simposio lettori copertina

simposio lettori copertina

giovedì 9 luglio 2020

RECENSIONE: RICHARD YATES - REVOLUTIONARY ROAD


Sinossi:
È il 1955; i Wheeler sono una coppia middle class dei sobborghi benestanti di New York, che coltiva il proprio anticonformismo con velleità ingenua, quasi ignara della sua stessa ipocrisia: la loro esistenza scorre fra il treno dei pendolari, le cenette alcoliche con i vicini, le recite della filodrammatica locale, ma Frank e April si sentono destinati a una vita creativa e di successo, possibilmente in Europa. Nella storia della giovane famiglia in apparenza felice la tensione è nascosta ma crescente, il lieto fine impossibile, e l'inevitabile esplosione arriva con una potenza da dramma shakespeariano.

Commento:
Ho appena terminato questa lettura entusiasmante, un romanzo su cui vorrei impiegare un fiume di parole, ma ho difficoltà, assurdamente, a mettere in fila i concetti che ho in testa. È una sensazione strana, quella lasciatami da questo libro: è la sensazione di aver letto qualcosa che conoscevo già, non perché la trama sia prevedibile, tutt'altro. È, probabilmente, una delle letture più realistiche in cui mi sia imbattuta, di quel realismo lucido, percettibile, trasognato. La vediamo, la follia, la vediamo arrivare silenziosa come uno spettro e accomodarsi a suo agio nella graziosa villetta dei Weeler; la vediamo dividere la tavola e il letto con Frank e April, insinuarsi nei loro discorsi, nei silenzi prolungati, negli sbalzi d'umore sempre più frequenti. Il discostarsi, ora dell'uno, ora dell'altra, dalle consuete abitudini, dalla monotonia quotidiana, potrebbe far sì che la scambiamo per ribellione, per desiderio di evadere, per voglia di cambiare vita. E di fondo c'è, in Frank ma soprattutto in April Weeler, un'insoddisfazione che la rode dall'interno, una necessità di cambiare, distaccarsi, allontanarsi, isolarsi dalla casa, dai figli, dal marito, dalla vita, da se stessa. Ed è proprio per questi sentimenti che, dopo una sfuriata apparentemente assurda su una pièce teatrale andata male, April propone, come mezzo di riappacificazione, la partenza per l'Europa. Un piano sconclusionato e destinato a fallire, ma che Frank finisce per accettare. È per questo desiderio di rivalsa che in fondo anima entrambi, che i due coniugi provano a ricomporre i pezzi ogni volta più minuscoli di un'unità coniugale e familiare troppe volte andata in frantumi. Sono giovani, intelligenti, insicuri, instabili, orgogliosi… si amano? Chi lo sa? Loro di sicuro non lo sanno.
Richard Yates è, a giudicare da ciò che leggo in questo romanzo, un narratore straordinario: riesce ad unire in un equilibrio perfetto la leggerezza di un pomeriggio tra amici e la cupa angoscia di una catastrofe imminente, inducendo in noi un costante stato di allerta, non permettendoci mai di abbassare la guardia… e lo fa con una tale naturalezza che davvero ci si aspetta quasi già ciò che avverrà. In revolutionary road Yates tratta con apparente semplicità temi molto complessi quali la follia in varie sue forme, l'amore, la famiglia, il lavoro, l'importanza del denaro… tutti temi che, negli anni in cui è ambientato e scritto questo romanzo avevano un'importanza cruciale, ma che ancora oggi sono per certi versi fondamentali. Un libro corposo, ma appassionante. Consigliato.

Opera recensita: "Revolutionary Road" di Richard Yates
Editore: Minimum Fax, prima ed. originale 1961
Genere: narrativa americana
Ambientazione: Stati Uniti, 1955
Pagine: 457
Prezzo: 12,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


mercoledì 8 luglio 2020

RECENSIONE: CAMILLA LACKBERG - ALI D'ARGENTO


Sinossi:
Grazie a un piano raffinato e crudele, Faye si è lasciata alle spalle il tradimento e le umiliazioni inflitte dall'ormai ex marito Jack e sembra aver ripreso in mano le redini della propria esistenza: è una donna autonoma, si è rifatta una vita all'estero, Jack è in prigione e la società da lei fondata, la Revenge, va a gonfie vele. Ma nuove sfide potrebbero incrinare la sua serenità così faticosamente conquistata. Sull'azienda e sul lancio del marchio Revenge negli Stati Uniti pesa una grave minaccia, tanto che Faye è costretta a rientrare a Stoccolma. Non può e non vuole rischiare di perdere tutto quello per cui ha tanto lottato. Questa volta, però, la determinazione non basta, e per risorgere dalle ceneri e riprendere il controllo della situazione ci vuole un piano ancora più diabolico. Così, con l'aiuto di un gruppo sceltissimo di donne, Faye torna a combattere per difendere ciò che è suo, e per proteggere se stessa e i propri cari.

Commento:
Eh no, mi dispiace, ma stavolta la cara Camilla ha esagerato… questo libro, mio malgrado, non mi sento di consigliarlo, lo metto in chiaro subito così posso spiegare con calma perché.
Ali d'argento è il secondo libro della serie che vede come protagonista la bella, affascinante, intelligente, passionale, enigmatica, tenace Faye Adelheim che avevamo già conosciuto in La gabbia dorata, uscito per Marsilio l'anno scorso. Se quest'ultimo, sebbene a tratti molto estremo, mi era sembrato tutto sommato credibile e mi era piaciuto, in Ali d'argento la Lackberg esagera rendendo il tutto quasi grottesco, irrealistico, non più credibile e, peraltro, estremamente prevedibile. Ed è un vero peccato perché quanto alla struttura il libro è decisamente ben scritto, piacevole, godibile nonostante la crudezza di alcune scene… in più l'autrice non aggiunge molti nuovi personaggi approfondendone alcuni già presenti ne La gabbia dorata e permettendoci di familiarizzare con loro; inoltre conosciamo meglio il passato della protagonista, ciò che ha dovuto subire e fare quand'era una ragazzina, il che ci porta a comprenderla meglio. Peccato, ripeto, per i contenuti che, davvero, impediscono di considerare realistico questo noir e quindi, per quanto mi riguarda, di consigliarlo. Mi sbilancerò, la storia di Faye e di tutte le donne come lei andava raccontata, ma io mi sarei fermata a un solo libro… questo secondo mi sembra tirato per i capelli… non bisogna creare per forza una serie da qualunque romanzo… o no?
Comunque, la mia valutazione non è del tutto negativa… l'impianto narrativo, alcune suggestioni, lo stile, la prosa, fanno di Ali d'argento un libro comunque gradevole e piacevole da leggere… a patto, però, di non volersi soffermare su molte scelte della trama.

Opera recensita: "Ali d'argento" di Camilla Lackberg
Editore: Marsilio, 2020
Genere: noir
Ambientazione: Svezia
Pagine: 416
Prezzo: 19,90 €
Consigliato: no
Voto personale: 6.


martedì 7 luglio 2020

RECENSIONE: MAGDA SZABO - L'ALTRA ESZTER


Sinossi:
È un lungo sfogo, crudele e pieno di astio, quello con cui Eszter, fra le più affermate attrici teatrali nell'Ungheria del secondo dopoguerra, si rivolge a Lórinc, il grande amore della sua vita. Astio che ha motivazioni antiche perché Eszter è figlia di due persone legate da una passione profonda, ma proprio per questo esclusiva ed escludente; perché pur di origini aristocratiche e di vecchia cultura mitteleuropea la famiglia è poverissima e lei subisce tutte le frustrazioni legate a questa condizione; perché, infine, la sua compagna di scuola e di giochi è Angela Graff, incarnazione di tutto ciò che lei non è - bella, amabile e soave - e di tutto ciò che non può avere: una famiglia ricca e armoniosa, un fratello eroe, vestiti decenti, scarpe comode (non quelle tagliate in punta ereditate dalla zia Irma). E su Angela che si concentrano l'odio e la gelosia di Eszter: sentimenti tanto radicati da indurla a compiere azioni moralmente inaccettabili, come quando dal giardino della compagna porta via un giovane capriolo da lei teneramente amato e ne provoca - chi sa quanto inavvertitamente - la morte. Sarà cosi per tutta la vita: perché quando Eszter, ormai famosa, si innamora, lo farà proprio del marito della candida Angela che non comprende niente, non vede niente, non si accorge neanche per un istante come la sua "amica" provi l'incessante bisogno di vederla soffrire e non riesca a reprimere il desiderio di ucciderla.

Commento:
Ambientato nell'Ungheria del secondo Dopoguerra e pubblicato per la prima volta nel 1959, L'altra Eszter è un libro interessante, che però sente e risente molto degli anni e del luogo in cui è collocato. Si sente forte, nella Szabo, l'impronta di una prosa est-europea che ricorda, sebbene provenienti da tempi diversi, quella di Kundera o Marai. Una prosa intimista, surreale, che rende ancor più potente e terribile il monologo della protagonista, Eszter, una nota attrice teatrale, che, in un'immaginaria lettera all'amante, ripercorre la sua vita, dall'infanzia all'oggi, mettendo a nudo i dolori, le frustrazioni, il suo vero animo. Un animo cinico, astioso, crudele, cattivo, capace di odiare anche per molti anni la stessa persona. È proprio l'odio il sentimento che Eszter prova per Angela, la compagna di scuola poi divenuta "amica" che personifica le aspirazioni irrealizzate di Eszter. Eszter vorrebbe essere come Angela, vorrebbe avere ciò che ha lei, ma ciò non è possibile, perciò Eszter la odia, prova un rancore cieco e una felicità selvaggia quando può danneggiarla o quando all'altra capita qualche imprevisto o disgrazia. Sì, perché Eszter non si limita ad odiare in silenzio, non rosica muta e impassibile… lei fa, agisce, il suo rancore ha conseguenze. Una di queste è proprio il marito di Angela, ossia l'amante a cui lei si rivolge: Eszter si è innamorata, tra tanti uomini, proprio di lui.
L'altra Eszter è un libro che consiglio e che mi è piaciuto, tuttavia mi aspettavo di più: me l'aspettavo meno introverso ed enigmatico e più aperto, accorato, chiaro. Leggerò altro di questa scrittrice che mi incuriosisce e che vorrei conoscere meglio.

Opera recensita: "L'altra Eszter" di Magda Szabo
Editore: Einaudi, prima ed. originale 1959
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Ungheria
Pagine: 264
Prezzo: 16,60 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.


domenica 5 luglio 2020

RECENSIONE: ATIQ RAHIMI - I PORTATORI D'ACQUA


Sinossi:
Nel cuore dell'Afghanistan, protetta dalle cime dell'Hindu Kush, sorge la fertile valle di Bamiyan. Dalle loro nicchie millenarie scavate in una parete di roccia, due gigantesche statue di Buddha dominano il paesaggio e il sole le colora di sfumature straordinarie a ogni alba, a ogni tramonto. Ma è l'11 marzo 2001: nella valle di Bamiyan il sole non può illuminare altro che tristi macerie. 11 marzo 2001. È mattina a Parigi. Tom si alza e si prepara a partire per Amsterdam. Tom, che in realtà si chiama Tamim, è afghano, vive in esilio in Francia e fa il rappresentante. Soffre di paramnesia: ha sempre la sensazione di aver già visto, già vissuto la sua vita. È sposato con Rina: ha deciso che quel giorno la lascerà per Nuria, la giovane e misteriosa amante che lo aspetta in Olanda. Ma quando arriva ad Amsterdam, Nuria è scomparsa. Sarà l'ambigua Rospinoza, una carismatica amica della ragazza, a dargli le risposte che sta cercando? Per Tom quella giornata piú di ogni altra assume quasi i contorni di un sogno. 11 marzo 2001. È mattina a Kabul. Yussef si alza per svolgere come sempre il suo lavoro di portatore d'acqua. Se non lo farà, i talebani lo puniranno duramente con novantanove frustate sulla schiena. Yussef è povero, analfabeta, e tutti lo scherniscono trattandolo da eunuco. Prima di partire in esilio, suo fratello gli ha affidato la moglie Shirin. La donna è taciturna e apatica: Yussef si tormenta e vorrebbe aiutarla, ma assurde convenzioni gli impongono di non avere pietà per una donna abbandonata. E di tacere l'affetto proibito che prova per lei. Quel giorno, mentre i talebani distruggono i Buddha di Bamiyan in quanto icone non musulmane, Shirin scompare. Sarà l'enigmatico Lala Bahari, commerciante sikh convertito al buddismo, il custode delle risposte che Yussef sta cercando? Per Yussef quella giornata particolare assume quasi i contorni di un sogno.

Commento:
Capitano libri, sulla strada di ogni lettore, che ci si sente di voler consigliare, ma non si riesce a razionalizzare il perché: non si può dire che ci siano piaciuti tanto da consigliarli senza remore, né che l'esperienza di lettura sia stata negativa al punto di "bocciarli". I portatori d'acqua è uno di questi: mi è piaciuto abbastanza, ma non so perché. Forse sarà merito dell'ambientazione, quell'Afganistan di cui ho letto molto e che sempre mi attrae, o magari la storia tra Tom e Nuria e le sue titubanze a lasciare la moglie, o forse sono stati tutti i riferimenti a religione e desiderio, un binomio respingente che tuttavia può trovare posto nello stesso romanzo. Atiq Rahimi crea, in queste pagine, un equilibrio fragilissimo fatto di amore, fede, cultura, politica, incertezza, necessità di recuperare la propria libertà, di sgravarsi da un peso che schiaccia la schiena, di conoscere se stessi e scoprire l'amore. Un equilibrio fatto di tradizione ed esilio, di oppressione e desiderio di fuga, il tutto visto attraverso le vite di due uomini, entrambi afgani, che più diversi non si potrebbe eppure accomunati da molte, molte cose. Un romanzo singolare, che in una dimensione onirica e nebulosa, racconta due facce di un mondo pieno di contraddizioni, ma sicuramente affascinante e da approfondire.

Opera recensita: "I portatori d'acqua" di Atiq Rahimi
Editore: Einaudi, 2020
Genere: narrativa straniera
Ambientazione: Kabul-Parigi-Amsterdam
Pagine: 192
Prezzo: 18,50 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7.


sabato 4 luglio 2020

RECENSIONE: MARILù OLIVA - L'ODISSEA


Sinossi:
L’Odissea non è la storia del viaggio di un uomo: è la storia d’amore di molte donne. C’è Calipso, che, avvinta dalle sue stesse reti di seduzione, si innamora di Ulisse ma deve lasciarlo andare. C’è Euriclea, la nutrice che lo ha cresciuto, e ci sono le Sirene, ciecamente decise a distruggerlo. C’è Nausicaa, seduttrice immatura ma potente, che non osa nemmeno toccarlo. C’è Circe dominatrice, che disprezza i maschi finché non ne incontra uno diverso da tutti gli altri. E naturalmente c’è lei, Penelope, la sposa che non si limita ad attendere il marito, ma gli è pari in astuzia e in caparbietà. In questo libro, sono loro a cantare le peregrinazioni dell’eroe inquieto, ciascuna protagonista di una tappa della grande avventura, ribaltando la prospettiva unica del maschile nella polifonia del femminile: che conquista, risolve, combatte. Alle loro voci fa da controcanto quella di Atena, dea ex machina, che sprona sia Telemaco sia Ulisse a fare ciò che devono: la voce della grande donna dietro ogni grande uomo. In un curioso e riuscito alternarsi di punti di vista, torna in vita e vibra di nuovi significati un classico immortale, in una narrazione che vola alta sulla varietà e sulla verità dei sentimenti umani.

Commento:
Si può far brillare una figura femminile come merita senza per questo oscurare un uomo? Contrariamente a quanto credono molti uomini, sì, è possibile, e questo libro ce lo dimostra: la rivisitazione dell'Odissea di Marilù Oliva consegna a noi lettori abituati a non accontentarci delle letture scontate e già pronte, un quadro al femminile di grande potenza narrativa e di rara bellezza. È la storia del viaggio di Ulisse come lo conosciamo, più o meno sulla falsariga di quello tracciato da Omero, eppure è una storia completamente diversa. Perché? Perché le protagoniste qui sono le donne. E il bello è che Marilù Oliva non ha dovuto stravolgere nulla, non ha dovuto aggiungere personaggi al poema originario: le donne c'erano già, attive e presenti, a muovere i fili affinché si compissero le gesta del grande eroe, solo che noi le vedevamo appena, concentrati sul prode Odisseo, sulle sue peregrinazioni, sulle disavventure e sulle sue astuzie. Ci sono anche quelle, in queste pagine, ma non solo quelle. C'è la brama di una dea che, dopo aver tenuto in trappola un condottiero per sette anni, non vorrebbe lasciarlo andar via e gli promette l'immortalità; c'è una dominatrice che ammalia gli uomini con bellezza e premure e poi li tramuta in porci, ma che quanto ad astuzia trova in Odisseo finalmente un uomo con cui rivaleggiare; c'è una giovane principessa inesperta che, dopo aver negato il proprio cuore a tanti uomini, si innamora di uno che arriva nella sua terra derelitto e malconcio, ma con l'inconfondibile regalità nella persona; c'è la nutrice che, sottomessa nel ruolo che la società le ha imposto, conosce tutti i segreti della famiglia in cui dimora. E poi c'è lei, la moglie, la regina, non icona da venerare e manipolare, ma donna vera, tenace, ferma, fiera, astuta, che tiene testa ad un manipolo di uomini, che per rispetto delle convenzioni lascia che a comandarla siano altri meno sapienti di lei, ma che non smette mai di dimostrare il proprio valore, fino a rivaleggiare persino con l'uomo che attende incessantemente da vent'anni. E poi c'è la dea, lei che tutto sa e tutto vede, che cambia il destino di un uomo con il suo solo volere. Una riscrittura potente, con una prosa vibrante ed evocativa, che restituisce finalmente il loro posto d'onore a donne che per troppo tempo sono state relegate a mere comparse, senza, per questo, sminuire la figura dell'eroe. Perché la parità parte anche da qui, dal modo di raccontare una storia, dalle pagine di un libro.

Opera recensita: "L'Odissea" di Marilù Oliva
Editore: Solferino, 2020
Genere: narrativa italiana
Pagine: 217
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


RECENSIONE: ANNA FRANK - IL DIARIO DI ANNA FRANK


Sinossi:
Quando Anne inizia il suo diario, nel giugno 1942, ha appena compiuto tredici anni. Poche pagine, e all'immagine della scuola, dei compagni e di amori più o meno immaginari, si sostituisce la storia della lunga clandestinità: giornate passate a pelare patate, recitare poesie, leggere, scrivere, litigare, aspettare, temere il peggio. "Vedo noi otto nell'alloggio segreto come se fossimo un pezzetto di cielo azzurro circondati da nubi nere di pioggia", ha il coraggio di scrivere Anne. Obbedendo a una sicura vocazione di scrittrice, Anne ha voluto e saputo lasciare testimonianza di sé e dell'esperienza degli altri clandestini. La prima edizione del Diario subì tuttavia non pochi tagli, ritocchi, variazioni. Ora il testo è stato restituito alla sua integrità originale, e ci consegna un'immagine nuova: quella di una ragazza vera e viva, ironica, passionale, irriverente, animata da un'allegra voglia di vivere, già adulta nelle sue riflessioni.

Commento:
Il diario di Anna Frank è uno di quei libri che desideravo leggere da sempre, ma che non trovavo mai il coraggio di affrontare. Ne avevo letto alcuni brani da ragazzina, a scuola, e l'avevo mitizzato tanto da provarne timore reverenziale. Ora che ho trovato il coraggio di leggerlo posso dire che è un libro "normale" e insieme straordinario. La sua "normalità" sta nel fatto che, apparentemente, racconta la quotidianità e le riflessioni di una ragazzina di tredici anni durante la Seconda guerra mondiale, unendosi di fatto alle tante testimonianze letterarie di quegli anni, pertanto sbagliavo io a mitizzarlo. La sua straordinarietà sta nel fatto che a scriverlo è sì, una ragazzina durante la seconda guerra mondiale, ma una ragazzina costretta a lasciare la sua casa, la scuola, le amiche, la sua vita e a trasferirsi in un rifugio, un alloggio segreto, per sfuggire alla deportazione. Qui convivrà con un'altra famiglia e con un dentista irrascibile, mangerà quel che c'è, farà i turni per il bagno, troverà il tempo e il modo per studiare e lavorare. Tutto questo, e il modo tanto naturale con cui Anna lo racconta, è straordinario. È straordinario, oltre che inconcepibile, che delle persone debbano vivere per due anni in quel modo, debbano nascondersi come topi in gabbia, devono assoggettarsi alla bontà d'animo di amici e colleghi, debbano vedersi sottratta la vita e la libertà… per un'ideologia omicida che vede nell'altro un nemico da annientare. Anna, poi, dalla sua è molto particolare: alterna un animo vivace, attivo, civettuolo ad una maturità che la fa apparire adulta e la porta ad analizzare con sorprendente consapevolezza se stessa, gli altri e ciò che accade all'esterno, nel mondo fuori dall'alloggio. Parla quasi con naturalezza di gas, campi di concentramento, persecuzioni agli ebrei, ma anche – ciò che fa più male – di speranza, di dopoguerra, di futuro. Tutte cose che purtroppo non vedrà mai: Anna morirà nel marzo 1945 in un campo di concentramento e con lei moriranno la sua giovialità, le speranze, i sogni, la voglia di amare, scrivere, vivere.
Un libro da leggere, a qualunque età.


Opera recensita: "Il diario di Anna Frank" di Anna Frank
Editore: vari, prima ed. originale 1947
Genere: diario
Ambientazione: Olanda, 1942-1944
Pagine: 235 (ed. Mondadori, 1959)
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


giovedì 2 luglio 2020

RECENSIONE: RAMIRO PINILLA - L'ALBERO DELLA VERGOGNA


Sinossi:
All’indomani della vittoria di Franco, il piccolo paesino di Gexto, nei Paesi Baschi, è un luogo paralizzato dalla paura: rappresaglie ed esecuzioni da parte di “quelli della Falange” sono all’ordine del giorno, e poco a poco gli uomini stanno scomparendo: alcuni sono caduti in guerra, altri vengono portati via in passeggiate dalle quali non si fa più ritorno, oppure fucilati di fronte alle loro famiglie, fra le grida delle loro donne. Ma chi c’è dall’altra parte? Altri uomini. Questa è la storia di Rogelio Cerón, uno di loro, un falangista ventenne che fa quello che fa senza sapere bene perché. Un giorno uccide un maestro repubblicano sotto lo sguardo del figlio, un bambino di dieci anni; per lui niente sarà mai più lo stesso, quegli occhi gli rimarranno impressi nella memoria per sempre: occhi fissi, freddi, che non piangono, ma che promettono vendetta.
Trent’anni dopo, gli abitanti del paesino si chiederanno quale mistero si celi dietro la figura solitaria del “pover’uomo della baracca”, che da molto tempo conduce una vita da eremita prendendosi cura di un albero di fico, sopportando in silenzio l’assedio di un vicino convinto che sotto la pianta ci sia un tesoro. Cosa si nasconde, realmente, sotto quell’albero? Qual è il suo significato?
Per la prima volta nelle librerie italiane questo memorabile romanzo di Ramiro Pinilla, autore di culto del Novecento spagnolo riscoperto grazie a Fernando Aramburu. Un romanzo magistrale sulla vendetta e sul perdono, sulle sconfitte e le umiliazioni, sulla memoria di un popolo, le ferite di un’intera generazione e la forza dirompente della Storia, che entra nella quotidianità e la stravolge.

Commento:
Gexto è un paesino costiero dei Paesi Baschi. È qui che si svolge la storia raccontata da Ramiro Pinilla. La storia di Rogelio Ceròn, di Pedro Alberto, Luis, Eduardo, Salvador, i falangisti che seminarono il terrore uccidendo, nel 37, molti rossi, socialisti, repubblicani, al grido di Franco, Franco, Franco e Viva la Spagna, Viva la Nuova Spagna; la storia di Cipriana che, da donna del Puerto viejo, abituata a dare pane al pane e vino al vino, si è ritrovata moglie di un sindaco delatore messo lì da qualcuno cui ha fatto da informatore, di Cipriana che non ci sta e cerca di salvare un giovane falangista incerto e smarrito; la storia di Gabino, un bambino con la tempra di un  uomo vero, che a dieci anni si vede portar via padre e fratello dai falangisti e che, con il suo sguardo freddo e pieno d'odio, promette vendetta e inchioda un uomo alle sue colpe. Per oltre trent'anni Rogelio ricorderà lo sguardo nero di quel bambino, per oltre trent'anni veglierà su quell'albero di fico che una notte, dopo che gli avevano ucciso mezza famiglia, quel bambino piantò e curò con devozione. Un accordo tacito, ma indissolubile, capace di resistere al tempo, alla noia, all'oblio, perché fatto di paura, colpa, responsabilità, senso del dovere. Una storia incredibile, ma tenera e commovente; un esempio di come la Storia non sia solo il relitto d'un tempo andato, non si limiti solo a qualche pagina studiata a scuola, ma sia fatta di anime, corpi, sangue, coraggio, ardimento, forza, sacrificio, errori, conti da pagare. La storia è qualcosa che altri hanno vissuto e che noi dobbiamo proteggere, preservare e tramandare. L'albero della vergogna è una lettura che di storia è intrisa, perciò leggetelo, non ve ne pentirete.

Opera recensita: "L'albero della vergogna" di Ramiro Pinilla
Editore: Fazi, 2020
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Spagna, Paesi Baschi, 1937-1966
Pagine: 280
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.