simposio lettori copertina

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lunedì 16 agosto 2021

RECENSIONE: BORIS VIAN - LA SCHIUMA DEI GIORNI

Sinossi:

Colin è un giovane parigino ricco e annoiato. Passa il tempo dedicandosi a ricette inverosimili, strimpellando bizzarri strumenti di sua invenzione, bighellonando con Chick - il suo migliore amico - un ingegnere spiantato e sperperone che ha uno strano pallino: collezionare le opere di Jean-Sol Partre. Poi, nella vita del signorino entra, in modo esplosivo, l'amore. L'incontro con la bella Chloé è un colpo di fulmine: decidono di sposarsi nel giro di pochi giorni. Al ritorno dal viaggio di nozze, Chloè si ammala. Nei suoi polmoni si annida un male terribile, fatica a respirare. Mentre il tempo va sempre più veloce, e l'appartamento dove vivono, inizialmente di dimensioni faraoniche, si fa sempre più stretto...

 

Commento:

Quando, attirata dal titolo e dalla fama, ho deciso di leggere La schiuma dei giorni non conoscevo Vian e non avevo idea di cosa aspettarmi. Quello che ho trovato ad attendermi è un romanzo profondamente surreale, strano, buffo, grottesco, eppure geniale. La schiuma dei giorni è un romanzo unico nel suo genere, è così bislacco che sembra quasi un non senso, invece di senso ce n'è da vendere. Racconta una storia d'amore, in fin dei conti, ma lo fa in un modo tutto suo, con metafore ed invenzioni – linguistiche e non solo – veramente originali. Forse non vi conquisterà al punto da definirlo un capolavoro – com'è successo a me – o forse sì, ma di certo è un libro che bisogna leggere, anche solo per lo stile così peculiare ed imperdibile… senza contare che certe immagini nate dalla mente di Vian sono pura ed autentica poesia (la ninfea malefica che si combatte con altri fiori, giusto per citarne una, e il pianocktail per citarne un'altra). In una parola, leggetelo.

 

Opera recensita: "La schiuma dei giorni" di Boris Vian

Editore: Marcos y Marc    os, prima ed. originale 1947

Genere: letteratura francese, distopico

Ambientazione: Parigi

Pagine: 268

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 7.

  

sabato 4 luglio 2020

RECENSIONE: ANNA FRANK - IL DIARIO DI ANNA FRANK


Sinossi:
Quando Anne inizia il suo diario, nel giugno 1942, ha appena compiuto tredici anni. Poche pagine, e all'immagine della scuola, dei compagni e di amori più o meno immaginari, si sostituisce la storia della lunga clandestinità: giornate passate a pelare patate, recitare poesie, leggere, scrivere, litigare, aspettare, temere il peggio. "Vedo noi otto nell'alloggio segreto come se fossimo un pezzetto di cielo azzurro circondati da nubi nere di pioggia", ha il coraggio di scrivere Anne. Obbedendo a una sicura vocazione di scrittrice, Anne ha voluto e saputo lasciare testimonianza di sé e dell'esperienza degli altri clandestini. La prima edizione del Diario subì tuttavia non pochi tagli, ritocchi, variazioni. Ora il testo è stato restituito alla sua integrità originale, e ci consegna un'immagine nuova: quella di una ragazza vera e viva, ironica, passionale, irriverente, animata da un'allegra voglia di vivere, già adulta nelle sue riflessioni.

Commento:
Il diario di Anna Frank è uno di quei libri che desideravo leggere da sempre, ma che non trovavo mai il coraggio di affrontare. Ne avevo letto alcuni brani da ragazzina, a scuola, e l'avevo mitizzato tanto da provarne timore reverenziale. Ora che ho trovato il coraggio di leggerlo posso dire che è un libro "normale" e insieme straordinario. La sua "normalità" sta nel fatto che, apparentemente, racconta la quotidianità e le riflessioni di una ragazzina di tredici anni durante la Seconda guerra mondiale, unendosi di fatto alle tante testimonianze letterarie di quegli anni, pertanto sbagliavo io a mitizzarlo. La sua straordinarietà sta nel fatto che a scriverlo è sì, una ragazzina durante la seconda guerra mondiale, ma una ragazzina costretta a lasciare la sua casa, la scuola, le amiche, la sua vita e a trasferirsi in un rifugio, un alloggio segreto, per sfuggire alla deportazione. Qui convivrà con un'altra famiglia e con un dentista irrascibile, mangerà quel che c'è, farà i turni per il bagno, troverà il tempo e il modo per studiare e lavorare. Tutto questo, e il modo tanto naturale con cui Anna lo racconta, è straordinario. È straordinario, oltre che inconcepibile, che delle persone debbano vivere per due anni in quel modo, debbano nascondersi come topi in gabbia, devono assoggettarsi alla bontà d'animo di amici e colleghi, debbano vedersi sottratta la vita e la libertà… per un'ideologia omicida che vede nell'altro un nemico da annientare. Anna, poi, dalla sua è molto particolare: alterna un animo vivace, attivo, civettuolo ad una maturità che la fa apparire adulta e la porta ad analizzare con sorprendente consapevolezza se stessa, gli altri e ciò che accade all'esterno, nel mondo fuori dall'alloggio. Parla quasi con naturalezza di gas, campi di concentramento, persecuzioni agli ebrei, ma anche – ciò che fa più male – di speranza, di dopoguerra, di futuro. Tutte cose che purtroppo non vedrà mai: Anna morirà nel marzo 1945 in un campo di concentramento e con lei moriranno la sua giovialità, le speranze, i sogni, la voglia di amare, scrivere, vivere.
Un libro da leggere, a qualunque età.


Opera recensita: "Il diario di Anna Frank" di Anna Frank
Editore: vari, prima ed. originale 1947
Genere: diario
Ambientazione: Olanda, 1942-1944
Pagine: 235 (ed. Mondadori, 1959)
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


venerdì 19 aprile 2019

RECENSIONE: VICTOR HUGO - NOTRE-DAME DE PARIS


Sinossi:
Quasimodo, il "gobbo di Notre-Dame", ed Esmeralda, la bellissima zingara di cui tutti si innamorano, sono i personaggi del romanzo che hanno maggiormente suggestionato generazioni di lettori. A queste due figure, e in particolare al "gobbo", si sono ispirati numerosi film di successo come anche il recente musical di Riccardo Cocciante. Ma nel popolarissimo romanzo di Victor Hugo cronaca fantastica dell'"autunno del Medioevo" - a dominare la narrazione appassionante, più che i singoli personaggi, è la folla brulicante di Parigi, sono i mendicanti della Corte dei Miracoli, i preti, gli scudieri del re e soprattutto la misteriosa, labirintica macchina della cattedrale.

Commento:
La mia personale definizione di capolavoro è quella di un'opera che, per costruzione narrativa, stile, vastità di contenuti, spunti di riflessione, capacità di superare il tempo e il luogo in cui è stata scritta, sia pregevole e meritevole di essere letta e conosciuta da tutti. In questo senso, Notre-Dame de Paris è un capolavoro. E' un romanzo scritto nell'Ottocento, ambientato nel Medioevo, letto ed apprezzato fino ai giorni nostri; a parte un paio di passi, è scorrevole – molto più di quanto pensassi – e la storia cattura ed appassiona il lettore d'ogni epoca ed estrazione sociale. Non arriva, sempre a mio parere, alla complessità narrativa dei Miserabili, ma poco ci manca. E' un romanzo popolare, in cui la vera protagonista è la società parigina dell'epoca, i borghesi, il clero, la nobiltà ma più di tutti il popolo e, in modo particolare, la sua componente più disgraziata e derelitta. Tutti, borghesi, nobili, chierici, malfattori, "egiziane", agiscono e vivono sotto l'occhio imponente e vivo della misteriosa Notre-Dame.
In questo romanzo Hugo ci fornisce un catalogo esaustivo delle miserie umane e degli effetti che hanno sull'uomo quando vi soccombe; ci mostra, Hugo, cosa può provocare il pregiudizio, l'ignoranza, la rabbia, il malcontento e cosa, invece, possono amore e devozione. La storia di Quasimodo, Claude Frollo, Esmeralda, Febus, Pierre Gringoire e tutti gli altri è monito ed esempio a noi che viviamo nell'oggi, perché le loro vicende sono adattabilissime a qualunque realtà, poiché sono l'espressione della varietà dei comportamenti umani che non cambiano nel tempo.
Un'opera da leggere, senza dubbio.

Opera recensita: "Notre-Dame de Paris" di Victor Hugo
Editore: vari, prima ed. 1831
Genere: romanzo storico, letteratura francese
Ambientazione: Parigi, 1482
Pagine: 416 (ed. Newton Compton, 2016)
Prezzo: 4,90 € (ed. Newton Compton 2016)
Consigliato: sì
Voto personale: 10.


sabato 4 agosto 2018

RECENSIONE: SAMUEL RICHARDSON - PAMELA, O LA VIRTUS COMPENSATA


Sinossi:
Pamela (1740) è il prototipo del romanzo borghese e del romanzo sentimentale. Avvincente, ricco di suspanse, edificante e lacrimevole, è però straordinariamente audace per la sua epoca, perché ha il coraggio di prendere per eroina una graziosa cameriera di sedici anni che, resistendo a infiniti tenteativi di seduzione, riesce ad accalappiare e sposare il suo ricco padrone. Scritto in forma epistolare e sottotitolato "La virtù premiata", questo romanzo ebbe nel Settecento uno strepitoso successo di pubblico e creò introno a Richardson stuoli di ammiratrici palpitanti e legioni di imitatori del calibro di Goldoni e di Jane Austen.

Commento:
Un romanzo preottocentesco che, se vogliamo è stato precursore dei romanzi d'amore inglesi della prima metà del XIX secolo, ma che li supera per tematiche affrontate e abilità narrativa. Bisogna considerare, infatti, che questo romanzo è stato scritto da un uomo, Samuel Richardson, che ha narrato le vicende di una giovanissima cameriera, Pamela, insidiata dal suo giovane padrone e l'ha fatto in prima persona, sottoforma di romanzo epistolare e di diario/carteggio. E' straordinario il modo in cui un narratore del Settecento si sia calato nella profondità di un animo femminile raccontando l'importanza che la giovane Pamela attribuisce alla sua virtù, le peripezie e le sofferenze che affronta per difendere il suo bene più prezioso, senza amici né confidenti di cui potersi fidare, e poi la gioia che ricompensa queste angherie.
Un romanzo la cui trama coinvolge e avvince, e che ci presenta un contesto culturale preromantico molto lontano dai canoni moderni, in cui non solo gli uomini, ma le stesse donne hanno un approccio e una considerazione di se stesse molto diversa. Richardson non ci porta a giudicare Pamela, non ci porta a chiederci se il suo contegno possa essere eccessivo, se la sua religiosità possa, in qualche caso,  sfociare in bigottismo. Lui "si limita" a raccontarci i fatti e ad analizzare con profondità non comune i sentimenti di questa giovane donna coraggiosa.
A me questo romanzo è piaciuto, ne ho apprezzato la trama, il contesto culturale e, non da ultimo, il modo in cui è stato scritto. Agli amanti dei classici che non disdegnano un po' di romanticismo non posso che consigliarne la lettura.

Opera recensita: "Pamela, o la virtus compensata" di Samuel Richardson
Editore: Frassinelli/Garzanti/Mondadori, prima ed. 1840
Genere: letteratura inglese
Ambientazione: Inghilterra
Pagine: 672 (Ed. Frassinelli, 1995)
Prezzo: 12,00 € (Ed. Frassinelli 1995)
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


mercoledì 2 maggio 2018

RECENSIONE: GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA - IL GATTOPARDO


Sinossi:

Premio Strega 1959. Don Fabrizio, principe di Salina, all'arrivo dei Garibaldini, sente inevitaile il declino e la rovina della sua classe. Approva il

matrimonio del nipote Tancredi, senza più risorse economiche, con la figlia, che porta con sé una ricca dote, di Calogero Sedara, un astuto borghese. Don

Fabrizio rifiuta però il seggio al Senato che gli viene offerto, ormai disincantato e pessimista sulla possibile sopravvivenza di una civiltà in decadenza

e propone al suo posto proprio il borghese Calogero Sedara.

 

Commento:

Sicilia. Basta anche solo pronunciare il nome di questa terra per evocare luce, calore, passionalità, profumi e sapori inebrianti, ma anche contraddizioni e misteri. “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa trabocca di tutto questo e molto di più. Ambientato nella Sicilia del 1860, narra l’empasse storica scaturita dalla cacciata dei Borboni mediante un plebiscito, e lo fa attraverso gli occhi nobili ma intelligenti e consapevoli di Don Fabbrizio Falconeri, principe di Salina.

Apparentemente è proprio lui, con le sue vicende familiari, il protagonista di questa storia; in realtà, però, la vera protagonista è la Sicilia e con lei la sua gente e la gente di tutto il Sud, di allora e di ora, impegnata a profondersi in dimostrazioni di magnificenza, buone creanze ed impeti rivoluzionari che nascondono una ferrea volontà di impedire il cambiamento e di auto conservarsi nell’orgoglio di una ricchezza finta e di convinzioni effimere. Don Fabbrizio vede tutto questo, lo comprende e ne viene sopraffatto perché, al contrario di chi viene da fuori con l’illusione del cambiamento, lui sa che la Sicilia e i siciliani non vogliono cambiare: “tutto cambia perché tutto resti com’è” è una delle sue frasi più celebri che ben sintetizza questo pensiero. Un classico, questo, che con stile anticuato e linguaggio barocco tratta tematiche di estrema attualità: l’incertezza per il futuro, una classe politica dalla quale non si sa cosa aspettarsi, l’estrema lotta di alcuni per mantenere certi status e di altri per guadagnarseli con astuzia e ambizione. Sono temi che ritrovavamo nel 1860, negli anni 50 del Novecento quando questo libro fu pubblicato ed anche oggi, a dimostrazione estrema del principio espresso da Don Fabbrizio: tutto cambia affinché tutto resti com’è. “Il Gattopardo”, nonostante i temi interessanti, non è una lettura facile: personalmente l’ho trovato alquanto ostico, soprattutto nella parte iniziale, ed ho ancora la sensazione forte di non averlo compreso fino infondo. Tuttavia è evidente che si tratta di un classico della letteratura italiana la cui importanza è pari all’attualità dei suoi contenuti, pertanto non posso che consigliarne la lettura.

 

 

Opera recensita: “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Editore: Feltrinelli, prima ed. 1959

Genere: letteratura italiana

Ambientazione: Sicilia

Pagine: 300

Prezzo: 25,00 € (Ed. Feltrinelli 2002)

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

lunedì 19 marzo 2018

RECENSIONE: BRAM STOKER - DRACULA


Sinossi:

Scritto da Bram Stoker nel 1897 in forma di stralci di diari e di lettere, "Dracula" è uno degli ultimi, se non l'ultimo, tra i grandi romanzi gotici.

Creatura potente e inquietante, apparentemente immortale, in grado di padroneggiare poteri inimmaginabili, il conte-vampiro Dracula è un personaggio che

dalla storia è passato direttamente al mito. Quella che lo vede protagonista, impegnato nel tentativo di reclutare un esercito di non-morti nella popolosa

Londra di fine Ottocento, è una vicenda dominata da atmosfere cupe e da personaggi oscuri, in cui l'orrore e la minaccia, sempre ben presenti, assillano

i protagonisti in un crescendo di emozioni che li conduce alle soglie dell'incubo. Prefazione di Vittorino Andreoli.

 

Commento:

Una delle caratteristiche che apprezzo di più nei romanzi inglesi dell’Ottocento è il fatto che molti siano scritti in forma autobiografica o di diario o corrispondenza. Questo stile di scrittura consente all’autore di trasmetterci le sensazioni dei personaggi in una forma più intensa e potente di quanto consenta la terza persona. Questo è accaduto anche con “Dracula” di Bram Stoker, pubblicato per la prima volta nel 1897. La storia è arcinota: il giovane avvocato inglese Jonathan Arker viene inviato dal suo capo in Transilvania per curare gli interessi del facoltoso e misterioso conte Dracula che ha un castello in quella regione e che sembra interessato a trasferirsi a Londra. Ben presto Arker, intelligente ed arguto, comincia a notare svariate stranezze e col passare dei giorni capisce di trovarsi solo e prigioniero del conte. Ancora non lo sa, ma da questo suo viaggio si origineranno dolori e sciagure alle quali bisogna porre fine. Per farlo sarà necessario il coraggio e la sapienza di uomini e donne intrepidi che si uniranno in un’avventura che porterà certamente alla morte e alla fine di qualcuno… resta solo da capire di chi! L’eterna lotta tra bene e male, tra Dio e diavolo, tra la luce del giorno e l’oscurità della notte…

Un classico stupendo, un romanzo senza tempo che, anche a distanza di secoli, terrorizza e appassiona. Un bellissimo esempio di letteratura gotica nonché una fonte di ispirazione continua per registi e scrittori di horror. Lettura scorrevole e coinvolgente, unica pecca una certa frettolosità nel finale che, dopo tante peregrinazioni ed elucubrazioni, avrei immaginato più corposo. Ad ogni modo, classico certamente consigliato!

 

Opera recensita: “Dracula” di Bram Stoker

Editore: Bur-Feltrinelli-Einaudi-Newton Compton, prima ed. 1897

Genere: romanzo gotico, letteratura inglese

Ambientazione: Transilvania (Romania)-Inghilterra

Pagine: 499 (ed. Bur 2014)

Prezzo: 9,50 € (ed. Bur 2014)

Consigliato: sì

Voto personale: 9

 

sabato 3 marzo 2018

RECENSIONE: ALEXANDRE DUMAS - IL CONTE DI MONTECRISTO


Sinossi:

Ambientato nella Francia della Restaurazione e della monarchia di Luigi Filippo, tra il 1815 e il 1839, "Il conte di Montecristo" è la storia di un'ingiustizia

subita, riscattata da una vendetta portata alle sue estreme conseguenze. È anche una storia di onnipotenza: Edmond Dantès, vittima innocente dell'invidia

dei suoi calunniatori, li distrugge sul loro stesso terreno, li "suicida" utilizzando gli stessi strumenti grazie ai quali sono diventati ricchi e potenti.

Come un moderno supereroe, nella sua vendetta riassume in sé il bene e il male, si confronta con i limiti stessi della condizione umana, superandola: la

vittoria è giusta ma amara, la vera liberazione è sempre oltre, altrove.

 

Commento:

Cosa si può dire di questo capolavoro che non ne riduca il pregio e la bellezza? Non lo so, davvero: l’unica cosa che so è che credevo di trovarmi davanti ad un classico oscuro, ostico, impegnativo, che mi avrebbe portato via molti giorni difficili, invece ho scoperto un’opera di una piacevolezza sconcertante che ho divorato in tre giorni e che annovero ora fra i miei libri preferiti. Siamo di fronte ad un capolavoro, l’ho già scritto, perché non c’è fra queste tante pagine una che avrei voluto saltare, non c’è stato neanche un momento, durante la lettura, nel quale ho pensato:”Va beh, quando finisce questo passaggio?”, semplicemente ho cominciato a leggere e non ho più smesso.

Edmond Dantès, il Conte di Montecristo, il protagonista di questo libro, è un uomo tradito, un buono, un giovane che aveva davanti a sé un futuro radioso, la promessa di diventare comandante di un bastimento, l’amore di un padre e della donna amata. Proprio nel giorno più bello, quello nel quale l’avrebbe sposata, è stato arrestato e rinchiuso in una prigione isolata e terribile per colpa dell’invidia e dell’ambizione di coloro che credeva amici e che avrebbero dovuto tutelarlo. Ha desiderato morire, ha conosciuto il dolore più oscuro, ma nel momento più tetro ha incontrato un uomo, un abbate creduto pazzo e rinchiuso ingiustamente, che l’ha salvato infondendogli speranza, ricchezza e conoscenza. L’uomo che è uscito dalla prigione era un uomo diverso, pronto a vendicarsi di chi gli aveva provocato tanta sofferenza. Per farlo ha atteso, ha lavorato su di sé e sul destino, lo ha modificato pazientemente secondo il suo volere e, soprattutto, guidato dal volere di Dio. Il risultato di questo piano è stato ben più grande di quanto sperasse, perché l’attesa e la speranza hanno in parte modificato i suoi propositi e corretto i suoi errori.

La lettura di questo romanzo è un’esperienza avvincente ed entusiasmante, i personaggi sono caratterizzati in modo superbo, gioie e tribolazioni non mancano… che dire ancora? Se non l’avete ancora fatto, leggetelo! Io lo rifarò.

 

Opera recensita: “Il Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas

Editore: Garzanti-Bur, prima ed. originale 1844

Genere: narrativa straniera, letteratura francese

Ambientazione: Francia-Italia

Pagine: 1313 (ed. Garzanti 2012)

Prezzo: 19,50 € (ed. Garzanti 2012)

Consigliato: sì

Voto personale: 10.

 

lunedì 12 febbraio 2018

RECENSIONE: CHARLOTTE BRONTE - JANE EYRE


Sinossi:

La giovane orfana Jane Eyre entra come istitutrice presso la nobile residenza di Thornfield Hall dopo aver trascorso infanzia e adolescenza tra la casa

di parenti crudeli e il triste asilo di Lowood. Dovrà occuparsi dell'educazione della piccola Adele, pupilla del misterioso signor Rochester. Il burbero

padrone di casa, attratto dal carattere indipendente e dall'intelligenza della ragazza, presto se ne innamora. La vicenda sembra destinata al più classico

dei finali, ma le antiche mura di Thornfield Hall celano un segreto... Di forte matrice autobiografica, "Jane Eyre" è un romanzo di acuta sensibilità psicologica,

pervaso - forse per la prima volta nella storia della letteratura femminile - da una sottile sensualità. Introduzione di Franco Buffoni e con un saggio

di William M. Thackeray.

 

Commento:

Non avrei mai pensato di apprezzare tanto i romanzi inglesi dell’Ottocento… eppure, più ne leggo, più li apprezzo e ne colgo le differenze. E’ il caso di questo classico della letteratura inglese, la cui trama è arcinota, che entra di diritto tra i miei preferiti per grazia della scrittura, evocatività delle descrizioni di paesaggi ed impressioni, affinità con la protagonista.

Jane è abituata alla durezza e sa come contrastarla e sfidarla con arguzia, ma soccombe davanti alla gentilezza inattesa. E’ mite ed intelligente, buona ma quasi mai sottomessa, inoltre cela in sé l’inquietudine di una mente curiosa e fervida che ama confrontarsi con altre menti intelligenti ed acute come la sua. Ecco perché riesce in ciò che mille altre hanno tentato e fallito: catturare il cuore del burbero ed eccentrico signor Rochester. L’amore tra queste due anime inquiete è meraviglioso e struggente sia nel momento di più alto fulgore, sia in quello della più bassa disperazione.

Il romanzo è scritto come un’autobiografia, come se fosse proprio Jane a scriverlo ricordando il passato. L’unica pecca che mi sento di trovargli in coscienza è un finale non all’altezza – almeno nei toni – di tutto il resto del romanzo: dopo tanto peregrinare mi sarei aspettata un coinvolgimento ed un impeto maggiore, sebbene mi rendo conto che una manifestazione ancora più potente d’amore e devozione avrebbe potuto incrinare appena la figura volitiva e pungente di Jane. E’ un romanzo che consiglio, che ho apprezzato e che mi ha emozionato, nonostante la notorietà e prevedibilità della trama.

 

Opera recensita: “Jane Eyre” di Charlotte Bronte

Editore: Mondadori-Einaudi-Giunti, prima ed. originale 1847

Genere: letteratura inglese

Ambientazione: Inghilterra, Ottocento

Pagine: 606 (ed. Mondadori 2016)

Prezzo: 11,00 € (ed. Mondadori 2016)

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

venerdì 19 gennaio 2018

RECENSIONE: WILLIAM MAKEPEACE THACKERAY - LA FIERA DELLA VANITA'


Sinossi:

Il romanzo ha come titolo completo "Vanity Fair: a novel without a hero", ovvero "La fiera della vanità: un romanzo senza un eroe". La vera protagonista

della storia è infatti la società con le sue contraddizioni: apparentemente si esalta la condotta secondo moralità, ma in realtà di ogni cosa si reclama

solo l'apparenza e vittorioso è sempre il più furbo, mai il più buono. A rappresentare i due tipi di condotta due personaggi femminili: l'ingenua, pura

e ricca Amelia Sedley e l'arrivista, povera e intelligente Becky Sharp. Il filo dell'ipocrisia legherà la scalata sociale della prima all'esistenza inutilmente

votata alla rispettabilità della seconda.

 

Commento:

Chi di noi, leggendo i romanzi inglesi del primo Ottocento, non ha pensato almeno una volta che la società di quell’epoca fosse piena di ipocrisia e disturbante, falso perbenismo? Beh, è proprio su questo concetto semplice che si basa il lungo romanzo di William Makepeace Thackeray che in quella società ci viveva e che poté osservarla con occhio critico e deplorarne la falsa moralità con acume.

In questa storia gli apparenti protagonisti sono i Sedley, i Crawley, gli Osbourne e tutti coloro che, a vario titolo, hanno a che fare con loro; ma la vera, indiscussa e dileggiata protagonista è niente meno che l’intera società inglese di cui queste famiglie facevano parte, sottoposta ad un giudizio impietoso ed imparziale: “La fiera della vanità” è senza dubbio la definizione che meglio riassume il pensiero dell’autore di questo libro sulla società in cui vive, che premia la furbizia, l’arrivismo, la scaltrezza a discapito della bontà di cuore e dei buoni sentimenti. In questa società, infatti, gli intriganti come Mrs Rebecca trovano sempre il modo di spuntarla, i parvenues come gli Osbourne hanno più denaro che cervello e considerano un posto in società più importante di un matrimonio d’amore; una famiglia d’alto lignaggio come i Crawley preferisce nascondere sotto il tappeto le magagne e i dissapori tra i suoi membri piuttosto che dare esempio di tolleranza ed apertura sociale.

Tutti questi comportamenti ed atteggiamenti hanno, indiscutibilmente, delle forti ripercussioni sociali e sono forieri di conseguenze spesso nefaste per chi li pone in essere e chi lo circonda. Sono queste le critiche, per nulla velate, che il narratore esterno ed onnisciente di questa vicenda intricata rivolge al proprio mondo: “La fiera della vanità” è una critica mordace, ironica e conclamata di una società viziata e corrotta dal prevalere dell’apparenza sulla nobiltà d’animo.

Uno spaccato veritiero ed impietoso della società britannica dell’Ottocento che, a mio avviso, vale la pena leggere nonostante sia talvolta troppo prolisso e minuzioso. Forse non consiglierei questo libro a chi proprio non sopporta i romanzi della Austen o simili, perché pur criticando il perbenismo dilagante, questo libro ne è intriso: l’autore, suo malgrado, ha dovuto servirsene a piene mani per spiegarne le criticità.

 

 

Opera recensita: “La fiera della vanità” di William Makepeace Thackeray

Editore: Bur, prima ed. originale 1848

Genere: letteratura inglese

Ambientazione: Inghilterra, prima metà dell’Ottocento

Pagine: 874 (ed. Bur 2007)

Prezzo: 13,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

domenica 7 gennaio 2018

RECENSIONE: JOHN STEINBECK - FURORE


Sinossi:

Pietra miliare della letteratura americana, "Furore" è un romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino

Bompiani l'anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale, nella

nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell'opera di Steinbeck, che restituisce finalmente

ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Nell'odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa

e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un'intera

nazione. L'impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria "come un marchio

d'infamia". Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell'uomo contro l'ingiustizia, "Furore" è forse il più americano dei classici

americani, da leggere oggi in tutta la sua bellezza.

 

Commento:

Angosciante, realistico, attualissimo. “Furore” è con ragione considerato una pietra miliare della letteratura americana e, aggiungo io, mondiale. Sì, perché sebbene racconti la storia della famiglia Joad, una delle tante famiglie che trasmigravano dall’Est all’Ovest degli Stati Uniti in famelica ricerca di un lavoro, di un posto dove stare e di un po’ di dignità, questa storia racconta, in realtà, le storie di tutti gli immigrati del mondo.

Storie di dolore e di coraggio, di tragedie umane e di vita vera, vita di persone senza nome, senza volto, senza tempo. Perché da che mondo e mondo la disperazione, la fame, la voglia di riscatto, l’amor proprio, la necessità di provvedere per sé e per i propri cari, hanno spinto e spingeranno sempre esseri umani a lasciarsi alle spalle una vita di ricordi e a spostarsi per cercare fortuna o anche solo un po’ di stabilità. E’ questo ciò che cercava la famiglia Joad quando lasciò, con nonni, cani e vettovaglie al seguito, la terra nell’Oclahoma da cui era stata scacciata per trasferirsi in California, attraversando a bordo di un camion scalcagnato la Route 66, passando fiumi e deserti per raggiungere il paese dove crescono le arance. Ma una volta giunti miracolosamente a destinazione l’accoglienza non è certo quella che ci si aspetterebbe da chi cerca braccianti per coltivare la sua terra… E le battaglie per sopravvivere non sono finite e non finiranno mai finché sorgerà il sole.

Un capolavoro di umanità, un libro senza tempo che osserva una realtà che tutti conosciamo e la racconta con occhio cinico e realista. Steinbeck alterna nella narrazione le vicende degli Joad e delle digressioni utili per generalizzare e contestualizzare: di solito non amo molto questi intermezzi nel racconto di una storia, ma in questo caso le digressioni sono pezzi di storia perfettamente inseriti nella narrazione e sono utilissimi a fornirci una visione d’insieme. Un libro che consiglio a tutti, anche con un occhio alla situazione che a tutt’oggi viviamo nel nostro paese: leggere queste pagine può aiutare chi ancora ha delle remore verso gli immigrati a capire la loro condizione e forse ad essere un po’ meno duro con i giudizi.

Ad ogni modo, a mio parere “Furore” è un libro bellissimo.

 

Opera recensita: “Furore” di John Steinbeck

Editore: Bompiani, prima ed. 1939

Genere: narrativa americana

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 633 (ed. 2013)

Prezzo: 14,00 €

Consigliato: sì.

Voto: 9.

sabato 23 dicembre 2017

RECENSIONE: CHARLES DICKENS - CANTO DI NATALE (A CHRISTMAS CAROL)


Sinossi:

Ebenezer Scrooge, arido e spilorcio finanziere londinese, odia il Natale. Lo considera - anzi - tempo perso, e un ostacolo al proprio arricchimento. Ma

la notte della Vigilia, dopo una giornata passata alla scrivania senza nulla concedere all'atmosfera festosa che lo circonda, riceve la visita di tre spiriti:

quello del Natale passato, quello del Natale presente e quello del Natale futuro. Nel corso di un fantastico viaggio che farà rivivere a Scrooge tutte

le tappe della propria vita e intravedere un ben misero futuro, gli spiriti riusciranno ad aprire i suoi occhi a sentimenti di generosità e amore. Il Canto

di Natale non è però solo una favola a lieto fine. È anche uno degli esempi meglio riusciti di critica sociale di Dickens, oltre che una delle più famose

e commoventi storie sul Natale.

 

Commento:

Beh, ci sarebbe tanto da dire su questo libro, ma credo che la cosa migliore sia lasciare che siano le pagine a parlare: questo non è un libro da recensire, analizzare, scandagliare. E’ un libro da leggere e rileggere a tutte le età, perché ha la capacità di condensare tanti insegnamenti in poche pagine e, soprattutto, perché è il miglior augurio che ci si possa fare per vivere il Natale e l’intero anno animati dai migliori sentimenti.

La storia è arcinota: Ebenezer Scrooge, avaro sia di denaro che di sentimenti, odia il Natale e scaccia chiunque gli faccia perdere tempo con cose legate a questa festa. Una fredda notte della vigilia, però, riceve la visita del suo vecchio amico e socio Marley, morto da sette anni, che dopo averlo ben rimproverato gli offre una possibilità di redimersi: Scrooge riceverà la visita di altri tre spiriti, quello del Natale passato, quello del Natale presente e quello del Natale futuro. Questa visita sarà davvero traumatica per Scrooge, poiché lo metterà di fronte a ciò che è stato, a ciò che è oggi e a ciò che sarà di lui se non cambia atteggiamento. Inutile dire che non ci sarà, dopo quella notte, un uomo che onori il Natale più degnamente di lui!

Una lettura imprescindibile, consigliata davvero a tutti… per entrare davvero nello spirito del Natale.

 

Opera recensita: “Canto di Natale” di Charles Dickens

Editore: Bur-Garzanti-Paoline e altri, prima ed. 1843

Genere: classico-fantasy-fiaba

Ambientazione: Londra

Pagine: 100 (Ed. Garzanti 2012)

Prezzo: 4,90 €

Consigliato: assolutamente sì.

 

venerdì 22 dicembre 2017

RECENSIONE: SIBILLA ALERAMO - UNA DONNA


Sinossi:

Questo romanzo di Sibilla Aleramo è del 1906. La sua immediata fortuna in Italia e nei paesi in cui fu tradotto segnalò una nuova scrittrice, che in seguito

avrebbe fornito altre prove di valore, segnatamente nella poesia. Ma soprattutto esso richiamò l'attenzione per il suo tema: si tratta infatti di uno dei

primi libri 'femmisti' apparsi da noi. Prefazione di Anna Folli, postfazione di Emilio Cecchi.

 

Commento:

Un libro osannato e ripubblicato per decenni, un libro considerato quasi un manifesto femminista italiano, un libro su cui ho letto recensioni entusiastiche e lodi sperticate, un libro dal quale personalmente mi aspettavo di più.

E’ il racconto straziante, ma anche lucido e consapevole, di una donna che, dopo un’infanzia senz’affanni, nella sicurezza di essere amata, si affaccia all’adolescenza con prospettive rosee di indipendenza e agiatezza, ma subisce un brusco risveglio ed un ingresso in società mediante un matrimonio riparatore.

Da qui comincia una vita fatta di ribellioni soffocate, di indecisioni, di una maternità fatta di eccessi febbrili, di un disamore profondo per l’uomo che ha accanto e tante infatuazioni flebili e quasi incorporee. Tutta la giovinezza di questa donna va avanti così, in balia del rimpianto e di una decisione che tarda a maturare, fino alla notte in cui la risoluzione tanto annunciata arriva e lei si riappropria della sua vita, lasciandosi dietro tutto, anche gli affetti più veri.

Certamente si tratta di un racconto realistico e scritto magistralmente… ma è scritto così bene che immagino la protagonista e, mio malgrado, non posso farmela piacere: il suo non è, a mio modo di vedere, vero femminismo, ma solo un pallido fuoco di quell’ardore che poi portò alle lotte ed alle conquiste per cui oggi noi ancora ringraziamo. La protagonista è una donna fondamentalmente incentrata su se stessa, incapace di prestare attenzione ed affetto costante a chi le sta intorno. Probabilmente sarò dura e mi si potrà accusare di non tenere conto del contesto in cui il libro è ambientato, ma credo che l’eccessiva libertà goduta da bambina, l’attaccamento morboso al padre e la totale disaffezione per la madre non abbiano mai cessato di produrre effetto su di lei. E’ proprio questo sentimento negativo ispiratomi dalla protagonista a far sì che non consigli pienamente questa lettura: si tratta indubbiamente di un ottimo racconto, di uno spaccato dell’Italia precedente alla Grande Guerra, che vale la pena leggere, ma a me personalmente ha lasciato insoddisfazione ed amaro in bocca. Lo consiglio, ma con molte riserve.

 

Opera recensita: “Una donna” di Sibilla Aleramo

Editore: Feltrinelli, prima ed. 1906

Genere: letteratura italiana

Ambientazione: Italia

Pagine: 172 (ed. 2013)

Prezzo: 8,50 €

Consigliato: sì/no.

 

giovedì 14 dicembre 2017

RECENSIONE: GRAZIA DELEDDA - CANNE AL VENTO


Sinossi:

La narrativa della Deledda, posta ora nella scia del verismo di Verga, ora accostata al decadentismo dannunziano, racconta di forti vicende d'amore, di

dolore e di morte, nelle quali domina il senso religioso del peccato e la tragica coscienza di un inesorabile destino. Nella sua prosa si consuma la fusione

carnale tra luoghi e figure, tra stati d'animo e paesaggio, tra gli uomini e la terra di Sardegna, luogo mitico e punto di partenza per un viaggio dell'anima

alla scoperta di un mondo ancestrale e primitivo.

 

Commento:

Mi sono bastate poche pagine per ritrovarmi tra i banchi del liceo, quando le lezioni di letteratura mi portavano in mondi ed epoche che mai avrei vissuto… non si può non amare questo libro: bastano poche righe per restare incantati dallo splendore e dalla potenza delle parole, in grado di evocare immagini fulgide di paesaggi bucolici colorati e vivaci come di descrivere scene di turbamento, disperazione, passione e completo deliquio. Ebbene sì, si trova tutto questo in un libro di appena duecento pagine: c’è la rigogliosa campagna dell’entroterra nuorese in estate, c’è la fedeltà di un servo, Efix, attaccato alle sue padrone come “Il musco alla pietra”, c’è il senso di colpa di quest’uomo per un unico errore commesso ed il carico del destino di altri sulle sue vecchie spalle; c’è un villaggio con tutti i suoi personaggi – l’usuraia, il prete, il ricco possidente borioso, il bel giovanotto che fa palpitare i cuori delle giovani semplici – e ci sono tre donne, l’una diversa dall’altra, tre sorelle sole e orgogliose che vorrebbero bastare a se stesse alimentandosi del loro antico buon nome e del disprezzo degli altri… ma come al solito, qualcosa va storto e la rovina diventa sempre più grave. Ed è qui che bisognerà decidere se soccombere o accettare l’aiuto che viene offerto.

Un libro che è l’essenza della Letteratura italiana che trae forza ed ispirazione dalla saggezza popolare, dalle vicissitudini di servi e padroni, di ricchi e di semplici che, come canne al vento, incassano i colpi della vita senza cedere e, anzi, traendone insegnamento. Una lettura intensa che consiglio a chi ancora non conosca questo libro e quest’autrice favolosa. Davvero, ne vale la pena.

 

Opera recensita: “Canne al vento” di Grazia Deledda

Editore: Garzanti, prima ed. 1913

Genere: letteratura italiana

Ambientazione: Sardegna

Pagine: 215 (ed. Garzanti 2006)

Prezzo: 9,00 €

Consigliato: sì.

 

domenica 10 dicembre 2017

RECENSIONE: ROBERT LOUIS STEVENSON - LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE


Sinossi:

Il dottor Jekyll, medico stimato e rispettabile, ultimamente ha un comportamento strano: rifugge la compagnia degli amici di sempre e frequenta un certo

signor Hyde, individuo di estrema malvagità e aspetto ripugnante. Ma perché il medico fa testamento in suo favore? Chi è davvero il misterioso Hyde? Ambientata

in una Londra allucinata e circospetta - in città è attivo Jack lo Squartatore - questa fantasia nera di Stevenson ha dato corpo e nome all'idea della

doppia personalità. Lo sventurato Jekyll, che con le sue polveri e i suoi alambicchi cerca la possibilità di darsi al vizio senza sentire rimorso, è simbolo

e vittima dell'ipocrisia sociale. Introduzione, traduzione e note di Oreste Del Buono.

 

Commento:

Un medico rispettabile, con amici rispettabili, in una Londra vittoriana avvolta da una nebulosa patina di rispettabilità, è convinto che l’uomo, ogni uomo, non sia unico, ma duplice. Da tempo egli crede che in ognuno di noi convivano due nature, una dignitosa e l’altra malvagia, perciò compie una serie di esperimenti per dimostrare questo principio. Tali esperimenti lo portano ad una pozione in grado di trasformarlo in un'altra persona, sia fisicamente che moralmente, così il rispettabile, alto, robusto e muscoloso Dottor Herry Jekyll diventa il magro, basso, malvagio Mr Hyde.

Due persone in una sola, due metà della stessa anima, una altruista e filantropa, l’altra in grado di soccombere alle passioni più smodate, ai desideri più turpi, agli istinti più beceri. Ma accade un imprevisto, la parte malvagia continua a crescere e Jekyll perde il controllo del suo esperimento…

Un romanzo gotico breve e fulminante che racconta con straordinaria incisività un aspetto importante della natura umana, il concetto del doppio, che verrà approfondito da molti autori in futuro. Lettura consigliata, un paio d’ore decisamente ben spese.

 

Opera recensita: “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Louis Stevenson

Editore: Bur, prima ed. 1886

Genere: classico horror

Ambientazione: Londra, fine Ottocento

Pagine: 109

Prezzo: 6,90 €

Consigliato: sì.

 

venerdì 8 settembre 2017

RECENSIONE: VICTOR HUGO - I MISERABILI


Sinossi:

In questo grande romanzo, tra i più importanti della letteratura francese, Victor Hugo riversa gran parte della sua esperienza umana e sociale, per costruire

una storia di fatica, esilio, amore e povertà. Un'epopea della miseria e un imponente affresco d'epoca che, nella Parigi dell'800, vede protagonisti alcuni

indimenticabili personaggi, come Jean Valjean, la solare Cosette, Fantine, il cupo ispettore Javert: anti-eroi ricchi di luci e ombre, capaci di gesti

scellerati ma anche di azioni generose e commoventi. Una storia dal ritmo incalzante, magistrale e irripetibile per l'autenticità delle emozioni e per

la complessità della trama narrativa.

 

Commento:

Vi sono romanzi che, sin dal primo, parziale approccio, ci colpiscono e la voglia di leggerli si annida in noi per anni. A me “I miserabili” di Victor Hugo ha fatto proprio quest’effetto sin da quando, a scuola e poi al liceo, ho avuto modo di leggerne alcuni stralci. I nomi di Jean Valjean, Cosette, Javert, i Tenardier sono rimasti impressi nella mia mente fino a quando, una settimana fa, ho deciso di leggere finalmente questo libro per intero. A lettura ultimata posso ben dire che rimarranno nella mia mente per molti anni ancora.

Comincio col dire che “I miserabili” non è un libro facile né da leggere né da recensire: è un’opera monumentale, sia per la sua complessità che per l’importanza dei concetti espressi. E’ ambientata nella Francia della prima metà dell’Ottocento, immersa fra i postumi della rivoluzione del 1789 e le imprese di Napoleone, osannato e condannato al contempo. La situazione storica e culturale del Paese è tutt’altro che tranquilla, vi sono spaccature interne che faticano ad appianarsi e che esploderanno in una nuova rivoluzione nel 1832. E’ in questo contesto che Hugo inserisce (direi con risultati favolosi vista la complessità dell’operazione) i personaggi di questa storia, i miserabili, una congerie di uomini, donne e bambini che ogni giorno fanno i conti con la vita vera, con la fame, la miseria, la giustizia cieca e la guerra. Hugo ci presenta un’umanità variegata nella sua miseria, diremmo che ci sono tanti tipi di miserabili: c’è Jean Valjean, l’antico forzato perseguitato dalla giustizia, il galeotto che si redime e per quanto bene faccia agli altri deve combattere con la sua ombra; c’è Cosette, la bambina orfana e maltrattata che diviene figlia di Valjean e vive nel benessere e nella gioia; c’è Javert, l’ispettore di polizia irreprensibile nel suo dovere che non riesce a sopportare l’idea che qualcuno possa mettersi al di sopra della legge; ci sono i Tenardier, una famiglia di delinquenti travestiti da albergatori che una volta falliti vivono di espedienti e di inganni ai danni del prossimo; c’è il monello Gavroche, un bambino abbandonato dai genitori e cresciuto troppo in fretta nella strada, che rivela però un’anima luminosa.

Il libro in sé può essere analizzato e letto in due modi: può essere visto come due libri separati, un romanzo ed un saggio storico filosofico, oppure in modo organico, come un unico romanzo all’interno del quale convivono una parte storica ed una storia meravigliosa. A mio modo di vedere, la difficoltà di quest’opera sta proprio nelle ampie digressioni storiche, filosofiche, sociali che l’autore inserisce tra una fase e l’altra della storia e che, a dire il vero, sono preziose perché descrivono un contesto complesso fatto di tanti equilibri precari.

Ad ogni modo, siamo innegabilmente di fronte ad un capolavoro della letteratura francese e mondiale, attuale nonostante parli di cose avvenute duecento anni fa, perché descrive la natura dell’uomo, le sue bassezze e le sue azioni eroiche. Impossibile, perciò, non consigliarne la lettura. E poi come si fa a non appassionarsi alle vicende di questi personaggi? Io, sarà scontato, adoro Valjean! Che lo si chiami Jean Valjean, Papà Madeleine o Ultimo Fauchelevent, è lui la vera anima di questo romanzo! Penso che questo libro, in fin dei conti, resterà nei miei ricordi per molto tempo!

 

Opera recensita: “I miserabili” di Victor Hugo

Editore: Newton Compton, prima ed. 1862

Genere: romanzo storico

 Ambientazione: Francia, 1815-1833

Pagine: 942 (ed. 2008)

Prezzo: 9,90 €

Consigliato: sì.

 

mercoledì 31 maggio 2017

RECENSIONE: HENRY JAMES - WASHINGTON SQUARE


Sinossi:

"Washington Square", pubblicato in Inghilterra nel 1880, venne ritenuto dalla critica opera non solo minore ma insignificante. Il libro è invece un bellissimo

romanzo che precede di alcuni anni i più celebri racconti di Anton Cechov. In "Washington Square" predomina, soprattutto nelle memorabili pagine retrospettive,

quelle dei "bilanci" e degli addii, un tono crepuscolare, quasi di mestizia, e comunque di acuto, lancinante raccoglimento. La storia è quella di un brillante

medico newyorkese, il dottor Austin Sloper, che rimane vedovo con un'unica figlia, l'ubbidiente e poco vivace Catherine. Un bellimbusto egoista e nullafacente,

Morris Townsend, cerca di circuire la ragazza, abbagliato dalla ricca dote. Il giovane Townsend, infastidito dalle continue dilazioni di Catherine e dall'ostilità

del potenziale suocero, che vede in lui la rovina della figlia, abbandona il campo, per ricomparire molti anni dopo. Catherine saprà respingerlo, amareggiata

e disillusa, dopo esserne stata per lungo tempo innamorata.

 

Commento:

“Washington Square” è il primo romanzo che leggo di Henry James: ho trovato svariate citazioni di quest’autore in “Leggere Lolita a Teheran” e mi sono incuriosita. Devo dire che, a lettura terminata, sono contenta di averlo letto e credo che in futuro mi avvicinerò ad altre opere di quest’autore, magari più voluminose.

In questo romanzo breve si racconta la storia degli Sloper, una rispettabile famiglia newyorkese residente a Washington Square: i protagonisti sono lo stimato dottor Austin Sloper, medico assennato e lungimirante, la figlia Catherine (vera protagonista della storia), la zia Lavinia, sorella del medico che vive con gli Sloper, ed il giovane eclettico Morris Townsen, interessato alla mano della dolce Catherine. E’ proprio nella storia tra i due giovani che sta il centro del romanzo: assistiamo al colpo di fulmine del giovane disoccupato ma fascinoso Morris per Catherine, al progressivo innamoramento della ragazza, alla fervente ostilità del padre medico, convinto che il giovanotto miri all’eredità della figlia ed ai piani orditi dalla sognante, fantasiosa e un po’ subdola zia Lavinia che cambia idea sulla sorte di quest’amore come cambia il vento.

Ma la cosa più interessante di tutto il romanzo, al di là della trama, è l’analisi dei personaggi: è evidente che Henry James intenda sottoporre ai nostri occhi l’evoluzione caratteriale e comportamentale di tutti i protagonisti, giacché la descrive costantemente con particolare attenzione. Così abbiamo il dottore che all’inizio del libro viene presentato come calmo, intelligente, assennato, e che man mano che scorrono le pagine diventa sempre più spietato, intrattabile e crudele; poi c’è Catherine che passa da una completa, apatica accettazione di qualunque cosa faccia piacere al padre ad un amor proprio sorprendente, nonché ad una ferrea determinazione nei suoi propositi. E lo stesso dicasi per Morris… E’ questo, a mio parere, il fulcro del romanzo e l’ottica con cui va letto.

Venendo alle considerazioni personali, dirò che, nonostante non abbia fraternizzato con nessuno dei personaggi che mi sono risultati tutti più o meno odiosi, il romanzo mi è piaciuto molto proprio per i suoi risvolti psicologici. Lo consiglio, dunque, tanto più che si tratta di una lettura breve scritta con una prosa chiara e senza particolari salti spazio-temporali. Per essere il primo di James che leggo, mi è andata bene!

 

Opera recensita: “Washington Square” di Henry James

Editore: Garzanti, prima ed. 1880

Genere: romanzo classico

Ambientazione: New York

Pagine: 204

Prezzo: 6,50 €

Consigliato: sì.