simposio lettori copertina

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martedì 7 settembre 2021

RECENSIONE: PERCIVAL EVERETT - TELEFONO

                        Sinossi:

Finalista al premio Pulitzer 2021, Telefono è un’opera intensa ed emozionante sulla mancanza e la perdita, ma soprattutto sull’opportunità di riscatto che può nascere dalle difficoltà.

Un biglietto ritrovato in una giacca acquistata online pone di fronte a una scelta decisiva Zach Wells, docente di geologia con una vita fino a quel momento tranquilla, sebbene percorsa da un fiume sotterraneo di irrequietudine. Quando la sua esistenza viene sconvolta da una terribile scoperta, Zach decide di prendere sul serio la richiesta di aiuto contenuta in quel misterioso biglietto, come se tentare di salvare uno sconosciuto fosse l’unico modo per tentare di salvare se stessi. Tra Los Angeles, una caverna nel Grand Canyon, il deserto del New Mexico e Ciudad Juárez, al di là del confine, Zach proverà a dare un senso al proprio dramma imbarcandosi in un’impresa donchisciottesca senz’altro aiuto che quello offerto da un improbabile cenacolo di aspiranti poeti. Un romanzo di sentieri che si biforcano, in cui le suggestioni paleontologiche e scacchistiche si fondono alle prove estreme di una famiglia e di un matrimonio, le domande esistenziali di un uomo al mistero delle donne scomparse nella “città del Male”.

 

Commento:

"Telefono" di Percival Everett è un romanzo intenso, emozionante e sorprendente. Parte in sordina, come il classico romanzo ambientato nella provincia americana e pervaso del grigiore di vite piatte ed avvoltolate su se stesse. Parte così, con un protagonista-narratore bizzarro e alquanto sui generis, ma in realtà rivela presto la sua bellezza: basta fermarsi, estraniarsi dai preconcetti e dai giudizi facili e mettersi in ascolto della voce di Zach, un docente di geologia, uno studioso di rocce, ossa, fossili, passato; un padre di famiglia, una famiglia che ama e che consiste in una coppia – lui e sua moglie Meg, poetessa e docente anche lei – tenuta insieme da una figlia, Sara, una ragazzina intelligente e sveglia di dodici anni. Mantenere in vita quella ragazzina è, da dodici anni, l'obiettivo principale, il perno attorno al quale ruotano le vite di Zach e Meg. E quando, improvvisamente, qualcosa nella salute di Sara sembra non andare più tanto bene le loro vite si sfaldano, la routine impazzisce, il dolore è una parabola crescente di sofferenza, insensatezza, follia. E ciascuno lo affronta come può e come sa… o forse, non sapendo come fare, cerca una consolazione, una valvola di sfogo, una via di fuga in qualcosa di altrettanto folle ed insensato. Un biglietto in una giacca acquistata su Ebay, una richiesta d'aiuto da parte di sconosciuti, può diventare il pretesto per scappare dal proprio dolore, per cercare di realizzare altrove, lontano, qualcosa di buono. La storia raccontata in questo libro da Percival Everett scatena due sentimenti predominanti: da un lato la sofferenza e la commozione per la vicenda umana e familiare, dall'altro l'incredulità per l'altro "versante" della storia, quello che ha a che fare con Ciudad Juarez: il comportamento di Zach, pur se appare insensato a chi legge la vicenda con occhi esterni e razionali, ha il pregio di affrontare un problema grave di cui si sa e si parla poco, quello del gran numero di donne scomparse a Ciudad Juarez. "Telefono" è un libro da leggere così com'è, cogliendo e facendo proprio uno o più dei tanti spunti che l'autore dissemina lungo la narrazione… alla nostra sensibilità tocca fare il resto.

 

 

Opera recensita: "Telefono" di Percival Everett

Editore: La nave di Teseo, 2021

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Stati Uniti-Messico

Pagine: 288

Prezzo: 22,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

      

lunedì 8 marzo 2021

RECENSIONE: KAMALA HARRIS - LE NOSTRE VERITà

            Sinossi:

La vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris, figlia di due attivisti per i diritti civili immigrati in America, è cresciuta a Oakland, California, in una realtà molto attenta alla giustizia sociale. Mentre si affermava come uno dei leader politici più influenti del nostro tempo, la sua storia personale restava la fonte di ispirazione per affrontare problemi complessi prendendosi cura di chi non aveva mai ricevuto attenzione. In Le nostre verità, Kamala Harris affronta le sfide del nostro tempo: attingendo agli insegnamenti e alle intuizioni conquistate durante la sua carriera, grazie all'esempio di coloro che l'hanno maggiormente ispirata, racconta la sua visione, un impegno quotidiano fondato sulla difesa di obiettivi e valori condivisi.

 

Commento:

Prima di novembre 2020 non conoscevo Kamala Harris, non conoscevo la sua storia, non avevo mai sentito la sua voce. Poi, qualche mese fa, ho ascoltato, come molti, il suo discorso di insediamento e di ringraziamento al popolo americano e, come tanti, mi sono innamorata delle sue parole, del suo carisma, della sua forza. Non sapevo, però, che quello che avevo ascoltato era solo un assaggio di ciò che è, che è stata e che credo sarà Kamala Harris. È stato leggendo questo libro che ho capito che donna è, da dove viene, l'immensità del lavoro che ha fatto finora e le grandi cose che potrà fare nel posto che occupa. Ma Le nostre verità non è solo l'autobiografia fattuale e celebrativa di una vicepresidente degli Stati Uniti, non lo è neanche lontanamente: è un libro in cui, con intelligenza, competenza, coraggio e grande determinazione, si stila una lista ragionata ed oculata di ciò che è stato fatto e soprattutto di ciò che c'è da fare. Kamala Harris ci racconta il suo lavoro per il popolo californiano e poi americano, per la giustizia, l'uguaglianza, l'equità, la libertà delle cose semplici, quelle veramente necessarie. Non è un libro autocelebrativo, questo: è un memorandum valido anche per noi che non siamo americani, ma che viviamo, anche se in percentuali diverse, gli stessi problemi degli Stati Uniti, gli stessi problemi, proporzionati, di tutte le società occidentali. Leggere questo libro è stato, per me, una scarica di energia, un'endovena di entusiasmo: Kamala Harris è una donna che non si arrende, è una a cui piace risolvere i problemi, essere parte della soluzione. Perché non dovremmo esserlo anche noi?

 

Opera recensita: "Le nostre verità" di Kamala Herris

Editore: La nave di Teseo, 2021

Genere: autobiografia

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 384

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5. 

sabato 2 gennaio 2021

RECENSIONE: OCEAN VUONG - BREVEMENTE RISPLENDIAMO SULLA TERRA

    Sinossi:

Little Dog, la voce di questo straordinario romanzo di esordio tradotto in tutto il mondo, ricostruisce in una lettera alla madre la storia della sua famiglia, segnata dalla guerra del Vietnam e dall'emigrazione negli Stati Uniti. Arrivati in America nel 1990, Little Dog e sua madre Rose si stabiliscono in Connecticut, dove lei si mantiene facendo manicure e pedicure. Ma la donna soffre di un disturbo da stress post-traumatico che si manifesta in violenti scoppi d’ira contro il figlio, alternati a gesti di tenerezza assoluta. Con loro abita la nonna Lan, che ha vissuto il dramma della guerra in prima persona: fuggita da un matrimonio combinato con un uomo molto più anziano, è costretta a vendersi ai soldati americani per mantenersi. Little Dog, crescendo, si fa interprete del dialogo impossibile tra le generazioni della sua famiglia tutta al femminile, unendo due donne che non parlano l’inglese e faticano a integrarsi nella cultura americana. Prendendosi cura degli altri, Little Dog impara a conoscere se stesso, dal difficile rapporto con i suoi coetanei che lo prendono di mira per la sua diversità, fino alla scoperta dell’amore. Accolto dalla critica come il nuovo grande romanzo americano, Brevemente risplendiamo sulla terra è una straordinaria storia di formazione che, attraverso il legame d’amore tra un figlio e una madre, parla di identità, differenza, di come impariamo ad abitare i sentimenti più grandi.

 

Commento:

Brevemente risplendiamo sulla terra è un libro bello e struggente a cominciare dal titolo per finire all'ultima pagina.

Con una scrittura intima, tribolata, necessaria, Ocean Vuong lascia fluire tutte le emozioni – positive e negative – a lungo trattenute da un figlio nei confronti della madre. Emozioni che dalla pagina bianca, attraverso una macchia d'inchiostro, giungono fino a noi con tutto il loro portato di sentimenti, storie, esperienze vissute e mai raccontate. Attraverso le parole di Little Dog ci immergiamo nell'infanzia di un bambino giunto negli Stati Uniti con una mamma e una nonna emigrate dal Vietnam; è sempre lui, unico della famiglia a parlare inglese, a ripercorrere i loro ricordi attraverso le storie che entrambe gli raccontavano, interpretando i silenzi, gli scoppi d'ira, le paure. È ancora lui, in questa lettera intima e accorata che probabilmente non leggerà mai, a raccontare alla madre cose che non le ha mai detto, della sua adolescenza, del bullismo, dell'amicizia con Trevor diventata presto bisogno fisico e mentale di annegarsi nell'altro. Attraverso l'espediente narrativo della lettera, Vuong riesce a regalarci un romanzo intenso in cui racconto storico, saga familiare e storia di formazione si fondono in un affresco evocativo i cui echi strizzano l'occhio ai grandi scrittori americani del Novecento.

A parer mio, non un capolavoro, ma sicuramente un ottimo libro in cui immergersi in questi freddi mesi invernali: non certo una storia rassicurante, ma a volte leggere di come altri hanno affrontato i loro problemi può aiutarci ad vedere con altri occhi i nostri.

 

Opera recensita: "Brevemente risplendiamo sulla terra" di Ocean Vuong

Editore: La nave di Teseo, 2020

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 292

Prezzo: 18,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

          

martedì 15 dicembre 2020

RECENSIONE: SANDRO VERONESI - IL COLIBRì

Sinossi:

Il colibrì è tra gli uccelli più piccoli al mondo; ha la capacità di rimanere quasi immobile, a mezz'aria, grazie a un frenetico e rapidissimo battito alare (dai 12 agli 80 battiti al secondo). La sua apparente immobilità è frutto piuttosto di un lavoro vorticoso, che gli consente anche, oltre alla stasi assoluta, prodezze di volo inimmaginabili per altri uccelli come volare all'indietro... Marco Carrera, il protagonista del nuovo romanzo di Sandro Veronesi, è il colibrì. La sua è una vita di perdite e di dolore; il suo passato sembra trascinarlo sempre più a fondo come un mulinello d'acqua. Eppure Marco Carrera non precipita: il suo è un movimento frenetico per rimanere saldo, fermo e, anzi, risalire, capace di straordinarie acrobazie esistenziali. Il colibrì è un romanzo sul dolore e sulla forza struggente della vita, Marco Carrera è - come il Pietro Paladini di "Caos Calmo" - un personaggio talmente vivo e palpitante che è destinato a diventare compagno di viaggio nella vita del lettore. E, intorno a Marco Carrera, Veronesi costruisce un mondo intero, una galleria di personaggi indimenticabili, un'architettura romanzesca perfetta come i meccanismi di un orologio, che si muove tra i primi anni '70 e il nostro futuro prossimo - nel quale, proprio grazie allo sforzo del colibrì, splenderà l'Uomo Nuovo.

 

Commento:

Finalmente è arrivato anche il mio turno: dopo averne sentito parlare per più di un anno, nei toni più diversi, da tutti (il che, per quanto mi riguarda, è già positivo), mi sono decisa anch'io a superare qualche remora istintiva ed a leggere Il colibrì. Parto subito col dire che sono contenta di averlo letto: ho trovato un romanzo controverso, anomalo, originale, che può piacere o non piacere, ma che fa discutere, fa parlare di sé, non è un "organismo" assoluto, definito, immutabile, bensì un qualcosa di mutevole, in divenire, adattabile a chi lo legge, un po' come l'acqua. Anche il protagonista, Marco Carrera, è uno che in fondo si adatta: si adatta al dolore, alla perdita, al tradimento, agli errori… si alza, si rimette la maschera e va… verso la prossima (dis)avventura. È un colibrì, riesce a rimanere a mezz'aria, a non precipitare, non crollare, non schiantarsi al suolo… e fidatevi, per quante gliene sono successe, ne avrebbe ben d'onde. Sandro Veronesi è riuscito nell'impresa non facile di rendere interessante e accattivante una storia che poteva prendere più strade diverse: poteva risultare – come minimo – frammentata, oppure tristissima, o persino incredibile (proprio in senso letterale, di non credibile). Lui invece è stato bravo ad incuriosirci, con questi continui salti spazio-temporali, con i tanti personaggi, su e giù per la vita dei Carrera, delle loro disgrazie, dei sogni e dei fallimenti. È stato bravo e si vede che dietro questo romanzo c'è uno studio, un approfondimento, c'è applicazione e lavoro di architettura narrativa: ad una lettura superficiale sembra tutto un po' casuale, ma in realtà, se ci si sofferma a leggere con attenzione andando appena un po' al di là della trama, si nota subito che niente lo è, a cominciare dalle citazioni e omaggi disseminati in modo fintamente distratto qua e là fra le pagine (come dimostra la preziosissima bibliografia finale). E a ben vedere, credo che sia proprio l'attenzione e l'originalità nella scrittura ciò che più ho apprezzato in questo romanzo. Non so dire, in definitiva, quanto mi sia piaciuto, non lo definirei un capolavoro, ma di certo è un romanzo degno di molta attenzione dal punto di vista narrativo e prettamente stilistico. Lo consiglio? Decisamente sì, soprattutto a chi voglia lasciarsi stupire da una prosa.

 

Opera recensita: "Il colibrì" di Sandro Veronesi

Editore: La nave di Teseo, 2019

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: "Roma e tanti altri luoghi"

Pagine: 368

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

      

venerdì 10 luglio 2020

RECENSIONE: CLAUDIA PETRUCCI - L'ESERCIZIO


Sinossi:
Giorgia incontra Filippo a una festa di laurea: lui si innamora della sua fragilità, lei si sente rassicurata dalla normalità di quel ragazzo laureato in Lettere, che ha dovuto rinunciare al giornalismo per dedicarsi al bar dei genitori. Come molti coetanei, la loro vita di coppia si scontra con ambizioni negate e costanti problemi economici, così Giorgia non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che esplode quando ritrova per caso Mauro, il suo vecchio maestro di teatro. La recitazione era già stata per lei l'ancora di salvezza nei momenti più bui del suo passato, e il palco ora sembra finalmente riaccenderla. Ma incendiare un'anima irrequieta può diventare un esercizio rischioso se l'attrice protagonista perde di vista il confine tra realtà e finzione. Filippo e Mauro si troveranno complici e avversari al tempo stesso, sedotti da un gioco pericoloso per riconquistare Giorgia: scrivere il copione per la sua vita perfetta.

Commento:
Giorgia, Filippo, Mauro. Mauro, Giorgia, Filippo. Filippo, Mauro, Giorgia. Giorgia, Giorgia, Giorgia.
Giorgia è il fulcro di questa storia. Lei, la sua malattia, la sua esistenza, il suo essere è il perno delle vite dei personaggi di questo romanzo. Giorgia, che con le sue azioni e soprattutto le sue omissioni, condizionerà la vita di Filippo e cambierà quella di Mauro; Giorgia che, prima attrice della compagnia, si prende la scena col suo dolore, le sue stranezze, la sua fragilità, la sua forza. Giorgia che, divorata da un mostro che le cresce dentro, fa un gesto inconsulto, finisce in clinica e anche da lì impone l'attenzione su di sé al punto che Filippo, il suo ragazzo, e Mauro, il suo amico e maestro di teatro, inventano un piano, una prova, un esercizio per farla ritornare in vita, per farla ricordare, per far sì che torni quella che era prima. Ma una persona, per quanto si cerchi di plasmarla secondo il nostro sentire, non sarà mai ciò che era. Sarà solo la proiezione di ciò che noi vogliamo che sia, solo la proiezione dal vero di ciò che noi conosciamo di lei. Per quanto provino a tracciare i contorni della sua vita, Filippo e Mauro dovranno fare i conti con l'essenza di Giorgia, perché, accada quel che accada,  Giorgia è se stessa, corpo e mente unici e divergenti dall'immagine che gli altri hanno di lei. E spetta solo a lei decidere come gestire il suo personaggio.
L'esercizio è un ottimo esordio letterario, un'opera prima originale, scritta con penna sicura, senza giocare su sentimentalismi facili, luoghi comuni o stereotipi. Tuttavia – e da qui la valutazione personale non altissima – ne sono uscita oltremodo turbata, angosciata, stremata. Per tutta la durata della lettura non sono riuscita ad entrare nelle pagine, né ad empatizzare con nessuno dei personaggi: c'era sempre qualcosa che mi disturbava, che mi respingeva, senza per questo indurmi ad abbandonare la lettura. Credo sia, però, una mera questione di sensibilità diverse oltre che di gusto narrativo, ecco perché consiglio comunque la lettura. A prescindere dalle remore e dai gusti personali che non mi portano a promuoverlo a pieno, L'esercizio è un libro particolare e a suo modo audace, che si distingue in una narrativa italiana troppo uguale a se stessa. Perciò… se vi capita, dategli una possibilità, magari incontra il vostro gusto di lettori che può essere diverso dal mio.

Opera recensita: "L'esercizio" di Claudia Petrucci
Editore: La nave di Teseo
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Milano
Pagine: 333
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 6,5.


martedì 23 giugno 2020

RECENSIONE: JOEL DICKER - L'ENIGMA DELLA CAMERA 622


Sinossi:
Un fine settimana di dicembre, il Palace de Verbier, lussuoso hotel sulle Alpi svizzere, ospita l'annuale festa di una importante banca d'affari di Ginevra, che si appresta a nominare il nuovo presidente. La notte della elezione, tuttavia, un omicidio nella stanza 622 scuote il Palace de Verbier, la banca e l'intero mondo finanziario svizzero. L'inchiesta della polizia non riesce a individuare il colpevole, molti avrebbero avuto interesse a commettere l'omicidio ma ognuno sembra avere un alibi; e al Palace de Verbier ci si affretta a cancellare la memoria del delitto per riprendere il prima possibile la comoda normalità. Quindici anni dopo, un ignaro scrittore sceglie lo stesso hotel per trascorrere qualche giorno di pace, ma non può fare a meno di farsi catturare dal fascino di quel caso irrisolto, e da una donna avvenente e curiosa, anche lei sola nello stesso hotel, che lo spinge a indagare su cosa sia veramente successo, e perché, nella stanza 622 del Palace de Verbier.

Commento:
Conoscevo già Joël Dicker per aver letto due dei suoi precedenti romanzi e finora lo consideravo uno scrittore bravo, ma a cui mancava qualcosa. Con questo romanzo, invece, non ho avuto questa sensazione ed anzi, l'ho apprezzato ben più dei precedenti. Trovo che Dicker si sia superato, probabilmente grazie all'ambientazione che conosce senz'altro meglio di altre descritte in precedenza perché è quella in cui è nato e vive; inoltre probabilmente anche il fatto di essere egli stesso in parte protagonista del libro e di parlare più volte del suo editore defunto e qui compianto lo ha messo nelle condizioni di esprimere meglio la creatività che pure si ravisava nei romanzi precedenti. Questo thriller, in particolare, è incentrato attorno all'elezione del presidente di una delle più importanti banche private di Ginevra, la banca Ebezner. A contendersi l'ambita carica ci sono banchieri dai caratteri e dai temperamenti tra loro diversissimi: c'è l'ingenuo e vanesio Macaire che quell'incarico se l'aspetterebbe di diritto; c'è Jean Benedict che è il più incerto e indeciso tra i contendenti; c'è Lev Levovitch, outsider che teoricamente non avrebbe diritto di concorrere, ma che per intelligenza e abilità si è guadagnato il posto che occupa ed è il più temuto tra i banchieri; poi c'è Sinior Tarnogol, figura misteriosa e oscura che minaccia di sovvertire piani e contropiani con il suo potere. Queste sono solo alcune delle tante dinamiche sapientemente confezionate ad arte da Dicker e che si concluderanno con un omicidio.
Omicidio che resterà irrisolto, per quanti tentativi ed indagini siano stati fatti, e sul quale si ritroverà ad indagare anni dopo, e in modo assolutamente fortuito,  proprio il nostro Joël, in compagnia di un'avvenente e curiosa signora inglese. Un thriller corposo, ma godibilissimo che appassiona e coinvolge. Di sicuro avrà successo in questa lunga estate.


Opera recensita: "L'enigma della camera 622" di Joël Dicker
Editore: La nave di Teseo, 2020
Genere: thriller
Ambientazione: Svizzera
Pagine: 640
Prezzo: 22,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


venerdì 10 aprile 2020

RECENSIONE: GOLIARDA SAPIENZA - IL FILO DI MEZZOGIORNO


Sinossi:
Torna in libreria, in una nuova edizione curata da Angelo Pellegrino, il secondo romanzo di Goliarda Sapienza, rivelatasi due anni prima con Lettera aperta.
Pubblicato per la prima volta nel 1969, Il filo di mezzogiorno precorre con straordinaria attitudine al futuro alcuni tratti dell’autofiction e del memoir, raccontando l’esperienza psicoanalitica vissuta dall’autrice dell’Arte della gioia dopo il periodo di depressione, sfociato in un tentativo di suicidio. Attraverso le parole che la protagonista rivolge al suo medico – con cui instaurerà un rapporto intimo e appassionato –, ricostruiamo tutto il suo percorso: la partenza da casa, le pensioni di terza categoria, i corsi d’arte drammatica, la persecuzione fascista, la “follia” della madre, la difficoltà nei rapporti con l’altro sesso, l’amore devastante per Citto (“non facemmo la sciocchezza di sposarci ma il giuramento di restare insieme fino a quando l’amore ci avrebbe tenuti uniti”). Emerge da queste pagine una consapevolezza che è al tempo stesso personale e universale, una riflessione acuta e sensibile sulla condizione femminile, priva di ogni pregiudizio morale: la scoperta delle fragilità e delle paure, dell’amore, della vita.

Commento:
Il filo di mezzogiorno è, a volerlo etichettare, un romanzo autobiografico: racconta, infatti, la vita dell'autrice non in forma canonica, non segue una linea cronologica precisa, ma in forma romanzata, basandosi sul lungo percorso di analisi a cui la stessa Goliarda Sapienza fu sottoposta. Ma Il filo di mezzogiorno è, decisamente, ben più di questo: è parte di un tutto, giacché è parte di una serie di scritti che andranno a costituire il lascito autobiografico dell'autrice; è un affresco insolito, originale e per certi versi rivoluzionario sulla condizione femminile nell'Italia (soprattutto meridionale) dagli anni Trenta alla fine dei Sessanta; è una sottile, ma tagliente critica alla "fredda e selvaggia analisi", ossia quel modo così retorico, supponente, inconsulto di psicanalizzare la gente che l'autrice descrive benissimo per conoscenza diretta; è uno j'accuse nei confronti di molte persone, incluso l'analista, la madre troppo rigida e distaccata, i perbenisti, quelli che "non sposarsi è un'eresia", quelli che giudicavano chi bisognasse amare e chi no…; è un tuffo nella Sicilia incontaminata e calda, dietro storie di famiglia, amicizia, tentativi di rivalsa; è, infine, il riassunto di un'autoanalisi complessa e ben più profonda di quella che l'autrice avrebbe potuto fare con qualunque professionista.
Il filo di mezzogiorno è tutto questo, sì, ma non si pensi che sia un libro facile, innanzitutto perché porta con sé un bagaglio di emozioni profondamente intime, spesso negative e frustranti, difficile da sopportare, specie se si sa poco della persona che si ha difronte; inoltre la scrittura stessa non facilita la lettura, giacché segue gli stati d'animo dell'autrice: più lei è turbata, più le pagine si fanno spasmodiche, più lei è positiva, più le parole sbocciano come fiori in primavera. È, questo libro, un'immersione complessa eppure non ancora completa nell'anima dell'autrice, della donna, della persona Goliarda: non completa perché, a parer mio, il fatto che a questo libro segua qualcosa e che da qualcosa sia preceduto, si sente, sebbene – a quanto leggo nella prefazione – tutte le parti dell'autobiografia di Goliarda Sapienza sono indipendenti e scritte in modo da poter essere lette autonomamente.
Finora mi pare di aver – giustamente - tessuto le lodi di quest'opera, eppure noterete certamente una valutazione media, non troppo alta: ciò è dato, appunto, dal fatto che le mie valutazioni non sono mai obiettive, ma strettamente personali. Pur essendo un ottimo libro, sebbene non di facile lettura, a me Il filo di mezzogiorno ha disturbato non poco, probabilmente perché io stessa non ero nello stato d'animo giusto per reggere la claustrofobia delle altrui emozioni negative. Il consiglio che posso dare, quindi, è di leggere questo libro, ma di farlo quando ci si sente forti, non fiaccati da pensieri personali negativi. Per il resto, buona lettura.


Opera recensita: "Il filo di mezzogiorno" di Goliarda Sapienza
Editore: La nave di Teseo, 2019 (prima ed. originale 1969)
Genere: autobiografico
Ambientazione: Roma-Sicilia
Pagine: 200
Prezzo: 15,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 7,5.


domenica 27 ottobre 2019

RECENSIONE: CLAUDIA DURASTANTI - LA STRANIERA


Sinossi:
“La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato”. Come si racconta una vita se non esplorandone i luoghi simbolici e geografici, ricostruendo una mappa di sé e del mondo vissuto? Tra la Basilicata e Brooklyn, da Roma a Londra, dall’infanzia al futuro, il nuovo libro dell’autrice di Cleopatra va in prigione è un’avventura che unisce vecchie e nuove migrazioni. Figlia di due genitori sordi che al senso di isolamento oppongono un rapporto passionale e iroso, emigrata in un paesino lucano da New York ancora bambina per farvi ritorno periodicamente, la protagonista della Straniera vive un’infanzia febbrile, fragile eppure capace, come una pianta ostinata, di generare radici ovunque. La bambina divenuta adulta non smette di disegnare ancora nuove rotte migratorie: per studio, per emancipazione, per irrimediabile amore. Per intenzione o per destino, perlustra la memoria e ne asseconda gli smottamenti e le oscurità.
Non solo memoir, non solo romanzo, in questo libro dalla definizione mobile come un paesaggio e con un linguaggio così ampio da contenere la geografia e il tempo, Claudia Durastanti indaga il sentirsi sempre stranieri e ubiqui.
La straniera è il racconto di un’educazione sentimentale contemporanea, disorientata da un passato magnetico e incontenibile, dalla cognizione della diversità fisica e di distinzioni sociali irriducibili, e dimostra che la storia di una famiglia, delle sue voci e delle sue traiettorie, è prima di tutto una storia del corpo e delle parole, in cui, a un certo punto, misurare la distanza da casa diventa impossibile.

Commento:
Avevo aspettative alte su La straniera di Claudia Durastanti… ammetto, però, che mi aspettavo qualcosa di molto diverso, forse di più convenzionale. Ho trovato, invece, un romanzo/memoir/autobiografia/racconto di vita/riflessione/flusso di coscienza assolutamente sui generis e fuori dagli schemi narrativi cui siamo abituati. In questo libro Claudia Durastanti racconta la sua vita fino ad oggi, ma racconta soprattutto le sue radici, o forse dovremmo dire l'assenza di radici che l'ha portata oggi a sentirsi "straniera" e "ubiqua" – come scritto nella quarta di copertina – in ogni luogo in cui si ferma. Nata da genitori che più anticonvenzionali non si può, Claudia passa da Brooklyn alla Val d'Agri senza mai trovare una dimensione standard che la facesse andar bene per gli altri. Era, come sua madre prima di lei, una diversa, una persona troppo intelligente e libera per il provincialismo tutto italiano. Di fronte ad una società che la voleva uniformata al vivere comune, Claudia si è sempre ribellata, ha sempre mantenuto salda la sua individualità. È chiaro, questo ha contribuito fortemente a che fosse additata come forestiera, immigrata al contrario, ribelle, anticonformista, ma di sicuro Claudia così facendo non si è mai sentita straniera a se stessa.
Un libro tutt'altro che semplice, che alterna parti coinvolgenti (soprattutto quelle relative ai genitori, all'infanzia di Claudia, al trasferimento in Basilicata) a passi meno coinvolgenti. Ciò che mi sento di premiare è, in questo caso, soprattutto la scrittura: un'impronta personalissima, uno stile spigoloso, disarmonico, acuto sono forse la vera traccia di unicità di questo libro che per il resto può piacere o non piacere… dipende dalla sensibilità e dal vissuto di ognuno. Si tratta, in fin dei conti, sempre di storie di vita, di persone, di caratteri… tutto molto soggettivo, dunque.

Opera recensita: "La straniera" di Claudia Durastanti
Editore: La nave di Teseo, 2019
Genere: narrativa italiana, autobiografico
Ambientazione: America-Basilicata-Londra-Italia
Pagine: 285
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 7.


domenica 17 giugno 2018

RECENSIONE: joel Dicker - la scomparsa di Stephanie Mailer


Sinossi:

30 luglio 1994. La cittadina di Orphea, stato di New York, si prepara a inaugurare la prima edizione del locale festival teatrale, quando un terribile

omicidio sconvolge l'intera comunità: il sindaco viene ucciso in casa insieme a sua moglie e suo figlio. Nei pressi viene ritrovato anche il cadavere di

una ragazza, Meghan, uscita di casa per fare jogging. Il caso viene affidato e risolto da due giovani, promettenti, ambiziosi agenti, giunti per primi

sulla scena del crimine: Jesse Rosenberg e Derek Scott. 23 giugno 2014. Jesse Rosenberg, ora capitano di polizia, a una settimana dalla pensione viene

avvicinato da una giornalista, Stephanie Mailer, la quale gli annuncia che il caso del 1994 non è stato risolto, che la persona a suo tempo incriminata

è innocente. Ma la donna non ha il tempo per fornire le prove, perché pochi giorni dopo viene denunciata la sua scomparsa. Che cosa è successo a Stephanie

Mailer? Che cosa aveva scoperto? Se Jesse e Derek si sono sbagliati sul colpevole vent'anni prima, chi è l'autore di quegli omicidi? E cosa è davvero successo

la sera del 30 luglio 1994 a Orphea? Derek, Jesse e una nuova collega, la vicecomandante Anna Kanner, dovranno riaprire l'indagine, immergersi nei fantasmi

di Orphea. E anche nei propri.

 

Commento:

La quarta di copertina racconta già abbastanza della trama, perciò non mi soffermerò oltre sul punto. Quanto alle considerazioni personali, però, devo dire che provo una sensazione strana nei confronti di questo libro: mi sono accinta a leggerlo sapendo già che l’avrei trovato buono, ma lento… e infatti è stato così. Avevo già letto il libro più famoso di Joel Dicker, “La verità sul caso Henry Quebert” e ricordo che all’epoca mi era piaciuto. Tuttavia, ultimamente, leggendo altri thriller ben più avvincenti, quel libro mi era tornato in mente ed avevo avuto la sensazione di averlo sopravvalutato, tanto che mi sono riproposta di rileggerlo in inverno. Ecco, leggendo la trama di quest’ultima fatica di Dicker, avevo avuto la sensazione che vi avrei trovato la stessa cosa del primo. “La scomparsa di Stephanie Mailer”, infatti, è molto scorrevole e più lineare del primo libro – sebbene anche qui vi siano continui salti temporali – ma la tensione non è mai altissima, anche nelle scene più forti non si ha mai quel picco di adrenalina che invece è all’ordine del giorno con altri autori. Probabilmente questo è causato dalla continua dilatazione dell’azione, dal continuo interrompere i ragionamenti e il verificarsi degli eventi per dare spazio ai ricordi, pur necessari, degli eventi di vent’anni prima. Alla lunga, questo tipo di narrazione frammentata e sempre pacata e “andante” stanca e porta ad un progressivo calo della tensione già non particolarmente alta. Detto questo, comunque si tratta di un buon thriller, non particolarmente originale o brillante, ma godibile… senza troppi scossoni. Lo consiglio, quindi, a chi legga i thriller con piacere ma non si reputi un vero appassionato del genere.

 

 

 

 

Opera recensita: “La scomparsa di Stephanie Mailer” di Joel Dicker

Editore: La nave di Teseo, 2018

Genere: thriller

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 640

Prezzo: 22,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

sabato 16 giugno 2018

RECENSIONE: ANDREI MAKINE - L'ARCIPELAGO DELLA NUOVA VITA


Sinossi:

Agli estremi confini orientali della Russia, dentro al vento del Pacifico, per terre immense che sembrano sfuggite alla storia, Pavel Gartsev e i suoi

compagni danno la caccia a un criminale dal volto sconosciuto. Pavel, nato e cresciuto nella Russia di Stalin, ha un passato di solitudine e abbandoni:

rimasto orfano da bambino in circostanze che non conosce, ha vissuto, soldato ancora giovanissimo, tutta la violenza della seconda guerra mondiale. Rientrato

a casa, Pavel si iscrive all’università, conosce Sveta, sogna di iniziare con lei una vita normale, ma all’addensarsi della guerra fredda è richiamato

in servizio nell’est del paese e gli viene assegnato il compito di dare la caccia, insieme ad altri soldati, a un uomo evaso da un campo di prigionia.

Per molti giorni i cinque, accompagnati da un cane, seguono per l’infinita distesa della taiga le tracce dell’uomo; la preda è astuta, più volte si fa

gioco dei suoi inseguitori, costringendoli a un vagare disperato ed esaltante. Quando i suoi compagni vengono feriti, Pavel decide di continuare la caccia

da solo, ma non sa ancora che la vera identità del fuggitivo, una volta scoperta, sarà capace di sconvolgere la sua vita.

 

Commento:

Un meraviglioso racconto di guerra e d’amore. Due concetti, due termini, dai significati così ampi e sfuggenti che si fa fatica ad inquadrarli. Cos’è la guerra? Non solo un combattimento fisico e frontale, ma anche una battaglia interiore, una lotta contro la volontà di lasciarsi andare, il superamento dei propri limiti, la capacità di conoscere e seguire i propri valori senza lasciare decidere gli altri. E cos’è l’amore? L’amore tra uomo e donna, certo, ma anche l’amore per la giustizia, l’ammirazione per la superiorità dell’altro, la ricerca spasmodica di un motivo, anche illusorio, per continuare a vivere. Troviamo tutto questo in queste pagine: concetti grandissimi quasi quanto la terra che i protagonisti percorrono. Una terra, un paesaggio, una natura, un viaggio, una fuga, che è metafora della vita. E quando tutto sembra perduto si deve trovare la via d’uscita, l’occasione, la forza  per ricominciare da zero.

Lettura piacevole, avvincente e quasi commovente nel finale, un’analisi delicata e sobria dei più estremi sentimenti umani. Consigliato.

 

Opera recensita: “L’arcipelago della nuova vita” di Andrei Makine

Editore: La nave di Teseo, 2017

Genere: narrativa internazionale

Ambientazione: Siberia

Pagine: 234

Prezzo: 20,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.

 

mercoledì 23 novembre 2016

RECENSIONE: ELENA STANCANELLI - LA FEMMINA NUDA


Sinossi:

Anna è una donna intelligente, bella, con un lavoro interessante, ma di colpo tutto questo non serve più. Dopo cinque anni la sua storia d'amore con Davide

affonda in una palude di tradimenti, bugie, ricatti. E la sua vita va in pezzi. Si trasforma in un'isterica, non dorme, non mangia, fuma e si ubriaca ogni

sera per riuscire ad addormentarsi. Compulsivamente inizia a frugare nel telefonino di lui nelle chat, sui social. Non sa cosa sta cercando, non sa perché

lo sta cercando. Per un anno rimarrà prigioniera di quello che lei stessa chiama il regno dell'idiozia, senza riuscire a dirlo a nessuno. Questo racconto

è la sua confessione, sotto torma di lettera, a Valentina, la sua più cara amica, che l'ha vista distruggersi sera dopo sera. Anna dice tutto, senza pudore.

I dettagli umilianti e ridicoli, l'ossessione, la morbosità. Anna somiglia a tutti noi, che combattiamo questa guerra paradossale che chiamiamo amore.

Ogni tanto vinciamo, più spesso perdiamo. L'unica cosa su cui possiamo sempre contare, l'unica capace di indicarci i nostri confini, i nostri bisogni,

è il corpo. E sarà al corpo che Anna si aggrapperà per sconfiggere il dolore.

 

Anna e Davide sono fidanzati e vivono insieme. Lei architetto, lui meccanico, lei intelligente, lui più banale… una coppia sulla quarantina, normali tutto sommato. Dopo cinque anni la storia è in crisi: litigi continui per banalità, recriminazioni, “è colpa mia”, “è colpa tua” e via discorrendo. Ma una sera, dopo una telefonata, Davide dimentica di chiudere la comunicazione ed Anna scopre di essere tradita. Davide è quello che definiamo un traditore-mentitore seriale, tradisce Anna costantemente con qualunque donna gli passi davanti. Ma una, in particolare, al momento sembra prenderlo seriamente, tanto da indurlo ad andar via di casa.

Da quella fatidica telefonata Anna cade in quello che lei stessa definisce come “il regno dell’idiozia” e per un anno imbocca un tunnel buio ed apparentemente senza sbocchi, che la porta a precipitare inesorabilmente verso il fondo. Si ritrova diversa, nel corpo e nello spirito, stenta a riconoscersi, fa cose che prima non avrebbe mai pensato di fare, scopre una parte di sé, vile e terribilmente meschina, che non conosceva.

Inventa ogni stratagemma possibile per spiare il suo ex ragazzo e la sua nuova amante e quando trova, nell’account di Davide, delle foto hard dell’altra donna la situazione precipita definitivamente: il centro, il fulcro ditutti i suoi problemi diventa il sesso. Il mondo allucinato di Anna ruoterà intorno al sesso ed al corpo, il suo e quello della rivale, fino al punto di architettare un piano per incontrarla.

Questa è la storia che, a sei mesi di distanza da quell’annus horribilis, Anna racconta in prima persona in una lunga lettera-confessione indirizzata a Valentina, l’amica paziente che le è stata accanto in questo lungo inferno. E’ una storia forte, estrema, ma verosimile e, soprattutto, incredibilmente comune a tante persone nei suoi tratti essenziali. Il tema, l’avrete capito, è il tradimento, ma soprattutto le conseguenze cui può portare la fine di una storia importante, la rottura di un equilibrio, la perdita di una sicurezza. Vedendosi strappar via il suo uomo, Anna si ritrova spaesata, disorientata, compie azioni che sa essere inutili e dannose, si abbrutisce, si trascura, fino a ritrovarsi solo con il suo corpo, croce e delizia, un corpo che nonostante tutto non muore e che, alla fine, la salverà.

Trattandosi di una lettera privata (anche se è solo una fictio letteraria), il linguaggio usato dalla protagonista è diretto, forte, a tratti scurrile e potrebbe sembrare esagerato, ma contribuisce allo scopo: aiuta a far capire come ci si può ridurre, cosa può diventare l’uomo quando perde il controllo di sé.

Esattamente come Anna, l’autrice racconta questa storia senza pudore né remore, con irriverenza, disincanto, ironia, ma anche in modo preciso e concreto. Interessanti, inoltre, gli spunti su temi minori, ma pure importanti come l’incidenza di internet e dei social nelle nostre relazioni interpersonali o l’importanza del sesso per gli uomini: tutte riflessioni e valutazioni, più o meno condivisibili, che attraverso Anna siamo indotti a fare anche noi.

Mi è piaciuto questo libro? Beh, direi di sì, sebbene talvolta il linguaggio sia un po’ troppo forzato e la seconda parte sia un po’ meno credibile della prima. Il mio giudizio è positivo, ma devo fare una precisazione: questo non è un libro adatto a tutti. Non è adatto agli adolescenti perché è troppo forte per poter essere capito a pieno; non è adatto a perbenisti e moralisti perchè rimarrebbero sconvolti da Anna (sebbene dovrebbero proprio leggerlo per capire come va il mondo). Ecco perché lo consiglio, ma con la dovuta cautela.

 

Opera recensita: “la femmina nuda” di Elena Stancanelli

Editore: La nave di Teseo, 2016

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Roma

Pagine: 156

Prezzo: 17,00 €

Consigliato: sì/no.