simposio lettori copertina

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domenica 16 agosto 2020

RECENSIONE: MANUEL RIVAS - LA LINGUA DELLE FARFALLE


Sinossi:
Quelle di Rivas sono storie sbalzate in un mondo perduto tra le nuvole. Eppure contengono un brivido di concretezza, affondano dolcemente spietate nei sentimenti, nelle incomprensioni e negli stupori, mischiando ossessioni ultramoderne e atavici dolori. Rivas è soprattutto autore di racconti e qui sono riuniti i migliori delle tre raccolte più conosciute, sotto il titolo di un testo che ha ispirato nel 1999 il film di José Luis Cuerda La lingua delle farfalle, vicenda imperniata sul rapporto tra uno scolaro e un anziano maestro rurale, tra le contraddizioni della Spagna allo scoppio della Guerra civile.

Commento:
Molti anni fa, quand'ero ancora al liceo, vidi un film in spagnolo che mi commosse profondamente e si impresse per sempre nella mia memoria. Quel film bellissimo, che consiglio a tutti, era La lengua de las mariposas di José Luis Cuerda con Fernando Fernàn Gomez. Quando, poche settimane fa, ho scoperto dell'esistenza di un libro dal titolo omonimo, La lingua delle farfalle, ho subito compreso che doveva esserci un nesso, e infatti è così: La lingua delle farfalle è il primo racconto di questa raccolta ed effettivamente ha ispirato il film di Cuerda. Il problema è, però, che si tratta di un solo racconto, immerso in tutti gli altri… che sono, da questo e fra loro, molto diversi. Tutti hanno a che fare con i sentimenti e le passioni umane che vengono qui affrontate con diversi gradi di tetragine, dalla tenerezza del racconto che dà il titolo alla raccolta, alla cupezza forse eccessiva di altre storie. Ciò Di alcuni racconti, quelli che poi ho effettivamente apprezzato, conservavo un ricordo vago, come se li avessi già letti in un tempo passato, ma altri mi hanno sorpresa e non in positivo: non che siano brutti, intendiamoci, ma ho trovato che i racconti fossero troppo diversi tra loro, in un climax ascendente di cupezza e surrealismo che, in definitiva, li separava l'uno dall'altro e non contribuiva a creare un unicum narrativo. Probabilmente ciò si deve alla scelta di compattare il meglio di tre precedenti raccolte di Rivas che probabilmente non si è rivelata propriamente felice, almeno a mio gusto. Perciò non mi sento di consigliare né di sconsigliare questa specifica raccolta: credo sia un gusto troppo soggettivo, troppo legato alla percezione e allo stato d'animo con cui ci si avvicina ai racconti. Resta il fatto che i primi, secondo me, sono bellissimi.

Opera recensita: "La lingua delle farfalle" di Manuel Rivas
Editore: Feltrinelli, 2005
Genere: raccolta di racconti
Ambientazione: Galizia
Pagine: 142
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì/no
Voto personale: 6,5.


sabato 15 agosto 2020

RECENSIONE: LEONARDO SCIASCIA - IL MARE COLORE DEL VINO


Sinossi:
È un libro di racconti scritti fra il 1959 e il 1972. Così Sciascia stesso: "... mi pare di avere messo assieme una specie di sommario della mia attività fino ad ora e da cui vien fuori... che in questi anni ho continuato per la mia strada, senza guardare né a destra né a sinistra (e cioè guardando a destra e a sinistra), senza incertezze, senza dubbi, senza crisi (e cioè con molte incertezze, con molti dubbi, con profonde crisi); e che tra il primo e l'ultimo di questi racconti si stabilisce come una circolarità". Una circolarità che non ha per nulla intaccato, e anzi esalta, la felicità e l'efficacia delle storie qui riunite come in un breve compendio delle molte voci narrative di Sciascia.

Commento:
Questa raccolta di racconti scritti da Sciascia tra il 59 e il 72 ha come trait d'union l'ambientazione, ossia la Sicilia e le sue varie anime e declinazioni. Mantenendo come denominatore comune l'isola, infatti, sono molti e vari i temi di cui si può parlare e Sciascia, da gran conoscitore della Sicilia, delle sue bellezze e nemesi, nonché dell'animo umano, ce ne offre qui un nutrito assaggio. Ci si ritrova quindi a parlare della morte di un Cardinale per mano di un furbastro considerato lo scemo del villaggio, dell'etimologia della parola Mafia e di una sua applicazione pratica, di qualcosa che mafia non è ma per essa viene spacciato, di una storia di infedeltà pubblicata sul giornale che getta scompiglio fra i notabili d'un paesino, della rimozione di una statua di Stalin paragonata a quella di una santa inesistente, scusa questa, per affrontare il credo religioso e quello politico. E fra queste e altre miserie dell'animo umano svetta la sincera e impenitente voce d'un bambino che, dal finestrino di un treno, osa affermare che il mare, in Sicilia, ha il colore del vino. Ed è proprio così: basta poco per perdonare agli uomini le loro bassezze, in fondo, basta girare lo sguardo e lasciarsi ammaliare da quella distesa cangiante che ubriaca e stordisce.
Una lettura molto gradevole ed interessante in cui immergersi in questi giorni di calura agostana, sia per la verve intrinsecamente ironica della scrittura di Sciascia, sia per la varietà dei temi trattati, sia per la brevità dei racconti che ne favorisce la lettura quando la concentrazione si mantiene per poco. E da ultimo una constatazione personale: sono arrivata a leggere Sciascia molto tardi, ma pian piano sto scoprendo un autore di cui apprezzo molte cose. Non posso che esserne lieta.

Opera recensita: "Il mare colore del vino" di Leonardo Sciascia
Editore: Adelphi, prima ed. 1973
Genere: raccolta di racconti
Ambientazione: Sicilia
Pagine: 148
Prezzo: 10,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


giovedì 13 agosto 2020

RECENSIONE: FRANCESCO LONGO - MOLTO MOSSI GLI ALTRI MARI


Sinossi:
Rimpianti e attese, sembra non possano esistere altri stati d’animo nella Baia di Santa Virginia, una spiaggia sotto un promontorio cupo e selvaggio. Quando la radio annuncia l’arrivo di una tempesta anomala che si abbatterà sulla costa, i ragazzi che hanno passato lì tutte le estati della loro vita tornano per cavalcare le onde epiche che hanno sempre invocato.
Michele, l’unico di loro a essere nato a Santa Virginia – conosce a memoria ogni quercia e sentiero del promontorio –, oltre all’allerta meteo riceve la notizia che Micol si sta per sposare. È la ragazza riccia, elegante e inafferrabile che ha conosciuto tanti anni prima, in un bagno tra i cavalloni di fine stagione. L’ha attesa e sognata giorno e notte per anni, finché non ha fatto di tutto per dimenticarla.
Lei e Michele sono sempre stati sul punto di dirsi qualcosa che non si sono mai detti, perché ogni volta settembre li separava. Lui trascorre gli inverni a letto con lunghe febbri, aggiustando biciclette con il padre, osservando la luna con il telescopio, immaginando lo sbarco degli alieni, incatenato allo splendore del luogo da cui non vuole allontanarsi. Intimidito, reticente, ultimo dei romantici, diventa l’unico punto fermo del gruppo di ragazzi benestanti e abbronzati che vanno e vengono tra Roma e le loro ville al mare. È amico perfino di Guido, l’eccentrico leader della comitiva, che gli donerà la sua prima tavola da surf.
Molto mossi gli altri mari disegna la mappa perfetta della nostalgia, raccontando una storia d’amore fatta solo di silenzi, cresciuta tra gli innaffiamenti automatici dei giardini e le siepi curate, alimentata da infiniti giri in canoa e in bicicletta, vissuta tra il campo da ping-pong e la splendida piscina di Guido. Un amore plasmato dai tanti tramonti incandescenti e dai riti estivi di un luogo infestato di malinconia.
La luce dorata di settembre si riversa sulla scrittura stessa, una luce marina che proietta le ombre lunghe e minacciose del passaggio tra adolescenza e età adulta. Francesco Longo ha scritto un romanzo breve che ha il respiro largo di un classico. Ci convoca in quello spazio speciale in cui tutti, ogni anno, siamo stati eterni per tre mesi – da giugno a settembre – quando l’estate finalmente spalancava le porte ai desideri andati in letargo per tutto l’inverno.

Commento:
Il tempo è un'incognita che agisce sui sentimenti, sui rapporti umani, su di noi in modo imprevedibile e bizzarro. È più o meno questa la sintesi che mi sento di estrapolare dal bel romanzo d'esordio di Francesco Longo, un romanzo che parla di adolescenza, di attese, di nostalgia, di amore e di mare in un modo lieve, ma intenso ed intimo che non lascia indifferenti. Il tempo è ciò che fa sì che il sentimento che Michele prova per Micol sedimenti e cresca negli anni, che gli rimanga attaccato all'anima mentre passa gli inverni sempre lì, a Santa Virginia, nel posto in cui è nato e in cui l'ha conosciuta… attendendo nuove estati e nuove possibilità di rivederla. Ed è sempre il tempo, un altro tempo, a dare a questo rapporto mai concretizzatosi una svolta repentina e inattesa, al sopraggiungere di un settembre fosco di molti anni dopo. Molto mossi gli altri mari è una storia di prossimità, di vicinanze, di estati che si vorrebbero eterne, di sentimenti forti e possibilità mai esplorate… è una storia di attese e di sogni, di tentativi e ritrosie, di onde che si infrangono sugli scogli e travolgono tutto ciò che è sul loro cammino… e l'unica cosa che si può fare è provare a cavalcarle. Tutto sta, nel surf come nei sentimenti, a cogliere il momento esatto in cui prendere l'onda, non prima né dopo.
Quella di Francesco Longo è una prosa ricca nelle descrizioni, ma schietta ed essenziale nel racconto dei turbamenti di Michele e del gruppo di amici; un romanzo che indaga i sentimenti senza invaderne la sacralità, senza giudizi, ma solo con l'esortazione a viverli, a cogliere l'attimo.

Opera recensita: "Molto mossi gli altri mari" di Francesco Longo
Editore: Bollati Boringhieri, 2019
Genere: narrativa italiana
Ambientazione: Santa Virginia
Pagine: 177
Prezzo: 16,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


martedì 11 agosto 2020

RECENSIONE: DONNA TARTT - IL CARDELLINO


Sinossi:
Figlio di una madre devota e di un padre inaffidabile, Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, all’attentato terroristico che in un istante manda in pezzi la sua vita. Solo a New York, senza parenti né un posto dove stare, viene accolto dalla ricca famiglia di un suo compagno di scuola. A disagio nella sua nuova casa di Park Avenue, isolato dagli amici e tormentato dall’acuta nostalgia nei confronti della madre, Theo si aggrappa alla cosa che più di ogni altra ha il potere di fargliela sentire vicina: un piccolo quadro dal fascino singolare che, a distanza di anni, lo porterà ad addentrarsi negli ambienti pericolosi della criminalità internazionale.
Nel frattempo, Theo cresce, diventa un uomo, si innamora e impara a scivolare con disinvoltura dai salotti più chic della città al polveroso labirinto del negozio di antichità in cui lavora. Finché, preda di una pulsione autodistruttiva impossibile da controllare, si troverà coinvolto in una rischiosa partita dove la posta in gioco è il suo talismano, il piccolo quadro raffigurante un cardellino che forse rappresenta l’innocenza perduta e la bellezza che, sola, può salvare il mondo. Tra le luci dell’Upper East Side di New York e la desolazione della periferia di Las Vegas, tra capolavori rubati e fughe vertiginose lungo i canali di Amsterdam, Il cardellino è un romanzo meravigliosamente scritto che si legge come un thriller. Primo assoluto nelle classifiche di Stati Uniti, Francia e Olanda, osannato dalla critica in patria come all’estero, è l’evento letterario dell’anno.

Commento:
Ho sentito e letto, per anni, lodi sperticate e quasi unanimi su questo romanzo e, in linea generale, non posso discostarmi dalla massa nel definirlo un buon romanzo: lo è, senza dubbio. Tuttavia, se in barba alla prolissità della Tartt volessi sintetizzare il mio commento in due parole, credo che direi "bello., ma…" e farei spallucce per chiarire meglio il punto di vista. Concretizzando e rendendo a parole il mio pensiero alquanto criptico, Il cardellino è un romanzo originale, lungo, complesso, che racconta la storia tristissima e realistica di un bambino di tredici anni, Theo Decker, che vede trasformarsi una normale mattina al museo nell'evento più tragico della sua vita, un evento che gliela cambierà irrimediabilmente, la vita. È il lungo memoir, il racconto sincero e senza filtri di un trentenne che rivive la sua vita dai tredici anni in poi, in un'autoanalisi onesta e spietata attraverso i primi mesi a New York presso la casa della famiglia di un amico, al folle periodo a Las Vegas, al tentativo fallito di riprendere i rapporti col padre, alla conoscenza con quello che diverrà uno dei suoi più grandi amici, al ritorno rocambolesco e drammatico nella sua città, al nuovo inizio, arrancando negli anni difficili dell'adolescenza, attraverso esperienze segnanti che lo macchieranno in modo indelebile. Sono tante le persone intorno a lui, tutte con un ruolo importante nella sua crescita, nel suo plasmarsi verso la persona che sarà. Ma più di tutto, ciò che risalta in questa storia è il rapporto con gli oggetti, e in particolare con gli oggetti d'arte, con gli oggetti che emanano bellezza. È come se per Theo fossero ancore tangibili e immutabili, reliquie, amuleti da preservare con la massima cura, quasi con sacralità, perché capaci di risollevarlo, di opporsi al brutto del mondo che lo circonda. È forte, la storia di Theo, è bella, a tratti commovente, a tratti adrenalinica, molto molto spesso estremamente triste. Eppure… non so cosa, in queste pagine, non mi abbia del tutto convinta: forse l'eccessiva lentezza e ripetitività di alcuni tratti, forse alcune scelte narrative un po' azzardate (la seconda parte, con Boris, l'escamotage dei vuoti di memoria…, la trasferta in Olanda…), forse anche lo spiegone finale mi ha irritata perché non l'ho trovato in linea con tutto il resto del romanzo e, in particolare, con il modo di raccontare di Theo. In definitiva, per quanto mi riguarda, Il cardellino è un ottimo romanzo che consiglio, ma che non è riuscito a sfondare la pur fragile barriera del mio cuore letterario e a conquistarmi.

Opera recensita: "Il cardellino" di Donna Tartt
Editore: Rizzoli, ed. originale 2013
Genere: narrativa americana
Ambientazione: Stati Uniti-Olanda
Pagine: 896
Prezzo: 17,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.


domenica 9 agosto 2020

RECENSIONE: GEORGES SIMENON - LA FINESTRA DEI ROUET


Sinossi:
Un lento, soffocante pomeriggio estivo. In un modesto appartamento di Faubourg Saint-Honoré, una donna sta ricucendo un vecchio vestito. Al di là della sottile parete che divide la sua stanza da quella attigua, due corpi giovani si stiracchiano voluttuosamente dopo aver fatto l’amore. La donna sente tutto, immagina ogni gesto, come se li vedesse: nudi, «carne contro carne, avvinghiati, con la pelle luccicante di sudore ... si crogiolano in quel colore, in quell’odore di bestia umana». Nel lungo specchio rettangolare dell’armadio, prima di provarsi il vestito, si guarda i seni, li prende in mano, li stringe: nessuno sa quanto siano belli, ancora adesso che sta per compiere quarant’anni, nessuno sa che il suo corpo – mai sfiorato dalla mano di un uomo – è lo stesso di quando ne aveva sedici. Poi, come fa sempre, si avvicina alla finestra. Dall’altra parte della strada vive la ricca famiglia dei Rouet, proprietari non solo del palazzo in cui abitano, ma di buona parte dei palazzi intorno. Per ore e ore, da dietro le persiane accostate, la donna spia la loro esistenza: quella dei vecchi, al piano di sopra, e quella del giovane Hubert e della sua bella, irrequieta moglie Antoinette, al piano di sotto. Sarà lei, in questo assolato pomeriggio di luglio, l’unica testimone di qualcosa che potrebbe anche essere un omicidio. E da ora in poi la donna comincerà a vivere per procura la vita di Antoinette: una vita «fervida, invadente, in tutta la sua spaventosa ferocia», una vita «proibita», che a poco a poco diventerà la sua. Con La finestra dei Rouet, storia di una torbida ossessione, Simenon ha scritto uno dei suoi romanzi più sottilmente perversi.

Commento:
Estate, le tre di pomeriggio in una strada di Parigi. È la controra, l'ora del riposo, dei sospiri e delle persiane accostate, ma in Faubourg Saint-Honoré non tutti dormono: dietro alcune finestre la vita continua sommessamente. C'è chi fa l'amore, c'è chi sta di vedetta dalla sua torre o mansarda, c'è chi sta per avere il solito attacco che lo coglie ogni pomeriggio e dal quale si riprende con le gocce che sono sul comodino, c'è chi sta per rientrare a casa. Poi c'è Dominique che rammenda il suo vestito liso mentre ascolta i suoi giovani affittuari fare l'amore al ritmo di un tango nella camera attigua. Tra pochi minuti si alzerà e si accosterà alla finestra da dove guarderà la bella, sofisticata e vitale Antoinette Rouet rientrare in casa col suo tailleur bianco e dare le gocce al giovane marito Hubert, malato da tempo. Ma oggi qualcosa di impercettibile muterà la sequenza dei gesti: uno degli attori protagonisti della routine che osserva di solito farà in modo che qualcosa cambi irrimediabilmente. Da quel momento anche la vita di Dominique cambierà, diverrà sempre più ossessionata da Antoinette, la osserverà con più intenzione, entrerà di fatto nella sua vita scrivendole dei messaggi anonimi, comincerà a seguirla fino a farsi notare, fino a cercare quasi di ricalcarne le orme per vedere cosa si prova, per toccare con mano… lei che non ha vissuto, che non ha mai fatto niente. Dominique vive sola, confinata nella sua camera da letto, ingabbiata in una vita monotona, strozzata dall'indolenza e dalla sua solitudine. Perciò si abbevera, si disseta avidamente con i dettagli delle vite degli altri: osserva, studia, indovina, capisce, unisce i pezzi. E proprio quando un cambiamento inatteso rompe gli schemi, qualcosa di latente in lei si risveglia e la conduce ad un'ossessione morbosa e perversa. E Georges Simenon descrive, analizza, seziona maniacalmente questa ossessione in maniera magistrale. Impareggiabile nell'analisi dei comportamenti umani, l'autore si serve di un concetto quantomai comune, il cosiddetto "spiare dal buco della serratura" per mostrarci fin dove può arrivare la curiosità perversa unita ad un senso di vuoto, di muta solitudine, di abbandono, di fallimento. Così, proprio come accade a Dominique con la vita dei suoi vicini, Simenon ci incatena alle pagine in attesa di uno sviluppo, una svolta, un cambiamento. Arriveranno? Eh, per saperlo bisogna aspettare e stare a guardare.

Opera recensita: "La finestra dei Rouet" di Georges Simenon
Editore: Adelphi, ed. originale 1945
Genere: letteratura francese
Ambientazione: Parigi
Pagine: 177
Prezzo: 18,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 9.


RECENSIONE: ELEONORA E. SPEZZANO - HANS MAYER E LA BAMBINA EBREA


Sinossi:
Varsavia, 1941. Hans Mayer è un ufficiale della Wehrmacht, schivo e solitario, che si limita a percorrere ogni giorno la strada che lo separa dalla caserma cercando di non badare agli sguardi di disprezzo che lo circondano. Vive reprimendo un passato oscuro e turbolento dal quale cerca inutilmente di allontanarsi da anni. È chiuso in un circolo vizioso di incertezze che lo hanno portato a riflettere sul suo ruolo. Niente nella città monotona che è diventata Varsavia gli fa credere che le cose un giorno possano cambiare. Una sera d'autunno il destino lo mette alla prova, giocando una delle sue carte più pericolose, lanciandogli una sfida inizialmente impossibile che con il tempo si trasforma nella sua unica ragione di vita. La sua casa diventa l'unico porto sicuro in mezzo all'enorme campo di battaglia in cui si è trasformato il mondo, il luogo in cui nascondere tutto ciò che le altre creature dalle divise verde bottiglia non devono vedere. Il gelo crudele dell'Olocausto sta penetrando lentamente nel cuore degli uomini, ma Hans è pronto alla disobbedienza. Si ritroverà di fronte a un bivio, costretto a decidere se scommettere su tutte le sue sicurezze o rinunciare. L'innocente Marie è il suo segreto indicibile, la sua sfida al sistema, il suo inno alla libertà, una rincorsa verso la luce. Dove finisce, allora, il dovere morale e dove comincia l'imperativo della coscienza? Nella mostruosità di una singola immagine, in un labirinto contorto di cose, oggetti e persone, nelle parole sussurrate al buio, sottovoce, parole rubate per paura di un tradimento, negli incubi notturni che prendono forma, in una continua e convulsa lotta per la sopravvivenza. La penna della giovane Spezzano, agile e commovente allo stesso tempo, accarezza le ferite dell'anima e quelle della Storia, sa sapientemente narrare di una fuga ineluttabile alla ricerca del tepore esistenziale, con un tocco delicato e morbido, privo di pietismo. Hans Mayer e la bambina ebrea è un ritratto intenso e drammatico del capitolo più cupo del Novecento che dimostra la forza potente di un amore puro, incondizionato e ribelle.

Commento:
Hans Mayer è un giovane ufficiale della Wehrmacht. Se avesse potuto scegliere cosa essere, sicuramente avrebbe fatto altro, lui che non condivideva, anzi disprezzava le idee naziste, ma qualcun altro in passato scelse per lui. Così nel 1941 Hans si ritrova a perlustrare la fredda Varsavia nella sua divisa verde bottiglia, alla ricerca dei pochi ebrei rimasti da scovare e far deportare. Non è contento di sé, non è contento della sua patria, ma non può ribellarsi. A perlustrazione finita, Hans è rimasto indietro dai compagni, per questo è l'unico a notare una bambina di quattro anni che si aggira sola tra le case tristemente abbandonate. È spaventata, ma fiera e intelligente e Hans sa che non può restare lì da sola, così, non riuscendo a trovare la sua famiglia, fa una scelta che gli cambierà la vita: la porta a casa sua. Ancora non sa che Marie è ebrea, che i suoi genitori e il suo fratellino Oscar sono stati catturati e che le SS la cercano spasmodicamente perché non possono permettere che sfugga. Hans dovrebbe cercarla e finge di farlo, ma in realtà si sta affezionando a quella bambina che gli sta facendo vedere il mondo in modo diverso, che lo sta risvegliando dal torpore del vittimismo e del dolore che si trascina addosso da tanti anni. E sarà proprio la scelta di tenerla con sé che darà origine a una storia di coraggio e un pizzico di follia, ma tanto, tanto cuore: Hans rischierà la tranquillità familiare, la felicità, la vita per salvarla e per riunire finalmente una famiglia. Incontrerà gente d'ogni risma, vedrà l'inferno da vicino, ma troverà se stesso, gli amici che non aveva mai avuto e l'amore che credeva d'aver perduto per sempre.
Hans Mayer e la bambina ebrea è un bel romanzo, corposo ma scorrevole, nonostante la potenza emotiva delle vicende narrate. È scritto in modo schietto e diretto; la prosa è semplice, a tratti fin troppo naif, ma questo è ampiamente giustificato dalla giovane età e dall'inesperienza dell'autrice; la storia è, in compenso, davvero profonda e scritta in modo chiaro, senza dietrologie, artifici o sottintesi. Eleonora Spezzano scrive con passione e coraggio un romanzo che indaga una delle pagine più buie della storia mondiale ed è sorprendente la padronanza narrativa che dimostra a solo quindici anni. Siamo di fronte a una giovane autrice esordiente che, ne siamo certi, farà ancora parlare di sé.

Opera recensita: "Hans Mayer e la bambina ebrea" di Eleonora E. Spezzano
Editore: Bonfirraro, 2020
Genere: romanzo storico
Ambientazione: Polonia-Germania-Svizzera, 1941
Pagine: 396
Prezzo: 18,90 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8,5.


sabato 8 agosto 2020

RECENSIONE: GABRIELLA GENISI - GIOCO PERICOLOSO (LOLITA LOBOSCO 04


Sinossi:
Una nuova indagine del commissario Lolita Lobosco. Durante la partita decisiva per la qualificazione in serie A del Bari, al san Nicola muore un giocatore. Una morte naturale, si direbbe, però con qualche mistero di troppo. Pochi mesi dopo, infatti, il commissario Lolita, indagando su quello che a tutti è sembrato un incidente, si imbatte in un intrigo internazionale destinato a colpire le fondamenta del calcio italiano. Un losco mix di sport e malavita che rischia di sconvolgere anche la vita di Lolì.

Commento:
In una Bari dalla vitalità smorzata dalla crisi economica, poche cose restano alla gente per sperare, far festa ed esultare. E quando una delle più sacre, il calcio e più specificamente la biancorossa Bari calcio, viene insozzata dal torbido, allora anche l'aria natalizia è funesta e sottotono. Funesto, sottoterra e nero come l'uva è pure il morale della commissaria Lolì, alla quale non c'è che dire, l'amore non sorride proprio. Le cose con Giovannisuo – il bel sostituto procuratore Panebianco, per intenderci – non vanno bene per niente e la solitudine si sa, si fa sentire specie sotto le feste e specie per una che non è fatta per stare sola. E tuttavia, ben presto Lolì dovrà sforzarsi di distogliere i pensieri foschi dall'amoresuo e concentrarsi sul lavoro: c'è un'indagine complessa ad attenderla, un'indagine a cui è arrivata lei, col suo fiuto sbirresco che le cose che non vanno gliele fa intuire da lontano. Quando il capitano del Bari Domenico Scatucci muore in campo durante il decisivo derby Bari-Lecce, tutti sono sgomenti, ma nessuno può ancora immaginare cosa salterà fuori diversi mesi dopo, in seguito alla morte di uno che col calcio sembrava non c'entrare nulla, Vittorio Lamuraglia, un vecchio amico di Lolita che peraltro ci aveva parlato giusto prima che venisse investito da un camion. Ciò che viene fuori è, a tutti gli effetti, un intrigo internazionale, anzi mondiale, che scuote il calcio, i giocatori, i tifosi, dalla Lega Pro ai Mondiali. E tutto passa per Bari, per i quartieri degradati e per quelli della Bari bene, per la malavita e l'élite… gente losca e figure insospettabili, tutti uniti nella venerazione del dio denaro. Fra incontri piacevoli tra colleghe, turbamenti amorosi, vino e piatti succulenti, il commissario Lolì conclude un'altra indagine che, stavolta, la mette seriamente – sebbene inconsapevolmente – in pericolo. Ma lei va dritta sulla sua strada, sulle sue Loboutin tacco 12 e a noi piace così, impavida, che prende la vita di petto, con gioie, dolori e rogne.
Gioco pericoloso, il quarto capitolo di questa bella serie, è un giallo-rosa godibile, che forse mi è piaciuto un filo meno dei precedenti, ma semplicemente perché non riesco a farmi piacere Giovannimio e il suo modo così incolore di vivere l'amore. Detto questo, ancora un giallo esuberante, leggero ma non troppo, piacevole da leggere. Lolita e Gabriella Genisi non deludono mai.

Opera recensita: "Gioco pericoloso" di Gabriella Genisi
Editore: Sonzogno, 2014
Genere: giallo, seriale
Ambientazione: Bari
Pagine: 191
Prezzo: 12,00 €
Consigliato: sì
Voto personale: 8.