simposio lettori copertina

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domenica 13 maggio 2018

RECENSIONE: HEINRICH BOLL - OPINIONI DI UN CLOWN


Sinossi:

Con pantomime teatrali, con telefonate e incontri, un clown lancia accuse feroci all'opulenta società della Germania occidentale, che sembra aver smarrito

ogni valore. Un libro del '63, che suscitò polemiche e dibattiti.

 

Commento:

Bonn, 1962. Hans Schnier torna nel suo appartamento dopo un viaggio di lavoro che rischia di segnare la fine della sua carriera: è salito sul palco ubriaco ed è scivolato durante un numero ed ora ha all’attivo un bel ginocchio gonfio, un’umiliazione cocente e un solo marco in tasca. Hans è un clown – “definizione ufficiale: attore comico, non iscritto nei registri di nessuna Chiesa” -; ha una forte tendenza alla malinconia ed al vittimismo ed è da sempre la pecora nera della sua precisissima e impeccabile famiglia perché non fa mai mistero delle proprie opinioni. Proprio di queste opinioni è, infatti, imperniato l’intero libro – che racconta una vicenda che si svolge in un arco temporale di poche ore, ma che è frutto di anni di rabbia repressa, ingiustizie, rancore, senso di colpa. Senso di colpa ed abbandono, soprattutto, sono i sentimenti dominanti nelle ore che passiamo nell’appartamento di Hans, tra telefonate deliranti, ricordi, accuse a tutto e tutti ma soprattutto alla Chiesa cattolica, alla famiglia, ai prelati, ai falsi amici, a Maria. Sì, a Maria, perché Maria ha lasciato Hans, e da quando lei non c’è più tutto va a rotoli e lui non ha più pace. E da qui le invettive contro la Chiesa che gliel’ha portata via, contro il matrimonio che è solo un pezzo di carta che non serve a nulla, contro quelli che con sermoni e “principi dell’ordine” l’hanno ingabbiata nelle loro regole e nelle convenzioni sociali e l’hanno convinta che lui non andava bene per lei.

Fra il rancore e l’amarezza, il bisogno di soldi e di affetto, Hans ripercorre in un delirio di pensieri e azioni la sua vita, la sua storia con Maria, il suo essere miscredente, gli attriti con la madre, il suo lavoro. Così facendo ci regala una descrizione approfondita ed una critica forte ed estremamente lucida di un Paese, la Germania, che si affanna rialzandosi, ricostruendosi un futuro negando aprioristicamente il passato, affondando l’anima in credo e valori con radici corrotte e marce che finiscono per essere solo una facciata, come un bel manifesto insozzato dai bisogni di un cane. Una lettura interessante e profonda, un libro da leggere e rileggere e, senza dubbio, su cui riflettere.

 

Opera recensita: “Opinioni di un clown” di Heinrich Boll

Editore: Mondadori, prima ed. 1963

Genere: narrativa straniera

Ambientazione: Germania, anni 60

Pagine: 232

Prezzo: 11,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

sabato 12 maggio 2018

RECENSIONE: SANDOR MARAI - LA DONNA GIUSTA


Sinossi:

Un pomeriggio, in una elegante pasticceria di Budapest, una donna racconta a un'altra donna come un giorno, avendo trovato nel portafogli di suo marito un pezzetto di nastro viola, abbia capito che nella vita di lui c'era stata, e forse c'era ancora, una passione segreta e bruciante, e come da quel momento abbia cercato, invano, di riconquistarlo. Una notte, in un caffè della stessa città, bevendo vino e fumando una sigaretta dopo l'altra, l'uomo che è stato suo marito racconta a un altro uomo come abbia aspettato per anni una donna che era diventata per lui una ragione di vita e insieme "un veleno mortale", e come, dopo aver lasciato per lei la prima moglie, l'abbia sposata - e poi inesorabilmente perduta. All'alba, in un alberghetto di Roma, sfogliando un album di fotografie, questa stessa donna racconta al suo amante (un batterista ungherese) come lei, la serva venuta dalla campagna, sia riuscita a sposare un uomo ricco, e come nella passione possa esserci ferocia, risentimento, vendetta. Molti anni dopo, nel bar di New York dove lavora, sarà proprio il batterista a raccontare a un esule del suo stesso paese l'epilogo di tutta la storia. Al pari delle "Braci" e di "Divorzio a Buda", questo romanzo appartiene al periodo più felice e incandescente dell'opera di Márai, quegli anni Quaranta in cui lo scrittore sembra aver voluto fissare in perfetti cristalli alcuni intrecci di passioni e menzogne, di tradimenti e crudeltà, di rivolte e dedizioni che hanno la capacità di parlare a ogni lettore.

 

Commento:

In questo libro si racconta una storia. Direte voi:”Che c’è di strano in questo?”. Apparentemente nulla. Solo che questa è una storia raccontata in modo assolutamente particolare, fatta di tante storie, persone, momenti, luoghi, sentimenti intrecciati.

Il punto di centrale da cui prende le mosse il racconto è costituito dal solito trittico: lui, lei, l’altra. Ungheria, periodo a cavallo tra il primo e il secondo dopoguerra. Un uomo ricco, insoddisfatto e roso dal senso di colpa lascia la prima moglie per sposare una sua antica e mai sopita fiamma: Judit, la giovane serva di casa dei suoi genitori. Dopo aver rinunciato a tutto per lei, però,  se ne separerà inesorabilmente. La storia ci viene raccontata in tre momenti e secondo tre punti di vista diversi, prima dalla prima moglie, poi dal marito ed infine dalla stessa Judit. Ciascuno dei narratori, a sua volta, racconta tutto ad un’altra persona, un’amica, un amico, un amante, un esule. E’ così che questa storia giunge fino a noi, toccando in modo originale e profondo temi importanti: guerra, amore, passione, menzogna, senso di colpa, lotta di classe, nobiltà, borghesia e proletariato. Una lettura interessante sotto più punti di vista, che richiede del tempo per essere assorbita e che necessita delle giuste pause. Libro che mi è piaciuto molto - il primo che leggo di Marai - e che consiglio caldamente.

 

 

 

Opera recensita: “La donna giusta” di Sandor Marai

Editore: Adelphi, 2004

Genere: romanzo

Ambientazione: Ungheria

Pagine: 444

Prezzo: 19,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

lunedì 7 maggio 2018

RECENSIONE: ALICE BASSO - LA SCRITTRICE DEL MISTERO


Sinossi:

Per Vani fare la ghostwriter è il lavoro ideale. Non solo perché così può scrivere nel chiuso della sua casa, in compagnia dei libri e lontano dal resto

dell’umanità per la quale non ha una grande simpatia. Ma soprattutto perché può sfruttare al meglio il suo dono di capire al volo le persone, di emulare

i loro gesti, di anticipare i loro pensieri, di ricreare perfettamente il loro stile di scrittura. Una empatia innata che il suo datore di lavoro sa come

sfruttare al meglio. Lui sa che solo Vani è in grado di mettersi nei panni di uno dei più famosi autori vienti di thriller del mondo. E non importa se

le chiede di scrivere una storia che nulla ha a che fare con i padri del genere giallo che lei adora da Dashiell Hammett a Ian Fleming passando per Patricia

Highsmith. Vani è comunque la migliore. Tanto che la polizia si è accorta delle sue doti intuitive e le ha chiesto di collaborare. E non con un commissario

qualsiasi, bensì Berganza la copia vivente dei protagonisti di Raymond Chandler: impermeabile beige e sigaretta sempre in bocca. Sono mesi ormai che i

due fanno indagini a braccetto. Ma tra un interrogatorio e l’altro, tra un colpo di genio di Vani e l’altro qualcosa di più profondo li unisce. E ora non

ci sono più scuse, non ci sono più ostacoli: l’amore può trionfare. O in qualunque modo Vani voglia chiamare quei crampi allo stomaco che sente ogni volta

che sono insieme. Eppure la vita di una ghostwriter non ha nulla a che fare con un romanzo rosa, l’happy ending va conquistato, agognato, sospirato. Perché

il nuovo caso su cui Vani si trova a lavorare è molto più personale di altri: qualcuno minaccia di morte Riccardo, il suo ex fidanzato. Andare oltre il

suo astio per aiutarlo è difficile e proteggere la sua nuova relazione lo è ancora di più. Vani sta per scoprire che la mente umana ha abissi oscuri e

che può tessere trame più ordite del più bravo degli scrittori.

 

Con la protagonista unica nel suo genere creata dalla sua penna, Alice Basso si è fatta amare dai lettori e dai librai. Le sue storie con tinte gialle

e a base di citazioni letterarie creano dipendenza. Dopo il successo dell’Imprevedibile piano della scrittrice senza nome, Scrivere è un mestiere pericoloso

e Non ditelo allo scrittore, un nuovo imperdibile romanzo in cui dare vita ad un libro, risolvere un caso e accettare di essere innamorati sono tre passi

complicati ma insolitamente legati tra di loro.

 

Commento:

Attenzione, recensione poco obiettiva e molto, molto personale.

Quando leggiamo un libro cerchiamo, anche inconsciamente, qualche appiglio con la nostra vita, con i nostri sentimenti e modi di pensare, con qualcosa che conosciamo e amiamo… cerchiamo sempre qualcosa che ci faccia sentire a casa. E chi ama leggere non può non sentirsi inevitabilmente a casa in compagnia di Vani Sarca e Romeo Berganza, non perché siano due animali sociali, intendiamoci, ma perché amano i libri, li citano continuamente, ne sembrano usciti, la loro vita ne sembra governata. Ecco perché, per me che amo leggere, la compagnia di questi due personaggi è più che gradita, è quasi una dipendenza. E se poi, per combinazione, fra i tanti libri che scrive per lavoro Vani si trova alle prese con un thriller – il mio genere preferito – è proprio finita! Inutile dire che fra autori che conosco, autori che amo e nomi da segnare per prossime letture, ho letto il libro in una specie di estasi di Santa Teresa.

E poi come si fa a non appassionarsi a una storia se è scritta in modo così diretto, sprezzante, autoironico? Non può non suscitare empatia! Ed empatia, anche se non lo ammetterà mai, è quella che prova Vani nei confronti della sorella Lara in difficoltà; è empatia quella che la spinge ad indagare insieme al suo commissario per scoprire chi minaccia Riccardo Randi, il suo odiatissimo ex minacciato di morte; è empatia – chi l’avrebbe mai detto? – quella verso il suo capo, Enrico Fuschi, vittima insospettabile di una ingombrante conoscenza del passato. E non sono sintomi di empatia, invece, quei frequenti crampi allo stomaco che la nostra amica prova ad ogni manifestazione d’affetto proveniente dal suo caro commissario: non ci è abituata – e non lo è neanche lui – ma è innamorata e la cosa potrebbe piacerle… a me, però,  la coppia piace di sicuro e non la perderò di vista nel quinto (e sembrerebbe ultimo) volume della saga. Ma Vani e Berganza non sono gli unici che dovremo tenere d’occhio… c’è un altro personaggio che, a quanto pare, ci darà da pensare nel prossimo libro… Alice Basso ha sapientemente (e sadicamente!) chiuso questa storia con una frase ad effetto che provoca un certo brivido… bah, vedremo! Intanto voi godetevi questo quarto volume, ne vale la pena, come sempre: Vani non è una semplice protagonista di una saga di successo, non è solo una gostwriter bravissima… è un’amica ormai, una di quelle di cui vuoi sempre sapere tutto, una che devi controllare perché sembra forte, sicura e strafottente, ma sai che potrebbe farsi male e, se accadesse, a te dispiacerebbe da morire di non esserle stata accanto! Forse per qualcuno potrebbe sembrare esagerato un legame così forte con un personaggio inventato, ma chi legge lo sa che è normale… ed anche Alice lo sa, lo capisce e ci regala sempre storie che lo alimentano e lo rafforzano questo legame. Perciò grazie, Alice, grazie per Vani, per Berganza, per Fuschi, per Deaver e Van Dine, ma anche per tutti gli autori che ancora non conosco e che grazie a Vani conoscerò. P.S. Per favore, ripensaci! Non far finire tutto con il quinto volume!

 

 

Opera recensita: “La scrittrice del mistero” di Alice Basso

Editore: Garzanti, 2018

Genere: giallo

Ambientazione: Torino-Milano

Pagine: 336

Prezzo: 17,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 9.

 

domenica 6 maggio 2018

RECENSIONE: JEFFERY DEAVER - PIETà PER GLI INSONNI


Sinossi:

Un tornado spaventoso sta per abbattersi sul New England. Michael Hrubek, gigante schizofrenico e folle stupratore, evade dal manicomio criminale per vendicarsi

della donna che lo ha inchiodato. Lo scatenarsi della natura fa da contrappunto alla più forsennata delle fughe e alla più spietata delle cacce all'uomo.

 

Commento:

Forse a qualcuno il paragone sembrerà azzardato, ma secondo me più che da Deaver questo romanzo sembra scritto da Stephen King, sarà per l’ambientazione molto “americana” e molto anni 90, sarà perché i due autori hanno in comune una caratteristica importante: la meticolosità che quasi sconfina nel puntiglio con cui trattano qualunque aspetto delle loro storie. Paragoni a parte, a Deaver va il merito di aver saputo mescolare il thriller psicologico e l’avventura on the road, creando un thriller ricco di suspense che sa tanto di romanzo americano. Tutto si svolge in una notte, una notte difficile su più fronti e per molte persone: da un lato una violenta bufera sta per abbattersi sul New England facendo tracimare il fiume ed il lago prospiciente la proprietà degli Aceson a Rigeton, quindi Lise, il marito Ouen e la sorella Portia devono affrettarsi a metterla al sicuro il più possibile; dall’altro proprio a casa loro sta dirigendosi Michael Rubeck, una montagna d’uomo affetto da schizofrenia paranoide ed evaso dall’ospedale psichiatrico dov’era in cura. Tra inseguimenti all’ultima astuzia, lavoro di braccia per trascinare sacchi di sabbia e creare sbarramenti all’acqua che minaccia di mandare in fumo le fatiche di una vita, ricordi passati e recenti e cose non dette, si sviluppa una storia coinvolgente e serrata. I colpi di scena non mancano, anche se stavolta posso vantarmi – una volta tanto – di aver capito cosa non quadrava ben prima del finale. E comunque, ancora una volta, Deaver ci dimostra con le sue storie che nulla è necessariamente come appare… nulla può essere dato per scontato… non è mai detta l’ultima parola, finché non si gira l’ultima pagina. Nella mia classifica personale “Pietà per gli insonni” non è in cima ai libri di Deaver, ma è comunque un buon thriller. Lo consiglio a chi predilige le ambientazioni aperte a quelle metropolitane.

Opera recensita: “Pietà per gli insonni” di Jeffery Deaver

Editore: Bur, prima ed. 1994

Genere: thriller psicologico

Ambientazione: Stati Uniti

Pagine: 448

Prezzo: 9,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

giovedì 3 maggio 2018

RECENSIONE: CONCITA DE GREGORIO - MI SA CHE FUORI E' PRIMAVERA


Sinossi:

Ferite d'oro. Quando un oggetto di valore si rompe, in Giappone, lo si ripara con oro liquido. È un'antica tecnica che mostra e non nasconde le fratture.

Le esibisce come un pregio: cicatrici dorate, segno orgoglioso di rinascita. Anche per le persone è così. Chi ha sofferto è prezioso, la fragilità può

trasformarsi in forza. La tecnica che salda i pezzi, negli esseri umani, si chiama amore. Questa è la storia di Irina, che ha combattuto una battaglia

e l'ha vinta. Una donna che non dimentica il passato, al contrario: lo ricorda, lo porta al petto come un fiore. Irina ha una vita serena, ordinata. Un

marito, due figlie gemelle. È italiana, vive in Svizzera, lavora come avvocato. Un giorno qualcosa si incrina. Il matrimonio finisce, senza traumi apparenti.

In un fine settimana qualsiasi Mathias, il padre delle bambine, porta via Alessia e Livia. Spariscono. Qualche giorno dopo l'uomo si uccide. Delle bambine

non c'è più nessuna traccia. Pagina dopo pagina, rivelazione dopo rivelazione, a un ritmo che fa di questo libro un autentico thriller psicologico e insieme

un superbo ritratto di donna, coraggiosa e fragile, Irina conquista brandelli sempre più luminosi di verità e ricuce la sua vita. Da quel fondo oscuro,

doloroso, arriva una luce nuova. La possibilità di amare ancora, l'amore che salda e che resta.

 

Commento:

 


Oggi, nella mescolanza di idiomi che caratterizza il nostro linguaggio, c’è una parola per tutto, esiste un termine per definire ogni cosa, persona, status, sentimento, emozione, tutto. Tutto tranne un genitore che perde un figlio. Perché? Forse perché questo è un dolore troppo grande, un’assenza così profonda che è difficile definirla con una parola. Lo sa bene Irina Lucidi, importante avvocato italiano residente in Svizzera che, nel gennaio 2011, decide di divorziare dal marito Mathias Schepp. Ciò che ha portato a questa rottura è qualcosa di indefinito e duraturo, una violenza psicologica che ha scavato nelle certezze di Irina e l’ha portata ad allontanarsi da colui che l’ha causata; ciò a cui la sua decisione porterà Irina non può sospettarlo: una domenica di fine gennaio del 2011 il marito, Mathias, parte dal paesino svizzero in cui vivono e fa perdere le sue tracce. Sarà ritrovato pochi giorni dopo a Cerignola, in Puglia, morto sui binari della stazione sui quali si è gettato per farla finita. Un gesto premeditato, evidentemente, visto che in casa verrà ritrovato il
suo testamento. A non essere mai più ritrovate sono, però, le due figlie della coppia, le gemelline Livia e Alessia di sei anni. Sono partite col padre? Le ha lasciate lui in qualche luogo lungo la strada? Sono state abbandonate? Vendute? Uccise? Non si sa nulla. E fra indagini lacunose e fredde recriminazioni resta il dolore immenso di una madre che non può e non vuole dimenticare le sue figlie. Può – e vuole – però, ritornare a vivere, ad innamorarsi, ad amare ancora davvero qualcuno che c’è, che la fa ridere, che non la mette alla prova. E Concita De Gregorio racconta, con delicatezza e partecipazione, la storia di questa donna coraggiosa che ricorda e vive amando ed impegnandosi perché altri trovino in Svizzera il sostegno che lei, italiana e donna, non ha avuto: ha creato, infatti, un’associazione che si occupa proprio di dare sostegno sociale, psicologico e giuridico a chi affronti la scomparsa di un minore. Si chiama “Missing Children Switzerland”.

Ogni giorno, leggendo le notizie o ascoltando il Tg, veniamo a contatto con storie di orrore e sofferenza che, nostro malgrado, dimentichiamo subito dopo, presi dalla nostra vita e dalle nostre incombenze ed ormai abituati – quando non ci tocca da vicino – alla violenza e alla follia. Anche di questa storia avevamo sentito parlare nel 2011 e ci aveva inquietato e lasciati sgomenti. Questo libro di poco più di cento pagine che si legge in poche ore, ha il grande merito di ricordarcela questa storia e di farlo con tatto. Irina è una donna forte che ha sofferto eppure sorride, ma è una donna che aspetta ancora le sue figlie, aspetta e merita delle risposte da chi è in grado di dargliele. Ciò che ho apprezzato meno, nel libro, è forse la struttura con cui è stato impostato: lettere, ricordi, pensieri che mi hanno fatto entrare con fatica nella vicenda. Per il resto, però, è un buon libro e soprattutto racconta una storia che non va dimenticata.


Opera recensita: “Mi sa che fuori è primavera” di Concita De Gregorio

Editore: Feltrinelli, 2015

Genere: narrativa italiana

Ambientazione: Svizzera, Italia

Pagine: 122

Prezzo: 13,00 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

mercoledì 2 maggio 2018

RECENSIONE: GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA - IL GATTOPARDO


Sinossi:

Premio Strega 1959. Don Fabrizio, principe di Salina, all'arrivo dei Garibaldini, sente inevitaile il declino e la rovina della sua classe. Approva il

matrimonio del nipote Tancredi, senza più risorse economiche, con la figlia, che porta con sé una ricca dote, di Calogero Sedara, un astuto borghese. Don

Fabrizio rifiuta però il seggio al Senato che gli viene offerto, ormai disincantato e pessimista sulla possibile sopravvivenza di una civiltà in decadenza

e propone al suo posto proprio il borghese Calogero Sedara.

 

Commento:

Sicilia. Basta anche solo pronunciare il nome di questa terra per evocare luce, calore, passionalità, profumi e sapori inebrianti, ma anche contraddizioni e misteri. “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa trabocca di tutto questo e molto di più. Ambientato nella Sicilia del 1860, narra l’empasse storica scaturita dalla cacciata dei Borboni mediante un plebiscito, e lo fa attraverso gli occhi nobili ma intelligenti e consapevoli di Don Fabbrizio Falconeri, principe di Salina.

Apparentemente è proprio lui, con le sue vicende familiari, il protagonista di questa storia; in realtà, però, la vera protagonista è la Sicilia e con lei la sua gente e la gente di tutto il Sud, di allora e di ora, impegnata a profondersi in dimostrazioni di magnificenza, buone creanze ed impeti rivoluzionari che nascondono una ferrea volontà di impedire il cambiamento e di auto conservarsi nell’orgoglio di una ricchezza finta e di convinzioni effimere. Don Fabbrizio vede tutto questo, lo comprende e ne viene sopraffatto perché, al contrario di chi viene da fuori con l’illusione del cambiamento, lui sa che la Sicilia e i siciliani non vogliono cambiare: “tutto cambia perché tutto resti com’è” è una delle sue frasi più celebri che ben sintetizza questo pensiero. Un classico, questo, che con stile anticuato e linguaggio barocco tratta tematiche di estrema attualità: l’incertezza per il futuro, una classe politica dalla quale non si sa cosa aspettarsi, l’estrema lotta di alcuni per mantenere certi status e di altri per guadagnarseli con astuzia e ambizione. Sono temi che ritrovavamo nel 1860, negli anni 50 del Novecento quando questo libro fu pubblicato ed anche oggi, a dimostrazione estrema del principio espresso da Don Fabbrizio: tutto cambia affinché tutto resti com’è. “Il Gattopardo”, nonostante i temi interessanti, non è una lettura facile: personalmente l’ho trovato alquanto ostico, soprattutto nella parte iniziale, ed ho ancora la sensazione forte di non averlo compreso fino infondo. Tuttavia è evidente che si tratta di un classico della letteratura italiana la cui importanza è pari all’attualità dei suoi contenuti, pertanto non posso che consigliarne la lettura.

 

 

Opera recensita: “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Editore: Feltrinelli, prima ed. 1959

Genere: letteratura italiana

Ambientazione: Sicilia

Pagine: 300

Prezzo: 25,00 € (Ed. Feltrinelli 2002)

Consigliato: sì

Voto personale: 8.

 

martedì 1 maggio 2018

RECENSIONE: JEFFERY DEAVER - LA LUNA FREDDA (LINCOLN RHYME 07)


Sinossi:

In una gelida notte di dicembre, con una luna piena che si staglia nel cielo nero di New York e la paura diffusa tra la gente di un nuovo 11 settembre,

un killer spietato colpisce due volte a poche ore di distanza. Sulle scene dei delitti lascia il suo "biglietto da visita", un costoso orologio con le

fasi lunari sul quadrante e un messaggio firmato "L'orologiaio". Tutto lascia supporre che i due omicidi non siano destinati a rimanere gli unici. Il criminalista

Lincoln Rhyme e i suoi collaboratori hanno a disposizione solo poche ore per fermare quel killer geniale e meticoloso ossessionato dal tempo, che pianifica

i suoi delitti con precisione cronometrica. E Amelia Sachs fatica a conciliare la caccia all'Orologiaio con la sua prima indagine autonoma, il caso di

un apparente suicidio che la porterà a scoprire inquietanti rivelazioni sul proprio passato che potrebbero minare alle basi il particolarissimo rapporto

con Lincoln. Fortunatamente compare sulla scena dell'inchiesta un'inattesa quanto provvidenziale alleata per Rhyme: l'agente speciale del Bureau of Investigation

della California Kathryn Dance, esperta nella lettura del linguaggio non verbale negli interrogatori. Nonostante Rhyme si mostri scettico sull'attendibilità

delle testimonianze e Kathryn nutra poca fiducia sulle prove fornite dai rilievi effettuati, la loro bizzarra collaborazione riesce a smontare quello che

via via si configura come un meccanismo a scatole cinesi fatto di inganni e doppi giochi.

 

Commento:

Che cos’è il tempo? Un meccanismo apparentemente ineluttabile, ma in realtà relativo e modificabile? Una variabile in grado di cambiare il corso degli eventi? Un periodo lunghissimo o brevissimo a seconda di chi lo misuri? Deaver ci dimostra, in questo thriller dai ritmi sostenuti e dai tempi scanditi dal ticchettio di un orologio, che il tempo è tutto questo e molto di più. Basta anticipare un’azione pianificata con maestria per sventare un massacro e salvare tante vite; basta ritardare una visita programmata con rigore per evitare di essere catturati. Basta hackerare un computer per mandare in tilt l’intero sistema di trasporti statunitense. Ed un uomo, un volto che nasconde mille piani architettati con ordine e rigore, è in grado di fare tutto questo. E’ l’orologiaio, colui che agisce per creare complicazioni che nascondano il suo vero obiettivo, è il mentitore freddo che si fa beffe della polizia, ma che è in grado di riconoscere la bravura di chi lo combatte alla pari. Chi è? Dov’è diretto? Quando colpirà? Tocca a Lincoln ed Amelia scoprirlo e per farlo dovranno stare allerta ancora per parecchio tempo.

Settimo caso della saga che vede all’opera Rhyme e Sachs, tra crimini sventati e vicende personali, questo thriller dalla tensione costantemente crescente ci porta a conoscere due personaggi che incontreremo certamente ancora: l’Orologiaio che farà certo parlare ancora di sé, e la bravissima esperta di cinesica Kathryn Dance, protagonista di un’altra saga ideata dalla brillante penna del nostro Jeffery. Personalmente ho apprezzato molto sia i toni “tranquilli” – se così si può dire – di questo libro (nel senso di non particolarmente efferati), sia l’incursione della Dance con cui Deaver ci ha furbescamente presentato un altro dei suoi personaggi chiave instillandoci sapientemente la curiosità di leggere ancora di lei. E mi è piaciuta anche la sottigliezza e la pulizia dell’Orologiaio, mente finissima che dà e darà ancora filo da torcere a Lincoln.

In definitiva, lettura piacevolissima ed appassionante, un po’ come tutti i thriller di Deaver, ma particolarmente apprezzata se paragonata al precedente caso della serie, “La dodicesima carta”, che invece mi aveva convinta meno. Ora sono curiosa di leggere i prossimi per capire quando e come ricomparirà l’Orologiaio!

 

Opera recensita: “La luna fredda” di Jeffery Deaver

Editore: Bur, prima ed. Sonzogno 2006

Genere: thriller

Ambientazione: New York

Pagine: 465

Prezzo: 10,90 €

Consigliato: sì

Voto personale: 8,5.