simposio lettori copertina

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lunedì 31 luglio 2017

RECENSIONE: ANTONIO MANZINI - ORFANI BIANCHI


Sinossi:

Mirta è una giovane donna moldava trapiantata a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie,

il suo bambino, tutto quello che ha di bello e le dà sostegno in questa vita di nuovi sacrifici e umiliazioni. Per primo Nunzio poi la signora Mazzanti,

"che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all'albero ai regali e al panettone", poi Olivia e adesso Eleonora.

Tutte persone vinte dall'esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirle c'è lei, Mirta, che non le conosce ma le accompagna

alla morte condividendo con loro un'intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane. Ecco quello che siamo, sembra dirci Manzini in questo romanzo

sorprendente e rivelatore con al centro un personaggio femminile di grande forza e bellezza, in lotta contro un destino spietato: il suo, che non le dà

tregua, e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine. "Nella disperazione siamo uguali" dice Eleonora, ricca e con alle spalle una

vita di bellezza, a Mirta, protesa con tutte le energie di cui dispone a costruirsi un futuro di serenità per sé e per il figlio, nell'ultimo, intenso

e contraddittorio rapporto fra due donne che, sole e in fondo al barile, finiscono per somigliarsi. Dagli occhi e dalle parole di Mirta il ritratto di

una società che sembra non conoscere più la tenerezza.

 

Commento:

Mirta è una giovane donna che lavora in Italia, assiste gli anziani diventati un peso per i parenti, e manda i pochi soldi che guadagna al suo paese, in Moldavia, al figlio ed alla madre malata. E’ lei la protagonista di questa storia, lei che dalla vita ha preso solo calci in faccia, lei che deve affrontare ogni giorno le umiliazioni e le angherie di chi la vede solo come una ladra, un’arrivista, uno stereotipo e non una donna. E l’unica cosa che Mirta si chiede è “fino a quando?”, fino a quando dovrà sopportare tutto questo? Ma poi Mirta pensa ad Ilie, quel figlio nato da una storia sbagliata, nel quale lei profonde tutto il suo amore, quel figlio che è l’unica cosa per cui lottare. Ma la vita, si sa, non fa sconti. Così quando sta per farcela, quando le sembra di vedere una luce infondo al tunnel, un sogno a cui aggrapparsi… la notizia peggiore di tutte la spezza definitivamente. E Mirta, la coriacea, forte, dignitosa giovane badante moldava, vola… vola fino a raggiungere il suo Ilie.

Un libro struggente, profondo, amaro. Antonio Manzini in queste pagine affronta il tema dell’immigrazione dal punto di vista dei migranti, di coloro che, a malincuore, hanno lasciato tutto per un futuro migliore per i loro figli. Con estremo garbo e sensibilità, Manzini ci racconta una storia tanto vera quanto straziante e tocca le corde profonde dell’anima: non si può restare indifferenti di fronte al dolore di questa madre, non si può non ammirare la sua forza, non si può non immedesimarsi nella sua storia.

E forse di storie così dovremmo leggerne di più, per tornare a provare empatia per gli altri, per metterci, ognittanto, dalla loro parte, per riflettere bene prima di sputare sentenze e veleno, per abbassare la testa davanti al dolore altrui e non schiacciarlo presi dall’indifferenza, dalla frenesia o dall’egoismo.

Una lettura forte, questa,  con un finale spiazzante… consigliata a tutti.

 

Opera recensita: “Orfani bianchi” di Antonio Manzini

Editore: Chiarelettere, 2016

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Roma-Moldavia

Pagine: 256

Prezzo: 16,00 €

Consigliato: assolutamente sì.

 

sabato 29 luglio 2017

RECENSIONE: JEFFERY DEAVER - LA SCIMMIA DI PIETRA


Sinossi:

Kwan Ang, noto come "lo Spettro" nel mondo del crimine organizzato cinese, è uno spietato trafficante di uomini, braccato dalla polizia di New York, dall'FBI

e dall'Ufficio Immigrazione. Ora si sta avvicinando a Long Island per sbarcare un carico di clandestini. Grazie a una brillante intuizione di Lincoln Rhyme,

la Guardia Costiera riesce a localizzare per tempo la nave, ma il malvivente non esita a farla esplodere, con tutti i suoi disperati passeggeri a bordo.

Qualcuno però è scampato al naufragio e potrebbe testimoniare contro di lui. Kwan Ang deve assolutamente eliminare i superstiti. Sulla sua strada ci sono

Lincoln e Amelia, decisi a raggiungere prima di lui le potenziali vittime, affiancati da un enigmatico collega giunto dall'Estremo Oriente. Una partita

di astuzia e logica che dura quarantotto ore, prima del drammatico confronto finale.

 

Commento:

Continua la serie dei thriller con protagonisti Lincholn Rhyme e Amelia Sachs. Dopo un lievissimo calo ne “La sedia vuota”, in questo quarto libro Deaver torna ad incantarci con la sua maestria, senza se e senza ma, e lo fa trattando un tema assolutamente attuale: quello dell’immigrazione clandestina.

C’è stato un naufragio a largo di New York, una nave carica di clandestini cinesi è affondata. Qualcuno però è sopravvissuto ed è riuscito a raggiungere, non senza difficoltà, China Town, il quartiere in cui risiede la comunità cinese a New York. Ma i problemi per i sopravvissuti sono tutt’altro che finiti: lo “Spettro”, l’uomo dai mille volti e dai mille nomi, colui che li ha introdotti clandestinamente (dietro pagamento e con molte privazioni) in America, li sta cercando per ucciderli: non deve rimanere nessun superstite del naufragio del “Dragone di Fuzou”. E’ lui, quest’uomo camaleontico ed astuto, il killer che Rhyme dovrà scovare e il lavoro si dimostra tutt’altro che facile.

Deaver anche stavolta conferma il suo valore, il libro si legge in un fiato e cattura dalla prima all’ultima pagina. Lettura assolutamente consigliata.

 

Opera recensita: “La scimmia di pietra” di Jeffery Deaver

Editore: Sonzogno-Bur, prima ed. 2002

Genere: thriller

Ambientazione: New York

Pagine: 480

Prezzo: 10,50 €

Consigliato: sì.

 

giovedì 27 luglio 2017

RECENSIONE: ALICE BASSO - NON DITELO ALLO SCRITTORE


Sinossi:

A Vani basta notare un tic, una lieve flessione della voce, uno strano modo di camminare per sapere cosa c’è nella testa delle persone. Una empatia innata

che Vani mal sopporta, visto il suo odio per qualunque essere vivente le stia intorno. Una capacità speciale che però è fondamentale nel suo mestiere.

Perché Vani è una ghostwriter. Presta le sue parole ad autori che in realtà non hanno scritto i loro libri. Si mette nei loro panni. Un lavoro complicato

di cui non può parlare con nessuno. Solo il suo capo sa bene qual è ruolo di Vani nella casa editrice. E sa bene che il compito che le ha affidato è più

di una sfida: deve scovare un suo simile, un altro ghostwriter che si cela dietro uno dei più importanti romanzi della letteratura italiana. Solo Vani

può trovarlo, seguendo il suo intuito che non l’abbandona mai. Solo lei può farlo uscire dall’ombra. Ma per renderlo un comunicatore perfetto, lei che

ama solo la compagnia dei suoi libri e veste sempre di nero, ha bisogno del fascino ammaliatore di Riccardo. Lo stesso scrittore che le ha spezzato il

cuore, che ora è pronto a tutto per riconquistarla. Vani deve stare attenta a non lasciarsi incantare dai suoi gesti. Eppure ha ben altro a cui pensare.

Il commissario Berganza, con cui collabora, è sicuro che lei sia l’unica a poter scoprire come un boss della malavita agli arresti domiciliari riesca comunque

a guidare i suoi traffici. Come è sicuro che sia arrivato il momento di mettere tutte le carte in tavola con Vani. Con nessun’altra donna riuscirà mai

a parlare di Chandler, Agatha Christie e Simenon come con lei. E quando la vita del commissario è in pericolo, Vani rischia tutto per salvarlo. Senza sapere

come mai l’abbia fatto. Forse perché, come ha imparato leggendo La lettera scarlatta e Cyrano de Bergerac, ogni uomo aspira a qualcosa di più grande, che

rompa ogni schema della razionalità e della logica. Vani è ormai uno dei personaggi più amati dai lettori italiani. Dopo il successo dell’Imprevedibile

piano della scrittrice senza nome e di Scrivere è un mestiere pericoloso, Alice Basso torna con la perfezione e l’originalità di uno stile che le ha portato

l’ammirazione della stampa più autorevole. Un nuovo romanzo, stesse caratteristiche imperdibili: libri, indagini, amore e una protagonista che diventerà

come un’amica un po’ strana che non riuscirete più ad abbandonare.

 

Commento:

Dopo “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” e “Scrivere è un mestiere pericoloso”, Alice Basso torna con il terzo, bellissimo volume delle avventure della ghostwriter più famosa d’Italia, l’istrionica, destabilizzante, argutissima Vani Sarca.

In questo nuovo libro ritroviamo Vani alle prese con un caso disperato: un professore di storia dalla penna formidabile, ma totalmente incapace di gestire le apparizioni pubbliche. Non sarà facile domare un uomo anticonformista con opinioni a dir poco dissacranti e renderlo accettabile e piacevole anche per la telecamera. Per questo compito Vani dovrà lavorare gomito a gomito con Riccardo Randi, l’ex fidanzato che, ravvedutosi e pentitosi amaramente dei suoi errori, le fa una corte spietata. E anche quest’elemento contribuisce a rendere il lavoro non facile, soprattutto se la nostra Vani è sempre più presa da altri pensieri… c’è un certo commissario Berganza, infatti, che sta diventando sempre più importante per la nostra Vani che “è una che capisce” quando si tratta di entrare nella mente degli altri, ma sembra perdere la sua perspicacia quando deve decifrare cose che la riguardano in prima persona. Ma… chissà… forse non tutto è perduto!

Beh, è inutile che vi ripeta quanto ormai mi sia affezionata a Vani ed a Berganza: l’ho detto e scritto ovunque. Ormai per me sono diventati degli amici… perciò… che dire? Leggete i primi due libri e poi questo… io mi sono emozionata come non mi capitava da tanto, come un’adolescente sdolcinata e iper sentimentale che non sa che nella vita le cose non sempre vanno come vorremmo… ma è questo che succede, anche nella vita reale,  quando ai nostri amici capita qualcosa di bello, no? E forse, ogni tanto, ci vuole anche un bel lieto fine per riaccendere la speranza… Leggete il libro, poi mi direte!

Io intanto mi chiedo… se Vani non può uscire dalle pagine per raccontarmi come si evolve la storia… come farò ad aspettare il quarto libro?

 

Opera recensita: “Non ditelo allo scrittore” di Alice Basso

Editore: Garzanti, 2017

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Torino

Pagine: 316

Prezzo: 16,90 €

Consigliato: sì.

 

mercoledì 26 luglio 2017

COMMENTO: GABRIELE D'ANNUNZIO - IL PIACERE


Sinossi:

La raffinata esistenza, le avventure amorose, la sensualità estetizzante del Conte poeta e pittore Andrea Sperelli - primo alter ego di D'Annunzio - nella

Roma aristocratica di fine Ottocento. "Ambedue non avevano alcun ritegno alle mutue prodigalità della carne e dello spirito. Provavano una gioia indicibile

a lacerare tutti i veli, a palesare tutti i segreti, a violare tutti i misteri, a possedersi fin nel profondo, a penetrarsi, a mescolarsi, a comporre un

essere solo". "Anima camaleontica, mutabile, fluida, virtuale", Andrea Sperelli è il protagonista-esteta del Piacere, un aristocratico romano di antica

nobiltà, che vive una vita splendida, tutta immersa nella mondanità, ricca di donne e avventure. Combattuto tra la passione per Elena Muti e l'amore per

Maria Ferres, Sperelli crede che "bisogna fare la propria vita come si fa un'opera d'arte". Malgrado le buone intenzioni, sarà sopraffatto dalle attrattive

d'una Roma corrotta e lussuriosa, ritrovandosi invischiato in una perversa sovrapposizione psicologica delle due donne amate. Abbandonato da entrambe,

resterà preda della sua abulica esistenza di nobiluomo, inetto a vivere.

 

Commento:

Una precisazione: questa non vuole né può essere considerata in alcun modo una recensione. E’, tutt’al più, un mero commento personale. Lungi da me voler giudicare un classico della letteratura italiana: io sono solo un’umile lettrice e non avrei le competenze per farlo. Mi limiterò a dire solo che questo libro non mi è piaciuto, non è riuscito a coinvolgermi. Sarà la prosa barocca, così ridondante e ricca, ma proprio ho fatto fatica a finirlo.

Il libro, ambientato nella Roma aristocratica di fine Ottocento,  narra le “avventure” amorose del giovane Conte Andrea Sperelli, alterego di D’annunzio, bello, ricco di abilità, un super uomo superficiale e vanesio. Personalmente ho completato la lettura per inerzia, ma senz’alcun coinvolgimento… non credo che ricorderò granché di quest’opera. Tuttavia so che “Il piacere” è apprezzato da molti, pertanto non posso bocciarlo a pieno. La mia valutazione è un sì/no.

 

Opera recensita: “Il piacere” di Gabriele D’Annunzio

Editore: Einaudi (tra gli altri), prima ed. 1890

Genere: letteratura italiana

Ambientazione: Roma di fine Ottocento

Pagine: 416

Prezzo: 10,00 €

Consigliato: sì/no.

 

martedì 25 luglio 2017

RECENSIONE: AGATHA CHRISTIE - DIECI PICCOLI INDIANI


Sinossi:

Dieci persone estranee l?una all?altra sono state invitate a soggiornare in una splendida villa a Nigger Island senza sapere il nome del generoso ospite.

Eppure, chi per curiosità, chi per bisogno, chi per opportunità, hanno accettato l?invito. E ora sono lì su quell?isola che sorge dal mare simile a una

gigantesca testa di negro che fa rabbrividire soltanto a vederla. Non hanno trovato il padrone di casa ad aspettarli; hanno trovato invece una poesia incorniciata

e appesa sopra il caminetto della loro camera. E una voce inumana e penetrante che li accusa di essere tutti assassini. Per gli ospiti intrappolati è l?inizio

di un interminabile incubo. Come comincia la poesia? «Dieci piccoli negretti se ne andarono a mangiar: uno fece indigestione, solo nove ne restar.» E come

finisce? «Solo il povero negretto in un bosco se ne andò: ad un pino s?impiccò, e nessuno ne restò.» Agata Christie, che si è cimentata più volte con il

giallo in ambiente chiuso ? il battello sul Nilo, il favoloso Orient-Express, la villa in Cornovaglia ? con Dieci piccoli indiani, scritto nel 1939, ha

sfidato se stessa: dieci assassini, isolati, vittime a loro volta di un assassino invisibile. Un geniale capolavoro dell?impossibile possibile.

 

Commento:

Breve, intenso, inquietante, “Dieci piccoli indiani” è uno dei gialli più celebri di Agatha Christie.

E’ ambientato su un’isoletta del Devon, Nigger Island, che sembra essere stata acquistata da un misterioso e facoltoso personaggio. E’ proprio lui, o la sua signora, ad invitare sull’isola dieci persone che più diverse non si potrebbe, chi per lavoro, chi per vacanza. Tutti e dieci, sebbene non siano certi di conoscere i padroni di casa, e sebbene non conoscano gli altri invitati, accettano. Così si ritrovano intrappolati in un piano ingegnoso e diabolico architettato da un regista invisibile che vuole fare giustizia là dove la giustizia normalmente non arriva. I dieci ospiti di Nigger Island, infatti, sono dieci assassini impuniti. Ma ci penserà lui, questo giustiziere senza volto, a procurar loro la sorte (o la morte) che meritano. Ma chi è il regista? Chi è l’assassino? Chi fa sparire le statue dei negretti dalla tavola? Sarà forse uno dei dieci?

Un giallo classico accattivante che si legge d’un fiato, una lettura adatta anche a chi non ha voglia di trame intricate e contorte. Se per caso non avete mai letto nulla della Christie, credo che questo sia il libro giusto per cominciare perché non è legato a nessuno degli investigatori storici: qui non ci sono Poirot o Miss Murple per intenderci. Ancora una volta Agatha Christie non delude e non è difficile capire perché sia considerata la regina del giallo.

 

Opera recensita: “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie

Editore: Mondadori, prima ed. 1939

Genere: giallo classico

Ambientazione: Nigger Island, Devon, Inghilterra

Pagine: 182

Prezzo: 11,00 €

Consigliato: sì.

 

lunedì 24 luglio 2017

RECENSIONE: RICHARD BACHMAN (ALIAS STEPHEN KING) - LA LUNGA MARCIA


Sinossi:

Dai confini con il Canada sino a Boston a piedi, senza soste. Una sfida mortale, con un regolamento implacabile, per cento volontari: un passo falso, una

caduta, un malore.., e si viene abbattuti. Ma chi riesce a tagliare il traguardo otterrà il Premio. Tra i partecipanti, fra cui spicca il sedicenne Garraty,

si creano rapporti di sfida, di solidarietà e di lucida follia, lungo il terribile percorso scandito dagli incitamenti della folla assiepata ai margini

della strada. Un incubo on the road che solo King (Richard Bachman) poteva concepire...

 

Commento:

Nei romanzi pubblicati sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, Stephen King immagina una situazione pseudo-normale portata all’esasperazione e ne descrive le conseguenze. In questo caso, King immagina un passatempo nazionale strambo e pericoloso: è la “Lunga marcia” che ogni anno incolla milioni di americani alla TV o li spinge per strada lungo il percorso, a guardare cento sventurati ragazzi che volontariamente si imbarcano in un’impresa che li porterà alla vittoria o alla morte. Uno solo vincerà il premio, tutti gli altri, per un motivo o per l’altro, sono destinati a cadere lungo il cammino. Basta un crampo, una vescica ai piedi, basta una zuffa con un altro marciatore e, scattate le tre ammonizioni, si prende il “congedo” per sempre da questo mondo.

Lo stress cui questi ragazzi vengono sottoposti è disumano, camminano giorno e notte senza sosta con qualunque clima per attraversare il Maine, passare il New Hempshire e raggiungere Boston. Pochissimi ce la fanno, tanti muoiono lungo il cammino. Ma lungo quel maledetto cammino possono anche nascere delle amicizie, delle rivalità… dureranno il tempo della marcia, ma sono l’unica cosa che possa tener su i marciatori, là dove non arrivano i cibi concentrati o le borracce d’acqua o la paura di rallentare troppo il ritmo e venire congedati. E’ tutta una questione di cervello, più che di piedi o di gambe: è quello il motore che decide la vita o la morte.

King, come al solito, si dimostra maestro nell’analizzare le conseguenze derivanti da ogni situazione, conversazione, imprevisto. Anche in questo libro troviamo un esempio della sua bravura nell’analisi della psiche umana in situazione di stress. Inutile dire che, sebbene possa sembrare statico (i ragazzi in fin dei conti marciano soltanto) questo libro trasmette una tensione ed una conpartecipazione con i personaggi degna di un thriller incalzante. Lettura consigliata agli amanti del distopico, della psicologia e del re!

 

Opera recensita: “La lunga marcia” di Richard Bachman – Alias Stephen King

Editore: Sperling & Kupfer, prima ed. 1979, prima ed. italiana 1985

Genere: romanzo distopico

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 304

Prezzo: 9,90 €

Consigliato: sì.

 

sabato 22 luglio 2017

RECENSIONE: WULF DORN - INCUBO


Sinossi:

Simon è un ragazzo difficile, rinchiuso da sempre nel suo mondo. La sua vita precipita in un incubo dopo la morte dei genitori in un terribile incidente

d'auto, dal quale Simon esce miracolosamente illeso ma, da allora, soffre di fobie, allucinazioni, sogni che lo tormentano ogni notte. Costretto a trasferirsi

dalla zia Tilia dopo un periodo di riabilitazione in ospedale, passa le sue giornate esplorando la campagna sulla bicicletta del fratello Michael. Nella

zona sembra aggirarsi un mostro: una ragazza è scomparsa, e una notte si perdono le tracce anche di Melina, la fidanzata di Michael, il quale diventa l'indiziato

principale. Insieme a Caro, una ragazza solitaria che ha conosciuto nella sua nuova scuola, Simon affronta le proprie paure più nascoste e va a caccia

del lupo che miete le sue vittime nel bosco di Fahlenberg. Ma niente è come sembra. Oscuro, inquietante, avvolgente, Incubo è il nuovo psicothriller di

Wulf Dorn.

 

Commento:

Se, come me, amate i thriller psicologici non potete non conoscere Wulf Dorn, lo scrittore tedesco che esordì con “La psichiatra” e da allora non ha più smesso di analizzare le paure che si nascondono nella mente umana. L’analisi di queste paure, che Dorn ci regala in forma di thriller accattivanti ed inquietanti, è l’oggetto anche di questo libro, “incubo”, ambientato a Falhemberg, cittadina in cui si svolgono molti dei thriller di Dorn. La Walth Klinik, la clinica psichiatrica che troviamo spesso, qui è solo sullo sfondo, ma c’è, come c’è anche il dottor Jan Forstner che abbiamo conosciuto già in altri romanzi di quest’autore. Il vero protagonista, però, è Simon Strote, un sedicenne sopravvissuto ad un pauroso incidente d’auto nel quale sono morti i genitori. A seguito dell’incidente Simon viene ricoverato alla Walth Klinik per disturbi traumatici, difficoltà ad accettare l’accaduto ed incubi ricorrenti che lo perseguitano anche quando, mesi dopo, esce dalla clinica. Simon è praticamente solo, non ha più una casa, ha perso i genitori… gli sono rimasti solo una zia, il fratello Michael e Caro, una ragazzina che conosce appena arrivato a casa della zia. Sono queste le basi da cui Dorn si muove per architettare un thriller di prim’ordine nel quale le paure, la difficoltà di accettare il cambiamento, il terrore della solitudine sono gli elementi fondamentali. E ancora una volta Dorn ci ricorda che la realtà non è mai come sembra…

Consiglio questo libro agli amanti del mistero della psiche umana, a chi è disposto a provare qualche brivido per inseguire una storia e provare, magari, a scoprire un colpevole prima dell’autore. Anche se con Dorn non è esattamente una passeggiata. I suoi libri trasudano un senso di angoscia, di ineluttabilità, di sgomento sin dalla prima riga, ma probabilmente è proprio questo che affascina e cattura.

 

Opera recensita: “Incubo” di Wulf Dorn

Editore: Corbaccio, 2016

Genere: thriller psicologico

Ambientazione: Falhemberg, Germania

Pagine: 361

Prezzo: 16,90 €

Consigliato: sì.