simposio lettori copertina

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venerdì 31 dicembre 2021

RECENSIONE: FEDERICO PACE - LA LIBERTà VIAGGIA IN TRENO

Sinossi:

Londra-Parigi, Venezia-Atene, Cagliari-Olbia, Porto-Lisbona, Bergen-Oslo, Nizza-Marsiglia... Attraverso il Brennero e sull'orlo dell'Oceano. Città, mondi e vite che si incontrano sul filo di una ferrovia. Federico Pace riunisce in ciascun capitolo viaggi in treno che si assomigliano, come possono assomigliarsi i fratelli e le sorelle di una stessa famiglia. Qualcosa li tiene insieme, qualcosa di essenziale, eppure sono diversissimi tra loro. Per le geometrie con cui procedono, per le persone che incontrano e quelle che ti fanno incontrare, per i luoghi in cui ti portano e per i pensieri che ti fanno venire in testa. Racconti per tirare il filo di tante storie e riscoprire il viaggio nella sua forma più sublime, antica e modernissima. Perché quando si parte in treno, si parte davvero.

 

Commento:

Il viaggio, una delle cose che più ci manca in questo periodo di pandemia, è l'argomento centrale di questo libro in cui Federico Pace ci porta in giro per l'Europa… in treno. È questa la particolarità dei viaggi che ci descrive così bene, che si svolgono a bordo dei treni che collegano luoghi, persone, storie, vite, mondi. A bordo di quei treni sono salite persone comuni e celebrità, per quelle stazioni hanno transitato soldati, medici, bambini, nonni e nipoti… quei binari hanno visto guerre, amori, feste, lutti… e così, basta salire su un treno per essere in comunicazione con gli altri restando sempre se stessi. Un percorso affascinante fra la storia, la geografia, la cultura, la vita di un continente nel corso dei secoli. Consigliato.

 

Opera recensita: "La libertà viaggia in treno" di Federico Pace

Editore: Laterza, 2016

Genere: letteratura di viaggio

Ambientazione: Europa

Pagine: 196

Prezzo: 15,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

venerdì 2 aprile 2021

RECENSIONE: FAUSTA FILBIER - AFRICA, DAGLI OCCHI AL CUORE

                    Sinossi:

I non vedenti possono vedere luoghi lontani? Sì, con il cuore. Grazie agli occhi di chi vede. E che poi li racconta, trasformandoli in immagini e fantasie. Fausta Filbier è partita da qui, dal desiderio di essere quegli occhi, quella voce. "Africa dagli occhi al cuore" è una sorta di comunione sentimentale, di condivisione di esperienze, pensieri, emozioni. È il racconto del Continente Nero liberamente tratto da alcuni reportage scritti da Fausta Filbier negli ultimi trent'anni e pubblicati sui più importanti giornali di viaggio italiani. Seguono un ordine cronologico e documentano tempi e luoghi passati, diventando anche memoria di Paesi ormai in macerie, o che non si possono più visitare. Il libro è una sgroppata da brivido, dall'Algeria al Sudan, dall'Etiopia al Malawi, dalla Mauritania al Marocco, passando per Libia, Egitto, Sudafrica, Namibia, Botswana, Benin, Niger, Ciad, Tanzania... E propone frammenti di viaggio, fatti di luoghi, incontri, impressioni, odori. Che danno corpo e voce al sogno africano di Fausta Filbier, al suo amore per quella terra e per quelle genti. Uno sguardo che dai suoi occhi vuole arrivare al cuore.

 

Commento:

Africa dagli occhi al cuore è un bellissimo libro che raccoglie alcuni reportages dei tanti viaggi che la giornalista Fausta Filbier ha fatto in Africa. E dov'è la particolarità di questo libro? Di reportages sull'Africa, anche ben fatti, ce ne sarebbero tanti, è vero, ma pochi riescono a far vedere l'Africa a chi non può materialmente vederla: per riuscirci ci vuole una grande capacità descrittiva e di immedesimazione, nonché un'acuta sensibilità e una competenza nell'osservare e selezionare ciò che può essere interessante oltre che importante. Questo libro riesce nell'impresa, grazie alle evidenti capacità descrittive, empatiche, di osservazione e alla sensibilità di Fausta Filbier che si intuisce sia dalle sue parole permeate di affetto e ammirazione per le popolazioni incontrate e i luoghi visitati, ma anche nell'aver voluto lasciare questi reportages così come li aveva scritti all'epoca dei suoi viaggi. Chiaramente da allora molte situazioni possono essere cambiate, ma qui leggiamo l'esperienza di viaggio così com'è avvenuta, quasi come se fossimo stati lì anche noi a vedere con i nostri occhi, a percepire con tutti i sensi. Così ci sembra quasi di sentirla sotto i piedi, la sabbia impalpabile del deserto che custodisce tesori, di assaporare anche noi il gusto sciropposo e forte del thè verde insieme ai Mauri, di percepire attorno a noi la maestosità degli elefanti, di sentirci addosso lo sguardo apparentemente non curante delle leonesse, di osservare anche noi la magnificenza delle sinuose dune ocra in continuo assestamento.

Una raccolta di esperienze ed emozioni in cui immergersi per conoscere un po' meglio un continente tanto misterioso e affascinante quanto vero.

 

Opera recensita: "Africa dagli occhi al cuore" di Fausta Filbier

Editore: Virginio Cremona editore, 2020

Genere: reportage

Ambientazione: Africa

Pagine: 173

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

          

sabato 16 maggio 2020

RECENSIONE: AROA MORENO DURáN - COSE CHE SI PORTANO IN VIAGGIO

Sinossi:
Katia è nata nella Berlino del secondo dopoguerra, in una famiglia di comunisti spagnoli fuggiti dopo la Guerra civile. Insieme alla sorella vive un'infanzia tutto sommato serena, pur tra le numerose difficoltà: l'incontenibile malinconia della madre, la testardaggine del padre, convinto sostenitore dello Stato socialista, e una valigia intoccabile, nascosta sotto il letto, piena di ricordi di cui le figlie devono restare all'oscuro. Nel 1971 Katia lascia clandestinamente la DDR proprio come clandestinamente vi erano entrati i suoi genitori, per seguire un ragazzo dell'«altro lato» di cui si è innamorata, dando ascolto al più irragionevole degli istinti. Non ha ancora vent'anni e quella decisione la separa per sempre dal solo passato che possiede. La sua è una scelta che si configura come un tradimento: fuggendo Katia tradisce la famiglia, la propria storia, il paese in cui è nata, e commette un'azione imperdonabile, che la condanna a vivere senza un'identità, senza le radici che ha dovuto strappare per oltrepassare il Muro... Quali sono le cose che porterà con sé in un viaggio come questo, da cui non c'è ritorno?

Commento:
Ci sono tanti motivi per intraprendere un viaggio. Lo si può fare per svago, vacanza, lavoro, salute, fuga, salvezza. Manuel e Isabel, tra il 1938 e il 1946, il loro Paese lo lasciarono per salvarsi: comunisti, appena sposati, fuggirono dalla Spagna in guerra per rifugiarsi clandestinamente in Germania, a Berlino Est. Tutti i loro ricordi, quelli materiali, sono relegati in una valigia di cartone nascosta sotto il letto, una valigia che non si deve aprire, mai. A Berlino Est sono nate e vivono le loro figlie, Katia e Martina, due sorelle molto diverse, ma accomunate da quei genitori così reticenti a parlare, così amorevoli ma chiusi, riservati, diversi dagli altri, dai tedeschi, perché diverso è il loro vissuto. Sono tante le cose che in casa di Katia non si possono fare e probabilmente è proprio questo senso di rischio, di curiosità che la spinge ad assecondare le attenzioni di un giovane dell'"altro lato": non lo conosce, ma già sente per lui un sentimento che la travolge e che, qualche anno dopo, la spingerà a compiere un viaggio irreversibile. Per lui, per un istinto giovanile, per un colpo di testa, Katia taglierà i ponti con tutto ciò che conosce, con il poco che ha, con la sua famiglia e intraprenderà un suo viaggio personale per passare dall'"altro lato". Cosa porterà con sé? Poche, pochissime cose e una valigia di immagini, ricordi, sensi di colpa. Cosa troverà ad attenderla? Non lo sa.
Quello scritto da Aroa Moreno Durán è un romanzo lieve, fine, delicato che nasconde dietro la patina del non detto la forza della rinuncia, del rischio e l'ineluttabilità dell'irreversibile. Perché quando la scelta da fare condiziona gli altri non è mai senza conseguenze, non è mai indolore e i prezzi da pagare si decuplicano. Un libro da leggere perché tratta alcune pagine poco discusse di storia europea, lo fa dal punto di vista del romanzo, con un tono intimista e forse un po' edulcorato, ma comunque lo fa… è una voce in più e noi di voci che raccontino la storia abbiamo sempre bisogno.

Opera recensita: "Cose che si portano in viaggio" di Aroa Moreno Duràn
Editore: Guanda, 2020
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Germania, 1956-1992
Pagine: 169
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.

lunedì 20 aprile 2020

RECENSIONE: VIRGINIA WOOLF - LA CROCIERA


Sinossi:
Opera che racchiude le grandi prove narrative a venire, La crociera è stata definita la «storia di un rito di passaggio», un romanzo di formazione al femminile in cui la protagonista s’inoltra in un viaggio – la crociera del titolo, appunto – che è al tempo stesso scoperta della propria identità di donna e d’artista e confronto con il mondo. Primo vero romanzo dell’autrice inglese, scritto e riscritto più volte e accompagnato, nella revisione finale, da un drammatico tentativo di suicidio, anticipa già molti dei motivi che si ritroveranno nella narrativa della maturità: il tema dell’artista e del suo rapporto col mondo, lo scarto tipicamente modernista tra il piano dell’esperienza esterna e quello dell’avventura interiore, l’ironia nei confronti delle convenzioni sociali. Sul piano formale, con La crociera ha inizio la ricerca intrapresa dalla Woolf per colmare il vuoto lasciato da convenzioni narrative ormai incapaci di esprimere una nuova visione del mondo, e vengono proposte nuove forme d’espressione più idonee a rappresentare la coscienza inquieta del soggetto moderno.

Commento:
Un'assortita, ma pure esigua, compagnia di personaggi si ritrova a bordo di una nave mercantile in viaggio da Londra al Sud America: si tratta dei coniugi Helen e Ridley Ambrose, di una cameriera, della giovane Rachel – figlia dell'armatore della nave -, dello stesso armatore e di un uomo saccente e scontroso chiamato William Pepper. Gli Ambrose e la famiglia dell'armatore si conoscono già, intercorrono tra loro rapporti di parentela ed amicizia, per questo non deve stupire il fatto che Helen Ambrose decida di prendere con sé la giovane e inesperta Rachel così da educarla e prepararla al mondo mentre il padre proseguirà il viaggio. Una serie di altri personaggi compariranno e, sia fugacemente, sia in modo stabile, si uniranno al viaggio e al soggiorno sull'isola di Santa Marina, in un'atmosfera mista tra giovialità, noia, intraprendenza, nuove conoscenze e nuovi sentimenti che sbocciano. Ma il torpore della vacanza nelle assolate terre d'America è destinato ad essere interrotto da un fulmine a ciel sereno, da un temporale estivo, freddo e violento che, dopo il suo passaggio, lascerà la terra uguale a se stessa eppure profondamente mutata.
La crociera è un'opera che per i suoi tre quarti risulta "normale", comune, ben scritta, piacevole, ma tutto sommato prevedibile; nell'ultimo quarto, invece, Virginia Woolf sorprende e getta una luce completamente diversa a quanto si è raccontato dando nuovo valore all'intero romanzo. Tanti i temi trattati, sebbene in modo fugace e nebuloso; uno, invece, il messaggio soverchiante e centralissimo della storia: che senso ha fare piani, progetti, brigare e arrampicarsi per acquisire una migliore posizione sociale, una vita migliore, se basta un niente per spazzare via tutto, inesorabilmente? Cos'è l'uomo di fronte al dolore e all'ineluttabilità della vita e della morte? Quanto mai potrà, egli, essere preparato ad affrontare il destino che gli viene incontro? Un libro da leggere, foss'anche solo per la struttura e la maestria con cui è condotta la storia.


Opera recensita: "La crociera" di Virginia Woolf
Editore: vari, prima ed. originale 1915
Genere: letteratura inglese
Ambientazione: Inghilterra, Sud America
Pagine: 374 (ed. Bur 1974)
Consigliato: sì
Voto personale: 8
Colonna sonora sperimentata: Chet Baker.

domenica 8 dicembre 2019

RECENSIONE: DANIELE DEL GIUDICE - ORIZZONTE MOBILE


Sinossi:
Mentre narra la propria spedizione antartica, Daniele Del Giudice ripercorre i taccuini di quelle coraggiose spedizioni altrimenti sconosciute ai più, con naufragi, navi imprigionate mesi e mesi tra i ghiacci, equipaggi indomiti, marinai sull'orlo della disperazione o annientati dalla follia: sono gli ultimi veri racconti d'avventura, che hanno fissato il mito e la memoria di questa Terra Incognita. Con un lavoro di intarsio, al confine tra vita e letteratura, l'autore ricostruisce una "iperspedizione" che collega fra loro episodi di viaggi storicamente realizzati, ripercorrendoli sui sentieri del mondo e su quelli della scrittura. Giocando sulla diversità delle prospettive e delle voci, ci offre un "orizzonte mobile" nello spazio e nel tempo ma stabile e duraturo nei sentimenti che suscita. Un viaggio fuori dal tempo, dentro un paesaggio ipnotico e indifferente all'uomo, di sublime bellezza: dal giallo ocra delle pampas ai ghiacciai che colano in acqua, tra cime rocciose, nevi eterne e precipizi. Davanti agli occhi, un orizzonte di ghiaccio e luce, sempre sfuggevole. Sono luoghi, storie, giorni, anni, ere geologiche che resistono alla prospettiva lineare del semplice raccontare. Una millenaria geometria naturale che ogni cosa stratifica, ogni memoria cristallizza. Un mondo simultaneo di cui questo libro è il canto.

Commento:
Questo è il primo libro che leggo di Daniele Del Giudice, autore molto stimato ed osannato dalla critica. Ovvio che, avendo letto solo questo libro, non esprimerò giudizi sull'autore, però posso dire che Orizzonte mobile a me proprio non è piaciuto. Ho fatto veramente fatica a finirlo: una serie di narrazioni di viaggi – alcune dell'autore e altre precedenti, che non coinvolgono né emozionano. Nonostante la proprietà di linguaggio e l'evidente padronanza stilistica, davvero non mi era mai capitato di restare mortificata dal modo in cui un autore ha (mal)trattato quanto descritto: paesaggi che avrebbero dovuto mozzare il fiato per la loro bellezza, esperienze potenzialmente da brivido che non hanno destato in me alcuna emozione. Parole belle, ma fredde; frasi eleganti, ma grige e impersonali. Stando a quello che ho letto qui, Del Giudice sa scrivere, indubbiamente… però allora le cose sono due: o questa ciambella non gli è riuscita col buco o io e lui proprio non concordiamo sul concetto di emozione. Mi riservo di esprimere un giudizio più consono dopo la lettura di qualcos'altro di suo. Devo dire, infatti, che ex post, a fine lettura, sono andata a curiosare sul web tra le recensioni a questo libro, tanto per capire se fossi solo io a non essere sulla stessa lunghezza d'onda dell'autore. Ho dedotto che questo specifico libro ha deluso molti, anche tra chi Del Giudice lo conosce e lo apprezza. Quindi… che abbia sbagliato la scelta del primo libro? Di sicuro io, però, questo non lo consiglio. Spiacente.


Opera recensita: "Orizzonte mobile" di Daniele Del Giudice
Editore: Einaudi, 2009
Genere: narrativa di viaggio
Ambientazione: Antartide
Pagine: 140
Prezzo: 16,50 €
Consigliato: no
Voto personale: 4.

martedì 3 settembre 2019

RECENSIONE: PAOLO RUMIZ - IL FILO INFINITO

Sinossi:
Che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula: ora et labora. Lo fecero nel momento peggiore, negli anni di violenza e anarchia che seguirono la caduta dell’Impero romano, quando le invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Ondate violente, spietate, pagane. Li cristianizzarono e li resero europei con la sola forza dell’esempio. Salvarono una cultura millenaria, rimisero in ordine un territorio devastato e in preda all’abbandono. Costruirono, con i monasteri, dei formidabili presidi di resistenza alla dissoluzione.
Sono i discepoli di Benedetto da Norcia, il santo protettore d’Europa. Paolo Rumiz li ha cercati nelle abbazie, dall’Atlantico fino alle sponde del Danubio. Luoghi più forti delle invasioni e delle guerre. Gli uomini che le abitano vivono secondo una Regola più che mai valida oggi, in un momento in cui i seminatori di zizzania cercano di fare a pezzi l’utopia dei padri: quelle nere tonache ci dicono che l’Europa è, prima di tutto, uno spazio millenario di migrazioni. Una terra “lavorata”, dove – a differenza dell’Asia o dell’Africa – è quasi impossibile distinguere fra l’opera della natura e quella dell’uomo. Una terra benedetta che sarebbe insensato blindare.
E da dove se non dall’Appennino, un mondo duro, abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto, poteva venire questa portentosa spinta alla ricostruzione dell’Europa? Quanto c’è ancora di autenticamente cristiano in un Occidente travolto dal materialismo? Sapremo risollevarci senza bisogno di altre guerre e catastrofi?
All’urgenza di questi interrogativi Rumiz cerca una risposta nei luoghi e tra le persone che continuano a tenere il filo dei valori perduti, in un viaggio che è prima di tutto una navigazione interiore.
“Cosa hanno fatto i monaci di Benedetto se non piantare presidi di preghiera e lavoro negli spazi più incolti d’Europa per poi tessere tra loro una salda rete di fili?”

Commento:
"Cosa hanno fatto i monaci di Benedetto se non piantare presidi di preghiera e lavoro negli spazi più incolti d’Europa per poi tessere tra loro una salda rete di fili?” E' da quest'assunto, iniziale e conclusivo, che lo scrittore e giornalista triestino Paolo Rumiz intraprende il suo viaggio alle radici d'Europa: è per ritrovare e ripercorrere questo filo infinito che ricerca l'autenticità di Benedetto da Norcia, Santo protettore d'Europa, nelle abbazie che seguono la sua regola. Tutto nasce da un viaggio, nell'aprile 2017, nei luoghi del terremoto, nell'Appennino a cavallo tra Lazio, Umbria e Marche. E' osservando la piana di Norcia e la statua del Santo, che Rumiz decide di partire, di capire quale può essere la soluzione contro la divisione, l'odio, la paura dell'altro. Come ha fatto l'Europa a mantenersi in vita passando indenne crisi peggiori di questa? Attraverso la preghiera e il lavoro continuo, fisico, reale, e attraverso rispetto, ascolto e condivisione che hanno indotto tutti ad aprirsi, a sentirsi parte di una comunità, di un micromondo nel mondo, quale è proprio un'abbazia.
Un libro affascinante e molto toccante, anche per chi non abbia una fede fervente. Un libro interessante e profondo che serva da monito all'Europa di oggi, con molti più problemi che in passato, ma tutta completamente divisa e individualista.


Opera recensita: "Il filo infinito" di Paolo Rumiz
Editore: Feltrinelli, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Europa
Pagine: 176
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.



venerdì 9 agosto 2019

RECENSIONE: PAOLO RUMIZ - MASCHERE PER UN MASSACRO


Sinossi:
Un reportage capace di svelare i veri meccanismi della guerra balcanica dietro i fraintendimenti e le mistificazioni. "La guerra mette a nudo la verità degli uomini e insieme la deforma. Ci sono tanti aspetti di questa verità; uno di essi è la cecità generale - cecità delle vittime, degli spettatori (i servizi d'informazione occidentale, oscillanti tra esasperazione, ignoranza o rimozione dell'orrore e fra cinismo e sentimentalismo) e della "grande politica", che nel libro di Rumiz fa una figura grottesca." (Claudio Magris). Con una nuova introduzione dell'autore.

Commento:
"A chi giova?". Quando si vuole davvero cercare di capire una guerra, forse la frase chiave è proprio questa, forse è questa la domanda da porsi. Paolo Rumiz, cercando di capire la guerra più assurda ed incomprensibile della storia, si chiede proprio questo. E diventa evidente, seguendo la sua analisi, che la guerra dei Balcani fu la prima e forse unica guerra a nascere dopo un accordo; è per questo che la si può definire senza tema di sbagliarsi, un imbroglio, una farsa a spese dei civili e della cultura. Eppure i segnali erano chiari da tempo, ma nessuno ha voluto vederli, né la gente comune che pure di guerre ne aveva viste tante, né l'Unione europea sempre troppo preoccupata del proprio feudo privato, non l'aveva capito la gente di montagna che poi fu usata come sobbillatrice, nessuno aveva voluto cogliere i segnali. Perché? Probabilmente perché “Il bene prevale numericamente sul male, ma non sa fiutare il pericolo”. Così la perfidia di pochi strateghi e la cecità di molti portarono ad uno dei conflitti più strani e meno chiari di tutto il Novecento. Maschere per un massacro non è una lettura facile, è un saggio/reportage, che si snoda con competenza e quasi nostalgia per ciò che è stato. Un libro ben scritto e un racconto autentico su un periodo buio della storia europea e mondiale.

mercoledì 7 agosto 2019

RECENSIONE: ARTO PAASILINNA - PICCOLI SUICIDI TRA AMICI


Sinossi:
Ci sono momenti in cui i ripetuti insuccessi, un matrimonio a rotoli, lo stress, la solitudine sembrano davvero troppo per conservare la voglia di vivere: non è meglio farla finita e andarsene da questo mondo che pare sempre meno “un luogo adatto all’uomo”? Seduto sui gradini di casa con una bottiglia di birra in mano, il direttore Onni Rellonen, imprenditore fallito, decide di dire basta a “quel suo vivacchiare privo di senso”. Ma cosa succede se il fienile scelto per “il botto finale” è già occupato da un colonnello a riposo risoluto a mettere fine ai suoi giorni? Non ci saranno anche molti altri nelle stesse condizioni, con cui varrebbe la pena di spartire timori, rischi e spese, per un dignitoso suicidio collettivo? E così, caricati sulla Saetta della Morte, lussuoso pullman dotato dei più desiderabili comfort, trentatré selezionati aspiranti suicidi partono per un viaggio che li porterà da un capo all’altro dell’Europa alla ricerca del migliore strapiombo da cui lanciarsi nel vuoto. Sotto il comando del colonnello Kemppainen, frustrato da un’epoca “così profondamente pacifica”, con l’assistenza di Rellonen e della fidata vicepreside Helena Puusaari, conturbante trentacinquenne dai capelli rossi con l’hobby di struggenti passeggiate nei cimiteri, la Libera Associazione Morituri Anonimi raccoglie i più disparati e folli personaggi, decisi, come il Vatanen dell’Anno della Lepre, a tagliare tutti i legami di un’esistenza che li ha delusi e maltrattati, per la libera avventura di un fatale Grand Tour, che diventerà presto il più gioioso manifesto della voglia di vivere. Dalle falesie di Capo Nord ai burroni del Furka, fino all’estrema punta dell’Algarve, tra spericolate avventure, amicizie, solidarietà e nuovi amori, la banda degli apprendisti suicidi sarà immancabilmente raggiunta dall’irriducibile nemico da cui ha tentato di fuggire: la vita. Perché “si può scherzare con la morte, ma con la vita no. Evviva!” Parola di Paasilinna.

Commento:
Tanti libri sono stati scritti sulla morte, molti anche in chiave ironica, ma questo è uno dei più divertenti e improbabili che mi sia capitato di leggere finora. Un direttore fallito decide di tirarsi una sana e definitiva rivoltellata in un fienile il giorno dopo San Giovanni, ma avvicinandosi al luogo prescelto per la sua dipartita, scopre con orrore che un altro uomo, un colonnello, un ufficiale d'alto rango, ha scelto di impiccarsi proprio lì. Siccome il suicidio è un atto privato che non si può fare davanti ad altri occhi, i due decidono di rinviare l'estremo gesto e passano alcuni giorni insieme nel villino del direttore sul lago dell'Ebbro. Qui i due, nel frattempo diventati amici, riflettono sull'incidenza dei suicidi in Finlandia e decidono di mettere un annuncio sul giornale per incontrare altri che, come loro, vorrebbero porre fine alla propria esistenza, al fine di trarre tutti utilità dallo scopo comune. Inaspettatamente a rispondere sono più di seicento persone. Da questo punto, se già la situazione non fosse paradossale così, comincerà un magnifico, grande viaggio che, con l'idea del suicidio di massa sempre in mente ma stranamente un po' più lontana ad ogni nuova tappa, porterà i suicidandi membri attraverso l'Europa e, al contempo, attraverso l'analisi delle loro vite, la riflessione sui loro problemi e la condivisione delle proprie inquietudini con quelli che nel frattempo sono diventati nuovi amici. Sì, perché si sa che se un fardello viene diviso diventa più leggero; così, fra un tentativo di suicidio a Capo Nord e una rissa con gli Oolingan in Germania, nonostante qualche perdita collaterale e calcolata, la voglia di morire si dilegua e la voglia di vivere torna a scaldare i cuori e rischiarare il futuro.
Piccoli suicidi tra amici è il primo libro che leggo di Arto Paasilinna e devo dire che adoro il suo humor che correda situazioni improbabili di efficacissimi dettagli, che crea personaggi memorabili come il colonnello Kemppainen e la vicepreside Puusaari e il cameriere extra Sorionen, che nasconde dietro un sorriso le critiche ad una nazione e un popolo che ama, ma che riconosce come controverso. Una lettura divertente, scanzonata, ma profonda che consiglio a tutti.

Opera recensita: "Piccoli suicidi tra amici" di Arto Paasilinna
Editore: Iperborea, 2006
Genere: narrativa umoristica
Ambientazione: Finlandia, Europa
Pagine: 272
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


mercoledì 9 gennaio 2019

RECENSIONE: PAOLO RUMIZ - A PIEDI


Sinossi:
Un mattino di settembre presi il sacco e uscii di casa senza voltarmi indietro. La mia meta stava a sud, un sud così perfettamente astronomico che sarebbe bastata la bussola a raggiungerlo. Era la punta meridionale dell’Istria, un promontorio magnifico sui mari ruggenti di Bora, regina dei venti d’inverno, e di Maestrale, che è il più glorioso dei venti d’estate. Una scogliera talmente ideale che è stata battezzata ‘Capo Promontore’ (Premantura in lingua croata). Un luogo che tutti i lupi di mare sanno riconoscere traversando l’Adriatico.”
 Sette giorni per arrivare da Trieste a Promontore raccontati ai giovani lettori letteralmente passo dopo passo da un camminatore d’eccezione: Paolo Rumiz. Una narrazione che apre finestre su molti temi: le frontiere da attraversare, i confini che cambiano, la guerra dei Balcani, gli animali selvatici che si incontrano, l’orientamento con le stelle, le mappe.
Ma soprattutto una riflessione sull’importanza di camminare: esercizio che abbiamo dimenticato, sostituendo sempre più spesso i viaggi virtuali a quelli reali.
A piedi è una guida precisa da seguire, una lettura straordinaria che diventa occasione di approfondimento e un testo che può ispirare altri viaggi e altri itinerari.

Commento:
Qualche mese fa, leggendo "Appia", diario di un altro viaggio, ho imparato ad apprezzare i racconti di viaggio di Paolo Rumiz ed ho scoperto che mi piace il suo modo di descrivere, riflettere, intendere il viaggio. Così ho deciso di approfondire la conoscenza di quest'autore con questo "A piedi" che più che un diario di viaggio è proprio una guida al viaggio ed alla bellezza del camminare. "Il cammino ti pulisce", ci dice Rumiz riprendendo un detto di chi vive lungo il Camino di Santiago, e ce lo dimostra, Rumiz, questo detto: il viaggio, l'andare, fa svanire il magone, i brutti pensieri, le nuvole nere che ottundono la mente; camminare vuol dire ricominciare a guardarsi intorno, ascoltare il silenzio, parlare con gli sconosciuti che, alla fine della conversazione, non lo saranno più… è ritrovarsi e trovare la propria naturale dimensione nel mondo. Paolo Rumiz stavolta ci racconta tutto questo percorrendo le strade che dalla porta di casa sua a Trieste arrivano a Premontore, in Croazia. Un viaggio compiuto nell'arco di sette giorni, senza regole o obiettivi, ma solo obbedendo ai segnali del corpo ed alla voglia di andare. Lo consiglio e sicuramente leggerò altro di quest'autore.
  
Opera recensita: "A piedi" di Paolo Rumiz
Editore: Feltrinelli, 2012
Genere: narrativa di viaggio
Ambientazione: Istria (Trieste, Slovenia, Croazia)
Pagine: 128
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


sabato 10 novembre 2018

RECENSIONE: PAOLO RUMIZ - APPIA


Sinossi:
Paolo Rumiz ha percorso a piedi, con un manipolo di amici, il tracciato di una grande via romana: l'Appia. Lo ha fatto spesso cavando dal silenzio della Storia segmenti cancellati, lo ha fatto ascoltando le voci del passato, lo ha fatto destando la fantasia degli increduli incontrati lungo il viaggio.
E ora ci chiama come un pifferaio magico a seguirlo con le nostre gambe e la nostra immaginazione lungo la via Appia - il nostro giubileo, la nostra Santiago di Compostela. Da Orazio ad Antonio Cederna (appassionato difensore dell'Appia dalle speculazioni edilizie), da Spartaco a Federico II, prende corpo una galleria di personaggi memorabili, mentre si costeggiano agrumeti e mandorleti, si incontrano le tracce di arabi e normanni e ci si interroga sui misteri della viabilità italiana, sull'incomprensibile abbandono dei luoghi della memoria. E intanto le donne vestite di nero, i muretti a secco, la musicalità della lingua anticipano l'ingresso nell'Oriente.
Al racconto di Rumiz fanno da contrappunto le mappe disegnate da Riccardo Carnovalini, che rielabora e mette a punto le tracce del percorso: un contributo prezioso e uno strumento utilissimo - considerata l'assenza di segnaletica - per chi volesse seguire le orme di Rumiz e dei suoi compagni di viaggio.
Il libro contiene le meravigliose mappe di Riccardo Carnovalini per seguire sulle pagine il viaggio di Paolo Rumiz o per avventurarsi sul suo stesso cammino.

Commento:
Non sono un'esperta di viaggi, tantomeno di letteratura di viaggio, questa è la prima volta che leggo un libro di Paolo Rumiz e non nascondo di esserne rimasta conquistata. Conquistata, sì, dal viaggio in sé, dalla possibilità che si possa intraprendere un viaggio a piedi, in comitiva, con un obiettivo così affascinante ed utile per il prossimo: recuperare le tracce della regina delle vie, l'Appia antica, la via voluta da Appio Claudio che congiungeva Roma a Brindisi passando per il Lazio, La Campania, l'Irpinia, la Basilicata, la Puglia fino al mare che affaccia ad Oriente.
Mi ha conquistata, poi, la scrittura ricca eppure essenziale di Rumiz, la sua capacità di portarci in viaggio con lui, Alex, Riccardo e Irene, con Marco, Vinicio, Sandra e tutti gli altri, dagli archeologi ai contadini, dagli osti ai pastori, descrivendo magistralmente sensazioni, paesaggi, sapori, colori, profumi, pensieri, modi di ragionare. Mi hanno conquistata la forza e l'impegno di questi viandanti moderni, la volontà di affidarsi ai piedi, alla strada, alla storia e al passato piuttosto che al Gps e alla tecnologia; la volontà di andare oltre l'incuria, il degrado, risvegliando popoli dall'oblio per raggiungere la meta.
"Appia" è un libro che si divora, 360 pagine che si leggono avidamente, lasciando spazio all'immaginazione e alla fascinazione delle parole e delle immagini. E già i piedi scalpitano per la voglia di andare.


Opera recensita: "Appia" di Paolo Rumiz
Editore: Feltrinelli, 2016
Genere: libro di viaggio
Ambientazione: Italia, da Roma a Brindisi
Pagine: 360
Prezzo: 19,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


sabato 2 giugno 2018

RECENSIONE: MATTEO BUSSOLA - LA VITA FINO A TE


Sinossi:

Dopo il successo di Notti in bianco, baci a colazione, Matteo Bussola scrive un libro sull'amore di coppia. Vissuto, immaginato, sperato, fallito. L'amore

che «non ti completa, ma ti comincia».

«Bussola sa scrivere. Usa le parole con accortezza, con cura, come se fossero importanti. Tanto importanti quanto le esperienze che raccontano» - Michele

Serra

"Il tema del libro è l'amore, anzi tutti gli amori [...] E, ve lo dico: io non so se scriverò altri libri in vita mia, probabilmente sì, magari no, comunque

sia questo resterà sempre e per sempre - è una certezza - il libro al quale vorrò più bene."

Matteo Bussola riconosce ciò che di straordinario si annida nelle cose ordinarie perché le guarda come se accadessero per la prima volta, come se sentisse

sempre la vita pulsare in ogni cellula. Ed è con quello sguardo che racconta di relazioni sentimentali, l'istante in cui nascono, il tempo che abitano.

Lo fa mettendosi a nudo, ricordando gli amori passati, per ripercorrere la strada che lo ha portato fino a qui, alla sua esistenza con Paola e le loro

tre figlie. Soprattutto, lo fa specchiandosi nelle storie di ciascuno: quelle che incontra su un treno, o mentre sbircia dal finestrino della macchina,

o seduto in un bar la mattina presto. Quelle che incontra stando nel mondo senza mai dare il mondo per scontato, e che la sua voce intima e familiare ci

restituisce facendoci sentire che sta parlando esattamente di noi.

 

Commento:

Beh, la quarta di copertina ci dice già molto su questo libro. Ciò che posso aggiungere io è che questo, come anche gli altri di Matteo Bussola, è un libro sincero, autobiografico, che parla di Matteo, di Paola, delle loro figlie, di tutti noi e del vivere quotidiano. Perché Matteo non ha paura di confessarci i suoi errori (chi non ne ha fatti scagli la prima pietra) nei quali un po’ tutti possiamo riconoscerci. E ci riconosciamo nelle storie che racconta, che vive, che osserva. Perché Matteo Bussola sa scrivere, come dice Michele Serra nella presentazione, ma soprattutto sa osservare, osservare davvero, senza pregiudizi, senza preconcetti, guardarsi intorno cogliendo i dettagli che sono l’essenza delle cose.

Nei suoi due romanzi precedenti, “Notti in bianco, baci a colazione” e “Sono puri i loro sogni”, Matteo Bussola ci parla del suo bellissimo rapporto con le figlie, di come gli abbiano cambiato la vita e le priorità. In quest’ultimo libro, invece, la sua attenzione si concentra sul percorso, sentimentale e personale, che l’ha portato alla vita fino a qui, al rapporto con la compagna ed alla creazione di una famiglia. Un percorso fatto di abbandoni, fughe, paure, scelte, rischi, piccole vittorie e grandi perdite; un percorso che lo ha reso consapevole di se stesso, della realtà che lo circonda, un percorso di un uomo normale, non dissimile a quello di tanti di noi. Il pregio dei libri di Matteo Bussola è proprio questo: racconta storie normali vissute da persone normali che, nelle sue mani e con i suoi occhi, diventano piccole cose straordinarie.

Il mio personale consiglio è: prima di leggere questo libro, per capirne a pieno l’evoluzione, leggete almeno il primo romanzo, “Notti in bianco, baci a colazione”. Non si tratta di una saga, capirete lo stesso anche partendo dall’ultimo, però secondo me, se non avete mai letto nulla di Bussola, il primo libro può esservi utile ad entrare nella sua “dimensione”.

Detto questo, buona lettura, anzi… buon viaggio.

 

Opera recensita: “La vita fino a te” di Matteo Bussola

Editore: Einaudi, 2018

Genere: narrativa italiana

Pagine: 202

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

martedì 22 maggio 2018

RECENSIONE: FEDERICO PACE - CONTROVENTO. STORIE E VIAGGI CHE CAMBIANO LA VITA


Sinossi:

Viaggiare non vuol dire soltanto attraversare il cuore segreto dei continenti. Viaggiare è anche l'uscita dall'infanzia, l'inizio di un'amicizia, la rottura

di un legame che credevamo non potesse finire mai. Perché è quando si va altrove che le cose importanti cominciano ad accadere, quando la vita ci mette

alla prova e ci svela una parte di noi che prima non conoscevamo. Dai colori dell'India ai segreti del Monte Athos. Dalla sterminata cordigliera dell'America

Latina agli ipnotici silenzi della Siberia. Dalle dolci sinuosità della Moldava fino al Pacifico e oltre. Dalle antiche vie che costeggiano il mare alle

strade che uniscono le grandi città. Il viaggio in auto di Oscar Niemeyer lungo oltre mille e duecento chilometri da Rio de Janeiro fino a Brasilia per

dare vita a una città mai esistita prima. Il cammino a piedi di Vincent Van Gogh tra il Belgio e la Francia nell'inverno in cui finì per capire cosa gli

serviva davvero per diventare pittore. La soglia inattesa con cui è costretta a misurarsi Frida Kahlo. La fuga di Joni Mitchell dalle battaglie meschine

della fine di un amore. La corsa insonne di Keith Jarrett verso Colonia. Controvento racconta le storie di chi, attraversando un ponte, mettendosi su una

strada, salendo su un autobus o un treno, ha trovato in un giorno, in un istante, il modo di cambiare e trasformarsi. I viaggi hanno segnato la vita di

molti e di molti altri la segneranno nel tempo che verrà: perché l'altro e l'altrove hanno sempre in serbo qualcosa che non abbiamo ancora conosciuto,

che lenirà il nostro dolore e ci schiuderà il passaggio verso la strada poco battuta.

 

Commento:

I due pensieri che mi hanno accompagnata costantemente nella lettura di questo libro, sin dalla prima pagina, sono stati “Ma che bello!” e “Quant’è scritto bene!”. Sembrerà banale, ma questo è davvero un libro Bello, nel senso più profondo del termine: è costituito da tanti racconti di viaggio, ognuno vissuto realmente dal personaggio che ne è protagonista. In realtà, però, il vero protagonista, l’assoluto padrone della scena qui è il viaggio, in tutte le sue forme, declinazioni e significati: viaggio fisico, mentale, emotivo, temporale, interiore. Chi viaggia ha la mente aperta alla conoscenza, che sia di un luogo, di un popolo, di un’epoca, di una forma d’arte, di se stessi. Si viaggia per conoscere e conoscersi, fuggire e sfuggirsi, dimenticare e ricordare. E così visitiamo l’Argentina, la Siberia, Parigi, il Sertao brasiliano, l’India, il Messico insieme a Gauguin, Borges, Frida Kahlo, Cortazar, David Bowye… un passo dopo l’altro, affrontiamo le curve del tempo.

A rendere speciale il nostro viaggio letterario c’è la prosa di Pace che stordisce e conquista: una scrittura ricca, elegante, evocativa che dona ad ogni tappa quel tocco di poesia in più che fa la differenza.

Un libro da leggere piano piano, da gustare a piccole dosi, per godersi, appunto, il viaggio.

 

Opera recensita: “Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita” di Federico Pace

Editore: Einaudi, 2017

Genere: racconti di viaggio

Ambientazione: Mondo

Pagine: 172

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

domenica 22 aprile 2018

RECENSIONE: GIOVANNI ARPINO - IL BUIO E IL MIELE


Sinossi:

Il capitano Fausto, protagonista del libro, l'ufficiale che per un incidente di pace e non di guerra ha perso la vista e una mano, è un Achab senza Balena

Bianca, prigioniero di un mondo nero, un Ulisse senza Iliade, al quale resta la possibilità di una piccola Odissea (una settimana, cinque più due come

si dice nel gergo delle caserme), tra Genova e Roma, con tappa conclusiva Napoli dove lo attende (proprio a Napoli, la città del sole) un appuntamento

con la morte. Lo strano destino di questo romanzo è di essere più famoso con il suo nome di battaglia cinematografico, "Profumo di donna", che con il suo

titolo originale. "Il buio e il miele" ha ispirato memorabili interpretazioni a due grandissimi attori come Vittorio Gassman (1974) e Al Pacino (1992).

 

Commento:

Ho visto ed apprezzato, in tempi e gradi diversi, i due film tratti da questo libro, e mi è venuta la curiosità e la voglia di leggere l’opera che li ha ispirati.

“Il buio e il miele” di Giovanni Arpino, pubblicato per la prima volta nel 1969, è il racconto reale e senza fronzoli, del soldato in licenza designato a trascorrere una settimana “in compagnia” del capitano Fausto G, un uomo che ha perso una mano e la vista durante un “gioco di pace e non di guerra”, giocando con una bomba durante un’esercitazione. Uomo a dir poco particolare questo capitano, che vive secondo le sue regole badando a soddisfare solo le proprie voglie ed interessandosi poco agli altri, tanto che non si disturba a voler conoscere il nome del soldato: per lui sarà sempre e solo Ciccio, come tutti quelli che l’hanno preceduto. Il capitano fausto e Ciccio – lo chiameremo anche noi così – intraprendono un viaggio in treno che li condurrà a Napoli, passando per Genova e Roma. A Napoli li attende Vincenzo, un capitano che si ostina a voler essere chiamato tenente, anche lui rimasto invalido per un gioco di pace, probabilmente lo stesso di Fausto. E li attendono anche alcune ragazze, fra tutte Sarah, che è innamorata di Fausto. Ma i piani di Fausto e Vincenzo non prevedono l’amore.

Il racconto, che ci giunge dalla viva voce del soldato accompagnatore, è schietto e senza fronzoli, lo stile è nervoso, spoglio, quasi si tratti di appunti dettagliati scritti solo per non dimenticare ciò che è stato. Una lettura interessante perché lascia qualcosa – qualcosa di indefinito a dire il vero – sia che la si legga en passant, sia che ci si soffermi a studiarla dal punto di vista stilistico o comportamentale. Molto fedele la trasposizione di Risi, meno fedele ma molto più appassionante a mio giudizio quella di Pacino.

 

Opera recensita: “Il buio e il miele” di Giovanni Arpino

Editore: Dalai, Baldini & Castoldi, prima ed. 1969

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Torino-Genova-Roma-Napoli

Pagine: 148 (Ed. Dalai 2008)

Prezzo: 8,90 € (Ed. Baldini e Castoldi 2013)

Consigliato: sì

Voto personale: 7,5

Consigli correlati: film “Profumo di donna” di Dino Risi con Vittorio Gassman e “Scient of a woman” Di Al Pacino.

 

venerdì 23 marzo 2018

RECENSIONE: YEONSEO LEE, DAVID JOHN - LA RAGAZZA DAI SETTE NOMI. LA MIA FUGA DALLA COREA DEL NORD


Sinossi:

Come tutti i bambini cresciuti nella Corea del Nord anche Hyeonseo Lee pensa, che il suo paese sia "il migliore del mondo". È una "brava comunista", studia

le gesta leggendarie del Caro Leader Kim Il-sung, partecipa alle coreografie di massa organizzate dal Partito e crede che la Corea del Sud, l'acerrimo

nemico, sia un paese poverissimo, pieno di senza-tetto, dove la gente muore per le strade e gli odiati yankee si divertono a prendere a calci bambini e

disabili. Per lei, proveniente da una famiglia della classe media "leale" nei confronti del regime, le cose cambiano all'improvviso quando, nel 1994, la

Corea del Nord viene sconvolta da una terribile carestia. È allora, nel vedere molti suoi connazionali morire di fame o sopravvivere a stento cibandosi

di erba, insetti e corteccia d'albero, che Hyeonseo, appena diciassettenne, comincia a interrogarsi sulla reale natura del proprio paese e a dubitare delle

verità confezionate dalla propaganda. Ed è allora che si accorge che al di là del confine, in Cina, poco lontano dalla sua casa di Hyesan, le luci non

si spengono mai. E che forse, dall'altra parte del fiume ghiacciato, un'altra vita è possibile. Comincia così la storia di una rocambolesca fuga da una

dittatura spietata e corrotta, una fuga che la porterà dapprima a vivere da illegale nella Cina del tumultuoso sviluppo economico, e in seguito a Seul,

la capitale del Sud, dove riuscirà a condurre la sua famiglia dopo un avventuroso viaggio di oltre duemila chilometri attraverso il Sudest asiatico.

 

Commento:

Yeonseo è una ragazza nord-coreana nata e cresciuta sotto il regime della dinastia Kim, un regime totalitario e totalizzante basato sulla venerazione spasmodica dei suoi governanti, sulla lealtà al regime – con tanto di autocritica e denuncia dei propri vicini alla polizia segreta -, sulla propaganda pro governo e sulla denigrazione del resto del mondo. Quando, però, nel 1994 le cose cambiano e il benessere è sostituito dalla carestia, la giovane Yeonseo comincia a sentire l’esigenza di vedere altri posti, di andare al di là del fiume. Non sa ancora che, una volta attraversato, quel confine diventerà per lei invalicabile impedendole di tornare a casa e costringendola ad una vita di fughe, diffidenza, continui cambi di identità. Yeonseo, infatti, è solo l’ultimo dei suoi sette nomi, l’unico che si è scelta una volta giunta in Corea del Sud, il Paese che forse potrà darle un’opportunità di vivere la sua vita liberamente. Questa è la storia di una vita in viaggio, cominciata con i trasferimenti di città in città all’interno della Corea che Yeonseo e la sua famiglia era costretta a fare per seguire il padre nel suo lavoro di ufficiale, proseguita con il viaggio nel mondo e dentro di sé che la ragazza intraprende una volta fuggita da casa e che la porterà in luoghi che non avrebbe mai immaginato. Il calvario e il suo viaggio continua quando Yeonseo cerca di ricongiungersi con la sua famiglia e di portarla a Seul e, l’ultima tappa più felice, è quella che la ragazza fa ogni volta che è invitata all’estero per raccontare la sua storia di transfuga, una storia di un popolo che ha patito e patisce le più grandi umiliazioni, la cui mente e la cui cultura è stata plasmata da un regime oscurantista e terribile.

Questa storia è racchiusa in un libro e raccontata a noi dalla sua viva voce in una testimonianza preziosa che ci impedisce di dimenticare, di girarci dall’altra parte e che ancora una volta colpisce e lascia increduli davanti all’abiezione umana. Lettura consigliata, ovviamente, anche se a livello emotivo mi ha coinvolto meno di quanto mi aspettassi.

 

Opera recensita: “La ragazza dai sette nomi. La mia fuga dalla Corea del Nord” di Yeonseo Lee e David John

Editore: Mondadori, 2015

Genere: autobiografia

Ambientazione: Corea-Cina

Pagine: 350

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

mercoledì 21 febbraio 2018

RECENSIONE: TIZIANO TERZANI - BUONANOTTE, SIGNOR LENIN


Sinossi:

Nell'agosto 1991 Terzani si trova lungo il corso del fiume Amur, in Siberia, quando apprende la notizia del golpe anti-Gorbacev, che ha appena avuto luogo

a Mosca. Decide di intraprendere subito il lungo viaggio che lo condurrà in due mesi, attraverso la Siberia, l'Asia centrale e il Caucaso, fino alla capitale.

Un'esperienza eccezionale, fissata negli appunti, nelle riflessioni e nelle fotografie che compongono questo libro: una testimonianza in presa diretta

di un evento epocale, una galleria di individui e popoli diversi, un panorama di città leggendarie, di luoghi sconosciuti, di vestigia del passato e di

prepotenti segnali del nuovo che avanza. Un viaggio, e un libro, che ci ha consegnato l'istantanea del tramonto definitivo dell'impero sovietico.

 

Commento:

Qualunque cosa io possa dire sui libri di Terzani non farebbe che sminuirne l’impatto, non renderebbe l’idea. I suoi libri parlano di viaggi mai solo fisici, mai con un unico fine: quando si legge un libro di Terzani bisogna affidarsi nelle sue mani sapienti e lasciarsi condurre in un viaggio spirituale, sensoriale, fatto di suggestioni, di idee, di riflessioni. Terzani era un profondo conoscitore del mondo, della natura umana e delle dinamiche relazionali, ma la sua non era una conoscenza teorica o letteraria, era fatta di esperienze dirette, date dall’aver vissuto in tanti posti, aver conosciuto tante culture.

In questo specifico libro Terzani ci racconta il suo viaggio attraverso l’Unione Sovietica in declino, alla luce del Golpe dell’agosto 1991, nel quale tenta di capire cosa accadrà alle repubbliche che la componevano, cosa ne è stato del comunismo e del mito di Lenin, quale futuro si prospetta per questi popoli apparentemente liberati ma in realtà quasi alla deriva. Una scrittura semplice, fatta di impressioni, priva di virtuosismi letterari o finzioni narrative; un racconto di viaggio che emoziona e suggestiona. Io l’ho letteralmente divorato e avrei voluto che non finisse mai. Cosa dire ancora se non… buona lettura?

 

Opera recensita: “Buonanotte, Signor Lenin” di Tiziano Terzani

Editore: Longanesi, prima ed. 1992

Genere: reportage, narrativa italiana

Ambientazione: Ex Unione Sovietica-Asia Centrale

Pagine: 432

Prezzo: 18,60 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9

 

venerdì 28 ottobre 2016

RECENSIONE: GIUSEPPE CATOZZELLA - NON DIRMI CHE HAI PAURA


Sinossi:

SAMIA È UNA RAGAZZINA DI MOGADISCIO. HA LA CORSA NEL SANGUE. OGNI GIORNO DIVIDE I SUOI SOGNI CON ALÌ, CHE È AMICO DEL CUORE, CONFIDENTE E PRIMO, APPASSIONATO ALLENATORE. MENTRE INTORNO LA SOMALIA È SEMPRE PIÙ PREDA DELL'IRRIGIDIMENTO POLITICO E RELIGIOSO, MENTRE LE ARMI PARLANO SEMPRE PIÙ FORTE LA LINGUA DELLA SOPRAFFAZIONE, SAMIA GUARDA LONTANO, E AVVERTE NELLE SUE GAMBE MAGRE E VELOCISSIME UN DESTINO DI RISCATTO PER IL PAESE MARTORIATO E PER LE DONNE SOMALE. GLI ALLENAMENTI NOTTURNI NELLO STADIO DESERTO, PER NASCONDERSI DAGLI OCCHI ACCUSATORI DEGLI INTEGRALISTI, E LE PRIME AFFERMAZIONI LA PORTANO, A SOLI DICIASSETTE ANNI, A QUALIFICARSI ALLE OLIMPIADI DI PECHINO. ARRIVA ULTIMA, MA DIVENTA UN SIMBOLO PER LE DONNE MUSULMANE IN TUTTO IL MONDO. IL SUO VERO SOGNO, PERÒ, È VINCERE. L'APPUNTAMENTO È CON LE OLIMPIADI DI LONDRA DEL 2012. MA TUTTO DIVENTA DIFFICILE. GLI INTEGRALISTI PRENDONO ANCORA PIÙ POTERE, SAMIA CORRE CHIUSA DENTRO UN BURQA ED È COSTRETTA A FRONTEGGIARE UNA PERDITA LACERANTE, MENTRE IL "FRATELLO DI TUTTA UNA VITA" LE CAMBIA L'ESISTENZA PER SEMPRE. RIMANERE LÌ, ALL'IMPROVVISO, NON HA PIÙ SENSO. UNA NOTTE PARTE, A PIEDI. RINCORRENDO LA LIBERTÀ E IL SOGNO DI VINCERE LE OLIMPIADI. SOLA, INTRAPRENDE IL VIAGGIO DI OTTOMILA CHILOMETRI, L'ODISSEA DEI MIGRANTI DALL'ETIOPIA AL SUDAN E, ATTRAVERSO IL SAHARA, ALLA LIBIA, PER ARRIVARE VIA MARE IN ITALIA.

 

Il libro di cui vi parlo oggi è stato scritto per raccontare una storia vera, una di quelle storie drammatiche e commoventi che a noi, che viviamo nella pace delle nostre comode case, sembrano incredibili. E’ la storia di Samia, una ragazza somala che insegue con tutte le sue forze un sogno: quello di correre alle Olimpiadi, ed è proprio lei a raccontarcela con la dolcezza, il candore e la forza esplosiva del suoessere guerriera.

La storia comincia quando Samia ha otto anni e vive a Mogadishu con gli amati genitori, il fratello Said, l’adorata sorella Odan e con Alì, il suo amico del cuore, quasi fratello e primo allenatore. Allenatore, sì, perché Samia non è una bambina qualsiasi: lei ha la corsa nel sangue, è un’atleta che venera il suo connazionale Mo Fara e che sa che un giorno correrà alle olimpiadi di Pechino e guiderà la liberazione delle donne somale dall’oppressione.

Sono questi sogni, questi obiettivi che la spingono a correre, sempre e comunque, anche di notte, da sola, nello stadio deserto su una pista martoriata dalle pallottole, anche quando nella sua città c’è la guerra e non si può più camminare per strada senza rischiare di essere scoperti, bastonati o arrestati. E la sua tenacia la premia, la porta a Pechino, alle olimpiadi, dove gareggia con le grandi atlete che ha sempre stimato. Ma Samia è mal nutrita, non ha muscoli, non ha i mezzi giusti per allenarsi e non ha un allenatore: arriva ultima, ma diventa un simbolo per le donne somale e musulmane, attirandosi però, ulteriori ire da parte delle milizie della sua città. Ed a farne le spese è la sua famiglia.

Samia non avrebbe mai voluto andarsene dalla sua terra, nonostante la guerra e la povertà, ma qualcosa in una notte d’estate la sconvolge. La ragazza capisce che non ha più senso restare in un paese che trasforma in mostri le anime più pure e parte, va in Etiopia a cercare un allenatore per continuare a correre, con l’obiettivo delle olimpiadi di Londra 2012. Ma i documenti dalla Somalia non arrivano ed in Etiopia Samia è una clandestina e non può allenarsi alla luce del giorno, non può competere con gli altri atleti, neppure qui può coltivare il suo sogno. Allora, spinta dalla forza della determinazione, parte per “il viaggio”, quel percorso che tutti i somali conoscono sin dall’infanzia, quello che dalla loro terra martoriata porta nel Sahara, in Libia e poi in Italia. Samia sa che sarà molto rischioso, sua sorella lo ha intrapreso poco tempo prima ed ora vive in Finlandia, ma Samia non può immaginare dove la condurrà questo viaggio e cosa dovrà sopportare. Ancora non sa fino a che punto può arrivare l’inferno.

Questa è una storia di Amicizia, di guerra e di coraggio; la storia di Samia dovrebbe essere raccontata nelle scuole, dovrebbe essere conosciuta dai tanti adulti che oggi, nel nostro bel Paese, criticano l’accoglienza ai migranti perché tutti dovremmo fermarci a riflettere sulle motivazioni che spingono questi uomini e queste donne a lasciare la loro terra per un po’ di pace in Italia, il Paese-miraggio, la porta per il futuro.

Con la voce di Samia, Giuseppe Catozzella ci mostra, con un’intensità devastante, le umiliazioni, le privazioni, le truffe cui tanti migranti sono sottoposti nel lungo e tribolato viaggio che li porta sulle nostre coste e ci mostra con spietato realismo quanto può essere difficile perseguire e realizzare un sogno quando parti dal fondo, dalle retrovie del mondo.

Una prosa chiara, intensissima, carica di sentimenti, che scatena nel lettore un nugolo di emozioni che lasciano il segno. E un encomio all’autore che è riuscito ad entrare ed a farci entrare così profondamente nel personaggio e nel suo ambiente. Lettura consigliatissima per tutti.

 

 Opera recensita: “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella

Editore: Feltrinelli, 2014

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Somalia, Etiopia, Sudan, Libia

Pagine: 240

Consigliato: sì.

mercoledì 29 giugno 2016

RECENSIONE: TIZIANO TERZANI - UN INDOVINO MI DISSE


Sinossi:

Nella primavera del 1976, a Hong Kong, un vecchio indovino cinese avverte Tiziano Terzani: «Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell'anno non volare. Non volare mai».
Dopo tanti anni, Terzani non dimentica la profezia, ma la trasforma in un'occasione per guardare il mondo con occhi nuovi; decide davvero di non prendere più aerei, senza per questo rinunciare al suo mestiere di corrispondente. Spostandosi per l'Asia in treno, in nave, in macchina, a volte anche a piedi, il giornalista può osservare paesi e persone da una prospettiva spesso ignorata dal grande pubblico. Il documentatissimo reportage si trasforma così in un'appassionante avventura e in un racconto ora ironico ora drammatico, in cui s'intrecciano vagabondaggi insoliti e incontri fortuiti.

 

Non è facile parlare di questo libro perché si tratta di una lettura assolutamente anomala, di un’esperienza intensa e fuori dagli schemi.

Terzani trasmette, in queste pagine, le tante sensazioni che prova durante il suo viaggio e ci si ritrova, quasi per una costrizione indiretta, a provarle nostro malgrado. Questo libro richiede, anzi ci impone di prenderci il giusto tempo per compiere, insieme all’autore, un viaggio fisico, temporale e soprattutto spirituale senza precedenti.

Tutto nasce da una profezia che un indovino di Hong Kong fa a Terzani nel lontano 1976: nel 1996 il giornalista correrà il rischio di morire perciò non dovrà volare, non dovrà prendere aerei per nessun motivo. Ora, Terzani è ovviamente combattuto tra l’affidarsi alla profezia e il continuare la sua vita regolarmente sfidando la sorte. E se la profezia non fosse vera? E se invece lo fosse? Alla fine Terzani decide di aspettare la fine del 1992 e di decidere sul momento. Allo scoccare del nuovo anno si trova in Laos, una terra in equilibrio precario tra modernità ed antica spiritualità, e decide di non credere troppo alla profezia, ma comunque di non mettercisi contro: non prenderà aerei per quell’anno e sfrutterà la cosa come un gioco, una sfida. Farà i suoi tantissimi viaggi di lavoro spostandosi in macchina, nave, treno, a piedi… così il giornalista si ritrova a percorrere in lungo e in largo un continente, l’Asia, che conosce ed ama profondamente.

Grazie a quella profezia Terzani ha l’occasione per conoscere luoghi nuovi e riscoprire posti già visitati, analizzando da vicino un’Asia che cambia, che si evolve verso il progresso perdendo, però, la sua unicità ed i suoi profondi legami con il passato. Il giornalista però è, in questo libro, anche e soprattutto uomo perché si riscopre attraverso un percorso spirituale che lo porta a cercare, in ogni città o villaggio, un indovino, un veggente, un chiromante. Terzani vuole scoprire, vuole capire cosa ci sia dietro questi culti popolari e si ritrova a contatto con una massa di umanità così varia ed eterogenea da essere meravigliosamente tragica. Un anno lontano dalla modernità e velocità degli aerei porta Terzani a riespandere le distanze, a dilatare il tempo ed a guardare tutto con occhi nuovi, quelli degli uomini e delle donne che abitano quei luoghi.

Si tratta, in buona sostanza, di un viaggio introspettivo e spirituale attraverso un continente in continuo cambiamento ed in rapida, precipitosa discesa verso un’entità globale.

Una lettura che va fatta con la mente svuotata e pronta ad immergersi nel groviglio di emozioni che il libro suscita: per apprezzare a pieno quest’opera, a parer mio, bisogna scegliere il momento giusto e prendersi tutto il tempo necessario per assorbire ogni riga.

 

Opera recensita: “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani

Editore: Tea, 1995

Genere: reportage di viaggio, spiritualità

Ambientazione: Asia

Pagine: 428

Consigliato: sì