simposio lettori copertina

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giovedì 9 luglio 2020

RECENSIONE: RICHARD YATES - REVOLUTIONARY ROAD


Sinossi:
È il 1955; i Wheeler sono una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York, che coltiva il proprio anticonformismo con velleità ingenua, quasi ignara della sua stessa ipocrisia: la loro esistenza scorre fra il treno dei pendolari, le cenette alcoliche con i vicini, le recite della filodrammatica locale, ma Frank e April si sentono destinati a una vita creativa e di successo, possibilmente in Europa. Nella storia della giovane famiglia in apparenza felice la tensione è nascosta ma crescente, il lieto fine impossibile, e l'inevitabile esplosione arriva con una potenza da dramma shakespeariano.

Commento:
Ho appena terminato questa lettura entusiasmante, un romanzo su cui vorrei impiegare un fiume di parole, ma ho difficoltà, assurdamente, a mettere in fila i concetti che ho in testa. È una sensazione strana, quella lasciatami da questo libro: è la sensazione di aver letto qualcosa che conoscevo già, non perché la trama sia prevedibile, tutt'altro. È, probabilmente, una delle letture più realistiche in cui mi sia imbattuta, di quel realismo lucido, percettibile, trasognato. La vediamo, la follia, la vediamo arrivare silenziosa come uno spettro e accomodarsi a suo agio nella graziosa villetta dei Weeler; la vediamo dividere la tavola e il letto con Frank e April, insinuarsi nei loro discorsi, nei silenzi prolungati, negli sbalzi d'umore sempre più frequenti. Il discostarsi, ora dell'uno, ora dell'altra, dalle consuete abitudini, dalla monotonia quotidiana, potrebbe far sì che la scambiamo per ribellione, per desiderio di evadere, per voglia di cambiare vita. E di fondo c'è, in Frank ma soprattutto in April Weeler, un'insoddisfazione che la rode dall'interno, una necessità di cambiare, distaccarsi, allontanarsi, isolarsi dalla casa, dai figli, dal marito, dalla vita, da se stessa. Ed è proprio per questi sentimenti che, dopo una sfuriata apparentemente assurda su una pièce teatrale andata male, April propone, come mezzo di riappacificazione, la partenza per l'Europa. Un piano sconclusionato e destinato a fallire, ma che Frank finisce per accettare. È per questo desiderio di rivalsa che in fondo anima entrambi, che i due coniugi provano a ricomporre i pezzi ogni volta più minuscoli di un'unità coniugale e familiare troppe volte andata in frantumi. Sono giovani, intelligenti, insicuri, instabili, orgogliosi… si amano? Chi lo sa? Loro di sicuro non lo sanno.
Richard Yates è, a giudicare da ciò che leggo in questo romanzo, un narratore straordinario: riesce ad unire in un equilibrio perfetto la leggerezza di un pomeriggio tra amici e la cupa angoscia di una catastrofe imminente, inducendo in noi un costante stato di allerta, non permettendoci mai di abbassare la guardia… e lo fa con una tale naturalezza che davvero ci si aspetta quasi già ciò che avverrà. In revolutionary road Yates tratta con apparente semplicità temi molto complessi quali la follia in varie sue forme, l'amore, la famiglia, il lavoro, l'importanza del denaro… tutti temi che, negli anni in cui è ambientato e scritto questo romanzo avevano un'importanza cruciale, ma che ancora oggi sono per certi versi fondamentali. Un libro corposo, ma appassionante. Consigliato.

Opera recensita: "Revolutionary Road" di Richard Yates
Editore: Minimum Fax, prima ed. originale 1961
Genere: narrativa americana
Ambientazione: Stati Uniti, 1955
Pagine: 457
Prezzo: 12,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


mercoledì 18 dicembre 2019

RECENSIONE: DENNIS LEHANE - L'ISOLA DELLA PAURA


Sinossi:
A chi arriva dal mare l'isola non fa una bella impressione. Una macchia scura in mezzo alla foschia, alberi macilenti e radi a interromperne il grigiore. Ma è difficile aspettarsi di meglio da un luogo come quello. Anche perché l'agente federale Teddy Daniels sa che lo attende un incarico delicato: una paziente dell'Ashecliffe Hospital, istituto per la detenzione e la cura dei criminali psicopatici, è scomparsa e le sue preoccupanti condizioni psichiche ne rendono più che urgente il ritrovamento.
Ma su quell'isola, che un uragano travolge impedendo qualunque collegamento con la terra ferma, niente è davvero ciò che sembra: cosa succede veramente in quell'ospedale? E che cosa sta cercando Teddy Daniels? Una detenuta inspiegabilmente scomparsa, oppure le prove che all'Ashecliffe Hospital si fanno esperimenti sugli esseri umani? Forse, invece, è qualcosa di torbido che lo tocca più nel profondo, e che riguarda i fantasmi che da tempo lo tormentano, da quando l'adorata moglie è morta tragicamente in un incendio doloso. E quanto più Teddy si avvicina alla verità, tanto più la morsa si stringe intorno a lui. Fino al magistrale colpo di scena, che lascerà il lettore con il fiato sospeso anche dopo aver divorato l'ultima pagina.

Commento:
Teddy e Chuck sbarcano a Shutter Island per dare manforte nel ritrovamento di Rachel Solando, una paziente scomparsa dall'Hashecliffe Hospital in circostanze anomale. Teddy e Chuck sono agenti federali e l'ospedale è, in realtà, un istituto psichiatrico dal quale è decisamente difficile fuggire… eppure la donna, con forti disturbi psichici, sembra esserci riuscita. Mentre continuano le ricerche, però, Teddy rivela di aver – diciamo così – sperato ardentemente che gli affidassero quel caso per avere occasione di recarsi in quell'ospedale: c'è un paziente, lì, che Teddy ha validi motivi per voler incontrare. Ma troppe stranezze, casualità, circostanze sospette si susseguono in questa storia dall'epilogo tutt'altro che scontato. Se dapprima il libro appare monotono, quasi piatto, verso la metà arriva la svolta e la narrazione ha un'impennata che getta le cose in una prospettiva completamente diversa da quella cui si è indotti a pensare all'inizio. L'ultima pagina, poi, proprio quando ci sembrava di aver capito tutto, ci ridà in pasto ai dubbi… e nulla, davvero nulla, potrà essere dato per scontato.
Un thriller psicologico di prim'ordine, al quale non darò, tuttavia, una votazione altissima: ci sono state, infatti, alcune cose – specie nello stile e nella prosa – che mi hanno lasciato perplessa. Comunque, come non consigliarlo? E come non consigliare, soprattutto, il film che ne è stato tratto? Questo è uno dei pochi casi in cui forse ho preferito il film, Shutter Island appunto.

Opera recensita: "L'isola della paura" di Dennis Lehane
Editore: Piemme, prima ed. 2003
Genere: thriller psicologico
Ambientazione: un'isola nell'oceano atlantico, al largo della costa orientale degli Stati Uniti
Pagine: 348
Prezzo: 14,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


sabato 17 agosto 2019

RECENSIONE: AYANTA BARILLI - UN MARE VIOLA SCURO


Sinossi:
Un bisnonno, Belzebù, dal nome improbabile e inquietante. E un luogo, Colorno, così carico di segreti e di orrore da non potersi evocare. Parte da qui, dagli ostinati silenzi e dalle invenzioni di una famiglia di saltimbanchi, bugiardi, scrittori, amazzoni e diavoli, il viaggio di Ayanta alla scoperta della sua verità.
Tre donne: Elvira, Angela, Caterina. Un secolo di Storia: la nostra. E poi Padova, Parma, Roma, Tellaro, Madrid. Per riannodare il filo contorto e spezzato della memoria, Ayanta si addentra nel labirinto ora spaventoso, ora traboccante di luce delle proprie radici, fruga nei vecchi cassetti, separa le favole dalla realtà, le leggende dalle bugie. Sveglia fantasmi a lungo sopiti, forza le stanze chiuse dei ricordi, traccia i frastagliati contorni di un dramma famigliare ma non domestico – anzi, universale – lungo tre generazioni. Perché sono le donne a custodire la memoria, lacune e omissioni comprese, delle generazioni passate e presenti. E sono sempre loro, le donne, a mettere le mani in quei cassetti, a trasformare i detriti in storie che pretendono di essere ascoltate. Storie così vive da riguardarci tutti.
Finalista del Premio Planeta e grande successo di vendite in Spagna, Un mare viola scuro è l’esordio di una scrittrice di talento, capace di affrontare i temi fondamentali – l’amore, la condizione femminile, la perdita, la scrittura – attraverso una lingua di rara sensibilità.

Commento:
Quando muore un parente stretto ci si stupisce sempre per quel dettaglio importante che non si conosce. Da quel dettaglio, però, spesso parte una serie di scoperte più o meno dolorose, fatte di ricordi, omissioni, dettagli mancanti, pieni e vuoti di cui non si sospettava neppure l'esistenza. E' un po' quello che succede ad Ayanta Barilli che, alla morte della nonna Angela, non conosce il vero nome del padre da indicare nel certificato. Tutti in casa lo chiamavano Belzebù, ma di certo non è questo il suo nome. E proprio quel nome, unito ad un altro, susciterà in Ayanta ricordi e nostalgie che le faranno venir voglia di scoprire la vera storia della sua famiglia. Sarà proprio indagando tra le carte, tra i ricordi, tra gli aneddoti veri o inventati, sarà tuffandosi nelle pagine scritte ed autopubblicate da Angela, che Ayanta scoprirà la storia di Elvira e della sua presunta follia, di Belzebù e delle sue insicurezze, di Angela e della sua forza, di Carlotta e Caterina così vicine eppure così diverse… e solo così riuscirà davvero a capire chi è lei, da dove viene e da cosa deve salvarsi. Un tuffo nei ricordi, un salto nel buio in un mare di sofferenza, cattiveria, menzogna, indifferenza o incapacità di comprendere. Un viaggio salvifico nella conoscenza di sé.
Un mare viola scuro, a metà tra autobiografia, saga familiare e memoir di famiglia, racconta una storia familiare, intima e universale, una storia che in molti punti tocca quelle di tante altre famiglie italiane del Novecento, di tante altre donne intrappolate in una scelta sbagliata e punite troppo duramente dalla vita per quell'unico sbaglio. La follia, la malattia, la famiglia, le donne e la loro capacità di rinascere e sopravvivere sempre, il succedersi delle generazioni, sono questi i temi portanti di questo romanzo così sincero e a tratti commovente, che porta con sé il sapore antico della sofferenza troppo spesso nascosta e soffocata. Una lettura non facile, sia per la portata dei temi affrontati, sia per lo stile che mescola pensieri dell'autrice, parti dei diari e delle lettere delle donne di cui traccia il vissuto. Sebbene il racconto sia armonico e tutto si incastri perfettamente nella narrazione, il leggero cambio di stile nonché il cambio di narratore può portare qualche attimo di spaesamento. Un'ottima lettura, comunque, che regala numerosi spunti di riflessione.

Opera recensita: "Un mare viola scuro" di Ayanta Barilli
Editore: Dea Planeta, 2019
Genere: autobiografia, saga familiare
Ambientazione: Italia-Spagna, 1883-2018
Pagine: 400
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


giovedì 6 dicembre 2018

RECENSIONE: PIERRE LEMAITRE - L'ABITO DA SPOSO


Sinossi:
Chi è veramente Sophie? Sappiamo che ha trent’anni ed è la babysitter di Léo, il figlio di una coppia di ricchi parigini. La giovane donna sembra non avere una vita privata, si dedica al bambino e nient’altro. Il resto è un mistero. Ma sappiamo che è ossessionata da una doppia identità, dimentica cosa ha fatto poche ore prima e vive in un costante stato di oblio. Una sera la mamma di Léo rientra tardi e trova Sophie addormentata davanti alla tv, le propone di restare a dormire e lei accetta. Il mattino dopo la ragazza si risveglia sola in casa e fa la terribile scoperta: nella notte Léo è stato strangolato nel sonno, proprio accanto a lei. Da lì una lunga fuga, un sentiero che condurrà Sophie fin negli abissi del crimine per salvarsi da un omicidio che non ha commesso ma per il quale è l’imputato perfetto, un percorso lungo il quale sceglierà di uccidere e di mentire. Assumerà altre identità e per questo dovrà confinare la propria esistenza dentro miseri giorni anonimi. Fino al giorno in cui scoprirà cosa è davvero accaduto quella notte e chi è l’uomo che l’ha condannata alla sofferenza. Pierre Lemaitre ha costruito un noir dove la follia, tanto spaventosa quanto incomprensibile, riesce miracolosamente a trovare un perché.

Commento:
"L'abito da sposo" è il primo romanzo che leggo di Pierre Lemaitre e non credo di sbagliare se affermo di aver avuto a che fare con un ottimo, davvero ottimo scrittore: rari sono ormai gli autori di thriller che riescono a sorprendermi e Lemaitre ci è riuscito alla grande. Volutamente non svelerò molto della trama, perché la sorpresa (e lo shock) sta proprio lì: sin da subito entriamo nel confuso mondo di Sophie, questa ragazza trentenne che negli ultimi anni sembra aver vissuto l'equivalente di quattro vite per quante cose le sono capitate. Impariamo a conoscerla attraverso le sue dimenticanze, intuiamo che si porta dietro un fardello di traumi che metterebbe a dura prova la mente più salda, veniamo in contatto con il suo ultimo luogo di lavoro, la casa di Leo, il bambino che, in un raptus di rabbia cieca, sembra proprio aver strangolato. Sophie fugge, è sconvolta e semina evidenti tracce del suo passaggio… eppure la polizia per anni non riesce a catturarla. Perché? Perché lei ha una grande capacità di improvvisare, di risalire la china, di inventarsi sempre nuove strategie per fuggire, ma sarà proprio quando crederà di avercela fatta che incontrerà il suo insospettabile torturatore…. E noi scopriamo tutto con lei: l'avremmo già condannata per l'atrocità di ciò che lascia dietro di sé, se non fosse che… niente è come sembra.
Una storia intricata ed affascinante, in cui la follia gioca un ruolo fondamentale; un noir imprevedibile, scritto e congegnato in modo magistrale. Davvero stupendo: consigliato" Lemaitre è un autore che approfondirò.

Opera recensita: "L'abito da sposo" di Pierre Lemaitre
Editore: Fazzi, 2012
Genere: noir-Ambientazione: Francia
Pagine: 335
Prezzo: 16,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9,5.


martedì 23 gennaio 2018

RECENSIONE: LEILA SLIMANI - NINNA NANNA


Sinossi:

«Myriam accetta di farsi viziare. Ogni giorno le lascia qualche incombenza in più, e la donna le dimostra tutta la sua riconoscenza. Assomiglia a quelle

figure che a teatro cambiano le scenografie al buio. Sollevano un divano, con una mano spingono una colonna di cartone, con l’altra un pannello del fondale.»

Quando arriva il secondo figlio, Myriam decide di riprendere a lavorare. È una scelta sofferta, ragionata, discussa a lungo con Paul, il marito, eppure

imprescindibile, e appena si presenta l’occasione la neomamma la afferra con tenacia e torna alla sua professione di avvocato. Adesso però serve una tata

per Mila e Adam. Sarà una selezione severa, nessuno affida di buon grado i propri figli a una sconosciuta. Poi un giorno nell’appartamento dei Massé entra

Louise: luminosa, solare, dolce, e i bambini, soprattutto Mila, sembrano sceglierla prima dei genitori. È l’incastro perfetto dell’ultima tessera di un

puzzle. La donna guadagna l’affetto incondizionato dei piccoli e la gratitudine di Myriam e Paul, trasforma la casa in un incanto, li vizia anticipando

ogni loro necessità. Finché questo rapporto di dipendenza, come tutte le dipendenze, non si incrina, mostrandosi eccessivo, non si rivela sbagliato e infine

deraglia rovinosamente. Attraverso la descrizione chirurgica, certosina, della giovane coppia e della figura intrigante e misteriosa della tata, Ninna

nanna, acclamato Premio Goncourt 2016, affonda lo sguardo nelle nostre concezioni dell’amore, dell’educazione, dei rapporti di forza che si celano dietro

il denaro, parlandoci di pregiudizi culturali e di classe e del tempo in cui viviamo. E con uno stile esemplare, segnato da spasmi di tenebrosa poesia,

ci mette di fronte ad alcune delle più recondite paure di ogni genitore, di ogni donna e di ogni uomo.

 

Commento:

E’ singolare: ho letto “Ninna nanna” in poche ore, per combattere l’insonnia e, ironia della sorte, non avrei potuto scegliere libro più adatto. Per definirlo mi viene in mente una sola parola: agghiacciante. Questo libro tiene avvinti come una nenia soporifera che calma e copre i rumori molesti. E la protagonista, Louise, con il suo aspetto da bambolina invecchiata, troppo fragile e perfetta, fa proprio questo: entra nelle case, accudisce i bambini, vizia i genitori, come un balsamo che allevia le tensioni e riporta la calma e l’ordine. Nonostante il suo impegno e la sua dedizione, però, nessuno riesce a considerarla più che una domestica, una persona di servizio; nessuno si accorge dell’abisso di solitudine, umiliazione, sottomissione che Louise si porta dietro, nessuno vede il baratro in cui sta precipitando finché, dopo tanti anni passati ad occuparsi degli altri, dopo l’ennesimo atto di irriconoscenza, il vaso trabocca.

Questo non è un giallo, quello che è accaduto lo scopriamo subito, nella prima frase del libro: due bambini, Mila e Adam Massé,  sono stati uccisi, li ha uccisi Louise; ha cercato di uccidere anche se stessa, ma non ci è riuscita. Resta “solo” da capire perché l’ha fatto. No, questo non è un giallo, ma quasi lo diventa mentre scandagliamo il passato di Louise, con i fallimenti e le continue delusioni, ed analizziamo la vita familiare dei Massé, lei avvocato super impegnata a farsi una posizione, lui musicista con orari di lavoro impossibili. Presi dalle loro vite i coniugi e i loro figli sono diventati dipendenti da Louise, ma per la tata il rapporto ha assunto una connotazione diversa: si è, a suo modo, affezionata a quella famiglia e lo ha fatto in modo morboso. Così, quando ha capito che presto non avrebbero più avuto bisogno di lei, la sua follia ha toccato il culmine.

Non è un libro cruento, ma non fa sconti e tiene incollati suscitando un gusto perverso: siamo inorriditi, ma bramiamo dettagli, vogliamo sapere di più, scavare più a fondo.
Troppo crudo per essere un romanzo, troppo poco asettico per essere una cronaca, questo libro ci ammonisce sui comportamenti che tutti, indistintamente, siamo portati a tenere ogni giorno: siamo troppo presi da noi stessi per accorgerci dei bisogni degli altri finché questi non arrivano a toccarci direttamente. E questo è ancora più vero se gli altri sono persone che, per qualche motivo, riteniamo inferiori a noi.

Un pugno dello stomaco necessario, consigliato a chi ha una mente disposta ad analizzare il comportamento altrui nel modo più razionale possibile, senza lasciarsi sopraffare dall’indignazione o dall’orrore.

 

 

Opera recensita: “Ninna nanna” di Leila Slimani

Editore: Rizzoli, 2017

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Parigi

Pagine: 204

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

giovedì 16 novembre 2017

RECENSIONE: GRETA RODAN - TROPPO BIANCA PER RESTARE


Sinossi:

Non si riassume un romanzo in un giorno come questo, un giorno di molti "ho fatto tutto quello che potevo". Chissà se Bianca ha fatto davvero tutto quello

che poteva, chissà se Paolo avrebbe potuto in qualche modo trattenerla, e se Marco, quel Marco, la amava davvero. In questa storia ordinaria l'amore è

un pretesto, l'esistenza un accidente quasi puro e noi leggiamo e troviamo il nostro senso, ci sforziamo di dare spiegazioni puntuali, siamo disposti a

emettere un giudizio che sia validissimo, universale. Siamo così terreni, parziali, aggrappati disperatamente al solo patto possibile, l'accordo tra due

innamorati di lusingarsi a vicenda e di farlo con poca grazia, incuranti del resto del mondo. In un giorno come questo, non si riassume un romanzo, lo

si scrive.

 

Commento:

Ho letto questo libro incuriosita dal titolo che riporta un verso di una canzone degli Afterhours, “Bianca”. L’ho letto in una serata, complice l’insonnia, e purtroppo penso che lo dimenticherò altrettanto velocemente.

E’ la storia di Bianca, una donna tormentata, eternamente infelice ed insoddisfatta, dipendente dai farmaci e dal senso di colpa. E’ la storia di Paolo, il marito che non l’ha mai capita, colpevole solo di essere troppo ordinario e gretto per lei che ha un’anima indomita. E’ la storia di Marco, pieno di fobie e strane manie, che vede in Bianca un’opportunità. La coglierà? Non lo sappiamo, forse sì e si ameranno per sempre nel loro equilibrio traballante, forse no e si rincontreranno dopo vent’anni in vite invecchiate e piene di rimpianti.

Tutto, in questa storia, è raccontato da molti punti di vista: le voci dei protagonisti si alternano parlandoci di incertezza, allucinazione e portandoci sempre sul filo esile tra genialità e follia. La penna di Greta Rodàn appare da subito sicura ed estrosa, forse fin troppo estrosa in alcuni punti; la trama subisce continui, piccoli e grandi scossoni che la rendono instabile e poco accessibile a chi vorrebbe farla propria. La stessa incertezza del finale destabilizza quell’appiglio nella vicenda che il lettore ha conquistato a fatica… probabilmente quest’incertezza era voluta dall’autrice, ma su di me ha avuto l’effetto di allontanarmi dai personaggi già abbastanza sfuggenti.

Sono pochi i libri che non consiglio e quando lo faccio non sono mai contenta, perché credo che, al di là del mio gusto personale, bisogna sempre rendere merito a chi li ha scritti e pubblicati, e poi credo che ogni lettore debba poter decidere da sé cosa non leggere, senza preconcetti o condizionamenti. Tuttavia proprio non mi sento di consigliare questo libro… non mi ha convinto e penso che ricorderò poco più di un vestito rosa, leggero e lunghissimo o di una chitarra brandita come una spada.

 

Opera recensita: “Troppo bianca per restare” di Greta Rodàn

Editore: Milena edizioni, 2015

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: città italiana non definita

Pagine: 138

Prezzo: 8,90 €

Consigliato: no.

 

mercoledì 7 giugno 2017

RECENSIONE: SYLVIA PLATH - LA CAMPANA DI VETRO


Sinossi:

Brillante studentessa di provincia vincitrice del soggiorno offerto da una rivista di moda, a New York Esther si sente «come un cavallo da corsa in un

mondo senza piste». Intorno a lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta: una vera e propria campana di vetro che nel proteggerla

le toglie a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock.

Fortemente autobiografico, La campana di vetro narra con agghiacciante semplicità le insipienze, le crudeltà incoscienti, gli assurdi tabù che spezzano

un'adolescenza presa nell'ingranaggio stritolante della normalità che ignora la poesia. Include sei poesie da "Ariel".

 

Commento:

Questo libro mi incuriosiva da tempo, ne avevo sentito parlare bene, ma non sapevo cosa aspettarmi. Beh, si tratta di un libro assolutamente sui generis, bellissimo e straziante, soprattutto se si pensa che le vicende narrate sono autobiografiche e che l’autrice, Sylvia Plath, è morta suicida un mese dopo la pubblicazione.

La protagonista, Esther, racconta in prima persona la sua storia di studentessa brillante, ma non a proprio agio con se stessa né con la società che la circonda. Il libro si apre con la descrizione dell’ambientazione spazio-temporale: siamo a New York durante l’estate in cui i Rosenberg vennero condannati alla sedia elettrica. Si tratta di un fatto di cronaca avvenuto nel 1953. Esther si trova spaesata in una città sfavillante e piena di sollecitazioni, nella quale trascorrerà un mese poiché ha vinto un concorso per aspiranti giornaliste. Sin dalle prime righe si viene travolti, quasi sopraffatti da una valanga di stimoli sensoriali, di descrizioni, di impressioni della protagonista che proseguiranno per un terzo del romanzo. Dopo l’esperienza a New York Esther torna a Boston, la sua città natale e, nel suo ambiente d’origine. Ed è qui che avviene il primo, brusco e sostanziale cambiamento narrativo: Esther è sempre molto autoironica (lo sarà fino alla fine del romanzo), ma diventa insofferente, emergono delle forti incongruenze nel racconto, emerge con forza tutto il suo disagio che sfocia in un gesto estremo che la porterà al ricovero in una clinica psichiatrica.

Come avrete intuito, "La campana di vetro" è un libro particolarissimo, che racchiude in sé approcci narrativi assai diversi, tutti volti a raccontarci le contraddizioni della società americana e le diverse sfaccettature caratteriali e sociali di Ester. La troviamo disillusa e smaliziata nei fasti di New York, instabile ed insicura quando torna a casa a Boston, sorprendentemente lucida, ma anche spietata e fragile in clinica... una costante, però, è la sua autoironia che folgora già dalla prima pagina. Il libro tratta temi importanti come il rifiuto delle convenzioni sociali, l'alienazione, la follia. Per quanto mi riguarda, ho molto apprezzato la scrittura della Plath, sempre ricca di suggestioni, similitudini, metafore spesso usate dalla protagonista per descrivere il proprio stato d’animo. Esther, e l’autrice con lei, è una contraddizione vivente: è lucida tanto da capire ciò che le sta intorno, ma non riesce a trovare le parole per descrivere ciò che ha dentro, ad analizzarlo ed accettarlo, tanto che è costretta a servirsi di immagini esterne.

Questo è un libro che fornisce mille spunti di riflessione ed approfondimento sui temi più vari e che, a dispetto della gravità del tema affrontato, coinvolge e si fa leggere. Lettura assolutamente consigliata, anche se tutt'altro che facile.

 

Opera recensita: “La campana di vetro” di Sylvia Plath

Editore: Mondadori, prima ed. 1963

Genere: narrativa americana

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 228

Prezzo: 12,00 €

Consigliato: sì.

 

giovedì 30 marzo 2017

RECENSIONE: RICHARD BACMAN (STEPHEN KING) - OSSESSIONE


Sinossi:

Charlie è un ragazzo come tanti. Sua madre è un’intellettuale, suo padre un militare, un tipo duro. Vive tutte le piccole grandi tragedie dei bambini iper sensibili, sballottati da una mamma iper protettiva a un genitore troppo severo. Ma nel cervello di Charlie qualcosa reagisce in maniera abnorme alle sfide e alle ingiustizie della  quotidianità di provincia, fatta di bravate tra ragazzi e di vagheggiate avventure con adolescenti civette. La sua rabbia esplode improvvisa una mattina nella sua classe al liceo cittadino: se hai una pistola in pugno molti sono disposti a starti a sentire. Puoi dire e far confessare cose che altrimenti resterebbero sepolte nel segreto delle anime meschine terrorizzate da quel che penserebbero i vicini.

Segreti di sesso, di sangue, di odio vengono alla luce. Tutti si tolgono la maschera e l’ossessione privata di Charlie, il suo dibattersi alla ricerca di un senso, una giustizia, diventa l’ossessione che coinvolge una classe intera. Qualcuno ci rimetterà la vita, qualcun altro la reputazione, qualcun altro ancora la sanità mentale. Ma l’avventura vissuta con Charlie agirà su tutti come un potente catalizzatore per scatenare la follia, per guardare in faccia il male.

 

Commento:

“Ossessione” è il primo dei “romanzi minori” scritti da King con lo pseudonimo di Richard Bacman. E’ un libro complesso, molto diverso dai “soliti” libri di King pieni di colpi di scena, figure sovrannaturali ed ambientazioni surreali. Se c’è una caratteristica di King che qui è esasperata, portata all’ennesima potenza, è la sua maestria nello scandagliare la vita della gente comune mettendone a nudo le fragilità ed i pregi: in questo libro King (o Bacman) indaga la complessità dell’animo umano, con le sue debolezze, il pudore, le paure più recondite. Lo fa dal punto di vista di un ragazzo, Charlie, un adolescente disturbato che una mattina, dopo un richiamo in presidenza, prende in ostaggio la sua classe uccidendo due persone ed impedendo a chiunque di penetrare nel suo “bunker”. Ciò che Charlie mette in atto con i suoi compagni è un esercizio di sincerità: li mette di fronte alle loro paure, li costringe a tirar fuori ciò che di più inconfessabile, becero, spaventoso hanno dentro e ad affrontarlo. E poco importa cosa accadrà dopo.

Quanto allo stile… beh, è un libro molto lento, a tratti piatto e i passi in cui Charlie ricorda avvenimenti passati risultano alquanto confuse (cosa certamente voluta e comunque comprensibile, trattandosi di un “folle”), ma man mano che si procede con la storia ne troverete sempre meno. Lentezza a parte, è davvero un buon libro proprio per l’analisi che compie sulla società, ingabbiata dalle convenzioni sociali, che preferisce etichettare un ragazzo come folle piuttosto che indagare sui motivi della sua instabilità. Non è certamente fra i migliori libri di King, ma è un’opera di tutto rispetto.

 

 

Opera recensita: “ossessione” di Richard Bacman (Stephen King)

Editore: Sonzogno-Bompiani, prima ed. originale 1977, prima ed. it. 1988

Genere: noir

Ambientazione: Stati Uniti
Pagine: 232
Consigliato: sì.

martedì 28 febbraio 2017

RECENSIONE: FRANCIS SCOTT FITZGERALD - TENERA è LA NOTTE


Sinossi:

Dick Diver, un giovane psichiatra, ha sposato Nicole, che un incestuoso rapporto col padre ha reso schizofrenica. Dick lavora a un libro, vivendo delle
ricchezze di Nicole tra la Costa Azzurra e Parigi, con un piccolo gruppo di amici. Tra questi Abe North, un compositore alcolizzato e Tommy Barban, un
mercenario francese innamorato di Nicole. Al gruppo si unisce Rosemary, una bella attrice americana di cui Dick si innamora. L'unione con Nicole si sgretola
e la donna inizia una relazione con Tommy. Il finale conclude amaramente la vicenda.

Commento: 

Ci risiamo! Ho appena finito di leggere quello che tutti definiscono un “capolavoro” ed ecco che mi ritrovo a non essere d’accordo! Che fare? Lascio a voi l’ardua sentenza… per il momento vi dico che in “tenera è la notte” Fitzgerald racconta la storia di Dick e Nicole, lui uno psichiatra che scrive trattati scientifici ed ha il dono di affascinare la gente con i suoi modi gentili; lei ricchissima e mentalmente disturbata a causa di un trauma infantile. I due sono sposati e, all’apertura del romanzo, si trovano in Costa Azzurra, nella loro casa sempre affollata, circondati da altri americani dalle origini più disparate: alto borghesi, omosessuali, neri ed anche un’attrice, Rosemary, che per buona parte del libro sarà croce e delizia del nostro dottor Diver. La famiglia Diver e tutta la compagnia in generale trascorre le vacanze fra cene, giornate in spiaggia e chiacchere varie, fino al momento in cui, per una ragione poco chiara, si arriva ad un duello. A questo punto una serie di eventi concatenati porta Nicole Diver ad un collasso nervoso che rende necessario spiegare chi è e di cosa soffre. Così comincia un lungo flash back che ci riporta al 1917, in una clinica di Zurigo, in cui una bellissima, giovane ed ingenua Nicole incontra per caso il dottor Diver in partenza per la guerra. Da qui il racconto prosegue fino a ritornare nel presente (anni 20): l’autore ci mostra come Dick stia cambiando in peggio, come la sua maschera stia per cadere precipitosamente e come Nicole, invece di aiutarlo ne approfitta.

Questa, in sintesi, la storia narrata in questo romanzo, una storia che parla di follia, amore, dipendenza e devozione al denaro. Visti gli argomenti trattati, il libro aveva tutti i presupposti per piacermi, ma purtroppo proprio non riesco ad abituarmi alla scrittura di Fitzgerald: come mi era già capitato ne “il grande Gazby”, trovo che le trame siano interessanti, ma siano trattate con troppa lentezza e poca incisività, caratteristiche che rendono lo stile piatto e poco scorrevole. L’inizio del libro, poi, non invoglia alla lettura, le cose migliorano quando si parla del passato di Nicole, ma è dura arrivare alla fine. Il tema della follia, a mio modesto parere, è trattato in modo molto più incisivo e pregnante in altri romanzi. Buono, tuttavia, il quadro dipinto da Fitzgerald sul contesto sociale dei Diver e dei loro amici, morbosamente attaccati al denaro, snob ed elitari.

Non si può dire che questo libro sia brutto, anzi, tutt’altro! E’ interessante e mai banale, solo che personalmente, non mi ha entusiasmato, perciò lo consiglio con più di una perplessità!

 

Opera recensita: “tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald

Editore: Einaudi, 2005 (prima ed. originale 1934)

Genere: letteratura americana

Ambientazione: Francia-Svizzera

Pagine: 384

Prezzo: 12,50 €

Consigliato: sì/no.

 

mercoledì 9 novembre 2016

RECENSIONE: PAULO COELHO - VERONIKA DECIDE DI MORIRE


Sinossi:

Il giorno 11 novembre del 1997 Veronika, ventiquattro anni, slovena, capisce di non voler più vivere e assume una forte dose di sonniferi. Salvata per

caso, si risveglia tra le mura dell'ospedale psichiatrico di Villete, con il cuore stanco e sofferente per il veleno che lei gli ha somministrato. In pochi

giorni a Villete Veronika scopre un universo di cui non sospettava l'esistenza. Conosce Mari, Zedka, Eduard, persone che la gente "normale" considera folli,

e soprattutto incontra il dottor Igor, che attraverso una serie di colloqui cerca di eliminare dall'organismo di Veronika l'Amargura, l'Amarezza che la

intossica privandola del desiderio di vivere. Veronika spalanca così le porte di un nuovo mondo, un mondo che, attraversato con la consapevolezza della

morte, la spinge, sorprendentemente, alla consapevolezza della vita. Fino alla conquista del dono più prezioso: sapere vivere ogni giorno come un miracolo.

In questo romanzo, nella storia della giovane Veronika, Paulo Coelho riversa la sua personale esperienza, i ricordi di tre anni consecutivi di ricovero

in un ospedale psichiatrico, dove lo scrittore venne rinchiuso solo perché considerato "diverso". E riesce ancora una volta a mostrare al lettore come

il miracoloso e inafferrabile dono della serenità possa essere conquistato in qualsiasi luogo, anche in quelli apparentemente più improbabili. Perché il

dono della serenità è nascosto nel cuore di ciascuno di noi.

 

“Mantenetevi folli, e comportatevi come persone normali”. Questa frase, con cui Coelho apre questo libro, è insieme un monito chiaro e diretto ai lettori ed una sintesi perfetta del messaggio che vuole trasmetterci con queste pagine.

Veronika, la protagonista di questa storia, è una bella ragazza slovena di 24 anni, con una laurea in legge con il massimo dei voti, un impiego in biblioteca, un’infinità di spasimanti e una passione repressa per la musica ed il pianoforte. E’ una ragazza normale, anche troppo normale per i suoi gusti. E’ proprio perché non sopporta questa normalità, questa vita già scritta, che tenta il suicidio ingerendo una massiccia dose di sonniferi. Salvata per il rotto della cuffia, si sveglia nell’ospedale psichiatrico di Villete dove il direttore, il dottor Igor, la informa che il suo cuore, in seguito alle compresse ed al coma indotto dai barbiturici, è stato danneggiato e che le restano 5 o 7 giorni da vivere. Felice per non aver del tutto fallito nel suo intento, Veronika si rassegna ad aspettare la morte in quel luogo di matti, senza contatti con il mondo esterno. Ma proprio tra questi matti si nascondono alcune persone che le faranno comprendere quanto poco conosca di se stessa e quanto poco abbia vissuto fino a quel momento.

Così Veronika conosce Zedka, Mari ed Eduard, e finalmente, per la prima volta, prova sentimenti tanto comuni quanto sconosciuti ed intensi come l’odio, la paura, l’amore. E’ proprio mentre suona il pianoforte alla luce della luna, con la consapevolezza della morte che acquisisce la consapevolezza della vita, di quello che può e vuole ancora fare nel tempo che le resta. Così, per la prima volta, prende le redini delle poche ore che le rimangono da vivere e decide come e con chi vuole trascorrerlo. Ed è così che scopre che a volte i miracoli possono accadere.

Questo libro mi è piaciuto, anche se nella prima parte l’ho ritenuto un po’ troppo vago e scontato. Questa valutazione, però, viene dal fatto che negli ultimi mesi ho letto svariati libri, anche molto diversi tra loro, sulla follia, tutti più approfonditi e specifici.

Tuttavia mi sento di consigliare questa storia a chi non ha mai letto nulla sulla follia e voglia avvicinarsi al tema con un approccio soft: Coelho, molto bravo nel dosare le emozioni, racconta la storia di Veronika in un crescendo di sentimenti contrastanti: la paura, l’angoscia, il baratro e la possibilità di liberarsi. Inoltre non va sottovalutato il fatto che lo stesso Coelho abbia vissuto per tre anni in un ospedale psichiatrico, conosca ciò di cui parla ed abbia voluto scrivere questo libro proprio per raccontare la sua storia e quella di tante donne e uomini incompresi perché diversi da ciò che altri hanno definito “normale”. Questa circostanza non fa altro che imprimere maggiore veridicità a quanto narrato.

Non è un capolavoro, dunque, non è un’opera trascendentale, ma di certo è una lettura godibile che induce alla riflessione. Consigliato.

 

Opera recensita: “Veronika decide di morire” di Paulo Coelho

Editore: Bompiani, 1998

Genere: narrativa internazionale

Ambientazione: Villete, Slovenia

Pagine: 186

Prezzo: 14 €

Consigliato: sì.

 

mercoledì 14 settembre 2016

RECENSIONE: SIMONA VINCI - LA PRIMA VERITà


Sinossi:

Nel 1992 Angela, giovane ricercatrice italiana, sbarca sull'isola di Leros. È pronta a prendersi cura, come i suoi colleghi di ogni parte d'Europa, e come i medici e gli infermieri dell'isola, del perdurante orrore, da pochi anni rivelato al mondo dalla stampa britannica, del «colpevole segreto d'Europa»: un'isolamanicomio dove a suo tempo un regime dittatoriale aveva deportato gli oppositori politici di tutta la Grecia, facendoli convivere con i malati di mente. Quelli di loro che non sono nel frattempo morti sono ancora tutti lí, trasformati in relitti umani. Inquietanti, incomprensibili sono i segni che accolgono la ragazza. Chi è Basil, il Monaco, e perché è convinto di avere sepolto molto in alto «ciò che rimane di dio?» E tra i compagni di lavoro, chi è davvero la misteriosa, tenace Lina, che sembra avere un rapporto innato con l'isola?

 

Sabato 10 settembre. Leggo che dopo diverse edizioni al maschile, quest’anno il premio Campiello è stato assegnato a una donna, Simona Vinci, di cui non ho mai letto nulla. Leggo la trama del libro, “la prima verità”, e scopro che mi incuriosisce, mi interessa… in fondo quest’estate ho letto vari libri che parlano di follia, quindi perché non aggiungerne uno alla lista?

Mercoledì 14 settembre, ho terminato la lettura de “la prima verità” e niente è più come prima. Intendiamoci, non sono sconvolta da ciò che ho letto, la mia vita non cambierà radicalmente dopo queste pagine, ma questo libro mi ha lasciato dentro qualcosa che non ho ancora elaborato, forse dei brividi nuovi, delle consapevolezze nuove, dei nuovi segni sulla coscienza.

La prima parola che mi viene in mente per descriverlo è “strano”… in che senso? Nel senso di inusuale, diverso dal solito, forse inquietante. Ma non basta, la descrizione non è calzante, quindi cerco un nuovo aggettivo: “crudo”… ecco, va già meglio. Sì, perché la storia che nasce dalla fantasia e dalla penna di Simona Vinci è proprio così: cruda, come la realtà, dura come la vita vera.

Tutto nasce da una fotografia di una bambina nuda e legata da cinghie di contenzione, sul letto di un ospedale psichiatrico dove probabilmente le era stato praticato l’elettrochoc. La diagnosi a margine è sconvolgente: ineducabile, pericolosa per sé e per gli altri. E l’autrice, che a sua volta è stata una bambina ineducabile, immagina la sua vita se solo fosse nata cinque anni prima del 1970. Da qui prende le mosse un racconto inventato, ma solo a metà: il racconto di Leros, dell’isola lager, l’isola maledetta, l’isola dei matti.

E’ una storia poco conosciuta questa, ma reale come le pietre, le montagne, le case, il mare di quell’isola dell’Egeo che per decenni è stata ricovero disumano per quelli che venivano considerati matti e luogo di confino per intellettuali e dissidenti politici durante la dittatura dei Colonnelli, alla fine degli anni 60. E sono tanti i fantasmi che ancora affollano quella terra, sono le anime dei dimenticati, di quelli che sono morti eppure sono ancora lì e perseguitano chi in quell’isola ci è stato, ritornano nei sogni. E’ questo che accade ad Angela, la protagonista di questo racconto, giovane laureanda in giurisprudenza che dopo essere venuta a conoscenza dello scandalo di Leros da un articolo sull’Observer, si unisce ad un gruppo di volontari per visitare quei luoghi nell’estate del 1992. Sono tante le storie che il suo animo indagatore e curioso scopre in quell’isola, nel silenzio delle notti passate in una stanza segreta dell’istituto psichiatrico, tra documenti dimenticati, pezzi di poesie, sacchetti pieni di misteri e vite spezzate di cui nessuno ha mai voluto sapere. Ed è lì, a Leros, che Angela torna 17 anni dopo per cercare l’occhio azzurro dell’uomo che la segue nei sogni, e per restituirgli ciò che gli appartiene e che la crudeltà dell’uomo gli ha sottratto per tanti anni. Ma “la prima verità” non è solo la storia di Angela, anzi, lei è il mezzo grazie a cui scaviamo una breccia nel muro del silenzio e dell’indifferenza e guardiamo al di là, dove ci sono i matti, dove c’è la verità, quella che tutti vedono, ma nessuno vuole davvero guardare.

Il libro è diviso in tre parti: nella prima, ambientata a Leros nel 92, conosciamo Angela, Lina, Basil, la dottoressa Dellis e l’isola di Leros dove si trova l’istituto psichiatrico e dove inizia il viaggio a ritroso di Angela. Nella seconda parte, a mio avviso la più bella del romanzo, conosciamo la storia di chi, a fine anni 60, in quell’isola era recluso per motivi diversi, tutti legati all’ignoranza ed alla crudeltà più nera. Così incontriamo Stefanos, intellettuale, poeta che ad Atene ha lasciato la moglie e la figlia appena nata; Teresa, vittima degli abusi del fratello maggiore a causa dei quali ha vissuto un aborto, esperienza che la sconvolgerà nel profondo; e Nicolaos, il bambino di soli sette anni che tutti chiamano Temistocles e credono muto. Sono le tracce delle loro vite quelle che Angela trova in quel seminterrato dei segreti e che la portano di nuovo a Leros nel 2009.

Nella terza parte, invece, il romanzo ha un improvviso cambio di registro e di direzione: il racconto è ora alla prima persona singolare e si fa un po’ fatica a capire se a parlare sia Angela o la stessa autrice. La risposta l’avremo solo alla fine, nelle ultime pagine, nelle quali Simona Vinci, dopo averci raccontato la sua esperienza personale con la follia ed i viaggi che ha fatto per saperne di più sul prima e dopo la legge Basaglia, ci racconta di Leros, di Angela e di se stessa. Ci lascia, poi, con una distaccata e lucida riflessione sulla follia dei nostri giorni, quella che lambisce le nostre vite, le nostre case, i nostri amici, noi stessi. “La prima verità” è un pugno nello stomaco necessario a squoterci dall’indifferenza ed a farci finalmente voltare gli occhi sul mondo reale, su quella verità che ci circonda e che ha un prezzo sempre più alto di quello che avremmo pensato. Consigliato? Sì, ovviamente!

 

Opera recensita: “la prima verità” di Simona Vinci

Editore: Einaudi, Stile libero big, 2016

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Leros (Grecia), Italia

Pagine: 408

Prezzo: 20 €

Consigliato: sì.