti dal fondo, dalle retrovie del mondo.

Una prosa chiara, intensissima, carica di sentimenti, che scatena nel lettore un nugolo di emozioni che lasciano il segno. E un encomio all’autore che è riuscito ad entrare ed a farci entrare così profondamente nel personaggio e nel suo ambiente. Lettura consigliatissima per tutti.

 

 Opera recensita: “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella

Editore: Feltrinelli, 2014

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Somalia, Etiopia, Sudan, Libia

Pagine: 240

Consigliato: sì.